Archivi del mese: febbraio 2012

Suggestioni Vaginali

Il contatto più erotico che ho avuto di recente è stato quello col mio meccanico.
Dopo oltre un mese di stasi, la batteria del mio bolide, piuttosto risentita dalla mia latitanza, ha deciso di non partire più. Allora mi sono recata dal mio meccanico, che c’avrà 60 anni, le unghie nere e sporche di grasso e un’officina che trasuda testosterone misto a odore di motore e rumore di metallo.
Sono andata con la mia solita aria da vagina abbandonata a se stessa, bisognosa di aiuto. E lui m’ha aiutata. Per soli 20 euri che mi hanno fatto pensare che in fondo sì, anche noi vagine possiamo comprarci i servigi di un uomo e che non vale solo il contrario, ovverosia la prostituzione.
Il contatto più erotico che ho avuto di recente è stato quello col mio meccanico. Allora questo mi ha definitivamente persuasa di alcune inconfutabili verità come che morirò sola con i miei due gatti, che si chiameranno Syd e Roger e che moriranno a loro volta di stenti, dopo avermi rosicchiato le dita dei piedi.
Mi sono persuasa del fatto che sarà tutta colpa mia, se non troverò mai un uomo che mi piaccia, perché avrò pretese qualitative irragionevoli. Perché sono intollerante, spigolosa ed equipaggiata di un ego taglia 46, alquanto riluttante all’idea di ridursi per un cazzetto qualsiasi. Mi sono persuasa del fatto che al massimo potrò scegliermi un giocattolo sessuale – dotato di vita, intendo – ma che anche lì sono abituata a uno standard qualitativo di un certo tipo per cui no, se ascolti a 34 anni Ligabue a me me ricresce l’imene da solo, me riverginizzi mejo de Nip & Tuck, me fai passà la voglia per un trimestre. No, te nun me poi dì che Certe Notti è una canzone pregevole con quel provincialismo da due soldi, te non puoi dire che Ligabue ti piace solo perché c’hai portato al concerto la tua ex-bimbaminchia. E sì, lo so che non c’ho manco due chiappe che mi permettano de esse così stronza e razzista e sì, lo so, io resterò sola, ma tant’è.
Mi sono altresì persuasa del fatto che finirò per diventare una di quelle vagine tristi e cattive che a 40 anni la sera si iscrivono al corso di cucina nella maledetta speranza di incrociare un 50enne separato che per la prima volta si pone il problema esistenziale di dover cucinare per magnare, con la camicia a quadretti e ancora 20 erezioni scarse da giocarsi nella vita. E che imparerò a cucinare cose buonissime che non potrò mangiare perché se no il mio culo 32 pollici HD diventerà un iMax e che, piuttosto, dovrò declinare sul decoupage. Dove saremo solo zitelle e froci.
Mi sono persuasa del fatto che devo tenere ben saldo il legame con la parte migliore di me, se ancora campa, e che devo evitare questa deriva sociopatica che sto prendendo. Mi sono persuasa del fatto che non ho voglia di vedere lo stesso paradigma sub-sentimentale ripetersi ad oltranza, con me divertente e intrigante all’inizio di un rapporto, finché non mi stanco. Finché la novità non diventa routine, e l’intrigo non si normalizza, e il più affascinante degli uomini non mi sembra abbastanza, e io riparto, insensata e vagina, alla ricerca di nuovi stimoli, quali che siano, purché mi facciano fremere, come in quei lontani momenti quando uno sguardo provocava turbamenti. Purché riempiano i miei banali vuoti ed esorcizzino le mie seriali paure.
Mi sono persuasa del fatto che non troverò mai un uomo che mi piaccia (uno reale, intendo, non partorito dalla mia immaginazione), che sappia farmi ridere, divertire, rassicurarmi, farsi rassicurare. Uno brillante ma non pieno di sé, o almeno pieno di sé con intelligenza. Uno che mi desideri un sacco e che io desideri altrettanto, che mi faccia venì voja de riempirlo di baci e che me faccia pensà che sia il migliore possibile ogni volta che lo guardo. Uno che me sappia dì “stai zitta” eccitandomi e non facendomi incazzare. Uno che mi sappia far vedere film bellissimi che ancora non ho visto, farmi provare piatti che non ho mai mangiato, portarmi a concerti fantastici di musica misto-figa (perché come è noto io non ho bisogno di un uomo ma di un tour operator).
Mi sono persuasa di un sacco di stronzate.
Tanto per dissuadermene oggi.
Per puro spirito di sopravvivenza.

