Le 2 Fasi dell’Amante

L’altra sera ero a cena a casa della mia amica Janis, che è una che se vi dico gagliarda, vi dico poca roba. Ce la raccontavamo, bevendo e magnando, quando mi dice che era andata a cena con delle sue amiche la sera prima e che, delle 5 persone sedute a tavola, erano in 3 ad avere una relazione stabile con un uomo impegnato. Il dato era assolutamente in linea con la mia tesi per cui più della metà delle donne è in maxi-offerta convenienza “2×1″, se non “3×1″. Alcune lo sono consapevolmente, altre lo sospettano, alcune vivono nel mondo della frutta candita e lo ignorano completamente.

Così ho deciso di superare la ritrosia che mi suscitava l’argomento e di parlarne, perché sono abituata a fare così, a parlare delle cose anche quando sono scomode, piuttosto che far finta che esistano solo le donne “felici e accoppiate” e poi, sull’altra sponda del fiume, quelle un po’ buffe e simpatiche e single. Che nessuna di noi è solo l’una o solo l’altra, che la femminilità è una roba assai più complessa e lo sappiamo già.

Dunque: essere amante. Io lo sono stata nella mia vita, più di una volta. Lo sono stata da innamorata persa, soffrendo che manco li cani, e lo sono stata sportivamente. Sono anche stata tradita. Ho anche tradito. Ho costruito, ho distrutto e ho praticato quasi tutte le posizioni del Kamasutra Sentimentale che vi possano venire in mente. Parlo, dunque, in virtù di esperienza personale e di testimonianze dirette di persone a me vicine.

Partiamo dal presupposto che essere amanti capita. Succede, banalmente. Come capita di cadere o di scuocere la pasta. E capita in continuazione. Capita, non a tutte, ma a molte. E sì, sarebbe bello se noi donne fossimo solidali, se facessimo cartello contro le continue e sfacciate avances degli uomini impegnati. Sarebbe bello se fossimo sempre capaci di resistere (anche quando siamo vulnerabili, anche quando siamo stanche, anche quando pensiamo che la nostra indipendenza sia al tempo stesso la nostra solitudine e scegliamo di vivere da donne libere e dunque di assecondare liberamente la nostra natura). E sarebbe bello anche se qualcuno ci desse una medaglia al traguardo per aver tenuto su le mutande per tutta la vita con qualunque uomo che fosse, a qualunque livello, impegnato con altra donna, dalla condivisione del talamo nuziale a quella della tessera Fidaty dell’Esselunga (poi però magari allestiamo un pool di psicologi e assistenti sociali che spieghi che il problema non è solo la responsabilità dell’amante, ma soprattutto la co-responsabilità del marito/fidanzato).

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Per cui, con il benestare di tutte le bravissime, santissime, morigerate e integerrime colleghe vagine che non si sono mai trovate in una posizione simile e mai vi si troveranno, mi sembrava interessante parlare di una condizione che noi donne spesso ci troviamo a vivere, ovvero quella di amante.

L’esperienza di essere amante è psico-antropologicamente costituita da 2 Fasi distinte: Fase Top e Fase  Bottom. Sia chiaro che dalla nostra analisi escludiamo le liason ludiche, più o meno occasionali e circoscritte, tenendo in esame invece quelle situazioni in cui una ripetuta serie di liason ludiche origina una vera e propria relazione parallela (in genere è una relazione se vi sentite frequentemente e se copulate con cadenza più o meno regolare).

FASE TOP –> è la prima, l’inzio, di variabile durata, in genere non supera i 10 mesi. La tentazione, il flirt, l’adrenalina, il cedimento. L’eccitazione. La trasgressione. La passione. In questa fase essere amante è gagliardissimo. Lui ti desidera da impazzire, sei tutto ciò che gli manca nella quotidianità, sembra che siate anime gemelle con cui la vita ha giocato, facendovi incontrare troppo tardi. Ma meglio tardi che mai. Libido. Hotel di lusso. Weekend fuori. Quanto sei sgamata tu, hai capito tutto, ti prendi il meglio: cene fuori, regali, sesso pazzesco e non devi nemmeno ascoltarlo la sera quando ti ammorba parlandoti dei problemi che ha avuto a lavoro!

FASE BOTTOM –> Non ti risponde al telefono, sparisce nei weekend, quando ne hai bisogno non c’è. Sei stupida. Meriti di più. Ti accontenti di poco. Quando avrai la tua famiglia? Perdi ancora tempo.  Sei entrata nella norma. Non hai un cazzo di eccezionale. Sei la seconda e vieni dopo le serate in famiglia, dopo il corso di equitazione di GianGiorgio Maria, dopo le vacanze a Cortina. Sai che vivo in questa situazione. Comprendimi. Dammi tempo. La lascerò. Con te sarà diverso. Piangi. Soffri. Lui è solo un cagasotto. Lo ami. Ti detesti. Lo detesti. Le tue amiche scelgono abiti da sposa. Tu sei l’altra. E’ una bella merda essere amante in questa fase.

Ciò che i più ignorano è che le due fasi sono immediatamente attigue. Non esiste, infatti, nessuna amante che sarà per sempre alle stelle e nessuna amante che sarà da principio alle stalle. Prima c’è il Top. Poi c’è il Bottom. E’ inevitabilmente così. E lo stesso uomo che ti aveva fatta sentire la donna più fottutamente agognata di questo pianeta marcio, potrebbe farti sentire la più disgraziata delle vagine del terzo mondo emotivo. Succede e basta, come naturale evoluzione di questo tipo di rapporti.

