Archivi del mese: dicembre 2011

Buona Pasqua

 

Io oggi torno a casa mia.

Saranno i soliti pochi giorni in cui incrociare troppe facce.

Sarà bello. Almeno spero.

Vi saluto con questa. Perché sono entrata in una brutta dipendenza dai Verdena.

E, in tutta onestà, ance se c’arivo tardi, me ne compiaccio alquanto.

 

Per il resto mi scollegherò da tutto, anche in virtù del fatto che casa mia in terronia vanta una ADSL con prestazioni da 56k.

Quindi me porto avanti e auguro buon Natale a tutti, fin d’ora.

Vi auguro de magnà, dormì e scopà quel tanto che basta per sentirsi in pace con se stessi, da perfetti italiani medi.

Vi auguro di stare bene con le persone a cui bene volete.

Vi auguro di crederci ancora, che esprimere un desiderio a capodanno serva a qualcosa.

 

Se vedemo all’anno nuovo.

Un abbraccio,

con vaginale cordialità,

MdV

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Ansia da ferie

Avere l’ansia da ferie è un deplorevole segnale di maturità. I primi sintomi li ho avvertiti la scorsa estate, quando prima delle ferie sono stata casualmente equipaggiata di BlackBerry aziendale, sai tanto per essere reperibile anche dal materassino. Poi, il fenomeno ha iniziato a riproporsi in forme varie ed eventuali ad ogni chiusura, ad ogni incauta interruzione della vituperata routine, di ufficio+casa+esselunga+SpritzAlColonial.

A questo giro, però, m’ha presa peggio del solito: bagagli da preparare, multe da pagare, regali da comprare, progetti da  aprire, sogni da chiudere, ticket compliments da consumare prima che scadano, fax da mandare, out of office da inserire “in case of emergency you can reach me on my mobile….”

Un bicchiere di vino dopo il lavoro, ciao a presto, tanti auguri, mi raccomando riposati, beh sì certo, lo farò, e voi mi raccomando, andate a sciare. E poi andare a cena da Hong Kong con Zia Vagina e mangiare il celeberrimo riso agropiccante, parlando di lavoro e sentimenti e parenti e di mia zia che, la settimana scorsa, in un momento di down, per consolarmi al telefono ha sfoderato tutta la sua indole da ex professoressa con la seguente frase: “Vagina, alla zia, voglio dirti solo una cosa: amor vincit omnia, se le difficoltà non si superano vuol dire che non c’è amore e allora scus, ma ne vale la pena ca tu t’ha dà procà cu stu cristian?”.

Mia zia è splendida. Se ci sono persone che non conosce è capace di dire “Buongiorno” con la seconda “o” chiusa, con una dizione corretta totalmente posticcia, per noi, perché da dove vengo io è scientificamente dimostrato che le vocali sono tutte sbagliate: noi chiudiamo quelle aperte e apriamo quelle chiuse e questa è una legge immutabile che si perpetra da secoli e che nessuno potrà cambiare mai. Ecco, dicevo, mia zia può dire “Buongiorno” con la dizione corretta e con la medesima disinvoltura può mescolare incestuosamente latinismi, inglesismi e dialetto, in un put pourrì di inquietudine e preoccupazione per me. Sì, perché mia zia si preoccupa sempre che io sia depressa, perché pare che in famiglia c’abbiamo molte case history di successo quanto a depressione, sarebbe una squisita tara contemporanea che la mia razza si porterebbe appresso da generazioni. Allora io ogni volta la rassicuro, le dico che no, che io non posso permettermi di deprimermi, perché io vivo sola e se mi siedo di culo a terra resto lì, di stare tranquilla, quindi, che non sono depressa, che tutto quello che c’ho mi passa e che poi torno più fica di prima. Non lo so, però, se la mia proverbiale capacità di persuasione dialettica, combinata con queste inoppugnabili argomentazioni, abbia sortito i suoi frutti. Io c’ho provato.

E poi Zia Vagina, che cerca di infondermi equilibrio e saggezza, per indurmi a un’alimentazione sana e all’uso della schiscia (ovvero il pranzo preparato a casa e portato in ufficio che, oltre a sorridere all’intestino, permette di risparmiare ticket restaurant) mi ha regalato un set di 30 contenitori simil-tupperware + un altro pacchettino che però m’ha detto di aprire a Natale e, siccome Zia Vagina è Zia Vagina, io le ubbidirò.

E poi gli ultimi regali da fare, multe da pagare, progetti da aprire, sogni da chiudere, amici da salutare e la sensazione che, a questo giro, torno a casa con meno entusiasmo del solito e che, dopotutto, in questa città uggiosa, umida e stronza, al momento mi sento molto più al sicuro che in qualunque altrove.

…E poi devo mandare le e-mail di auguri a tutti  i colleghi e i giornalisti, e poi stamattina ho visto 20 minuti in anteprima di Titanic in 3D e sì, sì io lo ammetto, io abdico in questo momento a qualunque postura simil-indie-radical-cultural-chic e anticipo che sì, io lo farò, io vedrò Titanic in 3D. Fortunatamente lo vedrò per lavoro e non dovrò pure pagarci il biglietto ma avrei potuto farlo, che si sappia. E non perché io pensi sia un bel film, ma perché ci sono troppi ricordi dentro, troppa memoria di un tempo in cui ci si poteva innamorare follemente di un Leonardo Di Caprio praticamente 13enne, di un amore appiccicoso e ridicolo, tempi in cui si poteva sognare che anche noi avremmo affondato un fighetto biondo con gli occhi azzurri negli abissi dell’oceano atlantico, prima o poi. Leo che stava con lei, poi, che a noi tutte pareva un cesso e ci faceva pure pensare che, sì, insomma, che fosse possibile. Io credo persino che molte mie coetanee alla loro prima chiavata in macchina abbiano sbattuto la mano sul finestrino appannato per puro spirito emulativo (no, io non l’ho fatto). Cioè Titanic per quelle come me è come Fantaghirò, vojo dì, non si può non averlo visto e amato, eravamo in prima media, cazzo, e Leo era ovunque sui nostri diari, sulle nostre t-shirt, sui nostri canali tv e, quel che è peggio, sulle pareti delle nostre camerette putrescenti da pre-adolescenti alla deriva. I miei cugini avevano soprannominato la mia camera “la galleria degli orrori”, nella quale poster a dimensione reale del beniamino, si alternavano a ritagli della migliore stampa italiana (Gente, Chi, Oggi, Cioè, Top Girl). Bei vecchi tempi. A questo punto potrei confessare a chi era dedicata la 4a parete della mia camera da letto, la parete minore, quella più piccola, nella quale era stato declassato il mio beniamino di quando avevo 9 anni. Ebbene potrei confessare che si trattava di un “cantante” italiano caduto in disgrazia, dimenticato dai più, ma che nel bene e nel male segnò anche la mia prima esperienza live, accompagnata da papà. Però, non lo dirò. Perché un minimo di pudore, in fondo, ce l’ho pure io.

E montare sul motorino di Zia Vagina dopo cena, avendo la gonna per di più, a complicare un’operazione già di per sé ardua, a giudicare dal mio livello di agilità paragonabile a quella d’un tricheco. Senza contare che l’operazione giustappone le mie nudità alla mercé dell’uomo qualunque. Montare sul motorino e tenersi forte mentre si taglia il freddo – o il freddo taglia noi – e pensare che a me andare in motorino me piace, anche se io un motorino non l’ho avuto mai perché i miei rientrano in quella categoria di genitori per cui se hai un motorino, automaticamente, muori ammazzato tragicamente. Però sono sempre andata in motorino con terzi. Ma questo, credo, non urti le loro coscienze genitoriali.

