Archivi del mese: novembre 2011

Dev’essere premestruo

Dev’essere premestruo.

Sono appena rientrata a casa. Ho mangiato un pan-ciok o una cosa del genere, una di quelle merendine di compromesso – che come dice la mia amica AstroVagina: la vita è piena di compromessi e uno dopo un po’ si rompe anche le palle di accettarli (e non ci riferiamo a quel genere di compromessi che portano l’intellighenzia femminile italiana in parlamento o al meteo di Rete4) - di quelle che mi piacciono ma non troppo e che, di conseguenza, mi permettono di dominare l’impulso bulimico.

Sono andata su YouTube perché c’avevo una voglia matta di ascoltare Next Exit degli Interpol, che io con Next Exit degli Interpol mi sono fatta più pugnette mentali di quante se n’è fatte fisicamente il maschio medio italiano sui calendari di Manuela Arcuri.

(Se vero è che le riviste vendono di più mettendo le battone in copertina, voglio fare un esperimento e scoprire se questo post riceve più click co sta foto nella sharing-preview)

Ecco mi sono collegata a YouTube, che comunque ha deciso che deve piacermi Willwoosh (…) perché continua a piantarmelo in Home, nemmeno fosse Gemma del Sud vojo dì. Ecco, mi sono collegata ed è successo che Next Exit degli Interpol su YouTube non ce sta più. Questo non è che vada benissimo. Io vorrei che la piantassimo con questa storia dei diritti d’autore e dei copyright e vorrei, altresì, trovare esattamente ciò che voglio sentire, esattamente nella versione che dico io, senza spendere soldi (perché lo sanno tutti benissimo che gli artisti non vanno pagati) e soprattutto senza dover surfare tra decine di video di inutili live che, non per essere stronza ma se non sei Roger Waters con David Gilmour, Richard Wright e Nick Mason a Pompei,  9 volte su 10 puoi pure lasciar perdere.

Morale: non ho trovato la canzone che volevo ascoltare, che è una cosa fastidiosissima, vagamente assimilabile a quando rinvieni nel mobile il tubo delle Pringles alla paprika vuoto. In più è tutto il giorno, ma proprio tutto il giorno, che me pare d’averci Moira Orfei seduta sul petto. Non so come dì.  (*del perché scimmiotto la parlata romana pur essendo una pugliese che vive a Milano, ne tratteremo in seguito).

Insomma c’ho una specie di paranoia sottile e ineluttabile, che mi rimbalza tra ovaie e cervello, causandomi apocalittici smottamenti umorali. Allora penso “dev’esse il premstruo“, perché una vagina normale ed equilibrata avrebbe imparato da circa 14 anni a segnarsi quando le viene il ciclo. Io no, perché vivo della gratuita presunzione di poterlo ricordare “a mente”. Naturalmente non lo ricordo pe gnente, ho giusto un’idea del tutto approssimativa, del tipo che me viene all’inizio, alla metà o alla fine der mese e, siccome da 1 mese e mezzo non vivo più, me rimane pure difficile trovare dei riferimenti nel flusso incondizionato e ininterrotto della mia squisita alienazione esistenziale.

Insomma, comunque io mi dico che non può essere altro che il premestruo. Non può essere che oggi la mia stagista ha assestato un bel paio di colpi cogliendomi impreparata (cosa che io vivo piuttosto male perché ho un’innata tendenza alla spontanea performanza, combinata con un insano feticismo per i complimenti). No, non può essere che non vado in palestra da mesi, che ingrasso, che fumo troppo, che dormo un cazzo, che fisso negli occhi la solitudine e la sfido, che al telefono coi miei cerco di dissimulare, senza avere nessuna voglia di parlare, illudendomi che nascondermi in poche frasi di circostanza ed evadere qualunque domanda sulla mia vita possa evitare preoccupazioni a chi mi ama e mi è lontano. E la Vagina Maestra, d’altra parte, lo dice sempre: “a figghja mut, a mamm ’ndenn” (o qualcosa del genere) che vorrebbe dire che anche se i figli non parlano, le madri comprendono. Con questo non che la Vagina Maestra sia solita parlare in dialetto, solo che i proverbi hanno senso così, sono popolari, sono antichi, sono saggi e i più belli sono pure volgari, quindi tradurli in italiano sarebbe quasi delittuoso.

No, deve essere il premestruo. Sono talmente convinta che sia il premestruo che credo che scoppierò a piangere nel giro di qualche ora. Non lo so perché. Magari perché Tiziano Ferro è “fidanzato e felice”, oppurre per solidarietà nei confronti della marmotta che subisce del mobbing da parte della Milka e continua a incartare tavolette di cioccolato da 10 anni. Non lo so, un motivo per piangere, quando si è in premestruo, lo si trova sempre…o meglio, è lui che trova noi. E mi troverà.

Perché questa puzza di vita non può essere altro che premestruo.

Niente di più.

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Protetto: Rabbit and the city

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Dove c’è Frecciagrossa85 c’è casa

Questo weekend è venuto a trovarmi il mio migliore amico finocchio che, non per dire, è una figura retorica degna di qualunque ultra-ventenne semi-evoluta milanese, il miglior amico finocchio. Per evitare di chiamarlo in continuazione “il mio miglior amico finocchio”, chiameremo il mio migliore amico finocchio “Frecciagrossa85“.

Venerdì pomeriggio, dopo l’ufficio, mentre Frecciagrossa85 era in viaggio per raggiungermi, mi sono detta che c’avevo vojia di coccolarmi. Mi sono accesa una sigaretta mentre il portone del palazzo del mio ufficio si richiudeva alle mie spalle. Mi sono incamminata verso casa a piedi, continuando a ripetermi che questo inverno, dopotutto, non è mica poi così feroce (il ché implicherà che nelle prossime 48 ore si abbatterà su Milano una tempesta di neve in direttissima dal Circolo Polare Artico). Camminavo in quella specie di nebbiolina che s’addensa tutta attorno ai lampioni, tra le vetrine scintillanti piene di accessori e indumenti che non potrò permettermi mai e mi sforzavo di ignorare l’incombere di quell’odiosa prassi meglio nota come “PENSIERINI DI NATALE“.

