Quasi 29. Quindi quasi 30.

Sta arrivando il mio compleanno. Compirò 29 anni. Quasi 30.

Per portarmi avanti ho riflettutto su cosa cambia dai 20 ai 30.

1. IL LAVORO

A 20 anni sei sicura che diventerai una donna manager e che questo sarà fico. Avrai il tuo telefono aziendale, il tuo computer aziendale, la tua auto aziendale. Farai riunioni di lavoro, presentazioni, viaggi, telefonate in inglese. Guadagnerai più dei tuoi genitori che, non a caso, ti stanno facendo studiare. E, siccome sei brava, sicuramente riceverai le gratificazioni che meriti.

A 30 anni parli di quanto vorresti mandare a cagare tutto e trasferirti in provincia a coltivare l’orto. Di fatto lavori più dei tuoi genitori e guadagni meno. Ti scopri, talvolta, a detestare l’emancipazione femminile, di cui ti consideri una vittima. E, nei momenti più oscuri, arrivi a pensare che tuo padre avrebbe dovuto pagarti la liposuzione, invece dell’università. Oppure che, quando eri piccola, invece che lasciarti a scrivere poesie sul diario di Leonardo di Caprio, tua madre avrebbe dovuto obbligarti a fare un corso di, cazzonesò, danza hip hop. Così oggi saresti tonica e fidanzata con un bel calciatore del Bari. Frustrated Business Woman

 

2. GLI UOMINI

A 20 anni ti senti gagliarda. Sei giovane e libera di amare. Hai tutto il tempo per vivere relazioni assurde, per consumarti in passioni sbagliate, tanto è chiaro che arriverà lui, prima o poi, quello brillante e affascinante, chissà chi sarà, che tu lo amerai e che ti amerà, che ci crescerai insieme. Chissà cosa farà. Chissà in quale città vivrete. Non importa che tu sia fidanzata a 20 anni. Sicuramente non sarà lo stesso uomo quando ne avrai 30. Lo sai. Ma in ogni caso, chiunque egli sia, sarà un uomo fortunato, su questo non c’è dubbio. A 20 anni, di base, te la profumi.

A 30 anni se la profumano loro, gli uomini. Anche i cessi, quelli che al liceo non hanno mai visto un pelo pubico che non fosse il loro, pure quelli, si sono fatti crescere la barba e sono stati promossi al rango di “tipi”. Tu, nel frattempo, ti accorgi che i brillanti e gli affascinanti sono tipo l’aurora boreale, che quasi tutti i normali sono colonizzati dai progetti esistenziali di altre donne e che gli altri ti fanno preferire piuttosto l’idea di prendere un gatto. Ti rendi conto che probabilmente non avrai mai accanto un uomo come lo sognavi 10 anni prima. Te ne stai. Al massimo ti apri un blog in cui parli della vita da single.

3. COME STAI? I TUOI?

A 20 anni quando gli amici ti chiedono “Come stai?” vogliono essenzialmente sapere con chi stai ciulando in quel periodo, se ti piace, se ti ama più o meno di quanto lo ami tu. Quando ti chiedono “I tuoi?”, si riferiscono al fatto che ancora non hai dato l’esame di economia politica, oppure al fatto che te ne vuoi andare in vacanza ad Amsterdam con quel fattone che ti piace.

A 30 anni quando gli amici ti chiedono “Come stai?” intendono “Come va con il lavoro?”, anche nella versione “Hai trovato lavoro? Stai facendo colloqui?”. Talvolta, tuttavia, la domanda può anche significare: “Come stanno i tuoi 3 fibromi all’utero?”. Quando, invece, ti chiedono “I tuoi?”, stanno facendo riferimento a quell’artrosi, a quel glaucoma, a quell’ischemia, a quell’Alzheimer o a quel tumore (specie se sono di Taranto, città dove si fumano notoriamente troppe sigarette – cit).

4. L’ESTATE

A 20 anni l’estate inizia a metà luglio e finisce con la sessione di settembre.

A 30 anni quando gli amici ti chiedono “Che fai quest’estate?” intendono dire “Torni giù le due centrali di agosto?”, ammesso che il destinatario della domanda sia terrone. Nel caso in cui fosse nordico, la domanda starebbe per “In quale straordinariamente esotico viaggio, un-po’-mare-un-po’-avventura, ti cimenterai nelle due centrali di agosto?”

5. I SOLDI

A 20 anni lavori come promoter per 4 giorni e con la paga vai a farti una settimana a Barcellona a trovare il tuo amico in Erasmus.

A 30 anni lavori tutto l’anno e con la paga ci paghi le tasse, la casa, l’assicurazione della macchina, le visite mediche, l’idraulico e tutta un’altra serie di spese che arrivano fino alla carta igienica Scottex.

6. I VIAGGI

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A 20 anni vai a Ibiza, la sera esci all’1, torni alle 10 del mattino, vai a letto, ti svegli alle 17 e non vai al mare nemmeno una volta.

A 30 anni vai a Ibiza per incontrare la cultura hippy, scovare calette nascoste, cenare alle 20 con la paella e il vino bianco in riva al mare. A ballare ci vai un paio di volte per non sentirti vecchio. Comunque al Pacha. Lo schiuma party è solo un ricordo infernale di una gioventù incerta. E comunque in ferie hai anche bisogno di rilassarti e riposarti. Cazzo. L’anno prossimo, le terme.

7. SABATO SERA/CAPODANNO/FERRAGOSTO

A 20 anni il sabato sera è costituzionalmente proibito restare a casa. A capodanno bisogna festeggiare e ubriacarsi e scopare, che se no porta sfiga. Ma il meglio è ferragosto: che si fa la nottata in spiaggia, il bagno a mezzanotte, si beve, si limona stesi sugli asciugamani fradici dell’umido della notte e si torna a casa all’alba, morti di freddo, con i plaid addosso.