Esiste un momento, tuttavia, in cui potete ancora salvarvi, che è come alzarsi dal tavolo da gioco quando si è in attivo, per non perdere Filippo con tutto il panaro: quando vi dice “Ti amo” la prima volta. Dovete raccattare armi e bagagli e mollare. Perché è finita la partita, si è aperto al sentimento. Voi vi sentirete un po’ spaventate, sovreccitate, come delle Cenerentole post-moderne e disilluse che per un secondo muoiono dalla voglia di credere ancora alla Fata Turchina. Col cazzo! Armi e bagagli e mollare!

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Niente stronzate come “La mia vita”, “La tua vita”, “E’ un momento difficile”, “Voglio viverti” che a me “Voglio viverti” proprio mi faceva uscire il sangue dal naso. Se mi vuoi vivere, vivimi. Sai dove sono. Regolati di conseguenza. O pensi di vivermi tutta la vita nello sgabuzzino con gli ospiti di là?

Sia chiaro che per recidere a cavallo delle due Fasi, quando sarete all’apice, dovrete essere decise. Tagliare sul suo “Ti amo” vi sembrerà duro e insensato, vi sembrerà di squagliarvela proprio nel momento in cui il vostro clandestino amore da Uccelli di Rovo potrà spiccare il volo. Minchiate. Pochi tentennamenti, di grazia, perché appena lui percepirà che vi state allontanando, che non siete più il suo gingillo h24, appena sentirà di non avere più mandato sulla vostra vita e sulla vostra sessualità, rilancerà. Con cose clamorose, tipo: “Me ne vado di casa” e, qualora non bastasse: “Vorrei un figlio da te”. Non cascateci, altrimenti affonderete nella Fase Bottom. E tenete a mente che, mentre ve lo dice, sta per fecondare la moglie, l’altra, la prima, quella ufficiale, quella che lui (qualora sposato) – in piena capacità di intendere e di volere – ha scelto come compagna di vita, sancendolo davanti alla legge.

Morale della favola: essere amanti capita, perché sappiamo che capita. Quello che possiamo fare, qualora ci si trovi nella situazione, è tenere alta la guardia per non sfociare nella Fase Bottom. Avere la forza di mordere la vita e proseguire.

Fiduciose del fatto che, se quell’uomo davvero ci piace e se lui davvero ci ama, perché alcuni forse a volte ci amano davvero, capirà che vita vogliamo vivere e si adopererà per costruirla e viverla.

Così come verrà: con i suoi limiti, e le sue imperfezioni, e le sue incoerenze.

Con noi.

In settimana. Nel weekend. A Capodanno. E a Ferragosto.

 

ps: qui ho parlato degli Addii al Nubilato, tra l’altro. 

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Come Fossero Falene

25 novembre:

Giornata Internazionale Contro la Violenza Sulle Donne.

E’ un mondo strano un mondo in cui esistono delle giornate per ricordare quei 3 concetti in croce che dovrebbero regolare l’umana civiltà. Cose come che non è giusto sterminare popoli in nome di un’ideologia razziale/religiosa/politica; oppure che l’amore è amore indipendentemente dall’orientamento sessuale; oppure che le donne non si ammazzano come fossero falene.

Io del femminicidio e della violenza ho già parlato, più volte, quindi non starò qui a raccontare della bestialità dei carnefici, dei numeri, dei trend positivi e negativi della serie: “Piazza Affari si sveglia con segno + stamattina, grazie alle azioni del femminicidio”. Non starò qui a parlare delle storie reali, dei nomi, dei volti, dei sogni spezzati, delle milze staccate, delle ossa rotte, della carenza di centri antiviolenza, dei buchi legislativi. Non voglio parlare del morso che prende lo stomaco ogni volta che si legge che ne hanno ammazzata un’altra, perché aveva l’ascendente sbagliato o perché su Facebook aveva messo like alla pagina di Gabriel Garko. E non voglio nemmeno parlare di quanto spesso, queste, non siano altro che tragedie preannunciate, che si compiono come manco le profezie di Nostradamus, in un tessuto sociale di fattura sempre più misera, sempre più sfibrato nella sua trama.

L’unica cosa che riesco a ripetermi, oggi, una volta ancora, anno dopo anno, è che bisognerebbe agire sulle cause, oltre che sugli effetti. Che bisognerebbe operare a monte, non a valle. Che bisognerebbe insegnare prima, non solo sensibilizzare poi. Che bisognerebbe educare alla bellezza, alla gentilezza, alla misura, all’autocritica, alla consapevolezza di sé, all’analisi.

L’unica cosa che riesco a ripetermi è che gli uomini che compiono queste azioni (che pure considero uomini di merda e mi spiace per il paragone tutto sommato offensivo per la merda, che in fin dei conti è una sostanza organica molto più dignitosa di questi soggetti), ecco l’unica cosa che riesco a ripetermi è che questi uomini sono figli di qualcuno. E che la cosa più importante che possiamo fare come donne è educare i nostri figli, con l’aiuto e la co-responsabilità dei nostri compagni, certo, ma con una sensibilità in più. Nostra. Di genere. Che, forse, nell’anno del signore duemilaquattordici, siamo tenute ad avere.