Camminavo e pensavo che era proprio il caso di entrare in un parrucchiere e di farmi fare una piega. Ogni volta che vado in un parrucchiere a Milano, mi viene una nostalgia pazzesca del parrucchiere terrone. Il parrucchiere terrone, di solito,  conosce te, tua madre, tua zia, i tuoi gusti, il tuo lavoro, la tua vita sentimentale e, possibilmente, anche il nome del tuo “zito”. Il parrucchiere milanese, invece, ti fa pagare 29 euro per una piega con 11 euro di trattamento Kerastase dei miei cojioni e all’ora dell’Happyhour ti offre anche il prosecco nel flut. La piccola terrona che è in me era sconvolta.

Uscita dal parrucchiere con una testa di morbidi boccoli, ho raccattato Frecciagrossa85 che, intanto, era giunto a Milano più figo, più tonico e più salutista che mai. Siamo andati a cena fuori, poi a mangiare un gelato in Via Marghera che è inspiegabilmente una fucina di gelaterie, infestata di famiglie ingorde di ghiottonerie a qualunque ora del giorno e della notte (per rendere l’idea, ho visto panettoni imbottiti di gelato, io, in Via Marghera).

E poi siamo andati a bere negroni e vodka lemon raccontandoci gli ultimi mesi di vita: un tripudio di avventure sentimental-para-sessuali, lui, e uno sfacelo sentimental-para-sessuale, io. Il resto del weekend si è consumato tra chiacchiere sul divano-letto, passeggiate in centro con conseguente ipertrofia del polpaccio per una che ha la stessa agilità di un tricheco, merenda con Zia Vagina e Panaro a base di caffé e sfogliatine convincendoli in tutti i modi a tornare in vacanza in Puglia la prossima estate, sfoderando una lunga lista di alimenti di imponderabile pesantezza che sottoporremo alle loro papille gustative. Ma, soprattutto, cifra caratterizzante del weekend, un susseguirsi di esilaranti massime come:

“Mi ricorda quella volta che per sbaglio mi sono lavato il culo col topexan”

“A me piacciono tutti. Basta che respirino”

“Non posso raccontarti tutti i miei flirt, non me li ricordo nemmeno”

“Preferisco il rimming alla fellatio”

“Per me vanno bene dai 13 anni ai 55″

“Gli stavo toccando il pacco in discoteca ma mica me ne facevo accorgere”

“A me non importa nulla della dialettica”

“Mi hanno appena invitato a un’orgia

“Vieni subito a trovarmi, ti presento un bel nero”

“Secondo me Vaffanculo di Marco Masini è una bella canzone” con conseguente, acceso dibattito in cui, sotto la moderazione di Gad Lerner, io cerco di spiegargli perché è indiscutibilmente, socialmente riprovevole affermare che Vaffanculo di Marco Masini è una bella canzone. Per riabilitarsi, mi ha proposto di andare al concerto dei Radiohead, ed io che vivo ormai fuori dal mondo in un piccolo bugigattolo di auto-commiserazione vaginale, manco l’avevo capito bene che vengono i Radiohead in Italia. Gli ho detto sì, naturalmente. Ma i biglietti temo siano già finiti. 

Il tutto accompagnato da quello che ormai può definirsi uno dei nostri giochi preferiti: passare in rassegna qualunque conoscenza pene-munita condivisa negli ultimi 12 anni e confrontare i rispettivi gusti. Devo ammettere che le nostre preferenze sono piuttosto dissimili, fatta eccezione che per il mio ex e per un amico di uno nostro amico musicista che, a quanto pare, diversi anni fa, ha animato le fantasie erotiche di entrambi. Solo che allora non lo sapevamo. O meglio, Frecciagrossa85 sapeva benissimo dei miei scompensi ormonali. Io ignoravo che fossero da lui condivisi.  

In conclusione, non meno importante, ho ampliato la mia cultura in finocchiologia, scoprendo che se ti piace prenderlo nel di dietro sei “bottom“, se ti piace metterlo nel di dietro sei “top“, se invece dipende dalle condizioni metereologiche sei “versatile“. Ho scoperto che esistono degli escort che costano dai 50 ai 150 euri all’ora, che sono palestratissimi, depilati e con delle facce quasi sempre inguardabili. Ho scoperto che Frecciagrossa85 ha una sconsiderata tendenza allo “sgamo facile” in luogo pubblico, cosa che a me imbarazza un sacco perché ho una serie di fissazioni sociali come “non fissare la gente + non parlare ad alta voce in pubblico (beneinteso che in privato posso abbandonarmi a delle sceneggiate di magnitudo 10.5, che mi meraviglia i miei vicini non abbiano chiamato mai il 118) + mangiare a bocca chiusa. Ho anche scoperto che Frecciagrossa85 è un bel bocconcino e che se io gli cammino accanto tirata a lustro i maschi guardano lui (ma non sono ancora pronta, in quanto vagina single, a lamentarmi del fatto che tutti gli uomini in circolazione sono o fidanzati, o cessi, o froci…no, non lo farò).

Ho scoperto, nel mio Master Executive in Finocchiaggine, che c’è una libertà sessuale invidiabile e una chiarezza che non mi è mai capitato di trovare nel mondo etero. Ho scoperto una memoria di me stessa che avevo perso, nei suoi racconti di festini alcolici e di avventure occasionali. 

Ho scoperto che ai matrimoni dei nostri amici, noi 2, che saremo – per lo meno apparentemente - 30enni e single, ci siederemo vicino e faremo scudo comune agli occhi di un mondo che ci chiederà “E VOI? QUANDO VI SPOSATE, VOI?”

Ho pensato che se vivessimo nella stessa città sarebbe molto più bello.

Ho pensato che mi obbligherebbe a fare sport.

Ho pensato che la domenica verrebbe a pranzo da me.

Ho pensato che sarebbe famiglia.

Ho pensato che dove c’è Frecciagrossa85, c’è casa.

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Non sapere

Ieri.

