Pussy Giving o Pussy Keeping?

Mi è successo di recente di iniziare una specie di flirt con uno che mi piace. La cosa mi ha causato alterazioni emotive che oscillavano tra la frenesia (come se fossi una 13enne che si prepara per andare a limonare con il più fico della classe) e la paranoia più pura.

Sì, perché quando sei single da un pezzo, sei perfettamente abituata a gestire insulsi incontri con soggetti che sai già che non conteranno una beata minchia nemeno per 3 ore, nella tua vita. Ciò a cui non sei più abituata, è pensare che la persona con cui ti vedi possa piacerti. Naturalmente, non ti fai illusioni (anche se, nel frattempo, potrebbe essere che tu abbia accidentalmente pensato che il tuo nome e il suo nome insieme suonano bene) e ti ripeti frasi come: “Innanzitutto non è un appuntamento, è una cosa very easy, molto sportiva, magari diventiamo amici, sai è simpatico, una conoscenza in più” (anche se, nel frattempo, ti sei già chiesta se abbia moglie e figli segreti, in una casa nell’hinterland, a 50 km da Milano).

Quindi per carità, sicuramente non succederà nulla eh, però a ridosso del primo incontro arriva la più brutale delle questioni: dargliela o non dargliela? Perché di piacerti ti piace, lo sai già, e niente di più facile che ti venga voglia. Cosa fare a quel punto?

Chiaro è che il problema non si pone fin quando esci con semplici surrogati umani del tuo vibratore, ma sorge nel momento in cui vuoi concederti la possibilità di capire se la persona che hai di fronte possa essere qualcosa in più di una one-shot. Non il padre dei tuoi figli eh, semplicemente un rapporto multi-eiaculatorio che includa possibilmente una minima percentuale di umanità. Se poi sia meglio una one-shot oggi o una frequentazione domani, chi può dirlo.

Insomma: darla o non darla? Secondo me porta anche sfiga chiederselo, come depilarsi a priori alla perfezione, oppure avere 10 preservativi in tasca. Però, ormai, siamo adulte, c’è da chiedersele ste cose, non possiamo mica farci trovare impreparate. Dobbiamo sapere se andremo alla cattedra oppure no, quando il prof ci interrogherà.

Così mi sono consultata con il mio eterissimo amico Drugo, che mi ha dato la sua lettura della questione: “Se questo tipo ti piace: limone sì, toccata di menne sì, leccata di menne no, se no finisce che scopate. Se proprio diventa petting duro, fatti fare tu e non fare niente a lui. Comunque meglio che resti fuori dalle mutande. E prima di salutarlo gli strizzi il pacco, da sopra il jeans“.

moana

Ora, io non sono una da strategismo sentimentale e penso fermamente che se due single si piacciono e hanno voglia di andare a letto insieme, anche dopo 10 minuti, è giusto che lo facciano. Che desiderare una persona e avere l’onestà per viverla senza tabù, è un dono, non una vergogna; che se un uomo non vede più in là è un problema suo, non nostro, indipendentemente che la scelta sia il pussy giving o il pussy keeping; che se un uomo non vede più in là è semplicemente perché non gli interessa vedere più in là, e non gli sarebbe interessato comunque, nemmeno se fossimo uscite con una cintura di castità in amianto o se gliel’avessimo sbattuta in faccia a ritmo di samba.

E poi io storicamente sono una promotrice del Pussy Giving Tempestivo, appena ve la sentite, tanto vale capirlo subito se una persona ci piace a letto oppure no, senza lasciar passare tempo, senza creare inutili complicazioni sentimentali che renderanno troppo doloroso dirgli “Mi viene da piangere per quanto è minuscolo il tuo pene, peccato, andavi bene per il resto, addio”.

Pussy Giving 1 – Pussy Keeping 0, palla al centro

D’altra parte,  però, è pur vero che tutti gli uomini che hanno contato qualcosa nella mia vita non hanno mai fruito della mia virtù la prima sera. E’ pur vero che il fast sex stanca. E’ pur vero che a volte è molto più bello scoprire una persona poco per volta, come non usa più fare, invece che consumarla subito.

Pussy Keeping pareggia.

Lo ammetto, ero confusa. Così ho deciso di usare un approccio razionale e fare una lista dei pro e dei contro insiti nelle due alternative, tutti basati sui principali luoghi comuni che accompagnano i due comportamenti sociali in questione: darla o non darla, per l’appunto.

suora

PUSSY GIVING

Pro:

- ti vede per quello

che sei: una donna libera e consapevole che fa quello che vuole

- la tua consapevolezza lo seduce

- vai a letto con uno che ti piace, fenomeno che si verifica una volta ogni 2 anni bisestili

- hai qualcosa da raccontare a Frecciagrossa che sia inerente il suo principale interesse: la fava.

Contro:

- ti considera una sgualdrina

- non ti considera una sgualdrina ma ti vede come un luna park (se gli fai una buona fellatio, ti vede come Gardaland)

- consumato il coupon, sparirà

- sarai identica alle altre 3 che saltuariamente vede, secondo una precisa turnazione dettata dal suo pene

- non ti sposerà mai, a meno che non sia un pene particolarmente illuminato

PUSSY KEEPING

Pro:

- non pensa che sei una sgualdrina

- si vede che sei una brava ragazza del sud

- se sparisce perché non gliela dai la prima sera, è un deficiente e lo capisci in fretta

Contro:

- pensa di non piacerti

- pensa che sei una provinciale

- pensa che sei una catto-comunista

- pensa che sei un cesso e te la tiri pure

- sparisce perché ne ha già altre 3 che saltuariamente vede, secondo una precisa turnazione dettata dal suo pene

- sparisce  senza che tu ti ci sia nemmeno fatta un giro e devi aspettare i prossimi 2 anni bisestili per trovare un bel maschio che ti aggradi altrettanto

- non hai niente da raccontare a Frecciagrossa che sia inerente il suo principale interesse: la fava.

Alla fine, nel caos cognitivo, ho deciso che, semplicemente, lui avrebbe capito esattamente dove arrivare e dove fermarsi. Dove spingere e dove allentare. Che io avrei sentito cosa sarebbe stato giusto fare. Che non avrei avuto rimpianti se fosse stato Pussy Keeping. Che non avrei avuto rimorsi se fosse stato Pussy Giving.

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Casa Mia

Sono rientrata dalle ferie una settimana fa.

Potrei scrivere di quanto sono stata bene, degli arrosti di carne, degli amici di sempre, del sole, della birra Raffo, dell’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dei vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, di mia zia che mi ingozza di burratine, dello spirito che resta giù quando vai su, dei saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. E tutte quelle altre cose che ho già scritto milioni di volte.