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Il vuoto del maschio domestico

Stasera il mio raffinato menù da single prevedeva dei tost con prosciutto cotto pieno di conservanti e formaggio da tost Special Tost, che forse si scrive toast, ma io non andrò su google a verificare, perché la mia pigrizia non conosce compromessi. Quindi, siccome questo blog è una regime autocratico poco illuminato, famo che se dice “tost”.

Stasera il mio raffinato menù da single, dopo aver già espugnato nei giorni precedenti l’alimento in scatola e l’alimento surgelato, prevedeva dei tost. Li ho preparati, con gran cura, come solo una gourmand come me poteva fare. Li ho posizionati. Ho attaccato il tostapane e TAAAN (lo so, ho scarse capacità onomatopeiche), mi è saltato il contatore.

Allora io ho pensato “Cristodiddio“, perché io sono una Vagina bestemmiatrice. Lo sono per colpa del mio ex ex che bestemmiava. Allora io ho acquisito questa cattiva abitudine. Questa, il gusto per la musica prog e la condiscendenza per il cinema indipendente.

Io ho pensato “Cristodiddio” e ho sentito, enorme nella mia vita, un vuoto: quello maschile. Quello dell’uomo che se mette le scarpe e la giacca e scende in cantina (che poi io le raccomanderei le cantine dei condomini milanesi, che sono un po’ come l’anima dei milanesi: belle fuori e na merda alla base) a riattivare il contatore. Ho sentito il vuoto del maschio domestico, senza pensare ai calzini putrescenti che l’uomo disseminerebbe nei miei 40 mq, senza pensare alla memoria urinale che allieterebbe puntualmente la tavoletta del mio cesso, senza pensare ai residui di dentifricio nel lavandino perché il maschio non può arrivare al concetto di sciacquare il sanitario una volta utilizzato (altro esempio: plotoni di peli pubici e capelli nel piatto doccia). Ecco, io non pensavo a tutto questo. Io pensavo solo che non c’era un uomo che andasse a riattaccare il contatore. Che è quello che di solito penso davanti ai miei drammi da casalinga,  quando mi si fulmina la lampadina del mobiletto del bagno, oppure quando trovo un insetto in casa e sento chiaramente dentro di me i miei limiti scalpitare e rivendicare il loro diritto ad esistere perché che vagina sarei se non potessi nemmeno frignare in preda al panico di fronte a la cosa diJohn Carpenter che si muove sul mio parquet?

Ma niente. Io n’omo in casa non ce l’ho, purtroppo e per fortuna, quindi me so messa scarpe e giacca e ho fatto da me, come fanno sempre le vagine con un accenno di pene nell’anima.

Tornata in casa ho pensato che è finita, tra me e il mio tostapane, che persino quel patetico Philips da venti euri m’ha mollata e che un’altra relazione è fallita.

Allora ho capito che, probabilmente, in questo periodo, io e il genere maschile – globalmente inteso – nun ce pijiamo. Ma proprio a livello di sostantivi, ecco. Banalmente: il tostapane (sostantivo maschile) mi dura 6 mesi. La piastra (sostantivo femminile) ce l’ho da 6 anni. Il tram fa tardi, la metro è puntuale. And so on.

In questo periodo è così. Io e i sostantivi maschili nun ce pijiamo.

E pensare che non li provoco nemmeno con un uso impertinente dell’apostrofo…

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Vagina e Corsara

Ero in pausa pranzo fuori dall’ufficio, spalmata sotto quel raggio di sole che oggi illuminava Milano e che, come sempre avviene, assottigliava pericolosamente il confine tra homo sapiens sapiens e rettile.

Ero in pausa pranzo fuori dall’ufficio e fumavo una sigaretta, sparlando di qualcuno o di qualcosa, quando ho visto passare sull’altra sponda della strada una vagina infante di tutto punto vestita che doveva presumibilmente essere una principessa. Una di quelle classiche. Della serie Walt Disney.

Allora me so ricordata che oggi sarebbe carnevale.

Carnevale è una festa di cui non mi accorgo mai, finché non è passata e vedo i coriandoli sporchi per strada. Sì, sì, ce lo so che la gente awannasgheps va a ballare il weekend prima di martedì grasso. Ma io non sono awanna. E nemmeno sgheps. Quindi del carnevale me dimentico sempre. E non escludo che si tratti anche di un postumo della mia difficile infanzia, durante la quale la Vagina Maestra ritenne opportuno che io fossi travestita da “corsara“.