Ore 18.07: scrivo un sms alla Zia Vagina.

Zia Vagina è una mia collega. Anzi, Zia Vagina è una mia amica. C’ha un sorriso adorabile che potrebbe infondere serenità pure a un Jack Russell e, pur avendo soltanto pochi mesi più di me, è infinitamente saggia, modello di equilibrio, di autenticità e di umanità che – sotto un’apparenza perfettamente sana – nasconde psichedelici feticismi, come quello per la Fiera dell’Artigianato a Rho, quello per la spesa all’Esselunga, quello per il riso agropiccante di “Hong Kong” e quello per la vitiliggine di Giorgio Prette degli Afterhours, che durante i concerti la porta a urlare (cito testualmente) ”GIORGIO SEI BONOOOOO”. Zia Vagina convive con Panaro, che è un giovane molto a modo, dall’evidente savoir faire, dal piglio audace e con una passione per lo sport (in particolar modo per lo sci di fondo) che oserei definire insana. Ma io sono una fonte parziale. Panaro e Zia Vagina insieme sono molto, molto belli. 

Ore 18.07 scrivo un sms alla Zia Vagina.

Testo: “Oddio, mica mi chiama quello stronzo infame...”

***

Ieri

Ore 18.11: scrivo un sms a GuruVagina.

 GuruVagina è la più storica vagina che ho a Milano. Anche se tecnicamente ci vediamo sempre meno, GuruVagina resta sempre GuruVagina, colei il cui infinito genio ha partorito una massima profondamente illuminante come: “Il modo peggiore per avere da un uomo ciò che vuoi è chiederglielo“. Capace di sorprendente razionalità, GuruVagina ha un rapporto intermittente con il proprio vaginismo che le permette di essere, per l’80% del tempo, divertente come e più di un uomo e, per il restante 20%, completamente folle e complicata come la peggiore delle peggiori vagine. Favorevole al consumo delle droghe leggere e Coca Light addicted, GuruVagina è fidanzata con ZenMan, un brillante digital-music-photo-vegetariano, che non guida la macchina e che possiede due gatte di ineguagliabile sgualdrinaggine.

Ore 18.11: scrivo un sms a GuruVagina.

Testo: “Stasera è a Milano e non ci vedremo.”

***

Ieri.

Ore 19.17: lui mi chiama. 

E’ a Milano. Ci vediamo? 

Esco dall’ufficio alle 20 circa e graziaddio mi sono sparata degli stiletti tacco 16,3 con 4 dita di plateau (io non so chi abbia inventato il plateau, ma per me è un DIO), il tutto nascosto da un largo pantalone nero, che in una scala da 0 a 10, dove 0 è un cesso e 10 è Giunoone, mi pone su un livello “Tracagnotta ancora chiavabile” che s’attesta su un 7 politico, contrariamente al Repellenza-Mode-On che di solito si ottiene con le ballerine.

Esco dall’ufficio. Lui m’aspetta fuori. Non ci vediamo da un mese. Forse più.

E’ strano. Parlo poco. Lui pure. Accendiamo, entrambi, una sigaretta.

Sono tesa. C’ho paura. C’ho paura, non so di che cazzo, ma c’ho paura. C’ho paura di non dimostrarmi cresciuta, c’ho paura che mi prenda per il culo anche se lui è infinitamente migliore di chiunque l’abbia preceduto. C’ho paura di illudermi, c’ho paura di non capire e di fare male a me e a lui, di nuovo. C’ho paura di leggergli in faccia che è finita. Che sono solo la sua ex. Quella che vede per caso, di passaggio, a Milano, durante un viaggio di lavoro.

Andiamo a bere al Frizziellazzi, un posto vicino il mio ufficio dove mi piace andare a bere. Io ordino uno spritz, lui un bicchiere di vino e prendiamo dal buffet qualche schifezza utile a “spezzarci l’appetito” (che la Vagina Maestra con me s’incazzava sempre, quando mi “spezzavo l’appetito”, quando non era ancora chiaro che il mio è un appetito di titanio).

Poi andiamo a cena. Io mangio una Entrecote alla Woronoff (che amo molto) e lui degli straccetti in aceto balsamico. Beviamo due calici di negramaro, perché il terrone a Milano lo riconosci dal fatto che al ristorante sceglie sempre il vino di casa sua. Prendiamo anche un caffé. Decaffeinato, però.

E poi mi accompagna a casa, a piedi, in una notte qualsiasi di un novembre milanese meno cattivo del solito.

Non lo so di cosa parliamo davvero. Credo di niente.

Non lo so di cosa, in realtà, rido e di cosa piango.

Non lo so come ci ritroviamo a fare un amore totale, complice e sicuro, con ogni centimetro di pelle e con ogni angolo del cervello.

Non lo so come finiamo avvinghiati, stretti strettissimi, a coccolarci come nei migliori cliché post-coitum.

Non lo so cosa mi causi questo senso di ubriachezza e desiderio e abbandono e calore.

Non lo so se sia l’ultima volta.

Non so davvero un cazzo di niente.

Ma è stato bello.

Bello davvero.

