Archivi del mese: gennaio 2012

lesbo-chic. ma indie.

A volte penso che io Syd Barrett avrei proprio potuto amarlo.

Non perché fosse uno dei Pink Floyd e, secondo una comune diceria, il più figo dei già fighi.

Non perché fosse un tossico. Non perché sia diventato un’icona stampata sulle t-shirt alla miserabonda stregua di Marilyn Monroe e Audrey Hepburn.

No, no. Io lo pensavo già in tempi immemori, quando il cd con il suo best of si perdeva tra le pieghe del mio letto sfatto bolognese, ecco io già allora pensavo che fosse incredibilmente bello e che io sarei dovuta nascere in un altro tempo e che avrei dovuto incontrarlo e amare il suo viso, la sua fattanza, la sua genialità sprecata. Ecco, io già allora pensavo che avrei dovuto perdermi con lui, intrecciati e nudi, con un vinile finito, sul piatto, nell’angolo e noi, sconvolti e un po’ lerci, su un materasso sul pavimento. E pensavo anche che lui, in realtà, sarebbe dovuto morire giovane. Come Kurt. Perché non era giusto scoprire che s’era fatto vecchio, e grasso, e calvo. Perché quelli come lui dovrebbero essere per sempre giovani. Per sempre come ai tempi di The Piper at the Gates of Dawn. Per sempre come in Apple & Oranges.

A differenza di Syd Barrett, invece, noialtri potemo invecchià, ma nei giusti tempi. E siccome che io c’ho soltanto 26 anni, la scorsa settimana me so fatta uscite alterne, na sera sì e l’altra no.

Martedì sera, anteprima di Mission Impossible Protocollo Fantasma. Lo consiglio fortemente. Ma solo agli stronzi. Senza contare che Tom sta invecchiando – pure lui – quindi forse dovrebbe smetterla di correre in verticale sui grattaceli e dedicarsi, piuttosto, a sua moglie: Joey Potter, da Dawson’s Creek con furore.

Giovedì sera, io e Zia Vagina ci siamo concesse quella che è stata ufficialmente battezzata “serata lesbo-chic“, che solitamente ha luogo ogni 8-9 giorni e prevede l’aperitivo al Frizziellazzi e la cena da Hong Kong. La serata lesbo-chic ha una funzione catartica per entrambe, una specie di detergente emotivo capace di riequilibrare il pH nell’anima, durante la quale raccontarci tutto quello che non riusciamo a dirci nelle pause pranzo e a scriverci su whatsapp! E tra paturnie, insicurezze e pettegolezzi, ridiamo un macello. Quindi a me fa sempre un sacco bene, la serata lesbo-chic. Ci voglio molto bene a Zia Vagina, io. Soprattutto perché quando devo salire sul suo motorino, s’accosta al marciapiede, per facilitarmi nell’impresa, senza che io le chieda nulla. So questi i dettagli che fanno la differenza, nei rapporti interpersonali.

Sabato sera: con GuruVagina e gli altri ci siamo ritrovati in quello che, sulla carta, dovrebbe esse un Circolo Arci, il Bitte. Dopo la cena a casa di Giordi-è-quasi-magia siamo finite in questo capannone zona navigli, ma naviglio grande, che dopo 3 anni continuo a non prendermi la briga di capire la differenza, perché per me navigli = taxi, a prescindere. Ecco siamo finiti in questo posto che a me, più che un Circolo Arci, me pareva il Sound di Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino. Ma dev’essere che sono provinciale. Siamo entrati e la musica era pesissima. Io e GuruVagina ci siamo guardate e abbiamo detto: “Giovani sì, ma fino a un certo punto!”

Me so guardata intorno per un po’, mentre cercavo di tracannare la consumazione inclusa, che era un whisky-merda allungato con non so cosa. Nel bicchiere ce stava pure un cubetto di ghiaccio lampeggiante, che non potevo smettere di chiedendomi “ma sarà sano/igienico sto coso lampeggiante nel mio bicchiere?”. Ecco, me so guardata intorno e ho pensato che grazie ar cazzo te devi pijià le paste, se c’hai 17 anni e vai a ballare in un posto così. Ecco, infatti, tutti (o almeno, molti) stavano impastati.

Però lì  io ho smesso de capì, mentre giovani ed efebici finocchi limonavano duro accanto a me. Io ho avuto un momento di confusione, perché i Circoli Arci che avevo conosciuto io, erano essenzialmente di “sinistra”. Nun ce vedevi tipi con la testa rasata, manco se te facevi un purino da solo. E, per l’appunto, si sentiva odore d’erba e pakistano. E semmai, ce se annava a vedè un concerto degli Offlaga Disco Pax al Circolo Arci. Ecco.

Invece no. Qui no. Sarà che dipende dalla serata. Sarà che il posto era TROPPO giovane e pervaso di quel fattume post-industriale e siderurgico pure affascinante – da un punto di visto sociologico – ma col quale davvero non potrò mai entrare in sintonia. Io non lo so. Però con GuruVagina se semo dette che alla prossima puntata preferiremmo tornare ad essere vagine-indie.

Che, a ben pensarci, è anche un bel concetto.

 

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Vagina (s)ragionante

Ero convinta che lo spartiacque tra la gioventù e la maturità fosse la prima volta in cui vedi piangere i tuoi genitori.

Recentemente ho scoperto che era una cazzata.

Il vero spartiacque è la prima volta in cui tu non puoi piangere davanti a loro.

