Archivi del mese: marzo 2012

Ho la vagina. Quindi la memoria.

Il mio spazzolino non ha ancora accettato di essere single. Continua a implorarmi di tenergli accanto lo spazzolino di lui, che è ancora lì, nel bicchiere per spazzolini, sul lavandino del bagno.


Allora io mi ci incazzo, col mio spazzolino. Gli dico che è un deficiente. Perché altri spazzolini a quest’ora si sarebbero già invaghiti di un Oral B, duro naturalmente, il più consigliato dai dentisti. Gli dico che è da idioti fare misticismo dei ricordi. Gli dico che proprio adesso, che può avere tutto il suo spazio, proprio adesso deve diventare padrone del suo bicchiere sul lavandino del bagno.

Per tutta risposta, lo spazzolino mi dice di parlare con l’accappatoio di lui, appeso accanto al mio. Pare che, ormai preda di una totale sindrome di abbandono, irrimediabilmente depresso, l’accappatoio tenti ogni giorno il suicidio con la discografia dei Tiromancino. Ma non ci riesce. E resta lì. Appeso. Chiedendosi se qualcuno mai lo userà di nuovo.

Qualora non mi bastasse, rincara lo spazzolino, posso interpellare anche la metà destra del mio letto, quella dove dormiva lui. Quella che adesso è sempre precisa, sempre fatta, quella che adesso non ho più nessuno con cui incazzarmi perché nel sonno me rivolta pure il coprimaterasso. Quella metà composta, come lo sono le metà dei letti matrimoniali in cui si dorme da soli. Quelle metà destinate a diventare, al massimo, una misera succursale dei cassetti, propaggine del caos sentimentale, brodo primordiale di femminilità gigantesche, sole, egoiste.

E pare che un po’ tutta la mia casa, così, in generale, non condivida il modo in cui fingo di non sentire alcuna mancanza.

Come se tutto fosse successo ducento anni fa. E invece sono pochi mesi. E questa specie di spavalderia si scalfisce con un nonnulla: è architettura di carta, è ingegneria dell’utero, è strumentale equilibrismo emotivo.

Sono pochi mesi. Sembrano passate due vite, ma non è così. E quando realizzo questo dettaglio, quando mi fermo un attimo nel mio forsennato avvicendarsi di crisi esistenziali e aperitivi, mi accorgo che posso anche non fingere. Che non sono un caso umano se mi manca ancora.

Che forse è normale ricordare quando, prima di uscire, vestendoci, cantavamo insieme da na stanza all’artra improvvisando canzoni a sfondo brutalmente sessuale, degne dei peggiori Elio e le Storie Tese. Che forse è normale ricordare quando mi appoggiava il pacco sul culo mentre cucinavo e io gemevo e ansimavo per scherzo. E a volte per davvero.

Forse è normale ricordarne le mani e il collo. Forse è normale continuare a sentire i suoi consigli e tutto quello che mi ha insegnato, anche su me stessa, anche ora che non c’è più. Forse è normale immaginare di dirgli che ha fatto bene a perdermi e che mi dispiace umanamente di non essere stata alla sua altezza. E che a volte ho paura di non trovare più qualcuno che mi voglia bene come me ne ha voluto lui. Ma come diceva un saggio: “Ciò che sono l’ho voluto io”. Quindi pace così.

Forse è normale che mi manchi ma che io non abbia alcuna voglia di vederlo né di sentirlo. Non voglio sapere niente di lui. Non voglio sapere quanto sta bene senza di me. Non voglio sapere che se ne va in vacanza in Thailandia con la sua nuova vagina. Non voglio sapere che già convivono e che ha già adottato il suo cane. Perché è scientificamente dimostrato anche questo: io li lascio convinta d’essere unica e insostituibile, loro non mi rincorrono, dopo 6 mesi vivono con un’altra e ne adottano il pet.

Mi è successo due volte di fila e della terza preferisco non sapere.

Non voglio sapere nulla.

Non voglio sentire, non voglio vedere.

Mi basta ricordare.

E crescere da sola.

Mi basta ricordare. A volte.

Perché purtroppo ho la vagina, non il pene.

Non so cancellare tutto in 1 settimana.

Purtroppo ho la vagina.

E amo. E odio.

E, a dirla tutta, spesso annoio.