Rientrare a casa a mezzanotte e farsi la doccia, la piastra, la manicure, la pedicure, perché i secondi sono contati prima della partenza e ci sono ancora troppi regali da fare, troppe multe da pagare, troppi progetti da aprire, troppi sogni da chiudere, troppi bagagli da preparare e minchiate da impacchettare e sì, sì io dimenticherò sicuramente qualcosa.

Spero solo che sia la cosa giusta.

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Il sedatol dopo Priscilla

So appena rientrata a casa.

So annata a vedé un musical, che io i musical li odio, perché mi mettono proprio in imbarazzo. Cioè tutta quella gente che inizia a ballà sulla sedia, a cantà, a batte le mani a tempo de Gloria Gaynor, un lo so, ma a me me mette proprio a disaggio con due G. Dev’esse perché io un riesco a ballà a meno che non abbia assunto sostanze psicotrope – solo che lì poi c’è il rischio che le mie inibizioni s’abbassino troppo e inizierei a ballà come una sgualdrina, il ché rimarrebbe comunque alquanto disdicevole. Dev’esse che so grassa o che i coretti me fanno venì la pelle d’oca, una specie di sensazione al limite tra il piacere e il disgusto.

Comunque stasera so annata a vedé Priscilla La Regina del Deserto al Teatro Ciak, che era il regalo di Natale che c’ha fatto il mio figherrimo cliente, che invece che propinarci la cena aziendale ingessata, ci porta a vedé i musical con le drag queen in cui si parla di cazzi e prepuzi. Che dopotutto male non fa. In realtà lo spettacolo m’è piaciuto, ho pure colto il piedino infingardo, l’ho colto in fragrante, il traditore, muoverse a ritmo di It’s raining man. Ad ogni modo, guardavo sti omaccioni fisicati e sculettanti, immersi tra piume di struzzo e paiettes, e pensavo quanto sarebbe stato fico portarci Frecciagrossa85, l’amico mio finocchio, a vedé uno spettacolo così. Io credo che sarebbe morto di desiderio per Felicia, che nel film è interpretata da Guy Pearce. Guardavo la scenografia e i costumi, seduta tra le persone con cui lavoro e a cui sono tutto sommato affezionata e pensavo che stavo bene. Pensavo che quella musica così trash me riempiva, non completamente, ma abbastanza da non pensà ad altre stronzate. Pensavo che tutta quella gente con cui lavoro me stima e me riempie de complimenti: ”ottimo vagina”, “fichissimo vagina”, “bel colpo vagina”…e io vojo bene a chi me fa li complimenti, se sa.  

E in un martedì sera qualsiasi, guardavo il soffitto altissimo del Teatro Ciak di Milano e iniziavo a pensare che, in effetti, era una situazione figa. E che, in qualche misura, la vita che vivo non è così distante da quella che vorrei vivere.

E adesso, che sono a casa, mi prenderò una pasticca e andrò a dormire.

Ebbene sì, ho ceduto all’aiuto omeopatico-assolutamente-naturale per collassare la notte. L’ho capito stamattina, che dovevo fare qualcosa. L’ho capito perché ho aperto gli occhi alle 09.30 dopo la solita nottata insonne. M’è preso un colpo, me so catapultata goffamente giù dal letto, inciampando nelle scarpe che la vagina single e disordinata che è in me aveva disseminato tra letto e scarpiera. Me so lavata denti e faccia, infilata un tubino nero con cui stavo molto figa – per quanto io possa esserlo – me so messa le scarpe nuove e via. Me so fiondata a prende un taxi. Il tutto per arrivà in ufficio con 1 ora di ritardo.

E me so detta che no, che un va bene così. E che dovevo correre ai ripari. Quindi in pausa me so armata di tanto coraggio e mi sono diretta in farmacia.

Lungo il tragitto pare che mi abbia incrociata una mia collega e che io non solo non l’abbia vista ma non l’abbia nemmeno sentita quando m’ha chiamata “Vaggì!”. Niente. Dice che ero completamente assorta nei miei “pensieri”.

E pure questo, un va bene. Vojo dì, metti che per strada me saluta Edward Norton, io che fo’, un je risponno?

Sono entrata in farmacia e ho detto:

“Vorrei della valeriana”

“Ok, solo valeriana o qualcosa di più specifico?”

“Non lo so…non ho mai preso qualcosa per dormire e voglio dormire”

“Va bene…”

“E’ un periodo di insonnia”, ho detto

“Ma insonnia con pensieri o senza pensieri?”, m’ha chiesto la farmacista

“Con pensieri…” e devo averlo detto con una faccia sulla quale si capiva tutto, perché la vagina col camice bianco mi è stata solidale e m’ha risposto: “Naturalmente”. Come se in poche parole io le avessi raccontato una storia lunghissima e lei avesse compreso tutto.

In sostanza, m’ha dato un pacchettino dove sopra ce sta scritto, niente popo de meno che: SEDATOL, che me fa tanto pensà a un anestetico pe cavalli ma quella no, quella è la chetamina ed è una merce che non tratto. 

Il SEDATOL, invece, è un mix di passiflora, valeriana, melissa, biancospino e melatonina.

E adesso, drogata in quel modo domestico socialmente accettabile di cui parlava Marc Renton, vado a collassare.

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E la voglia di tacchi

Mi chiedo: non rimarrà un po’ mascolina questa abitudine di bermi na birra al giorno, dopo il lavoro?

Mi chiedo altresì: non sarà dannoso per la mia ventra, che ribellandosi allo stereotipo dello stomaco piatto e combattendo il regime capitalista dell’addominale scolpito, preferisce abbandonarsi a morbide (per non dire flaccide) rotondità di matriarcale memoria?

Nell’amletico dubbio, io brindo.

Oggi me so messa i tacchi pe annà al lavoro. Tacchi veri, intendo, perché come qualunque vagina sa, affrontare la vita con i tacchi è un’altra cosa. Un po’ come affrontarla con i capelli messi in ordine dal parrucchiere. Parono banalità, ma non lo sono. Il mondo è più sotto controllo e tu te senti molto più gagliarda nel tuo incedere. E poi io ero una grande fan dei tacchi, quando ero giovane. Per carità, lo sono ancora, solo che da quando me so trasferita nella grande padania che esiste perché esiste il grana padano - dove non puoi usare la macchina anche per spostarti dalla cucina al soggiorno - ho dovuto prostituire il mio integralismo feti-fashion alla necessità del mostruoso “MEZZO TACCO“. 

Comprare il primo mezzo tacco è una di quelle cose che te fa capì che sei cresciuta, che non puoi più sognare di limonare col cantante dei Verdena, che non puoi più dormire sulla spiaggia, che non puoi più usare scollature generose d’inverno senza fatte venì na tracheite. Come quando l’anno scorso sono andata con le mie amiche al Vinodromo, che ce stava Robi Dell’Era degli Afterhours e io volevo fà la figa e me so messa il reggiseno che me faceva le tette da manuale e una maglietta scollata. Io lo giuro: m’è venuta la febbre. Tutto pe chiacchierà co Roberto Dell’Era che c’aveva pure na fiatella paura. 

Il primo mezzo tacco è come il primo capello bianco, come il primo pelo che te spunta dove non dovrebbe, come le prime 3 rughe che vedi in fronte,  come la prima volta che te pare di intuire la presenza di cellulite sulle tue cosce. 