Ora, io indubbiamente apprezzo l’originalità della scelta che la Vagina Maestra compì, antesignana rispetto al successo che di lì a SOLI 10-15 anni avrebbero riscosso personaggi come Jack Sparrow, quasi avanguardistica direi. Un’opzione senza dubbio audace. Non discuto che l’outfit da amante di un pirata fosse più affine alla mia indole, oltre a risultare di più raffinato tessuto e più pregiata fattura. Ne ricordo altresì i colori sgargianti e i sofisticati merletti. E dopotutto nun me stava manco male: ero una bella bambina obesa vestita da corsara.

Il problema, però, era che io nun volevo esse na corsara.

Bene inteso: questa è solo una volgare approssimazione di ciò che io nei fatti indossai.

Io volevo esse na principessa der cazzo. Oppure Minnie. Oppure una fata. Io nun me lo ricordo manco cosa volessi essere, ricordo semplicemente che nun volevo esse na corsara! Che volevo avere anche io la mia gonna fucsia svolazzante, che volevo il mio cazzo di ombrellino, che volevo la mia bacchetta magica con in punta una stella e che volevo essere una bella bambina obesa vestita da qualcosa di putrido e glicemico.

Invece, ero una corsara.

E solo oggi, dopo quasi vent’anni, guardando la principessa di Walt Disney sull’altra sponda della strada,  per la prima volta penso che essere stata una corsara sia stato un bene. E che, dopotutto, la Vagina Maestra ha sempre ragione.

Detto ciò, auguro buon carnevale a tutti quelli che nella vita non c’hanno un cazzo da fà e festeggiano anche le feste più inutili.

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Rent-a-man Service

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Dunque, no, non è vero che mi manca.

No, non mi è mancato a San Valentino quando sono stata adottata da 2 coppie di amici prossime alla convivenza.

No, non mi è mancato quando ho ritrovato i suoi biglietti nel quadernetto dove io e ColfVagina ci scriviamo messaggi come “Ciao bela, io cuesto mese è fatto 10 ore”.

No, non mi è mancato da quando mi hanno chiamata per il primo colloquio. Da quando mi hanno fissato il secondo. Da quando, carica di adrenalina e ansia e punti interrogativi, sono andata via dal terzo.

No, non è vero che mi è mancato guardare con lui il sito dell’azienda, valutare tutti i pro, valutare tutti i contro, sentirmi dire e ripetere fino alla nausea che ero gagliarda, che dovevo annà e spaccare, però che dovevo stà tranquilla, fino all’ultimo istante prima di varcare la soglia e fa il colloquio (perché, si sa, io non ho bisogno di un uomo ma di un assistente sociale).

No, non mi è mancato per un cazzo chiamarlo dopo e raccontargli tutto d’un fiato, spiegandogli con quale applombe avevo risposto alle domande stronze di quel ciccione impotente. Non mi è mancato.

Non mi è mancato. Non mi manca mai. Non mi manca mentre cambio e mentre sono perfettamente a mio agio nella mia sincera solitudine. Non mi manca. Non mi manca avere un motivo per preparare il pranzo alle 18.00 di sabato pomeriggio.

Anzi, me manca così poco che, per compensare la sua assenza, ho ammorbato tutte le persone dotate di pene con cui io fossi in qualche misura in contatto e che ritenessi all’altezza del mio “vagina’s improvement plan“. E ho capito che non serve avere un fidanzato, se ti puoi preparare a una trattativa ingaggiando i fidanzati di tutte l’amiche tue. Uomini, insomma, che te dicano parole che a te in mente non verrebbero mai, perché nun te verrebbe mai in mente de pensà a un aumento di retribuzione in termini PERCENTUALI. La vagina fa già una fatica sconsiderata a rapportarsi con la RAL, perché fosse pe lei parlerebbe direttamente di netto in busta paga, se non di paghetta mensile. Perché l’omo apporta una luce razionalizzante, una serenità pacifica e binaria, fatta di sì e di no, di 0 a di 1, in un diagramma di flusso coerente, di cui la vagina prima di un terzo colloquio ha necessariamente bisogno, per contrastare l’insensato andirivieni dei suoi umori e delle sue opinioni. Ecco.

Ho capito che non serve un fidanzato se puoi whatsappare Zia Vagina al limite dello stalking mentre attendi che il colloquio inizi. Ho capito che non serve un fidanzato se hai due genitori con cui parlare per 1 ora appena uscita, mentre ti incammini verso casa, senza riflettere sulla distanza, fumando una sigaretta nel freddo e camminando con uno stivale a cui è saltato il soprattacco (porcoddio).