Anche me stessa. Che poi sono l’unica obbligata a starci, con me.

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Vagina Profumata

Certe volte è lecito profumarsela un po’.

E io oggi me la profumo.

Me la sono profumata  ieri e me la profumerò anche domani.

Poi la smetto, lo prometto.

Me la profumo perché Vanity Fair ha intervistato la Vagina in “Conversazioni con la Vagina sul sesso alla milanese“. E io sono piuttosto orgogliosa della patonza, delle  ovaie, delle tube, dell’utero e in generale di tutto l’armamentario che ha condotto a ciò.

E poi, l’importante è continuare a fare delle scelte che testimonino la propria demenza, così, tanto per restare con i piedi per terra, che è importante. Per terra e sanguinanti. Perché ad ogni primavera, qualunque vagina decide deliberatamente e contro ogni logica fisica, di indossare le scarpe chiuse col tacco  senza calze. Ogni anno, puntuale, a fine marzo, la vagina decide di farlo, motivata dall’illogica illusione che no, che a questo giro sarà diverso. Un po’ come succede con le relazioni sentimentali, per capirsi.

E così, vittime di questa specie di lobotomia praticata dall’estabilishment della calzatura, con la connivenza della passata fascinazione per Carrie Bradshaw, ci ritroviamo a zoppicare sanguinanti tornando a casa. Ascoltando il vociare che proviene dai ristoranti. Pensando che sa di  convivialità. Che un po’ ci manca.

In sostanza, ho i piedi scorticati, penso di essere tendenzialmente una deficiente, penso che dai miei errori non imparo proprio un cazzo e che questa storia delle scarpe potrebbe benissimo essere una parabola di vita.

Ma penso anche che domani me la profumerò ancora un po’ e poi la smetterò.

Perché l’ho promesso.

*Photo by Piolzam

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La Cellulite è una Malattia. Come l’omosessualità.

Ho scoperto di essere malata. L’ho scoperto grazie allo spot di Somatoline che, nella sua totale inefficacia comunicativa,  vince il premio come metodo di auto-diagnosi più avanguardistico.

Faccio un breve (e sul breve, mento) antefatto:

Io sono grassa e lo sono sempre stata, anche se ante-Milano lo ero molto meno. Gli inquirenti stanno ancora cercando di capire come sia possibile che in questa città in cui regnano la magrezza, il fitness e l’abnegazione alimentare, in cui si vive costantemente affamati, dinamici, stressati, in cui tutti parono corde tese di violoncello, ecco gli inquirenti indagano sulle cause dei miei 8 kg in più presi in soli 3 anni. Brancolano nel buio, perché comunque le forze dell’ordine sopraggiunte nella mia vita non erano preparate, hanno compromesso la scena del delitto e inquinato alcuni importanti indizi. Bruno Vespa, in studio, ha un plastico di Slimer (in foto, il plastico) per discutere con Crepet della sconcertante somiglianza che si è manifestata tra me e il blob verde negli ultimi 3 anni.  Fatto sta che al momento i sospetti ricadono quasi totalmente sulla sedentarietà del mio stile di vita.

Tuttavia, dicevo, io sono grassa e lo sono sempre stata. Prima, quando ero convinta d’esserlo molto, lo ero molto meno. E ogni volta che guardo le foto anche di soli 4 anni fa, una piccola Kate Moss dentro di me muore di dolore.

Ma, in verità, non ho mai voluto essere magra. Il passepartout della mia coscienza è sempre stato ciondolarmi tra la 44 e la 46 (infatti ora patisco perché ciondolo tra 46 e 48, ma questo è un altro discorso).  Non ho mai voluto essere magra perché dopotutto mi sono sempre piuttosto accettata e mi sono sempre trovata piuttosto chiavabile. Oltre al fatto che Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, mi ha sempre detto “tu sei bella obesa così come sei” e io gli ho sempre creduto. Inoltre, dall’età di 13 anni ho iniziato a costuirmi una serie di sovrastrutture intellettuali che legittimassero la mia grassezza e per circa un decennio il mio cavallo di battaglia è stato: “non posso essere magra, se fossi pure magra, sarei perfetta“. Com’era bello quando per sentirsi quasi perfetti era sufficiente prendere 8 a scuola; o fumare una bomba nella Clio annata ’98 del tuo cazzetto preferito – 7 anni più grande di te – sulle note di Frank Zappa mentre la luna scendeva e la notte passava su quella scogliera cosparsa di fazzoletti bianchi e di bambini mai nati; oppure struggersi l’anima guidando sulla litoranea d’inverno – che è assai più bella della litoranea d’estate – nella vecchia Punto XS grigio-topo di tuo padre. Praticamente è l’unica cosa XS che io abbia mai indossato nella vita, la vecchia macchina de mi padre.

