Priapismo Vaginale

Da un recente studio etnometodologico condotto dall’Istituto Superiore di Osservazione Vaginale su un panel di amiche e conoscenti single, è emerso che è in atto un fenomeno di mutazione anatomica su alcune donne contemporanee: il Priapismo Vaginale. Se questo sia causa o effetto del correlato Morbo di Infrocimento Trasversale del Maschio Italico non è dato sapere. Il dibattito è scientificamente aperto, un po’ come quello sull’uovo e sulla gallina. 

I due generi attraversano, infatti, una fase di profonda metamorfosi i cui sintomi più clamorosi sono le donne che accelerano in retromarcia e gli uomini che si piastrano i capelli. Naturalmente lo studio contempla eccezioni: uomini che adorano stare con femmine nate dall’incrocio genetico tra McGyver e Winston Churchill, oppure donne straordinariamente cazzute e felicissimamente accoppiate con uomini non necessariamente slave. Okkei. Noi però parliamo di tutti gli altri.

Ecco le 10 aree di miglioramento per le single che covano la recondita fantasia di mettere, un giorno, su famiglia. Esse, molto probabilmente, sono portatrici più o meno inconsapevoli di Priapismo Vaginale (PV, d’ora in avanti), il ché le rende in ultima analisi candidate improbabili per relazioni durature o “ufficiali”. Il livello di gravità del PV si può dedurre dalla frequenza e dall’incidenza dei seguenti sintomi:      

1. Eccesso di manualità –> Sei brava, sai fare tutto, lo so e, quasi sicuramente, sai fare tutto meglio di lui. Però ricordati sempre, ogni volta che prendi un utensile da un pensile alto, ogni volta che appendi un quadro, ogni volta che cambi una lampadina, ogni volta che butti la spazzatura, ogni volta che porti il cane a pisciare la sera, ecco ricordati che lo stai facendo al posto suo. Lì per lì, lui apprezzerà il fatto che non gli interrompi la partita a pes per chiedergli di ammazzare il ragno ma, a lungo andare, questo minerà il suo ruolo virile. Comprometterai, in altri termini, quel machismo domestico così rassicurante, che lo illude di avere diritto di prelazione sui tuoi orifizi per il semplice fatto che ti apre un barattolo di salsa. Va bene la manualità, ma fai le orecchiette, rammenda calzini, toccagli il pacco, comunque sia smettila di cambiare rubinetti da sola, cazzo!       

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2. Fare benzina al self service –> Ho recentemente appreso che le vere signore non fanno benzina, se la fanno fare. Devono trovare la macchina già col carburante, altrimenti nascono crisi diplomatiche con il marito/padre/compagno/fratello. Alle brutte, vanno in orari diurni e la fanno al Servito. In genere non ricordano nemmeno su quale fianco della macchina ci sia lo sportellino del rifornimento. Se tu, invece, te la fai da sola, pure di notte, e ti piace l’odore della benzina, hai scarse possibilità di diventare la Signora Qualcuno, te lo dico, sorella. Impara a essere inetta. Sforzati, per Dio!

3. Alcol e droga –> Sulle sostanze psicotrope esiste una legge suprema: non devi assumerne più di lui, nemmeno nel caso in cui tu le regga meglio. Lui è maschio e beve più di te. Se lui accende una canna, tu fai tre tiri e gliela ripassi, mica ti fai un personal rullato meglio del suo. Le signorine fanno così. Punto e basta. Loro, gli uomini, negheranno, diranno che tu sei uno spasso, che come stanno bene con te con nessuna mai, che quanto può essere bello sconvolgersi insieme e far sì che la psichedelia prenda il sopravvento sulla razionalità. Tutto vero. Ma difficilmente penseranno a te come la madre dei loro figli, mentre ti reggono la testa quando vomiti. E alla fine chiederanno la mano di una lucidona che gli straccia le palle anche se bevono un bicchiere di amaro del capo dopo una cena con gli amici.        

4. Consapevolezza sessuale –> Va benissimo se hai imparato a praticare eccelse fellatio, del resto mi piaci proprio perché sei così porcellina, baby (vomito e torno). Però. C’è un però. Non essere mai troppo sicura di te, non dimostrare di conoscere troppo bene il piacere e, soprattutto, non dimostrare di essere troppo padrona del tuo corpo. Ci viene l’ansia da prestazione, al Maschio Italico. Si sente uno scolaretto e invece a quello piace sentirsi un mentore. Al massimo vuole sentirsi un tuo pari. Loro devono pensare cose come: “Come la faccio godere io…”, oppure “Solo con me è così maiala”. L’apice si raggiunge quando te lo chiedono, direttamente. “Ma tu, sei così con tutti?” (anche nella versione pornoromantica “Dimmi che sei la mia troia”). No. Con gli altri sono Madre Teresa di Calcutta. La tua libertà sessuale ti renderà troppo libertina (leggi: zoccola) per essere una compagna. Bene che ti vada, invece che sognare di darti 3 figli, sogneranno di fare con te un menage a trois.        

5. Uomo-oggetto –> Di fatto tutti millanteranno di non desiderare altro che essere dei sex toys animati, che sarebbe tutto fichissimo così, tanto sesso e zero complicazioni. Tutti ti diranno che vorrebbero una donna ricca che paghi per loro. Provate, anche se non siete ricche, a dire a uno che vi siete portate nel giaciglio, dopo aver fruito della sua virtù, di andarsene a casa – che voi per dormire c’avete bisogno d’avere il letto sgombro e domani è una giornata impegnativa – e dategli i soldi per il taxi. Poi ditemi come reagisce.

6. Vivacità dialettica –> Anche su questo, dovete stare al vostro posto. Dovete arrossire un po’. Ammiccare. Non siate troppo spregiudicate. Non siate troppo volgari. Lasciate condurre a lui. Sì, è vero, siete gagliarde a conoscere le categorie di YouPorn meglio di lui, ma non ostentatelo, perché sarebbe come fargli un rutto in faccia: diventereste il suo migliore amico, con cui parlare di tette e figa. Non riuscirà più a vedere la donna meravigliosa che siete: da affascinare, sedurre, conquistare, magari anche per più di un coito, intendo.   

