Archivi del mese: giugno 2012

Sindrome da Rampantismo Vaginale

Sto lavorando un sacco in questi giorni, che sarebbe la traduzione forbita di ciò che di solito intendo quando uso espressioni come “mi stanno aprendo il culo” o “mi sto facendo il culo a paiolo“, posto che esiste anche la versione “culo a tarallo“, che è molto in voga dalle mie parti ma che qui, implicando l’idea dei carboidrati, non credo possa essere compresa.

Sto lavorando un sacco e, tra isterismi vaginali, illogicità e battibecchi, di fatto sto partorendo, allevando e vedendo prender forma a una caterva di attività molto fiche (quale sia il mio lavoro non è dato saperlo, se anche lo dicessi, non si capirebbe). Ma io, che sono terrona inside, ho sempre paura di dire che sono contenta, o che sto bene, o che – effettivamente – sto seguendo dei progetti che dopano il mio ego al limite della molestia. Ho sempre paura di dirlo perché una delle poche cose in cui credo è che la gufata sia sempre in agguato, nascosta dietro un volto apparentemente cordiale. Quindi, come dire, ostento le mie piccole e insignificanti soddisfazioni solo con quelle persone che sono sicura, ma proprio sicura, mi vogliano bene. Del resto, sono cresciuta con la Vagina Maestra che m’ha insegnato che se c’è una cosa di cui aver paura è l’invidia (salvo che non ho mai capito cosa minchia potesse esserci da invidiare in me), per essere brutalmente scalzata un decennio dopo da Manuel Agnelli che m’ha insegnato che “se c’è una cosa che è immorale è la banalità”. E anche con la Vagina Maestra della Vagina Maestra, la meta-vagina, se vogliamo, che quando ero un’infante mi toccava la fronte bisbigliando delle cose che non capivo. Pare mi facesse il malocchio. Non che mia nonna fosse una fattucchiera del ’400, ci tengo a precisarlo. Tuttavia io, che sono sua nipote, resto piuttosto scaramantica, come dire.

Per esempio, sentimentalmente: anni addietro, se vivevo un periodo LEGGERMENTE più sereno, in coppia, e mi concedevo il lusso di dirlo, di farne menzione, solo sotto specifica domanda del tipo: “Ma come va  con cazzetto3?”, ecco, se osavo rispondere qualcosa come “Ma bene, è un periodo sereno, stiamo molto peace & love” era sostanzialmente dimostrato che di lì a 5 ore avrei scoperto un paio di corna fotoniche con una tardona di Novara o con una psico-modella di paese con due nespole al posto degli zigomi. Solo ora, tuttavia, a distanza di anni, mi rendo conto che probabilmente era solo dio che mi puniva per aver usato l’espressione “peace & love“.

Ad ogni modo, dicevo, ho imparato a non espormi mai più di tanto, a non credere alle cose belle finché non c’ho fatto all’amore e anche un po’ di coccole brutali dopo. Ho imparato a condividere il buono solo con chi sa ascoltarmi quando parlo e guardarmi mentre parlo. Ma ho impato talmente bene che quando la gente mi chiede, così, per cortesia: “Come va?”, io non riesco a rispondere “Bene“.

Anche perché, tecnicamente, mi capita 1 volta a semestre di pensare che le cose vadano bene. Per iscritto riesco ancora a mentire, a scrivere “A me tutto bene, a te?”, ma a voce non ce la faccio proprio. Cioè, potrei più agevolmente sopravvivere a 5 minuti di cross trainer in palestra, piuttosto che rispondere “bene” quando la gente mi chiede come sto. Non è che io stia male. Ma non sto nemmeno bene. Allora, per onestà intellettuale estrema, che però non sfoci nell’antisocialità, ho elaborato una serie di risposte creative, tendenzialmente false ma che donino una venatura cupa all’ottimismo ipocrita della risposta. Per esempio: ”Mah…abbastanza bene”, ”Mah…piuttosto bene, grazie”, ”Mah…discretamente, dai”, “Normale”.

Mi capita di rispondere “Benissimo”, solo se sto davvero di merda.

In sostanza, come tutti, non dico mai la verità. Nessuno dice mai la verità. Solo una volta mi è successo di chiamare una persona, un cazzetto, per lavoro, e di chiedergli a inizio telefonata “Come va?”, per sentirmi rispondere “Abbastanza demmerda, grazie!“, con un sorriso. Naturalmente, me ne innamorai. Di quel cazzetto. Forse per 1 ora, ma me ne innamorai perdutamente.

Ne parlavo proprio ieri con chic-vagina: la società non è pronta a una risposta minimamente deviante rispetto al “Bene”, punto. “Bene”, liscio. Socialmente si richiede che tu risponda a una domanda che non è una domanda, facendo ricorso a una compiacente e rassicurante bugia. Ed ecco che, immancabile, arriva un turbato: “Perché? Cosa è successo?”. Nulla, non è successo nulla. Cosa vuoi che sia successo? Non ti ho mica detto che ho voglia di recidermi la giugulare. Anzi, ti ho detto che sto “piuttosto bene”.

Tutto questo per dire che sì, che non sto bene eh, che sono stanca, accaldata, mentalmente prosciugata, sottopagata e sfruttata, ma che sì, sto lavorando un sacco e sono in piena Sindrome da Rampantismo Vaginale, alla quale ero convinta che sarei scampata a questo giro. Essendo un anno più vecchia, un anno più saggia, un anno più grassa, avendo ormai imparato che lo stakanovismo non paga, che i complimenti alimentano la vanità ma non comprano una borsa miu miu (e nemmeno una carpisa), che il miglior capo è quello che fa fare il capo a te, mollandoti due milioni di responsabilità per mille euro al mese, mentre si imbarca su un volo per Singapore (viaggio di piacere, of course), ecco ero convinta che ne sarei uscita indenne, a questo giro.

E, invece, manco per il cazzo. Ho resistito finché ho potuto e poi ci sono cascata, mi sono prostituita alle pretese anali della bancarella del lavoro italiana (parlare di “mercato del lavoro italiano”, a mio avviso, sarebbe eccessivo). Ma ci sono cascata, nella Sindrome da Rampantismo Vaginale anche per una forma di masturbatorio narcisismo, ci sono cascata perché mi innamoro delle mie idee e poi mi sposso per vederle realizzate al meglio, ci sono cascata perché questo è il mio pass-partout per continuare ad essere terrona, cicciona e arrogante: essere brava in quello che faccio, che non si capisce bene cosa sia, però so farlo.

E quindi sono partiti i soliti gesti inconsulti, come indossare tacchi alti per una giornata intera a sbattersi per Milano, tra 3 riunioni con tutti i santi e le madonne; come rimandare un negroni in nome di un meeting report dettagliato, come quando l’adrenalina ti sale e tu continui a produrre e sotto stress lavori meglio e dal blackberry non ti stacchi e pensi che stai crescendo e pensi che gestisci delle persone e pensi per un secondo che forse sì, forse il gioco può valere la candela e che tutto quello che hai fatto e quella saudade che ti porti appresso per essertene andata, tra pancreas e intestino, ti stiano del resto rendendo una professionista (della fuffa) per davvero. E poco importa che inizi a parlare metà in italiano e metà in inglese, che è una frontiera ben oltre l’abuso dell’inglesismo. E poi sì, ormai lo so, che il lavoro è solo lavoro, che tutto questo in realtà conta un cazzo, che per il lavoro non bisognerebbe mai esaltarsi e mai deprimersi troppo, che siamo e restiamo la canticchiante e danzante merda del mondo, che ci vuole pazienza, come dice la Vagina Maestra, ecco, io tutto questo ormai lo so. Però, quando porto a casa 2 o 3 fanta-risultati, quando ho i miei inutili suzzessi che non cambieranno le sorti del mondo, anche se ho paura che mi accada qualcosa di tremendo di lì a un’ora, non riesco a non sentirmi veramente fica.

E mentre sono lì che penso tutte queste minchiate, i piedi mi fanno un male furioso, e anche se sono la più alta, alla fine della riunione, che è andata bene, c’è una parte di me che non smette di chiedersi perché io non sia a cucinare torte in una masseria nella gravina, sposata a un uomo forte e semplice, che ogni notte metta le sue mani ruvide sul mio corpo liscio di scrub.

Ma è una domanda retorica, lo so.