Allora mi risiedo davanti al mio life-plan. E riesamino tutto. E penso che no, che io non posso essere così lontana. Penso che devo esserci. Che devo stringerle la mano, che devo dimostrarle ogni cazzo di giorno quanto la amo e che posso farlo solo essendoci, perché è un amore così forte che pretende di essere vissuto nello stesso tempo, nello stesso spazio, nello stesso sguardo di chi si capisce senza fiatare. Ogni cazzo di giorno, nella stessa squadra, fianco a fianco. A darle forza. A prenderle forza. A ridonargliela, rinvigorita. A sentire il suo dolore nella carne mia. A regalarle un sorriso, a dirle che è l’amore mio.

Penso che devo vendere la macchina. Penso che da Milano me ne devo andare. Penso che devo inventarmi un lavoro. Penso che devo tornare giù, anche se tornare giù per me è la morte sociale e mentale. Penso che potrei andare a Roma, che sarebbe più vicina. Penso che non me ne frega un cazzo del mio lavoro, che pure amo. Penso che passo la mattinata a fare ricerche su questa sindrome che nessuno può curare. Penso che mollerei tutto domani e che la porterei in cura in capo al mondo, se in capo al mondo ci fosse qualcuno capace di farla stare bene. Penso che non riesco a dirle di essere forte, perché lei è la donna più forte che io abbia mai conosciuto e mai conoscerò, e che è troppo stanca per sentirsi dire d’essere forte. Penso che io ce provo, io scrivo a questo medico, non mi risponderà mai, però è una merda se non mi risponde perché io glielo dico che confido nella sua umanità OLTRE CHE nella sua professionalità.

Penso che devo vendere la macchina. Penso che voglio allacciarle i lacci delle scarpe e che voglio essere lì quando la notte non riesce a dormire per i dolori. Penso che sono incazzata, penso che odio chi vive il problema esistenziale di doversi rifare il letto al mattino e me lo racconta e io devo annuire invece che prendere a randellate in testa. Perché sono una pierre e devo fare buon viso a cattivo gioco.

Penso che devo fare qualcosa. Penso che mi sono guardata allo specchio, in bagno, e che ero veramente ma veramente un cesso. Penso che non è giusto che mio padre affronti tutto da solo. Penso che continuano a dirmi che non serve che io ci sia, che devo pensare a me, che tutti i sacrifici che hanno fatto, che il mio futuro…ma STIGRANCAZZI no?!

Penso che mi devo calmare, che devo essere razionale. Che devo cercare un modo per essere d’aiuto senza incasinare la situazione. No. Non lo penso da sola. Me lo fa pensare Zia Vagina. Me lo fa pensare un mio amico. Penso che da Milano me ne devo comunque andare.

Penso che è una tortura avere gli occhi abbottati di lacrime in ufficio, penso che sono sembrata una pazza alle mie colleghe, che non mi hanno chiesto un cazzo, perché è molto milanese, questo cortese distacco che è strumentale indifferenza. Penso che ho una specie di singhiozzo incontrollabile sul tram, che soffoco in gola. Continuando ancora a trattenere le lacrime mentre sento che, adesso sì, in questo sì, che sono sola. Io, qui. Loro, lì. E penso a chi conosco, che possa aiutarmi. Consigliarmi cosa fare. Scrivo. Chiamo. Chiedo. Poi renderò.

Penso che odio parlarne, perché odio ammorbare il prossimo. E che a volte ne parlo, perché se no impazzisco, perché se no svanisco in quell’ipocrisia sociale dell’essere piacevoli. Penso che vorrei piangere senza posa, senza dovermi nascondere, o trattenere, o strozzare.

Penso che vorrei poter essere, ancora per un’ora, bambina.

E che non lo sarò. Per il semplice fatto che non lo sono più. E che devo farli sorridere. Essere d’aiuto, ma costruttivamente. Penso che non devo aggiungere problemi. Penso che devo aiutare a districare matasse, non a intrecciarle. Penso che devo inventarmi qualche mio problema, per non parlare sempre e solo di come sta lei. Che ne so, qualcosa tipo “oddio non troverò mai un uomo” – “oddio il lavoro” – “oddio quella stronza di…” – “oddio mi manca l’ex”.

Penso che “prendere il piccio” del motorino, sebbene con 10 anni di ritardo, sia perfetto.

Deve farli sentire molto genitori. E me molto figlia.

Domani potrei inventare che voglio andare al pub o in vacanza a Formentera la prossima estate con le mie compagne di classe.

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Oggi l’ho fatto!






Ho pagato il canone.

CRISTO…perché???

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Social network Vagina-Friendly

C’ho avuto un’illuminazione pe fà niu bissness.
N’amico mio dice che l’idea è totalmente illegale e viola i più basilari principi della privacy.
Ma secondo me so dettagli. Poi siccome io so del segno dello scorpione, ma creative commons, decido de scrivella qua, l’idea mia.
E’ naturale che na roba del genere già esiste. Però io me vojo gustà la sensazione d’avecce avuto sta trovata. Perché se nun riesco a innamorarmi degli uomini, potrò almeno innamorarmi delle idee.
Allora, tutto nasce dalla considerazione che i social network, e quando dico social network penso a Facebook come quando se dice “bibita gassata” se pensa alla Coca Cola, hanno essenzialmente complicato le relazioni, la vita di coppia. E su questo semo in tanti a esse d’accordo, no?
Alzi la mano chi non ha mai approfittato dell’account aperto del partner per frugare tra i cazzi sua o chi, viceversa, non ha mai subito un furto di password; chi non ha mai perlustrato le “nuove amicizie” dell’altro e non ha almeno un minimo rotto i coglioni dopo (“No, mò tu spiegame chi cazzo è sta topa di 19 anni che fa la modella!”). Alzi la mano chi non è mai stato oggetto di scomuniche sociali e anatemi sentimentali via Facebook, chi non ha mai spulciato vecchie fotografie e vecchi commenti del partner per ricostruirne taciuti intrighi e, dulcis in fundo, alzi la mano chi non ha mai detto menzogne del tipo:

“Ma chi è quella/o?”