7. Cultura generale –> Dovete decidere subito un qualche ambito nel quale lui ne sappia più di voi, a parte il calcio. Un territorio che sia suo e che voi non gli usurperete. L’attualità, il cinema, la musica, l’astrofisica, la politica internazionale, scegliete voi. L’importante è che, su quello, almeno su qualcosa, non lo mettiate in discussione e non lo facciate sentire un coglione. Se quello ascolta gli Zero Assoluto e voi per incomprensibili ragioni volete convolarci a nozze, non dovete nominare i King Crimson, ok? E sì, lo so bene, che quando vi capita di essere in auto con uno che vi chiede “La conosci?”, mentre alla radio passano Light My Fire dei Doors, ecco lo so che vi viene voglia di aprire lo sportello e lasciarvi cadere fuori dalla vettura in corsa, piuttosto che restare al suo fianco. Lo so. Ma dovete tenere duro, mordervi la lingua e rispondere “Certo”. Sorridendo. Come delle brave bambine. E dovete imparare a evitare qualsiasi commento aggiuntivo del tipo: “Quando io ascoltavo i Doors, tu ancora ciucciavi il latte dalla menna di tua madre“.     

8. Take away + colf + lavanderia –> Gli uomini diranno di volere una donna moderna e indipendente, professionalmente realizzata e blablabla. In realtà, se non cucini non saprai prenderti cura di loro. Se hai la colf, non sei capace di badare alla casa. Se porti i vestiti in lavanderia, non stirerai le loro camicie. Sarai, anzi, viziata e costosa. E loro cercheranno, invece, sempre, inesorabilmente, anche inconsapevolmente, una vagina che sia una “donna di casa” (a parte le 10 ore di lavoro quotidiano). Non che abbiano torto. Anche io vorrei che qualcuno mi cucinasse la cena, mi pulisse la casa e mi stirasse i vestiti, aggratise. Quindi se non siete angeli del focolare, nascondetelo. Dissimulatelo. E ritardate il più possibile gli aneddoti sulla vostra collaboratrice domestica dello Sri Lanka perché il primo pensiero che il maschio farà, in quel caso, è che, se andaste a convivere, dovrebbe pagarla anche lui.    

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9. Intraprendenza –> Gli uomini amano le donne intraprendenti solo quando devono portarle a letto. Per condividere la buona e la cattiva sorte cercano altre doti: l’adattamento, la sopportazione, la tolleranza, la pazienza, l’abnegazione. L’intraprendenza diventa, anzi, un rischio ed è quasi sempre foriera di scartavetramento di palle. Si parte che sei intraprendente, si finisce che sei decisionista, accentratrice, nazista. Si parte che sei brillante, si finisce che sei ambiziosa, egocentrica e pretenziosa. Se ti dedichi troppo al lavoro, li trascuri. Se hai degli obiettivi per la tua carriera, non si capisce perché tu non voglia sfornare un paio di pargoli, del resto hai ben 28 anni, non lo senti l’orologio biologico? Niente. Riducete voi stesse. State low profile, che state bene. 

10. Alimentazione –> Gli uomini diranno sempre di volere come compagna una buona forchetta, che tu non hai idea quanto sia deprimente andare a cena con una che si prende l’insalata. Il fatto è che lo dicono un po’ come dicono che a loro “piace la carne”, che le donne troppo secche sono brutte, salvo poi sbavare dietro a qualsiasi cosa taglia 38 ci passi davanti. La storia della “buona forchetta” è simile. Se mangiate con lui, dovete mangiare meno di lui. Poche storie. Se siete al McDonald e lui prende il Big Tasty voi prendete un McBacon. Se lui prende il McBacon, voi prendete un cheeseburger. Se mangiate una cotoletta, voi ci mangiate insieme l’insalata e non importa quanto stiate invidiando il suo contorno di patate fritte annegate nella maionese. Sfondatevi di lardo di colonnata dopodomani a cena con le vostre amiche, ma con lui trattenetevi. Anche perché, se mangiate 10 biscotti all’1 di notte davanti a lui, quello penserà che tra 10 anni sarete solo un tricheco arenato sul divano e, anche per questo, non vi sposerà mai.

Adottare, almeno parzialmente, queste accortezze al fine di ridurre il Priapismo Vaginale, vi renderà potenziali compagne più appetibili presso l’audience maschile media.                

Dal canto mio, continuo a pensare a quel mio amico che mi ha detto che con gli uomini non devo fare a chi ce l’ha più lungo. Continuo a pensare che se lo faccio, non me ne accorgo. Continuo a pensare che voglio sicuramente che ce l’abbiano più lungo loro. Continuo a pensare che ho voglia di lasciare spazi bianchi da riempire. Parole da dire ancora. Scoperte da fare insieme. Continuo a pensare che non voglio essere tutto, io, per me stessa, e basta, e bastarmi, forevvah.

Continuo a pensare che se è vero che non esistono più gli uomini di una volta è anche perché non esistono più le donne di una volta. E viceversa. E non so se questo sia un bene o un male. So che siamo, semplicemente, cambiati. 

Che poi, che cazzo era quella volta, quella degli uomini e delle donne di una volta, io non l’ho capito ancora.

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IL Prof

Scrivere è l’unica cosa che faccio da tutta la vita. L’unico gioco di cui non mi sono stancata mai.

Quando andavo alle scuole elementari, la maestra ci fece scrivere un tema su come vedevamo il nostro futuro. Ero logorroica già allora e il tema venne fuori di 5 o di 6 colonne. Lo portò a casa per correggerlo, insieme a tutti gli altri. Il giorno dopo disse in classe, davanti a tutti, di averlo dovuto leggere a suo marito e di essersi commossa. Mi aveva messo “Doppia Lode“, addirittura. Chissà che bel futuro, avevo immaginato.

Alle scuole medie avevo una prof che leggeva i miei temi a quelli delle classi più piccole. E che aveva brevettato un voto superiore all’ottimo, il “Lodevole“, perché secondo lei “ottimo” non era abbastanza per i miei temi. Si sparse la voce nella scuola, per cui io diventai “Lodevole” per tutti. Ovvio che nessuno alle scuole medie poteva limonarsi “Lodevole“, se anche non avessi avuto i capelli corti e crespi e gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde, che invece avevo. Quella prof mi obbligò anche a partecipare a un concorso tra scuole, indetto dall’Arma dei Carabinieri, pensa. Quindi ho fatto un tema sugli sbirri e sono ovviamente arrivata prima. Avevo 13 anni e tornai a casa con una targa d’onore e una copia dell’Enciclopedia Virtuale Encarta ’98. Ve le ricordate le enciclopedie virtuali? Quelle in cd-rom? Erano una cacata atomica, ma ci facevano sentire troppo avantgarde. La mia compagna di banco delle medie, che era una che i temi li copiava dal temario, povera stella, mi propose di acquistare il mio quaderno dei temi. Io ovviamente rifiutai perché l’arte non ha prezzo, si sa.