Però è inevitabile. Arriva il giorno che del mezzo tacco hai bisogno e lo compri. Finché improvvisamente un t’accorgi che la tua scarpiera -che per definizione è troppo piccola per contenere tutte le tue scarpe- straborda di merdose ballerine multicolor (che, non siamo ipocrite, va bene le usiamo perché sono comode e quindi ce piacciono ma la ballerina è consigliabile se pesi 40 kg, accettabile se vai sui 50, discutibile se raggiungi i 60, oblio della femminilità oltre) e di tacchetti modello cammina-anche-tu-comoda-in-una-valleverde (salvo che però, ovviamente, so scarpe de plastica).

Ecco. Allora a quel punto scatta la molla. La follia incosulta e indomabile che ha ispirato alcuni tra i più grandi geni del nostro tempo, tra cui ci piace rimembrare Elio. Lì senti un improvviso bisogno di acquistare la folle scarpa tacco a spillo 12, nera, scomoda come per un uomo potrebbe esserlo averci i maroni chiusi dentro un’arachide. Di solito questa scarpa ti colpisce all’istante, in realtà è questo l’unico vero colpo di fulmine esperibile: quello per le scarpe. Tu la vedi esposta e senti subito che è lei. Ti avvicini, la prendi in mano, la scruti. E in quel mentre c’è una piccolissima parte di te che ti sussurra “ma ndò cazzo ce vai co ste scarpe?” però tu non la senti, tu fai di tutto per zittirla, chiamando a raccolta un esercito di alibi che si schierano come tanti soldatini, in fila, pronti a legittimare la tua irrazionalità, e procedono impavidi sul tuo scosceso buonsenso.

Alla fine le comprerai, le scarpe tacco a spillo 12. Arriverai a casa, le libererai dal loro involucro, te le ammirerai, te le proverai. Se c’hai n’omo in casa vai da lui e je fai vedé quanto sei gnocca con quelle scarpe su. Lui fingerà di apprezzarne l’innovativa bellezza e nasconderà la totale incomprensione della differenza tra queste scarpe e le altre 5 paia assolutamente identiche che già possedevi. 

Quindi te ne torni in camera da letto, te siedi, te guardi. Anvedi che gambe, anvedi come so’ lunghe si l’accavallo. E mentre stai là a suonartela e a cantartela, in un pieno amplesso consumistico, inizia a farsi risentire, piano piano, la feroce domanda: “ma mò, ndò cazzo ce vado co ste scarpe?”

E poi arriva la risposta: “Uff devo comprare delle scarpe basse per tutti i giorni”.

Stamattina, però, io me so messa i tacchi veri. Me so messa i tacchi veri e procedevo spedita, tra addobbi natalizi spenti e scintillanti vetrine di negozi vuoti, pensando che tra pochi giorni è Natale e io non ho comprato manco un regalo, perché io quest’anno voja de fà regali un ce l’ho mica tanta. Procedevo sui miei tacchi veri e pensavo che faceva un freddo fottuto, che dovevamo esse sotto lo zero, che però ce stava er sole e che quanno ce sta er sole le cose non vanno mai malissimo. Devo aver anche incautamente pensato “ma guarda che bella giornata“.

 

E lì una grande verità mi s’è resa manifesta: ormai, una parte di me, si è milanesizzata. Doveva succedere prima o poi. Doveva succedere che io, come qualunque terrone trapiantato, un giorno avrei vissuto lo spartiacque, un giorno me sarei dimenticata com’è il sole vero, com’è il vero azzurro. Doveva succedere prima o poi de pensà “Che bel sole”, a Milano. Perché il posto dove viviamo diventa parte di noi e noi diventiamo parte di lui, e l’amore vince ogni cosa, e stavamo mejo quanno stavamo peggio.  

E a volte, sturmentalmente, per puro spirito di sopravvivenza, per banale amore di semplicità, ce portà a vedè bellezza, laddove bellezza un ce stà. O almeno, ce ne sta assai meno che altrove.

Così, io, camminando sui miei tacchi veri, spedita, nel gelo del sole milanese, stamattina so entrata in ufficio.

E ho iniziato una settimana nuova.

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In cunnilingus veritas

Certe volte me viene er dubbio che forse non dovrei esse stronza, ma lo sono. Che non dovrei esse cinica, che non dovrei esse patetica, che non dovrei esse lunatica e nemmeno così putridamente sentimentale come so. 

E che non vorrei sentirmi superiore. Però me ce sento.

E sì, questa cosa non cambierà mai. Perché sono presuntuosa. E sì, io pretendo tanto. Non la perfezione, perché non ho 13 anni, ma pretendo tanto, perché tanto penso di meritare. Magari me sbajio, ma quelli so cazzi mia. E i conti con la vita, poi, me li farò da sola. E per tutte le volte in cui me so sentita dì che sono “incontentabile”, che nessuno mai potrà appagarmi – che è na frase che continua a risuonarmi nel cervello, ogni giorno – per tutte quelle volte io rispondo: STICAZZI.

Dopo l’ennesima litigata di ieri con McGyver (che sarà il nuovo soprannome del mio ex, McGyver di Deretano), dopo che i miei amici m’hanno vista piagne mentre lui mi inveiva contro al telefono ingozzandosi di un hamburger bruciato fuori e crudo dentro, perché non è manco capace a cucinarsi un cazzo di hamburger,  ecco stamattina me so svejata, per la prima volta, senza sentirmi in colpa de esse na stronza, na presuntuosa e tutte quelle altre cose fantastiche. Famo che sono tutte queste cose, e famo che lo sono serenamente, senza inutili sensi di colpa vaginali, senza impegnarmi in una chirurgia plastica della mia personalità, che non serve a nulla: sono una stronza e mi va bene d’esserlo.

Me so svejata e me so riascoltata, per la prima volta. Ho ripensato a tutto quello di cui mi sono privata, a tutto quello che mi ha frustrata e che mi ha resa infelice – oltre al fatto che essendo dello scorpione non sono felice mai. Ho ripensato a tutto quello che ho atteso invano, ho ripensato alla vita che ho creduto di volere, ho pensato a tutte le esperienze che sono finalmente libera di fare, senza dover render culo e conto a nessuno. Me so svejata pensando che per quanto me riguarda McGyver può scoparsi tutte le deretanesi che vuole e che, anzi, je consijo pure de mette in pratica qualcuna delle cose che gli ho insegnato, che magari a LaQualsiasi je piace deppiù.

Me so svejata e ho pensato che avrei dovuto fà come ho sempre fatto nella vita mia, alla fine di una storia. Andarmi a fà du chiaccihere da n’amico mio, fumare un po’ d’erba, ascoltà musica, parlà, sorridere e, quel che più conta, pijarme un cunnilingus d’un par d’ore, praticato con magistrale sapienza, che non capisci manco più che cazzo ti stia a fà. Però è bello, e tu te dimentichi de tutto er resto. Perché al terzo orgasmo di fila, il resto conta necessariamente meno. E sì, non cancella niente e non guarisce il cuore. Però sticazzi, de sicuro aiuta. E se non c’arriva il cervello, a capì che è finita, ce lo fai capire con la pelle, con gli odori, con i sapori, con un corpo estraneo che ti scivola addosso. E nella tristezza, è dopotutto un dolce capire ed è comunque un morso alla vita, anche se non alla sua parte più succulenta.

Solo che un l’ho fatto, a sto giro. Me so voluta comportà come una persona matura. Ho voluto fermarmi, riflettere sui miei errori, capire cosa avevo sbagliato. Ho voluto guardà negli occhi tutto: la solitudine, la paura, la disperazione, la mancanza. Ho voluto affrontà il dolore, pijiandolo per le palle e incastrandomi sur divano sotto il suo peso. Ho voluto accettarlo, non fingere che non ci fosse. Ho voluto farmi un processo, imputando a me tutta la mediocrità, pur di non darla a lui.