A 30 anni il sabato sera a casa nasconde un oscuro e incomparabile piacere. Capodanno ti ubriachi ugualmente ma all’1.30 collassi, dopo aver vomitato, e ti addormenti. A Ferragosto vai a una grigliata alla villa dei tuoi amici che si sposano l’anno prossimo.

8. IL GUSTO

A 20 anni abusi del cosiddetto fuck-me-outfit: indossi minigonne rasofica aderenti e tacchi a spillo 10 cm come se non ci fosse un domani. Sei inoltre capace di bere vodka comprata al discount, mischiata con una sottomarca della lemonsoda, che comunque è un passo avanti rispetto a quando bevevi la vodka alla frutta (preferibilmente “pesca” o “melone”).

A 30 anni anni non vuoi attirare particolarmente l’attenzione, allunghi le gonne, abbassi i tacchi o quanto meno eviti la combo da marciapiede. Soprattutto, la vodka deve essere Absolut.  

9. LA CURA DI Sé

A 20 anni mangi kebab, pizze, brioche con la nutella alle 5 del mattino senza alcuno scrupolo. L’unica crema che spalmi sul corpo è il doposole Coppertone, dopo un’ustione di terzo grado al sole di agosto. Piastri i capelli un giorno sì e l’altro pure, lamentandoti che sono troppi.

A 30 anni ti fai arrivare a casa la cassetta con le verdure di stagione, compri prodotti bio e limiti il consumo di carne. Usi lo scrub, la crema anticellulite, il contorno occhi, la mascherza una volta alla settimana, la crema idratante, la crema mani. Accendi una candela per ogni ciocca di capelli che perdi, pregando di non fare la fine di Sandro Mayer.

10. IL SESSO

A 20 anni il sesso può essere straordinario.

A 30 anni può persino migliorare.

***

Morale della favola:

Era quasi tutto meglio a 20 anni, se non fosse che ora conosco il mio punto G.

ps: non fatemi gli auguri in anticipo, che porta sfiga!

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Il porno non è la verità

Gli uomini sono notoriamente eccellenti consumatori di porno.

Per certi periodi della loro vita il porno che consumano è di gran lunga superiore rispetto alla quantità di sesso reale che praticano e ciò succede fin dalla più tenera età (oddio, magari i preadolescenti di oggi fanno acrobazie che manco i trapezisti del Circo Togni sotto cialis, però insomma, ci siamo capiti).

Ora, se vero è che anche le vagine dovrebbero guardare il porno (e molte lo fanno), non fosse altro che per cultura generale, con un intento come minimo educational, è pur vero che esistono uomini ai quali bisognerebbe inculcare un precetto di fondamentale importanza: il porno non è la verità.

Scopriamo insieme perché:

porno

1. Se non sei una campionessa di triathlon, quella posizione da porno squat in cui lei sta sopra di lui, dandogli le spalle e saltando come una cavalletta in overdose di anfetamine, non è percorribile per più di uno o due minuti. Tre, mi voglio rovinare.

2. Quelle che gemono come le pazze tipo “oh yeah, ye-ye-ye-ye-ohhwwww-yesssssss” perché stanno ricevendo un ditalino con l’indice, stanno recitando.

3. Se pensate che sia lecito praticare soffoconi selvaggiamente e senza preavviso, siate consapevoli del fatto che rischiate ogni volta di essere accusati di omicidio preterintenzionale.

4. Le donne reali, a meno che non si cospargano il corpo di fondotinta, può succedere che abbiano lividi, follicoliti, capillari, peli incarniti e altre imperfezioni cutanee. Anche senza che le vediate in HD.

5. Chiavare in piedi, frontalmente, come un koala sull’eucaliptus, solo se voi siete un rugbista e lei è sotto i 50 kg. Viceversa finite al pronto soccorso e poi in una puntata di Tutta colpa del Sesso su Real Time. Oppure, solo se siete in acqua. Tipo al mare. Possibilmente senza farvi cogliere in flagrante da tutta la spiaggia perché no, non partirà un’orgia. Al massimo chiamano i carramba.

6. Noi donne amiamo le nostre scarpe e non vi praticheremo una stimolazione prostatica con il tacco delle decolté nere scamosciate. Mettetevi l’anima in pace.

7. Il culo è un muscolo, come il cuore, richiede allenamento e preparazione atletica. Manco Totti scende in campo senza riscaldamento, fate vobis.

8. Le sforbiciate solo se siete ben dotati. Ben dotati realmente, non secondo la vostra personale suggestione.

9. La carriola la faceva soltanto Soldato Jane. Con Bruce Willis, per l’appunto.

10. Lo squirting non è necessariamente come le Fontane Danzanti di Barcellona, come uno tsunami, come il super-liquidator o come la Fonte Toka di Monticchio dell’acqua effervescente naturale Gaudianello.

11. Ciucciarvi l’alluce solo se siete Rocco Siffredi al massimo del suo splendore. Cioè proprio tu, Rocco, se mi leggi batti un colpo. O anche mille.

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ma soprattutto:

12. Nella vita reale i rapporti non finiscono necessariamente e sistematicamente con il facial e, in generale, il frutto del vostro piacere non è burro di karité e nemmeno olio di argan. Prendetene coscienza e regolatevi di conseguenza.

Detto ciò, come sempre ricordiamo, emulando quella santa donna di mia madre: “dove c’è gusto non c’è perdenza”. Insomma, tutto è lecito se piace a entrambi, da stendere il bucato con le mollette sui vostri capezzoli, al farsi impacchi di umori genitali. Basta essere chiari, rispettare se stessi e il partner.

Però, di grazia, prima di aver scoperto quali pirotecnici giochi erotici vi interessa fare con la gentile pulzella cui v’accompagnate nell’atto sessuale, ecco tenete per piacere bene a mente che la vita non è un film porno.

Purtroppo.