Ho anche pensato che però sarebbe più semplice se ci fosse una specie di rent-a-man-service, cui rivolgersi per risolvere inutili problemi vaginali. Sarebbe sufficiente compilare un form e dare qualche info di base sulla nostra personalità e sul problema che ci attanaglia. Di lì a 3 giorni ci si reca nel centro e ce se pijia st’omo che s’è studiato in 4 minuti e mezzo il nostro grande dilemma e che per un’oretta ci ascolterà e ci darà consigli, intelligenti però, facendoci sorridere e mettendo tra le righe qualche complimento, elegante ma assai intrigante.

L’aspetto più interessante è che l’uomo sarà drammaticamente affascinante, piacente, self confident, ironico, brillante, rassicurante, con un sorriso strappa-mutande, la camicia tinta unita coi primi 2 bottoni aperti e un collo all’apparenza liscissimo alla base e più ruvido verso le guance, dove s’è rasato al mattino, nel suo grande bagno minimal con doccia con cromoterapia, in boxer neri, impavido contro il freddo, turgido e fiero. Avrà na voce calda, due mani forti e grosse che ce starebbero troppo precise sulle nostre zinne e un orologio col cinturino in pelle che gli calzerà il polso perfettamente, poco prima di quell’osso lì, quello che sporge su certi polsi. E te, vagina, sarai lì, che mentre questo te rassicurerà e te fornirà quel minimo di virilità di cui hai bisogno per riequilibrare il vaginismo del tuo spirito, continuerai a pensà a quanto sono belle quelle spalle e quanto te ce aggrapperesti forte nel bel mezzo di un amplesso, straordinariamente appassionato, straordinariamente materiale, straordinariamente profondo.

E mentre te parlerà di come affrontà la trattativa, te sarai già completamente succube dell’ IF (Innamoramento Futile), ma proprio persa, e alla fine andrai via non solo rasserenata sulla trattativa al colloquio ma pure bella ringalluzzita nell’illusione che il mondo sia pieno di uomini che te potrebbero piacere, alle cui spalle potresti aggrapparti nel bel mezzo d’un amplesso. E perderti.

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Vagina Picciosa + The Versatile Blogger Award

Oggi è una giornata picciosa, che io sono sempre convinta che “piccio” sia una parola perfettamente italiana e resto puntualmente interdetta quando l’interlocutore settentrionale mi guarda con aria interrogativa. Va bene tutto, io penso, ma un minimo di elasticità semantica potete pure avercela. Ecco, che “piccio” viene da “capriccio”, ce la potete fà, eddaje!
Un’altra mia posizione di estremismo dialettale prevede l’indiscussa liceità dell’uso transitivo del verbo “uscire”. Ma questa è un’altra faccenda. Anche un po’ sporca.
Tornando a noi, oggi è una giornata picciosa, una di quelle nate da un sonno breve, inquieto e inappagante, come certe infelici relazioni sentimental-sessuali. Una di quelle giornate che una se sveja storta e lo sa già mentre si strofina lo spazzolino duro (perché “duro” is megl che “medio”) sui denti, che nulla e nessuno potrà risollevarle le tragiche sorti umorali. Ma la Vagina saggia non indugia, non teme. La Vagina saggia lo sa, tutto questo ha un nome: premestruo. E’ semplice.
La Vagina saggia affronta con consapevolezza il proprio destino, la giornata di lavoro singhiozzante, la ceretta in pausa pranzo con estetista polacco-milanese che disperatamente tenta invano di stabilire un dialogo, il mezzo trasloco d’ufficio senza tirar giù tutte le madonne del calendario, e fa tutto questo con totale rassegnazione, sposando senza resistenze il proprio Scoglionamento-Hard-Core.
Alcuni esperti sostengono che la perturbazione emotiva potrebbe essere aggravata dalla concomitanza con il festival di Sanremo, con rovesci piovosi sulla persona di Elisabetta Canalis e un vertice di bassa pressione sulla triangolazione cerebrale Celentano-Morandi-Pupo, che la Vagina non ha visto, ma ne ha letto – decisamente troppo – e quindi la sua idea ce l’ha, anche se non l’ha visto può giudicare, perché è in premestruo, quindi essa può, perché è una Vagina, quindi essa può.
E poi mentre zuzzurellavo storta, nella mia giornata storta, bazzicando i miei storti account social, ho scoperto di essere candidata al The Versatile Blogger Award, per opera di un’altra vagina blogger, mamma e piuttosto gnocca – a mio modesto e vaginale avviso: Elena di Fai la Nanna, madre di un pupetto malefico tendente all’insonnia, che pubblicamente ringrazio per la nomination (la mamma, non il pupo).
L’attività consiste nel dire 7 cose di sé  e nell’interpellare altre/i 15 blogger che facciano altrettanto.
Diamoci sotto, cercherò di essere sintetica (che di solito è il preludio per 5 pagine di deliri ormonali):
1. Vagina, 26 anni, pugliese, single, umorale, grassa, mi sono ritirata in me stessa per deliberare: sono fondamentalmente stronza con picchi di dolcezza o sono fondamentalmente dolce con picchi di stronzaggine?
2. Vivo e lavoro a Milano, amo il mio lavoro ma non credo alla monogamia, nemmeno a quella professionale.
3. Il miglior preliminare è farmi ridere. Quando sorrido per cortesia, naturalmente, non vale.
4. Fumo troppo.
5. Amo vergognosamente mangiare a letto di notte guardando un film di Scorsese, o di Sorrentino, o di Spike Jones.
6. Ascolto il progressive per fare la fica, l’indie-rock perché mi piace, i cantautori italiani perché mi fanno piangere. Discrimino chiunque abbia gusti diversi.
7. So cos’è l’amore perché me lo insegnano i miei genitori, da sempre.
E adesso i 15 (urka) blogger a cui passo la palla!
Preuzio’s Blog (mi perdoni)
Partecipate, avanti, non fate i blogger radical chic!
Cordialmente (si fa per dire)
VaginaInPremestruo