E lo so che la verità, accettabile e infima, è che questa vita qui, sui tacchi, nell’afa, a uscire dall’ufficio tardi, a salire in taxi facendo chiacchiere grossolane con il tassista prima di interromperlo per chiamare i miei genitori, per farmi lasciare al Frida, che arrivare al Frida in taxi ha un ché di blasfemo, bere due negroni, rientrare a casa alle 23.30, farmi una doccia con la schiuma ammorbidente che mi lascia profumatissima, accendere il pc, ascoltare Morrisey mentre fumo l’ultima sigaretta e andarmene a letto, ecco forse era – a grandissime linee – ciò che per me stessa avevo scelto.

Dovrei solo guadagnare il doppio e pesare la metà.

Forse lì, alla domanda “Come va?”, potrei rispondere “Quasi bene“.

p.s: per tutto quanto appena detto, apparirà chiaro che pubblicare questo post per me è un tentativo estremo di esorcizzare le mie superstizioni. Pregherei pertanto i miei più accaniti detrattori di non maledirmi. Ho già i miei problemi. Per esempio, un’esplosine atomica di cellulite su cosce e culo, che non avevo mai avuto e che non so come gestire. Cordialmente, Vagina.

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L’estate fa cagare

L’estate fa cagare.

Uno deve accettarlo. Se l’accetta vive meglio.

L’estate fa cagare.

Sì, sì, è stata la stagione più bella della nostra vita per i primi 20 e rotti anni. Sì, sì, quanti ricordi, giri in motorino sull’asfalto rovente, capelli pieni di salsedine stuprati dal vento caldissimo, il mare che luccicava a sinistra e la macchia mediterranea che sfrecciava ai 34 km/h del vespino guidato da Vaginaffa. Sì, sì, le prime mbriacate leggendarie con gli amici sulla spiaggia di notte, le stelle cadenti che non abbiamo guardato mai, le pipì nel buio e nello sconvolgimento etilico, accovacciate e in bilico, perse tra uno scoglio e un sogno, “avvisami se passa qualcuno“, che mi sono sempre chiesta: ma fosse passato qualcuno, proprio lì, nel mentre della  pipì, che minchia si faceva? Ci si interrompeva a metà dell’opera?

Sì, sì, le minigonne che scoprivano giovani cosce tornite prive della più accennata ombra di cellulite, le prime fughe da scuola sulla litoranea, e poi tutti quei coiti sudati sulla scogliera in macchina sotto la luna bianchissima che si rifletteva sul mare nerissimo, e le chiacchiere ascoltando In the Court of the Crimson King che veniva fuori dall’autoradio come poesia, e il fumo che dalle nostre bocche saliva su, a nuvolette tossiche, verso il tettuccio di una macchina che ne aveva davvero viste troppe (di fregne).

Sì, sì. Molto romantico.

Ma la verità è che, ad oggi, l’estate fa cagare.

Se poi vogliamo continuare a dire che l’estate è bella perché su 4 mesi, passiamo 2 settimane in ferie, va bene, diciamolo.

Ma metti, per esempio, quelli che vivono a 1000 km dalla loro città di mare, in un posto dove le uniche pozze d’acqua disponibili sono i Navigli, l’Idroscalo e il Lido di Piazzale Lotto. Metti che devono lavorare fino ad agosto inoltrato. Metti che vivono in una casa mono-esposta senza aria condizionata. Metti che nella città in cui vivono e in cui ogni giorno vanno a lavorare l’asfalto si sciolga sotto il peso dei loro tacchi, disseminando una serie di bucherelli lungo il loro tragitto, roba che a voler seminare le proprie tracce, non avrebbero chance. Metti che l’aria si riempia di moscerini e zanzare che una si ritrova addosso semplicemente attraversando l’atmosfera e che ovunque ci sia una calura così asfissiante che persino l’ossigeno fa fatica a starci dentro. Metti che sui mezzi pubblici ci sia un odore pestilenziale di umanità tale da pensare che forse sì, forse meriteremmo l’estinzione, come genere, se ancora non abbiamo imparato a lavarci le ascelle e a usare un degno deodorante dopo. Metti che ogni weekend si abbia la sensazione di vivere in un film apocalittico, in cui gli esseri umani sono scomparsi, tranne rare forme etniche diversamente europoidi, che oscillano tra Marocco, Cina e Sri Lanka. Aggiungici poi che in estate devi essere sempre in ordine, avere tutti i peli al posto loro e lo smalto sull’alluce, e devi scoprire le tue carni senza esitazioni e vergogna, devi accorgerti di essere talmente chiara da sfiorare la fluorescenza, circondata da persone color feci, che hanno iniziano a doparsi di melanina e a farsi lampade a metà febbraio.

Il tutto in un crescendo di disperazione, in cui le settimane scorrono lentissime e i weekend si svuotano.

Ma tutto questo, tutto ciò che abbiamo appena ritratto, è assolutamente nulla in confronto a 4 fenomeni che andrebbero segnalati all’Onu in quanto lesivi dei Diritti Umani di base:

1. Gli out-of-office ricevuti in risposta alle mail: una pratica truce, specie quando manca più di un mese alle tue ferie e tu sei lì a chiederti in quale località tremendamente esotica si trovi quello stronzo che non ti risponderà mai e capisci che non è giusto, che negli out-of-office bisognerebbe mentire, bisognerebbe scrivere cose come “Mi spiace, sono stato colto da un rarissimo virus ancora oggetto di studio che incrocia gli effetti di Ebola, Colera e Tifo. Vi risponderò il 18 luglio, nel caso in cui io sopravviva alle peggiori ferie della mia vita. In caso di emergenza, contattate il mio stagista che guadagna un terzo di me ma che, in compenso, sopravvivrà. Addio“.

2. La domanda “dove vai in vacanza?” spesso posta da chi non vede l’ora di vantarsi di dove andrà in vacanza lui, per ostentare qualche paese di cui tu ignori la dislocazione sul globo terrestre, in confronto al quale il tuo rientro in Puglia ha tutta l’aria di una scelta cheap&chic, considerato che la Puglia è di gran moda.

3. La frutta dell’esselunga che ogni volta ti fa venire in mente il gusto e la consistenza delle pesche percoche che magni a casa tua e ti fa sprofondare in uno sconforto catatonico

4. Le fotografie dei piedi immersi in un mare cristallino.

Ogni volta che ne vedo una, e ne vengono pubblicate tipo 35 al giorno, una parte di me inizia a rantolare e a sanguinare e realizza che nulla si può, contro il potere oscuro dell’ostentazione del bagnante. L’epidemia è scoppiata ed è incontrollabile: spiagge caraibiche, infradito, montature di wayfarer sfoggiate nelle più improbabili tonalità, cosce, panze, lembi di nudità abbronzate, giri in barca, beatitudini adagiate sui materassini, lettini a bordo piscina, ombrelloni, impepate di cozze sulla spiaggia al tramonto, specchi d’acqua di un azzurro che chiunque viva a Milano tende a rimuovere completamente dal proprio esperito.

E ogni volta che io ne vedo una, di quelle foto, vorrei suggerire cautela, vorrei suggerire di stare attenti, perché il mare nasconde un sacco di insidie: tracine, ricci, granchi, meduse, per iniziare.

E intanto procedo, ostinata e spossata.

E non me lo chiedo nemmeno, quanto manichi alle mie ferie. A quel momento in cui arriverò anche io in spiaggia, pianterò la mia seggiola in riva, mezza immersa nell’acqua, mi farò comprare una birra da chicchessia, mi sentirò una vagina felice e pubblicherò la foto dei miei stronzi piedi in mare.

Ma per ora è presto. Porco il mondo!

E finché non giungeranno le mie, di ferie, mi arrogherò il diritto di dire che l’estate fa cagare.

 

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Stop all’evoluzione Vaginale?

Ieri ho avuto uno scambio di battute con una mia collega vagina, una che è gagliardissima e che ha più di 30 anni, un sacco di energia, due braccia molto muscolose e un umorismo che mi fa tagliare.

Eravamo in cortile a fumare una sigaretta: io, lei e la mia collega milanese purosangue, che è fidanzata. Mentre ci lamentavamo, non so di cosa, ma sicuramente non c’era alcun serio motivo per farlo, è passato un tipo, un fichetto, uno carino, tipicamente milanese: alto, magro, ben vestito, giovane, con tanti capelli sottili.