Mò, però, anche basta. Ridiamo alle cose il loro nome e ad ognuno il ruolo che je spetta.

Me spiace: sono una vagina stronza, incazzata e ferita. Per nessun motivo, naturalmente.

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Le 14 fasi della rottura

Stanotte ho dormito 5 ore e, considerato che sono in un periodo di incoerenza completa, non mi vergogno di smentirmi da un post all’altro e scrivere che oggi mi compro la valeriana. Famo che ce provo.

Mi sono svegliata alle 11 e adesso sto ascoltando Stella Stellina di De Gregori che fa parte della NUN-ME-REPIJIO COMPILATION, ovvero sia quella lista di canzoni devastanti che ognuno ha e che ascolta quando vuole tagliuzzarsi l’anima. Io, solitamente, mi punisco con De Gregori, Battisti, Capossela, Tenco, Amandoti dei CCCP, Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz e quando sto proprio frecata ascolto questa:


 

Poi ho anche la ME-REPIJO COMPILATION che di italiani prevede esclusivamente gli Afterhours. Ma quelli sono già una fase successiva, il momento in cui puoi ascoltare versi come “Sai ancora se vuoi? Hai volontà? O stai soltanto crollando con razionalità?”  oppure “Hai voglia di rinascere o è solo che non sai come finire?” oppure “Vedrai, vedrai se il mio amore è una patologia saprò come estirparla via”.

Gli Afterhours si accompagnano coi Nirvana (rigurgito post-adolescenziale, di quando me incazzavo da piccola e me chiudevo a chiave in camera e non andavo a cena – il ché per me era un sacrificio importante – e mettevo a palla Nevermind e In Utero in segno di protesta sociale contro i miei genitori – riflettendoci, perché minchia dico di volere dei figli? Metti che me esce una cosa che me spara Lady Gaga a palla?). Poi ci sono tutti i gruppetti indie del caso e Sex On Fire dei Kings of Leon che, siccome sono una con poche barriere cognitive e nun me servono manco i messaggi subliminali, mi sembra la colonna sonora perfetta di un intercorso sessuale appagante, intenso, completo e appassionato.

Essenzialmente la ME-REPIJO COMPILATION coincide però con una fase successiva a quella in cui mi trovo io al momento, avendo teorizzato la fasi della fine del rapporto come segue:

1. Follia

2. Rifiuto

3. Mestizia

4. Non risponde

5. Ctrl + Alt + Canc

6. Avvia gestione attività

7. Chiudi il programma

8. Riavvio

9. Elaborazione

10. Lieve rinascita

11. Ricaduta

12. Rinascita più convinta

13. Troieggiamento

14. Cinismo 

Et voilà! 14 fasi, n’anno de paturnie tremebonde e passa tutto!

Detto ciò, famo che per pudore non dico la fase in cui sto (e intanto so passata a “love is a losing game” di quella buon’anima tossica dura e impura della Winehouse). Una volta il mio ex mi ha detto, quando il mio ex mi faceva ingarellare dicendomi delle frasi assolutamente ovvie che però a me sembravano illuminanti e geniali, quando mi metteva nell’angolo e mi spogliava di tutti miei alibi e questo mi seduceva da pazzi perché nessuno aveva mai osato e saputo farlo così (prima che questa diventasse una reciproca attività sadomasochistica, che ricambiavo con ferocia e che non contemplava l’eccitazione fisica ma solo il massacro emotivo), ecco una volta mi disse “Tu sei convinta che amare significhi soffrire” che sembrerebbe na frase der cazzo se non fosse che era vera, perché non avevo mai saputo amare un uomo senza soffrire. Io c’ho provato a smentirla, c’ho provato a comportarmi come un ariete, ma sono un fottuto scorpione. E adesso che mi struggo da pazzi all’idea di non vederlo più arenato in tuta sul mio divano, cosa che tecnicamente odiavo, perché pensavo a tutto quello che non facevamo invece che pensare a quello che facevamo, che erano piccole cose ed erano speciali e io ero troppo incattivata per capirlo, qualcuno mi renda la fetta di cervello che m’hanno pignorato ve prego, ecco io adesso mi sento proprio persa, come la più infima delle vagine…

…e questa sensazione me la devo ricordare un sacco quando poi nella quotidianità finisco a sentirmi “stocazzo”, una gagliarda con tanto di palle, un spanna sopra l’artri, perché in realtà, so peggio de quelle che vanno ai concerti della Pausini (Zia Vagina, che ci andrà, è un’eccezione. Io la lovvo, come dicono i gggiovani, comunque e nonostante tutto). 

Ad ogni modo, questo ci tengo a dirlo, io mi sto sforzando di essere la migliore possibile. Certo, il risultato non è un granché, però io ce sto a provà. E’ che le altre volte era più facile. Le altre volte il lui di turno era comunque uno stronzo, comunque uno sbagliato, comunque uno che era mejo perderlo che trovarlo. Lui no. Lui è speciale. C’ha solo sto piccolo difetto di vivere lontano, in quella terra innominabile che d’ora in avanti chiameremo “il deretano di Gollum“, unito al piccolo particolare che giustamente non vuole più sbattere con me e che se vuole piazzà – è solo questione di tempo - con un’abitante del deretano di Gollum: semplice, caruccia, magra, poco complessa, docile, magari fan di Fabio Volo e di Ligabue.

E, magra consolazione, io che l’ho portato di forza al concerto di Roger Waters comprandogli il biglietto senza manco chiedergli se fosse disposto a spende 150 euro per il concerto più bello della vita sua, ecco io almeno posso ghignare a immaginarlo in mezzo a 100.000 stronzi a cantare “Ti bruceeeraaaaaaaiiiiii piccola stella senza cieeeeeeloooooooo“. Io non ci sarò fisicamente accanto a lui, in quel momento, mentre abbraccerà La Qualsiasi facendo volteggiare in aria il suo accendino acceso (vado a vomitare e torno) però, cazzo, mi penserà. (Sono tornata) Naturalmente non lavoro di fantasia, questa persona esiste, io lo sapevo già e lui me l’ha confermato. E’ un’ “amica”, m’ha detto (che, altrettanto naturalmente, non ha i porri in faccia, i baffi e non pesa 180 kg, ma ha come l’aria de esse l’unica deretanese 30enne chiavabile su piazza). Spererei di non parlarne mai più, ma temo che ne parleremo più avanti.

Ad ogni modo, nel mio tentativo di essere la migliore possibile, ho deciso che comunque non vojo più alienarmi. Esco tutte le sere, rientro tardi, piango n’oretta (non sempre, ma spesso) e poi dormo 3 ore. Ma a me, me pare già un piccolo progresso.

Ieri sera so andata a cena col mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale. Gli ho scritto per dirgli che ero in anticipo, il ché voleva dire che sarei arrivata puntuale. Me so seduta al tavolo e m’ha detto che mi vedeva più vecchia, sciupata e gonfia, che è un mix comunque accattivante…poi mi ha fatto un’analisi psicologica approssimativa ma verosimile, mi ha detto che la devo piantare di ragionare come una terrona ponendomi il problema di figliare nei prossimi anni, che devo fare esperienze e che devo completarmi da sola. Poi avemo parlato anche di molti altri argomenti, disparati, avemo magnato una bistecca con polenta, verdure grigliate e chips (che a Milano so convinti che le chips siano più fighe delle patatine fritte normali, non capirò mai perchè) e un dolce con le mele delizioso. Ci siamo tracannati pure una bottiglia di rosso del 2004, spesso e intenso di cui non ricorderò mai il nome. E poi siamo andati sui navigli e io me sentivo una nana balneare affianco a lui che è alto du metri.