Poi iniziò il liceo (insensatamente scientifico) e ad ogni compito di italiano il mio voto era il più alto della classe, mai inferiore all’8. Anche se scrivevo cacate. Anche se studiavo il minimo indispensabile. Niente. Iniziavo ad arrendermi all’evidenza: ero un mago della parola, l’Arthur Rimbaud dei poveri, non c’era niente da fare. Tutto finché non arrivò il terzo superiore. Cambio dei professori. E finalmente, a giudicarmi, il primo uomo. IL prof.

Primo compito in classe: 5 e 1/2. Uno shock. Ancora oggi quando ci penso mi dolgono parti assai intime dell’ego. Ma come?! Io?? Sotto la sufficienza? In italiano?

IL Prof mi disse che era un bel tema ma era fuori traccia, molto semplicemente. E, in fondo, chi minchia ero io, per decidere di parlare d’altro? Quanto indisciplinata potevo essere, per non rispettare nemmeno l’argomento della discussione e avere la presunzione di intortarmi chiunque?

Incassai e portai a casa e per tutto il resto dell’anno oscillai tra il 6 e 1/2 e il 7, che era una roba per me incomprensibile, perché più mi sforzavo di essere brillante e più non mi premiava. Mi diceva che ero narcisista, che inventavo le parole manco fossi Umberto Eco. E più negavo il mio narcisismo, più il mio risentimento mi tradiva.

Mi diceva che ero troppo complicata, che lui non riusciva a comprendere, che per farmi capire da lui avrei dovuto imparare a scrivere in maniera più semplice, perché evidentemente lui non era abbastanza intelligente per leggermi. Il tutto con un sorriso sarcastico indimenticabile, di chi sa che ti sta scorticando nel vivo e tu non puoi fare nulla se non subire. Lo detestai abbastanza, ricordo. Senza contare lo smacco davanti a tutti. Cioè tipo che Frecciagrossa e Braciola presero più di me, voglio dire, parliamone. E poi, scusa, com’era possibile che il mio modo di scrivere fosse piaciuto a tutti, fino ad allora, e solo a lui no?

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Poi, pian piano, lasciai che il mio orgoglio si sgonfiasse e iniziai a seguire i suoi consigli. Provai ad ascoltare. E capii quello che voleva dirmi: che essere bravi a scrivere vuol dire farsi capire da tutti, arrivare, e che si può fare poesia anche sui pidocchi. Che crescere significa comunicare agli umili, oltre che ai colti. Che non avevo bisogno di ostentare la mia approfondita conoscenza di tutte le parole più recondite dello Zanichelli.

Lentamente, smisi di essere quella che ero stata fino a quel momento. Semplicemente, crebbi. E, negli anni a seguire, IL Prof iniziò a gratificarmi, proprio quando non mi aspettavo più che lo facesse.

Fu sempre molto distaccato nei giudizi, sia chiaro, anche quando molto positivi. Senza pathos, con quella lucidità virile che era mancata ai miei insegnanti precedenti. E continuò sempre a pungolarmi, naturalmente. Mi diceva che ai compiti in classe sceglievo sempre la traccia di attualità perché non studiavo letteratura. Mi diceva che il giornale scolastico che avevo creato con i miei amici era il migliore che ricordasse, ma che nei miei articoli c’erano troppe parolacce.

E poi, l’ultimo anno, al secondo compito in classe mi mise 10. Ne aveva messi un paio nella sua trentennale carriera. Era entusiasta, lui. Lo disse a mezza scuola, che mi aveva messo 10. Prima ancora che lo sapessi io, lo sapeva Laura, la bidella del mio piano. Quando ci consegnò i compiti, a me non disse nulla. Mi sorrise appena. E basta.

L’unica cosa che ricordo della traccia è che si parlava di Norberto Bobbio. Il commento del Prof, sotto il voto, era sulla maturità delle opinioni, sull’efficacia dell’esposizione, sulla completezza del pensiero. O qualcosa del genere.

Mi portò anche alla maturità con 10, sebbene avesse ragione lui, su tutto, sul mio narcisismo ma anche sul fatto che non studiavo letteratura. Agli orali mi fece una domanda sull’Inferno, l’infame, programma del terzo anno per capirci. Ma io risposi, in qualche maniera, per opera e virtù dello spirito santo. E, finiti gli esami, mi scrisse una mail, IL Prof. Mi disse che era orgoglioso di essere stato mio docente per 3 anni. E io, in quel momento, fui felice di una felicità così autentica che raramente l’ho riprovata negli anni a seguire.

Da allora è capitato di risentirci e un paio d’anni fa io e Frecciagrossa lo abbiamo incontrato alla processione pasquale, a Taranto Vecchia. Abbiamo chiacchierato di cosa facciamo, dell’Ilva, del suo pensionamento, di quanto è cresciuta sua figlia. Abbiamo ritrovato IL nostro Prof, il libero pensatore che veniva in classe con la copia di Repubblica sotto al braccio. Che ci faceva parlare di attualità. Che ci faceva vedere Il Dottor Stranamore di Kubrick a scuola. Che ci insegnava, senza prosopopea, a diventare migliori. A cercare la bellezza. Ad amare la cultura. Che diceva la zeta in quel modo strano, vibrato, che ci faceva ridere come dei deficienti. Che ci fa ridere ancora, se ci ripensiamo, come dei deficienti.

Qualche giorno fa l’abbiamo ritrovato su Facebook ed è stata una grande carrambata. Mi ha scritto in privato e mi ha detto che sì, un po’ gli sono mancata.

Avrei voluto rispondergli che sapesse quanto è mancato lui a me. Che magari la vita fosse come la scuola. Che magari ci fosse un uomo intelligente e appassionato, sempre, a obbligarmi a diventare migliore. Che sono io che sono orgogliosa di essere stata sua allieva. E che se non mi avesse messo quel 5 e 1/2 non ci sarebbero state molte altre cose. Forse nemmeno questo blog. E che quella che sono oggi lo devo anche a quelle critiche personali che m’ha fatto da ragazzina, che m’hanno fatta rosicà d’un modo che voi non potete capire proprio.

E che sì, ci sono insegnanti che non si dimenticano mai.

E che sì, io, lui, non lo dimenticherò mai.

Invece gli ho soltanto detto che se ad agosto facciamo la tremebonda rimpatriata decennale con gli altri ragazzi, deve venire per forza.

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Allo specchio

Dovrei mettermi la crema in faccia ogni sera e ogni mattina, lo so.