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Le 3 fasi di Gestione dello Stronzo

C’è uno specifico esemplare d’uomo con il quale non esiste donna sul Globo che non abbia dovuto confrontarsi almeno una volta nella vita: lo stronzo. Dicesi “Stronzo” qualunque maschio intento ad assumere in maniera deliberata, financo inconsapevole, atteggiamenti urticanti nei confronti della vagina (che, si sa, è per definizione molto delicata e suscettibile).

Di fatto non importa che tu sia Courtney Love oppure Suor Germana, prima o poi, di sicuro, in uno stronzo ci incappi. Un po’ come con la varicella, te la fai di sicuro. Come una tappa della crescita, come l’esame per certificare la tua expertise in campo sentimentale, se non sei mai stata sotto per uno stronzo, dopotutto, chiminchiasei?

Naturalmente, la reazione allo Stronzo cambia nel tempo, pur lasciando sempre inalterato quel minimo comune denominatore di incredulità e indignazione di fronte all’evidenza che, chiunque egli sia, non fa le piroette ai nostri piedi di Sovrane Indiscusse dell’Universo.

Scientificamente sono state documentate tre fasi esistenziali di Gestione dello Stronzo, in donne di età compresa tra i 15 e i 50 anni.

FASE 1 – dai 12 ai 19 anni: LA DISPERAZIONE

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Dalla pre-adolescenza agli anni del liceo, lo stronzo investe completamente il nostro essere. Ci straccia l’anima e ci ribalta, ci fa piangere con i singhiozzi, ci fa scrivere pagine e pagine di minchiate imbarazzanti, ci fa passare ore interminabili al telefono con le nostre amiche a parlare sempre ed esclusivamente di quanto sia stronzo lui che, però, ci piace così tanto perché lo amiamo in modo assurdo da morire. Lo Stronzo, nella Fase 1, ci debilita più di un’infezione gastrointestinale e ci fa ascoltare “Amore Bello” di Claudio Baglioni a tutto volume, senza provare un pur minimo briciolo di imbarazzo.

Del resto siamo in quella fase della vita in cui il nostro bisogno di legittimazione virile è al massimo storico e, se riceviamo piccoli segnali negativi, ne va di tutto il nostro ego. Per quello soffriamo in quel modo scomposto e viscerale, perché la sua stronzaggine mina la nostra presenza a noi stesse.

FASE 2 – dai 20 ai 26 anni: IL SOFISMA

Negli anni universitari lo stronzo assume un peso differente nelle nostre vite. Noi siamo cresciute, spesso siamo andate via di casa, siamo – per quanto acerbe – molto più consapevoli di noi stesse e questo ci permette di non subire lo Stronzo, bensì di affrontarlo e sfidarlo, di prenderlo per le palle e frantumargliele! E’ un periodo meraviglioso della vita, quello, in cui il tempo libero abbonda, il coraggio verso il mondo è enorme perché in quegli anni pensi che il mondo sia fare serata e prendere 28 a un esame. Insomma, siamo gagliarde e quindi abbiamo tutti gli strumenti per applicarci! Se lui non ci ama, lo innamoreremo!

Tipicamente, dunque, nella Fase 2 si sprecano ore di discussioni, giornate di polemiche, settimane di pugnette mentali auto-indotte e imposte al disgraziato di turno (che se non ti lascia parlare a voce, vuoi non scrivergli 4 cartelle Word, interlinea singola, carattere 10, per esprimergli il tuo punto di vista?). Abbondano in questo periodo i velleitari tentativi di cambiare lo Stronzo in questione perché, inevitabilmente, dovrà accorgersi che siamo le migliori per lui, perché lo siamo, e ci amerà come lo amiamo noi. Per sempre. Nei secoli dei secoli. Amen.

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FASE 3 – dai 27 anni in poi: MASTICAZZI

Quando ti incammini verso i 30 anni, hai un altro punto di vista sulle cose. Ormai sei grande abbastanza da aver brevettato lo stronzometro, un dispositivo cerebrale che ti permette di individuare subito il tipo di Stronzo, quando ne becchi uno: lo Stronzo Old School, lo Stronzo Digitale, lo Stronzo Seriale, il Wannabe Stronzo (perché m’hanno detto che stronzo è fico). Poche palle. Verso i 30 sei molto più sicura di te e lo sei al punto da conoscere le tue fragilità e accettarle come naturale contraltare di tutto il resto. Per questo motivo lo stronzo in questa fase della vita ci annoia. La sua scapestratezza sentimentale non è più un nettare emotivo per la nostra psiche vaginale e la spinta formativa data dal confronto con lo stronzoide l’abbiamo esaurita almeno 5 anni prima. Lo Stronzo a questo punto non aggiunge niente, non ci completa e ci fa al massimo perdere tempo.

Per carità, il fascino dello Stronzo è un grande classico della vaginografia contemporanea, un carisma intramontabile nel quale può succedere a volte di ricadere. Ciò che cambia, in noi, sono i tempi di reazione. Rispetto a quando eravamo pischelle, adottiamo il protocollo “Masticazzi”,  gli tagliamo la testa e bon, ciaoproprio, stronzo sei e stronzo resterai, adesso lo so che, non essendo la Madonna di Madjugorie, non ho il potere di redimerti. Non mi interessa quale traume psico-sodomo-cerebrale abbia condizionato il tuo sviluppo. Cordialmente, addio.

Perché sì, cazzo, è ora di sfatare questo mito sul fatto che ci piacciono gli stronzi. No. Non è del tutto vero. La verità è che gli stronzi ci ricordano di quando eravamo giovanissime e rievocano in noi un tempo sufficientemente lontano da sembrarci bello, giocano con la nostra nostalgia vaginale. La verità è che confrontarsi con uno Stronzo è molto più semplice che confrontarsi con un Uomo. La verità è che uno stronzo non ci obbliga a diventare migliori, a superare i nostri limiti, e i suoi, passando dalla relazione di fantasia a quella reale. La verità è che lo Stronzo non ci impegna.