Stasera c’ho la cena di Natale con il gruppo di amici siciliani (perché terrone socializza con terrone) e me tocca de preparà un tiramisù. Quindi me sa che vado. Mentre continuo ad aspettare Natale e il ritorno a casa, di entrambi.

Perché le fasi so 14. Quindi o riesco a recedere e a riprendermi l’anima mia, oppure dovrò annà dritta, a gennaio, verso il no-way-back.

Oltre a smettere di fumare, fare la dieta, andare in palestra, risparmiare e fare tante azioni buone.

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è che sono una stronza viziata

Ultimamente mi dicono tutti che ho gli occhi tristi.
Io rispondo: “No, è che non dormo”.
Il ché è vero. Che non dormo, intendo.
Forse anche che ho gli occhi tristi è vero.
Certo è che dormire 3-4 ore a notte da oltre du mesi e tesserarsi al partito “Io mi sveglio troppo tardi al mattino per truccarmi” decisamente non aiuta.

Non è che io non dorma perché non mi piace dormire. Io non dormo perché non ci riesco e non ci riesco perché ho mille pensieri del cazzo, perché penso alle occasioni che ho perso invece che pensare a quelle che ancora devo cogliere. E allora io me ne sto pure sotto il mio piumone sintetico a girarmi e rivoltarmi, al buio del primo vero gelo milanese…e penso. Penso che il mio ex c’avrà già n’artra, che è sicuro, che è sempre stato così, perché sempre nella mia vita sono stata così criminosamente presuntuosa da:

- lasciarli
- pensare che si sarebbero circoncisi senza anestesia pur di non perdermi
- accorgermi che non era così
- impazzire all’idea che non mi trovassero così unica e irripetibile come credevo io
- essere rimpiazzata in du giorni
- vederli convivere con la donna della propria vita entro e non oltre 6 mesi dalla nostra rottura
Poi mi cheto, penso che devo essere matura e mi metto a pancia in su. Respiro profondamente.
E penso che se lui, d’altra parte, trova una che è capace a renderlo più felice di quanto non l’abbia reso io, beh, è giusto così, perché io a lui gli voglio bene e voglio che sia felice, e poi la legge è uguale per tutti, basta rispettare i diritti altrui, non si devono avere pregiudizi, ognuno può professare la propria religione e non esistono più le mezze stagioni.
Niente, ancora insonnia. Allora mi metto a pancia in giù. E provo a contare le pecore, che quando ero piccola la Vagina Maestra diceva che si faceva così. Ma io non sono mai riuscita a prender sonno contando le pecore, anche perché che minchia voleva dire contare le pecore? Cioè cosa facevano queste pecore? Pascolavano? Le facevo uscire o entrare dal recinto? A me, così, creativamente, piaceva immaginarle che saltavano un muretto a secco con un ulivo alle spalle. Il ché, pur risultando discretamente bucolico, rimaneva assai dinamico e poco idoneo al collasso mentale. In sostanza facevo una gran fatica a contarle. Mio padre, invece, sempre quando ero piccola, nel disperato tentativo di indurmi alla pennica pomeridiana (perché per il genitore meridionale il massimo optional che si può avere in un figlio è la capacità di dormire il pomeriggio togliendosi dalle palle per un par d’ore) si inventava la favola di Cecco-Rivolta-che-rivoltava-i-maccheroni. Solo che, a me, quella narrazione orale deliberatamente improvvisata m’appassionava  così tanto da svegliarmi ancor di più, piuttosto che farmi addormentare.
Insomma, è sempre stato difficile, a quanto pare.
Inoltre, quando condividi con il resto del mondo la tua capacità a dormire, si verifica quello strano fenomeno per cui chiunque ti propina il suo antidoto, che oscilla dal rimedio della nonna all’oppiaceo, passando per dodici milioni di stronzate omeopatiche. Il top è stato quando la mia collega mi ha suggerito: “Prendi il LEXOTAN, qualche goccina e vai liscia”.
CoooooSA? GIAMMAI! Io non assumerò mai uno psicofarmaco (perché questo sembrerebbe, dal nome) per dormire, a costo di diventare schizofrenica e iniziare a parlare con il mio alter ego immaginario, controparte femminile di Tyler Durden che sarà mora, ricca e col culo a mandolino!
Diamine, io sono terrona e non prenderò MAI una medicina per dormire e non andrò mai in analisi, perché come al sud sanno tutti benissimo, solo i pazzi fanno queste cose.
In realtà io il mio rimedio ce l’avrei pure, l’ho capito quando GuruVagina ha compiuto 29 anni e noi siamo andati a festeggiarla in un posto molto milanese, in una zona molto milanese di Milano, una zona molto deca-glam (il ché significa “questo quartiere faceva cagare ma ci abbiamo costruito delle case senza pareti con grandi vetrate che chiamiamo loft ed è diventato figo). Il posto in questione era una libreria, dove però si beveva vino. Ecco io quella sera, ed è stata l’unica sera da ottobre ad oggi in cui mi è successo, alle 23 sono andata a dormire, avvinazzata e felice. Dopo dieci minuti forse facevo la bolla al naso, dritta, fino al mattino.
In realtà mi basterebbe avvinazzarmi ogni sera, per dormire. Ci penserò.
…poi mi metto di lato e conto le pecore che non mi hanno fatta addormentare mai. Finché mi arrendo a un’altra nottata insonne, votata ai miei pensieri fuori tempo e fuori luogo…ma dopotutto non è colpa mia se la cosa che vorrei di più è sentirmi stretta da lui e dondolata piano piano, come quando ci mettevamo a letto, come l’unico uomo che sia stato capace di farmi addormentare tra le braccia sue, io che non avrei dormito mai tra le braccia di nessuno mai. Non è colpa mia se ciò che vorrei più di ogni altra cosa è fargli le carezze sulle guanciotte molli e riempirgli il viso di baci, piccoli, fitti fitti, anche sulle palpebre socchiuse mentre si rannicchia a me, nell’illusione patetica e disperata di poter cancellare gli errori, di poter tornare indietro, di poter far meglio tutto quello che ho fatto di merda. Di non perderlo mai più. Di dimostrargli come non ho saputo fare mai quanto fosse speciale per me. Forse unico, forse irripetibile.
Ma questo, come direbbe lui, è feticismo del rapporto, e conta poco.
La verità, come direbbe lui, è solo che sono una stronza viziata che rivuole quello che ha perso.
Io non cambierò mai, come direbbe lui.
 Sì, dev’essere questo. Dev’essere che sono una stronza viziata. Sicuramente non sono innamorata di lui.
E’ che sono solo una stronza viziata.
E poi dev’esserci già n’artra, perché è sempre stato così.
Ma ciò che conta è che io stasera vado a cena fuori con l’unico amico “imprenditore” che ho. E siccome paga l’impresa sua, io stasera mi avvinazzo. Di brutto.
E poi, finalmente, dormo.

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Volontariato Emotivo

Ieri sera mi ha chiamata un mio amico.

Mi ha chiamata un mio amico che s’è lasciato un anno e mezzo fa con la sua vagina. St’amico mio c’ha la mia età, anzi a dire il vero è pure un anno più piccolo, ma è un militare, quindi è come se c’avesse 47 anni portati male.

Ieri sera ha avuto un momento di sconforto, cosa incoraggiante per chi s’è mollato da du mesi, vedere che dopo più di un anno capitano ancora i momenti di sconforto in cui vorresti il tuo ex, vorresti parlarci, berci una birra insieme, riderci come se tutto quel tempo non fosse passato e come se la vita non fosse andata avanti, dritta e separata. Distante.  

