Archivi del mese: febbraio 2012
Suggestioni Vaginali
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Vagina e Corsara
Ero in pausa pranzo fuori dall’ufficio, spalmata sotto quel raggio di sole che oggi illuminava Milano e che, come sempre avviene, assottigliava pericolosamente il confine tra homo sapiens sapiens e rettile.
Ero in pausa pranzo fuori dall’ufficio e fumavo una sigaretta, sparlando di qualcuno o di qualcosa, quando ho visto passare sull’altra sponda della strada una vagina infante di tutto punto vestita che doveva presumibilmente essere una principessa. Una di quelle classiche. Della serie Walt Disney.
Allora me so ricordata che oggi sarebbe carnevale.
Carnevale è una festa di cui non mi accorgo mai, finché non è passata e vedo i coriandoli sporchi per strada. Sì, sì, ce lo so che la gente awannasgheps va a ballare il weekend prima di martedì grasso. Ma io non sono awanna. E nemmeno sgheps. Quindi del carnevale me dimentico sempre. E non escludo che si tratti anche di un postumo della mia difficile infanzia, durante la quale la Vagina Maestra ritenne opportuno che io fossi travestita da “corsara“.
Ora, io indubbiamente apprezzo l’originalità della scelta che la Vagina Maestra compì, antesignana rispetto al successo che di lì a SOLI 10-15 anni avrebbero riscosso personaggi come Jack Sparrow, quasi avanguardistica direi. Un’opzione senza dubbio audace. Non discuto che l’outfit da amante di un pirata fosse più affine alla mia indole, oltre a risultare di più raffinato tessuto e più pregiata fattura. Ne ricordo altresì i colori sgargianti e i sofisticati merletti. E dopotutto nun me stava manco male: ero una bella bambina obesa vestita da corsara.
Il problema, però, era che io nun volevo esse na corsara.
Bene inteso: questa è solo una volgare approssimazione di ciò che io nei fatti indossai.
Io volevo esse na principessa der cazzo. Oppure Minnie. Oppure una fata. Io nun me lo ricordo manco cosa volessi essere, ricordo semplicemente che nun volevo esse na corsara! Che volevo avere anche io la mia gonna fucsia svolazzante, che volevo il mio cazzo di ombrellino, che volevo la mia bacchetta magica con in punta una stella e che volevo essere una bella bambina obesa vestita da qualcosa di putrido e glicemico.
Invece, ero una corsara.
E solo oggi, dopo quasi vent’anni, guardando la principessa di Walt Disney sull’altra sponda della strada, per la prima volta penso che essere stata una corsara sia stato un bene. E che, dopotutto, la Vagina Maestra ha sempre ragione.
Detto ciò, auguro buon carnevale a tutti quelli che nella vita non c’hanno un cazzo da fà e festeggiano anche le feste più inutili.
Rent-a-man Service
Dunque, no, non è vero che mi manca.
No, non mi è mancato a San Valentino quando sono stata adottata da 2 coppie di amici prossime alla convivenza.
No, non mi è mancato quando ho ritrovato i suoi biglietti nel quadernetto dove io e ColfVagina ci scriviamo messaggi come “Ciao bela, io cuesto mese è fatto 10 ore”.
No, non mi è mancato da quando mi hanno chiamata per il primo colloquio. Da quando mi hanno fissato il secondo. Da quando, carica di adrenalina e ansia e punti interrogativi, sono andata via dal terzo.
No, non è vero che mi è mancato guardare con lui il sito dell’azienda, valutare tutti i pro, valutare tutti i contro, sentirmi dire e ripetere fino alla nausea che ero gagliarda, che dovevo annà e spaccare, però che dovevo stà tranquilla, fino all’ultimo istante prima di varcare la soglia e fa il colloquio (perché, si sa, io non ho bisogno di un uomo ma di un assistente sociale).
No, non mi è mancato per un cazzo chiamarlo dopo e raccontargli tutto d’un fiato, spiegandogli con quale applombe avevo risposto alle domande stronze di quel ciccione impotente. Non mi è mancato.
Non mi è mancato. Non mi manca mai. Non mi manca mentre cambio e mentre sono perfettamente a mio agio nella mia sincera solitudine. Non mi manca. Non mi manca avere un motivo per preparare il pranzo alle 18.00 di sabato pomeriggio.
Anzi, me manca così poco che, per compensare la sua assenza, ho ammorbato tutte le persone dotate di pene con cui io fossi in qualche misura in contatto e che ritenessi all’altezza del mio “vagina’s improvement plan“. E ho capito che non serve avere un fidanzato, se ti puoi preparare a una trattativa ingaggiando i fidanzati di tutte l’amiche tue. Uomini, insomma, che te dicano parole che a te in mente non verrebbero mai, perché nun te verrebbe mai in mente de pensà a un aumento di retribuzione in termini PERCENTUALI. La vagina fa già una fatica sconsiderata a rapportarsi con la RAL, perché fosse pe lei parlerebbe direttamente di netto in busta paga, se non di paghetta mensile. Perché l’omo apporta una luce razionalizzante, una serenità pacifica e binaria, fatta di sì e di no, di 0 a di 1, in un diagramma di flusso coerente, di cui la vagina prima di un terzo colloquio ha necessariamente bisogno, per contrastare l’insensato andirivieni dei suoi umori e delle sue opinioni. Ecco.