Dovrei usare il contorno occhi. Dovrei rismettere di fumare.

Dovrei dormire, Cristo, guarda che occhiaie. Neanche il miracoloso correttore Kiko da 4,99 può nulla. Diventano grige invece che nere. Passo da Zio Fester a Spud di Trainspotting.

E poi le rughe. La grana. Il tono.

Dovrei mettermi l’olio dopo la doccia. Dovrei idratare. Dovrei fare lo scrub. Dovrei ricominciare con i massaggi.

Dovrei fare come le mie amiche, che prendono pasticche per pisciare di più, riducendosi ad avere la stessa autonomia vescicale di un colibrì. Tutto per combattere la ritenzione idrica in previsione della prova costume.

Dovrei chiedermi perché le unghie si sfaldano o perché i capelli cadono come se il periodo delle castagne durasse 12 mesi.

Dovrei svegliarmi prima al mattino e dovrei truccarmi. Ogni giorno. Perché non ho più 18 anni e la differenza con e senza make-up adesso si vede.

Dovrei impegnarmi di più a mostrare il meglio di me. Dovrei fare come tutte. Sarebbe giusto. Sarebbe intelligente.

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Invece continuo a pensare che invecchiare non sia una colpa e che la bellezza non sia un merito, se non in parte.

Continuo a pensare che ci siano urgenze più serie cui far fronte nella vita, rispetto alla buccia d’arancia. C0ntinuo a pensare che ci siano attività più interessanti da intraprendere, nel mondo, invece che ossessionarsi per essere perfette, cosa che peraltro non saremo mai, salvo dedicare 3 ore al giorno alla cura estetica di noi stesse (e, con tutto il rispetto, 3 ore al giorno te le puoi concedere solo se sei estremamente ricca e/o estremamente fancazzista). Perché nella vita vera, a parte essere esteticamente gradevoli, facciamo altro: lavoriamo, viaggiamo,  mandiamo avanti una casa, a volte una famiglia, andiamo in palestra, dal parrucchiere e dal fruttivendolo, stendiamo il bucato e a volte lo stiriamo e, purtroppo, non abbiamo Diego Della Palma segregato nel mobile del bagno, pronto a renderci splendide in ogni momento della giornata.

No, non sto dicendo che dobbiamo diventare donne di Neanderthal, non curarci, mangiare solo pringles e mars facendo come un’unica attività fisica i 5 passi che ci distanziano dal cesso. Tanto meno sto dicendo che dovremmo intraprendere una crociata proto-femminista contro le case cosmetico-farmaceutiche che campano sui culi flaccidi delle donne ricche di mezzo mondo.

No. Semplicemente: se mi va di uscire a bere una birra e non ho 30 minuti da dedicare al make-up, sono libera di andare senza farmi inutili atti di onanismo cerebrale; se ho la ritenzione idrica e vado al mare, non devo sentirmi a disagio, son lì per godermela non per fare una sfilata e concorrere a Veline di Antonio Ricci.

Semplicemente: se desidero che la società smetta di pesarmi solo su quanto sono figa o quanto sono cessa, forse io per prima devo smettere di usare questa unità di misura per me stessa e per le altre donne.

Vedete, spesso gli uomini ci dicono che vediamo sempre difetti, che siamo sempre insoddisfatte, che siamo insicure. Vorrei vedere loro, se subissero la metà dell’aspettativa estetico-sociale che subiamo noi. Stai attenta al peso, stai attenta alla pelle, stai attenta alla cellulite, stai attenta ai capelli, stai attenta ai capillari, stai attenta alle smagliature, stai attenta ai peli, stai attenta alle rughe: devi stare attenta a così tante cose che è difficile tu possa stare attenta a tutto. Che è  difficile tu possa sentirti completamente a posto. Che è programmatico che tu sia sempre in parte insicura, che tu senta sempre di dover mettere qualcosa a posto di te, che ti senta in colpa a invecchiare (ed ecco che donne intelligenti e belle si devastano di botox, snaturando completamente i propri lineamenti, per esempio).

Fatto sta che io, quando mi guardo allo specchio, in tutti i difetti che vedo, non trovo qualcosa di più brutto rispetto a ciò che vedevo 10 anni fa. Trovo qualcosa di diverso, semmai. Trovo una donna, dove prima vedevo una pischella. Sono invecchiata. Certo. Lo vedo. E se mi guardo attentamente, analizzando le mie predisposizioni genetiche, so già che il mio collo imploderà nel quintuplo mento e che le mie guance tenderanno al suolo come quelle di un Mastino Napoletano. Sono invecchiata. Invecchierò ancora. E allora? Valgo meno come donna? Ma manco per la minchia.

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Voglio dire che quelle occhiaie, che fanno oggettivamente cacare, sono un pezzo di me, delle mie inquietudini e della determinazione che mi fa lavorare la notte (no, non in circonvallazione), invece che dormire.

Voglio dire che quella ritenzione idrica sulle chiappe, fa parte del mio essere femmina. Fa parte del mio essere donna ed essere donna è più erotico di qualsiasi culo marmoreo (posto che i culi marmorei sono e restano cose bellissime).

Per carità, magari tra 1 mese cambio idea, magari tra un mese mi passa questo mood da fondamentalista bio-eco-friendly, ma per ora è così. Per ora mi  accorgo che sto invecchiando e non voglio nasconderlo.

Nemmeno agli uomini. Soprattutto agli uomini.

Quando ho un appuntamento a stento mi trucco e gli outfit sono molto più castigati d’un tempo, con tessuti mediamente sintetici che ammantano insensatamente sia le tette che le cosce. Non so da cosa dipenda esattamente. Forse è solo che non mi interessa più impressionare nessuno (diversamente da quando andavo in giro con minigonne raso-fica e tacchi da baldracca, evidentemente). Forse è solo che non mi interessa attirare tanti uomini. Forse preferirei, nel caso, attirarne uno intelligente, magari perché lo faccio ridere. Forse è solo che penso che se uno ha occhi, e orecchie, e naso, e tatto, e pelle, arriva lo stesso. O forse è solo che voglio che mi veda così. Come sono.

Senza trucco, senza plateau, senza ciglia finte, senza lenti colorate, senza push up, senza guaina contenitiva.

Anzi, voglio che mi veda al peggio e che sopravviva a quello.

Voglio che veda le mie occhiaie, le mie rughe, la mia ritenzione, i miei 10 kg di troppo, i miei capelli sfibrati.

Voglio che veda la mia età.

Voglio che veda le mie rinunce.