Tutto vero. Ma c’è dell’altro. C’è che, per una lunga serie di vicissitudini personali, la mia famiglia si è trasferita in Abruzzo e la mia casa di Taranto è stata messa in vendita. E voi capite bene come ciò non abbia giovato al mio equilibrio sopra la follia.

Così l’ultima sera, prima di partire, subito dopo che Frecciagrossa mi ha riaccompagnata e poco prima di rientrare, mi sono fermata in giardino. Ho fumato un paio di sigarette, da sola, al buio. Con il silenzio tutto intorno.

Forse è stata l’atmosfera, o forse le sostanze leggermente psicotrope che avevamo assunto, ma sono riuscita a vedere un sacco di cose, per la prima volta, con chiarezza, con onestà, in uno di quei trip ultra-introspettivi che siamo solite farci noi vagine nate sotto il segno del pippone mentale.

Ero lì, seduta sui tre gradini che conducono alla porta d’ingresso, e salutavo casa mia. Alle 4 di notte. Da sole. Io e lei. E le ho confessato un casino di cose.

Le ho confessato che la guardo mentre si spoglia di tutto ciò che l’ha abitata e che non mi piace vederla così. Le ho confessato che mi sbatte abbastanza l’idea di non avere più una casa a Taranto in cui tornare, che può sembrare strano, giacché ormai vivo 11 mesi all’anno da un’altra parte, ma che non c’entra una minchia, perché io amo quei mattoni e quelle mura, in quella città, sempre, anche quando sono a 1000 km di distanza.

Le ho spiegato che è come se tutto si rimpicciolisse. E’ come raccattare oggetti e ricordi, decidere cosa buttare e cosa portare con sé, per andare avanti, da un’altra parte. Decidere cosa è davvero essenziale e cosa non lo è. Per proseguire. Perché la parola chiave è “proseguire”, mica tornare indietro. E che l’unico problema è che io non so cosa sia essenziale. Non so cosa vorrò eliminare e cosa vorrò tenere. Non lo so se vorrò buttare i diari del liceo, oppure i 10 peluche che ho in camera, che mi hanno regalato amici e ziti, che a me i peluche m’hanno sempre fatta cacare, ma quelli no, quelli sono i reduci, sopravvissuti a tutti i raid anti-peluche che si sono succeduti negli anni. Non lo so se avrò lo spazio per conservare tutte le fotografie di quando le fotografie ingombravano ancora, di quando i rullini si sviluppavano. Dei viaggi in famiglia, delle settimane bianche, delle gite scolastiche, delle estati da adolescenti, quando eravamo piccoli e avevamo una fretta ridicola di sentirci adulti.

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Le ho spiegato che quando lei, casa mia, non ci sarà più, io tornerò comunque a Taranto, ma che per quanto io possa raccontarmela non sarà la stessa cosa. E che, certo, come dice mia madre, la casa non è un luogo ma uno stato d’animo (anche se lei non lo dice in modo così filosofico) e la fanno le persone che ami, non le pareti. Tutto vero, sacrosanto persino. Però io lì dentro, dentro casa mia, ci ho riso, ci ho pianto, ci ho fatto l’amore le prime volte, ci ho ascoltato i Nirvana a palla, ci ho passato pomeriggi a studiare e nottate a scrivere fanta-stronzate decadenti, ci ho organizzato feste, ci ho guardato film, ci ho scartato regali a Natale e uova di cioccolato a Pasqua. Sempre, per tutta la vita.

Il fatto, però, è che la vita va. E basta. E nemmeno gli immobili sono immobili per davvero. Neanche quelli sono per sempre. E forse non ha senso continuare a far finta che tutto sia uguale. E forse crescere significa accettare che le cose cambiano.

Cambia tutto, in verità. Cambiamo noi, cambiano i nostri difetti che peggiorano, le nostre esigenze ormai conformate alle metropoli in cui siamo andati a vivere, in cui siamo emigrati. Cambiano i nostri amici che hanno sempre più impegni istituzionali. Cambiano i nostri genitori che invecchiano, e quindi iniziamo a portare loro a cena fuori o al mare, invece che andarci solo tra amici, perché lo sentiamo che il tempo passa, che i giorni son pochi, che non abbiamo mica il privilegio di vederli ogni weekend. Cambia tutto. Gli ex amanti che si sono sposati e hanno figliato. Le comitive in cui non ci si parla più. Le famiglie. Non è vero che le cose restano uguali. Quelle importanti si adattano, evolvono, ma tutto cambia.  E vendere casa è solo l’estrema dimostrazione di questo. Un’evidenza che mi obbliga ad accettare che anche la mia vita è cambiata e che gli eventi non si possono fermare. E che forse essere intelligenti significa lasciarsi trasportare dal flusso, o quanto meno non opporsi ad esso. Non continuare a guardare dietro, ma guardare avanti. Cercando qualcosa di bello nell’orizzonte, anche quando appare desolato, anche quando ci spaventa. E muoversi verso quel punto. E, strada facendo, scoprire che succede.

Perché sì, insomma, ce lo siamo dette, tra me e lei, che c’ho una paura fottuta del futuro, io. Dei dolori, delle perdite, delle malattie, delle frustrazioni, delle delusioni, della solitudine. Paura di non farcela come vorrei, di non avere la forza di cambiare. Paura di non essere in grado di costruire una relazione e una famiglia, dedicando ad esse tutta la cura che meritano. Le ho detto che io di questo cazzo di futuro non mi sento mica all’altezza e che faccio finta che non arrivi, faccio finta che non ci sia. E che forse, se invece che temerlo e negarlo, lo accettassi, il futuro, con tutto ciò che comporta, potrei provare a costruirlo. E accoglierlo con più entusiasmo, qualunque esso sia. Perché, in fondo, nel passato non sono mica successe solo cose meravigliose, né nel futuro succederanno solo cose di merda. E poi, le ho detto, provare tutta questa nostalgia feroce mi spossa, e non mi fa nemmeno consumare calorie.

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E che quindi sì: mi rimarrà la gioia di averla abitata e vissuta con le persone a cui tengo di più. Di aver costruito tra le sue mura una famiglia piena di affetto e di rispetto, di amore che trascende i ruoli e diventa puramente umano, personale, con pregi e difetti, onori e oneri, fiducia e fragilità. Mi rimarrà il suono delle risate nelle notti d’estate con i miei amici, delle giocate a zumpacavallo nella tavernetta a Natale, delle partite a Monopoli coi miei cugini da piccoli, del salone apparecchiato per il pranzo della domenica, delle mountain bike con cambio shimano nel garage, dei poster di Leonardo Di Caprio appesi in camera a 12 anni. Mi rimarranno le puntate di X-Files viste con papà sul divano alla domenica sera, il telefono Swatch sul comodino della mia camera, quello che si parlava anche usando la base, il caminetto acceso, il falso pepe che perde troppe foglie, la cantina ribattezzata “Silvio Pellico” nel gergo domestico, le lamentele di mia madre per il disordine, le sigarette fumate sul dondolo dopo il mare.