“Una/o che conosco da 10 anni”

“C’hai scopato?”

“Ma va!!!” (mica na vorta!!!)
Per non parlare di quanto sia complesso il post. Dopo essersi mollati. Si resta amici? Se sì, ciò vuol dire sapere tutti i cazzi dell’altro, il ché spesso induce certi utenti poco evoluti a intraprendere una specie di Gara di Massima Felicità, che consiste nel postare video-foto-commenti e status volti ad ostentare quanto sia fan-ta-sti-ca la vita senza l’ex. Cosa che, pur risultando talmente patetica da rendersi inoffensiva, un minimo comunque tira al culo. Quindi la si sconsiglia. In alternativa, ci si cancella? Sarebbe anche un buon rimedio, a primo acchito. Poi naturalmente, dopo 2-3-5mila anni di relazione, succede che uno c’ha tipo 74 amici in comune. E che fa? Cancella tutti?
A quel punto io opterei per una soluzione finale, l’eliminazione spontanea, l’auto-soppressione da Facebook che sì, ok, è uno strumento utile per mantenere i contatti con tutti, ma forse se se semo persi, se vede che dovevamo perderse, e a meno che uno con Facebook non ci lavori (come nel mio medesimo caso), ecco io consiglierei proprio il social-suicide, nei casi più estremi.
Se non fosse che lì interviene il mio social network, lo strumento vagina friendly che sublima l’idea romantica di vagine equo-solidali, che possano essere amiche e non rivali, e la traspone nel web, dove senza confrontarsi tette e culi, senza guardarsi come gli uomini vogliono si guardino, possano essere utili l’una all’altra.
Il mio social network che si chiama DonTellMenWeKnow (per gli amici dontell.com) è una specie di aNobii, però fatto coi cazzetti.
Se registrano le vagine soltanto, soltano quelle intelligenti, soltanto quelle dai 23 anni in su. Al momento della registrazione si forniscono dati altamente personali e identificativi, che restano riservati. E come in aNobii, la utenti fanno una library dei propri uomini (volendo anche una playlist col best of), con relativa recensione. Le library sono consultabili su richiesta.  E così ce se conosce, si scambiano consigli, ma consigli utili non come quelle minchiate che le vagine si dicono del tipo “Tesoro, prendila easy, pensa a te“. No, no, consigli giusti, chiesti alla persona giusta, che sta lì apposta per darte na mano a buon rendere, perché la politica sottesa al tutto è quella di un democratico men-sharing (che tanto succede comunque, anche se nun volemo, solo che lo gestiscono loro, i men), dove oggi io aiuto te e domani te aiuti me, in una specie di peer-to-peer sentimentale, però gajardo. Spassionato.
Inoltre, attraverso l’esclusiva app Vaginize Yourself le utenti potranno ricevere sempre tramite mobile preziosi consigli sui cazzetti, del tipo:
“Te fa ride n sacco ma te riempie de corna, t’oo dico, ha tradito sempre tutte”.
“E’ un amore. Con me non è andata perché è polemico, arrogante e pesante e io sono una bacacazzi. Però è n’amore. T’oo consijo, se sei una vagina docile”
“Vedi che quello quanno tromba geme peggio de na donna”
“Guarda ce l’ha minuscolo ma la lecca da combattimento”
“Nun poi capì, questo nun te offre manco la cena”. And so on.
Si creerebbe così questo immenso database dei cazzi sentimentali dei maschi di mezzo mondo, al quale qualunque vagina sufficientemente intelligente da maneggiare queste sensibili informazioni potrebbe accedere, forte della solidarietà di un’intera community.
D’altra parte non vedo perché no: leggiamo 10 commenti di TripAdvisor per prenotare 1 camera di albergo, 20 recensioni per comprare un accessorio di elettronica, 4 giornali e 12 forum per scegliere un’auto.
Com’è possibile che non leggiamo un cazzo di niente per scegliere un uomo??!

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We want testosterone!

Ci sono certe cose che negli anni non cambiano.

Una di queste è il modo in cui mi sento gratuitamente fica quando Frecciagrossa mi scarrozza in motorino per Firenze.

Fin da quando avevo 19 anni e studiavo a Bologna, in quei tempi lontanissimi in cui vedersi ci costava 5 euri di regionale (contro gli attuali 53 euri di alta velocità), io amavo un sacco la vibrante sensazione del mio di-dietro adagiato sul sellino di Greg, che procedeva spedito nella brezza della primavera fiorentina, sul Lungarno, con il sole piantato in faccia e i colli in lontananza, e quella chiesa, che chiesa è, che abbiamo pure studiato a scuola, ma come minchia è possibile che io prendessi sempre 9 in storia dell’arte se ora non ricordo un beneamata fava?

Come quando ci siamo fatti insieme il piercing, all’orecchio lui e al naso io (un tremebondo brillantino che tutt’oggi adorna la mia narice destra), che io stavo a svenì, perché so una che il dolore lo regge un sacco bene.

Come quando mi ha schiavizzata per farmi fare le orecchiette fatte in casa (unico preparato che testimonia il mio essere vagina e terrona) per tutti i suoi coinquilini.