Voglio che veda le mie conquiste.

Voglio che tocchi la mia vulnerabilità.

Voglio che s’innamori della mia forza.

Poi viene tutto il resto.

Sparso, tra gli occhi e le caviglie.

Dalle clavicole, per le labbra rosse.

Fino alle ginocchia.

Forse è solo che. Per ora. Al momento.

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Matrimoni da Single

Lo scorso weekend sono stata a un matrimonio in Sicilia e ho capito che la Sicilia è come un amante eccellente: appena se n’è andato hai voglia di rivederlo e di rifarci all’amore. Nello stesso modo, io ho voglia di tornare in Sicilia, di girarla e di perdermici; di avventurarmi da sola tra i suoi odori, i suoi volti e i suoi sapori; di gustarne la continua esplosione di colori, e arte, e natura.

Durante il mio breve soggiorno ho commesso tre peccati capitali (pane e panelle, arancina al burro e brioche col gelato); ho camminato per le strade della Vucciria e del centro storico di notte; ho trattenuto le lacrime per 40 minuti in chiesa mentre GuruVagina sposava il suo uomo speciale; ho fatto fitness pedalando su un pedalò, che non prendevo un pedalò dal 1999; ho riflettuto sulle potenzialità straordinarie e inespresse di quel territorio; ho pensato alla mafia; ho amato Pif.

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Ma non è di questo che intendo parlarvi. Quello che voglio fare, dopo essere stata a 2 matrimoni in 3 settimane, è dirvi tutta la verità sui Matrimoni da Single. Dirvi che questa storia che ai matrimoni degli altri si ciula come manco a 20 anni, ubriache, a Ibiza, ad agosto, è falsa. Una menzogna messa in giro dalla lobby dei wedding planner capitanati da Enzo Miccio, appositamente organizzata per farci dilapidare risparmi in vestiti, accessori, cure estetiche e coiffeur come manco Lady Diana nel 1981. Tutto inutile, andateci col pantalone di Dimensione Danza ai matrimoni. Il single piacente che ti corteggia a un matrimonio è solo una leggenda metro-sentimentale, simile a quella dello spacciatore che ti regala la droga fuori da scuola. No, amiche vagine, non è vero: gli spacciatori la droga non la regalano e ai matrimoni degli altri è facilissimo NON ciulare. Gli uomini che presenziano ai matrimoni sono, 9 su 10, accoppiati/accompagnati/omosessuali, oppure single intenti a ubriacarsi con gli amici in piena sindrome “squadra di calcetto”.

Certo, se poi siete Keira Knightley, o se andate a matrimoni hippy dove si pratica il poliamore, o se la sposa ha deciso che dovete accoppiarvi con il cugino rampante e vi mette al tavolo con lui, beh, è un’altra questione (questo lo dico preventivamente per le compagne del Fronte Nazionale delle Fornicatrici Matrimoniali).

In linea generale, comunque, in tutti gli altri casi, la situazione è differente. Innanzitutto è un fatto numerico. Le donne single ai matrimoni sono molte più degli uomini single (se eliminiamo dal panel gli under18 e gli over60), e voi capirete subito se la cerimonia contempla la celebre “Possibilità Belino” dal tavolo cui siete sedute (vi basti sapere che al mio tavolo c’erano solo donne single, coppie e omosessuali). Un secondo dato rilevante è la densità di vagine uber-fiche nell’ambiente. Un terzo dato è la quantità di vagine non accompagnate presenti. Grazie a un sofisticato algoritmo sarà immediatamente chiaro se avrete qualcosa di interessante da raccontare il giorno dopo in ufficio, a parte le portate della cena e le nuance dell’abito da sposa.

Quasi sempre, non voglio deludervi, gli exit poll non sono incoraggianti. Del resto, se ci riflettete, aspettarsi di essere imbroccate a un matrimonio è come pensare di comprare l’erba dal tabacchino. Se tu vai e la chiedi, quello mica te la da, non nel negozio, non si può, è illegale. Ciò non significa, naturalmente, che non esista un mercato dell’erba né che il tabacchino stesso non la spacci in separata sede. Quel che è certo è che non te la venderà comunque mai alla luce del sole.

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Dev’essere per questo che sabato scorso, di fatto, c’erano molte vagine non accompagnate e tirate a lucido, molte delle quali avrebbero senz’altro gradito portarsi in camera un tipico souvenir locale, ma nessuna l’ha fatto. Una mia amica a un certo punto mi ha detto: “Io stasera voglio proprio fare l’amore, è mai possibile voler fare l’amore e non farlo?“. Le ho risposto di andare da un gruppetto di uomini poco più in là e di ripetere quella frase con la medesima spontaneità, ma non l’ha fatto.

Eppure la capivo e la capivo perché provavo una sensazione simile. Non che lo spirito di Milly D’Abbraccio si fosse impossessato improvvisamente di me, non che me lo aspettassi o ne avessi urgenza. E’ solo che era una notte di inizio estate in Sicilia, con la luna che si rifletteva nel golfo di Mondello, con il vento che scompigliava appena i capelli e che accarezzava continuamente le cosce con la gonna. Era solo che ero sedotta dalla regione e che la situazione faceva il resto, e poi da giovane ho visto L’Ultimo Bacio quindi ci sarà sempre un pezzetto di me che s’aspetterà di incontrare Marco Cocci al matrimonio degli amici.

Era solo che avevo vino in corpo e gamberi nello stomaco, e due persone che si amano e che avevano appena detto “sì” per tutta la vita a due passi da me, e d’un tratto mi sono scoperta vera, vestita ma nuda, in silenzio rarefatta, spoglia di qualsiasi barriera e arresa all’evidenza che l’amore c’è e che io lo voglio.

Il tutto finché la mia amica, seduta sulla terrazza di fronte al Monte Pellegrino, ha sospirato, mi ha guardata e mi ha detto: “CHE TRISTEZZA”.

E’ stato in quel momento che ho dovuto riprendere il controllo di me stessa. “Non dire cazzate”, le ho detto. “E’ che non ci sono abbastanza single”, le ho detto.

“Ne sarebbero bastati 5, in questa serata, per dare tutta un’altra piega. E tutte noi ora ci divertiremmo molto più delle accoppiate”

“Hai ragione”, mi ha risposto.

Poi ho guardato di nuovo la luna che si specchiava nel golfo di Mondello.

Davanti al Monte Pellegrino.

Seduta sulla terrazza.

E ho sospirato pensando a quanto sarebbe stato comunque assai più semplice essere Keira Knightley.