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Educarli emotivamente con estrema priorità al rispetto per tutti, incluse le donne (anche se alcune sono deboli, anche se alcune non reagiscono, anche se alcune si vendono, anche se alcune concedono, anche se alcune perdonano, anche se alcune si spogliano, anche se alcune giustificano, anche se alcune nascondono, anche se alcune accettano). Instillare e alimentare in loro una cultura sana: della non-violenza, del dialogo, della tolleranza, della dignità umana. Insomma, pilastri imprescindibili, l’entry level della civiltà, l’abc che forse abbiamo perso di vista.

Tipo che le donne non si guidano come fossero automobili.

Che le donne non si buttano come fossero vecchi jeans.

Che le donne non si usano come fossero un utensile.

Che le donne non si pesano come fossero vacche.

Che le donne non si scambiano come fossero scarpe.

Che le donne non si giocano come fossero una mano a Poker.

Che le donne non si nascondono come fossero debiti.

Che le donne non si addestrano come fossero cani.

Che le donne non si reprimono come fossero flatulenze.

Che le donne non si sostituiscono come fossero batterie scariche.

Che le donne non si ostentano come fossero un Rolex.

Che le donne non si comprano come fossero un decoder mediaset premium.

Che le donne non si giudicano come fossero tetteculoebasta.

Che le donne non si spengono come fossero una radio.

Che le donne non si smontano come fossero Lego.

Che le donne non si rinchiudono come fossero ostaggi.

Che le donne non si manipolano come fossero marionette.

Che le donne non si insultano. Che le donne non si mortificano. Che le donne non si ignorano. Che le donne non si assillano. Che le donne non si spaventano. Che le donne non si minacciano. Che le donne non si discriminano. Che le donne non si perseguitano. Non si maltrattano. Non si offendono. Non si picchiano. Non si emarginano.

Che le donne non si massacrano.

Che le donne non si stuprano.

Che le donne non si calciano. Non si spingono. Non si accoltellano. Non si strangolano.

Che le donne non si incendiano.

Che le donne non si sciolgono nell’acido.

Che le donne non si lanciano giù dal decimo piano.

Che le donne non si mutilano.

Che le donne non si fanno a pezzi.

Che le donne non si abbandonano nei fiumi.

Che le donne non si seppelliscono nei campi.

Che le donne non s’ammazzano come fossero falene.

 

*messaggio per la Lega Italiana Protezione Falene:

non ho nulla contro il succitato insetto e non ne ammazzo mai perché a casa ho le zanzariere e non entrano.  

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Questione di Target

Si è verificato un evento paranormale di recente: mi è piaciuto un tipo.

Un tipo da jeans e t-shirt, un tipo da concerto al Carroponte, uno del genere “maschio etero inequivocabile“, di quelli che giocano a calcetto e che hanno la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

Mi piaceva lui e mi piacevano le nostre conversazioni ricche di allusioni e doppi sensi. Mi piaceva scoprirci lentamente. Mi piaceva che avessimo amici in comune. Mi piaceva non aver mai visto una foto del suo pene via whatsapp. Mi piaceva che era nordico e diverso da me, perché è challenging uno nordico e diverso da me. Mi piacevano gli occhi nerissimi che, secondo la mia alterata e delirante sensibilità vaginale raccontavano di lui molto più di quanto non facessero le sue parole. Mi piaceva la sua riservatezza sul passato. Mi piaceva la sensazione che si potesse parlare con lui prima e dopo il sesso. Mi piacevano le cose che diceva. Mi piacevano le cicatrici che non vedevo ma che intuivo. Infine, mi piaceva il fatto che mi piacesse perché, diobbuono, a me non piace mai nessuno.

Mi piaceva e quando siamo andati a letto insieme ho avuto una sensazione bizzarra: come se lo volessi davvero. Come se non mi importasse di una performance da Brazzers. Come se avessi proprio voglia di stare con lui, qualunque cosa fosse.

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Mi piaceva e l’ho assecondato, senza forzare nulla. E non per una mera questione di strategia, non perché tutti mi hanno svangato le ovaie con questa storia che se fai la femmina alpha li spaventi, te li magni, metti in discussione la loro virilità. Come se poi una femmina alpha non fosse al tempo stesso una femmina beta, una femmina teta e una femmina omega. No. Il motivo per cui ho voluto lasciarlo fare, non condurre, non assumere la mia proverbiale vena totalitaria, è che per la prima volta dopo ere geologiche mi sono chiesta cosa volesse lui, oltre a chiedermi cosa volessi io. Senza bisogno di dimostrare un cazzo. Solo di esserci. Esserci per condividere qualcosa. Una bottiglia di vino. Una playlist. Una discreta dose di fluidi organici. Un concerto. Un po’ di malinconia. Una cena. Qualche risata. Fin quando ci fosse andato.

E in tutto questo mi sono fatta un film meraviglioso, coadiuvata da uno struggente premestruo, sul fatto che a un certo punto è normale andarci piano. Sul fatto che abbiamo tutti le nostre escoriazioni nell’anima. Sul fatto che forse non abbiamo nemmeno bisogno di raccontarcele, perché le conosciamo già, anche se sono diverse, che in fondo sono tutte uguali.

Insomma, stavo per salpare nelle acque del vaginismo estremo, quando mi sono accorta che questo tipo che mi piaceva così eccezionalmente aveva un macroscopico difetto: non gli piacevo altrettanto.