La mia collega vagina milanese purosangue ha detto qualcosa come: “Che bel figlieul” o una roba del genere (tra le mie numerose velleità non rientra il writing del vernacolo milanese).

La vagina over30 ha chiesto alla milanese purosangue: “Ma non sei fidanzata te?”, la risposta è stata “sì” e il commento, immediatamente successivo, della over30 è stato: “Del resto anche se hai già ordinato, non vuol dire mica che non puoi più guardare il menù”.

Poi la over30 si è rivolta a me, assorta com’ero in altro genere di pensieri che verosimilmente spaziavano dai diritti delle donne musulmane all’invecchiamento di Benicio Del Toro, e mi fa: “O no?”

“Beh sì, certo”, le ho risposto. Che è quel genere di cosa che amiamo dire per sentire di avere anche noi il pisello, che pure che stiamo con uno ci guardiamo attorno. Oppure è quel genere di cosa che ci piace dire per non ammettere che non amiamo più la persona con cui stiamo. Forse. Ma comunque, nonostante il mio ciclo, non avrei mai alterato quel momento di cameratismo vaginale con una sterile polemica socio-sessuale. E quindi sono stata d’accordo.

Poi, a metà delle nostre Camel Silver, Winston Blue e Marlboro Light, la vagina over30 mi chiede: “Anche tu hai ordinato, no?”, riferendosi sempre a questo enorme menù immaginario dei cazzetti di tutto il mondo.

“No, vagina over30, io e te abbiamo smesso di ordinare più o meno nello stesso periodo l’anno scorso. E abbiamo fatto reciproco outing in una delle tante sere in cui eravamo in ufficio fino alle 21, ricordi?”

“Ah già, è vero…eppure ero convinta avessi ordinato di nuovo”

“No no”, ho risposto io, chiedendomi se la sua convinzione significasse che ho l’aria di una che scopa tanto o di una che si accasa in fretta. O nessuna delle due. O entrambe.

“Quindi non ti sei rimessa sul mercato…”

“No, dopo settordicimila anni in coppia (che poi sono stati 5 anni, con 2 cazzetti diversi) io preferisco decisamente così adesso…”

“Fai bene…”

“Sì, ci sta”

E, nel dirlo, mi sono chiesta perché quasi sempre, quando si fanno questi discorsi, ci sia così tanta incredulità nell’aria. Una specie di non crederci a priori, che anche nel caso in cui tu dica effettivamente ciò che pensi, finisci col sentirti ipocrita, o persino un po’ in colpa nel non dipingerti come triste, o come sfortunata, o come diseredata, 0 come frustrata, o come disgregata, così, nella solitudine di una vita priva del collante virile. Come se fosse indispensabile patire l’assenza di un cazzetto e mostrarlo, per essere rassicuranti, per perpetrare l’idea che in coppia è bello e auspicabile.

E, in effetti, no. Non sono in coppia per scelta e non è una scelta necessariamente bella, o facile, o a costo zero. Come tutte le scelte, del resto.

“Tu, invece, hai ri-ordinato?”, le ho chiesto io.

“No, decisamente…” mi ha detto. “Io resterò…” rullo di tamburi e un filo di terrore ”ZITELLA”

Occazzo. Occazzo, l’ha detto. L’ha detto sorridendo, ma l’ha detto.

“Diversamente”, ha continuato, “dovrei accontentarmi, e non mi pare proprio il caso”, ha concluso, guardando il blackberry.

Io ho annuito e abbiamo spento le nostre sigarette ormai consumate.

E io non ho più smesso di pensare alla sua ultima frase, a questa storia del non accontentarsi, a questo nostro continuo giocare a scacchi con le nostre aspettative. Ho continuato a pensare alla sua ultima frase e mi sono chiesta se non sia forse vero che più cresciamo, meno ci accontentiamo. E che forse, in una visione pragmatica del mondo, dovremmo fare esattamente il contrario.

E’ forse vero che è sempre più difficile trovare qualcuno che ci piaccia, che sappia strimpellare un po’ le corde della nostra femminilità, facendoci sentire migliori, sublimandoci e non banalizzandoci? E’ forse vero che più ci completiamo, più bastiamo a noi stesse, più diventiamo consapevoli, mature, forti, meno possibilità abbiamo di trovarne uno che sia alla nostra altezza, e che siamo altresì meno disposte a modellarci sui limiti di un qualsivoglia cazzetto storto, o troppo piccolo, o troppo grande (ne esistono?), o troppo moscio, o troppo in tiro?

E’ forse vero ciò che dice GuruVagina? “Stop all’evoluzione“, perché più ci evolviamo, più andiamo avanti, meno i cazzetti si accolleranno l’onere di sostenere il confronto con noi? Più fatica faranno a dimostrare d’avere il pisello, meno ci vorranno? E’ forse vero che dobbiamo conservare parte della nostra inettitudine vaginale, come l’unico elisir che possa salvarci da una vecchiaia solitaria trascorsa a guardare Antonella Clerici su RaiUno, che ci insegna ricette da non cucinare a nessuno?

Forse, e dico forse, il problema non sta tanto nella nostra evoluzione vaginale quanto nel costo emotivo che per noi ha quell’evoluzione. Perché noi sì, riusciamo a lavorare, pulire casa, cucinare, stendere il bucato, stirare, portare le buste della spesa da sole, viaggiare, parcheggiare a cassonetto, appendere quadri, uccidere insetti, andare in palestra, dialogare, dispensare consigli, coltivare interessi, farci la manicure, smanettare al computer, guardare una serie in inglese per tenerci allenate, camminare su 10 centimetri di tacco per tutto il giorno, dormire 4 ore a notte e fare brainstorming l’indomani e dopo il lavoro andare a fare un aperitivo di pubbliche relazioni e una cena di piacere, curarci da sole e salvarci da sole. Siamo gagliarde, noi, vagine contemporanee. Il punto, però, è cosa ci aspettiamo, poi, da un cazzetto. E quanto possiamo essere truci, se non tiene il nostro ritmo.

E a volte capita di pensare che in effetti non troveremo più qualcuno che ci piaccia, qualcuno che sappia sfogliarci, e leggerci e impararci, e sottolineare i passaggi più belli. Qualcuno che sappia affascinarci e incuriosirci, che sappia farci ridere, e sostenerci, e cazziarci. E a volte capita di pensare che non ci emozioneranno più le dita che si intrecciano, gli abbracci a letto, i respiri che si confondono. A volte pensiamo che nessuno più riuscirà a spogliarci della nostra pelle, a guardarci dentro mentre dentro ci scivola, a farci piangere di felicità, a farci tremare le cosce, a farci evaporare in un abbandono momentaneo, ma totale. E questo pensiero non se ne va mai, si attenua e ricompare, mese dopo mese, sempre più forte. Mentre tutte le nostre sottaciute aspettative vaginali si accumulano, in quella vescichetta sentimentale e putrida che abbiamo dentro, in qualche punto indefinito del nostro ventre, nella quale comprimiamo tutto il vaginismo emotivo, per continuare, giorno dopo giorno, ad essere vagine consapevoli e forti. Nell’attesa, perché in verità con quell’attesa viviamo anche quando fingiamo che non sia così, che prima o poi, nei secoli dei secoli, potremo pisciare via dall’anima il timore di passare la vecchiaia da sole a guardare Antonella Clerici su RaiUno, che ci insegna ricette da non cucinare a nessuno.

Quanto al resto, farei l’amore ora, lo farei con quest’afa del cazzo, lo farei fino a farmi male, lo farei con la felicità di chi non ha paura di fare la cosa sbagliata. Lo farei con gli occhi, e tutta la pelle, e le mani, e il respiro. Lo farei completamente spoglia di tutte le mie difese. Lucidissima. E nuda.

Se ne fossi capace.

Se amassi.

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L’avvento degli EgoFroci

Quando hai 26 anni abbondanti, 4 o 5 città diverse sul curriculum, 4 o 5 relazioni più o meno importanti alle spalle e un certo numero di avventure e conoscenze, non si può dire tu sia una vagina navigata, naturalmente, ma una piccola idea di come va il mondo delle relazioni, ecco sì, quella ce l’hai.

Ce l’hai per la tua esperienza personale e ce l’hai pure per tutto l’archivio di oltre un decennio di confidenze di amiche e amici, di diversa origine, orientamento sessuale ed estrazione sociale.