Però c’è sempre stata una cosa di cui sono andata fiera nella mia grassezza: la mia assenza di cellulite. Cioè questo esser corpulenta ma liscia, senza buchi e bucce d’ananas su cosce e culo.

Fino all’altro giorno.

Quando ero in ufficio, a Vaginaland, quella terra di nessuno popolata di ormoni e di vagine che si occupano di pubbliche relazioni + una vagina segretaria che ricorda piuttosto fedelmente un pittbull lesbica. Ero in ufficio e in uno di quei momenti di svacco ovarico, è venuta Zia Vagina nella mia stanza a dire che aveva preso una decisione importante: farsi dei fanghi contro la cellulite, nemico che lei già combatte con aquagym e sci di fondo. Ora, Zia Vagina è molto ma molto bella. Poi sì, io l’adoro e quindi me pare ancora più bella. Ma comunque è bella assai. Dentro e fuori. E’ forte e fragile. Cioè è una che Platone potrebbe mettere pure nell’iper-uranio nella sezione “vagine“. Quindi io le ho risposto, semplicemente: “tu sei matta”. La mia stagista, invece, che è tipo magrina magrina, bellina bellina, sofisticatina sofisticatina, le ha risposto che lei, piuttosto, le consiglierebbe di investire 500 euro (!) per 15 massaggi, come ha fatto lei qualche anno fa. Allora ho pensato a queste adolescenti milanesi che vanno a farsi 15 massaggi a 18 anni per levar via la cellulite. Perché aveva iniziato a prendere la pillola, che le aveva fatto venir fuori le tettine, il culetto, ma pure la cellulite. Alché, io le ho detto: “Ecco, perché forse la cellulite fa parte della femminilità, no?”.

Solo che poi so tornata a casa, me so spogliata pe farmi la doccia serale che è uno dei 7 piaceri della vita e, a differenza di tutte l’artre sere, me so guardata allo specchio in HD (cioè con gli occhiali). E, ahinoi, l’ho vista.

Sulle mie pingui cosce. Ovunque disseminata. Come se sulle mie rotondità ci fosse stata un’esplosione atomica di ritenzione idrica.

Cellulite.

Fortemente turbata mi sono data alle mie attività serali, ho cucinato, lavato i piatti del giorno prima e, nel mentre, sono inciampata nell’auto-diagnosi di Somatoline.

“LA CELLULITE è UNA MALATTIA”

E in quel momento ho sentito chiaramente, in me, delinearsi che tipo di vagina sto diventando. Una vagina che non è contenta d’avè la cellulite, come nessuna. Una vagina che si sente in colpa quando vede vagine molto più belle e toniche di lei preoccuparsi delle proprie minime imperfezioni. Ma, fondamentalmente, una vagina che pensa, e lo pensa davvero, che se le persone- sì, con un occhio all’alimentazione e a un minimo de sport da fare innanzitutto per salute – accettassero meglio il naturale decorso del tempo, accettassero come naturale il manifestarsi della cellulite, la perdita dei capelli, la comparsa delle rughe o della panza, capendo che essere attraenti non sta in niente di tutto questo, ecco e se riservassero altrove le proprie energie, forse saremmo tutti un po’ più cessi, ma vivremmo tutti in un posto migliore.

ps: Somatoline, vaffanculo, comunque. Tu e i tuoi creativi.

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La chiamavano “Uncino Nel Culo”

Qualche giorno fa, complice la primavera, riflettevo sui nomignoli amorosi. Sì, sapete, quelle cagate insignificanti che si dicono le persone per i primi 3 mesi di relazione, quando sono profondamente in love, prima di iniziare – nei casi più critici – a odiarsi e a massacrarsi. Nei casi migliori, ad annoiarsi.

Quelle cose da far venire la carie al culo come, non so, “pulcino” “micino” “topolino” “cucciola” “passerottina” e altri abomini approssimativamente di questo genere.