Mi rimarrà tutto ciò che conta di più. Il resto lo dimenticherò. E magari è giusto così.

L’ho salutata così, casa mia. Promettendole che da settembre, oltre a regolare il mio bioritmo, rismettere di fumare e andare da oculista/dentista/ginecologo/dermatologo/endocrinologo, oltre a tutto questo, guarderò avanti. O, per lo meno, più avanti che dietro. Portando con me una valigia più piccola. Senza paura di perdere pezzi. E con il coraggio di conquistare nuovi ricordi.

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Carrie Bradshaw Non Esiste

Quando hai un blog in cui parli dei fattacci tuoi e di quelli degli amici tuoi, della vita da single in una metropoli, di sesso e derivati, può succedere spesso e volentieri che tu venga associata alla protagonista principale di Sex & The City, also known as Carrie Bradshaw.

Premesso che io a 19 anni ho follemente amato la serie tv, che conosco molte puntate a memoria e che, come nei migliori cliché, mi ero convinta che il mio stronzo di allora fosse proprio come Mr. Big, mi sembra giunto il momento di chiarire tutte le differenze che ci sono tra me e Carrie Bradshaw, o meglio: mi sembra giunto il momento di chiarire che nella realtà Carrie Bradshaw non potrebbe esistere. E se esistesse sarebbe una barbona. Oppure sarebbe imbottita di psicofarmaci.

(Colgo anche l’occasione per dissociarmi dalla sesta stagione e dai due film cinematografici, in special modo dal secondo che, quanto a bruttezza, se la gioca con Iago, memorabile pellicola italiana interpretata dal povero Nicolas Vaporidis e da Laura Chiatti)

1.  E’ impensabile che una donna single possa permettersi un ampio bilocale con cabina armadio scrivendo solo di eiaculazioni su un quotidiano. E’ altresì impensabile che con quella retribuzione possa essere sempre a pranzo e a cena fuori. Ed è oltraggioso anche solo raccontarci che possa acquistare un paio di Manolo Blahnik e di Jimmy Choo in quasi ogni puntata. Questo a meno che non si ammetta l’ipotesi che nelle pause pubblicitarie Carrie andasse a fare delle marchette alla Central Station ma Darren Star non ha mai voluto raccontarcelo.

2. Se nella realtà Carrie Bradshaw avesse sbuttanato tutti i cazzi più privati delle sue amiche (dall’impotenza del primo marito di Charlotte, all’asportazione del testicolo del compagno di Miranda, passando per il tumore al seno di Samantha) sarebbe stata umanamente deploravole, considerata all’unanimità una stronza, non avrebbe avuto più nessuna amica e forse si sarebbe presa più di qualche querela.

3. Se nella realtà una ultratrentenne avesse mollato un figo incredibile come Mr Big per il semplice fatto che non le giurava e spergiurava che lei era la donna della sua vita, proprio mentre erano in partenza per le Maldive, con un viaggio interamente pagato da lui, noi non l’avremmo considerata un’icona. L’avremmo giustamente trattata così come andava trattata: da cerebrolesa.

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4. Se Carrie Bradshaw fosse esistita davvero avrebbe avuto tutte le amiche, specialmente quelle fighe, accoppiate, accasate o intente a frequentare 3 modelli Abercrombie contemporaneamente.  In ogni caso non sarebbero state sempre pronte a seguirla nelle sue peregrinazioni in giro per la movida di Manhattan.

5. A maggior ragione, nella vita reale, Carrie Bradshaw non sarebbe mai riuscita ad andare in vacanza in Messico e ad Abu Dhabi nel giro di pochi anni con tutte e 3 le amiche. Le avrebbero concesso al massimo un aperitivo, al più un giro a Serravalle la domenica. Nella vita reale le amiche le vacanze se le organizzano con i rispettivi fidanzati/mariti e, al massimo, vanno in vacanza con altre coppie. Tu come single sei ammessa in situazioni più fluide, per esempio a cena, dove puoi – coerentemente con il tuo status sentimentale – sederti a capotavola giacché non hai nessuno che debba stare al tuo fianco.

6. Se Carrie Bradshaw fosse stata reale e avesse avuto una proposta di matrimonio da un Aiden qualsiasi, che era pure figo, prestante, innamorato e falegname, l’avrebbe colta al volo. Lei no. Lei rifiuta l’agognato proposal con tanto di anello dicendo: “No, non sono sicura”. Ma di cosa minchia vuoi essere sicura, ancora? Ma ce la fai, oppure no?

7. Se hai una paturnia esistenziale a oltre 30 anni, tipo che il tuo fidanzatino scrittore del momento viva un’insana competizione con te, Virginia Woolf de noartri, le amiche non mollano il lavoro/la famiglia/i figli per venire in tuo soccorso. Se ti va bene ti dedicano 20 minuti su whatsapp. La gente non ha tempo, specialmente in una metropoli, per i turbamenti altrui. Siamo tutti impegnati a combattere i nostri demoni. Nella realtà o vai da un analista o vai da un esorcista.

8. Se a quasi 40 anni cambi continente e ti trasferisci a Parigi per seguire uno degli uomini più noiosi che l’umanità abbia mai conosciuto, un artista russo egoriferito della peggior specie, significa forse che tanto a posto non stai.

9. Nessuna donna può camminare sempre su tacco 12 a meno che non si sia fatta iniettare il botulino nella pianta del piede come Victoria Beckham. Anche questo, per una questione di onestà intellettuale, Darren Star avrebbe dovuto dircelo.

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10. Nella vita vera, nel mondo reale, i Mr Big non cambiano. In genere, uno che ti fa penare l’anima per un decennio non si trasforma improvvisamente nell’uomo dei sogni. Non attraversa l’oceano per iniziare a vagare come un rincojonito per una città piccola come Parigi, cercandoti. E trovandoti. Mentre tu, vestita da Fata Turchina, sei lì pronta che non aspettavi altro. Avanti, quella conclusione è stata un’infamità. Una truffa. Roba da denuncia emotiva. Essere trattate da donnette bisognose di happy ending, non ce lo meritavamo. Se avessimo voluto vedere quelle cose, avremmo riguardato un film di Walt Disney, di quelli old style, quelli che ci hanno rovinato lo sviluppo, per intenderci, che almeno erano dichiaratamente illusori, fiabeschi, allucinanti e rassicuranti.