 

 

ps: forse la soluzione potrebbe essere creare una banale agenzia di wedding recruitment, insomma noleggiamoli questi single, usiamoli al posto delle bomboniere, che qualche ora di accennata poesia ce la ricorderemo molto più di 6 cucchiaini d’argento.

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The Dark Side of the Single

Settimana scorsa sono andata a bere una cosa con un tipo. Era una situazione molto tranquilla, senza alcun genere di aspettativa. Lui era uno normale, più o meno simpatico, 33enne, graphic designer, sportivo e spaventosamente simile al mio ex. Abbiamo bevuto, abbiamo chiacchierato, abbiamo riso e abbiamo fumato. E, come nella migliore tradizione milanese, non ci siamo più  sentiti.

Ma il punto non è questo. Il punto è che mentre eravamo lì a bere, chiacchiarare, ridere e fumare, lui è andato al cesso ogni 30 minuti. Inevitabilmente ho pensato che  le cose erano due: o aveva precoci problemi di prostata, oppure andava a pippare cocaina come fosse Lapo Elkann al raduno mondiale dei transgender.

Che poi, sia chiaro, magari il ragazzo doveva solo evacuare e aveva una vescica grande quanto una bustina di thé, va bene. Però io ho notato questa cosa con un certo sospetto e ho pensato che, quando ti approcci a un nuovo single, specie se navigato, c’è una parte di te che si chiede sempre, in fondo, cosa ci sia di sbagliato nell’altro, cosa di bizzarro, cosa di irrisolto. E’ come se ci fosse un Dark Side of the Single che ti aspetti di scoprire da un momento all’altro, che ti fa stare all’erta, sempre sul chi-va-là, pronta a notare tutto ciò che di peculiare c’è. Perché, in fondo, hai dentro la domanda definitiva: “Perché lui è single?”

Poi mi sono chiesta cosa succederebbe se lui guardasse me con lo stesso schema mentale, con questo sguardo istituzionalmente fondato sulla diffidenza. Cosa vedrebbe?  Cosa penserebbe delle mie stranezze?

Mi sono chiesta, in altri termini, quale sarebbe il mio Dark Side, quasi convinta di non averne uno.

darkside2

Alla fine ho trovato utile l’esercizio, proprio in termini cognitivi. In un certo senso, scoprire di avere un lato oscuro permette di alzare la soglia di tolleranza nei confronti degli altrui Dark SideS. Permette di pensare che forse siamo tutti strani, a nostro modo, e che i rapporti, di qualunque natura essi siano, possano ammettere delle piccole psicosi reciproche.

Per invogliarvi a fare lo stesso esperiemento, mettere a fuoco tutte le vostre bizzarrie, ho deciso di condividere quanto segue:

1. Se qualcuno mastica a bocca aperta, io impazzisco. Per me è come il gesso sulla lavagna, l’unghia sulla carta o sul vetro, per capirci. Trovo che la società sia ingiustamente tollerante nei confronti di questo diffuso malcostume e quando vivremo in Vaginocrazia, la masticazione sarà una materia di studio in tutte le scuole elementari del paese, che bisogna educarli fin da piccoli.

2. La sera mi addormento guardando documentari sui serial killer. Non lo faccio sempre, ma può capitare. Anni addietro ho vissuto un periodo di dipendenza da Carlo Lucarelli e così è iniziato tutto. Una volta ero talmente in astinenza, dopo aver spulciato i più reconditi angoli di YouTube, dopo aver visto già tutti i documentari possibili, che sono arrivata alla biografia in inglese di Pedro Alonso Lopez, serial killer colombiano. Lì ho capito che dovevo darmi una regolata.

3. Ogni volta che sono a tavola, anche al ristorante, faccio palline con la mollica del pane. Questa è una deriva autistica, suppongo. E’ un istinto irrazionale, non me ne rendo nemmeno conto: prendo la mollica e inizio a comporre palline; quando la mollica finisce, sgretolo la crosta; poi, dopo aver smerdato tutta la mia parte di tovaglia, raccolgo le mie palline e la mia crosta grattuggiata e ne faccio una montagnetta. Il tutto sotto lo sguardo di misto biasimo-incredulità dei commensali.

4. Alla sera  se non ho una bottiglietta d’acqua accanto al letto, non ho alcuna chance di addormentarmi.  A meno che io non sia ubriaca come un Mocio Vileda immerso nella tequila, naturalmente.

lucarelli

5. Se suona il citofono, a meno che io non sappia già chi è, non apro. Praticamente come una pensionata nella zona più malfamata del Bronx.

6. Se squilla il telefono di casa, a meno che io non riconosca il numero, non rispondo, perché sono sicuramente rotture di cazzo.

7. Al mattino ho 15 sveglie che suonano, alcune anche in contemporanea per garantire la stereofonia. Partono alle 7 per farmi alzare alle 8.30. Un’ora e mezza di inferno. Ogni mattina.

8. Il mio pc non si tocca. E’ totalmente escluso. Se qualcuno in casa gli si avvicina, inizio ad avere turbamenti immediati. Non per niente ma a tutto c’è un limite. Puoi scoparmi, se vuoi, ma scordati di vedere la mia cronologia!

9. Ho la tendenza ad accumulare oggetti e ritrosia a buttarli via. Non sto dicendo che farò la fine di “Sepolti in casa” di Real Time, ma è sicuramente un’area da presidiare. Per esempio, in cucina ho un Vagina d’autore, un pezzo d’arte post-pop, composto da un vaso trasparente stracolmo di inutili accendini scarichi. Ma tutti di colori diversi!

10. Sono così cronicamente single che se qualcuno dorme con me, io dormo sistematicamente dimmerda.

Ecco, il mio Dark Side per me è perfettamente normale, è consuetudine.

Tuttavia mi rendo conto che se uscissi con il mio equivalente maschile, verrei qui a scrivere un post di quando sono uscita con quello spostato di mente da TSO immediato che guardava i serial killer prima di dormire, che al mattino faceva suonare 15 sveglie per un’ora e mezza, che se ti avvicinavi a 1 metro dal suo pc dava in escandescenza perché figurati cosa non c’era sul pc di quel depravato, che poi a cena aveva passato tutto il tempo a fare palline di pane con la mollica, un disadattato proprio, per non parlare di quella storia della masticazione, ma dove ti hanno allevato? Tra i Mujaheddin del Bon Ton?!

A volte è terapeutico, guardarsi da fuori. E ora lo so, ho anche io il mio Dark Side of the Single.

Ora lo so.

Che siamo tutti strani.