Ecco, riflettevo sui nomignoli amorosi e, in special modo, sul fatto che i miei non sono mai stati “dolci”. Quelli ricevuti, intendo.

D’accordo, a 16 anni venivo chiamata “piccola“. Che non mi garbava nemmeno, perché mi ci chiamava l’unico uomo più giovane che io abbia mai avuto, che all’epoca ne aveva 15 di anni e voi capite bene che farsi chiamà “piccola” da uno che ancora non c’ha la barba, mica me veniva bene.

A 18 anni, dal mio grande amore, cieco e irripetibile, sono stata soprannominata “Gibbone“, che pare sia una razza di scimmia piuttosto offensiva e dispettosa.

A 21 anni, quando stavo col mio ex ex essendo convinta che per avere una relazione felice fossero sufficienti grasse risate, sesso leggendario e stupefacenti in quantità (salvo essere fatta costantemente cornuta ed esserne perfettamente consapevole ma riuscire a negarselo per quel tipo di masturbatoria patologia che affligge le giovani vagine), ecco allora il mio soprannome era “Becco” per via della forma che assumeva la mia bocca quando mi giravano le palle. “Becco” veniva declinato anche in “Beccuccio” nei momenti di tenerezza, in “Becchino” (non ho mai saputo darci un senso preciso) e, all’occorrenza, in “Becco di merda“.

A 24 anni, il mio ex, quello a cui si deve in qualche misura la paternità di questo blog, nato nel momento in cui io gli ho detto che dovevamo lasciarci e lui ha PE-DIS-SE-QUA-MEN-TE seguito la mia indicazione, ecco lui, che aveva questa sua genialità intermittente che in uno slancio di generosità definiremo alla Woody Allen, bene lui mi soprannominò  ”Uncino Nel Culo, per gli amici anche solo Uncino”, che era l’evoluzione della già disturbante (almeno per gli uomini) idea di “dito nel culo”.

Mi viene a questo punto in mente, passando in rassegna i miei ex-nomignoli-vaginali (Gibbone, Becco e Uncino nel culo) che se sono single forse un motivo c’è.

E non è lì fuori.


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Quello che le vagine non dicono

D’accordo, mi piace la musica trash.

Ho a lungo cercato di ignorare questa istanza della mia personalità, fermamente legata al mio ruolo di vagina finto-sofisti-rock che ascolta soltanto i Quatermass mentre stira. Ma io direi che nel momento in cui canti a squarciagola Maledetta Primavera di Loretta Goggi il sabato notte con indie-vagina, per poi riascoltarla la mattina dopo e, quel che è peggio, aggiungerla alla tua playlist di YouTube, ecco io direi che non ci sono più dubbi.

Mi piace anche la musica trash.

La suddetta confessione mi apre un ampio orizzonte di riflessione su tutto ciò che noi vagine taciamo di noi stesse, per non ledere la nostra approssimazione al prototipo alieno di femminilità socialmente imposto e, soprattutto, per non sconvolgere il mondo maschile, palesando alcune tremende somiglianze fisiche tra noi e loro.

Perchè, di fatto, esiste un decalogo non detto di cose che una vagina non deve e non può fare e qualora le faccia non deve assolutamente parlarne. Per esempio, ieri parlavo con Zia Vagina del fatto che ogni anno dimentico quanto possano puzzare i piedi dopo aver usato le ballerine (dicesi ballerina quella scarpa bassa con la punta tonda che si usa senza calze, molto amata dalle vagine per la sua comodità, quanto disprezzata dai cazzetti per la sua bruttezza).

