Archivi del mese: maggio 2012

Spleen Vaginale: Uscirne si può

Il problema (che se fossimo delle risorse umane chiameremmo “area di miglioramento”) di certe vagine single del segno dello scorpione con velleità letterarie, è che hanno la naturale tendenza ad affrontare la quotidianità con noia, inquietudine e male di vivere. Non lo fanno intenzionalmente, spesso non vivono neanche male.

E’ solo che la loro empatia con l’universo circostante ha un piglio variabile, che oscilla tra pessimismo cosmico e spleen vaginale, con delle punte di ferocia incontrollata verso la maggior parte delle categorie sociali.

Esse, le vagine suddette, si ritrovano a ciondolare nella propria esistenza, pensando a ciò che devono ancora fare, disfaredire, avere e conquistare, ignorando per lo più ciò che di fatto hanno, dicono, fannodisfano e conquistano ogni beneamato giorno.

Tipico delle vagine single del segno dello scorpione con velleità letterarie affette da Spleen Vaginale, è vedere il proprio bicchiere sempre mezzo vuoto e quello altrui sempre mezzo pieno, sebbene i bicchieri siano esattamente pieni (o vuoti) allo stesso livello. Sia chiaro, è una cosa contro cui le vagine imparano a bisticciare fin dalla più tenera età, e sviluppano con gran fatica degli utilissimi strumenti cognitivi come:

“Lei è più figa” –> “Ma io sono più intelligente”

“Lei è più ricca” –> “Ma io sono più forte”

“Lei è più intelligente” –> “Sì, ma è cattolica”

“Lei è più arrapante” –> “Sì, ma è volgare”

E via discorrendo.

Perché la vagina, di qualunque estrazione zodiacale, fa i confronti, i paragoni. Li fa sempre. Li fa inevitabilmente, pure senza accorgersene. Crescendo, però, la vagina impara che i confronti possono essere utili e  inizia ad esaltare il contrasto con le sue simili, a trarne tutto quello che si può trarne. E capisce che si può essere speciali, in modo diverso, peculiare, complementare.

Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo dire che le vagine di questo tipo, vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto. In tutto. Se sono single, specialmente nella dimensione sentimentale, mitizzando in maniera grossomodo gratuita lo status di coppia (che, naturalmente, pativano nel momento in cui lo vivevano). Sovente in bilico tra il ruolo di Biancaneve sotto Xanax e Margaret Tatcher del sentimento, le vagine single si ritrovano a pensare disgustosità del tipo: “Vorrei soltanto qualcuno che mi scaldi il quore, che mi ami per come fono (“sono” detto con le zeppola in bocca) e che mi piaccia, che sia stronzo ma dolce, che abbia due palle quadrate, e che quadrato ci muoia anche se nasce tondo, se io decido di cambiarlo, blablabla”

Mentre la vagina in spleen vaginale è lì a pensare che tutto questo (vivadio) non lo troverà mai, immaginando farfalle che annegano nei succhi gastrici, riceve l’sms di una vagina amica, che è magra, bella, ricca e fidanzata con un fico. Solo che hanno litigato di nuovo, e lei è stanca, ed è attratta da un altro, e non ne può più delle cene con nonni e zii di lui, ed è confusa. Lo è da mesi e non distingue più la comodità della situazione dal disagio emotivo che le causa.

Allora, magicamente, la vagina single in spleen vaginale smette di associare l’idea di coppia all’immagine degli innamorati felici, che vanno a convivere, che mischiano la biancheria nella stessa cesta, che la sera si alternano per lavare i piatti, che a letto capiscono se l’altro si sta addormentando da come cambia il suo respiro. No, ecco, no. Perché essere coppia non vuol dire solo questo.

Essere coppia vuol dire modularsi in virtù dell’altro, privarsi della libera forma che per nostra natura assumeremmo. Vuol dire sentire sulla propria pelle le barriere fisiche della relazione. Vuol dire, a volte, vivere la frustrazione, l’insoddisfazione, l’incertezza, la paura di cambiare, l’insoffernza nella stasi, le litigate, le bugie, le incompresioni, i compromessi continui, l’ego tuo che cozza contro l’ego mio, gli sfoghi, il peggio che due persone possano darsi.

Essere coppia a volte vuol dire non volersi più e non dirselo, vuol dire chiedersi cosa sia questo cazzo di millantato amore, pur di non accettare che, semplicemente, la magia si spegne. E a quel punto o ci si distrae imbastendo un progetto di vita comune, oppure l’istinto ci condurrà necessariamente altrove, ci farà desiderare una crescita, un cambiamento, un direzione nuova in un corpo nuovo. E in questo non c’è peccato, anche se spesso c’è senso di colpa.

Essere coppia a volte vuol dire  non farsi domande per paura delle risposete, vuol dire sposare una concezione simbiotica e invalidante della vita, per cui senza l’altro hai paura di non esistere più tu.

Essere coppia vuol dire non avere più la sensazione che la vita abbia ancora tutto da offrirti. Vuol dire non poter più immaginare che faccia avrà l’uomo che amerai, perché la tua rivelazione l’hai avuta già. E la poesia, un bel giorno, non la vedi più. E fingi di non capire ciò che sai benissimo, e prendi tempo, e la vita passa, e tu non lo sai più come sei, perché è troppo tempo che fingi di non essere sola. E’ troppo che non ti ritrovi faccia a faccia con la tua vagina.

Perché il punto è che quando la vagina single pensa alla dimensione di coppia, e da putrida sentimentale finge di rimpiangerla, il suo pensiero va a tutto il bello che ha perso. E basta. Ma questo è solo un tranello della vulva, è un espediente retorico del nostro apparato genitale/mentale. La verità è che se siamo single è perché probabilmente non eravamo felici. E, probabilmente, non lo siamo neanche adesso. E, probabilmente, non lo saremo a lungo. E, probabilmente, se dello scorpione, non lo saremo mai.

Ma da qualche parte, in noi, abbiamo la consapevolezza, l’abbraccio e l’idea che qualcosa che non sappiamo ancora stia per capitarci. E che possa essere totale, e viscerale, e straordinariamente forte, e devastante, e consapevole, e che sì, capiterà, e sarà capace di orchestrarci testa, e ventre, e pelle, e mani, riducendo tutto il nostro essere ad un punto unico, concentratissimo e profondo (questa idea, di solito, alloggia presso la Cenerentola che ci abita il deretano, ma questo è un dettaglio).

Dunque: uscire dallo Spleen Vaginale si può. Per farlo è sufficiente circondarsi di coppie infelici. Trovarle, non sarà affatto difficile.

Se, invece, ne trovate di felici davvero, che non siano solo un ripiego, una circostanza, un capitarsi addosso e afferrarsi per paura d’esser soli, ecco in quel caso, quelle coppie felici davvero conservatele nella memoria. Mettetele lì, come monito.

Come prova che sì, a volte può succedere.

E che tutto quello che c’è stato prima, nella vostra vita, non era nato per restare.

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Di cazzetti e Frocismi

Io e Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, non abbiamo mai avuto gli stessi gusti in fatto di cazzetti.

Ad eccezione di un paio di miei ex, che lui avrebbe molestato piuttosto volentieri, non siamo mai stati allineati su questo, al punto che se c’è qualcuno che mi garba, ci tengo a mostrarglielo – anche solo in foto – per avere conferma che a lui non piaccia e che la terra giri intorno al sole.