L’evidenza ha naturalmente suscitato in me un passeggero disappunto ma, contravvenendo a uno dei postulati fondanti del vaginismo, non mi sono fulminata i neuroni per capire la recondita e imponderabile ragione in virtù della quale costui non fosse letteralmente impazzito di fascinazione per me.

Cosa importava, del resto, della causa, se l’effetto era quello? Cosa importava se non ero abbastanza, oppure se ero troppo, oppure se ero assai meno figa di tutte le altre che aveva in ballo, oppure se non era il momento giusto per condividere sudori e pensieri? Cosa importava se dopo esserci toccati, baciati, spogliati, scivolati l’uno nell’altra, il massimo di cui riuscivamo a parlare era Expo2015?

Così ho capito che in questa giostra individualista ed egoriferita, che è la singletudine metropolitana, comprendere il target è fondamentale. Un po’ come nel lavoro: puoi presentare il progetto più straordinario, ma se non è un progetto centrato, il cliente non avrà mai budget, il fee non lo porterai mai a casa e avrai solo sprecato tempo ed energie sul tuo timesheet sentimentale.

E il tempo è un bene prezioso. Più di qualsiasi uomo.

Persino di uno del genere “maschio etero inequivocabile” con la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

 

ps: intanto ho parlato dell’Amore Iperconnesso qui!

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Quasi 29. Quindi quasi 30.

Sta arrivando il mio compleanno. Compirò 29 anni. Quasi 30.

Per portarmi avanti ho riflettutto su cosa cambia dai 20 ai 30.

1. IL LAVORO

A 20 anni sei sicura che diventerai una donna manager e che questo sarà fico. Avrai il tuo telefono aziendale, il tuo computer aziendale, la tua auto aziendale. Farai riunioni di lavoro, presentazioni, viaggi, telefonate in inglese. Guadagnerai più dei tuoi genitori che, non a caso, ti stanno facendo studiare. E, siccome sei brava, sicuramente riceverai le gratificazioni che meriti.

A 30 anni parli di quanto vorresti mandare a cagare tutto e trasferirti in provincia a coltivare l’orto. Di fatto lavori più dei tuoi genitori e guadagni meno. Ti scopri, talvolta, a detestare l’emancipazione femminile, di cui ti consideri una vittima. E, nei momenti più oscuri, arrivi a pensare che tuo padre avrebbe dovuto pagarti la liposuzione, invece dell’università. Oppure che, quando eri piccola, invece che lasciarti a scrivere poesie sul diario di Leonardo di Caprio, tua madre avrebbe dovuto obbligarti a fare un corso di, cazzonesò, danza hip hop. Così oggi saresti tonica e fidanzata con un bel calciatore del Bari. Frustrated Business Woman

 

2. GLI UOMINI

A 20 anni ti senti gagliarda. Sei giovane e libera di amare. Hai tutto il tempo per vivere relazioni assurde, per consumarti in passioni sbagliate, tanto è chiaro che arriverà lui, prima o poi, quello brillante e affascinante, chissà chi sarà, che tu lo amerai e che ti amerà, che ci crescerai insieme. Chissà cosa farà. Chissà in quale città vivrete. Non importa che tu sia fidanzata a 20 anni. Sicuramente non sarà lo stesso uomo quando ne avrai 30. Lo sai. Ma in ogni caso, chiunque egli sia, sarà un uomo fortunato, su questo non c’è dubbio. A 20 anni, di base, te la profumi.

A 30 anni se la profumano loro, gli uomini. Anche i cessi, quelli che al liceo non hanno mai visto un pelo pubico che non fosse il loro, pure quelli, si sono fatti crescere la barba e sono stati promossi al rango di “tipi”. Tu, nel frattempo, ti accorgi che i brillanti e gli affascinanti sono tipo l’aurora boreale, che quasi tutti i normali sono colonizzati dai progetti esistenziali di altre donne e che gli altri ti fanno preferire piuttosto l’idea di prendere un gatto. Ti rendi conto che probabilmente non avrai mai accanto un uomo come lo sognavi 10 anni prima. Te ne stai. Al massimo ti apri un blog in cui parli della vita da single.

3. COME STAI? I TUOI?

A 20 anni quando gli amici ti chiedono “Come stai?” vogliono essenzialmente sapere con chi stai ciulando in quel periodo, se ti piace, se ti ama più o meno di quanto lo ami tu. Quando ti chiedono “I tuoi?”, si riferiscono al fatto che ancora non hai dato l’esame di economia politica, oppure al fatto che te ne vuoi andare in vacanza ad Amsterdam con quel fattone che ti piace.

A 30 anni quando gli amici ti chiedono “Come stai?” intendono “Come va con il lavoro?”, anche nella versione “Hai trovato lavoro? Stai facendo colloqui?”. Talvolta, tuttavia, la domanda può anche significare: “Come stanno i tuoi 3 fibromi all’utero?”. Quando, invece, ti chiedono “I tuoi?”, stanno facendo riferimento a quell’artrosi, a quel glaucoma, a quell’ischemia, a quell’Alzheimer o a quel tumore (specie se sono di Taranto, città dove si fumano notoriamente troppe sigarette – cit).

4. L’ESTATE

A 20 anni l’estate inizia a metà luglio e finisce con la sessione di settembre.

A 30 anni quando gli amici ti chiedono “Che fai quest’estate?” intendono dire “Torni giù le due centrali di agosto?”, ammesso che il destinatario della domanda sia terrone. Nel caso in cui fosse nordico, la domanda starebbe per “In quale straordinariamente esotico viaggio, un-po’-mare-un-po’-avventura, ti cimenterai nelle due centrali di agosto?”