Sì perché a Milano, appena si superano i 12°, le vagine iniziano ad andare in giro senza calze e ti fanno capire, mentre sei lì ancora con i tuoi collant 50 den, gli stivali e il piumino, a liquefarti con gran contegno, che forse è il caso che anche tu ti decida a tirar fuori dal cilindro un outfit più primaverile. Tecnicamente le milanesi più evolute non solo metton via le calze, ma ti sfoderano al 10 di marzo, la scarpa open-toe (quella che in tutto il resto d’Italia i comuni mortali chiamano “con la punta aperta” o “con il ditone da fuori”), sfoggiando alluci in forma smagliante, curati, con tanto di smalto abbinato alla nuance della scarpa. Innanzi a cotanto tempismo, di solito, io rispondo passando dallo stivale alla ballerina, con un periodo intermedio in cui mi voto al gambaletto color carne. E io difendo fortemente il ruolo del gambaletto, che è una povera calza orrenda, ingiustamente stigmatizzata dall’egemonia dell’autoreggente. Intendiamoci, non è che se vado a cena con Edward Norton me metto er gambaletto, però non capisco perché accanirsi così tanto su una cosa così comoda. Come quelle che pretendono, e lo pretendono seriamente, di dire che usano solo perizoma perché il perizoma è comodo. Per carità, il mondo ha inventato cose più misogine del perizoma, lo usiamo tutte. Ma ora dire che è comodo averci su un filo per il culo, non lo so, venite a stendervi sul mio divano in tuta, ecco, per capire cosa sia la comodità.

Dicevamo, ho detto a Zia Vagina che m’ero dimenticata quanto possano puzzare i piedi dopo aver usato le ballerine.

Zia Vagina s’è messa a ridere e, in prima istanza, non mi ha detto nulla, perché di fatto le vagine non parlano di nulla di sgradevole, maleodorante e repellente che le riguardi. E’ un tabù, per noi, a differenza dei cazzetti, che possono discutere liberamente di consistenza fecale e condividere pubblicamente appassionati reportage delle loro più leggendarie performance intestinali, talvolta anche fotografate sulla scia di una fiera coprofilia.

E allora, io dico, siccome noi vagine ci vergognamo come carogne di qualunque flatulenza potenziale o di qualunque cattivo odore come se questo attaccasse e annullasse tutta la nostra femminilità, siccome noi siamo lì a fingere di essere entità perfette, prive di intestino o di ghiandole sudorifere o di narici, e il massimo che le più evolute sono riuscite a sdoganare è la pipì, nel senso che possiamo dire “devo fare la pipì” senza imbarazzarci, ecco io dico, per pura provocazione agli schemi culturali nei quali viviamo: per una volta, parliamo anche noi di tutto ciò che di sgradevole abbiamo e facciamo. Diamogli un nome. E, se può aiutarci, pensiamo che lo facciano tutte. Per esempio, diciamolo che anche Carla Bruni quando si sveglia al mattino c’ha una fiatella che induce al suicidio più delle sue canzoni. Diciamolo che magari George ha lasciato Elisabetta Canalis perché non ne poteva più dei suoi peti sotto le lenzuola. Diciamolo che anche Kate Middleton si soffierà il naso e sbircerà il fazzoletto, in privato. Diciamolo che anche Belen si tirerà via le pellicine, oltre a non saper fare una fellatio degna di tal nome. O che Eva Longoria si schiaccia i punticci per far uscire tutto il pus, e li strizza li strizza finché non esce il sangue.

E, sì, diciamolo che anche i piedi di Audrey Hepburn dovevano puzzare, dopo una giornata con le ballerine.

ps: se ho urtato la vostra sensibilità, son contenta. se non l’ho urtata, son contenta uguale.

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Vaginette e Tatuaggetti

Non ho mai avuto, in tutta la vita, il desiderio di tatuarmi qualcosa.

Ho sempre pensato che di nulla mi importasse così tanto da incidermelo addosso.

Non ho mai avuto, in tutta la vita, il desiderio di tatuarmi qualcosa. Fino ad oggi.

Quando una persona che mi conosce meglio di quanto mi conosca io, mi ha detto questa frase, no, e io ho provato un desiderio insensato di scrivermela sulla pelle. E di portarla addosso tutta la vita. Per mille ragioni sulle quali sorvolerò (non per una forma di tardivo e apprezzabile pudore, semplicemente perché è l’1 di notte).

La mia unica perplessità è: ma poi, dio, mi ammetterebbe in paradiso con una cosa del genere scritta sulla spalla? E anche: non mi porrebbe in una posizione discutibile persino col demonio?