E non è che quando eravamo ragazzine amare era più facile.

E’ solo che allora eravamo disposte ad amare uno Stronzo, mentre oggi pretendiamo di amare un Uomo.

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Schizofrenia Single

Essere single è come camminare sui tacchi alti. Ci sono volte che ti senti ultra-femminile e strafica, e altre che cammini come uno struzzo con le emorroidi, maledicendo il dolore ai piedi. Certe volte si cade persino. Si prendono storte. E si continua, sempre, oscillando tra la sensazione di essere libera e indipendente e l’idea di essere una disgraziata alla deriva, in un mare magnum di sesso occasionale e matrimoni altrui.

Dipende. Dipende sempre. Dalla situazione, dal clima, dal premestruo. Dipende.

La cosa certa è che siamo tutte affette – chi più, chi meno – dalla Schizofrenia Single, disturbo patologico per il quale shiftiamo con estrema disinvoltura dal mood “Gagliardissimo essere single giacché mi posso portare un 25enne a casa” al mood “Morirò sola, grassa e strafatta di Lexotan, guardando Chi l’ha Visto su rai3″.

In questi casi è fondamentale avere almeno un’amica che sia single (o che lo sia stata abbastanza a lungo da capire perfettamente cosa proviamo). Un’amica che sia lì, senza giudicarci e senza compatirci, a ricordarci di vivere alla giornata quando siamo over-entusiaste per qualche stronzata legata all’universo maschile; e che sia sempre lì, a spiegarci che il mondo è ancora bello, quando siamo over-depresse per qualche stronzata legata all’universo maschile. Qualcuna che ci intimi di non smettere mai di essere padrone di noi stesse, di non illuderci come Cenerentola sotto mdma, ma nemmeno di essere ciniche come Crudelia Demon pippata fino alla cima dei capelli bianchi e dei capelli neri.

Ma soprattutto, è fondamentale avere sempre qualcuno che – quando noi lo perdiamo di vista – ci ricordi che essere single è uno stile di vita, e che quello stile di vita ci mancherà, se e quando, un giorno mai, saremo accoppiate.

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Ne parlavo l’altra sera con una mia amica single, che era nella sua fase lunare “gli-uomini-sono-tutti-stronzi-io-non-troverò-mai-nessuno-la-vita-è-una-merda”, alché ho voluto farle notare quelle banalità della sua vita che sono, invero, preziose assai.

Per esempio:

1. Svegliarsi alle 12 al weekend –> sembra una cazzata, ma non lo è. Metti che ti ritrovi un iper-attivo compulsivo che alle 8 del sabato mattina è già sveglio e vegeto e s’aspetta di averti altrettanto sveglia e altrettanto vegeta per intraprendere attività di qualsivoglia genere e natura in una fascia oraria – la mattina – che per te è più ignota e più misteriosa del mistero di Ustica. Per carità, saremo innamorate e lo faremo, svegliarci alle 5 del mattino per andare in montagna a fare trekking in giornata, eh. Ma finché possiamo svegliarci alle 12 per andare a fare shopping, tanto meglio.

2. Alimentazione –> la libertà di mangiare quello che vuoi, quando vuoi e dove vuoi, per cui nessuno ti giudicherà un ibrido tra una donna e una scrofa se deciderai di mangiare un pacchetto di biscotti al cioccolato nel letto alle 2 di notte. Certo, non si fa, mangiare a letto è sbagliato, le briciole cazzo, povere madri che hanno invano tentato di insegnarci le buone maniere. Ma di fatto, se ora vuoi farlo, puoi farlo. Così come ora, se vuoi, puoi andare in palestra di domenica alle 13, fare allenamento, bagno turco, sauna, fanghi e idromassaggio, invece che cucinare il ragù per la tua metà di mela.

3. Denaro –> un giorno spenderai i tuoi soldi per compare pannolini, pagare asili nido o baby sitter, pediatri, libri scolastici. Pertanto finché puoi spenderli per comprarti scarpe, borse, vestiti, fare viaggi, messe in piega e massaggi, beh, enjoy it e non lamentarti. E’ vero, nessuno ti regala una Miu Miu per il compleanno. Però nemmeno tu devi regalare un iPad per Natale. Pari e patta.

4. Tempo –> un giorno non avrai probabilmente nemmeno il tempo per cagare, sommersa da lavoro, casa, spesa, figli, genitori, suoceri, cognati. E no, non è che saranno rose e fiori sempre, e tu sarai comunque una donna, sempre dolcemente complicata, sempre con le ovaie, le tube, le frustrazioni e le disgregazioni connaturate al nostro delizioso modo d’essere. Quindi ora, quella possibilità di spendere 2 ore per farti la maschera facciale, lo scrub, la manicure, la pedicure, ascoltando Jeff Buckley, gustatela per bene.

5. Convivialità –> un giorno apparecchierai la tavola per un uomo che cenerà guardando la tv e che poi collasserà sul divano alle 22.30. Prima ti avrà forse parlato dei suoi problemi al lavoro e ti avrà chiesto come sia andata la tua giornata, ascoltandoti per massimo 35 secondi, poi ci sono gli highlights della partita, cazzo! Allora forse rimpiangerai quelle sere in cui se non volevi cucinare non cucinavi, in cui mangiavi un pacchetto di crackers sul divano e decidevi tu se accendere la tv, o ascoltare musica, o stare in silenzio, o scrivere, o uscire con le tue amiche a parlare di protomaschi metropolitani, o limonare contro il portone con qualsiasi quasi 40enne interrotto.