5. I SOLDI

A 20 anni lavori come promoter per 4 giorni e con la paga vai a farti una settimana a Barcellona a trovare il tuo amico in Erasmus.

A 30 anni lavori tutto l’anno e con la paga ci paghi le tasse, la casa, l’assicurazione della macchina, le visite mediche, l’idraulico e tutta un’altra serie di spese che arrivano fino alla carta igienica Scottex.

6. I VIAGGI

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A 20 anni vai a Ibiza, la sera esci all’1, torni alle 10 del mattino, vai a letto, ti svegli alle 17 e non vai al mare nemmeno una volta.

A 30 anni vai a Ibiza per incontrare la cultura hippy, scovare calette nascoste, cenare alle 20 con la paella e il vino bianco in riva al mare. A ballare ci vai un paio di volte per non sentirti vecchio. Comunque al Pacha. Lo schiuma party è solo un ricordo infernale di una gioventù incerta. E comunque in ferie hai anche bisogno di rilassarti e riposarti. Cazzo. L’anno prossimo, le terme.

7. SABATO SERA/CAPODANNO/FERRAGOSTO

A 20 anni il sabato sera è costituzionalmente proibito restare a casa. A capodanno bisogna festeggiare e ubriacarsi e scopare, che se no porta sfiga. Ma il meglio è ferragosto: che si fa la nottata in spiaggia, il bagno a mezzanotte, si beve, si limona stesi sugli asciugamani fradici dell’umido della notte e si torna a casa all’alba, morti di freddo, con i plaid addosso.

A 30 anni il sabato sera a casa nasconde un oscuro e incomparabile piacere. Capodanno ti ubriachi ugualmente ma all’1.30 collassi, dopo aver vomitato, e ti addormenti. A Ferragosto vai a una grigliata alla villa dei tuoi amici che si sposano l’anno prossimo.

8. IL GUSTO

A 20 anni abusi del cosiddetto fuck-me-outfit: indossi minigonne rasofica aderenti e tacchi a spillo 10 cm come se non ci fosse un domani. Sei inoltre capace di bere vodka comprata al discount, mischiata con una sottomarca della lemonsoda, che comunque è un passo avanti rispetto a quando bevevi la vodka alla frutta (preferibilmente “pesca” o “melone”).

A 30 anni anni non vuoi attirare particolarmente l’attenzione, allunghi le gonne, abbassi i tacchi o quanto meno eviti la combo da marciapiede. Soprattutto, la vodka deve essere Absolut.  

9. LA CURA DI Sé

A 20 anni mangi kebab, pizze, brioche con la nutella alle 5 del mattino senza alcuno scrupolo. L’unica crema che spalmi sul corpo è il doposole Coppertone, dopo un’ustione di terzo grado al sole di agosto. Piastri i capelli un giorno sì e l’altro pure, lamentandoti che sono troppi.

A 30 anni ti fai arrivare a casa la cassetta con le verdure di stagione, compri prodotti bio e limiti il consumo di carne. Usi lo scrub, la crema anticellulite, il contorno occhi, la mascherza una volta alla settimana, la crema idratante, la crema mani. Accendi una candela per ogni ciocca di capelli che perdi, pregando di non fare la fine di Sandro Mayer.

10. IL SESSO

A 20 anni il sesso può essere straordinario.

A 30 anni può persino migliorare.

***

Morale della favola:

Era quasi tutto meglio a 20 anni, se non fosse che ora conosco il mio punto G.

ps: non fatemi gli auguri in anticipo, che porta sfiga!

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Il porno non è la verità

Gli uomini sono notoriamente eccellenti consumatori di porno.

Per certi periodi della loro vita il porno che consumano è di gran lunga superiore rispetto alla quantità di sesso reale che praticano e ciò succede fin dalla più tenera età (oddio, magari i preadolescenti di oggi fanno acrobazie che manco i trapezisti del Circo Togni sotto cialis, però insomma, ci siamo capiti).

Ora, se vero è che anche le vagine dovrebbero guardare il porno (e molte lo fanno), non fosse altro che per cultura generale, con un intento come minimo educational, è pur vero che esistono uomini ai quali bisognerebbe inculcare un precetto di fondamentale importanza: il porno non è la verità.

Scopriamo insieme perché:

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1. Se non sei una campionessa di triathlon, quella posizione da porno squat in cui lei sta sopra di lui, dandogli le spalle e saltando come una cavalletta in overdose di anfetamine, non è percorribile per più di uno o due minuti. Tre, mi voglio rovinare.

2. Quelle che gemono come le pazze tipo “oh yeah, ye-ye-ye-ye-ohhwwww-yesssssss” perché stanno ricevendo un ditalino con l’indice, stanno recitando.

3. Se pensate che sia lecito praticare soffoconi selvaggiamente e senza preavviso, siate consapevoli del fatto che rischiate ogni volta di essere accusati di omicidio preterintenzionale.

4. Le donne reali, a meno che non si cospargano il corpo di fondotinta, può succedere che abbiano lividi, follicoliti, capillari, peli incarniti e altre imperfezioni cutanee. Anche senza che le vediate in HD.