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Il segreto della Felicità

Qualche sera fa la Vagina Maestra, in una seduta di psicoterapia a distanza, una di quelle nelle quali sono solita porre in discussione la mia intera esistenza partendo più o meno dalla quinta elementare, una di quelle in cui  metto a fuoco che di ciò che faccio dopotutto non me ne frega un cazzo, una di quelle che la mia vita sarà così e mi fa cagare, una di quelle che è stato tutto sbagliato e che se avessi sposato un operaio dell’Ilva e adesso avessi già sfornato un paio di pargoli, ecco forse ora sarei più felice, oppure no, perché io non sono fatta per la felicità. Ecco, proprio in una di quelle telefonate in cui non vedo via d’uscita, la Vagina Maestra a un certo punto mi ha chiesto:
“Scusa, tanto per sapere, cosa ti renderebbe felice?”
Good question, madre. Good question.
Allora sono partita con i miei cavalli di battaglia e lei mi ha lasciato sfogare verbalmente il mio purulento malessere. Mi ha anche detto che sono una stronza, a un certo punto. Non ricordo perché. Devo aver detto qualcosa di particolarmente truce, tipo sulla mia inestirpabile solitudine esistenziale, che in pochi mesi si sarebbe radicata nella mia anima come le radici del Baobab sul pianeta del Piccolo Principe, o almeno credo, perché io quella roba buona e buonista non l’ho letta e più tutti la vendono come poesia formativa, più io non la leggerò mai.
Poi mi ha parlato, la Vagina Maestra, in quel modo in cui mi parla lei. Mi ha parlato con quel fare semplice, dialetticamente essenziale. Senza giri di parole. Ruvidissimo e vero. Quel fare che io accetto solo da lei. La Vagina Maestra fa sempre così, mi parla come chi sa parlarti anche solo con gli occhi, anche senza vederti.
Mi ha parlato come chi sente sulla sua pelle l’inquietudine tua e la spartisce, perché vuole spartirla. Perché la Vagina Maestra sostiene che io debba parlarle. Perché il mio silenzio la preoccupa di più. Che era una cosa che diceva anche il mio ex, che i miei silenzi lo terrorizzavano, in quanto sistematicamente ambasciatori di bibliche piaghe emotive.
La Vagina Maestra mi dice che devo accettare una serie di cose, ci butta dentro qualche proverbio e, soprattutto, mi dice “Sei abbastanza grande da cambiare la tua vita se non ti piace”.
Aiaiaiai, come diceva la pubblicità Alpitour che, insieme al “mi ami ma quanto mi ami” , ha compromesso un’intera generazione di bambini nati negli anni ottanta. Una frase tremenda e cruda, cruda e tremenda, che se si considera che non mangio nemmanco il sushi perché non ho un buon rapporto con la crudità, si capisce quanto me può pesà ingoiarla, l’idea.
E poi già lo so che c’ha ragione lei. E’ vero che c’ha ragione lei , che so grande abbastanza da cambiare quello che non mi va. E’ vero che ci penserò, ci penserò e non cambierò una fava. Io lo so che c’ha ragione lei. Anche perché è scientificamente provato che la Vagina Maestra ha sempre ragione. Dopo anni me so arresa: è l’unica vagina che riesce ad avé più ragione de me. Ncestà n cazzo da fà.
A quel punto me rilasso e riesco anche a dirle cosa mi renderebbe felice.
Le dico che per esempio mi rende felice sentirmi brava in quello che faccio e avere la sensazione di avvicinarmi a ciò che voglio. Le dico che mi renderebbe più felice non essere legata a un ufficio. Le dico che mi renderebbe felice non sprecare il mio tempo nell’attesa di qualcosa che potrebbe non arrivare. Le dico che mi renderebbe felice avere il coraggio di essere quella che mi piace immaginare. Le dico che vorrei fare una vacanza. Le dico che vorrei perdermi tra gli aromi un po’ lerci di Camden Town e che vorrei guardare tutti, ma proprio tutti, i vestitini del mercato di Portobello pensando che tanto non mi entrano. Le dico che vorrei bere birra e parlare inglese ubriaca. Le dico che vorrei sorseggiare un frappuccino mentre scrivo sul mio MacBook Air Pro in un caffé di New York. Le dico che mi renderebbe felice scrivere sul mio MacBook Air Pro nel giardino di una villa nella Valle d’Itria.
In sostanza, le dico, sarei felice di un MacBook Air Pro.
Mi dice che sono “stod’c”.
E sorride. E sorrido.
E sorridiamo.
Insieme.

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No country for old Vaginas

C’ho pensato stanotte.