E’ che diamo proprio importanza a cose diverse. Io bado alla dialettica, lui ai muscoli. Io voglio che mi facciano ridere, lui vuole che siano tonici. Io mi chiedo se abbiano visto l’ultimo film di Lars Von Trier, lui se abbiano sentito l’ultimo singolo di Lady Gaga. Non che con questo io voglia dipingere Frecciagrossa come una frocia qualsiasi, sia chiaro. Sebbene egli dichiari di essere cresciuto con i Power Rangers, resta una delle persone più brillanti che io abbia mai conosciuto. Il ché potrebbe sembrare bizzarro, ma è vero.

Questa nostra discrepanza nei gusti ha raggiunto manifestazioni eclatanti quando gli ho passato le due serie di Romanzo Criminale che, per me, è una specie di vangelo, che conosco a memoria, che cito, che mi intrippa morbosamente e storiograficamente da un par d’anni.

Prima che qualche educatore dell’ACR insorga per dirmi che quelli lì erano dei banditi e che hanno fatto un sacco di male azioni, vorrei puntualizzare che sono una spettatrice adulta e che, nella profonda consapevolezza della differenza che intercorre tra fiction e realtà, mi sento libera di lanciarmi nell’apologia della più bella serie tv italiana mai realizzata, seconda solo a Elisa di Rivombrosa di Cinzia TH Torrini, che mi sono sempre chiesta come si dirà, in realtà, quel TH che noi diciamo “tiacca” ma che, secondo me, è più il “th” con la lingua in mezzo ai denti che ha ossessionato generazioni di docenti di lingue e di studenti. Ma questa è un’altra storia.

Ora, al di là della qualità indiscussa di Romanzo Criminale in sé, su cui persone ben più illustri di me si sono già ampiamente espresse (come la mia anima gemella Aldo Grasso), ecco al di là di questo quella è una serie piena di masculi cattivi, tossici, rozzi e scapestrati. Praticamente il sogno vaginale per eccellenza. E io, quel sogno, l’ho sposato appieno, cimentandomi in ardimentose fantasie erotiche con la banda, specificatamente con i 3 boss perché, naturalmente, anche se regnava la stecca para pe tutti, come il Libanese, il Freddo e il Dandi, nessuno mai. Ecco. E mentre io ero lì a sfregarmi le mani nell’attesa di poter condividere con Frecciagrossa le mie fantasie, di gruppo e one-to-one (al Libanese ci sto davanti, al Dandi ci sto sopra e al Freddo ci sto sotto – per non dire “pecora”, “stutacandela” e “missionaria”), l’amico mio si guardava la serie e coltivava una passione insensata per Scialoja. Quando me l’ha detto ci sono rimasta male, ma male, ma male. Poi mi sono anche un po’ indignata, perché no, capisco che sia l’attore più fico del cast, ma no, no, no, lo sbirro no! A dirla tutta, il mio preferito è il Dandi, perché è il più controverso, il più contemporaneo, il più lucido, il più stronzo. E Frecciagrossa mi ha risposto che no, “non dirmi il Dandi, il Dandi non si può vedere proprio”.

Ero ormai definitivamente arresa all’evidenza che io e Frecciagrossa non avremmo condiviso mai la medesima passione per un homo sapiens, fino a quando, una settimanella fa, mentre eravamo al telefono a parlare mas o menos di cazzetti nel tentativo di scacciar via la mia paranoia domenicale, siamo riusciti a trovare il nostro punto d’incontro, il compromesso tra le mie istanze e le sue, fattosi materia nelle carni di una specie di Lorenzo Lamas de noartri, che chiameremo Renegade per comodità.

Renegade è  un musicista, amico di un nostro amico musicista. Numerose estati orsono io ho vissuto un’interessante e dichiarata (nel senso che lo sa mezza Taranto, tranne probabilmente lui) fascinazione per il soggetto in questione, nata così, per caso, in un’estate in cui non volevo niente. In una di quelle notti che passavamo seduti sulla sabbia umida bevendo birra raffo, con i capelli che s’increspavano di umidità e la pelle tesa dal sole della giornata. In una di quelle notti in cui ci sentivamo le persone giuste, al posto giusto, alla Baia del Pescatore che, illuminata solo dalla luna di agosto e dalle luci lontane della litoranea, era bellissima. Mentre di giorno era straordinariamente trash.

Io provai questa fascinazione per Renegade. Secondo molti ricambiata, secondo me manco per il cazzo. E la fascinazione fu così inaspettata e fresca che fui colta dal quel fenomeno sconsiderato che certe vagine affrontano in talune fasi della vita, anche noto come “siccome mi piaci, non te la do“.

Mia spalla, in una serie di situazioni alla Il tempo delle Mele, Frecciagrossa, privilegiato auscultatore di avvincenti conversazioni tra Lorenzo Lamas e me, del tipo:

“Ma a te, come piace fare l’amore?”

“Dipende”

“Con me come ti piacerebbe?” (ho sempre avuto un gusto tremendo, in effetti)

Fino al giorno in cui non lo incontrai più e la mia passione si perse nel nulla. Miseramente, tra i sali di fine estate, nell’inizio di un nuovo autunno, in una nuova ripartenza per l’università. Negli anni successivi ci siamo di rado incrociati, di rado salutati, di rado abbiamo fatto finta di non vederci perché poi…non lo so perché. Per capirci, l’ultima volta che l’ho visto ero con il mio ex, che s’incazzò sostenendo che la presenza di Renegade mi avesse fatta arrossire.

Infine, negli anni successivi ho saputo che ha mandato i saluti alla mia amica gnocca e magra. E a me no. E ciò non si fa, alla Vagina.

Resta il fatto, però, che a me piace avercelo lì, catalogato nella mia memoria vaginale, a ricordarmi che sono stata pudica anche io.

Tanto più da quando è diventato la prova epistemologica del fatto che, almeno una volta nella vita, io e Frecciagrossa abbiamo desiderato ardentemente lo stesso cazzetto.

Tanto più da quando vedere vecchie fotografie in cui Frecciagrossa gli stava più alle calcagna di me, e sentirlo argomentare su dove gli avrebbe messo le mani, mi fa morire dal ridere.

Persino di domenica.

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Vaginali Epifanie

Negli ultimi giorni ho capito un sacco di cose.
Cose che avevo già capito e dimenticato. E quindi m’è toccato ricapirle.

Ho capito che il mio rapporto con lo shopping è simile al mio rapporto con il  cibo, che è simile al mio rapporto con il sesso: digiuno a lungo e poi mi ingozzo.

Ho capito che sarebbe importante fare degli spuntini: un frutto a metà mattina, una sveltina a metà pomeriggio. Cose così.

Ho capito che la musica elettronica non mi piace, anche quando fica. Non mi mette a mio agio, mi fa sempre sentire troppo lucida.

Ho capito che gli uomini devono piacermi almeno quanto mi piaccio io.

Ho capito che nell’idromassaggio le mie inquietudini si distendono.

Ho capito che non possono pretendere di farci credere che esistano ancora le Brigate Rosse dopo tutte le puntate di Blunotte di Lucarelli.