6. Sesso –> Rimpiangerai, eccome se rimpiangerai, la tua sessualità da single. Rimpiangerai persino i periodi di vacche magre, che erano sempre propedeutici di risvegli ormonali indomiti. Rimpiangerai la libertà di assecondarti senza alcun senso di colpa. Rimpiangerai le suonate d’organo col sangue agli occhi di quando si ardeva di desiderio. Ti dirai che è normale che la libido dopo un po’ cali. Il “sesso” diventerà quella mezz’ora al weekend e te la farai andare bene. Invocherai guizzi di passione. Chiamerai “trasgressione” un coito infrasettimanale. La massima perversione sarà usare un anello vibrante Durex dopo aver bevuto una bottiglia di vino bianco a cena. Svilupperai fantasie che condividerai col tuo partner, per sentirti dire: “Ma perché? A me basti tu!”, senza che faccia alcun riferimento alla sua assistente, 15 anni più giovane di te, e alle sue doti anali.

7. Riposo –> La possibilità di dormire serenamente nel tuo letto a due piazze, rotolandoti da un estremo all’altro a tuo piacimento, ti mancherà. Così come ti mancherà la qualità del riposo, il silenzio della singletudine, quando accanto avrai un maschio che russerà come un tricheco asmatico e che emetterà vibranti flatulenze sotto le tue lenzuola.

8. Flirt –> Essendo single a volte ti capita di sentirti sola o non apprezzata dal genere maschile nel suo complesso, che inspiegabilmente non crea una coda umana fuori dalla porta di casa tua, manco fossi un Apple Store il giorno del lancio dell’iPhone6. Pensa, però, che proverai a volte la medesima sensazione da accoppiata e ti sentirai invisibile mentre il tuo partner avrà iniziato a dare per scontata tutta la tua tracotante femminilità.

9. Igiene –> quando il tuo piatto doccia sarà disseminato di lunghi peli neri e quando la tua tazza del cesso sembrerà un bersaglio per lanciatori orbi di urina, voglio vedere se non rimpiangerai quando eri single.

10. Estetica –> la libertà di indossare la tuta di pile viola, in casa, a febbraio, con i capelli legati, gli occhiali da vista, completamente struccata, senza per questo spingere il tuo uomo tra le cosce di una succinta polacca, è una libertà impagabile che Mastercard in confronto ci fa le pippe.

Et voilà. Detto fatto: la panacea per la Schizofrenia Single. Usare solo sotto prescrizione vaginale. E’ un narcotico emotivo che aiuta il naturale funzionamento dell’anima, quando ci duole un poco, no, per questo fatto che a volte avremmo voglia anche noi di qualcuno che si tiri la coperta nel letto, di notte, nel sonno.

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Pussy Giving o Pussy Keeping?

Mi è successo di recente di iniziare una specie di flirt con uno che mi piace. La cosa mi ha causato alterazioni emotive che oscillavano tra la frenesia (come se fossi una 13enne che si prepara per andare a limonare con il più fico della classe) e la paranoia più pura.

Sì, perché quando sei single da un pezzo, sei perfettamente abituata a gestire insulsi incontri con soggetti che sai già che non conteranno una beata minchia nemeno per 3 ore, nella tua vita. Ciò a cui non sei più abituata, è pensare che la persona con cui ti vedi possa piacerti. Naturalmente, non ti fai illusioni (anche se, nel frattempo, potrebbe essere che tu abbia accidentalmente pensato che il tuo nome e il suo nome insieme suonano bene) e ti ripeti frasi come: “Innanzitutto non è un appuntamento, è una cosa very easy, molto sportiva, magari diventiamo amici, sai è simpatico, una conoscenza in più” (anche se, nel frattempo, ti sei già chiesta se abbia moglie e figli segreti, in una casa nell’hinterland, a 50 km da Milano).

Quindi per carità, sicuramente non succederà nulla eh, però a ridosso del primo incontro arriva la più brutale delle questioni: dargliela o non dargliela? Perché di piacerti ti piace, lo sai già, e niente di più facile che ti venga voglia. Cosa fare a quel punto?

Chiaro è che il problema non si pone fin quando esci con semplici surrogati umani del tuo vibratore, ma sorge nel momento in cui vuoi concederti la possibilità di capire se la persona che hai di fronte possa essere qualcosa in più di una one-shot. Non il padre dei tuoi figli eh, semplicemente un rapporto multi-eiaculatorio che includa possibilmente una minima percentuale di umanità. Se poi sia meglio una one-shot oggi o una frequentazione domani, chi può dirlo.

Insomma: darla o non darla? Secondo me porta anche sfiga chiederselo, come depilarsi a priori alla perfezione, oppure avere 10 preservativi in tasca. Però, ormai, siamo adulte, c’è da chiedersele ste cose, non possiamo mica farci trovare impreparate. Dobbiamo sapere se andremo alla cattedra oppure no, quando il prof ci interrogherà.

Così mi sono consultata con il mio eterissimo amico Drugo, che mi ha dato la sua lettura della questione: “Se questo tipo ti piace: limone sì, toccata di menne sì, leccata di menne no, se no finisce che scopate. Se proprio diventa petting duro, fatti fare tu e non fare niente a lui. Comunque meglio che resti fuori dalle mutande. E prima di salutarlo gli strizzi il pacco, da sopra il jeans“.

moana

Ora, io non sono una da strategismo sentimentale e penso fermamente che se due single si piacciono e hanno voglia di andare a letto insieme, anche dopo 10 minuti, è giusto che lo facciano. Che desiderare una persona e avere l’onestà per viverla senza tabù, è un dono, non una vergogna; che se un uomo non vede più in là è un problema suo, non nostro, indipendentemente che la scelta sia il pussy giving o il pussy keeping; che se un uomo non vede più in là è semplicemente perché non gli interessa vedere più in là, e non gli sarebbe interessato comunque, nemmeno se fossimo uscite con una cintura di castità in amianto o se gliel’avessimo sbattuta in faccia a ritmo di samba.