Detto ciò, molte di noi con Sex & The City sono cresciute, gli riconosciamo il merito di aver dato una svolta au feminin nel mondo della sit com e anche di aver definitivamente sdoganato il sesso tra i topic vaginali, per carità. Ma per l’appunto, è fiction.

La verità è che Carrie Bradshaw non esiste, anche se a tratti l’abbiamo amata e a tratti l’abbiamo odiata e a tratti l’abbiamo compatita e a tratti l’abbiamo invidiata.

Di sicuro, io non le assomiglio. Se non altro perché ho molti più kg e molte meno scarpe di lei.

***

Detto ciò, non mi resta che augurare (a chi ancora deve farle) buone ferie!

Riposatevi, rilassatevi e statemi splendidamente bene.  

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Priapismo Vaginale

Da un recente studio etnometodologico condotto dall’Istituto Superiore di Osservazione Vaginale su un panel di amiche e conoscenti single, è emerso che è in atto un fenomeno di mutazione anatomica su alcune donne contemporanee: il Priapismo Vaginale. Se questo sia causa o effetto del correlato Morbo di Infrocimento Trasversale del Maschio Italico non è dato sapere. Il dibattito è scientificamente aperto, un po’ come quello sull’uovo e sulla gallina. 

I due generi attraversano, infatti, una fase di profonda metamorfosi i cui sintomi più clamorosi sono le donne che accelerano in retromarcia e gli uomini che si piastrano i capelli. Naturalmente lo studio contempla eccezioni: uomini che adorano stare con femmine nate dall’incrocio genetico tra McGyver e Winston Churchill, oppure donne straordinariamente cazzute e felicissimamente accoppiate con uomini non necessariamente slave. Okkei. Noi però parliamo di tutti gli altri.

Ecco le 10 aree di miglioramento per le single che covano la recondita fantasia di mettere, un giorno, su famiglia. Esse, molto probabilmente, sono portatrici più o meno inconsapevoli di Priapismo Vaginale (PV, d’ora in avanti), il ché le rende in ultima analisi candidate improbabili per relazioni durature o “ufficiali”. Il livello di gravità del PV si può dedurre dalla frequenza e dall’incidenza dei seguenti sintomi:      

1. Eccesso di manualità –> Sei brava, sai fare tutto, lo so e, quasi sicuramente, sai fare tutto meglio di lui. Però ricordati sempre, ogni volta che prendi un utensile da un pensile alto, ogni volta che appendi un quadro, ogni volta che cambi una lampadina, ogni volta che butti la spazzatura, ogni volta che porti il cane a pisciare la sera, ecco ricordati che lo stai facendo al posto suo. Lì per lì, lui apprezzerà il fatto che non gli interrompi la partita a pes per chiedergli di ammazzare il ragno ma, a lungo andare, questo minerà il suo ruolo virile. Comprometterai, in altri termini, quel machismo domestico così rassicurante, che lo illude di avere diritto di prelazione sui tuoi orifizi per il semplice fatto che ti apre un barattolo di salsa. Va bene la manualità, ma fai le orecchiette, rammenda calzini, toccagli il pacco, comunque sia smettila di cambiare rubinetti da sola, cazzo!       

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2. Fare benzina al self service –> Ho recentemente appreso che le vere signore non fanno benzina, se la fanno fare. Devono trovare la macchina già col carburante, altrimenti nascono crisi diplomatiche con il marito/padre/compagno/fratello. Alle brutte, vanno in orari diurni e la fanno al Servito. In genere non ricordano nemmeno su quale fianco della macchina ci sia lo sportellino del rifornimento. Se tu, invece, te la fai da sola, pure di notte, e ti piace l’odore della benzina, hai scarse possibilità di diventare la Signora Qualcuno, te lo dico, sorella. Impara a essere inetta. Sforzati, per Dio!

3. Alcol e droga –> Sulle sostanze psicotrope esiste una legge suprema: non devi assumerne più di lui, nemmeno nel caso in cui tu le regga meglio. Lui è maschio e beve più di te. Se lui accende una canna, tu fai tre tiri e gliela ripassi, mica ti fai un personal rullato meglio del suo. Le signorine fanno così. Punto e basta. Loro, gli uomini, negheranno, diranno che tu sei uno spasso, che come stanno bene con te con nessuna mai, che quanto può essere bello sconvolgersi insieme e far sì che la psichedelia prenda il sopravvento sulla razionalità. Tutto vero. Ma difficilmente penseranno a te come la madre dei loro figli, mentre ti reggono la testa quando vomiti. E alla fine chiederanno la mano di una lucidona che gli straccia le palle anche se bevono un bicchiere di amaro del capo dopo una cena con gli amici.        

4. Consapevolezza sessuale –> Va benissimo se hai imparato a praticare eccelse fellatio, del resto mi piaci proprio perché sei così porcellina, baby (vomito e torno). Però. C’è un però. Non essere mai troppo sicura di te, non dimostrare di conoscere troppo bene il piacere e, soprattutto, non dimostrare di essere troppo padrona del tuo corpo. Ci viene l’ansia da prestazione, al Maschio Italico. Si sente uno scolaretto e invece a quello piace sentirsi un mentore. Al massimo vuole sentirsi un tuo pari. Loro devono pensare cose come: “Come la faccio godere io…”, oppure “Solo con me è così maiala”. L’apice si raggiunge quando te lo chiedono, direttamente. “Ma tu, sei così con tutti?” (anche nella versione pornoromantica “Dimmi che sei la mia troia”). No. Con gli altri sono Madre Teresa di Calcutta. La tua libertà sessuale ti renderà troppo libertina (leggi: zoccola) per essere una compagna. Bene che ti vada, invece che sognare di darti 3 figli, sogneranno di fare con te un menage a trois.        

5. Uomo-oggetto –> Di fatto tutti millanteranno di non desiderare altro che essere dei sex toys animati, che sarebbe tutto fichissimo così, tanto sesso e zero complicazioni. Tutti ti diranno che vorrebbero una donna ricca che paghi per loro. Provate, anche se non siete ricche, a dire a uno che vi siete portate nel giaciglio, dopo aver fruito della sua virtù, di andarsene a casa – che voi per dormire c’avete bisogno d’avere il letto sgombro e domani è una giornata impegnativa – e dategli i soldi per il taxi. Poi ditemi come reagisce.

6. Vivacità dialettica –> Anche su questo, dovete stare al vostro posto. Dovete arrossire un po’. Ammiccare. Non siate troppo spregiudicate. Non siate troppo volgari. Lasciate condurre a lui. Sì, è vero, siete gagliarde a conoscere le categorie di YouPorn meglio di lui, ma non ostentatelo, perché sarebbe come fargli un rutto in faccia: diventereste il suo migliore amico, con cui parlare di tette e figa. Non riuscirà più a vedere la donna meravigliosa che siete: da affascinare, sedurre, conquistare, magari anche per più di un coito, intendo.   