Ho capito che non serve un fidanzato se puoi whatsappare Zia Vagina al limite dello stalking mentre attendi che il colloquio inizi. Ho capito che non serve un fidanzato se hai due genitori con cui parlare per 1 ora appena uscita, mentre ti incammini verso casa, senza riflettere sulla distanza, fumando una sigaretta nel freddo e camminando con uno stivale a cui è saltato il soprattacco (porcoddio).

Ho anche pensato che però sarebbe più semplice se ci fosse una specie di rent-a-man-service, cui rivolgersi per risolvere inutili problemi vaginali. Sarebbe sufficiente compilare un form e dare qualche info di base sulla nostra personalità e sul problema che ci attanaglia. Di lì a 3 giorni ci si reca nel centro e ce se pijia st’omo che s’è studiato in 4 minuti e mezzo il nostro grande dilemma e che per un’oretta ci ascolterà e ci darà consigli, intelligenti però, facendoci sorridere e mettendo tra le righe qualche complimento, elegante ma assai intrigante.
L’aspetto più interessante è che l’uomo sarà drammaticamente affascinante, piacente, self confident, ironico, brillante, rassicurante, con un sorriso strappa-mutande, la camicia tinta unita coi primi 2 bottoni aperti e un collo all’apparenza liscissimo alla base e più ruvido verso le guance, dove s’è rasato al mattino, nel suo grande bagno minimal con doccia con cromoterapia, in boxer neri, impavido contro il freddo, turgido e fiero. Avrà na voce calda, due mani forti e grosse che ce starebbero troppo precise sulle nostre zinne e un orologio col cinturino in pelle che gli calzerà il polso perfettamente, poco prima di quell’osso lì, quello che sporge su certi polsi. E te, vagina, sarai lì, che mentre questo te rassicurerà e te fornirà quel minimo di virilità di cui hai bisogno per riequilibrare il vaginismo del tuo spirito, continuerai a pensà a quanto sono belle quelle spalle e quanto te ce aggrapperesti forte nel bel mezzo di un amplesso, straordinariamente appassionato, straordinariamente materiale, straordinariamente profondo.
E mentre te parlerà di come affrontà la trattativa, te sarai già completamente succube dell’ IF (Innamoramento Futile), ma proprio persa, e alla fine andrai via non solo rasserenata sulla trattativa al colloquio ma pure bella ringalluzzita nell’illusione che il mondo sia pieno di uomini che te potrebbero piacere, alle cui spalle potresti aggrapparti nel bel mezzo d’un amplesso. E perderti.
Vagina Picciosa + The Versatile Blogger Award
Oh, buon San Valentino eh!
Potrebbe apparire bizzarro, ma io San Valentino lo odio.
Vado via
Domani io parto.
Vado giù. Vado alla casa mia.
(Vagina Maestra e Vagina qualche anno fa – più giovani, più bionde, più abbronzate)
Vado a sorridere e a trattenere le lacrime.
Vado a proporre soluzioni improponibili.
Vado a magnà le cozze in qualche modo, non so quale ma qualunque sia andrà bene.
Vado a discutere coi miei la vendita della macchina (per esempio, mica me ricordo ndò cazzo l’ho parcheggiata un mese fa…).
Vado a trattare l’acquisto di un motorino.
Vado a discorrere di un nuovo lavoro.
Vado a sognare una nuova prospettiva di vita.
Ma, soprattutto, vado a coccolare i miei, la Vagina Maestra e il babbo, ogni cazzo di istante che spenderò in terronia, a casa mia, la casa vera.
Nel frattempo ho scoperto che tutte le mie amiche vanno a convivere.
E allora, come un mantra, io ripeto:
Cinefilia Vaginale – The Descendants
The Descendants è un bellissimo film per chi, come me, è un fedelissimo della narrazione, della trama, della recitazione, di quel genere di cinema che spontaneamente diventa arte, raccontando i nostri limiti umani e approssimandoli a una sorta di poesia, squisita e naturale.
The Descendants è un bellissimo film perché ci presenta un dramma senza mai essere patetico. Perché, attraverso i toni di una favola invertita, riesce a farci sorridere più e più volte, con una carellata di meravigliosi personaggi, tutti straordinariamente caratterizzati, e una sceneggiatura indiscutibilmente brillante – ma senza forzature – che solleva lo spirito, che allenta la tensione. Che poi è ciò che spesso tocca fare, anche nella vita vera.
Vagina a Cancellieri, Monti e Martone
Sfigato. Monotono. Bamboccione. Posto fisso vicino alla mamma.
Io vorrei dire solo una cosa a questi soggetti totalmente incapaci di fare una scelta semantica (oltre che umana) che sia vagamente all’altezza del ruolo che ricoprono.