Ho capito che mi piacciono gli status symbol anche se disprezzo chi li ostenta.

Ho capito che il mondo tornerà capovolto e il mio capo d’estate andrà in vacanza a Torvaianica. E io in Malesia.

Ho capito che mi piace essere terronacicciona e arrogante.

Ho capito che alcuni che sarebbero stati volentieri nazisti, s’accontentano di fare la sicurezza nei locali.

Ho capito che al nero non rinuncerò mai, perché snellisce, ma che posso osare con gli accessori.

Ho capito che posso sbagliare e che il risultato non dipende necessariamente dal mio valore.

Ho capito che il cambio di stagione posso anche farlo con i miei tempi. E se lo finirò a settembre, sticazzi.

Ho capito che il silenzio del mio divano è bello.

Ho capito che, sola o accoppiata, troverò sempre un valido pretesto per struggermi. Perché sono così.

Ho capito che si può andare a letto con qualcuno senza spogliarsi.

Ho capito che si può piangere tra le braccia di chi non ci apparterrà mai.

Ho capito che se le persone le fai divertire, ti vogliono più bene.

Ho capito che tra un po’ tornerò a casa e non vedo l’ora.

Ho capito che a volte la semplicità non è una scelta e che ci sono vagine per cui le linee rette non sono un’opzione possibile.

Ho capito che le mie aspettative sono delle grandi sgualdrine. Ma, volendo, posso essere peggiore di loro.

Ho capito che vorrei dell’erba e un iPhone bianco, perché mi piace bianco, perché sono un po’ tamarra, si vede.

Ho capita che mi piace tantissimo chiacchierare con i tassisti  mentre mi traghettano da una parte all’altra delle mie giornate e delle mie nottate, attraverso una città che inizia ad essere mia anche se non è di nessuno mai.

Ho capito che faccio una gran fatica a parlare con le estetiste mentre mi strappano via i più sacri dei miei peli.

Ho capito che ho voglia di fare pace con tutti i miei spiegoli.

E con tutte le ombre. E con tutte le luci.

Ho capito che non perdonerò mai al mio ex ex la presunzione di avermi insegnato tutta la musica più fica possibile, senza avermi mai fatto sentire

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure – the privilege is mine 

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School of Advanced Vaginism

Certe volte sento la lucidità salirmi, di colpo.

Essa si manifesta subitanea, funziona come una sniffata di popper, che mi dilata i vasi, mi pervade, mi fa sospirare forte, al limite del gemito, e poi se ne va. E io ricomincio a giudicarmi, a giustificarmi, a portarmi sul cazzo, a inferocirmi, a chetarmi, a lasciarmi e a riprendermi, attorcigliandomi sulla mia vagina con una flessibilità surreale, per una che a 8 anni non riusciva a toccarsi le punte dei piedi facendo stretching durante l’ora di ginnastica.

Tuttavia, in quei pochi secondi di lucidità, a me vengono in mente idee proficue che spaziano dal new business alla commedia romantica hollywoodiana. Idee che meritano comunque, secondo me, d’essere tenute in stand-by fino alla successiva sniffata di lucidità.

Oggi m’è venuto in mente di tirar su questa attività, la prima Scuola di Vaginismo Avanzato, da chiamare però School of Advanced Vaginism, che è moooolto più cool.

I cazzetti possono iscriversi di loro sponte, oppure possono essere iscritti dalle spasimanti che li desiderano da anni e non sono mai riuscite a farli loro, oppure ancora dalle mammà che vorrebbero vederli sistemati e invece trovano ancora lontanissima la prospettiva del nipotame.

Naturalmente ci sarà una selezione iniziale, a insindacabile giudizio della Vagina (e)Rettrice, che  deciderà chi ammettere al corso sentimentale biennale, e chi escludere dall’eldorado della formazione vaginale, negandogli l’accesso alla stanza dei bottoni (dove con “bottoni” si allude solo parzialmente alle principali zone erogene femminili).

I moduli dell’insegnamento prevedono tutti i fondamentali del vaginismo, accuratamente selezionati al fine di proporre allo studente un percorso taylor-made che conduca al successo e al conseguimento dell’attestato di Proficiency Vaginism nelle sedi istituzionali.

Dopo la prima fase teorica di manipolazione cerebrale, anche detta CI.SE (dagli strumenti con cui è messa in atto: “cibo” e “sesso”, deliberatamente usati a fine di plagio caratteriale), il cazzetto si troverà nel bel mezzo del regime totalitario vaginale e, per due anni, sarò esposto a un livello di vaginismo talmente radiattivo che, una volta rilasciato sul mercato, il soggetto troverà più appealing qualunque forma vaginale meno accentuata, anche uno sharpei femmina al guinzaglio.

Perfettamente maturato, il cazzetto neo-vaginizzato sceglierà la prima cosa dotata di un paio di orifizi, che parli poco e rompa i coglioni solo moderatamente, che gli passi davanti. Nella fattispecie, non avrà alcuna importanza che la nuova vagina sia una fica atomica o il cesso dell’autogrill di Poggio Imperiale. Non farà alcuna differenza, che essa sia una tipa brillante o un’ameba, una giovane rampante o una vecchiarda alla deriva. Il risultato è assolutamente garantito: convivenza entro 1 anno, matrimonio entro 3, paternità entro 5.

La retta, per il biennio accademico alla SAV (School of Advanced Vaginism), è onerosa, ma segue le logiche del “soddisfatti o rimborsati” ed è pagabile anche a rate trimestrali. Nel caso fosse necessario, è prevista la possibilità di finanziamento con tassi d’interesse variabili a seconda dell’umore della Vagina (e)Rettrice. Gli allievi più promettenti, invece, possono ambire alla Borsa di Studio messa in palio dal Ministero per le Impari Opportunità.

Per il prossimo anno accademico è in programma un open-day, durante il quale saranno invitati a raccontare la propria case history i numerosi ex che in tempi direttamente proporzionali (scala 1:1) alla durata delle loro performance sessuali, hanno trovato l’ammmore con vagine terze, immediatamente dopo la cerimonia di consegna dei diplomi.

Il corpo docenti, nella persona unica della Vagina (e)Rettrice, ha bisogno di qualche mese di pausa tra un’edizione e l’altra del Corso di Alta Formazione Vaginale. Per gli studenti più impegnativi, si richiede anche più di un anno.

Ciò è indice del livello di professionalità con il quale la Vagina vive il suo ruolo. Perché essere Vagina (e)Rettrice è una missione quasi evangelica, è una vocazione a costruire, non per sé, per gli altri. A preparare letti in cui si adageranno altri corpi, a segnare fasi di passaggio che altre vagine non avrebbero saputo segnare con la medesima efficacia, che è diversa dall’efficienza, che appena arrivi a Milano la prima cosa che impari è cosa siano “efficacia”, “efficienza”, “proattività”, “assertività”, “unilever” e “procter&gamble”.

Già che ci siete, donate anche l’8×1000 alla Vagina (e)Rettrice, che ne ha bisogno, per la sua sezione Research&Development.

E a volte sì, ad essere Vagina (e)Rettrice capitano momenti di affaticamento. Ma, in fondo, bisogna essere quel che si è. E accettare quel che si è.

Fosse pure essere la vagina transitoria, lo spartiacque tra la gioventù e la maturità dei cazzetti.