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VaginANSA – 1

Io, nella mia vita di cibernauta nata a metà degli anni ’80, sottoposta fin dalla più tenera età all’utilizzo del Grillo Parlante e del Commodore 64, detentrice suprema del SEGA che però si leggeva “siga” ed era una consolle che andava a “cartucce” che costavano un occhio della testa (di cos’altro debba essere poi, l’occhio, non l’ho capito mai), io che per oscure ragioni avevo una cartuccia soltanto, che era Prince of Persia, con una musichetta così ipnotizzante che sono sicura che qualcuno negli States abbia commesso omicidi multipli dichiarando alla stampa “Me l’ha ordinato Prince of Persia”…
Digressione su Prince of Persia
Sì, perché il meno che poteva succederti a Prince of Persia era di essere tranciato di netto da una tagliola, cospargendone le estremità di sangue. Oppure potevi dover uccidere 2 o 3 soldati insieme, oppure ancora potevi fare un salto mal ponderato e assistere a un’inesorabile precipitare nel nulla del tuo pupazzino, accompagnato da un grido straziante, che sarebbe terminato soltanto all’atterraggio su una graticola di aculei giganti e alla conseguente morte del medesimo.
Mi ricordo che quando smettevo di giocare a Prince of Persia, la Vagina Maestra mi trovava nervosa.
Grazie ar cazzo, mi verrebbe da dire oggi.
Fine disgressione su Prince of Persia
…ebbene io che mi ricordo quando avere l’Encarta su cd-rom ti faceva sentire avveniristica, e quando si diceva  ancora “collegarsi a un motore di ricerca” invece di “googlare” e si andava su Altervista o su Arianna, ecco io nella mia vita di cibernauta nata a metà degli anni ’80, ho avuto un sacco di account email.
Di ogni genere. Di ogni natura.
Probabilmente un analista imputerebbe questa specie di schizofrenia virtuale a una parcellizzazione della mia personalità e, dopo un’attenta analisi, direbbe che intorno ai 15 anni ero in palla con i Red Hot Chili Peppers, considerato che usavo come cognome Kiedis (che sarebbe il cognome di quel maschio di grande classe, per niente strafatto di steroidi, leggermente ex eroinomane e californiano, i cui muscoli tatuati hanno animato numerose fantasie di una giovane vagina dal gusto ancora particolarmente animale).
Fatto sta, che io ho avuto account ovunque, persino su Jumpy e, vojio dì, secondo me soltanto in 10 in Italia abbiamo avuto un account email su Jumpy. Io sì. Chiedo ufficialmente agli altri 9 di farsi avanti, senza aver paura e senza temere il giudizio altrui, anche perché secondo me è giunto il momento di ridare a Jumpy ciò che è di Jumpy.
Mi ricordo che su Jumpy ero “Antonia”, tanto perché uno dei 3 libri che ho letto nella vita è “Porci con le ali” e ci ero rimasta sotto, anche se spesso mi sentivo più affine a Rocco che ad Antonia che, in quanto vagina, a volte era così tanto “du palle”. Solo che non potevo scegliermi “Rocco” come nickname, mi sarei sentita un operaio del triveneto con imbarazzanti velleità genitali.
Però devo dire che ormai da qualche anno mi sono totalmente convertita a Yahoo! e continuo, per ogni evenienza, ad aprire lì una quantità insensata di account email, di cui poi mi scordo l’esistenza, o le password, o l’ID. Però, ciò che conta è che, come in molte cose, superata la confusione adolescenziale, ho raggiunto un mio equilibrio virtuale che mi permette, e qui viene il bello, di collegarmi almeno 4-5 volte al giorno all’Home Page di Yahoo! potendo deliziarmi di alcune delle notizie più becere del mondo, capaci di far sentire bene qualunque vagina:
- Guarda da vicino le ginocchia delle star (e puoi pensare che le tue siano mejio)
- Britney ha la cellulite! Foto shock! (e puoi scoprire che ne ha più di te)
- Di chi sono queste braccia troppo muscolose? (e puoi pensare che troppo fitness danneggia)
- Siamo abituati a vederla come un sex symbol e invece…(e puoi vedere Scarlett Johansson sex symbol ma non fotoritoccata)
- 7 donne su 10 fingono l’orgasmo (e puoi sentirti, a seconda dei casi, in buona compagnia oppure estremamente fortunata)
e via discorrendo.
E allora penso che mi piacerebbe molto avere la costanza (che proverbialmente non ho) di creare e aggiornare questa rubrica “VaginANSA” che segnali, almeno una volta alla settimana, una notizia vagina-friendly.
La notizia sconvolgente di oggi è che un uomo, teoricamente appartenente al genere Homo Sapiens Sapiens, intrattiene una relazione con Barbara D’Urso.
Non da meno, che Ligabue ha fatto un nuovo sconcertante singolo.

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Lovely Moonchild

Una volta, un mio amico, che non era esattamente un mio amico quanto un amico del mio ex ex che io adoravo un sacco (l’amico, intendo), quando finì col mio ex ex, mi scrisse chiedendomi come stessi e mi disse che le storie finiscono necessariamente male, altrimenti non finirebbero affatto.

Dopo qualche anno mi chiedo se l’amico del mio ex ex avesse ragione. Probabilmente sì. Ma non glielo dirò mai, perché non sento più l’amico del mio ex ex, né il mio ex ex, in quanto il mio ex era un amico del mio ex ex e dell’amico del mio ex ex. 

Però ci ripenso. E mi rispondo che forse sì, forse le storie possono finire solo male.

Io e il mio ex ci siamo ri-salutati. Una volta ancora. E’ praticamente un mese che andiamo avanti di tira e molla, di “forse la cosa più giusta è allontanarsi”, “forse non ci dovremmo sentire proprio” e poi, puntualmente, l’embargo non supera le 48 ore e uno dei due cede e parte il messaggino, la telefonatina, la lite furibonda, le lacrime, le urla, la riappacificazione.

E poi, una volta ancora “Tu che fai? Tu cosa mi dimostri? Tu che stai lì stesa sul tuo divano ad aspettare che io risolva tutto e lotti contro ogni difficoltà e ci metta tutte le energie, che non ho, perché io le ho investite tutte, mentre tu,  invece, solo tu, nient’altro che tu, vagina, che cazzo hai fatto tu?”. Vabbè. E allora una incassa e porta a casa. 

Me ne sto zitta, stranamente, e ascolto, e penso, che forse devo soltanto essere più dolce, solo stargli vicina in questo brutto momento, rassicurarlo, fargli ricordare quanto è bello avermi nella sua vita, che so farlo ridere tanto, che so dargli consigli, che sono una tipa gagliarda da averci tra le scatole. Facendogli sentire che ho bisogno di lui, cioè non che ce l’abbia davvero, o forse sì, non lo so, ma che comunque voglio averlo. Fargli sentire che per me è importante e che mi manca fisicamente la sensazione di rimpicciolirmi tra le sue braccia, spogliandomi dell’armatura incazzosa con la quale affronto la quotidianità.