E tra grandi amori impossibili, amori sbagliati, amori giusti ma claudicanti, amanti, trombamici, avventure, giochi erotici, vittime e carnefici, una non penserebbe di incocciare in nuove categorie antropo-sessuali.

E proprio quando ritiene di aver imparato tutti i fondamentali etologici maschili, scopre l’esistenza di una nuova specie, figlia del cosmopolitismo digitale e ispirata all’estetica di Steve Jobs. Si tratta di una nuova razza in preoccupante diffusione, che supera le specie già catalogate nella zoologia virile, abbondantemente al di là del “cazzetto egoista/egocentrico”, al di là del “cazzetto puttaniere”, al di là del “cazzetto maledetto che chiede d’essere ricuperato mentalmente e socialmente”, al di là persino del metrosexual, ebbene sì, nelle metropoli italiane spopola l’EGOFROCIO, che è un amalgama indistinto di narcisismo, egocentrismo, egoismo, presunzione, autoreferenzialità e onanismo psicologico, mescolati con una noce di burro fino ad ottenere una crema fluida.

L’EgoFrocio è un cazzetto tecnicamente eterosessuale, nel senso che sfoga la sua libido – quasi sempre traviata da un abuso puberale di pornografia online – con le vagine. L’EgoFrocio ha un aspetto piuttosto curato, anche laddove apparentemente trasandato. Ha un lavoro di discreto successo e, probabilmente, è anche messo meglio dei suoi coetanei, il ché – specie in tempi di crisi – lo induce a sentirsi inesorabilmente stocazzo. Riscuote consenso dal gentil sesso, perché ha imparato quei 2 trucchetti di base da usare con le 3 macrocategorie di vagine, che solitamente gli consentono di esercitare un grande fascino, in prima istanza, e di guadagnarsi un giro in filibusta.

L’EgoFrocio ha una dialettica superficiale ma appassionante, ha un atteggiamento piuttosto spocchioso, un apparente celodurismo caratteriale, sapientemente alternato con l’aria da “cazzetto problematico”. L’EgoFrocio vive per pose ed è assai differente dal “cazzetto bastardo” che tanto ci ha appassionate in gioventù, che ci trattava bene e poi male, che ci faceva tanto ridere e tanto piangere. L’EgoFrocio si arresta molto prima, vive di coiti interrotti umani e si masturba incessantemente davanti al suo riflesso. Paradossalmente, nonostante passi il tempo libero a farsi gli steroidi all’autostima, non riesce a provare che orgasmi mediocri e ciò rivela anche la natura tarocca del suo narcisismo, che non è sano e non è autentico, che rimane tutto sommato ridicolo. Posto che, secondo me, il narcisismo, in piccolissime dosi, può essere sano.

Spesso gli EgoFroci tendono a un alcolismo di facciata, senza gioia, presumendo di apparire cool, e sono l’equivalente di quelle vagine che vanno in analisi perché sono dolcemente complicate, sempre più emozionate, ma potrai trovarle ancora qui, nelle notti tempestose, portaci delle rose, nuove cose e ti diremo ancora un altro sì. Che poi, di solito, la diamo anche senza le rose, ma questo è un altro discorso.

La verità è che l’EgoFrocio quasi sempre nasconde qualche problematicissima insicurezza, quasi sempre legata all’infanzia o all’adolescenza ma il fatto è che, dopo le prime 48 ore, risulta talmente poco accattivante, da non far scattare nemmeno la celeberrima “sindrome da crocerossina“, di cui ogni minchia di vagina è provvista (chi più, chi meno) perché ce la impiantano di serie, fa parte del nostro equipaggiamento di genere, insieme con le ovaie, le tube e il clitoride.

Caratteristica imprescindibile degli EgoFroci, è che non hanno alcun interesse nei confronti degli altri viventi, per lo meno non più di quanto possano averne nei confronti della loro nuova libreria di design. Potrebbe dunque accadere che ci chiedano cose tipo: ”Come stai?”, guardandoci fisso negli occhi. Oppure “Parlami di te”. Oppure “Raccontami dei tuoi amici”. Ma è solo un espediente retorico perché, di fatto, ciò che pensano mentre parliamo, tutte commosse all’idea che questo cazzetto così brillante si interessi a noi, è quanto siamo in tono con il resto dell’arredamento, come fossimo un orpello o un accessorio della loro vita così incredibilmente di successo. Non ascolteranno un cazzo di ciò che diremo e, per dissimularlo, ci interromperanno bruscamente, dicendoci una frase come “Sei bella, davvero”, pronunciata con una tale serietà da non lasciare spazio ad obiezioni. Oppure diranno qualcosa come “Posso dirlo che mi piaci un casino?”. E noi lì, a quel punto, saremo sedotte, perché sì, cazzo lo saremo, perché funzioniamo così, perché avremo già bevuto almeno 2 bicchieri di vino, perché in fondo viviamo nell’inconscia attesa di qualche cojone che s’accorga di quanto siamo incredibilmente belle, e uniche, e insostibuili, e sticazzi. E saremo talmente sedotte che non ci accorgeremo nemmeno di star vivendo il copione di una telenovelas argentina trasmessa da Telenorba.

…Fino al giorno dopo, quando riconosceremo l’EgoFrocio, che si rivelerà alla nostra percezione, in tutta la sua magnifica essenza.

Accadrà, dunque, che le vagine esposte alla contaminazione degli EgoFroci si ritroveranno a 25 anni a chiedersi come considerare questo genere di cazzetto, esattamente come quando avevano 15 anni, e 18, e 20. La sorpresa è che l’EgoFrocio è il peggiore di tutti perché è davvero incapace di offrire qualunque cosa, salvo che non incontri una EgoFrocia e – a quel punto – nel loro connubio di umanità inutili, saranno liberi di implodere in un tripudio di check in su Foursquare e di fotografie su Instagram, che urli disperatamente ai loro 1.745 amici su Facebook quanto siano, entrambi, fiQissimi!

In tutti gli altri casi, le vagine dovranno tenersi alla larga da questa nuova frontiera dell’estinzione umana, dovranno risparmiare quanto più tempo ed energie possibili e accettare che sì, che esiste questa nuova razza e che noi – come genere – non possiamo mai rilassarci e che, come dicono i saggi: non si smette mai di imparare. Dopo anni di lotta contro i propri limiti vaginali per accettare e immagazzinare gli schemi della trombamicizia, niente, un cazzo, scopriamo che è una cosa già superata e che il rapporto tra i generi ha fatto un ulteriore passo indietro, grazie a questa epidemia di EgoFroci, questi cazzetti primedonne (anche detti “uomini col mestruo”) smorfiosi, vanitosi, tremendamente noiosi, con quell’armamentario di insicurezze dissimulate davvero inaccettabili in qualcosa che sia anatomicamente provvisto di gonadi.

Quindi io dico alle vagine contemporanee di tutto il mondo di unirsi, di imparare a individuare prontamente gli EgoFroci e di isolarli senza esitazioni, in quanto trattasi di soggetti che sul breve-medio periodo si rivelano del tutto incapaci di intrigarci, di farci ridere, di incuriosirci, di recapitarci un orgasmo o, più in generale, di gratificarci per più di un’ora, quel tanto che basta a farci dimenticare tutta quell’inquietudine che non sono chiamati a comprendere, a sfiorare, a intuire.

Perché quella è una nudità che a loro non sarà mostrata mai.

Io dico alle vagine contemporanee di tutto il mondo di preferire una bella manicure, a un EgoFrocio, perché quella, la manicure, da molta più soddisfazione e appaga assai meglio la nostra femminilità.

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La cerniera è buttana. Zara, pure.

Ho ceduto alle lusinghe dello shopping da pezzente, che è quello che si può concedere una vagina che guadagna troppo poco per vivere in una città troppo costosa.

Io lo shopping non lo faccio mai, perché vivo nell’abnegazione, perché per spendere voglio più soldi, perché è la mia personale protesta contro l’occidente, perché potrei sempre dovermi pagare una risonanza magnetica. E perché, in fondo, sono convinta che una buona dialettica possa sopperire qualche carenza nel vestiario. Mando il mio vaginismo consumistico in apnea, lo ignoro, fino al punto in cui quello torna a galla e io sono travolta da un bisogno fisiologico di spendere soldi.