Fosse pure un bicchiere di vino bevuto su un piatto di gamberi.

Fosse pure due polsi legati, e due tacchi alti, e prendersi, e perdersi, e stringersi senza abbracciarsi, e dormire, e svegliarsi, e dirsi “sentiamoci su skype” (che è una frase in bilico tra l’abominio e la poesia post-moderna), mettere in moto e andare via, come chi non vuole niente di più, come chi non ha niente di più da offrire.

Fosse pure essere una vagina che sa essere appassionata solo nell’impossibilità.

Che confonde l’amore col dolore. Che scambia il desiderio con l’errore.

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Scatola Nera Vaginale

Quanto segue è una ricomposizione estrogena e parziale.

E’ basata sui frammenti estratti dalla Scatola Nera Vaginale, recentemente recuperata dai vulvanauti, sommozzatori genital-emotivi che si sono calati negli abissi inesplorati della Vagina più profonda, per indagare gli effetti del più recente schianto emotivo, verificatosi durante la pausa pranzo di ieri. 

***

“Pronto”

“Pronto…ciao!”
“Ciao!”
“Ho trovato le chiamate ieri…ma ti disturbo?”
“No no, sono in pausa praticamente…t’avevo chiamato per farti gli auguri a voce”
“Lo so…è che ieri non prendeva. Sono saliti i miei per il compleanno…ma stai andando a pranzo?”
“Vado tra un po’. Anzi vado a prendere qualcosa al cinese, che qui diluvia, pare novembre, non maggio”
Segnale disturbato
“E quindi so 34!”
“Sei sempre più vecchio, non vorrei dirtelo ma…”
Segnale disturbato
“Come stai?”
“Mah…”
“In effetti io so tutto di te…ti leggo sempre…”
“Ah sei ancora sul pezzo?”
“Sì sì…pure quella roba lì…sua prostaticità, è inenarrabile!”
“Ecco sì, io invece di te non so nulla e non voglio sapere un cazzo, se permetti”
“Va bene, va bene, non ti dico niente…tanto io so che tu sai”
“Che egli sa, che noi sappiamo…abbiamo sempre saputo, del resto”
“Sempre…senti, i tuoi post sono fichissimi, anche quello su Melissa, veramente bello…”
“Grazie…”
“Però, volevo dirti che io non ti leggerò più tanto spesso…”
“Perché?”
“Perché non posso piangere leggendo i tuoi post”
“Perché, tu piangi quando leggi i miei post?”
“A volte è successo”
“E quali ti hanno fatto piangere?”
“Lo sai benissimo, sei perfettamente padrona di ciò che scrivi”
“Allora sono sicura che sono gli stessi, che tu hai pianto a leggerli e io ho pianto a scriverli”
“Può essere…”
“E che magari prima di scriverli ero anche di buon umore, poi mi mettevo lì, a ricordarmi che sono un soggetto sofferente, e giù a piangere sulla tastiera, non puoi capire, un caso umano…”

Segnale disturbato 

“Senti ma quello là, la prostata con la vasca idromassaggio, forse non dovrei dire niente, tanto lo sai quello che penso, ma insomma oh, tu davvero a uno così ci pisci in testa…”
Segnale disturbato
“Io di te non voglio sapere niente. Tanto so già tutto…”
“Cosa sai?”
“Beh, sì, lo sai, il copione, lo schema evolutivo di tutti i miei ex che prevede che a questo punto tu già conviva con una vagina…”
“No, non convivo”
“…e che abbia adottato il suo pastore tedesco”
” No, no…ti confondi con quell’altro tuo ex”
“Ah, e cos’è? Un dobermann? Un carlino? Oppure un chihuahua portato in giro dentro una Pinko Bag?”
“Non fare la Memorie di una Vagina”
Segnale disturbato
“Vabbè, insomma, sei fidanzato sì?”
“Sì…”
Segnale disturbatissimo
“E da quanto, 5 mesi?”
“No, da dopo…”
“Da quanto?”
“Da dopo…”
“Eddaje, dammi un po’ di materiale!”
“Manco morto! E comunque io non ho accavallato un cazzo, finché ci sei stata tu, sei stata solo tu. Io sono stato monogamo, con te”
Segnale disturbato
“Oh ma fammi capire, che me la porti giù quest’estate? No eh, daje su, andatevene in Thailandia, dai…”
“Smettila…”
“Vabbé comunque io volevo dirti una cosa…”
“Dimmi”
“Volevo dirti che ti voglio un sacco di bene…”
“E pure io…”
“No, aspetta, non ho finito”
“Dimmi…”
“Volevo dirti che quando ripenso a come sono stata con te, proprio non posso crederci d’esse stata così stronza, e che io ho ben presente tutto quello che sei stato per me, e che ho pensato a lungo a tutte quelle cose che mi dicevi e che io non capivo. Però adesso lo so, che avevi ragione quasi su tutto.”
“Ma io lo so che sei intelligente…pure troppo”
“E io lo so che preferisci le idiote…”
“Beh, non proprio idiote…”
Segnale disturbato
“Ma vedi che anche io ci penso spesso a come sono andate le cose, cavolo, cosa credi. E’ che è stato un casino…”
“Sì, ma tranquillo, non c’è niente da aggiungere, io so che tu sai che egli sa che noi sappiamo. Poi magari un giorno ne parleremo meglio se capiterà, è solo che non era il nostro momento: tu eri un uomo e io ero una bambina in-caz-zzzza-tis-si-ma”
“Minchia…”
Segnale disturbato
“Senti, mi raccomando, non farmi stare in pensiero”
“No no, mi raccomando a te…”
“E fai la brava, almeno un po’”
“Faccio fin troppo la brava!”
“Come no…”
“Dai…”
“Ci sentiamo”
“Un bacio”
“A te”
***
Poi ho perso le tracce.
Le mie. Le sue.
E ancora le mie.
Poi ho pianto. Un po’. In bagno. In ufficio.
Poi ho fumato una sigaretta con la mia collega milanese purosangue, che m’ha detto “chapeau”, m’ha detto.
M’ha detto che sono stata bravissima. Io le ho detto che ero solo triste, che lo adoro, che piove, che ho il ciclo, che voglio che sia felice, che non altererò mai l’equilibrio che s’è creato lontano da me. 

Poi sono tornata alla mia scrivania e ho finto d’essere forte.
Ho finto che non mi mancasse da morire.
Ho finto che mi bastasse e che non ne volessi ancora. E ancora. E ancora. Di noi.
Ho finto di non ricordare tutto, perfettamente.
Ho finto di non ricordare come stringono le sue braccia, come baciano le sue labbra, come ridono i suoi occhi. 
Ho finto di non pensare che lui ha un altro amore, che si addormenta tra le braccia sue, che erano le mie, che restano le uniche tra cui io sia riuscita ad addormentarmi mai.
Ho finto d’essere adulta.
E ho finto di essere felice, per come siamo stati durante la telefonata. 
Perché siamo stati belli. E maturi. E intelligenti. E ironici.
Siamo stati tutto ciò che, in un tempo assai lontano, ci aveva fatti innamorare l’uno dell’altra. 
Ho finto di non chiedermi perché due persone che non si sentono per mesi, si commuovano davanti allo stesso post. A chilometri di distanza. Costruendosi vite diverse.
Ho finto di non chiedermi come si possa volersi più bene da lontani che da vicini. 
Ho finto di accettare che le cose vadano come devono andare. 
Ho finto di aver imparato quell’antica lezione per cui con i “se” e con i “ma” non si fa la storia.