Tutto è iniziato col film sbagliato.

“Perché?” gli ho chiesto.

“C’era una coppia innamorata”, m’ha detto

“Ma pure tu, che minchia di film ti guardi?” gli ho fatto.

“Ma era maschi contro femmine, cazzo una commedia all’italiana…” m’ha risposto.

“Non capisco perché siano convinti che l’amore e i tradimenti facciano ridere…no devi guardare altro, devi guardare i thriller oppure le storie dei serial killer…” ho concluso, perché la verità è che quando sei single devi stare attento a una marea di insidie emotive.

Dicevo, st’amico mio ha avuto sto momento di sconforto: vive giù e trova che giù sia ammorbante, che la gente sia piatta, che se sente solo, che quelle più piccole so sceme, che quelle di 25 anni stanno con quelli di 35 e che quelle di 30 stanno con quelli di 40. Che quelle migliori sono andate via (come te, cara mia), che quelle che sono rimaste se la profumano e che di solito vanno con “cazzi rigonfi d’acqua”. Che nonostate la dozzina di vagine trascorse nell’ultimo anno della sua vita, alcune delle quali anche carine-dolci-interessanti, a quanto pare, lui non ne può trovà una che je vada a genio. Inoltre a lui gli piace di parlare di politica internazionale, dichiara, e se la vagina non conosce la differenza tra perigeo e apogeo, gli cascano le palle a terra.

 Allora io pensavo a questo mio amico, questo giovane uomo che dispera come se fosse spacciato, alla veneranda età di 25 anni, e iniziavo a sentire una feroce invidia del pene, che ho manifestato nella seguente affermazione:

Hai 25 anni. Tra 10 anni sai quanti ne avrai? 35. Il ché significa che, siccome hai il pene, hai ancora 10 anni, se non 15, per costruirti tutto ciò che vuoi. Avrai 35 anni e starai con una di 25, per la teoria che hai tu stesso enunciato! Allora cosa stra-minchia vuoi? Cosa dovrei dire, io, che ho ancora solo QUATTRO anni prima di diventare un cotechino da cuocere con le lenticchie? Solo 4 anni per trovare, in via del tutto teorica, l’uomo della mia vita – che EVIDENTEMENTE non esiste e non esisterà mai perché sono destinata a morire sola, grassa, con due gatti, mangiando Gocciole Pavesi sul divano??”

E allora lì ho capito cosa stava succedendo. Lì io ho chiaramente messo a fuoco la nuova frontiera di sopravvivenza del single conteporaneo: il VOLONTARIATO EMOTIVO.

Avevo già avuto sentore di ciò, ma non ero mai riuscita a percorrere fino in fondo questa intuizione. Me ne ero accorta grazie a un altro mio amico, che mi aveva raccontato le sue disgrazie sentimentali proprio mentre io attraversavo le mie e, contravvenendo all’antico adagio “non si cerca salute dall’ospedale“, mi ero ritrovata a dispensare saggi consigli su come affrontare il difficile momento, io che la notte vivevo crisi di pianto isterico da togliere il fiato (nel senso che a volte quasi m’accoppavo per asfissia).

E allora ho capito che la cosa più terrificante per il single conteporaneo è il confronto con il coetaneo sentimentalmente appagato.

Sia chiaro, non si tratta di invidia, che è un sentimento essenzialmente puerile, anche perché spesso il coetaneo sentimentalmene appagato è un amico a cui vuoi bene come ad un fratello. E’, piuttosto, proprio una questione sociale, la cui problematicità sta in quell’effetto “cartina al tornasole” che hanno le coppie felici sul single contemporaneo. Il single le ama, pensa che si sposeranno, che convivono e si vedono in tuta e si amano, gli si stringe proprio il cuore, al single. Purtroppamente, però, esso inizia anche ad accusare un crescente disagio innanzi alle smancerie altrui, non per niente, è che inizia a sentirsi veramente una merda per non essere stato in grado di preservare il proprio rapporto. Spesso, questo ci tengo a dirlo alle coppie (è un discorso generale, lo sappiano le coppie che frequento e di cui sono amica: potete continuare a pomiciare e a tenervi per mano davanti a me!), sono i più piccoli gesti di tenerezza a uccidere, la complicità nelle battute, la dolcezza con cui lei si rivolge a lui e tu ti ritrovi a pensare: “ma perchè cristo io non sono stata capace di essere così? se io, se lui, sotto quale cielo pensi al tuo domani e sotto quale lercio lenzuolo stai facendo male l’amore?”.

Questo dovrò ricordarmelo quando sarò accoppiata (perché farò qualche altro tentativo, presumibilmente, prima di arrendermi al divano, ai gatti e alle Gocciole Pavesi) e porterò fuori un amico single….ANZI, farò di più! Mi metterò d’accordo con il partner (che è un termine orendo – la mancanza della erre non è un refuso) e farò ciò che un buon amico dovrebbe fare in questi casi: fingere di litigare con il partner! Ma brutto, su quelle questioni totalmente idiote per le quali litigano le coppie, facendo sfoggio di follia e frustrazione, del tipo “perché lui non mi ascolta, perché lei non fa vedere le partite, perché lui a letto scoreggia, perché lei me rompe er cazzo se quando piscio sgocciolo sul bordo del cesso”.

Ecco questo bisognerebbe fare. In modo che il single, il cui ego-sentimentale è in riabilitazione, non anneghi in una serie di radioattivi ricordi iperglicemici, soffermandosi piuttosto sulla memoria di tutti gli sbrocchi che aveva con quello stronzo/a dell’ex e non li rimpianga affatto e si senta, altresì, persino un po’ awannasgheps, con la sua indipendenza, libero da vincoli insensatamente claustrofobici, d’altronde si sa che la monogamia è solo una minchiata culturale e blablabla.

In sostanza, dunque, sono addivenuta a questa illuminante rivelazione socio-antopologica: il single contemporaneo, per sopravvivere, ha bisogno di altri single. Non solo per una questione di abitudini, di stili di vita, di esigenze, di aspettative, ma anche perché il single contemporaneo ha bisogno d’aggrapparsi alla tristezza di altri single contemporanei, di condividere il patimento (che a volte accade, è inevitabile) dei propri momenti di solitudine, di confessarli senza sentirsi il più patetico stronzo dell’universo…perché il single è esattamente come l’alcolizzato (spesso è anche alcolizzato), come il bulimico (spesso è anche bulimico), come il tossico (spesso è anche tossico).

Ha dunque il via una sorta di do ut des, una specie di gara al ribasso di tristezza che però improvvisamente sembra meno lugubre, e allora ci si rimbalza di: vado a uno speed-date, guarda questo tour operator fa le vacanze in gruppi di single, ho passato 6 weekend in casa a piangere, qui non c’è niente da fare, qui c’è un sacco da fare ma non ho con chi farlo, il sesso non mi appaga più, non ho alcuna voglia di riaffrontare la demenza dell’uomo medio, forse la verità è che bisogna imparare ad accontentarsi, forse bisognerebbe andare ad Amsterdam a drogarsi…  

E si aspetta. Che il tempo passi. Che le ferite guariscano. Che la pelle accetti. Che il cuore maturi il cambiamento.

E cada dall’albero, affinché qualcuno lo colga di nuovo.

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Darwin sbagliò tutto

Voglio sviluppare molte doti che non ho. Una di queste è la sintesi. Ma quello è un dono. Che è tecnicamente diverso dalla dote.