5. Chiavare in piedi, frontalmente, come un koala sull’eucaliptus, solo se voi siete un rugbista e lei è sotto i 50 kg. Viceversa finite al pronto soccorso e poi in una puntata di Tutta colpa del Sesso su Real Time. Oppure, solo se siete in acqua. Tipo al mare. Possibilmente senza farvi cogliere in flagrante da tutta la spiaggia perché no, non partirà un’orgia. Al massimo chiamano i carramba.

6. Noi donne amiamo le nostre scarpe e non vi praticheremo una stimolazione prostatica con il tacco delle decolté nere scamosciate. Mettetevi l’anima in pace.

7. Il culo è un muscolo, come il cuore, richiede allenamento e preparazione atletica. Manco Totti scende in campo senza riscaldamento, fate vobis.

8. Le sforbiciate solo se siete ben dotati. Ben dotati realmente, non secondo la vostra personale suggestione.

9. La carriola la faceva soltanto Soldato Jane. Con Bruce Willis, per l’appunto.

10. Lo squirting non è necessariamente come le Fontane Danzanti di Barcellona, come uno tsunami, come il super-liquidator o come la Fonte Toka di Monticchio dell’acqua effervescente naturale Gaudianello.

11. Ciucciarvi l’alluce solo se siete Rocco Siffredi al massimo del suo splendore. Cioè proprio tu, Rocco, se mi leggi batti un colpo. O anche mille.

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ma soprattutto:

12. Nella vita reale i rapporti non finiscono necessariamente e sistematicamente con il facial e, in generale, il frutto del vostro piacere non è burro di karité e nemmeno olio di argan. Prendetene coscienza e regolatevi di conseguenza.

Detto ciò, come sempre ricordiamo, emulando quella santa donna di mia madre: “dove c’è gusto non c’è perdenza”. Insomma, tutto è lecito se piace a entrambi, da stendere il bucato con le mollette sui vostri capezzoli, al farsi impacchi di umori genitali. Basta essere chiari, rispettare se stessi e il partner.

Però, di grazia, prima di aver scoperto quali pirotecnici giochi erotici vi interessa fare con la gentile pulzella cui v’accompagnate nell’atto sessuale, ecco tenete per piacere bene a mente che la vita non è un film porno.

Purtroppo.

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Le 3 fasi di Gestione dello Stronzo

C’è uno specifico esemplare d’uomo con il quale non esiste donna sul Globo che non abbia dovuto confrontarsi almeno una volta nella vita: lo stronzo. Dicesi “Stronzo” qualunque maschio intento ad assumere in maniera deliberata, financo inconsapevole, atteggiamenti urticanti nei confronti della vagina (che, si sa, è per definizione molto delicata e suscettibile).

Di fatto non importa che tu sia Courtney Love oppure Suor Germana, prima o poi, di sicuro, in uno stronzo ci incappi. Un po’ come con la varicella, te la fai di sicuro. Come una tappa della crescita, come l’esame per certificare la tua expertise in campo sentimentale, se non sei mai stata sotto per uno stronzo, dopotutto, chiminchiasei?

Naturalmente, la reazione allo Stronzo cambia nel tempo, pur lasciando sempre inalterato quel minimo comune denominatore di incredulità e indignazione di fronte all’evidenza che, chiunque egli sia, non fa le piroette ai nostri piedi di Sovrane Indiscusse dell’Universo.

Scientificamente sono state documentate tre fasi esistenziali di Gestione dello Stronzo, in donne di età compresa tra i 15 e i 50 anni.

FASE 1 – dai 12 ai 19 anni: LA DISPERAZIONE

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Dalla pre-adolescenza agli anni del liceo, lo stronzo investe completamente il nostro essere. Ci straccia l’anima e ci ribalta, ci fa piangere con i singhiozzi, ci fa scrivere pagine e pagine di minchiate imbarazzanti, ci fa passare ore interminabili al telefono con le nostre amiche a parlare sempre ed esclusivamente di quanto sia stronzo lui che, però, ci piace così tanto perché lo amiamo in modo assurdo da morire. Lo Stronzo, nella Fase 1, ci debilita più di un’infezione gastrointestinale e ci fa ascoltare “Amore Bello” di Claudio Baglioni a tutto volume, senza provare un pur minimo briciolo di imbarazzo.

Del resto siamo in quella fase della vita in cui il nostro bisogno di legittimazione virile è al massimo storico e, se riceviamo piccoli segnali negativi, ne va di tutto il nostro ego. Per quello soffriamo in quel modo scomposto e viscerale, perché la sua stronzaggine mina la nostra presenza a noi stesse.

FASE 2 – dai 20 ai 26 anni: IL SOFISMA

Negli anni universitari lo stronzo assume un peso differente nelle nostre vite. Noi siamo cresciute, spesso siamo andate via di casa, siamo – per quanto acerbe – molto più consapevoli di noi stesse e questo ci permette di non subire lo Stronzo, bensì di affrontarlo e sfidarlo, di prenderlo per le palle e frantumargliele! E’ un periodo meraviglioso della vita, quello, in cui il tempo libero abbonda, il coraggio verso il mondo è enorme perché in quegli anni pensi che il mondo sia fare serata e prendere 28 a un esame. Insomma, siamo gagliarde e quindi abbiamo tutti gli strumenti per applicarci! Se lui non ci ama, lo innamoreremo!