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Ciao Melissa

Oggi avevo in programma di pubblicare un post del cazzo su me e Frecciagrossa. Lo pubblicherò più avanti, perché scriverlo mi divertirà. Ma oggi no.

Oggi mi sono svegliata e ho letto dell’attentato a Brindisi. E, per ora, provo un dolore sordo, composto ed empatico.

Lo sento perché quella è casa mia. Lo sento perché 10 anni fa c’ero io, fuori scuola, a farmi spiegare Hegel dal mio amico Braciola, prima di salire su e d’essere interrogata. Anche se noi eravamo fuori da un liceo scientifico.

Lo sento perché immagino la storia di questi ragazzi, quello che sono stati e quello che diventeranno. Immagino la disperazione delle loro famiglie e, senza troppo sforzo di fantasia, riesco persino a vederne i volti, le rughe, gli occhi gonfi e le camicie sgualcite e scomposte da un dolore imponderabile.

Lo sento perché ogni anno finiamo alla ribalta della cronaca perché facciamo fuori una ragazzina, in Puglia. Con strumenti diversi, ma il risultato non cambia.

E allora io oggi non riesco proprio a scrivere un post del cazzo su me e Frecciagrossa. Non riesco a parlare di vagine e di cazzetti.

E allora io oggi vado su twitter, vado su facebook, vado su repubblica e corriere. E mi sottopongo masochisticamente alla solita parata di commenti vuoti, ufficiali, impersonali, patetici, ributtanti, banali, persino imbarazzanti.

Mi sottopongo a quello strano fenomeno per cui chiunque – e intendo dire chiunque – (me compresa) si sente in dovere di esprimersi. Di parlare. Di dire qualcosa di profondamente idiota, o presuntamente brillante, su una tragedia personale e sociale. Chiunque – e intendo dire chiunque – si sente autorevole abbastanza da lanciarsi senza paracadute nei più affollati luoghi comuni, spendendosi in analisi socio-politiche, variamente ingessate, per lo più ignoranti, in cui io non trovo neanche un filo di pelle.

Mi sottopongo allo “sciacallaggio” (parola che odio, ma oggi non riesco a trovare sinonimi)  dei mezzi di comunicazione tradizionali e mi sottopongo a quello, se possibile, ancora più infimo, delle star di Twitter e di Facebook, di chi imbastisce geniali campagne di personal branding su una ragazzina morta. E quando io vedo queste cose, vedo tutto ridursi sempre alle stesse, spicciole logiche di populismo e ricerca d’approvazione (e di condivisione, soprattutto). E penso che il problema non siano la televisione, la stampa, i social network. Il problema non è più nel mezzo, è proprio nell’umanità, intesa nella sua più variegata e banale manifestazione.

E poi c’è l’attivismo, i presidi, le sagre dell’inutilità, a cui partecipare per sentirsi meglio, parte di un gruppo, uniti contro un nemico che oggi è la Sacra Corona Unita e domani sarà chiunque altro. Perché, naturalmente, tra 1 mese nessuno ricorderà più un cazzo. Come è forse giusto e normale che sia.

Ma fanno bene a farle, ste manifestazioni. Io trovo che la manifestazioni di piazza siano una stronzata, ma è una mia opinione. Di fatto costano poco sforzo e magari un messaggio lo mandano.  Che ne so. Anche se tra 1 mese nessuno ricorderà più un cazzo.

Io, invece, non smetto di ascoltare Place to Be di Nick Drake. E mi chiedo come si chiamasse il ragazzo di cui era innamorata Melissa (forse, se lo cercassi, lo troverei già online, ma non voglio). Mi chiedo di chi fossero i testi delle canzoni che scriveva sulla smemoranda, al posto dei compiti di matematica. Mi chiedo se avesse paura di essere interrogata, stamattina, o se fosse serena e già pensasse alla serata con le sue amiche. Mi chiedo se il ragazzo di cui era innamorata frequentasse la stessa scuola, e se i loro sguardi si siano incrociati prima che la campanella suonasse, se lui le abbia sorriso e se lei sia stata felice.

Mi chiedo se se ne sia resa conto, di quel che succedeva, mentre succedeva.

E se la sua vita, i suoi 16 anni, le siano parsi bellissimi, mentre se ne andava.

Ciao Melissa.

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Io non sono Single. Io sono Singolare.

Io non sono single. Io sono singolare.

Essere singolare vuol dire che i tuoi amici vivono in altre città o in altre nazioni. E tu scopri se sono ingrassati o dimagriti vedendo le fotografie su facebook. E capisci se sono felici o tristi da poche battute in chat.

Essere singolare vuol dire che i tuoi genitori sono a 1000 km di distanza. Vuol dire che non stringi la Vagina Maestra tra le braccia, domandandoti se è lei che sta rimpicciolendosi o tu che stai lievitando, da più di un mese. Vuol dire che non affondi un bacio nelle guance morbide e rotonde di tuo padre, aggrappandoti alle sue spalle, da troppo tempo. Che pure che sei cresciuta, da quella prospettiva lì, tra le braccia sue, il mondo pare ancora un posto meno stronzo.

Essere singolare vuol dire scoprire che il bucato non si fa da solo, mai, manco pe sbaglio.

Essere singolare vuol dire non spettegolare con tua zia dopo il pranzo della domenica e non giocare alla wii con i tuoi cugini, per smaltire l’apporto calorico illecito, nel pomeriggio.

Essere singolare vuol dire tornare e trovare tutti un po’ più vecchi, ogni volta di più, senza esserci stata nel mentre.

Essere singolare vuol dire averci un rodimento di culo standard, nella vita.

Essere singolare vuol dire non vivere con chi ami, ma vivere con chi capita.

Essere singolare vuol dire narrare, senza condividere.

Essere singolare vuol dire che al weekend pranzi alle 17 e che i tuoi occhi non si chiudono col sonno di nessuno, se non col tuo.

Io non sono single. Io sono singolare.

Quando sei singolare puoi non toccare nessuno per settimane, anche se ogni sera hai un aperitivo, o una cena, o un concerto e tante persone intorno che apprezzano il tuo sarcasmo e la tua personalità.

Quando sei singolare, non sai cosa rispondere alla domanda “Dove vai quest’estate?”.

Quando sei singolare non c’è nessuno che ti vizi. E tu non hai da viziare nessuno e non hai nessuno da viziare.

Quando sei singolare paghi il taxi per intero e, se dormi fuori, l’indomani nessuno ti chiede dove tu abbia dormito.

Quando sei singolare affronti la vita senza una spalla. Ciò che fai, lo fai senza complici. E il merito e la colpa sono tuoi soltanto.

Quando sei singolare fai da sola. Fai da te. E no, non fai per tre.

Quando sei singolare c’è certi giorni che c’hai  voglia di implodere. Di non sentirla la solitudine, sia che fuori piova, sia che fuori ci sia il sole.