7. Cultura generale –> Dovete decidere subito un qualche ambito nel quale lui ne sappia più di voi, a parte il calcio. Un territorio che sia suo e che voi non gli usurperete. L’attualità, il cinema, la musica, l’astrofisica, la politica internazionale, scegliete voi. L’importante è che, su quello, almeno su qualcosa, non lo mettiate in discussione e non lo facciate sentire un coglione. Se quello ascolta gli Zero Assoluto e voi per incomprensibili ragioni volete convolarci a nozze, non dovete nominare i King Crimson, ok? E sì, lo so bene, che quando vi capita di essere in auto con uno che vi chiede “La conosci?”, mentre alla radio passano Light My Fire dei Doors, ecco lo so che vi viene voglia di aprire lo sportello e lasciarvi cadere fuori dalla vettura in corsa, piuttosto che restare al suo fianco. Lo so. Ma dovete tenere duro, mordervi la lingua e rispondere “Certo”. Sorridendo. Come delle brave bambine. E dovete imparare a evitare qualsiasi commento aggiuntivo del tipo: “Quando io ascoltavo i Doors, tu ancora ciucciavi il latte dalla menna di tua madre“.     

8. Take away + colf + lavanderia –> Gli uomini diranno di volere una donna moderna e indipendente, professionalmente realizzata e blablabla. In realtà, se non cucini non saprai prenderti cura di loro. Se hai la colf, non sei capace di badare alla casa. Se porti i vestiti in lavanderia, non stirerai le loro camicie. Sarai, anzi, viziata e costosa. E loro cercheranno, invece, sempre, inesorabilmente, anche inconsapevolmente, una vagina che sia una “donna di casa” (a parte le 10 ore di lavoro quotidiano). Non che abbiano torto. Anche io vorrei che qualcuno mi cucinasse la cena, mi pulisse la casa e mi stirasse i vestiti, aggratise. Quindi se non siete angeli del focolare, nascondetelo. Dissimulatelo. E ritardate il più possibile gli aneddoti sulla vostra collaboratrice domestica dello Sri Lanka perché il primo pensiero che il maschio farà, in quel caso, è che, se andaste a convivere, dovrebbe pagarla anche lui.    

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9. Intraprendenza –> Gli uomini amano le donne intraprendenti solo quando devono portarle a letto. Per condividere la buona e la cattiva sorte cercano altre doti: l’adattamento, la sopportazione, la tolleranza, la pazienza, l’abnegazione. L’intraprendenza diventa, anzi, un rischio ed è quasi sempre foriera di scartavetramento di palle. Si parte che sei intraprendente, si finisce che sei decisionista, accentratrice, nazista. Si parte che sei brillante, si finisce che sei ambiziosa, egocentrica e pretenziosa. Se ti dedichi troppo al lavoro, li trascuri. Se hai degli obiettivi per la tua carriera, non si capisce perché tu non voglia sfornare un paio di pargoli, del resto hai ben 28 anni, non lo senti l’orologio biologico? Niente. Riducete voi stesse. State low profile, che state bene. 

10. Alimentazione –> Gli uomini diranno sempre di volere come compagna una buona forchetta, che tu non hai idea quanto sia deprimente andare a cena con una che si prende l’insalata. Il fatto è che lo dicono un po’ come dicono che a loro “piace la carne”, che le donne troppo secche sono brutte, salvo poi sbavare dietro a qualsiasi cosa taglia 38 ci passi davanti. La storia della “buona forchetta” è simile. Se mangiate con lui, dovete mangiare meno di lui. Poche storie. Se siete al McDonald e lui prende il Big Tasty voi prendete un McBacon. Se lui prende il McBacon, voi prendete un cheeseburger. Se mangiate una cotoletta, voi ci mangiate insieme l’insalata e non importa quanto stiate invidiando il suo contorno di patate fritte annegate nella maionese. Sfondatevi di lardo di colonnata dopodomani a cena con le vostre amiche, ma con lui trattenetevi. Anche perché, se mangiate 10 biscotti all’1 di notte davanti a lui, quello penserà che tra 10 anni sarete solo un tricheco arenato sul divano e, anche per questo, non vi sposerà mai.

Adottare, almeno parzialmente, queste accortezze al fine di ridurre il Priapismo Vaginale, vi renderà potenziali compagne più appetibili presso l’audience maschile media.                

Dal canto mio, continuo a pensare a quel mio amico che mi ha detto che con gli uomini non devo fare a chi ce l’ha più lungo. Continuo a pensare che se lo faccio, non me ne accorgo. Continuo a pensare che voglio sicuramente che ce l’abbiano più lungo loro. Continuo a pensare che ho voglia di lasciare spazi bianchi da riempire. Parole da dire ancora. Scoperte da fare insieme. Continuo a pensare che non voglio essere tutto, io, per me stessa, e basta, e bastarmi, forevvah.

Continuo a pensare che se è vero che non esistono più gli uomini di una volta è anche perché non esistono più le donne di una volta. E viceversa. E non so se questo sia un bene o un male. So che siamo, semplicemente, cambiati. 

Che poi, che cazzo era quella volta, quella degli uomini e delle donne di una volta, io non l’ho capito ancora.

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IL Prof

Scrivere è l’unica cosa che faccio da tutta la vita. L’unico gioco di cui non mi sono stancata mai.

Quando andavo alle scuole elementari, la maestra ci fece scrivere un tema su come vedevamo il nostro futuro. Ero logorroica già allora e il tema venne fuori di 5 o di 6 colonne. Lo portò a casa per correggerlo, insieme a tutti gli altri. Il giorno dopo disse in classe, davanti a tutti, di averlo dovuto leggere a suo marito e di essersi commossa. Mi aveva messo “Doppia Lode“, addirittura. Chissà che bel futuro, avevo immaginato.

Alle scuole medie avevo una prof che leggeva i miei temi a quelli delle classi più piccole. E che aveva brevettato un voto superiore all’ottimo, il “Lodevole“, perché secondo lei “ottimo” non era abbastanza per i miei temi. Si sparse la voce nella scuola, per cui io diventai “Lodevole” per tutti. Ovvio che nessuno alle scuole medie poteva limonarsi “Lodevole“, se anche non avessi avuto i capelli corti e crespi e gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde, che invece avevo. Quella prof mi obbligò anche a partecipare a un concorso tra scuole, indetto dall’Arma dei Carabinieri, pensa. Quindi ho fatto un tema sugli sbirri e sono ovviamente arrivata prima. Avevo 13 anni e tornai a casa con una targa d’onore e una copia dell’Enciclopedia Virtuale Encarta ’98. Ve le ricordate le enciclopedie virtuali? Quelle in cd-rom? Erano una cacata atomica, ma ci facevano sentire troppo avantgarde. La mia compagna di banco delle medie, che era una che i temi li copiava dal temario, povera stella, mi propose di acquistare il mio quaderno dei temi. Io ovviamente rifiutai perché l’arte non ha prezzo, si sa.