Voglio aggiornare questo blog senza volerlo aggiornare. E’ solo che non voglio, una volta ancora, una volta come sempre, iniziare una cosa e mollarla a metà. Cosa che faccio di solito, quando ciò che pongo in essere non mi stimola più o diventa troppo impegnativo.

Sono stata a casa mia, la casa vera, quella in terronia. Sono stata bene, anche se ogni volta che scendo i miei mi sembrano sempre più vecchi e quella paura feroce con cui convivo, di non godermeli abbastanza, di non esserci per essere di aiuto ogni giorno, in ogni piccola cosa, è come se prendesse sostanza. Ogni volta. Un pezzetto di più. Io ogni volta ce lo dico: “ripigliatemi con voi”. Ma quelli me sa che un me vojono. Dicono che devo pensà alla vita mia e al mio futuro. E sti gran cazzi, non ce lo metti? Poi la Vagina Maestra aggiunge “mi aiuti se stai tranquilla”. E’ una gran girafrittate, la Vagina Maestra. Passano gli anni e io c’ho sempre da imparare. Un ce sta un cazzo da fà. Già che siamo in tema, la Vagina Maestra è e sempre resterà la più tosta e superlativa delle vagine. E suo marito, mio padre, il suo più degno compagno. E io con i miei 26 anni di poche conquiste e tante incertezze, li amo con un amore totale ed esistenziale, un po’ morboso e niente affatto banale.

Fatta questa premessa leggermente angosciante, veniamo al resto:

- Ho visto i miei amici, più o meno storici, ai quali voglio un bene dell’anima sebbene siamo diversissimi. Per esempio io mi sono sempre chiesta come sia possibile che ogni volta che si torna nella mia città ci si renda conto che c’è stata un’esplosione di Bar. Proprio di Bar. Posti fashion-truzzi, con grandi vetrate e schermi al plasma, che spuntano come funghi in una cisterna, come topi in una fogna, come erbacce in mezzo ai campi. Ecco, io ogni volta mi chiedo “ma chi cazzo ci va in sti posti?”, dove poi la gente manco beve e se chiedi un cocktail te lo fanno pure da schifo. Io ogni volta mi chiedo “ma chi minchia passa la serata a bere un espressino dietro l’altro?” (ndr: l’espressino è l’equivalente terrone del marocchino). Bene, ho scoperto che ci vanno alcuni miei amici e m’è successo d’annarci pure io, in una delle mie serate giù. Credevo non sarebbe avvenuto mai, invece è successo. Nelle sere dopo, sono andata in locali più nelle mie corde, però varcare la soglia di quel posto con le pareti viola e i divanetti finto-minimal di finta-pelle-nera è stato un monito esistenziale che faticherò a dimenticare. 

- Ho chiacchierato fino all’alba fumando hashish di pessima qualità (il celeberrimo super-puzzone) con un mio amico, parlando del perché le cose in Italia vanno di merda, cosa che non guasta mai.  

- Ho mangiato come una vacca, fiera d’esserlo.

- Ho fatto, nell’ordine: sopracciglia, baffetti, ceretta e capelli spendendo 20 € che è la cosa più simile a un orgasmo che si possa provare senza una diretta stimolazione fisica delle zone erogene. Il tutto mentre l’estetista mi raccontava che spaccia profumi tarocchi che però sono identici a quelli veri e che posso avere una boccetta di j’adore per 15 euro invece di 90 e io pensavo “dio abbia in gloria il sud”.

- Sono stata con la mia famiglia, perché quando vai via scopri che la famiglia ti manca, inclusi i parenti che ti sono sempre stati sul cazzo.

- Ho comprato un nuovo paio di scarpe, altissime con tanto di plateau (io non so chi abbia inventato il plateau, ma per me è un dio) e un completo nero molto  high professional che sfoggerò nella mia movida da rampante schiava in carriera meneghina.

- Sono rientrata a Milano e ho trovato la casa in ordine perché la ColfVagina si è rimessa in forze e ha agito in mia assenza.

- Sono tornata al lavoro dove ho scoperto che il mio iMac è morto, obbligandomi a ripiegare su un MacBook.

- Continuo a ripudiare l’idea dello shopping natalizio.

- Me so letta l’oroscopo del dumilaedodici. Non è che io ci creda, è tutta colpa di un mio amico, che quando ero giù m’ha illustrato la nuova teoria di selezione dei partner: quella astrologica. A quanto pare, dunque, Darwin non c’aveva capito una beata fava: non si tratta di evoluzione né di selezione naturale, né di miglioramento della specie. Nel sistema di idee del mio amico (recentemente ribattezzato “Fox, Paolo Fox” che è come “Bond, James Bond” ma assai meno charmante), io dovrei farmi tutti i segni dello zodiaco che ancora non ho collezionato, evitando accuratamente quelli già esperiti che non hanno prodotto i frutti sperati. Se non fosse che poi mi sono scimmiata con le previsioni per il nuovo anno. Sia per me che per il segno dell’ex mio. E ho scoperto che a lui va tutta grassa: grandi svolte, travolgenti passioni, storie fiacche chiuse entro la fine dell’anno (io) per fare posto a un nuovo grandissimo amore (la qualsiasi) che porterà alla felicità indiscussa, alla convivenza e all’imminente procreazione di progenie, il tutto diventando miliardario e superdotato, grazie a un sodalizio di sconvolgente forza con Marte, me pare, che lo renderà più gagliardo di Attila, capace di sconfiggere la fame nel mondo e di rattoppare con uno sputo il buco dell’ozono. No dico, buon per lui.

 Inutile dire, piuttosto, che le previsioni del mio 2012 lasciano presagire un altro bell’anno di merda. Non è che sono pessimista, è che il primo paragrafo diceva, lo giuro, ”valuterete la possibilità di consultare lo PSICOLOGO”. Credo che aggiungere una considerazione a questo punto sarebbe quanto meno ridondante. 

- Sono appena rientrata da una cena fuori. Ho speso 30 euro per mangiare gnocchi alle castagne con spek (si scriverà così “spek”? o sarà piuttosto “speak” come “speak English”? nel dubbio, io oso), bere del barbera e mangiare una coppa di tiramisù. Il bello è che il posto era ignorante assai, si chiamava “la bettola”, persino, e c’aveva le tovaglie con i quadri rossi e bianchi. Solo che era una presa per il culo e comunque qua spendi minimo 30 euro. Naturalmente ho chiuso il pasto con il limoncello, perché la terrona si riconosce da queste cose, che sarebbe come ordinare la polenta a caltanissetta. Ma vabbé.

- Ho toccato il fondo di me stessa e ho deciso che in piedi sono più bella.

E adesso andrò a dormire, se necessario facendo anche dei rutti. Non dei ruttini femminili. Proprio dei rutti da camionista.

Perché sono sola e me lo posso permettere.

Burp.

Buonanotte.

Burp.

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Quelle che la domenica è mejo

AVVISO AI NAVIGANTI:

ELEVATISSIMO TASSO DI PATHOS, SI SCONSIGLIA LA LETTURA AI PORTATORI DI PENE E ALLE PERSONE FELICI.

***

La domenica è sempre stata un giorno alquanto controverso.

Quando ero piccola e dovevo fare la prima comunione ero costretta ad andare a messa (che al sud – o come dicono qui a Milano “in meridione” che suona lontanissimo come “in Nuova Zelanda” e invece è molto più vicino di quanto non credano – ecco al sud la prima comunione è praticamente come il vaccino, prescritta dal medico curante); quando ero al liceo ero costretta a fare i compiti per il lunedì; da quando sono andata a vivere ”in settentrione” la domenica è il giorno in cui dovevo strizzarmi il cuore in aeroporto e ripartire; quando avevo un uomo e una relazione a distanza, la domenica era il giorno in cui lui andava via.