Come tutte le volte in cui lui si sveglia prima di me, prepara il caffé, io mi alzo miagolante e metto su “So What” di Miles Davis, e fuori c’è il sole, e decidiamo di andare in centro. Parcheggiamo Greg nei pressi del Duomo, guardiamo la cupola del Brunelleschi (sicuramente, almeno un 8 e 1/2 in storia dell’arte) e proseguiamo su Via de’ Calzaiuoli, per arrivare dritti in Piazza della Signoria, dove si erge maestoso Palazzo Vecchio.

Continuiamo giù per gli Uffizi, arriviamo sull’Arno, facciamo Ponte Vecchio. A volte, ci fermiamo a metà, scattiamo una foto, o guardiamo il panorama. Pochi secondi, tanto per, facciamo un commento razzista sui turisti giapponesi e riprendiamo la marcia. Arriviamo fino a Palazzo Pitti. E ci sediamo a terra, in discesa. Un tempo, A.S. (ante salutismo) fumavamo insieme, io e Frecciagrossa, a quel punto. Ad oggi, lo faccio da sola. Mentre lui mi racconta dell’ultimo flirt delle ultime 48 ore e io subisco un’illuminazione, chiarissima, e penso che nella prossima vita non solo vojo rinasce maschio, magro e superdotato. Vorrei pure esse finocchio. Il ché mi solleverebbe definitivamente dal peso di avere a che fare con le vagine, che francamente sarebbe non poca cosa.

Per pranzo andiamo ai Maledetti Toscani, una specie di salumeria tipica, dove ci fanno una schiaccia da farcire come ce pare e io so proprio felice della mia schiaccia con mortadella, mozzarella e salsa di carciofi da consumare sotto il pisello del David di Michelangelo. Poi, come da manuale, accompagno Frecciagrossa a comprare un gelato, prima che il suo umore vada in ipoglicemia isterica e, come sempre, gli anticipo che no, io non lo voglio, perché sono sazia, come non voglio una relazione sentimentale, d’altronde. Per sentirmi rispondere che tanto dico sempre così e poi lo prendo, il gelato. E, difatti, dopo pochi minuti: allora per me un cono piccolo, crema e nocciola, grazie, senza panna però.

A questo giro, per di più, era il compleanno di Frecciagrossa, che è il più vecchio, quello che per primo ha compiuto 27 anni in un anno in cui noi tutti compiremo 27 anni (ma io, più tardi di tutti). Per festeggiare siamo andati in un ristorante con i suoi amici, abbiamo magnato, bevuto e discusso sul resto della serata, optando in definitiva per lo YAG, locale naturalmente frocio (come i più sagaci potrebbero intuire leggendo specularmente il nome), dove in realtà volevo andare perché, anche se me viene un po’ male dirlo, non ero stata mai in un locale finocchio e già mi immaginavo situazioni da inferno dantesco, condito di sado-masochismo e promiscuità, oppure situazioni di estrema goliardia con Raffaella Carrà e la Rettore e addio mondo. In realtà, l’ambiente era più che altro Lady-Gaga-oriented ed era cosparso di manichini bianchi di corpi maschili, senza braccia, senza gambe, dai pettorali al pacco per intenderci, che si illuminavano di verde, azzurro e fucsia. Mentre ai due lati del locale, di fronte al bancone del bar, c’erano due ballerini cubisti albanesi alti 1 metro e 1 caciotta, che facevano mosse coordinate stile Veline di Striscia la Notizia, ma assai più ammiccanti.

A quel punto, però, la vagina se fa inevitabilmente du conti – naturalmente sbajiati – e pensa: allora noi vagine semo deppiù, tipo che per sette de noi ce sta n’omo. Se poi uno ce mette pure i froci e toglie quelli inchiavabili, lasciandoci pure de mezzo i fidanzati che tanto se sa che solidali nun semo, il risultato non cambia: quanto male semo ridotte?

E mentre questi pensieri osteggiavano il mio tentativo di sentirmi a mio agio in quel pout pourri di checce, devastata dal mal di piedi, mi gustavo Frecciagrossa in azione, attorniato da uomini diversamente eterosessuali incapaci di resistere al suo sex appeal.

Tra le frasi che decido di annoverare dopo questo weekend:

- “Io lecco tutto, anche le ascelle” by Frecciagrossa85

- “Uhm, ragazzini che giocano a calcio…interessante!” (per la famosa legge “mi piacciono tutti, dai 13 ai 45 anni”) by Frecciagrossa85

- “Con Vagina l’aspetto fisico non conta, se hai una buona dialettica, la sua vulva è per metà già tua” by Frecciagrossa85 al suo nuovo coinquilino etero, che avevo conosciuto da tipo…30 minuti. Forse meno.

Oggi so ripartita in alta velocità (per soli altri 53 euri), mi sono seduta al mio posto 61 nella carrozza 6 e ho aspettato, come sempre avviene quando si viaggia in treno, di incrociare lo sguardo di Ethan Hawke col quale iniziare una romanticissima relazione occasionale di 1 ora e 45 minuti. Niente. Intorno a me solo vagine.

A quel punto tutto è stato più chiaro: nell’imminente futuro bisogna riequilibrare il dosaggio ormonale del proprio micro-ambiente, perché semo vagine e We want testosterone.

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Vagina 1 – Gocciole 0

Due pacchi di Più Gusto – Gusto Pomodoro in una settimana non sono un buon risultato.

E’ successo di peggio stasera, dopo il lavoro, al Dì per dì vicino casa mia che, dopo il Punto SMA, credo sia il super-market buco-di-culo più costoso di Milano. Almeno di Milano ovest.