C’ho pensato stanotte quando intorno all’1, dopo aver cenato (molto bene) con i miei amici 30enni alla Dogana del Buongusto per soli 40 euri, ho proseguito la serata con indie-vagina, bevendo birra da 1 euro (che poi era ciò che restava del nostro budget per la serata: spiccioli) tra colonne di san lorenzo e corso di porta ticinese. Che è un po’ come vivere una dimensione transitoria tra la borghesia e le pezzenteria, tra la maturità e la giovinezza, accostare il vino alla birra, gli affettati deliziosi all’odore dei kebabbari della zona. Che poi perché a Milano il Kebab sia Kebap non credo potrò capirlo mai.

Dicevo, l’ho pensato mentre i miei stivali in finto cuoio calpestavano bicchieri di plastica al suolo, tra il rumore dei bonghi e uno sterminio di supposti studentelli seduti per terra in cerchio, e punkabbestia con cani e odore di erba, e quella strana idea che le colonne possano assomigliare a Bologna ma invece no, perché in qualche misura lo senti che quello scenario finto alternativo così periferico non può appartenerti, o almeno non può appartenerti più.

Ecco, c’ho pensato stanotte, quando intorno all’1 e mezza mi sono imbattuta in una schiera fitta fitta di 20enni e me so sentita d’improvviso vecchia assai e proprio mentre indie-vagina cercava di persuadermi del fatto che lì, in quell’area, la gente fosse più adulta, io le ho fatto notare un par di facce, di quelle facce che proprio si vede che è giusto qualche anno che la peluria pre-puberale è stata soppiantata da una specie di baffo vagamente virile, ma ancora piuttosto rado. E le ho detto che no, che c’era da andare, perché a restare lì ci sarebbe successo di parlare con qualcuno e di scoprire, chessò, che era nato nel 1992 e io questo non potevo accettarlo. E ho iniziato a immaginare dialoghi del tipo: “No ma perché sai domani studio un casino che lunedì c’ho il compito in classe di latino” – “Eh sì, poi dopo l’occupazione di dicembre se so instronziti tutti un sacco” – “Eh, sì, ANFATTI”.

Indie-vagina mi ha guardata e ha detto questa cosa geniale, che era il suo modo per dirmi che sì, che ce ne andavamo. Mi ha detto “No country for old Vaginas“. Io l’ho molto stimata, ma molto, per questa sua perla. Che poi io e indie-vagina siamo state coinquiline per qualche mese, un certo numero di anni fa. E c’eravamo state simpatiche fin da subito, perché ascoltavamo la stessa musica e avevamo lo stesso bioritmo che sarebbe stato perfetto se fossimo state, chessò, a Santiago del Cile. Invece, eravamo a Reggio Emilia. Poi ognuna col suo viaggio, s’è fatta il percorso suo. E alla fine se semo ribeccate qui di recente, ma resta il fatto che quando una ha visto il livello di disordine che può esserci nella tua stanza, o ha visto creparsi i vetri delle finestre per le urla col tuo ex ex, diciamo che ritrovarsi è facile. Ecco.

Ecco, c’ho pensato stanotte, che adesso siamo in questo bizzarro limbo in cui è difficile distinguere il giusto, tra il troppo vecchio e il troppo giovane, tra il troppo serio e il troppo cazzeggione, tra il troppo metropolitano e il troppo provinciale. C’ho pensato mentre andavamo via, al fatto che a 26 anni sei eccessivamente giovane per farti bastare la cena coi 30enni ed eccessivamente vecchia per sederti per terra in mezzo ai bonghi.

E mentre ci pensavo, abbiamo attraversato questa smorfia di primavera e abbiamo concluso la serata al MOM. E arrivando ho sentito che, per dirla col nostro gergo, quello era un posto in target.

Abbiamo preso altre due birre, mentre nell’aria c’era Atomic di Blondie ma io non avevo idea che fosse Atomic di Blondie e continuavo a chiedere indie-vagina di chi fosse, che c’è in Trainspotting, nella scena in cui Renton si è disintossicato e va a ballare in discoteca.

Abbiamo preso altre due birre e ho sorriso a un tipo, perché aveva la barba. Una barba vera, di chi ha almeno 26-27 anni. E lui mi ha sorriso, perché io gli ho sorriso.

Finché, a un certo punto, tipo verso le 2.30, sono tornata a casa, in macchina, fumando mentre Robert Smith mi cantava Just Like Heaven.