E poi io storicamente sono una promotrice del Pussy Giving Tempestivo, appena ve la sentite, tanto vale capirlo subito se una persona ci piace a letto oppure no, senza lasciar passare tempo, senza creare inutili complicazioni sentimentali che renderanno troppo doloroso dirgli “Mi viene da piangere per quanto è minuscolo il tuo pene, peccato, andavi bene per il resto, addio”.

Pussy Giving 1 – Pussy Keeping 0, palla al centro

D’altra parte,  però, è pur vero che tutti gli uomini che hanno contato qualcosa nella mia vita non hanno mai fruito della mia virtù la prima sera. E’ pur vero che il fast sex stanca. E’ pur vero che a volte è molto più bello scoprire una persona poco per volta, come non usa più fare, invece che consumarla subito.

Pussy Keeping pareggia.

Lo ammetto, ero confusa. Così ho deciso di usare un approccio razionale e fare una lista dei pro e dei contro insiti nelle due alternative, tutti basati sui principali luoghi comuni che accompagnano i due comportamenti sociali in questione: darla o non darla, per l’appunto.

suora

PUSSY GIVING

Pro:

- ti vede per quello

che sei: una donna libera e consapevole che fa quello che vuole

- la tua consapevolezza lo seduce

- vai a letto con uno che ti piace, fenomeno che si verifica una volta ogni 2 anni bisestili

- hai qualcosa da raccontare a Frecciagrossa che sia inerente il suo principale interesse: la fava.

Contro:

- ti considera una sgualdrina

- non ti considera una sgualdrina ma ti vede come un luna park (se gli fai una buona fellatio, ti vede come Gardaland)

- consumato il coupon, sparirà

- sarai identica alle altre 3 che saltuariamente vede, secondo una precisa turnazione dettata dal suo pene

- non ti sposerà mai, a meno che non sia un pene particolarmente illuminato

PUSSY KEEPING

Pro:

- non pensa che sei una sgualdrina

- si vede che sei una brava ragazza del sud

- se sparisce perché non gliela dai la prima sera, è un deficiente e lo capisci in fretta

Contro:

- pensa di non piacerti

- pensa che sei una provinciale

- pensa che sei una catto-comunista

- pensa che sei un cesso e te la tiri pure

- sparisce perché ne ha già altre 3 che saltuariamente vede, secondo una precisa turnazione dettata dal suo pene

- sparisce  senza che tu ti ci sia nemmeno fatta un giro e devi aspettare i prossimi 2 anni bisestili per trovare un bel maschio che ti aggradi altrettanto

- non hai niente da raccontare a Frecciagrossa che sia inerente il suo principale interesse: la fava.

Alla fine, nel caos cognitivo, ho deciso che, semplicemente, lui avrebbe capito esattamente dove arrivare e dove fermarsi. Dove spingere e dove allentare. Che io avrei sentito cosa sarebbe stato giusto fare. Che non avrei avuto rimpianti se fosse stato Pussy Keeping. Che non avrei avuto rimorsi se fosse stato Pussy Giving.

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Casa Mia

Sono rientrata dalle ferie una settimana fa.

Potrei scrivere di quanto sono stata bene, degli arrosti di carne, degli amici di sempre, del sole, della birra Raffo, dell’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dei vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, di mia zia che mi ingozza di burratine, dello spirito che resta giù quando vai su, dei saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. E tutte quelle altre cose che ho già scritto milioni di volte.

Tutto vero. Ma c’è dell’altro. C’è che, per una lunga serie di vicissitudini personali, la mia famiglia si è trasferita in Abruzzo e la mia casa di Taranto è stata messa in vendita. E voi capite bene come ciò non abbia giovato al mio equilibrio sopra la follia.

Così l’ultima sera, prima di partire, subito dopo che Frecciagrossa mi ha riaccompagnata e poco prima di rientrare, mi sono fermata in giardino. Ho fumato un paio di sigarette, da sola, al buio. Con il silenzio tutto intorno.

Forse è stata l’atmosfera, o forse le sostanze leggermente psicotrope che avevamo assunto, ma sono riuscita a vedere un sacco di cose, per la prima volta, con chiarezza, con onestà, in uno di quei trip ultra-introspettivi che siamo solite farci noi vagine nate sotto il segno del pippone mentale.

Ero lì, seduta sui tre gradini che conducono alla porta d’ingresso, e salutavo casa mia. Alle 4 di notte. Da sole. Io e lei. E le ho confessato un casino di cose.

Le ho confessato che la guardo mentre si spoglia di tutto ciò che l’ha abitata e che non mi piace vederla così. Le ho confessato che mi sbatte abbastanza l’idea di non avere più una casa a Taranto in cui tornare, che può sembrare strano, giacché ormai vivo 11 mesi all’anno da un’altra parte, ma che non c’entra una minchia, perché io amo quei mattoni e quelle mura, in quella città, sempre, anche quando sono a 1000 km di distanza.

Le ho spiegato che è come se tutto si rimpicciolisse. E’ come raccattare oggetti e ricordi, decidere cosa buttare e cosa portare con sé, per andare avanti, da un’altra parte. Decidere cosa è davvero essenziale e cosa non lo è. Per proseguire. Perché la parola chiave è “proseguire”, mica tornare indietro. E che l’unico problema è che io non so cosa sia essenziale. Non so cosa vorrò eliminare e cosa vorrò tenere. Non lo so se vorrò buttare i diari del liceo, oppure i 10 peluche che ho in camera, che mi hanno regalato amici e ziti, che a me i peluche m’hanno sempre fatta cacare, ma quelli no, quelli sono i reduci, sopravvissuti a tutti i raid anti-peluche che si sono succeduti negli anni. Non lo so se avrò lo spazio per conservare tutte le fotografie di quando le fotografie ingombravano ancora, di quando i rullini si sviluppavano. Dei viaggi in famiglia, delle settimane bianche, delle gite scolastiche, delle estati da adolescenti, quando eravamo piccoli e avevamo una fretta ridicola di sentirci adulti.