E’ successo che dopo aver comprato lo shampoo – unica reale esigenza che mi aveva sospinta in quel luogo – ho indugiato davanti allo scaffale dei biscotti. L’ho fatto con disinvoltura, ho lanciato uno sguardo fugace, come se non sapessi che loro erano lì a guardarmi, a chiamarmi, piano piano, come un sibilo bulimico che, impercettibile, faceva per attrarmi a sé. Lì, nel loro pacco 500 gr, con lo sfondo bianco e le scritte rosse. E loro, disegnate sul packaging. Vitali. Sinuose. Cosparse di macchie marroni. E poi si sa cosa pensa uno, in questi casi: “adesso le compro, ormai ne sono uscita, ne mangio tre, quattro al massimo, poi chiudo il pacco, lo ripongo nel mobile e bon”. Uno poi pensa: “no, io non mi rimpinzerò di gocciole pavesi come se non ci fosse un domani, come se dovessero sgozzarmi, arrostirmi e servirmi sul banchetto di un grosso, grasso matrimonio greco. No io ormai so gestirmi, io ho vinto su di loro, ehehe sì Vagina 1  - Gocciole 0. Io farò la mia piccola porzione e quella mi basterà”.

Stronzate!!!

Non è vero che sappiamo gestire i nostri impulsi, tendiamo naturalmente a ripetere gli stessi errori, a perpetrare gli stessi schemi, perché confermarci le nostre debolezze è l’unico elemento rassicurante delle nostre vite. A volte proviamo ad alterare l’indisturbato flusso della nostra mediocrità: facciamo una fatica boia, senza auto-migliorarci perché, dopotutto, according to Chuck Palahniuk, l’auto-miglioramento non è la via.

E siccome io questo, dopo numerose relazioni terminate e numerose chilate di Gocciole Pavesi mangiate, ormai ce lo so, decido di resistere, decido di comportarmi come una vagina coscienziosa (nel senso, cosciente della sua zelante obesità, che non necessita di ausilii o spintarelle).

Perché io ce lo so cosa succede, poi. Succede che io ne mangio davvero 3-4. Ma ogni mezz’ora. Succede che so che ci sono, e quindi le voglio. Succede che dopo un po’ la frolla industriale mi intasa la gola e a quel punto devo decidere: mangio l’ultima e rischio di morire (e non resisto alla tentazione di immaginare il plastico della mia trachea nello studio di Porta a Porta), oppure bevo un bicchiere d’acqua e continuo a ingozzarmi fino al suicidio?

E siccome io questo ce lo so, decido di resistere.

Compro un Tronky, però. Non è colpa mia, ormai mi era presa la scimmia che volevo qualcosa di dolce.

Perché voglio la ciccia. Voglio i brufoli. Voglio smetterla di vivere chiedendomi ad ogni passo che faccio – e fortunatamente conduco una vita sedentaria – chi sono e chi sto diventando.

Voglio smetterla di pensare che sono stronza, egoista, feroce e viziata e che per questo morirò sola, grassa, con 2 gatti e 5 pacchi di Gocciole Pavesi sul divano.

Voglio smetterla di pensare che la mia dimensione sia solitaria, perché non sono bella abbastanza.

Voglio smetterla di guardare le mie amiche con i loro uomini e pensare che sono fantastiche e che io non ho saputo essere altrettanto matura, altrettanto dolce, altrettanto sapiente.

Voglio smetterla di sentirmi in colpa perché sono troppo presa da me per occuparmi di un cazzetto, che non sarà comunque mai all’altezza delle mie insopportabili aspettative.

Voglio smetterla di pensare che, in fondo, io di quello che viene comunemente definito “‘amore” non so un cazzo.

Voglio smetterla di pensare che posso essere solo una scopata. Sopra la media. Ma solo una scopata.

Voglio smetterla di pensare tutte queste stronzate, prima di convincermene davvero.

E, soprattutto, voglio smettere di essere così perdutamente vaginale.

 

E allora il mio pensiero va a quella tipa, quella inglese, che ha dichiarato di avere 2 vagine, come ho appreso ieri da un articolo che mi ha segnalato il mio amico blogger.

Ecco, io non oso immaginare l’inferno che attraversa quotidianamente costei. Io non posso che mandarle, così, platonicamente, la mia più grande solidarietà. Perché avrà anche un buco in più, ma quanta fatica può fare, combinare 2 vagine e 1 cervello?

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Lassativi Emotivi

A volte penso che c’è un motivo se la selezione naturale ha deciso di eliminarmi.

Lo penso perché avendo il ciclo mestruale da 14 anni è pazzesco che io non abbia un anti-dolorifico in casa, un moment-rosa, dell’0ppio, qualunque cosa possa rimuovere questo machete che c’ho piantato nel ventre, altezza ovaie.

E’ una pura questione di intelligenza, di capacità di auto-gestirsi. Se uno non ce l’ha è del tutto legittimo che sia solo, che non metta su famiglia, che non perpetri il genere umano con altri esemplari di homo sapiens irriducibilmente snob e disorganici.

 

Phil dice che dovrei piangere.

Che non piango da un po’ (cioè tipo una decina di giorni, che per una vagina stronzamente complicata sono un sacco di tempo) e che se piangessi e tirassi fuori tutto, poi starei meglio. A parte che secondo me questa è una minchiata perché io di piangere ho pianto e non ho risolto un cazzo, gli dico che ho già pianto troppo per inutilità. Che mia madre non sta bene, che i motivi di inquietudine sono altri. E che comunque io non riesco più a piangere, soprattutto da sola, che sarebbe la quintessenza della solitudine. E non mi va.