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Coinquilini o Sexmate?

L’abbiamo detto più volte: ci sono una serie di regole nelle relazioni sentimentali. Regole su cosa fare e soprattutto regole su cosa NON fare. Mai con un compagno di classe. Mai con un professore dell’università. Mai con l’ex di una tua amica. Mai con l’attuale di una tua amica. Mai con un amico del tuo ex. Mai con l’ex. Mai con un collega di lavoro. Mai con uno fidanzato. Mai con uno sposato. Mai con il migliore amico. Mai con un coinquilino.

Man mano che cresci, capisci che dire “mai” non ha molto senso e che nella vita, da un lato, ti ritrovi a fare cose che non avresti pensato di poter fare. Dall’altro, se rispetti tutti i precetti di cui sopra, fai prima a cucirtela perché alla fine della cernita resta un recinto con dentro solo Giuseppe Simone.

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Io, al momento, dei suddetti precetti, ne ho infranti diversi, mentre la mia amica Francesca, reduce da una relazione decennale, ne ha infranto uno soltanto, l’ultimo: mai con un coinquilino. Ma partiamo da principio.

Fancesca frequentava la mia scuola, è due o tre anni più giovane di me e ha deciso di trasferirsi a Milano per iniziare un Master. Quando l’ho saputo ho avuto voglia di dirle che sarebbe stato più ragionevole e redditizio restare a Taranto e imparare a fare nail art, ad esempio, però mi sono trattenuta, pensando che in fondo anche io avevo fatto esattamente la stessa scelta qualche anno prima. E così, da buona conterrona, le ho dato tutte le indicazioni del caso, a partire dal dove vivere a Milano (n.d.r.). Quando si è trasferita, nel giro di due negroni sbagliati le ho fornito il toolkit cognitivo minimo per affrontare il suo insediamento meneghino. Perché mi sembrava giusto prepararla, giacché Milano è una città molto challenging ma altrettanto demanding.

Le ho detto che a volte le sarebbe capitato di sentirsi sola; che la gente l’avrebbe invitata a cena fuori per festaggiare il proprio compleanno ma che la cena avrebbe dovuto pagarsela lei; che impovvisamente i suoi vestiti/scarpe/borse non sarebbero bastati più; che presto il suo nome di battesimo sarebbe scomparso in favore di un nomignolo esterofilo tipo “la Francis”; che non importa quanto si sentisse piacente a casa sua, a Milano avrebbe in fretta realizzato che le modelle circolano a piede libero in mezzo a noialtre e che c’è un’aspettativa di fighezza minima mortalmente più alta; che l’egofrocismo va per la maggiore, che depilarsi la vulva non è un optional e che, soprattutto, a Milano usare calze color carne è socialmente più deprecabile che dichiararsi un fervente e praticante satanista.

A circa una settimana dal trasferimento, Francesca mi ha scritto per dirmi che il Master era iniziato e pareva interessante, che in casa erano in 5, con doppi servizi però, che scusa se è poco, ma fa la differenza. Stanza fighissima, coinquilini simpatici, tutti suoi coetanei, tutti lavoratori tranne lei e una norvegese – molto bionda e molto magra – che studia fashion design. Tutti simpatici, i coinquilini, specialmente uno.

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Tempo un mese, Francesca e quell’uno, il più simpatico di tutti, avevano fatto conoscenza, poi amicizia, poi flirtato, poi limonato, poi fornicato, poi iniziato a camminare mano nella mano.

Quando l’ho saputo ho avuto voglia di chiederle come fosse possibile, essersi appena mollata dopo una storia pluriennale e avere già voglia di invischiarsi in una relazione. Come fosse possibile non aver voglia di curiosare, di vedere, di conoscere, di scoprire, di lanciarsi senza paracadute da sola nel mondo, di farsi male e rialzarsi e sentirsi forte, post-moderna e tormentata come tutte noi. Però mi sono trattenuta, pensando che in fondo chi minchia sono io per decidere cosa è giusto fare e cosa no, dall’alto della mia precarietà emotiva, per cui ogni 5 mesi mi sciroppo crisi mistiche esistenziali che in Tibet dovrei starci per 20 anni, non sette.

Insomma, magari ha ragione lei, e fa bene a fare come fa, che forse lei ha trovato una nuova dimensione, l’ottimizzazione esistenziale e sentimentale, perfetta per questi tempi, il Sexmate, che a ben vedere, presenta anche degli aspetti positivi:

1. Non devi prendere il taxi per raggiungerlo

2. Quando dormi da lui non devi portarti dietro lo spazzolino, le mutande, i trucchi, il ricambio per il giorno dopo.

3. Per riaccompagnarti a casa non deve usare la macchina e nemmeno mettersi la giacca, al massimo le mutande.

4. Se sei in ritardo per un appuntamento non devi perder tempo a whatsapparlo per dirgli che sei in ritardo per l’appuntamento.

5. Scopri subito l’impatto della sua presenza sul livello di pulizia del tuo cesso

6. Scopri subito se è consapevole del fatto che mutande e calzini non sono dotati di un micro-navigatore satellitare incorporato per condursi da soli nel cesto della biancheria

7. Scopri subito se è una persona puntuale con i pagamenti di affitto e fondo cassa

8. Scopri subito se crede nella metempsicosi della carta igienica o se gli è chiaro che una volta che il rotolo è finito, è finito. Ngéppiù. Non rinascerà. Bisogna cambiarlo.

9. Scopri subito se è un serial killer con istinti cannibali che nel frezeer congela resti umani

10. Scopri subito se sopporta la vista di te appena sveglia, struccata, con i capelli stile nido di struzzo, il pigiama di pile e le calze di spugna. E se sì, ci sono i presupposti per imbastire una seria relazione sentimentale.

Insomma, Francesca fa bene a fare come fa.

Io, per il momento, proseguo nella mia autarchia sentimentale ma metti che tra un due/tre anni stiamo ancora qua, fanculo al bilocale, vado anche io a vivere con MilanoStanze.it!

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La Verità è che ha un’altra

Esistono alcune leggi fondamentali che regolano la relazione tra i due sessi. Generalmente si tratta di fenomeni che non vengono codificati e spiegati in nessun Master Executive in Men/Women Management e quindi ci tocca impararli sul campo, sbatterci la testa contro e – almeno in minima parte – sedimentarli nella nostra coscienza emotiva.