Brividi Vaginali: il freddo e il terrone
Questo sarebbe stato uno di quei weekend da fare scorte anti-atomiche di junk food, alcol e/o droghe leggere e rinchiudersi in casa col proprio uomo, a sconvolgersi e a fare all’amore, dolce e poi zozzo e poi lento e poi veloce e poi de sù e poi de giù e poi anche basta perché sai com’è, ormai c’ho n’età. A magnà stesi e a vederse na spataffiata de film più o meno improbabili, per commentarli poi, tutti rannicchiati sotto i plaid ikea. Uno rosso e uno bianco. Ce sarebbe pure quello arancione, ma quello s’abbina con la parete. Quello è il plaid pe le grandi occasioni.
Sarebbe uno di quei weekend da rullarne uno via l’altro, e finì a fa a botte e riempirse de lividi, e ridere, goffi, pensando che stare insieme sia bello e che quell’intimità alterata dallo stupefacente sia meravigliosa, illudendosi che tutti i problemi della settimana possano svanire in una doccia bollente, fatta con la porta del cesso aperta, cantando insieme “Be my baby“, ma nella versione di John Lennon però.
Mò, prima che me piji un attacco di vaginismo in cui io – da copione – me metto a pensà a quanto me pare lontano il tempo in cui tutto questo ce l’avevo; prima che me piji un coccolone all’idea che tutti i weekend della vita mia mi alimenterò di Long Snack Gusto Pizza, indossando 2 calzini di colore diverso, io mi fermo.
Perché la vagina è come l’alcol. Va assunto (o somministrato) in certe dosi. E’ importante imparare a capire quand’è il momento di fermarsi, di restare brilli invece che sbronzi fracichi, dolcemente complicate invece che depresse, ecco. Allora io me fermo prima e chiamo GuruVagina che è a sua volta in uno stato psico-fisico assai simile al letargo ma che, ricoprendosi di strati multipli di lana-merinos, mi annuncia che passerà da me, che berremo birra e che ci perderemo in quel genere di chiacchiere psyco-femminili in cui ogni tanto c’avventuriamo.
Perché, siamo in questa specie d’era glaciale, quindi la voja de uscì sta a sotto zero. Per intenderci, quando sono obbligata a camminare in questo gelo, balbetto frasi del tipo “Sto cazzo de freddo de merda”. Non è che io lo dica proprio eh. Cioè, non lo pronuncio. Ma lo penso, riproducendone il labiale, tremando. Se proprio sto incazzata, può succedermi di enunciarlo mentalmente in dialetto “STU CAZZ D FRIDD”, mentre pongo spasmodica attenzione al modo in cui poso il mio tacchetto nel ghiaccio. Resta il fatto che, nei prossimi giorni, se sentite un tonfo mentre pranzate, o mentre andate al lavoro, o mentre espletate i vostri bisogni fisiologici con una copia di Libero in mano, sappiate che sono io che sono caduta a Milano. Poi sì, le scarpe da neve ce le ho, però il mondo nun se ferma e se io devo annà a fa un colloquio nun ce posso mica annà coi doposcì, o no?
E poi il rapporto tra il freddo e il terrone resta una delle piaghe della nostra società. Ogni anno il terrone patisce un drammatico sconvolgimento – che è davvero impossibile raccontare – al sopraggiungere dell’inverno feroce. E’ come se fosse una tragica epifania annuale, come se il terrone sperasse sempre in un angolo della sua psiche meridionale, che questo inverno possa essere più mite degli altri, che la sua pelle non diventerà di cartapesta e che sulle sue labbra non si creeranno faglie di Sant’Andrea che soltanto approvvigionamenti industriali di Labello potranno sanare. E poi non dipende solo da noi. E’ proprio l’educazione climatica che abbiamo avuto che ci porta a maltollerare in questo modo il gelo. Numerosissimi fotodocumenti ritraggono noi giovani terroni, ricoperti di scafandri anti-gelo accuratamente selezionati dalle nostre Vagine Maestre, per far fronte ai truci inverni di 15 gradi del sud. Roba che si andava in giro avvolti nei piumoni caleffi con 2 maniche applicate altezza braccia.
Poi sì, è vero, quand’ero giovane coi miei s’andava a fa la settimana bianca: ce lo so cos’è la neve. Poi sì, è vero, quando la vedi cadere, lì, fitta fitta, e leggerissima, che pare poggiarsi e mettere un manto di silenziosa purezza sopra tutto, in questa città così sporca, ecco lì sì, è vero, te senti sempre un po’ bambina e ce trovi sempre una qualche forma di maggia (sì, con 2 G, perché è più incisivo). Sì, è vero, me va bene tutto, però io ne farei proprio sinceramente a meno.
E in tutto questo ho scoperto che contro il freddo mi fa un sacco bene pensare all’estate. Sognare il sole, il verde degli ulivi, i muretti a secco, la terra arsa, la sabbia incandescente, il traffico sulla litoranea, le onde contro le cosce, la birra raffo che si scalda veloce, la mia panza bianca e strafottente tra culi marmorei e negri con la mutanda piantata tra le chiappe, l’umido tra i capelli, la pelle tesa e cotta, la stanchezza al tramonto violaceo, l’odore dello iodio.
Certo, me pare un po’ presto pe pensà all’estate. Ma, a mali estremi, estremi rimedi.
