E allora mi ricordo quello che mi dice sempre la Vagina Maestra, che è la vagina che m’ha messa al mondo, che dice sempre che noi bisogna essere dolci coi “maschietti” (e non chiedetemi perché li chiami “maschietti”, probabilmente nella vana speranza di far leva su uno spirito materno di cui sono totalmente sprovvista, non lo so), che bisogna saperli prendere, che bisogna rassicurarli, che bisogna imparare a mettere i puntini sulle “i” senza urlare e una serie di altre saggità che non credo imparerò mai.

E allora io ci provo. Ci provo e, apparentemente, ci riesco. E lui mi dice che è bello che io stia ad ascoltarlo, che parliamo di lui (perché a quanto pare, si parlava sempre e solo di me, specificatamente del mio lavoro…che comunque è e resta molto più interessante del suo, ma capisco che parlare del proprio lavoro sia in ogni caso una scelta infelice).

E lui mi dice che mercoledì sarà a Milano per lavoro e si va a cena fuori, se mi va. E dal tono sembrerebbe che, un pochino, anche lui non veda l’ora di rivedermi. Dal tono sembrerebbe che siamo entrambi felici all’idea di stare un po’ insieme.

E io, a quel punto, giù di fantasie all’idea di ristringersi, di parlare dal vivo, di guardarsi, di sorridersi, di punzecchiarsi, di flirtare e di sedursi, come con un estraneo e meglio che con un estraneo, in un crescendo di desiderio che sarebbe culminato, come minimo, in un limone duro e in una di quelle erezioni in mezzo alla strada che “oddio, quanto sei stronza, smettila, mmhh, ngriff, ngriff, ti voglio”. Una frase sussurrata nell’orecchio con fare da asmatica, tanto per fargli sentire il mio respiro addosso, bacio sulla guancia, al bordo del collo, mani tra i capelli, mordicchiata di lobo, una piccola sconcezza detta tenendo le labbra ancora sulla sua pelle, tanto per fargli rimembrare come sono ed è fatta. Essenzialmente, non ha via di scampo.  

E non perché il mio ex sia il gemello monozigote di Rocco Siffredi, né perché io accusi la sindrome da “mutanda rovente“. Semplicemente mi sarebbe piaciuto essere liberi di ascoltarci, con l’udito e la pelle e il QUORE, ed eventualmente volerci.

Invece, il brillante uomo, dopo avermi detto “Tu mi manchi un sacco, per me sei speciale, io ti voglio un bene dell’anima, mi manchi proprio tanto per questo, questo e questo motivo ancora” (e io mi prendevo tutte queste parole perché si da il caso che il mio ex sia piuttosto parco di complimenti e quando capitano sono come la pioggia nel deserto, o come il sesso per Giuliano Ferrara), ecco dopo avermi detto questo, proprio mentre le mie autodifese si erano bellamente calate le braghe, ecco a quel punto lui aggiunge:

Guarda, io ti preparo, mercoledì dopo cena lo sai che ci dobbiamo separare no?”

E a quel punto io non so esattamente cosa mi abbia urtata profonderrimamente. Non lo so se sia stata la sensazione di essere un’idiota, di stare prendendomi per il culo, di aver messo in stand by tutta la mia esistenza nell’attesa che lui ammetta di volermi, mentre nel frattempo si atteggia a colui che distingue il bene dal male in un momento in cui non è nemmeno capace di capire come si chiama. E io, più idiota di lui, che sono qui, a fare la calza. Ad aspettare. Come una sotto-specie di Penelope del ventunesimo secolo, che invece di una tela tesse un blog, abdicando a tutto il resto.

E tutti i discorsi, tutte le nottate a svenarsi l’anima, tutti i problemi, tutte le difficoltà, tutte le incertezze, mi hanno stancata.

E l’unica cosa che vorrei in questo momento è ascoltare Moonchild dei King Crimson, fumare dell’ottima erba e perdermi. In pelli lontane. In sudori stranieri. 

Via. Da tutto. Da tutti.

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Quello che non c’è

(TASSO DI VAGINISMO DI QUESTO POST: 90%. ASTENERSI SE MUNITI DI PENE)

Ascolto gli Afterhours.

Mi sono svegliata alle 15 circa. Ho bevuto il caffé, fumato due sigarette e messo a fuoco il casino che c’è in casa e che devo sistemare entro sera. 

Ascoltare gli Afterhours in loop, sentirli, averne sensazione, ritrovare empatia con i testi e con le sonorità, è una tappa fissa dei miei momenti di crisi, di crescita, di catarsi. Certo, pensavo di essere diventata troppo vecchia per ascoltare gli Afterhours e rileggermi nei testi di Manuel Agnelli. Pensavo di non poter più subire il fascino vischioso di questi pezzi che ti colano dentro seguendo traiettorie già delineate, adattandosi con insospettabile perfezione a tutte le pieghe dei miei stati d’animo. Pensavo di apprezzarli ormai con una sorta di distanza, come quando ripensi al fidanzatino del liceo di cui eri pazza ma ormai è passato tanto di quel tempo. Anche perché, con tutto il rispetto, non posso pensarmi accomunata alle adolescenti infoiate che ai concerti saltellano e sculettano nemmeno avessero pippato mezzo etto di cocaina, sentendosi “piccole iene” sbagliate.

E scrivendo questa frase mi sento alquantro stronza e razzista perché, di fatto, io sono stata la più molesta e infoiata delle adolescenti, salvo che non ero nemmeno adolescente e che c’avevo 19/20 anni. Salvo che un’estate, il mio amico Have You Said Midi mi passò il cd (naturalmente masterizzato…perché erano romantici i tempi in cui si masterizzavano i cd) di Siam tre piccoli porcellin e, senza saperlo, mi condannò a una grave forma di dipendenza intellettuale per il biennio successivo.