Quando sei singolare ti capita di pensare che sei stanca d’essere singolare, che dopotutto eri singolare anche quando eri in coppia, e che, a ben pensare, sono anni che sei singolare. E  non avresti mai pensato di finire a essere una vagina singolare. Che singolare sarebbe un modo eccentrico per dire “sola“, non “single“. Anche se ogni sera hai un aperitivo, o una cena, o un concerto e tante persone intorno che apprezzano il tuo sarcasmo e la tua personalità.

Quando sei singolare può capitarti di ripetertelo, ancora e ancora, che sei sola. Perché sai che con quella solitudine c’hai da conviverci. E non vuoi averne paura. E a volte ce l’hai, paura. E quel panico vaginale, che monta su, per i tornanti del premestruo, te lo tieni. Perché non c’è antidoto. Perché la lotta tra le ovaie e i neuroni è atavica come quella tra il bene e il male. Come l’opposizione semiotica tra natura e cultura.

E’ un ombrello sotto cui la nostra vita si compie, e quell’ombrello che certe volte ci ripara, altre volte è solo un impiccio, mentre nel mezzo del nostro ego piove col vento.

Ma poi tutto si normalizza, almeno per un po’, almeno fino al successivo nubifragio ormonale.

E in quella pausa di primavera, tra un pallido sole e una nuvola leggera che pare rubata con l’imbroglio al disegno d’un bambino di 4 anni, in quel mentre la vagina singolare si sente fica. Capisce che è più forte degli altri. Che si fa il culo più degli altri (e anche meno di tanti altri ancora, per carità).

Ma, in quella pausa di primavera, la vagina singolare capisce che essere quella che è, ogni giorno, senza la compiacenza dell’affetto che ha sempre avuto attorno, è difficile. Che c’è da essere un po’ meno feroci con sé. E con gli altri.

E l’epica vagina singolare non molla, non scappa, non abdica a se stessa.

E’ nel bel mezzo di un percorso in salita.

E la singolarità è propedeutica alla pluralità, perché quella funziona solo se nasce da due singolarità compiute.

E che non c’è mica da agitarsi. Che non sarà singolare per sempre.

Che un giorno arriverà anche la sua pluralità, fosse pure con un gatto norvegese delle foreste.

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Questione di Monogamia Vaginale

Sono anni che rifletto sulla questione monogamia versus poligamia.

Ci rifletto da quando sono stata amante, da quando sono stata cornuta, da quando sono stata infedele, da quando ho studiato scienze delle merendine e nell’esame di sociologia ho capito che quasi tutto ciò che ci insegnano essere “naturale”, è semplicemente un innesto culturale che condizionerà la nostra intera vita. Questa teoria mi ha sedotta al punto che ho deciso che anche la divisione dei generi sessuali è culturale, non naturale. Pertanto se prima del concerto degli Arctic Monkeys c’ho da pisciare e al bagno delle vagine c’è troppa coda, posso andare in quello dei cazzetti, rigorosamente in apnea e guardando fisso per terra.

Dopo anni di riflessione e di etnometodologia applicata alle mie relazioni e flirt, sono addivenuta a una serie di  banalissime conclusioni:

1. La monogamia è una piaga sociale

2. Il connubio “amore&monogamia” è un falso storico

3. La situazione peggiora di generazione in generazione, come per il mercato del lavoro: massimo sforzo, minima resa.

4. I rapporti fondati sulla monogamia, nel lungo periodo, non possono che condurre all’insoddisfazione o alla menzogna (leggi “mi scopo un travone sulla circonvalla e poi torno a casa da moglie e figli”).

La nostra natura non è evidentemente monogama e noi sprechiamo la vita nel vano tentativo di convivere con la cintura di castità che c’abbiamo nel cervello e di convincerci che sia la cosa giusta. Va anche detto che c’è una radicale difficoltà nel conciliare queste idee con la prassi quotidiana, robe del tipo: “sì ok, la monogamia è una stronzata ma se scopro che ti scopi una modella di paese, ti faccio il culo a paiolo”, oppure “non riuscirò mai a guardarti negli occhi e a dirti che sì, ti amo, ma vorrei un sacco chiavarmi l’idraulico” (per questo ed altre contraddizioni, sono chiusa in me stessa a deliberare).

Il punto a cui voglio arrivare, però, è un po’ più in là e ci arrivo perché ho frequentato – per una intensa 4 giorni – una prostata apparentemente brillante, dove per prostata intendo un cazzetto over35 (nel caso specifico di 36 anni, per i 37).

La Prostata in questione aveva i numeri giusti per creare una discreta fascinazione adolescenziale in me (ok, una tumultuosa fascinazione adolescenziale). Dalla coniugazione del congiuntivo, all’essere completamente diverso da tutto ciò che c’è stato prima, al riaccompagnarmi a casa in macchina, passando per le cene fuori, il vino, un libro da leggere anche se non leggo, un uso sconsiderato della prima persona plurale, due mani grandi, una dichiarata volubilità, una buona posizione professionale, un iPad collegato allo stereo, una notevole capacità dialettica, un ego ipertrofico, un sorriso strappamutande, un apparato emotivo problematico, un apparente approccio-kleenex all’universo vaginale. Insomma, uno di quelli con cui “te la do hic et nunc”. Poi se vede.

Il ché non avrebbe fatto la benché minima piega ai miei occhi, se non fosse che la Prostata, dalla prima sera si è dichiarata non-monogama e la mia risposta, lineare, lì per lì, tra un limone e l’altro, è stata qualcosa tipo: “Io non chiedo e non offro la monogamia”.

Tuttavia IoNonSonoMonogamo non deve avermi ascoltata, probabilmente per problemi legati alla circolazione e all’afflusso dell’ossigeno in parti altre del corpo, al punto che in 4 giorni ha sentito la necessità di ribadire la sua non-monogamia almeno altre 4 volte.

Ora, siccome sto cercando di diventare un nuovo genere di vagina, di quelle che non emettono sempre sentenze lapidarie sulla base di poco materiale di studio, di quelle che per almeno un nanosecondo mettono in discussione se stesse prima di additare gli altri, ecco, mi sono fatta delle domande. E mi sono anche data delle risposte.

E mi sono detta che no, che non ho fatto nulla per lasciare intendere che io cercassi una solida relazione monogama. Poi sì, sapere che siamo in fila fuori dalla sua porta, con il numerino in mano, ad attendere il nostro turno per essere chiavate, può non entusiasmarmi, in quanto vagina. Ma queste sono questioni di forma, che solo le prostate più di classe sanno cogliere.

La verità è che dopo 4 giorni, ciò che mi aspetto è piacevole compagnia senza impegno. La verità è che io non credevo alla monogamia di chi diceva di amarmi, di conseguenza cosa ti induce a credere che possa interessarmi la monogamia di una persona che nella mia vita è più giovane dell’ultimo numero della settimana enigmistica (che, per di più, non ho comprato mai perché io con l’enigmistica mi snervo)?

Allora ho pensato che ci sia proprio un limite culturale su questo. Che ci sia questa idea sessista piuttosto conciliante per cui io vagina sono monogama e, secondo te, metto su un vassoio il mio essere offerto incondizionatamente alla tua immensa persona. Mentre tu, prostata/cazzetto, sei un viveur, segui il tuo istinto, ami le belle donne, non sei monogamo perché, secondo te, la tua monogamia va guadagnata mentre, sempre secondo te, la mia è gratuita, in pronta consegna per il tuo ego, non appena deciderai di schioccare le dita.