Allora sono andata, spedita, da H&M. Ho passeggiato tra scaffali di indumenti usa&getta, caricandomene sul braccio una quantità sconsiderata, evitando accuratamente tutti quei capi che includevano nella propria geometria sartoriale una cerniera. Perché la cerniera è buttana, e rischia sempre di esporti al conflitto mondiale tra le tue carni e i suoi dentelli, mentre fai un hammam nel camerino, nel disperato tentativo di tirarla su.

No, io volevo che fosse uno shopping moderato e sereno. Quindi ho optato per cose comode e morbide che sposassero le mie importanti curve  senza farmi assomigliare a un manichino sessantenne di Elena Mirò. Perché c’è da dire questo, c’è da dire che se sei magra, la tua è una vita in discesa. Essere figa e trendy spendendo un cazzo, è facile. Ma se sei cicciona, e giovane, e non vuoi vestirti come la madre di 4 figli, ecco, le cose si complicano pericolosamente. Fortunatamente H&M, soprattutto in estate, è molto compiacente da questo punto di vista e incontra le esigenze delle meno fortunate, che c’hanno il culo, le zinne, qualche rotolo qua e qualche rotolo là, da occultare al meglio per preservare e perpetrare il proprio soggettivo livello di chiavabilità.

Ho raccattato una serie sconfinata di capi, tra cui alla fine ne ho scelti 5, spendendo 60 euri, ripromettendomi di svaligiare il resto tra un mese, coi saldi. Ero una vagina felice che aveva scelto 2 minigonne (elasticizzate, of course) nere. Una minigonna blu elettrico (perché ogni vagina cicciona è diversa dalle altre, perché c’è chi è cicciona a pera, c’è chi è cicciona a mela, e io che c’ho la panza e una schiena di merda, mi illudo di avere delle belle gambe e di poterle mostrare). 1 maglietta beigiolina. 1 vestito lungo da desperate housewife che però anche sticazzi, perché io quei vestiti lunghi fino ai piedi che con 2 tacchi alti ti fanno sembrare una stanga, che puoi metterli pure se non c’hai i peli fatti alla perfezione, che non ti opprimono con bottoni e cuciture e che, per di più, ti mettono in bella mostra le sise, ecco io li amo. Poi, sentendomi in colpa per la banalità dei miei colori, ho comprato un fiore per i capelli giallo fluo (per il mio rapporto con i fiori tra i capelli o sul petto, indirizzate le vostre lamentele a Carrie Bradshaw), un bracciale giallo fluo e un bracciale fucsia.

Ero una vagina in pace con se stessa e sono andata da Tezenis, a fare incetta di canotte e magliette bianche e nere, da abbinare agli indumenti usa &getta appena comprati. Ero una vagina felice

…finché non ho avuto la malaugurata idea di varcare la soglia di Zara.

Zara, per me, è come un trombamico di grandi potenzialità e pochi fatti, uno che promette ampi orizzonti di piacere e si rivela estremamente deludente. Zara è quello che ti intriga e a cui dai una possibilità all’anno, e non la sa sfruttare. Ecco cos’è Zara, per me.

Ogni volta che entro percepisco decisamente un altro livello rispetto a H&M, un usa e getta assai meglio cammuffato ed evidentemente più costoso, scaffali di roba che ben abbinata può regalare molte gioie, e mensole di scarpe esagerate e scomodissime, spesso talmente brutte e zarre da apparire irresistibili.

Ho selezionato 4 capi. Mi sono diretta al camerino e ho avuto conferma di quanto già sospettato da H&M: la crisi ha mietuto molte vittime, tra di esse le donnine che ai camerini dicevano che si poteva portar dentro massimo 5 pezzi. Evidentemente la aziende hanno scoperto che sul bilancio incide meno qualche capo trafugato che una risorsa umana. Ora che ci penso, anche sulla soglia di Benetton non ci sono più i negroni (nel senso vezzeggiativo, non razzista) che mi sorridevano quando passavo. La crisi ci sta togliendo anche le fantasie erotiche, in pratica.

Dicevo, sono entrata nel camerino, mi sono spogliata, ho provato il primo capo, che era una maglietta bianca con uno scollo a V avanti e dietro. Tecnicamente mi è entrata, ma era talmente deformata che lo scollo a V si era trasformato in un quasi-dolcevita. Sugli altri 3 capi, è stata una tragedia: non ci sono entrata dentro. Cioè, non è che io ci sia entrata e non si siano chiusi, che ancora ancora avrei potuto accettarlo. No, no. Non hanno proprio sorpassato la mia circonferenza fianchi. Il ché è stato fortemente umiliante. E man mano che la tragedia si consumava, tutto è apparso diverso, io son passata dal vedermi cheap&glam dei camerini di H&M, a vedermi  come una specie di Galletto Vallespluga cotto al vapore dai faretti alogeni e tutti i miei sogni fescion low cost si sono infranti contro la dura realtà: ZARA non è per me.

La beffa peggiore, è stato l’ultimo pantalone. Che era largo-largo e fresco-fresco, con una fantasia che pareva recuperata dai grand  foulard che si mettevano sui divani a fine anni ottanta. Quel pantalone lì, c’aveva pure la molla sui fianchi. Non avrei potuto immaginare MAI che non mi sarebbe entrato. E invece si è fermato, lo stronzo.

Allora, a me va bene tutto, va bene. Però ci sono un po’ di cose che vorrei dire a Zara. Vorrei dirle che so che tutte le mie amiche – non necessariamente filiformi – riescono a vestirsi da lei e io le ammiro, perché evidentemente hanno un talento di cui io sono sprovvista. Resta il fatto che se io sono una taglia 46 nel resto del mondo, in quella tua cazzo di L ci devo entrare. E se sono una 48, ci devo entrare lo stesso, stretta ma ci devo entrare. E se non ci entro, sei tu un’infame, che segni come L capi che sono M.

Vorrei dire a Zara che io la boccio. Boccio i suoi capi apparentemente fescion, i suoi elastici farlocchi, i suoi vestiti Made in Thailand troppo costosi per quel che valgono, boccio le sue scarpe che sono tra le più scomode che ci siano sul mercato, boccio le sue 4 macrotaglie, boccio la sua discriminazione adiposa, boccio il suo andare incontro a chi ha la conformazione fisica di Gollum ma non a chi ha il “corpo a clessidra”.

Che mi va bene tutto, ma non chiamarle L. Chiamale, chessò, XM.

E comunque, morale della favola: Zara, SUKA.


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Infanzie Vaginali

Oggi, a VaginaLand, il mio ufficio popolato solo da vagine, mi è stata detta, così, ironicamente, una cosa terribile. Mi è stato detto che io non ho avuto un’infanzia.

La suddetta affermazione è sorta quando ho dichiarato di non conoscere – e di non essere minimamente sedotta – da una specie di opossum bisognoso di cure odontoiatriche spinte, anche noto come STITCH, protagonista del film d’animazione Lilo & Stitch.

Ora, posto che potrebbe anche essere parzialmente vero che io ho abdicato piuttosto precocemente alla mia dimensione infantile, mi pare un’affermazione comunque avventata, considerato che scaturirebbe dal fatto che io, nel 2002, anno di uscita del film d’animazione suddetto, non mi sia scapicollata per andare al cinema a vederlo. Né, per ovvie ragioni, abbia avvertito la necessità di vederlo negli anni successivi. Tanto più considerato che no, non parrebbe nemmeno un film d’animazione trasversale, come sono andati molto di moda dai primi anni duemila. No no, parrebbe proprio un cartone animato per mocciosi, ma di quelli tristi della Melevisione, per intenderci.

A quel punto non ho potuto non chiedermi cosa guardassi, io, a 16 anni. E mi è venuto in mente che io a quell’età andavo con la mia amica Vaginaffa, che è alta e magra-magra, a vedere, chessò, Holy Smoke con Harvey Keitel e Kate Winslet, oppure altre assurdità come La Stanza del Figlio di Nanni Moretti, oppure altre amenità come La Neve Cade sui Cedri. Insuperabile, negli annali, quella volta in cui decidemmo di pagare per vedere Viaggio a Kandahar, o Kahandahar, o come cazzo si scrive.