Definitivamente folgorata sulla via di Damasco, ricevetti tutta la discografia (naturalmente masterizzata…perché erano romantici i tempi in cui si masterizzavano i cd) da una mia amica dell’università. E lì io non capii più nulla, voglio dire, quest’uomo così brutto e terribilmente attraente che cantava a me, nella mia stanzetta del mio studentato bolognese, di cuori sporchi e mani lavate, di voglia di rinascere o di non sapere come finire, di torti di ragioni di naturali processi di eliminazione, di baci che spogliano il cuore dagli incubi, di immoralità e banalità, di leccate di adrenalina, di patologici amori da estirpare via, di estati che colano tra le gambe.

Ne nacque un mostro socialmente discutibile che trascinò al suo primo concerto all’Estragon tutte le amiche, incluse quelle a cui degli Afterhours fregava una sega, e che ebbe l’audacia di presentarsi sotto il palco conciata con una minigonna jeans, degli stivali neri bassi e (qui arriva il pezzo forte) una canotta nera comprata da Tezenis in Via Indipendenza (che sarebbe via dell’indipendenza  ma tutti la chiamano via indipendenza) con su scritto con UNIPOSCA ARGENTATA:

“La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è”.

A fine concerto molestai tutti i componenti della band affinché convincessero Manuel ad uscire perché avevo una vitale missiva da consegnargli. Ma niente Manuel e in preda allo sconforto la mollai a Giorgio Ciccarelli, chiedendogli di mollarla a sua volta a Manuel (che poi sarebbe Emanuele ma non fa fico abbastanza, Emanuele) nel backstage.

Quando, d’improvviso, il beniamonino si manifestò in tutta la sua anonima e sconcertante presenza, al cospetto di un’orda di piccole e inferocite fan (dove io ero probabilmente la più inferocita di tutte).

Manuel apparve come un’ambigua identità semi-divina ai miei occhi di ventenne lobotomizzata, firmò gli autografi e poi lo chiamai a me, lui s’avvicinò, mi sporsi in avanti e mi piace pensare che abbia apprezzato il mio decolté. Si avvicinò tantissimo perché dovevo dirgli una cosa e dovevo dirgliela nell’orecchio considerato che intanto, all’Estragon, come ogni volta dopo il concerto, era partita la Fujiko Night e dovevano esserci i Bloc Party, oppure gli Strokes, oppure i Raptures a tutto volume. Ecco lui si avvicinò e io gli dissi nell’orecchio: “Chiedi a Giorgio una cosa che gli ho dato per te” , lui rispose dritto nel mio padiglione auricolare, chiedendomi “Cos’è?” e me lo chiese esattamente come lo urla in Germi (Cos’è? Cos’è? Cos’è si riproduce è vivo in me, cos’è?). Io sentii un brivido percorrere le mie membra, ogni singolo grammo delle mie membra, che sono tanta robbba e - in preda a uno scompenso emotivo-ormonale – credo di avergli risposto qualcosa come ”è un biglietto molto adolescenziale”.

Così mi giocai qualunque chance di essere portata al di là delle transenne e trascinata in giro per l’Italia come groupie della band e, nei concerti successivi, fatta eccezione per quello ad agosto 2006 a Ceglie Messapica, in cui io e una mia amica scegliemmo di lanciarci sotto il palco per uscire dietro le quinte, facendoci rincorrere dagli addetti alla security, ecco in tutti gli altri numerosi concerti io decisi di optare per una condotta più sobria e salubre. 

Ed oggi, oggi che pensavo di essere diventata troppo vecchia per ascoltare gli Afterhours, mi succede che accidentalmente mi venga in mente un verso di Quello che non c’è, che è in assoluto la mia preferita, e allora ci ricasco.

Ci ricasco perché, passano gli anni, e questa canzone continua a cantarmi. A parlare delle mie inquietudini e del mio modo d’essere. Della mia incapacità di accettare quello che non c’è. Della mia morbosa attenzione a quello che non c’è.

Passano gli anni e questa canzone continua a farmi sentire più forte. A farmi accettare il modo in cui sono. A farmi percepire che la complessità non deve essere sempre ignorata e che non è vero che la risposta è sempre “distraiti, non piangerti addosso perché ti piace essere dolcemente complicata”.

Perché questa canzone mi ricorda le volte in cui, nella mia vita, ero convinta d’aver toccato il fondo e di non sapermi rialzare. E mi ricorda anche che, tutte le volte, mi sono rialzata.

Più forte, più bella, più donna.

Ho questa foto di pura gioia

e di un bambino con la sua pistola

che spara dritto, davanti a sé, a quello che non c’è.

Ho perso il gusto, non ha sapore quest’alito di angelo che mi lecca il cuore,

ma credo di camminare dritto sull’acqua e su quello che non c’è.

Arriva l’alba o forse no, a volte ciò che sembra alba non è,

ma so che so camminare dritto sull’acqua e su quello che non c’è.

Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo, rivoglio le mie ali nere, il mio mantello

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è.

Perciò io maledico il modo in cui sono fatto,

il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco,

il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia quello che non c’è.

Curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi son morti

ma questo è camminare alto sull’acqua e su quello che non c’è.

Ed ecco arriva l’alba so che è qui per me, meravigliosa come a volte ciò che sembra non è

Fottendosi da sé, fottendomi da me, per quello che non c’è.

Per quello che non c’è.

per quello che non c’è.

per quello che non c’è.

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Spacca un sacco, il weekend da single.

Spacca un sacco, il weekend da single.

Sì, perché esistono degli evidenti aspetti positivi nella rinnovata condizione di single.

Per esempio, posso cenare di venerdì sera sul divano, mangiando dei cracker wasa che hanno tipo 29 kcal l’uno e che sono essenzialmente fatti di un residuato della falegnameria artigianale, con sopra del philadelphia spalmato. Sia chiaro che non sono una salutista e che avere dei cracker wasa da tipo 29 kcal l’uno è soltanto indice di una conclamata ipocrisia alimentare che, ogni volta che sono in un supermercato, mi induce ad acquistare un alimento vegeto-bio-ipocalorico per equilibrare i biscotti, le patatine Più Gusto – Gusto Vivace (anche se ultimamente rimango sensibile anche a quelle Gusto Pomodoro che mi ricordano tanto le Highlander al ketchup di quando ero una giovane cicciona pre-adolescente), la mayonese e altre luridezze che una taglia 46 dotata di buon senso dovrebbe totalmente espellere dal proprio regime alimentare.