Ironia della sorte, la mia più grande ambizione nella vita non è accasarmi con una prostata che mi sia fedele. Ironia della sorte io non sono una tabula rasa che aspetta d’esser riempita dal primo che passa, io non sono cresciuta sulle pale di fico d’india, io non sono una provinciale del cazzo che pensa che “stiamo insieme” solo perché sua prostaticità mi ha invitata a passare la notte da lui e a dormire nel suo alquanto scomodo letto.

Il mio provincialismo esiste, ma è altrove. E, a dirla tutta, è pure bello.

Purtroppo, per quanto io cerchi di diventare un nuovo genere di vagina, resto petulante, permalosa, pesante, cicciona e stronza. E non farò finta di non esserlo per compiacere una prostata.

Nemmeno se la Prostata c’ha la vasca idromassaggio.

Disse la pasionaria del vaginismo. 

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Relazioni Pericolose tra Cestini della Spesa

Oggi ho visto due cestini della spesa innamorarsi.

Ero in coda alla cassa. Una di quelle code lentissime, che ci sono nei piccoli supermercati vicino casa. Che poi, potremmo tornare a chiamarli “mini-market” come si faceva negli anni novanta nelle località turistiche estive. Che lo sapevi già, che tutto ti sarebbe costato il doppio.

Ad ogni modo ero lì, in coda, e uozzappavo (sì, lo so, voce del verbo “whatsappare”) freneticamente con le mie amiche vagine che, mò che abbiamo anche scoperto la possibilità di uozzappare in gruppo, l’alienazione è sempre a portata di mano e l’ossessivo zampettare di unghie sulla QWERTY è diventato la colonna sonora della nostra nevrosi condivisa.

Comunque, dicevo, ero in coda alla cassa e così, per caso, mi è caduto l’occhio (ma poi, che tipo di atrocità è la caduta degli occhi?) sul cestino del tipo che era in coda davanti a me. E ho subito notato una grande somiglianza con il mio, di cestino.

I nostri cestini erano, entrambi, piuttosto vuoti. Erano due cestini evidentemente single, che vivono alla giornata, fatti l’uno per l’altra. Il suo conteneva una confezione da 3 di birra peroni, una bottiglia di vino, un sugo pronto, una confezione di tortellini freschi carrefour (perché non è un marketing victim, a differenza mia, che pretendo i giovanni rana sfogliagrezza) e un pacco di pop-corn.

Il mio conteneva un dentifricio, un pacco di più gusto – gusto pomodoro, una super tennent’s, un pan bauletto grano duro e una busta di insalata, che segnava l’unica vera differenza tra noi: io sono un’ipocrita che ha bisogno di comprare qualcosa di vegetale per legittimare il resto della sua spesa.

Ma la somiglianza era così sconcertante che ho iniziato a pensare che persino ai cestini possa succedere di trovare la propria anima gemella, di essere due facce della stessa solitudine. E che non è vero che l’amore è l’incontro tra due solitudini, che era una di quelle frasi di NonSoChi che si scrivevano sui diari a scuola, nei periodi di massima loffiezza liceale. No, l’amore è l’incontro di 2 cestini della spesa mezzi vuoti, ecco cos’è. 

Purtroppo è arrivato il nostro turno, poi. Il suo e il mio. E tutta la poesia si è smaterializzata sul nastro trasportatore della cassa, che ha azzerato il romanticismo di due spese perfette, che si erano piaciute a prima vista.

Soltanto mentre imbustavamo ho notato che il tipo era una faccia conosciuta. E so che anche lui ha pensato lo stesso, ma non ci siamo salutati. Siamo andati via, lui per la sua strada con la sua Spesa Romeo. E io per la mia, con la mia Spesa Giulietta. Ci siamo ritrovati davanti al portone del palazzo. Io l’ho visto, gli ho sorriso e gli ho detto: “Ma io non ero sicura che fossi tu al supermercato!”

Lui mi ha sorriso. Mi ha sorriso tanto. E il sorriso era bello. E anche gli occhi azzurri dietro le lenti degli occhiali da vista, sembravano buoni. E persino quell’aria dimessa e piuttosto sfigata da studente fuorisede (ma fuorisede del nord) era evaporata un po’, facendo spazio a dei lineamenti rassicuranti e gratuitamente familiari.

E mentre le nostre spese innamorate percorrevano gli ultimi metri assieme, nell’androne del palazzo che pare decisamente una cappella cimiteriale, lui mi ha chiesto: “Come va?”

Ma non era un “come va?” di circostanza. Me l’ha proprio chiesto per davvero, tradendo un filo di apprensione, persino.

Io gli ho risposto che va bene e gli ho sorriso intenerita, quasi, da quello slancio umano, così raro da esperire qui a Milano.

Solo dopo qualche secondo ho collegato tutto. Ho riflettuto sul fatto che lui è un estraneo, che non c’ho mai parlato, che non può saperlo, che sono stata male.

E lì mi sono sentita spoglia. Lì ho capito che lui c’era stato.

C’era stato, dall’altra parte del cortile, tutte le volte che avevo litigato furiosamente col mio ex, urlando così forte che mi si era graffiata la gola manco avessi fumato crack.

Lì ho capito che c’era stato, dall’altra parte del cortile, mentre avevo consumato le mie nottate alternativamente in telefonate isteriche e  in pianti disperati e singhiozzanti.

Lì ho capito che deve avermi pensata pazza. Almeno una volta o due.

O molto infelice. Almeno dieci volte o venti.

Ho percorso gli ultimi metri verso casa, continuando a pensarci.

Ho capito che il condominio sa.

Ho capito che lui sapeva.

E ho pensato che, di buono, c’è che ora sono diventata una vicina molto più silenziosa.

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La Vagina Michelin

In questo post ho il piacere di inaugurare una nuova rubrica (l’aspetto più interessante delle rubriche che inauguro è che mediamente contano 1 post): La Vagina Michelin.

PREFAZIONE

La Vagina Michelin sarà un utile strumento che vi guiderà alla scoperta dei peni stellati italiani, in un viaggio attraverso gusti e disgusti emotivi, in cui il confine tra cazzetti e food si assottiglierà pericolosamente, fino a creare parallelismi plausibili, sperimentalmente dimostrati in prima, seconda e terza persona. Eventualmente anche all’impersonale. O al plurale maiestatis.

La principale area di pertinenza della Vagina Michelin è, naturalmente, il junk-man, che poi è quello più usato – nelle sue variopinte e variegate declinazioni – dalla vagina single. Cazzetti surgelati e in scatola, ce n’è per tutti i gusti, in questo bignami un po’ sentimentale, un po’ cinico, un po’ sessuale che ci permetterà di scegliere le tipologie d’uomo esattamente come scegliamo la cena dalla dispensa: ad minchiam. Però con consapevolezza. Che è già qualcosa.

L’aspetto più interessante della Vagina Michelin è che è gratuita e di ispirazione wiki. Tutti i diritti sono rovesci, regna il “copy-left“, ché ci tenevo a dire “copy-left” che mi pare un neologismo figo, ma no, sto mentendo, i diritti ci sono, solo che sono flessibili, raggiungono i 90° e sono sotto licenza Creative Commons.