Allora Phil mi dice di piangere con lui. Però io non ci riesco lo stesso. Perché non ho voglia. Perché non ho più voglia di spogliarmi e poi di rivestirmi. Ho accettato che sono sola, esistenzialmente, non socialmente. Ho accettato che devo cambiarmi le lampadine da sola, se si fulminano. Che devo uccidere gli scarafaggi da sola, se me li trovo sul parquet. Che devo portarmi da sola le buste della spesa, e la borsa, e le chiavi della macchina, e le chiavi di casa (perché per me l’uomo in realtà è un factotum, non un compagno).  E  non ho più voglia di versare lacrime per offrirle ai baci del Qualsiasi che, chiunque sia, prima o poi svanirà nelle pieghe di una vita in divenire, completamente dimentico del mio sapore. Anche perché ho pure la presunzione d’averci un sapore speciale, e vedermi sempre spazzata via con un Limoncello e un rutto, urta notevolmente il mio ego vaginale.

…senza contare che quando piango divento definitivamente un cesso: mi arrosso tutta, gli occhi mi si rimpiccioliscono manco mi fossi fumata 3 personal, il respiro mi si rompe, la faccia mi si deforma, la voce mi si altera e – se sono proprio disperata – inizio ad emettere un mugolio  incontrollabile dai connotati quasi paranormali.

Forse Phil ha ragione nella misura in cui non piangere è come non fare la cacca.

Non è che se caghi dimagrisci, ma almeno non ti gonfi.

Almeno non ti viene il mal di pancia.

Almeno non finisci come Alessia Marcuzzi che racconta a tutta Italia di drogarsi di Bifidus Essentius per cagare regolarmente via dall’anima le inquietudini.

Non ho pianto neanche in premestruo. Credo di essere diventata sentimentalmente stitica.

Credo di dover prendere un lassativo emotivo.

Potrei riguardare Closer, che mi ha sempre fatta piangere, ad esempio. Mentre stiro.

Così da prendere 2 piccioni con 1 fava (che per me ha un chiaro significato erotico) e unire l’inutile allo spiacevole.

 

…e pensare che finché nel mondo ci saranno uomini come Clive Owen, noi vagine non abbiamo motivo di rinnegare il nostro status genitale.

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Il premestruo c’è. Molto più di Dio.

Poi dice che non è tutta colpa della televisione.

La generazione mia è stata resa oggetto di una violentissima manipolazione, volutamente ordita per dar vita a un plotone  sconfinato di vagine idiote. Perché io vorrei capire come si poteva pensare che periodi di tempo prolungati (mesi se non anni) a guardare materiale come quello sovraesposto, avrebbero potuto generare vagine sane. Perché se a 8 anni ti sottopongono un cartone animato che si chiama “PICCOLI PROBLEMI DI CUORE“, sarà pur normale che a 20 ti ritrovi ad essere una pugnetta su due gambe.

“Perché dei giorni tu sei distante più che mai,

(perché è uno stronzo)

poi mi prendi per mano e ancora te ne vai

(perché è un coglione)

perciò mi chiedo e richiedo se c’è un posticino nel tuo cuore per me

(vabbè, sei una deficiente anche tu allora)

Ora, bisogna dirlo, anche le vagine più evolute, con le barriere cognitive leggermente più elevate, sono comunque cresciute esposte al contagio della demenza-vaginale, che si trasmetteva, ai tempi delle scuole elementari e medie, per via aerea e tattile, dal contatto fisico (nei casi peggiori anche solo visivo) con la copertina di Cioè. Senza contare che per tutta l’infanzia, la frase che abbiamo sentito più spesso, oltre a “Basta con le merendine” è stata “E vissero per sempre felici e contenti“. Ma di questo, io credo, ne abbiamo già parlato in altra sede.

Per contro, i cazzetti crescono leggendo:

E’ normale che non possiamo che essere estremamente diversi, una volta adulti.

Come non bastasse, a ciò si aggiunge il premestruo.

Il premestruo non è un’opinione.

Il premestruo c’è. Molto più di Dio.

Oltre a infonderci dentro un’inquietudine inestirpabile, un senso di totale incompiutezza, un desiderio sconsiderato di piangere per la fame nel mondo e per il buco dell’ozono, ci reclude in un limbo di incomunicabilità con il resto dell’universo e persino con noi stesse. Nei casi più critici, può condurci a una pericolosa deriva paranoico-indulgente, che manterrà un trend di crescita esponenziale fino al momento in cui il vituperato ciclo deciderà di giungere.

L’unico aspetto interessante del premestruo, è sfogarlo sugli uomini.

Ovverosia, avere uno stronzo di turno, nel raggio di 500 km, a cui vomitare addosso tutto il malessere e lo struggimento che si catalizzano nella nostra sfavorevole congiuntura ormonale, per cui lui è comunque uno stronzo insensibile, magari è Gandhi, non importa, in quel momento è uno stronzo. Perché non sa nemmeno cosa voglia dire, per esempio, trascinarsi per un giorno intero su dei tacchi 10 cm, oppure perchè, chessò, non ti chiede per 3 volte di fila – manifestando, dunque, non solo un blando interesse, quanto piuttosto un’accanita curiosità – di raccontargli tutti i dettagli della riunione che hai fatto in mattinata con il cliente.