Tipicamente, dunque, nella Fase 2 si sprecano ore di discussioni, giornate di polemiche, settimane di pugnette mentali auto-indotte e imposte al disgraziato di turno (che se non ti lascia parlare a voce, vuoi non scrivergli 4 cartelle Word, interlinea singola, carattere 10, per esprimergli il tuo punto di vista?). Abbondano in questo periodo i velleitari tentativi di cambiare lo Stronzo in questione perché, inevitabilmente, dovrà accorgersi che siamo le migliori per lui, perché lo siamo, e ci amerà come lo amiamo noi. Per sempre. Nei secoli dei secoli. Amen.

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FASE 3 – dai 27 anni in poi: MASTICAZZI

Quando ti incammini verso i 30 anni, hai un altro punto di vista sulle cose. Ormai sei grande abbastanza da aver brevettato lo stronzometro, un dispositivo cerebrale che ti permette di individuare subito il tipo di Stronzo, quando ne becchi uno: lo Stronzo Old School, lo Stronzo Digitale, lo Stronzo Seriale, il Wannabe Stronzo (perché m’hanno detto che stronzo è fico). Poche palle. Verso i 30 sei molto più sicura di te e lo sei al punto da conoscere le tue fragilità e accettarle come naturale contraltare di tutto il resto. Per questo motivo lo stronzo in questa fase della vita ci annoia. La sua scapestratezza sentimentale non è più un nettare emotivo per la nostra psiche vaginale e la spinta formativa data dal confronto con lo stronzoide l’abbiamo esaurita almeno 5 anni prima. Lo Stronzo a questo punto non aggiunge niente, non ci completa e ci fa al massimo perdere tempo.

Per carità, il fascino dello Stronzo è un grande classico della vaginografia contemporanea, un carisma intramontabile nel quale può succedere a volte di ricadere. Ciò che cambia, in noi, sono i tempi di reazione. Rispetto a quando eravamo pischelle, adottiamo il protocollo “Masticazzi”,  gli tagliamo la testa e bon, ciaoproprio, stronzo sei e stronzo resterai, adesso lo so che, non essendo la Madonna di Madjugorie, non ho il potere di redimerti. Non mi interessa quale traume psico-sodomo-cerebrale abbia condizionato il tuo sviluppo. Cordialmente, addio.

Perché sì, cazzo, è ora di sfatare questo mito sul fatto che ci piacciono gli stronzi. No. Non è del tutto vero. La verità è che gli stronzi ci ricordano di quando eravamo giovanissime e rievocano in noi un tempo sufficientemente lontano da sembrarci bello, giocano con la nostra nostalgia vaginale. La verità è che confrontarsi con uno Stronzo è molto più semplice che confrontarsi con un Uomo. La verità è che uno stronzo non ci obbliga a diventare migliori, a superare i nostri limiti, e i suoi, passando dalla relazione di fantasia a quella reale. La verità è che lo Stronzo non ci impegna.

E non è che quando eravamo ragazzine amare era più facile.

E’ solo che allora eravamo disposte ad amare uno Stronzo, mentre oggi pretendiamo di amare un Uomo.

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Schizofrenia Single

Essere single è come camminare sui tacchi alti. Ci sono volte che ti senti ultra-femminile e strafica, e altre che cammini come uno struzzo con le emorroidi, maledicendo il dolore ai piedi. Certe volte si cade persino. Si prendono storte. E si continua, sempre, oscillando tra la sensazione di essere libera e indipendente e l’idea di essere una disgraziata alla deriva, in un mare magnum di sesso occasionale e matrimoni altrui.

Dipende. Dipende sempre. Dalla situazione, dal clima, dal premestruo. Dipende.

La cosa certa è che siamo tutte affette – chi più, chi meno – dalla Schizofrenia Single, disturbo patologico per il quale shiftiamo con estrema disinvoltura dal mood “Gagliardissimo essere single giacché mi posso portare un 25enne a casa” al mood “Morirò sola, grassa e strafatta di Lexotan, guardando Chi l’ha Visto su rai3″.

In questi casi è fondamentale avere almeno un’amica che sia single (o che lo sia stata abbastanza a lungo da capire perfettamente cosa proviamo). Un’amica che sia lì, senza giudicarci e senza compatirci, a ricordarci di vivere alla giornata quando siamo over-entusiaste per qualche stronzata legata all’universo maschile; e che sia sempre lì, a spiegarci che il mondo è ancora bello, quando siamo over-depresse per qualche stronzata legata all’universo maschile. Qualcuna che ci intimi di non smettere mai di essere padrone di noi stesse, di non illuderci come Cenerentola sotto mdma, ma nemmeno di essere ciniche come Crudelia Demon pippata fino alla cima dei capelli bianchi e dei capelli neri.

Ma soprattutto, è fondamentale avere sempre qualcuno che – quando noi lo perdiamo di vista – ci ricordi che essere single è uno stile di vita, e che quello stile di vita ci mancherà, se e quando, un giorno mai, saremo accoppiate.

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Ne parlavo l’altra sera con una mia amica single, che era nella sua fase lunare “gli-uomini-sono-tutti-stronzi-io-non-troverò-mai-nessuno-la-vita-è-una-merda”, alché ho voluto farle notare quelle banalità della sua vita che sono, invero, preziose assai.

Per esempio:

1. Svegliarsi alle 12 al weekend –> sembra una cazzata, ma non lo è. Metti che ti ritrovi un iper-attivo compulsivo che alle 8 del sabato mattina è già sveglio e vegeto e s’aspetta di averti altrettanto sveglia e altrettanto vegeta per intraprendere attività di qualsivoglia genere e natura in una fascia oraria – la mattina – che per te è più ignota e più misteriosa del mistero di Ustica. Per carità, saremo innamorate e lo faremo, svegliarci alle 5 del mattino per andare in montagna a fare trekking in giornata, eh. Ma finché possiamo svegliarci alle 12 per andare a fare shopping, tanto meglio.