L’aspetto più interessante di queste nostre missioni cinefile, era che tutti i film che sceglievamo venivano dati solo in un ex cinema a luci rosse, in una zona dimenticata da dio di una città dimenticata da dio, che aveva le poltroncine bassissime e affossatissime, con le file una addosso all’altra, che accavallare le gambe era roba da contorsionisti. Tuttavia, l’esperienza di Viaggio a Kandahar, o Kahandahar, o come cazzo si scrive, fu talmente estrema che io e Vaginaffa decidemmo di darci un taglio, con quella posa da adolescenti cultural di stocazzo.

La verità, per dirla tutta, è che io ho smesso molto presto di vedere i cartoni animati. Giovanissima, ho preso un caposotto per le serie tv. A 11 anni, mentre le mie amiche guardavano Sailor Moon e si innamoravano di Marzio, io mi innamoravo di Chandler Bing in Friends. E le puntate di Friends le sapevo a memoria, e ridevo come un’ossessa, e forse allora ho deciso che mi sarei sempre innamorata di uomini capaci di farmi ridere.

Per onestà intellettuale, devo ammettere di aver fruito saltuariamente delle più inconfessabili serie tv che siano state trasmesse a metà degli anni novanta. E quando dico tutte, intendo dire tutte, senza discrimine: da Otto sotto un Tetto, a Baywatch, a Willy Il Principe di Bel Air, a Beverly Hills – che tuttavia la Vagina Maestra non voleva guardassi (del resto, avevo 5 anni quando iniziò) – a Genitori in Blu Jeans, passando per Supercar e qualcosa di McGyver. D’accordo, ho sicuramente anche visto più di 10 puntate de La Signora in Giallo nella mia vita.

A dispetto delle apparenze, tuttavia, non ero una bambina asociale che si alienava di fronte alla tv. Ci tengo a precisarlo. Avevo degli amichetti, andavo in bicicletta e sui pattini, che erano una sottomarca dei FisherPrice e ciò ho fatto fatica a perdonarlo ai miei genitori (ero pur sempre una bambina esposta a sollecitazioni commerciali costanti ad ogni intervallo pubblicitario). Giocavo a pallavolo e a nascondino e quando giocavo a nascondino, mi nascondevo sempre nello stesso punto. E, per anni, nessuno mi ha mai scoperta.

E poi io, a 6 anni, ho visto per la prima volta un mostro vermiforme squarciare la pancia di un uomo dall’interno, grazie ai miei cugini maggiori, che mi hanno esposta a una visione precoce di Alien. Come minchia sarei potuta tornare a Pollon, dopo quello? Sarebbe stato come scoprire che Babbo Natale non esiste e continuare a credere alla Befana o al topolino dei denti. Non si può!

E sempre grazie ai miei cugini maggiori, a 8 anni scoprii X-files. E per me fu un’epifania. E corsi da mio padre a dirgli che c’era questa serie e che era fichissima e che dovevamo troppo guardarla. Ma mio padre non voleva che guardassi storie di fenomeni paranormali e di extraterrestri (del resto, avevo 8 anni) e finse di non apprezzare le avventure di Mulder e Scully. Solo una volta cresciuta, mi ha confessato che sapeva benissimo dell’esistenza di X-files, che lo guardava di nascosto, e che, fin quando possibile, mi aveva tenuta all’oscuro per preservare invano la mia sanità mentale.

Ma il danno era fatto, io X-files volevo vederlo e, non so come, d’un tratto la domenica sera diventò un appuntamento fisso per me e papà. E oggi, il desiderio che ho di andare a vedere Prometheus insieme con mio padre è così forte, ma così forte, che non può non affondare le sue radici in qualcosa di ancestrale. E allora io vorrei dire 3 cose, solo 3, alle mie colleghe vagine che dicono che io non ho avuto un’infanzia:

1. Per me concludere la settimana guardando le due puntate di X-files della domenica sera con mio padre, sul divano in tavernetta, per poi discuterne e confrontare le rispettive interpretazioni (caratteristica precipua di X-files era che non ci si capiva mai un cazzo), ecco per me quella è stata infanzia. E, della mia infanzia, è uno dei ricordi più belli. E non era emulazione, non era per fingere di avere il pisello e compiacere mio padre. Mio padre voleva una femmina e non mi ha mai obbligata a giocare a calcio. Io guardavo X-files con lui perché a me i loschi intrighi dell’FBI piacevano. E il bello era che piacevano anche a lui, perché siamo padre e figlia e c’assomigliamo, e se aver abbandonato il mio senso infantile del cinema e della tv mi ha portata a condividere con mio padre il gusto per qualcosa già a 8 anni, io sono ben lieta che tutto sia andato così.

2. Io ho tifato per l’amore tra Romoaldo e Fantaghirò, io ho consumato la videocassetta de La Bella e la Bestia e ho fatto anche la collezione delle figurine, io sapevo a memoria le battute di Mamma Ho Perso l’Aereo e di Mrs Doubtfire. Io avevo 9 Barbie e il camper di Tanya (che era la sottomarca della Barbie, la versione slava del sogno americano, che è una cosa che ho fatto fatica a perdonare ai miei genitori, ero pur sempre una bambina esposta a sollecitazioni commerciali costanti ad ogni intervallo pubblicitario). Io giocavo con i Polly Pocket e la Nouvelle Cuisine. E, sticazzi, io ho avuto pure Gira la Moda quindi, stronze, io la mia infanzia l’ho avuta.

3. E’ grazie a vagine come voi, che a circa 30 anni ancora sbroccano per i pupazzi, che il mondo è pieno di cazzetti convinti che a noi piacciano i peluches. Ed è grazie a vagine come voi che a vagine come noi succede di ricevere in dono i peluches, con 20 anni di ritardo, dovendo anche fingere entusiasmo per una cosa inutile, ingombrante e incapace di apportare alcun beneficio alla nostra vita. E’ grazie a vagine come voi, che vagine come noi devono spiegare che NO, non è accettabile, che non siamo bambine da tipo 15 anni, che vogliamo regali da vagine adulte, che vogliamo una borsa, un gioiello, un iPhone, oppure un massaggio, fosse anche un McBacon Menù ma no, non un cazzo di peluche!

E tremate, mie care, perché un giorno il mondo tornerà e sarà diverso, i poli si invertiranno, e sarete voi che per il vostro mesiversario riceverete una mano aliena con 4 dita!

E quel giorno, io riderò di gusto.

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Tra il bianco e il nero, c’è il Greyge

Faccio fatica a credere di essere tornata a Milano da meno di 24 ore. Faccio fatica ad accettare di aver già fatto evaporare buona parte del beneficio tratto dal weekend nella Terra Madre, la feconda Puglia, dove ad ogni incrocio continua a fiorire una rotatoria antiuomo, dove il manto stradale è ingegneristicamente concepito in stile Baghdad, dove si vede un sacco di azzurro, e di giallo, e di verde scuro e carico, di una terra brulla, arsa dal sole, secca ma straordinariamente generosa.

Ecco, io faccio fatica a credere che tutto sia già così lontano, che io sia già tornata a Milano e che Milano sia già tornata in me. E non è che io Milano la odii come la odiavo un par d’anni fa. Ormai abbiamo imparato pure ad accettarci. Ormai abbiamo capito i reciproci limiti e abbiamo cercato un modo polleggiato di combaciare l’una con l’altra, anche se non sarà mai un abbraccio, questo.

E’ solo che ogni volta che torno a casa, mi ricordo che si può vivere in così tante altre maniere. Mi ricordo che si può vivere dove c’è lo spazio, dove le case sono bi-esposte, dove c’è così tanto giardino che non ho mai usato il terrazzino della mia camera da letto e ora pagherei per averlo. Mi ricordo che si può essere facilmente i migliori con poco e che non bisogna lottare ogni cazzo di giorno per stare al passo. Mi ricordo che per quanto miserabile tu possa sentirti, ci sarà sempre un amico che ti conosce da 20 anni, o un parente, a farti credere che non è proprio così. Mi ricordo che esiste la possibilità di vivere nel recinto e che avrei potuto sceglierla, se non avessi preteso di opzionare per me medesima un recinto più grande: un recinto milanese, che rimane una cosa comunque assai diversa dalla libertà.