Dicevo, ci sono degli aspetti indiscutibilmente positivi nella rinnovata condizione di single.

Per esempio, posso aumentare il mio record a Brain Buddies su Facebook, accanendomi nella sezione “Calcolo”, lottando fino allo strenuo delle forze contro i miei limiti mentali e appagando me stessa con la scritta “Sei più intelligente  del 97% dei tuoi amici”. Oppure, posso annegare in un insano gusto per i thriller americani anni novanta, senza alcun discrimine tra quelli di qualità e quelli mediocri, ripassandomeli tutti in rassegna, senza sentirmi giudicata per questo. Lo scorso weekend ero in un mood horror, per cui ho ben pensato di auto-propinarmi, nell’ordine: The Exorcism of Emily Rose, The Ring e The Hole…tanto per far sì che la vita mi sorridesse. Questa settimana, invece mi sentirei più orientata sul legal thriller, il ché potrebbe indurmi a una scelta grave come, chessò, ”Codice d’onore” oppure “Schegge di paura” che per me è una specie di afrodisiaco, capace di suscitare un inequivocabile desiderio di avere Edward Norton (desiderio che, naturalmente, peggiora drammaticamente procedendo nella cinematografia dello stesso: Fight Club, La 25a ora, American History X…mi sento male).

(Naturalmente, lo preciso per puro dovere di cronaca, la mia mensola dei dvd pullula di titoli assolutamente “fighi”, “ricercati”, “cult”, “di nicchia”. Di quelli perfetti per fare la tipa awannasgheps quando invito gente a casa, insomma. Queste mie degenerazioni di gusto, restano per lo più nel backstage del mio universo cognitivo.)

Ci sono degli aspetti indiscutibilmente positivi nella rinnovata condizione di single.

Per esempio, posso fare mille progetti per domani, del tipo: andare in palestra, andare a fare la spesa…eh no, no, non è vero che è triste andare all’esselunga da sola, no no, non è vero che è difficile portare in giro quel carrello che è più ingombrante di un SUV in una strada di Cisternino, tra orde di coppie e famiglie che fanno la spesa per la settimana, mentre tu fai la tua piccola spesa da single in un grande carrello da famiglia (e sì, ci saranno anche i single che agilmente fanno la spesa nel cestello ma io non rientro in quella categoria per il semplice fatto che a me il cestello mi pesa e quindi voglio il carrello e se non recupero il mio equilibrio mentale prima o poi andrò a fare la spesa con quelle specie di trolley da nonna di paese, con la borsa in stoffa rossa a quadri, modello scozzese, mercato di Pulsano, collezione autunno/inverno 1997/1998).

E poi posso stirare, che è diventata l’attività più rilassante da condursi nel tempo libero. Qualche giorno fa ho anche pensato che potrei fare delle orecchiette fatte in casa, nel weekend, le sapevo fare e se è vero che l’orecchietta è come sciare o andare in bicicletta (che tra l’altro fa rima), dovrei ancora esserne capace. Capace di orecchietta, intendo. E poi potrei venderle. Qua a Milano, a 15 euro al chilo, vuoi mettere? Devo sviluppare un business plan e un network di clienti potenziali.

Naturalmente, dovrei anche andare a fare una pulizia dei denti dal dentista, perché tra un po’ il mio tartaro vivrà di vita propria e inizierò a chiacchierarci e allora credo che la situazione diventerà neurologicamente preoccupante. Beh poi, domenica vedrai, mi coccolerò un casino. Doccia bollente e lunghissima, con candele ikea accese (perché le candele donano serenità allo spirito), e scrub e olio di argan che le vagine provette dicono che è fantastico per la pelle ma io, in realtà, lo odio perché ogni volta che me lo metto resto unta come una mozzarella in carrozza e sguiscio sul divano di pelle che è na meraviglia, ma vabbè, hai visto mai che James Franco spunta fuori dal mio armadio ad ante scorrevoli, almeno son liscia. 

E poi, in ultima istanza, potrei addirittura, ma addirittura, provare a chiamare le mie amiche, quelle fidanzate che avendo un uomo avranno un programma, ma magari ci scappa un aperitivo e io potrei far finta di non odiare gli aperitivi nel weekend, potrei addirittura trovare la verve per infighettarmi un minimo, truccarmi, rendermi visivamente accettabile e trascinarmi all’esterno di questo – meraviglioso e confortevole – bilocale pianterreno in cui vivo. 

(Naturalmente, preciso anche questo per puro dovere di cronaca, ieri ho fatto vita sociale quindi, accidentalmente, può succedermi di vivere anche la sera. Sì, accidentalmente può succedere che io abbia voglia di farlo).

Ci sono degli aspetti indiscutibilmente positivi nella rinnovata condizione di single.

Per esempio pensare che presto dovrò farmi tornare la voglia di vivere, prima di essere ritrovata tra qualche era geologica mummificata sul mio divano di pelle, ancora unta di olio di argan.

Dimenticavo, sono anche al primo giorno di ciclo.

Spacca un sacco, il weekend da single.

 

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Ognuno ha le vagine che si merita

La mia opinione sulle vagine non è mai certa, mai definitiva, nel bene e nel male.

E’ un po’ come se fosse costantemente in bilico (ndr: confesso pubblicamente che sono 6 anni che non riesco più a dire “in bilico” senza che la mia mente canticchi “tra santi e falsi dei”) tra le peggiori nefandezze e le più celestiali e autoreferenziali celebrazioni.

Perché io, detta in totale franchezza, dopo tant’anni (e manco ne avessi 82) mica l’ho capito se noi vagine siamo “superiori” o “inferiori” (e qui ci starebbe un commento brillantone del tipo “ma no, siamo soltanto diversi…”).