2. Alimentazione –> la libertà di mangiare quello che vuoi, quando vuoi e dove vuoi, per cui nessuno ti giudicherà un ibrido tra una donna e una scrofa se deciderai di mangiare un pacchetto di biscotti al cioccolato nel letto alle 2 di notte. Certo, non si fa, mangiare a letto è sbagliato, le briciole cazzo, povere madri che hanno invano tentato di insegnarci le buone maniere. Ma di fatto, se ora vuoi farlo, puoi farlo. Così come ora, se vuoi, puoi andare in palestra di domenica alle 13, fare allenamento, bagno turco, sauna, fanghi e idromassaggio, invece che cucinare il ragù per la tua metà di mela.

3. Denaro –> un giorno spenderai i tuoi soldi per compare pannolini, pagare asili nido o baby sitter, pediatri, libri scolastici. Pertanto finché puoi spenderli per comprarti scarpe, borse, vestiti, fare viaggi, messe in piega e massaggi, beh, enjoy it e non lamentarti. E’ vero, nessuno ti regala una Miu Miu per il compleanno. Però nemmeno tu devi regalare un iPad per Natale. Pari e patta.

4. Tempo –> un giorno non avrai probabilmente nemmeno il tempo per cagare, sommersa da lavoro, casa, spesa, figli, genitori, suoceri, cognati. E no, non è che saranno rose e fiori sempre, e tu sarai comunque una donna, sempre dolcemente complicata, sempre con le ovaie, le tube, le frustrazioni e le disgregazioni connaturate al nostro delizioso modo d’essere. Quindi ora, quella possibilità di spendere 2 ore per farti la maschera facciale, lo scrub, la manicure, la pedicure, ascoltando Jeff Buckley, gustatela per bene.

5. Convivialità –> un giorno apparecchierai la tavola per un uomo che cenerà guardando la tv e che poi collasserà sul divano alle 22.30. Prima ti avrà forse parlato dei suoi problemi al lavoro e ti avrà chiesto come sia andata la tua giornata, ascoltandoti per massimo 35 secondi, poi ci sono gli highlights della partita, cazzo! Allora forse rimpiangerai quelle sere in cui se non volevi cucinare non cucinavi, in cui mangiavi un pacchetto di crackers sul divano e decidevi tu se accendere la tv, o ascoltare musica, o stare in silenzio, o scrivere, o uscire con le tue amiche a parlare di protomaschi metropolitani, o limonare contro il portone con qualsiasi quasi 40enne interrotto.

6. Sesso –> Rimpiangerai, eccome se rimpiangerai, la tua sessualità da single. Rimpiangerai persino i periodi di vacche magre, che erano sempre propedeutici di risvegli ormonali indomiti. Rimpiangerai la libertà di assecondarti senza alcun senso di colpa. Rimpiangerai le suonate d’organo col sangue agli occhi di quando si ardeva di desiderio. Ti dirai che è normale che la libido dopo un po’ cali. Il “sesso” diventerà quella mezz’ora al weekend e te la farai andare bene. Invocherai guizzi di passione. Chiamerai “trasgressione” un coito infrasettimanale. La massima perversione sarà usare un anello vibrante Durex dopo aver bevuto una bottiglia di vino bianco a cena. Svilupperai fantasie che condividerai col tuo partner, per sentirti dire: “Ma perché? A me basti tu!”, senza che faccia alcun riferimento alla sua assistente, 15 anni più giovane di te, e alle sue doti anali.

7. Riposo –> La possibilità di dormire serenamente nel tuo letto a due piazze, rotolandoti da un estremo all’altro a tuo piacimento, ti mancherà. Così come ti mancherà la qualità del riposo, il silenzio della singletudine, quando accanto avrai un maschio che russerà come un tricheco asmatico e che emetterà vibranti flatulenze sotto le tue lenzuola.

8. Flirt –> Essendo single a volte ti capita di sentirti sola o non apprezzata dal genere maschile nel suo complesso, che inspiegabilmente non crea una coda umana fuori dalla porta di casa tua, manco fossi un Apple Store il giorno del lancio dell’iPhone6. Pensa, però, che proverai a volte la medesima sensazione da accoppiata e ti sentirai invisibile mentre il tuo partner avrà iniziato a dare per scontata tutta la tua tracotante femminilità.

9. Igiene –> quando il tuo piatto doccia sarà disseminato di lunghi peli neri e quando la tua tazza del cesso sembrerà un bersaglio per lanciatori orbi di urina, voglio vedere se non rimpiangerai quando eri single.

10. Estetica –> la libertà di indossare la tuta di pile viola, in casa, a febbraio, con i capelli legati, gli occhiali da vista, completamente struccata, senza per questo spingere il tuo uomo tra le cosce di una succinta polacca, è una libertà impagabile che Mastercard in confronto ci fa le pippe.

Et voilà. Detto fatto: la panacea per la Schizofrenia Single. Usare solo sotto prescrizione vaginale. E’ un narcotico emotivo che aiuta il naturale funzionamento dell’anima, quando ci duole un poco, no, per questo fatto che a volte avremmo voglia anche noi di qualcuno che si tiri la coperta nel letto, di notte, nel sonno.

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