Ritrovarsi ad affrontare il premestruo senza uno stronzo su cui sfogarlo, tuttavia, è un’esperienza estremamente formativa, mistica a tratti, così impegnativa che per quanto mi riguarda sto valutando di aggiungere una voce dedicata nel mio CV, sotto le lingue che parlo. Una robetta piccola, discreta, in corsivo, del tipo: “Certificate of advanced pre-menstrual-self-control.

In inglese, naturalmente, perché l’inglese è high professional.

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La Vagina e la Salsiccia di Bra

Ho avuto una relazione aperta con Milano, questo weekend.

Ho passeggiato per Brera alle 11.30 del mattino (esperienza epifanica e rivoluzionaria) sotto un sole nordico e frigido, ma comunque sole.

Ho guardato le vetrine di piccoli negozietti (che vendono scarpe e orecchini meravigliosi) che non conoscevo e mi sono detta “fico, devo tornarci”, anche se tutti sanno che non ci tornerò mai più.

Ho visto, sotto quel sole nordico e frigido, scorci meneghini che voi umani non potete immaginare, con palazzi bassi e fiori ai balconi, tavolini per strada e biciclette, così belli che per un momento ho avuto il sospetto non si trattasse di Milano, finché, graziaddio, è arrivato il 30×40 di  Armani Jeans su un palazzo e allora sì, allora è Milano.

Ho pensato che questa città non è brutta, dopotutto, bisogna solo saperla prendere. E che, in questo, io e Milano c’assomigliamo.

Ho finalmente visitato il Museo del Novecento dove, inutile a dirsi, non ero entrata mai.

Ho definitivamente compreso che Milano è Milano, a Milano puoi fare tutto quello che vuoi: mostre, concerti, eventi, spettacoli, shopping, corsi di qualunque hobby possibile – fosse pure il kamasutra coi teletubbies  -…a Milano puoi fare tutto quello che vuoi, tranne che magnà bene.

Non ne faccio una questione universale. So che tutti ce se riempino la bocca su come se magna a Milano, sul ristorante stellato, sullo chef me cojoni, sulla cucina macrobiotica, sulle specialità etniche, sulla sticazzeria…ma io odio magnà a Milano. E’ un indiscusso retaggio da terrona, a me piace magnà ignorante, unto e bisunto, saziarmi e spendere poco. Eppoi io me ricordo che pure a Bologna se magnava da dio, se spendeva il giusto, a fine pasto dovevi sbottonarti il pantalone (pensa, la morte) e uscivi dalla Trattoria delle Belle Arti praticamente rantolante e poi rotolavi giù, verso via delle Moline diretta in zona Indipendenza, se era giorno, o Zamboni se era sera…ed eri inesorabilmente satolla e felice.

Milano ciò non accade mai. Ieri sera sono andata in ‘sto ristorante in centro, so entrata, un cameriere zelante m’ha preso la giacca e me l’ha appesa perché, sulla forma, niente da dire e me so seduta. La sedia mi traballava e no, non per il mio peso. Poi ho provato ad accavallà le gambe e il tavolo era troppo basso e nun potevo. Evvabbé. Poi è arrivato il menù che era scritto a mano. Uhm. Sei molto cool, tu, ristoratore milanese che decidi di scrivere a mano il tuo menù, solo che a me me piacerebbe pure de capì che cazzo ce sta scritto. Mi sforzo, e delle robe scritte sur menù non conosco quasi nulla e comunque non mi ispira niente. Anzi, tutto mi ispira così poco che decido che mangerò un risotto alla milanese che, non per dire, ma è triste. Però vorrei un antipasto, da dividere. Allora chiedo a questo cameriere, così alto ed educato, che parla con una dizione così corretta, ecco io gli chiedo come sarebbe la “salsiccia di Bra” e questo cameriere, così alto ed educato, che parla con una dizione così corretta me risponne:

“Allora, Bra è un posto in Piemonte famoso per la sua salsiccia”.

“Eh…” (MA VA!, per-non-dire-grazie-ar-cazzo!)

A quel punto ho chiaramente letto il panico negli occhi del cameriere, che ha aggiunto: “è molto buona”. (Che se faceva cagare, naturalmente, me lo dicevi).

Profondamente malmostosa, decido che ok, sì, vabbé portami sta salsiccia perché, male che vada, nulla di brutto può venir fuori da na roba che se chiama “salsiccia”. Cioè potrà esse tipo un affettato, un salame…penso io, scioccamente. Ed ecco che, dopo un tempo d’attesa biblico, il cameriere sottopone alla mia sensorialità una cosa che no, non è una salsiccia: una specie di Gourmet Gold per umani, una poltiglia di carne macinata cruda, una Simmenthal senza gelatina, essenzialmente una tartare che, va da sé, io non amo, perché non amo manco la carne al sangue, figurati sta roba, che sarà sicuramente buonissima ma a me tocca lo stomaco e il problema è mio però…TU…tu, cameriere così alto e così demente, vorrai dirmelo che si tratta di una tartare, quando ti chiedo come cazzo è la salsiccia di Bra?

Ho rinunciato mestamente alla mia metà e ho atteso, famelica, il mio triste risotto che è arrivato dopo ulteriore biblica attesa, in porzione ovviamente risibile.

Il cibo è così. Può mettere di ottimo umore. E di pessimo umore.

Infine, last but not least, in questo weekend ho fatto un lunghissimo e rilassante bagno caldo, dopo forse 10 anni che non facevo un bagno caldo (nel frattempo, garantisco, ho fatto diverse centinaia di docce). Sono spronfondata nel tepore della schiuma, con la testa poggiata al bordo, gli occhi chiusi, le gambe che dondolavano pianissimo, ascoltando casualmente “All of my love” dei Led Zeppelin e sentendo che non avevo bisogno di niente di più, in quel momento. Forse, forse, a voler essere pignoli, giusto un po’ di Silver Bubble o di Orange Bud. Ma la perfezione non esiste, si sa.