***

CAPITOLO I – IL GIAMBONETTO AL PROSCIUTTO CRUDO

Il giambonetto è un cazzetto avuto in gioventù, probabilmente ai tempi della scuola, con il quale si baieccava l’assemblea d’istituto per andare in scooter alla villa al mare. Il giambonetto è appagante per un gusto assai poco sviluppato, per questo ci piace tra i 15 anni e 1 mese e i 15 anni e 5 mesi. Poi basta. Però continuiamo a ricordarlo con piacere. A quale vagina cresciuta non è successo, almeno una volta, al bar, di indugiare davanti a un bel pacco di giambonetti al prosciutto crudo? E magari di ricomprarlo, perché certe volte i revival sono piacevoli. Purché si tenga presente che ciò che nasce giambonetto non muore fonzies, che il giambonetto ha una sua buffa forma irregolare, un lato lucido e l’altro opaco, un lato salato e l’altro dolce, che quando si era giovani il giambonetto lo si faceva a pezzetti prima di mangiarlo, sezionandone le parti e questo, forse, voleva già significare qualche cosa.

CAPITOLO II – LO GNOCCHETTO ALLA SORRENTINA 4 SALTI IN PADELLA

Lo gnocchetto alla sorrentina 4 salti in padella è un cazzetto che offre un appagamento mediamente alto per un costo mediamente basso. Evidenti plus, come la presenza di carboidrati, la facilità di preparazione, la capacità di saziare e l’apparente gustosità, inducono la Vagina a compiere un ponderato acquisto. Tuttavia, una volta preparato e consumato, lo gnocchetto alla sorrentina 4 salti in padella, si rivela deludente. Lo gnocchetto, è un uomo che gioca più sull’aspettativa che sulla sostanza. E’ un uomo che promette, ma risulta quasi sempre essere meno di ciò che c’era scritto sulla confezione. Spesso, lo gnocchetto 4 salti in padella manifesta irragionevoli velleità da portata del ristorante e tenta, invano, di spacciarsi per un cibo di qualità, preparato con amore da mani sapienti che hanno amalgamato ingredienti genuini. Diffidare. Lo gnocchetto, che pure appaga la fame nell’immediato, ha un aroma plastificato inestinguibile. E dozzinale. Tra i vari effetti collaterali, è facile che induca nostalgia nei confronti degli gnocchetti alla sorrentina veri.

CAPITOLO III – IL BIG TASTY DEL MC DONALD’s

Il big tasty è un cazzetto indiscutibilmente nocivo, la cui tossicità è per lo più dichiarata e manifesta. E’ grosso, è pesante, è ignorante, volgare quasi. Ha un apporto calorico devastante, ogni volta che lo ordiniamo distrugge un pezzetto in più della nostra autostima. Ma…è bòno (alla romana), è sudicio, è peccaminoso, edonistico e appagante. E costa poco. E’ prepotente e non lascia spazio ad altro, ti toglie il respiro e ogni volta che lo fai ti dici “no, non devo farlo più”, sommersa dai sensi di colpa. Ma già sai che lo rifarai. Ancora, e ancora, e ancora. Perché, in fondo, è un piacere irrinunciabile. (No, io non mangio il big tasty, perché sono cicciona. Fossi magra, lo mangerei)

CAPITOLO IV – L’INSALATISSIMA RIOMARE CON VASCHETTA ED ISY PIL

L’insalatissima riomare è quel cazzetto che fondamentalmente non ti piace, ma continui a comprare e a tenerlo lì, in dispensa, in attesa dell’era post-nucleare. Ogni tanto hai provato a fartela piacere, l’insalatissima. Hai provato, per esempio, a mischiarla con il riso in bianco, per farla sembrare un’insalata di riso. Ma no. Non c’è nulla da fare. L’insalatissima non ti piace. E tutto sommato, non ti placa nemmeno la fame. Però la tieni lì. Perché l’era post-nucleare prima o poi arriverà.

CAPITOLO V – IL SOFFICINO MOZZARELLA E SPINACI

Il sofficino mozzarella e spinaci è proprio l’errore. Quell’errore che fai, ti chiedi “perché l’ho fatto?” e poi non lo commetti più. Finché non ti sei dimenticata della sua gravità. E così via, periodicamente, ci ricaschi. Compri questi fagottini che sono di una materia aliena, li piazzi nel forno e aspetti, e aspetti. E già dall’odore qualcosa ti disturba, come quando i preliminari non sono niente di ché. Ma ormai ci sei dentro e te li magnerai. Loro, che all’interno hanno questa specie di ectoplasma verde senza consistenza, che non è solido, né liquido, che non sa né di mozzarella, né di spinaci. Ma nemmeno di baccalà, sa, l’ectoplasma interno del sofficino mozzarella e spinaci, vojo dì. E così finisce che sì, in teoria, hai mangiato, ma non sei sazia. Non hai più fame, ma per demotivazione. Tutto sommato, rimani completamente vuota.

CAPITOLO VI – LA PIZZA DA ASPORTO

La pizza da asporto è il trombamico da 1 volta alla settimana, non di più, che fa male al fegato e al colesterolo. Per definizione, la Pizza da asporto si auto-consegna a domicilio a casa di tutte le vagine che la convocano. Offre un appagamento variabile, in base ai suoi capricci. Costa troppo, sebbene talvolta includa la bibita, ma si può pagare coi buoni pasto. Chiaro sia, che trovare una buona pizza da asporto non è facile. Anzi. La sterminata quantità di pizzerie non deve indurci in errore. La pizza da asporto può arrivare fredda, piegata, coi bordi bruciati, addirittura con gli ingredienti sbagliati. Avere la propria pizzeria d’asporto, quella di fiducia, è importante, rende la vita migliore e, saggio consiglio, una volta trovata tutte le vagine dovrebbero tenersela stretta. Molto più di una borsa miu miu. O di un marito.

 CAPITOLO VII – CARNE&INSALATA

Carne&Insalata è il cazzetto con cui vuoi impegnarti. Perché lo sai che ti farà bene, che è giusto così, che è nutriente, che non è grasso. Che forse non sarà gustoso quanto il big tasty, però non importa. È semplicemente più raffinato, più maturo. Richiede una crescita del gusto vaginale, un’evoluzione dallo stadio adolescenziale a quello di donna. E lo sai che è giusto. Lo sai che  Carne&Insalata ti fa bene al corpo e allo spirito. Ti fa sentire una vagina migliore. Ti da energie e ti fa dimagrire. E ci proverà. Ci proverà con tutta se stessa, la vagina, a mangiare Carne&Insalata. Ma, prima o poi, mollerà. Perché stare a dieta non le piace.

CAPITOLO VIII – IL TOAST

Il toast è un cazzetto a suo modo perfetto. Se non fosse che resta sempre un toast. Lercio ma non troppo, economico, facile e rapido da preparare. Spesso nella vita ci si dimentica la sua esistenza, salvo riscoprirlo di tanto in tanto e farne scorpacciata. Il toast può essere somministrato 1 volta alla settimana, ma rende molto di più se mangiato 1 volta ogni 2/3 settimane. Perché, in fondo, il gusto è piacevole ma ha poche sfumature.

CAPITOLO IX: …

TO BE CONTINUED

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