Ma poi no, forse non penso davvero che vorrei tornare. Penso che, in fondo, mi piace a Milano parlare con le persone e – almeno nel 50% dei casi – inciampare in una parola che non ho idea di che cazzo significhi. Come quando Zia Vagina mi ha illuminata sull’esistenza del “greyge“, che sarebbe quel colore a metà tra il grigio e il beige inventato da Armani. Ora sì, si vive anche senza sapere che esiste il greyge e, forse, un par d’anni fa, avrei impalato chiunque mi avesse parlato di “greyge“. Però ecco, era solo un esempio.

E allora io non lo so cosa sia questa cappa che c’ho oggi nello spirito. Probabilmente è quella consueta sensazione da minotauro sociale, quel sapere di essere a metà, un ibrido culturale, una cosa che non è né carne né pesce, che è un po’ entrambe, ma alla fine nessuna, esattamente come il greyge.

E allora io non lo so cosa sia questo odio di classe che mi rimonta su, ogni volta che torno. Ogni volta che guardo chi non ha dovuto dimostrare un cazzo nella vita, chi la vita ce l’ha avuta tutta in discesa, chi frigna per i non-problemi, chi ignora tutto il mondo che c’è fuori dall’eldorado consumista e anacronistico dei pezzenti arricchiti del nord.

Perché, per quanto io possa accettare Milano e per quanto Milano possa accettare me, ecco io continuo a pensare che la verità stia in tutto il resto. Continuo a pensare che la verità stia in mio zio quasi settantenne che ha lavorato a Milano da giovane e che ogni volta mi dice che, prima o poi, verrà a trovarmi e andremo a ballare insieme. E io ogni volta gli rispondo “E certo!”, solo che mio zio non ci sente più benissimo, quindi io devo urlare, per farmi sentire.

Penso che la verità stia nel primo bagno della stagione con mio padre e nel fatto che lui e la Vagina Maestra sono a dieta ferrea, per salute, come succede dopo i 50 anni. E penso che la verità stia nel fatto che in casa mia non c’era nemmeno un pacco di taralli, e che quella fosse una verità durissima, che mi ha causato sconvolgimento, che mi ha fatto confondere l’alto col basso e il bene col male.

Penso che la verità stia nei negozi che chiudono per la crisi, nelle tasse da pagare di cui si lamentano i miei parenti, nel declino di un’Italia in declino, in un’Europa in declino, in un occidente in declino, nella grande esplosione atomica di una bolla di sapone capitalista. E penso che la verità stia nel desiderio di rivoluzione che è più vivo nei miei parenti sessantenni che in noi ventenni. Penso che il crollo delle certezze turbi più loro, che se le erano costruite, di noi, che non le abbiamo mai avute.

Penso che la verità stia in mia zia che mi strappa dalle mani il pacchetto di sigarette ricordandomi tutti i casi di tumore che ci sono stati nella nostra famiglia e penso che la verità stia nel risponderle che per quelli c’è da ringraziare più l’Ilva che la Philip Morris.

Penso che la verità stia nel mio amico Braciola che ha perso la poesia, che più cresce e più si raggomitola sulle sue posizioni. Ma che, in compenso, ogni sabato mattina corre per 11 km e che mi racconta, con una partecipazione che mi scuote, che mi fa sentire in colpa, che mi riporta con violenza alle mie origini, i problemi della mia città. Che mi racconta la storia di chi, a differenza mia, è rimasto e lotta per cambiare le cose. Mentre io fumo un vurpo di superpuzzone, che sarebbe il celeberrimo hashish tarantino di infima qualità, in un venerdì notte pieno di stelle.

Penso che la verità stia nei calamari e nelle alici che mi frigge la mia zia preferita, perché la verità è che fritto è bello e su questo non ci sono cazzi.

Penso che la verità stia nei bellocci di provincia che non riescono a scambiare due parole con una vagina, se diversa, se estranea, se cicciona. Penso che la verità stia in chi confonde mezzo grammo di cocaina col divertimento, in chi non riesce a vedere l’orizzonte, anche se ce l’ha, e in chi non ce l’ha ma finge di vederlo per andare avanti.

Penso che la verità sia che quasi tutto ciò per cui la gente si sbatte a Milano, sia una stronzata e che il mondo è lì, fuori da questo microcosmo gigantesco fatto di pilates e tisanoreica e weekend in Sardegna.

Penso che la verità stia nella stanchezza della Vagina Maestra, che mi spaventa. Nei suoi occhi lucidi di chi non piange mai, di chi si fa forza da una vita e ora non ce la fa più. Penso che la verità stia nel mio leggerle attraverso quasi la metà di quanto lei legga attraverso me, nel mio stringerla, nel mio offrirle la mia forza. Penso che la verità stia nell’aver voglia di tornare, di esserci il più possibile, accettando di essere un ibrido culturale, un minotauro sociale, un innesto umano che non è né carne né pesce, che è un po’ entrambe le cose, ma alla fine nessuna, esattamente come il greyge.

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Springsteen a San Siro – Vagina c’era

h. 19.00 – Sono sul tram diretta a San Siro. Io non sono mai stata a San Siro e stasera c’è il concerto di Bruce Springsteen che a me manco piace, però m’hanno proposto di andarci aggratise e, come è noto, a Springsteen donato non si guarda in bocca.

h. 19.10 – C’è un campionario umano quanto mai assortito, del tipo “sono sfigato ma mi sento fico”. Però ci sono anche madri e figlie. Ci sono coppie. Ci sono vecchi e ragazzi. Ma più vecchi.

h 19.15  - Quando si viaggia compressi come sardine è eticamente accettabile ascoltare i discorsi altrui, familiarizzare. Io ascolto il discorso di una che racconta di aver figliato a 38 anni, dopo essere rimasta single fino a 36, quando proprio non ci sperava più, ha trovato la sua metà della mela.

h. 19.30 – Arrivo a San Siro. C’è una marea di gente, ma è tutto così grande che la folla si disperde in file lunghe ma sollecite.

h. 19.31 – Ho un desiderio feroce di salamella.

h. 19.32 – Ho l’accendino scarico e mi avvicino a una bancarella per comprarne uno, di accendino, del Milan e pagarlo 3 euri.

h. 20.00 – Sono dentro San Siro, nel mio settore.

h. 20.10 – Continuo a guardarmi intorno e i tipi alle mie spalle appendono una bandiera degli Stati Uniti.

h. 20.11 – Penso che Al Queida abbia sbagliato tutto e che, invece delle Twin Towers, avrebbe dovuto tirar giù uno stadio durante un concerto di Springsteen.

h. 20.20 – Bevo una birra

h. 20.45 – Mi accendo la prima sigaretta.

h. 20.56 – BS è sul palco da un po’ e a me, che lo conosco poco, sembra un vecchietto assai tonico che rischia le coronarie performando con grande enfasi. Però il sound riempie, non lascia spazio ad altro e ha tutta l’aria di quell’impatto al quale dopo un po’ si cede.

h. 20.58 – Mi accorgo che BS ha la mosca. Ha la mosca. Quella sotto le labbra. Quella che quando la vedi su un uomo qualunque pensi “no, daje, no”. Ecco, lui ce l’ha. Poi c’ha un polsino nero troppo gagliardo e un orecchino che a 63 anni, tanto di cappello.

h. 21.05 – BS canta My city of Ruins. E c’è tanto Rock n roll. E c’è del rhythm & blues.

h. 21.07 – Inizio a capire che BS ama il suo pubblico, perché ci parla tanto, ci parla in italiano. Lo carica. E il pubblico ama lui, per davvero.

h. 21.10 – BS ci spiega che sua moglie non c’è ma che ci saluta tutti da casa

h. 21.17 – Canta un pezzo incredibile, di cui ignoro il titolo, come per la maggior parte, che inizia con un urlato Can you feel the spirit? 

h. 21.20 – BS a San Siro è un dio e si inchina davanti ai suoi discepoli. Anzi, no. E’ molto più vicino di un dio. E’ un pastore che tiene la sua messa laica. Che avvolge e rassicura.

h. 21.29 – Tutta San Siro, e dico tutta San Siro, batte le mani a tempo di musica

h. 21.31 – BS dice che in America sono stati tempi duri. E che lo sa che pure qua non ce la passiamo meglio.

h. 21.32 – E’ quasi buio, ma non ancora del tutto. Comunque partono i primi accendini sulle note di Wrecking Balls

h. 21.39 – Quasi tutto il pubblico ha la pancia. Sono a mio agio.