Poi iniziò il liceo (insensatamente scientifico) e ad ogni compito di italiano il mio voto era il più alto della classe, mai inferiore all’8. Anche se scrivevo cacate. Anche se studiavo il minimo indispensabile. Niente. Iniziavo ad arrendermi all’evidenza: ero un mago della parola, l’Arthur Rimbaud dei poveri, non c’era niente da fare. Tutto finché non arrivò il terzo superiore. Cambio dei professori. E finalmente, a giudicarmi, il primo uomo. IL prof.

Primo compito in classe: 5 e 1/2. Uno shock. Ancora oggi quando ci penso mi dolgono parti assai intime dell’ego. Ma come?! Io?? Sotto la sufficienza? In italiano?

IL Prof mi disse che era un bel tema ma era fuori traccia, molto semplicemente. E, in fondo, chi minchia ero io, per decidere di parlare d’altro? Quanto indisciplinata potevo essere, per non rispettare nemmeno l’argomento della discussione e avere la presunzione di intortarmi chiunque?

Incassai e portai a casa e per tutto il resto dell’anno oscillai tra il 6 e 1/2 e il 7, che era una roba per me incomprensibile, perché più mi sforzavo di essere brillante e più non mi premiava. Mi diceva che ero narcisista, che inventavo le parole manco fossi Umberto Eco. E più negavo il mio narcisismo, più il mio risentimento mi tradiva.

Mi diceva che ero troppo complicata, che lui non riusciva a comprendere, che per farmi capire da lui avrei dovuto imparare a scrivere in maniera più semplice, perché evidentemente lui non era abbastanza intelligente per leggermi. Il tutto con un sorriso sarcastico indimenticabile, di chi sa che ti sta scorticando nel vivo e tu non puoi fare nulla se non subire. Lo detestai abbastanza, ricordo. Senza contare lo smacco davanti a tutti. Cioè tipo che Frecciagrossa e Braciola presero più di me, voglio dire, parliamone. E poi, scusa, com’era possibile che il mio modo di scrivere fosse piaciuto a tutti, fino ad allora, e solo a lui no?

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Poi, pian piano, lasciai che il mio orgoglio si sgonfiasse e iniziai a seguire i suoi consigli. Provai ad ascoltare. E capii quello che voleva dirmi: che essere bravi a scrivere vuol dire farsi capire da tutti, arrivare, e che si può fare poesia anche sui pidocchi. Che crescere significa comunicare agli umili, oltre che ai colti. Che non avevo bisogno di ostentare la mia approfondita conoscenza di tutte le parole più recondite dello Zanichelli.

Lentamente, smisi di essere quella che ero stata fino a quel momento. Semplicemente, crebbi. E, negli anni a seguire, IL Prof iniziò a gratificarmi, proprio quando non mi aspettavo più che lo facesse.

Fu sempre molto distaccato nei giudizi, sia chiaro, anche quando molto positivi. Senza pathos, con quella lucidità virile che era mancata ai miei insegnanti precedenti. E continuò sempre a pungolarmi, naturalmente. Mi diceva che ai compiti in classe sceglievo sempre la traccia di attualità perché non studiavo letteratura. Mi diceva che il giornale scolastico che avevo creato con i miei amici era il migliore che ricordasse, ma che nei miei articoli c’erano troppe parolacce.

E poi, l’ultimo anno, al secondo compito in classe mi mise 10. Ne aveva messi un paio nella sua trentennale carriera. Era entusiasta, lui. Lo disse a mezza scuola, che mi aveva messo 10. Prima ancora che lo sapessi io, lo sapeva Laura, la bidella del mio piano. Quando ci consegnò i compiti, a me non disse nulla. Mi sorrise appena. E basta.

L’unica cosa che ricordo della traccia è che si parlava di Norberto Bobbio. Il commento del Prof, sotto il voto, era sulla maturità delle opinioni, sull’efficacia dell’esposizione, sulla completezza del pensiero. O qualcosa del genere.

Mi portò anche alla maturità con 10, sebbene avesse ragione lui, su tutto, sul mio narcisismo ma anche sul fatto che non studiavo letteratura. Agli orali mi fece una domanda sull’Inferno, l’infame, programma del terzo anno per capirci. Ma io risposi, in qualche maniera, per opera e virtù dello spirito santo. E, finiti gli esami, mi scrisse una mail, IL Prof. Mi disse che era orgoglioso di essere stato mio docente per 3 anni. E io, in quel momento, fui felice di una felicità così autentica che raramente l’ho riprovata negli anni a seguire.

Da allora è capitato di risentirci e un paio d’anni fa io e Frecciagrossa lo abbiamo incontrato alla processione pasquale, a Taranto Vecchia. Abbiamo chiacchierato di cosa facciamo, dell’Ilva, del suo pensionamento, di quanto è cresciuta sua figlia. Abbiamo ritrovato IL nostro Prof, il libero pensatore che veniva in classe con la copia di Repubblica sotto al braccio. Che ci faceva parlare di attualità. Che ci faceva vedere Il Dottor Stranamore di Kubrick a scuola. Che ci insegnava, senza prosopopea, a diventare migliori. A cercare la bellezza. Ad amare la cultura. Che diceva la zeta in quel modo strano, vibrato, che ci faceva ridere come dei deficienti. Che ci fa ridere ancora, se ci ripensiamo, come dei deficienti.

Qualche giorno fa l’abbiamo ritrovato su Facebook ed è stata una grande carrambata. Mi ha scritto in privato e mi ha detto che sì, un po’ gli sono mancata.

Avrei voluto rispondergli che sapesse quanto è mancato lui a me. Che magari la vita fosse come la scuola. Che magari ci fosse un uomo intelligente e appassionato, sempre, a obbligarmi a diventare migliore. Che sono io che sono orgogliosa di essere stata sua allieva. E che se non mi avesse messo quel 5 e 1/2 non ci sarebbero state molte altre cose. Forse nemmeno questo blog. E che quella che sono oggi lo devo anche a quelle critiche personali che m’ha fatto da ragazzina, che m’hanno fatta rosicà d’un modo che voi non potete capire proprio.

E che sì, ci sono insegnanti che non si dimenticano mai.

E che sì, io, lui, non lo dimenticherò mai.

Invece gli ho soltanto detto che se ad agosto facciamo la tremebonda rimpatriata decennale con gli altri ragazzi, deve venire per forza.