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Le ho spiegato che quando lei, casa mia, non ci sarà più, io tornerò comunque a Taranto, ma che per quanto io possa raccontarmela non sarà la stessa cosa. E che, certo, come dice mia madre, la casa non è un luogo ma uno stato d’animo (anche se lei non lo dice in modo così filosofico) e la fanno le persone che ami, non le pareti. Tutto vero, sacrosanto persino. Però io lì dentro, dentro casa mia, ci ho riso, ci ho pianto, ci ho fatto l’amore le prime volte, ci ho ascoltato i Nirvana a palla, ci ho passato pomeriggi a studiare e nottate a scrivere fanta-stronzate decadenti, ci ho organizzato feste, ci ho guardato film, ci ho scartato regali a Natale e uova di cioccolato a Pasqua. Sempre, per tutta la vita.

Il fatto, però, è che la vita va. E basta. E nemmeno gli immobili sono immobili per davvero. Neanche quelli sono per sempre. E forse non ha senso continuare a far finta che tutto sia uguale. E forse crescere significa accettare che le cose cambiano.

Cambia tutto, in verità. Cambiamo noi, cambiano i nostri difetti che peggiorano, le nostre esigenze ormai conformate alle metropoli in cui siamo andati a vivere, in cui siamo emigrati. Cambiano i nostri amici che hanno sempre più impegni istituzionali. Cambiano i nostri genitori che invecchiano, e quindi iniziamo a portare loro a cena fuori o al mare, invece che andarci solo tra amici, perché lo sentiamo che il tempo passa, che i giorni son pochi, che non abbiamo mica il privilegio di vederli ogni weekend. Cambia tutto. Gli ex amanti che si sono sposati e hanno figliato. Le comitive in cui non ci si parla più. Le famiglie. Non è vero che le cose restano uguali. Quelle importanti si adattano, evolvono, ma tutto cambia.  E vendere casa è solo l’estrema dimostrazione di questo. Un’evidenza che mi obbliga ad accettare che anche la mia vita è cambiata e che gli eventi non si possono fermare. E che forse essere intelligenti significa lasciarsi trasportare dal flusso, o quanto meno non opporsi ad esso. Non continuare a guardare dietro, ma guardare avanti. Cercando qualcosa di bello nell’orizzonte, anche quando appare desolato, anche quando ci spaventa. E muoversi verso quel punto. E, strada facendo, scoprire che succede.

Perché sì, insomma, ce lo siamo dette, tra me e lei, che c’ho una paura fottuta del futuro, io. Dei dolori, delle perdite, delle malattie, delle frustrazioni, delle delusioni, della solitudine. Paura di non farcela come vorrei, di non avere la forza di cambiare. Paura di non essere in grado di costruire una relazione e una famiglia, dedicando ad esse tutta la cura che meritano. Le ho detto che io di questo cazzo di futuro non mi sento mica all’altezza e che faccio finta che non arrivi, faccio finta che non ci sia. E che forse, se invece che temerlo e negarlo, lo accettassi, il futuro, con tutto ciò che comporta, potrei provare a costruirlo. E accoglierlo con più entusiasmo, qualunque esso sia. Perché, in fondo, nel passato non sono mica successe solo cose meravigliose, né nel futuro succederanno solo cose di merda. E poi, le ho detto, provare tutta questa nostalgia feroce mi spossa, e non mi fa nemmeno consumare calorie.

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E che quindi sì: mi rimarrà la gioia di averla abitata e vissuta con le persone a cui tengo di più. Di aver costruito tra le sue mura una famiglia piena di affetto e di rispetto, di amore che trascende i ruoli e diventa puramente umano, personale, con pregi e difetti, onori e oneri, fiducia e fragilità. Mi rimarrà il suono delle risate nelle notti d’estate con i miei amici, delle giocate a zumpacavallo nella tavernetta a Natale, delle partite a Monopoli coi miei cugini da piccoli, del salone apparecchiato per il pranzo della domenica, delle mountain bike con cambio shimano nel garage, dei poster di Leonardo Di Caprio appesi in camera a 12 anni. Mi rimarranno le puntate di X-Files viste con papà sul divano alla domenica sera, il telefono Swatch sul comodino della mia camera, quello che si parlava anche usando la base, il caminetto acceso, il falso pepe che perde troppe foglie, la cantina ribattezzata “Silvio Pellico” nel gergo domestico, le lamentele di mia madre per il disordine, le sigarette fumate sul dondolo dopo il mare.

Mi rimarrà tutto ciò che conta di più. Il resto lo dimenticherò. E magari è giusto così.

L’ho salutata così, casa mia. Promettendole che da settembre, oltre a regolare il mio bioritmo, rismettere di fumare e andare da oculista/dentista/ginecologo/dermatologo/endocrinologo, oltre a tutto questo, guarderò avanti. O, per lo meno, più avanti che dietro. Portando con me una valigia più piccola. Senza paura di perdere pezzi. E con il coraggio di conquistare nuovi ricordi.

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Carrie Bradshaw Non Esiste

Quando hai un blog in cui parli dei fattacci tuoi e di quelli degli amici tuoi, della vita da single in una metropoli, di sesso e derivati, può succedere spesso e volentieri che tu venga associata alla protagonista principale di Sex & The City, also known as Carrie Bradshaw.

Premesso che io a 19 anni ho follemente amato la serie tv, che conosco molte puntate a memoria e che, come nei migliori cliché, mi ero convinta che il mio stronzo di allora fosse proprio come Mr. Big, mi sembra giunto il momento di chiarire tutte le differenze che ci sono tra me e Carrie Bradshaw, o meglio: mi sembra giunto il momento di chiarire che nella realtà Carrie Bradshaw non potrebbe esistere. E se esistesse sarebbe una barbona. Oppure sarebbe imbottita di psicofarmaci.