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Oh, buon San Valentino eh!

Potrebbe apparire bizzarro, ma io San Valentino lo odio.

E no, non è che io lo odii per qualche ragione bio-etica ed eco-sostenibile. Non è che io voglia oppormi al consumismo o alla mercificazione dei sentimenti per puri scopi commerciali. No, no, io odio San Valentino semplicemente perché non ho mai potuto festeggiarlo degnamente, come nei migliori cliché, come nei più patetici spot tv anni novanta, come nei più putridi sceneggiati per donnette medie e mediocri.
San Valentino per me non è mai esistito, indipendentemente dal mio status, se non per il tam tam mediatico e per l’eruzione incontrollata di cuori rossi nell’universo fenomenico attorno a me. Non che me ne freghi n cazzo, ma è per principio, cioè è proprio di cattivo gusto come ricorrenza, ecco, perché se sei single almeno per 20 secondi rosichi, e se sei in coppia scatta quel classico imbarazzo da San Valentino, miserabile ricorrenza in occasione della quale “come la fai, la fai, la sbagli”.
Mettemose nei panni del povero cazzetto, per esempio:
1. Se non ci fa l’ombra di un regalo, di solito reagiamo tipo: “no no, ma figurati, ma te pare che io ce tengo a San Valentino” (però in realtà iniziamo a pensà che nun ce ami, che non ci abbia amate mai, che è inutile, che c’è qualcosa di sbagliato in noi, nel modo in cui scegliamo gli uomini e nella nostra incapacità di auto-procurarci la felicità e che, comunque, a scanso di equivoci, lui prima o poi la pagherà. Il tutto sentendoci donne deluse, non in maniera letale eh, giusto un pizzico, però assai in profondità, proprio al cuore di quella principessa di Walt Disney che ineluttabilmente abita il colon di tutte le vagine, anche di quelle più evolute).
2. Se ci fa il regalo contro-voglia, è capace che se ne esce, chessò, con una scatola di cioccolatini mentre siamo a dieta o, peggio ancora, con…un PELUCHE, se possibile abbinato ai cioccolatini, che è proprio la quintessenza di chi di te non ha capito un cazzo e manifestarlo nel giorno degli innamorati è il peggio che si possa fare. Capitelo, cazzetti, abbiamo la vagina, facciamo versi strani se vediamo dei cani o dei gatti, è vero, succede. Però, esattamente come voi, non mangiamo più il fruttolo, né i Plasmon da circa un ventennio e abbiamo bisogno e desiderio di ALTRO: vestiti, scarpe, borse, bracciali, orecchini, prodotti per la bellezza, esperienze, viaggi, concerti, sesso furibondo, massaggi, cene, libri, spettacoli a teatro, trattamenti benessere, orpelli tecnologici che dovete configurarci, ecco, qualsiasi cosa ma non l’ottantesimo pupazzo raccatta-acari!
3. Se ci manda i fiori, è un paraculo che vuole essenzialmente declinare la questione regalo. Però gli va riconosciuto un minimo sindacale di signorilità. A quel punto la vagina ringrazia con frasi sconnesse del tipo “grazie amore! che carino” ma sappiate che comunque pensa “vabbè, ma il regalo vero?”. Le vagine che lo negano, mentono. Le altre sono catto-comuniste.
4. Varie ed eventuali
Personalmente, credo di aver toccato l’apice della Gaussiana degli orrori di San Valentino quando il mio ex ex valutò socialmente accettabile regalarmi per l’occasione, dopo che io m’ero sparata 1000 km di viaggio, il dvd del secondo film di X-files. Io non ho mai tolto neanche la plastichina, pietrificata d’0rrore. E, per pudore intellettuale, non ho nemmeno mai potuto riciclarlo. Il ché è strano perché, a onor del vero, il mio ex ex me faceva un sacco di regali, pure belli, ma se vede che in quel periodo non me metteva abbastanza corna, pe farme un regalo decente. Perché l’algoritmo è abbondantemente noto: più cornuto/a sei, mejo so i regali che ricevi.
Detto ciò, non mi resta che ricordarvi che in Italia su 10 coppie solo 3 sono fedeli quindi, domani, mentre riceverete un iPhone in cambio di un portafogli di Prada, per piacere, pensatelo, che avete il 70% di possibilità di essere cornuti. Ah, e se pensate di far parte del restante 30%, sappiate che è solo questione di tempo o, più semplicemente il vostro partner è davvero inchiavabile. Ah, e ricordate che a volte i frutti di mare mangiati a lume di candela possono avere effetti devastanti sull’equilibrio intestinale.
Buon San Valentino a tutti!