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Allo specchio

Dovrei mettermi la crema in faccia ogni sera e ogni mattina, lo so.

Dovrei usare il contorno occhi. Dovrei rismettere di fumare.

Dovrei dormire, Cristo, guarda che occhiaie. Neanche il miracoloso correttore Kiko da 4,99 può nulla. Diventano grige invece che nere. Passo da Zio Fester a Spud di Trainspotting.

E poi le rughe. La grana. Il tono.

Dovrei mettermi l’olio dopo la doccia. Dovrei idratare. Dovrei fare lo scrub. Dovrei ricominciare con i massaggi.

Dovrei fare come le mie amiche, che prendono pasticche per pisciare di più, riducendosi ad avere la stessa autonomia vescicale di un colibrì. Tutto per combattere la ritenzione idrica in previsione della prova costume.

Dovrei chiedermi perché le unghie si sfaldano o perché i capelli cadono come se il periodo delle castagne durasse 12 mesi.

Dovrei svegliarmi prima al mattino e dovrei truccarmi. Ogni giorno. Perché non ho più 18 anni e la differenza con e senza make-up adesso si vede.

Dovrei impegnarmi di più a mostrare il meglio di me. Dovrei fare come tutte. Sarebbe giusto. Sarebbe intelligente.

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Invece continuo a pensare che invecchiare non sia una colpa e che la bellezza non sia un merito, se non in parte.

Continuo a pensare che ci siano urgenze più serie cui far fronte nella vita, rispetto alla buccia d’arancia. C0ntinuo a pensare che ci siano attività più interessanti da intraprendere, nel mondo, invece che ossessionarsi per essere perfette, cosa che peraltro non saremo mai, salvo dedicare 3 ore al giorno alla cura estetica di noi stesse (e, con tutto il rispetto, 3 ore al giorno te le puoi concedere solo se sei estremamente ricca e/o estremamente fancazzista). Perché nella vita vera, a parte essere esteticamente gradevoli, facciamo altro: lavoriamo, viaggiamo,  mandiamo avanti una casa, a volte una famiglia, andiamo in palestra, dal parrucchiere e dal fruttivendolo, stendiamo il bucato e a volte lo stiriamo e, purtroppo, non abbiamo Diego Della Palma segregato nel mobile del bagno, pronto a renderci splendide in ogni momento della giornata.

No, non sto dicendo che dobbiamo diventare donne di Neanderthal, non curarci, mangiare solo pringles e mars facendo come un’unica attività fisica i 5 passi che ci distanziano dal cesso. Tanto meno sto dicendo che dovremmo intraprendere una crociata proto-femminista contro le case cosmetico-farmaceutiche che campano sui culi flaccidi delle donne ricche di mezzo mondo.

No. Semplicemente: se mi va di uscire a bere una birra e non ho 30 minuti da dedicare al make-up, sono libera di andare senza farmi inutili atti di onanismo cerebrale; se ho la ritenzione idrica e vado al mare, non devo sentirmi a disagio, son lì per godermela non per fare una sfilata e concorrere a Veline di Antonio Ricci.

Semplicemente: se desidero che la società smetta di pesarmi solo su quanto sono figa o quanto sono cessa, forse io per prima devo smettere di usare questa unità di misura per me stessa e per le altre donne.

Vedete, spesso gli uomini ci dicono che vediamo sempre difetti, che siamo sempre insoddisfatte, che siamo insicure. Vorrei vedere loro, se subissero la metà dell’aspettativa estetico-sociale che subiamo noi. Stai attenta al peso, stai attenta alla pelle, stai attenta alla cellulite, stai attenta ai capelli, stai attenta ai capillari, stai attenta alle smagliature, stai attenta ai peli, stai attenta alle rughe: devi stare attenta a così tante cose che è difficile tu possa stare attenta a tutto. Che è  difficile tu possa sentirti completamente a posto. Che è programmatico che tu sia sempre in parte insicura, che tu senta sempre di dover mettere qualcosa a posto di te, che ti senta in colpa a invecchiare (ed ecco che donne intelligenti e belle si devastano di botox, snaturando completamente i propri lineamenti, per esempio).

Fatto sta che io, quando mi guardo allo specchio, in tutti i difetti che vedo, non trovo qualcosa di più brutto rispetto a ciò che vedevo 10 anni fa. Trovo qualcosa di diverso, semmai. Trovo una donna, dove prima vedevo una pischella. Sono invecchiata. Certo. Lo vedo. E se mi guardo attentamente, analizzando le mie predisposizioni genetiche, so già che il mio collo imploderà nel quintuplo mento e che le mie guance tenderanno al suolo come quelle di un Mastino Napoletano. Sono invecchiata. Invecchierò ancora. E allora? Valgo meno come donna? Ma manco per la minchia.

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Voglio dire che quelle occhiaie, che fanno oggettivamente cacare, sono un pezzo di me, delle mie inquietudini e della determinazione che mi fa lavorare la notte (no, non in circonvallazione), invece che dormire.

Voglio dire che quella ritenzione idrica sulle chiappe, fa parte del mio essere femmina. Fa parte del mio essere donna ed essere donna è più erotico di qualsiasi culo marmoreo (posto che i culi marmorei sono e restano cose bellissime).

Per carità, magari tra 1 mese cambio idea, magari tra un mese mi passa questo mood da fondamentalista bio-eco-friendly, ma per ora è così. Per ora mi  accorgo che sto invecchiando e non voglio nasconderlo.

Nemmeno agli uomini. Soprattutto agli uomini.

Quando ho un appuntamento a stento mi trucco e gli outfit sono molto più castigati d’un tempo, con tessuti mediamente sintetici che ammantano insensatamente sia le tette che le cosce. Non so da cosa dipenda esattamente. Forse è solo che non mi interessa più impressionare nessuno (diversamente da quando andavo in giro con minigonne raso-fica e tacchi da baldracca, evidentemente). Forse è solo che non mi interessa attirare tanti uomini. Forse preferirei, nel caso, attirarne uno intelligente, magari perché lo faccio ridere. Forse è solo che penso che se uno ha occhi, e orecchie, e naso, e tatto, e pelle, arriva lo stesso. O forse è solo che voglio che mi veda così. Come sono.

Senza trucco, senza plateau, senza ciglia finte, senza lenti colorate, senza push up, senza guaina contenitiva.

Anzi, voglio che mi veda al peggio e che sopravviva a quello.

Voglio che veda le mie occhiaie, le mie rughe, la mia ritenzione, i miei 10 kg di troppo, i miei capelli sfibrati.

Voglio che veda la mia età.

Voglio che veda le mie rinunce.

Voglio che veda le mie conquiste.

Voglio che tocchi la mia vulnerabilità.