Ho fatto un lungo bagno caldo e ho sentito che tutte le mie inquietudini evaporavano e i miei polpastrelli si incartapecorivano, come al mare, come quando non volevo mai uscire dall’acqua e  mi padre me diceva che quando le dita s’arricciano vuol dire che è ora di uscì, prima che spuntino pure le branchie.

Mio padre era gagliardo assai, al mare. Quando ero un’infante me pijiava in braccio e me portava all’acqua alta. Quando avevo 10 anni, andavamo a fare il bagno al tramonto, che secondo noi era l’orario più bello per farsi il bagno, ed era sempre un’esperienza altamente challenging, con una serie di sfide del tipo “nuotare fino alla boa e, una volta arrivati, andare in immersione giù, prendere un pugnetto di sabbia e riemergere”. Naturalmente, poi, arrivava il momento puramente ludico, con le “cattuse“, ovverosia “fatti prende sulle spalle da papà, provocagli un’ernia, conta fino a 3, tappati il naso e vai giù”. Poi è arrivata la fase adolescenziale del “scusa-papà-ma-al-mare-ci-vado-con-le-mie-amiche-a-sgamare-quei-ricottari-dei-bagnini-perché-sono-cresciuta-negli-anni-novanta-quando-italia1-mandava-sconsideratamente-in-onda-Baywatch“. Ad oggi, mi piace un sacco andare al mare coi miei, spettegolare con la Vagina Maestra sotto l’ombrellone e andare alla boa con mi padre. Perché io e mio padre alla boa c’arriviamo ancora. Famo più fatica, ma c’arrivamo.

Forse è ora di prenotare un volo per tornare a casa, tra qualche settimana.

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Trans-Gender Emotiva

Non smetto di ascoltare Everybody’s got to learn sometimes, colonna sonora di “Eternal sunshine of the spotless mind” (perché io mi rifiuto di chiamare un film così bello “Se mi lasci ti cancello“).
Ho ricominciato ad ascoltarla ieri sera e non perché io abbia rivisto il film su la7, dove per pura coincidenza lo stavano passando.
Ho ricominciato ad ascoltarla ieri sera e non ho più smesso.
Ho riguardato qualche immagine. Poche, quelle del videoclip, sufficienti per capire che no, che non sono ancora pronta per rispararmelo tutto.
Attualmente sono impegnata in uno slalom sentimentale tra i ricordi. Attualmente sono una trans-gender emotiva.
Vado altrove: senza rabbia, senza foga, senza risentimento, senza pentimento.
Penso a lui. Ogni giorno. E non una volta, o due.
Ci penso come se le mie dita si intrecciassero ancora con le sue, mentre cresco.
Come se il mio palmo potesse plasmarsi sul suo, come se i miei polpastrelli potessero morbosamente indugiare sulla sua pelle, quella che c’è tra un dito e l’altro. Come se, ogni volta che mi va, potessi dargli i baci sul dorso delle mani per impararle a memoria, per trovarci tutta la rassicurazione che non sapevo trovarci più.
Ci penso come se fosse ancora al mio fianco. Come se mi augurasse in bocca al lupo prima di un colloquio. Come se mi dicesse che sono brava, che non devo mangiare schifezze, che devo andare in palestra, che ho la lingua biforcuta, che sono un “uncino nel culo“, che sono divertente, che ho seguito tutti gli step per la presa del potere e l’instaurazione del regime totalitario dell’M.U. (movimento uterino). Ci penso come se potessi ancora ridere con lui. Di me, di noi. E degli altri.
Ma forse, in realtà, abbiamo più litigato che riso. Ma non importa. Ora sono i miei ricordi e basta, sono sola, senza contraddittorio, e ricordo il cazzo che mi pare…
Penso a lui. Ogni giorno. Ma non mi preoccupo.
So che nessuno più saprà analizzare i miei dvd nella colonna come ha fatto lui, la prima volta, a casa mia. Ma so anche che tra qualche tempo, mi sveglierò e non mi importerà nulla. E tutto sarà lontano, proveniente da una vita che non mi apparterrà più.
Ricorderò qualcosa e ciò che ricorderò sarà buono. Perché con lui, io so che del buono c’è stato. O magari dimenticherò e in quel caso sticazzi.
Ma, di solito, quelli dello scorpione non dimenticano.
Penso a lui. Ogni giorno. E non una volta, o due.
Penso a lui ma non mi preoccupo.
Accetto tutti i miei limiti. E non mi forzo. Passerà.
Mi limito ad amare chi c’è.
Il resto passerà. Tutto passa. Lo dico anche a Braciola, tutto passa.
Accetto i ricordi con cui convivo. Accetto la caducità delle relazioni. Accetto l’idea che il confine tra l’amore e la circostanza sia assai più sottile di quanto non si creda.
Accetto di essere terrorizzata dal suo cassetto – come in un horror sentimentale anni settanta.
Accetto di non avere il coraggio di ascoltare “Il Paradiso” rifatta dai Lombroso.
Accetto di non essere pronta a riguardare Eternal Sunshine of the Spotless Mind.
Sono una trans-gender emotiva. E’ come se mi avessero amputato il pisello, ma io mi posizionassi ancora in piedi per pisciare.
Siccome è venerdì, cambio mood.
Il weekend è alle porte.
Che il vostro sia ricco. E piacevole.

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