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Vado via

Domani io parto.

Vado giù. Vado alla casa mia.

(Vagina Maestra e Vagina qualche anno fa – più giovani, più bionde, più abbronzate)

Vado a sorridere e a trattenere le lacrime.

Vado a proporre soluzioni improponibili.

Vado a magnà le cozze in qualche modo, non so quale ma qualunque sia andrà bene.

Vado a discutere coi miei la vendita della macchina (per esempio, mica me ricordo ndò cazzo l’ho parcheggiata un mese fa…).

Vado a trattare l’acquisto di un motorino.

Vado a discorrere di un nuovo lavoro.

Vado a sognare una nuova prospettiva di vita.

Ma, soprattutto, vado a coccolare i miei, la Vagina Maestra e il babbo, ogni cazzo di istante che spenderò in terronia, a casa mia, la casa vera.

Nel frattempo ho scoperto che tutte le mie amiche vanno a convivere.

E allora, come un mantra, io ripeto:

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Cinefilia Vaginale – The Descendants

Mi arrendo. Ci sono cose che sfuggono alla mia capacità di comprensione.
E, mi dicono, non ne ho nemmeno molta.
Tra le cose che mi causano ipertrofia mentale nel disperato tentativo di spiegarmele, c’è la vagina-insensatamente-stakanovista, detto da una che ha lavorato spesso e volentieri fino alle 21, anche al sabato e alla domenica, non per demenza o lentezza ma per quella congenita condizione di “understaff” in cui vive la giovane pierre-per-sbaglio, combinata con una patologica dipendenza dal complimento (anche nota come la sindrome del “mi piace sentirmi dire brava“).
Però ecco, io dico: se sei malata, se sei un agglomerato di bacilli e batteri – magari anche di pustole infettive – cosa minchia vieni a fare in ufficio? Ad espletare la tua funzione anti-sociale di untrice pestilenziale?
No, famme capì. No, perché magari a te te pare pure normale che io devo ascoltarti per tutta la mattina mentre te strozzi e l’anima te se condensa sotto forma di catarro, pronta a fiondarsi nel mondo. Però a me un pochino me disturba. Sai, non sono per la condivisione virale, non nel senso letterale, non nel mondo reale, ecco. E allora, se sei malata, stattene a casa. Così tu guarisci e io non devo tollerarti/compatirti dissimulando le espressioni disgustate che sfuggono all’auto-controllo dei miei muscoli facciali ed emergono, infingarde, sul mio viso. Rendendo dunque palese il mio essere una stronza.
Detto ciò, oggi devo scrivere del film che ho visto ieri sera. Non è che io abbia velleità da critica cinematografica. O meglio, ho smesso di averne quando a 12 anni la Vagina Maestra mi ha detto “scegliti un mestiere normale”. Se avesse immaginato che sarei finita a fare la pierre-per-sbaglio, forse m’avrebbe incoraggiata di più. Dicevo, devo scrivere del film che ho visto ieri, perché m’è piaciuto un sacco e quando vedo un film che me piace un sacco io devo vomitare addosso al mio compagno tutte le mie profondissime e acutissime riflessioni. In assenza di un compagno, le vomiterò qui. Perché stare assieme al proprio blog non è mica così male. Vojo dì, è un tipo accondiscendente e compiacente, il blog.
Ieri sera ho visto in anteprima The DescendantsParadiso Amaro in italiano, l’ultimo film con George Clooney che ha fatto incetta di Golden Globe ed è candidato a 5 Premi Oscar.