(Colgo anche l’occasione per dissociarmi dalla sesta stagione e dai due film cinematografici, in special modo dal secondo che, quanto a bruttezza, se la gioca con Iago, memorabile pellicola italiana interpretata dal povero Nicolas Vaporidis e da Laura Chiatti)

1.  E’ impensabile che una donna single possa permettersi un ampio bilocale con cabina armadio scrivendo solo di eiaculazioni su un quotidiano. E’ altresì impensabile che con quella retribuzione possa essere sempre a pranzo e a cena fuori. Ed è oltraggioso anche solo raccontarci che possa acquistare un paio di Manolo Blahnik e di Jimmy Choo in quasi ogni puntata. Questo a meno che non si ammetta l’ipotesi che nelle pause pubblicitarie Carrie andasse a fare delle marchette alla Central Station ma Darren Star non ha mai voluto raccontarcelo.

2. Se nella realtà Carrie Bradshaw avesse sbuttanato tutti i cazzi più privati delle sue amiche (dall’impotenza del primo marito di Charlotte, all’asportazione del testicolo del compagno di Miranda, passando per il tumore al seno di Samantha) sarebbe stata umanamente deploravole, considerata all’unanimità una stronza, non avrebbe avuto più nessuna amica e forse si sarebbe presa più di qualche querela.

3. Se nella realtà una ultratrentenne avesse mollato un figo incredibile come Mr Big per il semplice fatto che non le giurava e spergiurava che lei era la donna della sua vita, proprio mentre erano in partenza per le Maldive, con un viaggio interamente pagato da lui, noi non l’avremmo considerata un’icona. L’avremmo giustamente trattata così come andava trattata: da cerebrolesa.

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4. Se Carrie Bradshaw fosse esistita davvero avrebbe avuto tutte le amiche, specialmente quelle fighe, accoppiate, accasate o intente a frequentare 3 modelli Abercrombie contemporaneamente.  In ogni caso non sarebbero state sempre pronte a seguirla nelle sue peregrinazioni in giro per la movida di Manhattan.

5. A maggior ragione, nella vita reale, Carrie Bradshaw non sarebbe mai riuscita ad andare in vacanza in Messico e ad Abu Dhabi nel giro di pochi anni con tutte e 3 le amiche. Le avrebbero concesso al massimo un aperitivo, al più un giro a Serravalle la domenica. Nella vita reale le amiche le vacanze se le organizzano con i rispettivi fidanzati/mariti e, al massimo, vanno in vacanza con altre coppie. Tu come single sei ammessa in situazioni più fluide, per esempio a cena, dove puoi – coerentemente con il tuo status sentimentale – sederti a capotavola giacché non hai nessuno che debba stare al tuo fianco.

6. Se Carrie Bradshaw fosse stata reale e avesse avuto una proposta di matrimonio da un Aiden qualsiasi, che era pure figo, prestante, innamorato e falegname, l’avrebbe colta al volo. Lei no. Lei rifiuta l’agognato proposal con tanto di anello dicendo: “No, non sono sicura”. Ma di cosa minchia vuoi essere sicura, ancora? Ma ce la fai, oppure no?

7. Se hai una paturnia esistenziale a oltre 30 anni, tipo che il tuo fidanzatino scrittore del momento viva un’insana competizione con te, Virginia Woolf de noartri, le amiche non mollano il lavoro/la famiglia/i figli per venire in tuo soccorso. Se ti va bene ti dedicano 20 minuti su whatsapp. La gente non ha tempo, specialmente in una metropoli, per i turbamenti altrui. Siamo tutti impegnati a combattere i nostri demoni. Nella realtà o vai da un analista o vai da un esorcista.

8. Se a quasi 40 anni cambi continente e ti trasferisci a Parigi per seguire uno degli uomini più noiosi che l’umanità abbia mai conosciuto, un artista russo egoriferito della peggior specie, significa forse che tanto a posto non stai.

9. Nessuna donna può camminare sempre su tacco 12 a meno che non si sia fatta iniettare il botulino nella pianta del piede come Victoria Beckham. Anche questo, per una questione di onestà intellettuale, Darren Star avrebbe dovuto dircelo.

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10. Nella vita vera, nel mondo reale, i Mr Big non cambiano. In genere, uno che ti fa penare l’anima per un decennio non si trasforma improvvisamente nell’uomo dei sogni. Non attraversa l’oceano per iniziare a vagare come un rincojonito per una città piccola come Parigi, cercandoti. E trovandoti. Mentre tu, vestita da Fata Turchina, sei lì pronta che non aspettavi altro. Avanti, quella conclusione è stata un’infamità. Una truffa. Roba da denuncia emotiva. Essere trattate da donnette bisognose di happy ending, non ce lo meritavamo. Se avessimo voluto vedere quelle cose, avremmo riguardato un film di Walt Disney, di quelli old style, quelli che ci hanno rovinato lo sviluppo, per intenderci, che almeno erano dichiaratamente illusori, fiabeschi, allucinanti e rassicuranti.

Detto ciò, molte di noi con Sex & The City sono cresciute, gli riconosciamo il merito di aver dato una svolta au feminin nel mondo della sit com e anche di aver definitivamente sdoganato il sesso tra i topic vaginali, per carità. Ma per l’appunto, è fiction.

La verità è che Carrie Bradshaw non esiste, anche se a tratti l’abbiamo amata e a tratti l’abbiamo odiata e a tratti l’abbiamo compatita e a tratti l’abbiamo invidiata.

Di sicuro, io non le assomiglio. Se non altro perché ho molti più kg e molte meno scarpe di lei.

***

Detto ciò, non mi resta che augurare (a chi ancora deve farle) buone ferie!

Riposatevi, rilassatevi e statemi splendidamente bene.  

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