Certo, ho anche dei bei ricordi della domenica. La domenica si andava (e quando sono in meridione si va tutt’oggi) sempre a pranzo a casa di VaginZilla, la mia zia preferita, i cui banchetti sono un’esperienza libidinosa per i palati più audaci e sono articolati secondo una precisa consecutio ciborum: antipasto, primo, secondo, contorno, varie (in genere si tratta di peperoni, la cui preparazione può variare: arrostiti, alla scacchiata, fritti con l’uovo). A questo punto si fa una pausa, di solito, e poi si introduce la “latticino session” nella quale, proprio mentre pensavi che il pranzo fosse nella sua fase calante, a tavola arriva 1 kg di “nodini” freschi freschi che – incredibilmente – hanno davvero il sapore della mozzarella + caciocavallo + provola + scamorza affumicata di Fragnelli che io non posso resisterci. Il tutto, s’accompagna con uno o più piatti d’affettato che, solitamente, contengono capocollo e fettine di un salame specialissimo, regalato da qualcuno, buonissimo, con la pellicina già tolta. Va da sé che non è possibile manifestare sazietà e non partecipare alla “latticino session“. E’ proprio questione di etichetta: almeno un nodino, anche se senti che le tue interiora stanno per cedere, devi mangiarlo. E anche una fettina di scamorza affumicata, devi mangiarla. Sul resto puoi soprassedere. A quel punto, di solito c’è il momento finocchio/pagnottella, di ispirazione vegetale, tanto per alleggerirsi. Poi la frutta. Poi il dolce. Poi il caffé. Poi l’ammazzacaffé. Poi la morte. Nel senso che tutti si dileguano e vanno a svaccarsi, satolli e rantolanti, in qualunque angolo della casa permetta di assumere una posizione orizzontale e morire per un par d’ore. Io, solitamente, mi svacco sul divano in cucina. Dove VaginZilla poi lava i piatti chiacchierando con la Vagina Maestra. Mi piace stare lì, così noi 3 possiamo spettegolare.

E poi, la domenica era anche il giorno di X-files, quando su Italia1 alla sera davano ben 2 puntate che erano un appuntamento fisso per me e il mio papi, il quale m’ha formata a suon di film di fantascienza e horror, e che si lamenta che oggi non ne fanno più film di fantascienza belli come quelli a cavallo tra anni ottanta e novanta e forse c’ha pure ragione. E noi ci accucciavamo sul divano in tavernetta, sotto le coperte e ci gustavamo le paranormali avventure degli agenti speciali Mulder e Scully,  quasi sempre disquisendone a posteriori, perché uno dei plus di X-files era che spesso non ci si capiva un cazzo (privilegio che negli anni 2000 sarebbe stato ereditato da Lost).

E anche adesso, in questo periodo intendo, in questa piacevolissima fase della mia vita in cui potrei dormire 3 mesi di fila, risvegliarmi, voltarmi dall’altra parte e continuare a dormire per altri 3 mesi (e probabilmente lo farei se solo non avessi un lavoro che mi obbliga a contenere la mia tendenza alla deriva autolesionista), la domenica è un bel giorno perché segna la fine del weekend. Se mi avessero detto che un giorno avrei scritto una frase del genere, giuro, che non avrei potuto crederci, ma dopo questa il relativismo di Einstein mi ha persuasa del tutto.

La verità, infatti, è che in questo momento io odio il weekend. Lo odio profondamente. Lo odio da prima ancora che arrivi, il giovedì m’innervosisco già, e quando esso giunge, il weekend, in tutta la sua magnifica pateticità io mi ritrovo a raschiare il fondo di me stessa, ad esplorare nuovi orizzonti di atarassia, come se una forza fisica molto più forte della gravità mi incollasse a terra e mi spingesse ancora più giù.

Completamente estranea all’idea di sforzarmi, di prendermi in giro, di dissimulare questa solitudine. In un totale rifiuto della relazione di circostanza, della ricerca di argomenti e interessi in comune lì dove non ce ne sono, dell’uscire per l’uscire, del parlare per il parlare, solo per pensare di non essere soli. Ma io credo fortemente di essere sola, nonostante gli amici lontani e i conoscenti vicini, nonostante l’adorabile Zia Vagina, nonostante gli aperitivi e le cene fuori, io lo sento su ogni centimetro di pelle che sono sostanzialmente sola e ogni weekend questo sentire si manifesta, lapalissiano, inequivocabile.

E sono, per di più, emotivamente viziata perché fino ad oggi nella mia vita, ogni volta che ho passato un momento difficile, c’è sempre stato qualcuno che da grande voleva fare il crocerossino o il missionario e per cui io fossi abbastanza importante (o che avesse abbastanza tempo libero) da infiltrarsi nella mia stanza con un barattolo di nutella e una san miguel; qualcuno che mi obbligasse a uscire; qualcuno che mi salvasse dal mio spocchioso carattere di merda e mi aiutasse a vedere le cose sotto una luce nuova.

A questo giro, però, non c’è.

Perché quando si cresce, quando si va via da tutti per andare a lavorare e a vivere da sola a Milano a 23 anni, quando non vuoi che i tuoi genitori si preoccupino e quindi non parli, quando odi l’idea di dover elemosinare delle attenzioni a qualcuno che nella tua vita c’è soltanto capitato, quando non tolleri il pensiero di essere noiosa o ammorbante, ecco in questo caso l’unica possibilità è imparare a salvarsi da soli. E sperare di riuscirci, senza sprecare troppa vita.

Mentre l’unica persona che riesci a cercare è proprio quella dalla quale dovresti allontanarti. Che però non è soltanto il tuo ex, è anche il tuo amico, il tuo compagno, il tuo punto di riferimento. E’ colui che un giorno ti ha presa per mano e ti ha fatta crescere. E’ colui che ti ha insegnato ad affrontare la vita da adulta. E’ colui del cui affetto non dubiti, è colui che ha sempre dimostrato, nonostante tutti i suoi limiti, di volerti un bene pazzesco. E in questo momento io non riesco a pensare a un altro modo per respirare, che non sia averlo al mio fianco. Ed è come se, senza l’aria, non potessi trovare la lucidità per affrontare tutto il resto.

E intanto la gente mi dice “devi distrarti, devi vivere, devi uscire, devi andare in palestra, devi rinascere, devi conoscere altra gente, devi divertirti, devi affrontare la cosa con maturità, devi voltare pagina, devi chiudere perché continuare a sentirlo non ha senso, devi fare chiarezza, devi pensare a te”. La gente dice un sacco di cose, in questi casi. Il problema è che io le so già tutte. Il problema è che io non voglio voltare pagina, perché non credo sia giusto farlo. Il problema è che finché la mia pelle non si convincerà che non c’è più poesia, io non sarò disposta a perderci.

Ieri un mio amico, un mio caro amico, che è diversissimo da me quasi in tutto ma con il quale nei momenti di merda riusciamo sempre ad avere un’enorme empatia, mi ha detto che io sono forte, così forte che sono più forte di lui, del mio amico intendo. E l’ha detto con una tale sicurezza, come se fosse un fatto così acclarato, che mi ha colpita. Che mi ha fatto chiedere come possa essere così sicuro, lui, di questa forza che io non sento di avere, che io non trovo.

Come possa essere sicuro che io uscirò da questo smarrimento totale.

Da questa vulnerabilità vischiosissima nella quale vorrei raggomitolarmi e rannicchiarmi.

E implodere. Ancora.

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