The Descendants è un bellissimo film per chi, come me, è un fedelissimo della narrazione, della trama, della recitazione, di quel genere di cinema che spontaneamente diventa arte, raccontando i nostri limiti umani e approssimandoli a una sorta di poesia, squisita e naturale.

The Descendants è un bellissimo film perché fin dai primi minuti è capace di far sorridere e di commuovere.

The Descendants è un bellissimo film perché ci presenta un dramma senza mai essere patetico. Perché, attraverso i toni di una favola invertita, riesce a farci sorridere più e più volte, con una carellata di meravigliosi personaggi, tutti straordinariamente caratterizzati, e una sceneggiatura indiscutibilmente brillante – ma senza forzature – che solleva lo spirito, che allenta la tensione. Che poi è ciò che spesso tocca fare, anche nella vita vera.

The Descendants racconta la storia della famiglia King: ricchissimi, belli, abitanti di un mondo alieno, fatto di mare blu, di vegetazione lussureggiante, di tramonti sulle spiagge hawaiane. Ma anche di incidenti, ospedali, tradimenti e difficoltà. Ed ecco che la dicotomia tra il paradiso e il dramma, ci avvicina così tanto alla vicenda, da permetterci un’immedesimazione quasi totale, inconsueta, in una storia lontanissima eppure incredibilmente vicina, così vicina da averla in qualche misura già vissuta.
L’interpretazione di George Clooney è ottima. Lo scopriamo maturo, mai ridondante, assolutamente convincente. E con lui tutti gli altri: la piccola e adorabile Scottie e la diciassettenne e ribelle Alexandra, che s’accompagna a Sid, il giovane e sempre-d’erba-fornito amico, sorprendentemente capace di commuovere, d’un tratto, in un dialogo notturno con Mr. King.
La fotografia è più descrittiva  che interpretativa, la regia sposa le imponenti esigenze della narrazione – indugiando solo a volte sui tempi, che avrebbero potuto essere leggermente più solleciti – conducendoci alla fine, al termine, alla scelta di salvare il Paradiso, di far sì che ci sopravviva, che ci trascenda, che arrivi a chi amiamo.
Complessivamente il punto più forte del film è la capacità di toccare contemporaneamente le principali sfere emotive dello spettatore, chiamandolo all’appello come figlio, come genitore, come amante, come compagno e l’efficacia di tutta l’architettura narrativa consiste proprio nella convinzione che, in almeno uno dei 4 ruoli, chiunque di noi possa immedesimarsi. In almeno uno.
The Descendants è un film bellissimo. Senza pathos e senza buonismo.
The Descendants è un film bellissimo ed è giusto vederlo.
Io me so trattenuta. Me so trattenuta. Me so trattenuta.
E alla fine, me so commossa.
Come sempre avviene in questi casi, me so asciugata 3 lacrime, ho tirato un po’ su col naso e ho fatto la disinvola.
Come se nulla fosse successo.

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Vagina a Cancellieri, Monti e Martone

Sfigato.  Monotono. Bamboccione. Posto fisso vicino alla mamma.

Io vorrei dire solo una cosa a questi soggetti totalmente incapaci di fare una scelta semantica (oltre che umana) che sia vagamente all’altezza del ruolo che ricoprono.

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Brividi Vaginali: il freddo e il terrone

Questo sarebbe stato uno di quei weekend da fare scorte anti-atomiche di junk food, alcol e/o droghe leggere e rinchiudersi in casa col proprio uomo, a sconvolgersi e a fare all’amore, dolce e poi zozzo e poi lento e poi veloce e poi de sù e poi de giù e poi anche basta perché sai com’è, ormai c’ho n’età. A magnà stesi e a vederse na spataffiata de film più o meno improbabili, per commentarli poi, tutti rannicchiati sotto i plaid ikea. Uno rosso e uno bianco. Ce sarebbe pure quello arancione, ma quello s’abbina con la parete. Quello è il plaid pe le grandi occasioni.