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Buona festa della Vagina

(AVVISO AGLI UTENTI: Questo è un post ad alto tasso di populismo vaginale ma…sticazzi)

No. Non coglierò l’occasione della festa della vagina per sottolineare l’assenza di un cazzetto nella mia vita.

Essendo la festa della vagina, mi dedico solo alle vagine.

Non a tutte, però.

Mi dedico alle vagine che ogni mattina spengono la sveglia e si alzano smadonnando. Mi dedico alle vagine che alla cassa imbustano la spesa da sole e a quelle che da sole si montano un mobile ikea. Mi dedico a chi comprerà un’altra carpisa sognando una miu miu e aspetterà i saldi per fare shopping all’Oviesse.

Mi dedico alle vagine che hanno lasciato la propria casa e sono andate via inseguendo un’idea di indipendenza ed evoluzione. Mi dedico alle vagine che hanno avuto il coraggio di restare e di prendersi cura di chi amano.

Mi dedico alle vagine che alla sera, dopo il lavoro, cucinano per i propri compagni e per i propri figli. E anche a quelle che trovano la forza di cucinare solo per se stesse.

Mi dedico alle vagine che se si rompe la lavatrice so cazzi loro e basta.

Mi dedico alle vagine che si fanno gli orecchini da sole, mi dedico a quelle che sanno rullare da sole, mi dedico a quelle che ascoltano musica rock, a quelle che hanno i capelli crespi e il coraggio di tagliarli corti e di essere brutte.

Mi dedico alle vagine che non sono mai state in Kenya e che sognano ancora di andare a Parigi. Mi dedico a quelle che sanno stirare una camicia e sentire gli altri con l’udito e con la pelle. Mi dedico a chi ha una vita in salita, a chi deve dimostrare ogni giorno il suo ruolo, a chi non può permettersi di essere debole. Mi dedico alle vagine che convivono con i propri dispiaceri ma che son capaci di sorridere e di tracannare ducento birre in compagnia.

Mi dedico a quelle che sanno amare e che sanno amarsi. A quelle che non hanno paura di scoprirsi. A quelle che sanno assecondarsi e cazziarsi, a seconda delle necessità. Mi dedico alle vagine che sanno quello che vogliono e a quelle che stanno caparbiamente cercando di scoprirlo.

Mi dedico a quelle che camminano spedite, senza lamentarsi.

Mi dedico a quelle che sanno trattenere le lacrime e a quelle che, certe volte, muoiono di paura e basta.

Mi dedico a quelle che c’hanno più palle di un uomo, ma sono abbastanza brave da non farglielo capire.

Mi dedico a quelle vagine che ogni giorno riescono a percorrere la fune, trovando l’equilibrio tra la realtà che vivono e quella che sognavano di vivere, che è un po’ come trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.

Mi dedico alle vagine che sono a dieta e a quelle che sudano su uno step. Mi dedico a quelle che ogni mese hanno voglia di mollare e invece continuano. Mi dedico a quelle che sanno essere amiche. Mi dedico a quelle che sono capaci di essere le migliori possibili e di andare avanti, senza certezze, solo per fede, in se stesse e in pochi altri.

Io oggi mi dedico a tutte quelle vagine stronze, che da qualche parte sognano ancora.

Qualcosa di diverso.

Talvolta, senza sapere cosa.

E le mimose la manderò alla vagina più speciale, la mia Vagina Maestra.

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Immaturità vaginale

Oggi ho chiacchierato con due vagine over-trentenni, entrambe conviventi con i loro rispetti partnerS.

Mi hanno raccontato che fino a una certa età hanno scelto uomini sbagliati. Che lo facciamo tutte. E mi hanno detto che finché lo facciamo vuol dire, semplicemente, che non siamo pronte a scegliere quello giusto.

Ora, io non ho ancora deciso se questa sia solo una di quelle solite stronzate vaginali che noi vagine ci diciamo per evitarci crisi di panico auto-uterino-indotto, però mi piace. Sì. Lo preferisco. E’ rassicurante pensare che il mondo sia pieno di uomini giusti, divertenti, brillanti, onesti, svegli e gagliardi ma che, semplicemente, sono io a profumarmela, perché del resto, sai, ho questo latente desiderio di troieggiare ancora per un par d’anni.

E’ una visione intrigante, a suo modo.

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