Perché, sì, ok, va bene, noi possiamo tecnicamente, in linea di principio, sfornare la prole. Abbiamo l’intuito, siamo profonde, multi-tasking, eclettiche, poliedriche, sensibili, forti e deboli, armoniose e contrastate, siamo il bene e insieme il male, dio quanto ci amiamo, dio quanto ci odiamo…(e sì, evitero di attaccare con la personale visione delle vagine di Fiorella Mannoia, perché poi su come le vagine cantano le vagine vorrò aprire un capitolo a parte). 

Per carità, io ho delle vagine carissime. Vagine storiche con cui ho spartito il sonno, le vacanze, le confidenze, le paure, le lacrime, le mbriacate, le notti fino all’alba a parlare, i flirt e gli sgami. Ci sono stati scazzi e chiarimenti, com’è ovvio che sia, in oltre 10 anni di amicizia. E anche adesso, con le nostre vite diverse e distanti, so che comunque posso cercarle e che  loro possono cercare me nei rispettivi attacchi di vaginismo. Così come ho delle vagine altrettanto storiche alle quali mi lega una grande affinità mentale, una sostanziale solidarietà femminile, non dichiarata ed effettiva. Ho delle vagine che considero tra le vagine più intelligenti che abbia mai incontrato. E ho pure delle vagine nuove che adoro come se fossimo state compagne di banco per tutto il liceo, anche se il liceo insieme non l’abbiamo fatto mai. E, a onor del vero, ho anche incontrato molte altre validissime vagine, a cui ho voluto un bene rilevante, che poi però ho perso perché nella vita è normale trovarsi e poi smarrirsi, pur senza dimenticarsi.

E allora, di grazia, com’è possibile che ciclicamente mi succeda di assistere a un crollo verticale della mia stima per il mondo delle vagine? Perché inizio a pensare che gli uomini siano infinitamente migliori di noi, per chiarezza-essenzialità-linearità e sense of humour?

Perché poi inizio a pensare che siamo patetiche, invidiose, competitive, paranoiche, egocentriche, logorroiche, vanesie, persino false, bugiarde, ipocrite e, non meno grave, noiosissime?

Come può una vagina essere misogina (in realtà basta lavorare da du anni con solo donne, e lo dico con la consapevolezza di poter io stessa alimentare la misoginia altrui)? Che minchia di paradosso è questo?

Come posso conciliare la stima sconfinata che nutro per certe vagine, con l’incredulità che mi suscitano le altre?

E intanto io, che non mi pongo né nella prima né nella seconda categoria, certa di poter shiftare tra le due a seconda dei periodi della mia vita, rifletto.

E mi ritiro per deliberare.

 

(e vedere foto come questa, decisamente non aiuta nel giudizio…)

(??? ai tempi miei “Ti amo di bene”, per lo meno, non si diceva)

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Grande Fratello 12. E allora.

Lunedì sera. Serata di Grande Fratello.

Sì, ok, lo so. Ammettere di seguire la dodicesima edizione del Grande Fratello è più imbarazzante che dichiarare di aver votato PdL agli exit polls, che è a sua volta più imbarazzante che scaccolarsi il naso in pubblico, però resta il fatto che sono probabilmente l’unica italiana a seguire ancora il Grande Fratello.

A dire il vero tendo a non guardare la tivvù e stasera, se proprio avessi voluto, ci sarebbe stato anche il Fiorello Show, ma io non posso proprio sottrarmi all’attrazione morbosa che nutro verso quella mediocrità così brutta e insultante da risultare quasi sublime.  

Certo, resta il fatto che il mio subconscio leggermente radical, leggermente chic, leggermente snob, leggermente indie, deve pur darsi degli alibi per smorzare l’imbarazzo e sopravvivere a quest’onta. E dato che, sembrerebbe, noi vagine siamo molto brave a crearci degli alibi per perpetrare i nostri assurdi schemi mentali, il mio intelletto non fa eccezione e si è creato una serie di sovrastrutture per giustificare la comprovata e drammatica fascinazione che subisco per il primo reality show italiano:

1. sono sociologicamente attratta dal degrado umano

2. vivo un forte disordine emotivo

3. ho studiato scienze della comunicazione, quindi guardo la tv spazzatura con un fare da addetta ai lavori

4. intravedo un senso sociale nell’assistere alle vicende proposte ogni anno dal Grande Fratello che, edizione dopo edizione, è in grado di stupirci con pirotecnici crogiuoli di umanità residuali, in un crescendo di violenza para-verbale e sociale deliberata e gratuita, messa in atto da microscopici ego giganteschi. Il tutto in quella che vorrebbe essere una grottesca riproposizione dei cosiddetti “gggiovani d’oggi”, capace di travalicare i confini degli stereotipi peggiori, degli addominali e delle baldracche, spostando ben più in là la nostra sopportazione della bruttezza…il ché fa apparire tutto il resto, la propria vita, indiscutibilmente migliore. 

5. continuo a vivere un forte disordine emotivo

6. guardare il Grande Fratello potrebbe far sentire intellettualmente normo-dotata persino Flavia Vento, ragione per cui, chiunque disponga di una pur minima dignità cerebrale trova inevitabilmente gratificante confrontarsi con gli inquilini della casa più famosa d’Italia

7. (magra soddisfazione…in effetti…)

8. (Facciamo una coletta e impiantiamo un cervello al concorrente Luca Di Tolla)

9. Attraverso un periodo di forte disordine emotivo: sono single, vivo da sola, indosso una vestaglia di pile (pile sarebbe quel tessuto artificiale 100%, totalmente acrilico, a tenuta stagna, che gli esquimesi ormai preferiscono alle pelli d’orso), double face, con una faccia fucsia shocking e un’altra faccia grigio-ginnastica tempesctata di cuoricini gialli e arancioni…roba che se incontrassi Ted Bundy, fuggirebbe terrorizzato…quindi ho diritto di alienarmi con tutto il pattume che voglio (vedi Tipico masochismo femminile).

10. Floriana è meno intelligente di un robot da cucina multifunzione.

11. Sentire le proprie opinioni allineate a quelle di Alfonso Signorini è la giusta espiazione per qualunque essere umano che debba rimettere a posto il proprio karma.

E con questo, un altro lunedì sera giunge al termine.

Una vaginale buonanotte.

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