Sarebbe uno di quei weekend da rullarne uno via l’altro, e finì a fa a botte e riempirse de lividi, e ridere, goffi, pensando che stare insieme sia bello e che quell’intimità alterata dallo stupefacente sia meravigliosa, illudendosi che tutti i problemi della settimana possano svanire in una doccia bollente, fatta con la porta del cesso aperta, cantando insieme “Be my baby“, ma nella versione di John Lennon però.

Mò, prima che me piji un attacco di vaginismo in cui io – da copione – me metto a pensà a quanto me pare lontano il tempo in cui tutto questo ce l’avevo; prima che me piji un coccolone all’idea che tutti i weekend della vita mia mi alimenterò di Long Snack Gusto Pizza, indossando 2 calzini di colore diverso, io mi fermo.

Perché la vagina è come l’alcol. Va assunto (o somministrato) in certe dosi. E’ importante imparare a capire quand’è il momento di fermarsi, di restare brilli invece che sbronzi fracichi, dolcemente complicate invece che depresse, ecco. Allora io me fermo prima e chiamo GuruVagina che è a sua volta in uno stato psico-fisico assai simile al letargo ma che, ricoprendosi di strati multipli di lana-merinos, mi annuncia che passerà da me, che berremo birra e che ci perderemo in quel genere di chiacchiere psyco-femminili in cui ogni tanto c’avventuriamo.

Perché, siamo in questa specie d’era glaciale, quindi la voja de uscì sta a sotto zero. Per intenderci, quando sono obbligata a camminare in questo gelo, balbetto frasi del tipo “Sto cazzo de freddo de merda”. Non è che io lo dica proprio eh. Cioè, non lo pronuncio. Ma lo penso, riproducendone il labiale, tremando. Se proprio sto incazzata, può succedermi di enunciarlo mentalmente in dialetto “STU CAZZ D FRIDD”, mentre pongo spasmodica attenzione al modo in cui poso il mio tacchetto nel ghiaccio. Resta il fatto che, nei prossimi giorni, se sentite un tonfo mentre pranzate, o mentre andate al lavoro, o mentre espletate i vostri bisogni fisiologici con una copia di Libero in mano, sappiate che sono io che sono caduta a Milano. Poi sì, le scarpe da neve ce le ho, però il mondo nun se ferma e se io devo annà a fa un colloquio nun ce posso mica annà coi doposcì, o no?

E poi il rapporto tra il freddo e il terrone resta una delle piaghe della nostra società. Ogni anno il terrone patisce un drammatico sconvolgimento – che è davvero impossibile raccontare – al sopraggiungere dell’inverno feroce. E’ come se fosse una tragica epifania annuale, come se il terrone sperasse sempre in un angolo della sua psiche meridionale, che questo inverno possa essere più mite degli altri, che la sua pelle non diventerà di cartapesta e che sulle sue labbra non si creeranno faglie di Sant’Andrea che soltanto approvvigionamenti industriali di Labello potranno sanare. E poi non dipende solo da noi. E’ proprio l’educazione climatica che abbiamo avuto che ci porta a maltollerare in questo modo il gelo. Numerosissimi fotodocumenti ritraggono noi giovani terroni, ricoperti di scafandri anti-gelo accuratamente selezionati dalle nostre Vagine Maestre, per far fronte ai truci inverni di 15 gradi del sud. Roba che si andava in giro avvolti nei piumoni caleffi con 2 maniche applicate altezza braccia.

Poi sì, è vero, quand’ero giovane coi miei s’andava a fa la settimana bianca: ce lo so cos’è la neve. Poi sì, è vero, quando la vedi cadere, lì, fitta fitta, e leggerissima, che pare poggiarsi e mettere un manto di silenziosa purezza sopra tutto, in questa città così sporca, ecco lì sì, è vero, te senti sempre un po’ bambina e ce trovi sempre una qualche forma di maggia (sì, con 2 G, perché è più incisivo). Sì, è vero, me va bene tutto, però io ne farei proprio sinceramente a meno.

E in tutto questo ho scoperto che contro il freddo mi fa un sacco bene pensare all’estate. Sognare il sole, il verde degli ulivi, i muretti a secco, la terra arsa, la sabbia incandescente, il traffico sulla litoranea, le onde contro le cosce, la birra raffo che si scalda veloce, la mia panza bianca e strafottente tra culi marmorei e negri con la mutanda piantata tra le chiappe, l’umido tra i capelli, la pelle tesa e cotta, la stanchezza al tramonto violaceo, l’odore dello iodio.

Certo, me pare un po’ presto pe pensà all’estate. Ma, a mali estremi, estremi rimedi.

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