Voglio che s’innamori della mia forza.

Poi viene tutto il resto.

Sparso, tra gli occhi e le caviglie.

Dalle clavicole, per le labbra rosse.

Fino alle ginocchia.

Forse è solo che. Per ora. Al momento.

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Matrimoni da Single

Lo scorso weekend sono stata a un matrimonio in Sicilia e ho capito che la Sicilia è come un amante eccellente: appena se n’è andato hai voglia di rivederlo e di rifarci all’amore. Nello stesso modo, io ho voglia di tornare in Sicilia, di girarla e di perdermici; di avventurarmi da sola tra i suoi odori, i suoi volti e i suoi sapori; di gustarne la continua esplosione di colori, e arte, e natura.

Durante il mio breve soggiorno ho commesso tre peccati capitali (pane e panelle, arancina al burro e brioche col gelato); ho camminato per le strade della Vucciria e del centro storico di notte; ho trattenuto le lacrime per 40 minuti in chiesa mentre GuruVagina sposava il suo uomo speciale; ho fatto fitness pedalando su un pedalò, che non prendevo un pedalò dal 1999; ho riflettuto sulle potenzialità straordinarie e inespresse di quel territorio; ho pensato alla mafia; ho amato Pif.

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Ma non è di questo che intendo parlarvi. Quello che voglio fare, dopo essere stata a 2 matrimoni in 3 settimane, è dirvi tutta la verità sui Matrimoni da Single. Dirvi che questa storia che ai matrimoni degli altri si ciula come manco a 20 anni, ubriache, a Ibiza, ad agosto, è falsa. Una menzogna messa in giro dalla lobby dei wedding planner capitanati da Enzo Miccio, appositamente organizzata per farci dilapidare risparmi in vestiti, accessori, cure estetiche e coiffeur come manco Lady Diana nel 1981. Tutto inutile, andateci col pantalone di Dimensione Danza ai matrimoni. Il single piacente che ti corteggia a un matrimonio è solo una leggenda metro-sentimentale, simile a quella dello spacciatore che ti regala la droga fuori da scuola. No, amiche vagine, non è vero: gli spacciatori la droga non la regalano e ai matrimoni degli altri è facilissimo NON ciulare. Gli uomini che presenziano ai matrimoni sono, 9 su 10, accoppiati/accompagnati/omosessuali, oppure single intenti a ubriacarsi con gli amici in piena sindrome “squadra di calcetto”.

Certo, se poi siete Keira Knightley, o se andate a matrimoni hippy dove si pratica il poliamore, o se la sposa ha deciso che dovete accoppiarvi con il cugino rampante e vi mette al tavolo con lui, beh, è un’altra questione (questo lo dico preventivamente per le compagne del Fronte Nazionale delle Fornicatrici Matrimoniali).

In linea generale, comunque, in tutti gli altri casi, la situazione è differente. Innanzitutto è un fatto numerico. Le donne single ai matrimoni sono molte più degli uomini single (se eliminiamo dal panel gli under18 e gli over60), e voi capirete subito se la cerimonia contempla la celebre “Possibilità Belino” dal tavolo cui siete sedute (vi basti sapere che al mio tavolo c’erano solo donne single, coppie e omosessuali). Un secondo dato rilevante è la densità di vagine uber-fiche nell’ambiente. Un terzo dato è la quantità di vagine non accompagnate presenti. Grazie a un sofisticato algoritmo sarà immediatamente chiaro se avrete qualcosa di interessante da raccontare il giorno dopo in ufficio, a parte le portate della cena e le nuance dell’abito da sposa.

Quasi sempre, non voglio deludervi, gli exit poll non sono incoraggianti. Del resto, se ci riflettete, aspettarsi di essere imbroccate a un matrimonio è come pensare di comprare l’erba dal tabacchino. Se tu vai e la chiedi, quello mica te la da, non nel negozio, non si può, è illegale. Ciò non significa, naturalmente, che non esista un mercato dell’erba né che il tabacchino stesso non la spacci in separata sede. Quel che è certo è che non te la venderà comunque mai alla luce del sole.

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Dev’essere per questo che sabato scorso, di fatto, c’erano molte vagine non accompagnate e tirate a lucido, molte delle quali avrebbero senz’altro gradito portarsi in camera un tipico souvenir locale, ma nessuna l’ha fatto. Una mia amica a un certo punto mi ha detto: “Io stasera voglio proprio fare l’amore, è mai possibile voler fare l’amore e non farlo?“. Le ho risposto di andare da un gruppetto di uomini poco più in là e di ripetere quella frase con la medesima spontaneità, ma non l’ha fatto.

Eppure la capivo e la capivo perché provavo una sensazione simile. Non che lo spirito di Milly D’Abbraccio si fosse impossessato improvvisamente di me, non che me lo aspettassi o ne avessi urgenza. E’ solo che era una notte di inizio estate in Sicilia, con la luna che si rifletteva nel golfo di Mondello, con il vento che scompigliava appena i capelli e che accarezzava continuamente le cosce con la gonna. Era solo che ero sedotta dalla regione e che la situazione faceva il resto, e poi da giovane ho visto L’Ultimo Bacio quindi ci sarà sempre un pezzetto di me che s’aspetterà di incontrare Marco Cocci al matrimonio degli amici.

Era solo che avevo vino in corpo e gamberi nello stomaco, e due persone che si amano e che avevano appena detto “sì” per tutta la vita a due passi da me, e d’un tratto mi sono scoperta vera, vestita ma nuda, in silenzio rarefatta, spoglia di qualsiasi barriera e arresa all’evidenza che l’amore c’è e che io lo voglio.

Il tutto finché la mia amica, seduta sulla terrazza di fronte al Monte Pellegrino, ha sospirato, mi ha guardata e mi ha detto: “CHE TRISTEZZA”.

E’ stato in quel momento che ho dovuto riprendere il controllo di me stessa. “Non dire cazzate”, le ho detto. “E’ che non ci sono abbastanza single”, le ho detto.

“Ne sarebbero bastati 5, in questa serata, per dare tutta un’altra piega. E tutte noi ora ci divertiremmo molto più delle accoppiate”

“Hai ragione”, mi ha risposto.

Poi ho guardato di nuovo la luna che si specchiava nel golfo di Mondello.

Davanti al Monte Pellegrino.

Seduta sulla terrazza.

E ho sospirato pensando a quanto sarebbe stato comunque assai più semplice essere Keira Knightley.

 

 

ps: forse la soluzione potrebbe essere creare una banale agenzia di wedding recruitment, insomma noleggiamoli questi single, usiamoli al posto delle bomboniere, che qualche ora di accennata poesia ce la ricorderemo molto più di 6 cucchiaini d’argento.

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