Premettiamo che la seguente dissertazione è calzante sulla maggioranza dei casi, naturalmente non su tutti, quindi tutte le eccezioni che si indigneranno leggendo le seguenti generalizzazioni, si dessero pure pace. Evidentemente non parliamo di loro. Ma solo del restante 98% della popolazione virile.

viacolvento

Il primo postulato che regola la vita sentimental-sessuale dei peni è il Pilu Fissu. Teniamolo a mente, questo postulato, perché ci torneremo anche in altre occasioni. Il Pilu Fissu dice che, superata una certa età, gli uomini medi saranno accoppiati per definizione. Non importa che siano effettivamente innamorati o soddisfatti della partner prescelta. L’importante è che ne abbiano una. Un sacro contenitore all’interno del quale evacuare i propri fluidi biologici con regolarità (più o meno rada) e con il minimo sforzo cognitivo (la salvifica trombata settimanale, per intenderci). Gli uomini sono pragmatici e, per esempio, quando iniziano a lavorare non hanno poi così tanto tempo da dedicare al procacciamento di nuove prede. Conviene prenderne una e tenersela, al massimo cercare qualche liason fuori porta per mettere un po’ di pepe alla noia della relazione solida, senza comunque rinunciare a una vagina che ti cucini la cena e possibilmente ti stiri le camicie. La stessa che poi, negli anni, piaccia abbastanza alla tua mammà da meritare di incubare il tuo seme, così che tu possa adempiere all’aspettativa che la società ha su di te: la procreazione.

Collegata al postulato, la Grande Legge Universale del Pene: “Gli uomini non lasciano mai, a meno che non abbiano un’alternativa già pronta”. Anche traducibile in “Se ti lascia, ha un’altra”.

Tecnicamente è semplice, non fa una piega e la legge si fonda su un’accurata osservazione fenomenologica del comportamento sentimentale dei peni. In prima istanza, è sufficiente avere amici uomini. Quando li hai, e hai il raro privilegio di essere una loro confidente, ti accorgi di come siano capaci di trascinare le relazioni più improbabili per mesi e anni, per inerzia, per sfinimento, piuttosto massacrando la compagna per indurla a farsi lasciare ma senza in alcun modo prendere i coglioni in mano e dire “Senti belladecasa, è finita”. Non lo fanno, ça va sans dire, finché non hanno già un nuovo porto in cui approdare, un nuovo territorio da colonizzare, una nuova vagina potenzialmente sicura in cui insediarsi. Sempre per garantire l’adempimento del più basilare e naturale dei loro istinti: chiavare. A quel punto, ci va poco, passi in rassegna il tuo curriculum sentimentale e t’accorgi che la legge bene o male fila. Io, per esempio, ho sempre mollato ma tutti quelli che mi hanno lasciata andare senza troppe storie, guarda caso, a poche settimane dal mio melodrammatico “Finiamola qui” avevano già accanto una nuova concubina (che poi in genere si rivelava la donna of their lives). Che sia un caso? Dubito.

Ora, la questione, finché ne sei fuori, finché sei single, non si pone. Il problema sorge quando hai di fronte una vagina (a cui magari vuoi pure un bel po’ di bene) che, per quanto intelligente, per quanto consapevole, per quanto presente a se stessa, proprio non riesce a vedere le cose nella loro bruciante e lapalissiana evidenza: la verità è che ha un’altra. E tu devi trovare un modo delicato per dirle che mentre lei, mollata, si crocifigge disperata all’idea di non saper più stare a questo mondo senza di lui, lui si sta probabilmente bombando una circa 10 anni più giovane di lei, con un culo che ha fatto l’MBA e che parla 4 lingue, incluso il cinese.

Di fatto, uno degli errori che noi vagine facciamo più spesso in quelle situazioni, quando la terra ci manca sotto i piedi, è illuderci che loro siano come noi. E’ convincerci che gli uomini ragionino come ragioniamo noi e finiamo a fare le sartine che cuciono sui propri ex quel genere di pugnetta mentale di matrice vaginale, che un uomo non si farà mai.

No, amica mia. Non è l’insicurezza, l’incertezza, l’oppressione. Non è la paura di crescere, che l’ha fatto volare via. Non è l’ansia da prestazione. Non è la distanza. Non è il timore di non essere all’altezza della meravigliosa vita da Mulino Bianco che volevate (volevi) costruire insieme. No. E’ finita perché lui non ti amava abbastanza e perché ne ha trovata un’altra che gli tira di più. Fine della storia.

theendoflove

T’avesse amata di più, sarebbe ancora con te. T’avesse trovata ancora la migliore possibile, sarebbe con te. T’avesse voluta davvero, saresti legata a doppio spago ai suoi coglioni. Invece t’ha mollata e vai a vedere che forse c’hai solo da dire grazie alla nuova stronza di turno, che t’ha salvata da uno che in fondo continuava a stare con te più per pigrizia che per altro.

Solo perché eri il suo Pilu Fissu.

E’ brutto? Sì, lo è. Specialmente quando ci sei dentro. Specialmente quando non riesci a capacitarti del fatto che lui ti amasse assai meno di quanto lo amassi tu. Specialmente quando uno ti ha promesso mari e monti e dopo 1 mese che convivete ti molla e tu lo trovi a letto con un’altra. E no, non devi aspettare che torni da te. Non devi pensare di perdonarlo. Impacchetta la tua roba e vattene, perché forse meriti di più, che è una frase del cazzo ma purtroppo è così. Vattene, perché la vita da Mulino Bianco magari è bella ma dovete volerla in due, Antonio Banderas dev’essere molto ma molto convinto. Altrimenti è solo questione di tempo, prima o poi arriva comunque un nuovo Pilu e tu resti da sola, con un paio di marmocchi e Rosita a farti da psicanalista.

Impacchetta la tua roba e vattene.

Piangi quanto ti pare. Dormi. Stordisciti.  Chiuditi nel tuo silenzio, ascolta gli Smiths per un anno e lascia che le ferite sanguinino prima di pretendere di leccarle. E i segni che resteranno (perché resteranno) giura che non li nasconderai mai. Giura che li lascerai come monito, per ricordare chi sei e quello che vuoi. Anche se questo probabilmente vorrà dire che resterai sola, almeno per un lungo pezzo.

Infine, quando ti sentirai pronta, riapriti al mondo. Fallo con la testa e fallo con le cosce.

E nel frattempo accetta il fatto che le relazioni sono la cosa più imperfetta che ci sia.

Che non sono eterne.

Che sono solo pezzi di vita che condividiamo con alcune persone. Che per un po’ sono tutto. E poi diventano niente.

Nei casi migliori, ricordi.

Vattene, per piacere.

E buona fortuna.

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