h. 21.45 – Non controllo più i piedi.

h. 21.50 – Ok, d’accordo, voglio indossare dei camperos e ballare il rock n roll in un saloon del Texas

h. 21.58 – BS corre tantissimo sul palco. Ho paura che muoia.

h. 22.00 – Comunque sì, cazzo, questo concerto è un’esperienza.

h. 22.01 – Il pubblico è caldissimo. E si diverte un casino. Lo spettacolo è bellissimo, anche quello umano.

h. 22.08 – Mi sento in colpa a non conoscere un cazzo di BS, tranne Born in the USA e Streets of Philadelphia e Girls in their summer clothes.

h. 22.10 – Se uno riesce a creare tutto questo è un genio

h. 22.15 – Qui c’è un entusiasmo d’altri tempi. E ci sono un sacco di vecchi che ballano.

h. 22.19 – Il 10% del pubblico ancora seduto, si alza su Waitin on a sunny day

h. 22.20 – Un bimbo in prima fila riceve il microfono dalle mani di BS e canta Waitin on a sunny day. Le telecamere lo inquadrano.

h. 22.25 – BS è straordinariamente trasversale e trans-generazionale. Lo sa. Se ne compiace, ma in una maniera straordinariamente sana.

h. 22.40 – Inizia The River. Lui la lascia cantare al pubblico.

h. 22.45 – E’ il momento in cui l’energia è diventata struggimento. Poesia. Semplice, poesia.

h. 22.51 – Su Radio Nowhere io penso che è un inizio estate proprio fico, tutto sommato.

h. 22.56 – Mi arrendo. Non potevo non farlo. Le mie difese sono scese definitivamente.

h. 23.15 – Io sono a pezzi

h. 23.25 – Mi chiedo se San Siro sia a prova di Born in the USA

h. 23.36 – Ma quanto è bello, cazzo! E’ proprio felice. Si vede. Si sente proprio che Bruce è una bella persona, la gente lo sa, e questo paga.

h. 23.40 – Bruce, ho sonno, ti prego, smettila.

h. 23.44 – Io devo tornare a casa, spostare la macchina, preparare la valigia, farmi la doccia. Boss, per piacere, abbi pietà…

h. 23.50 – Dancing in the Dark. Il secondo anello di San Siro si muove.

h. 23.52 – Ho deciso di seguire l’alimentazione sana di Bruce e di iniziare a fare molto sport. Voglio arrivare a 40 anni come lui è arrivato 63.

h. 23.53 – Una ragazza sale sul palco e salta in braccio a BS tempestandolo di baci sulle guance.

h. 23.55 – Bruce scherza col suo pubblico. Finge di svenire.

h. 23.57 – Io concerti così non ne ho visti mai. Io non l’ho mai sentito un legame del genere tra pubblico e artista. Uno scambio ininterrotto, empatico, profondissimo, umano, paritetico. Affettuoso.

h. 00.01 – Momento di commozione per Clarence Clemons.

h. 00.04 – MINKIA!!!

h. 00.07 – Con Glory Days il pubblico fibrilla come fossero le 16 del pomeriggio, l’aria è piena, lui ha un carisma che non si può capire se non vedendolo.

h. 00.11 – Adesso suona Twist & Shout. La ficata è pazzesa ma, Bruce, io devo fare la valigia.

h. 00.13 – Sta finendo. E io capisco che no, non è esattamente nelle mie corde, ma non ha importanza. Solo adesso che l’ho visto, ho capito che ciò che questo uomo è in grado di esprimere è leggendario. Io non so spiegarlo, ma c’è qualcosa di travolgente, di mistico, di gioioso, di liberatorio, in tutto questo. Qualcosa di umano, verace, sano. L’aria è straordinariamente ricca, armoniosa, appassionata e civile. E’ una festa ed è la più grande che io abbia mai visto.

E la musica, beh, quella non consente resistenze.

Quella scavalca i confini del gusto e ti arriva, addosso, in faccia, e ti trascina, e ti fa appartenere, anche solo per un momento, a qualcosa di più grande di te.

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E’ solo buonismo. Ed è solo una briciola.

Qualche giorno addietro ho visto una fotografia del mio ex con la sua nuova vagina.

Inciampare in questi ritrovamenti è inevitabile, è puramente questione di tempo, prima o poi ci arriverai anche senza cercarli. Ci arriverai perché un tuo amico commenta una roba, perché si è tutti amici di amici, perché la socialità virtuale comune è vasta e poi la rava, e poi la fava.

Qualche giorno addietro ho visto una fotografia del mio ex con la sua nuova vagina. E no, non è stato un colpo al cuore.

Non lo è stato perché ne conoscevo già fattezze, nome, cognome e anno di nascita. Non è stato un colpo al cuore perché, proprio io, lo scorso autunno, gliela indicai come potenziale unica vagina 30enne single e chiavabile sulla piazza di Deretano, il ridente paese del centro Italia che nessuno conosce, tranne chi ci è nato per sbaglio, di cui il mio ex è ormai cittadino onorario.

Io di lei so il minimo che basta e lo so perché, talvolta, tra le informazioni pubbliche esposte su Facebook, certi soggetti manifestano aspetti reconditi della propria personalità, che  andrebbero invero occultati, tipo essere fan di Fabio Volo.

Fin dal momento in cui l’ho individuata, ho capito che aveva tutta l’aria di quella che a lui sarebbe bastata. Ed ero sicura che la cosa sarebbe stata reciproca, perché lui è un perché-no, ovvero uno con cui flirti e non trovi un motivo sensato per non dargliela. E, nella dimensione paesana, questo spesso si traduce in una relazione immediata.

No, vederli insieme non è stato un colpo al cuore. A onor del vero sono rimasta immobile, per qualche secondo, pietrificata, senza pensare nulla.

Ho guardato lui. L’ho guardato per bene. Ho osservato la sua faccia deformata in un sorriso, ho osservato il suo sguardo, chiedendomi se fosse uno sguardo felice. E mi è parso di sì, anche se “felice” è una parola grossa, ma insomma, sì, uno sguardo sereno, divertito, ecco.

Mi sono soffermata su lui, non su lei. E solo dopo ho notato che entrambi indossavano una parrucca. Lei, una parrucca fucsia che la condanna ingiustamente al vaginale ludibrio e che le varrà per sempre l’epiteto di Queen of Deretan Town. E lui, con il suo incarnato bianco-ittero, una parrucca nero corvino modello Beatles di Love me do. Piuttosto brutto, se devo dire.

Ho acceso una sigaretta mentre il mio emoti-gramma tornava lentamente a dare cenni di vita.

E mi sono accorta che non mi rodeva nemmeno il culo.

Mi sono accorta che mi sentivo semplicemente più leggera, come se tutto fosse finalmente chiaro, come se ogni cosa fosse in ultimo giunta al suo posto, come se non avessi potuto sperare in un’effige migliore per ritrarre la realtà nella sua brutale e banale chiarezza.

Era lui ad abbracciarla. Era lui a scattare la foto per immortalare il momento.

Ho pensato ai due anni che abbiamo trascorso nel tentativo di incastrarci e, per la prima volta, scioccata dalla bruttezza di quanto appena visto, ho pensato che in realtà non ci fosse proprio un cazzo da incastrare. E non l’avevo mai pensato così chiaramente, come prima di vedere quella foto. Perché il punto non era che si trattava di una foto di loro insieme. Il punto è che lui indossava una parrucca nero-corvino modello Beatles di Love me do sul suo colorito bianco-ittero, stringendo a sé Queen of Deretan Town in sindrome poser 15enne, con un adorabile visino da vagina-minkia in discesa, di quelle che probabilmente hanno una maglia o una sciarpetta con i teschietti, che vanno molto di moda in periferia. Una di quelle che dopo il cinema sa dirti che il film è “un po’ bruttino” o “proprio bellino”. Una di quelle che usano le fotografie di Audrey Hepburn come sovversiva e dissacrante icona di femminilità.

Il punto è che lui ha scelto la vagina che va al concerto dei Modà. E che io, con la mia discografia ammirevole, mi ci posso pulire ambiti orifizi.

Il punto è che mentre io a dicembre provavo questo, lui  aveva già la sua vagina col tatuaggetto, non hai mai pensato a un tatuaggetto, la tua amica sfoggia un tatuaggetto, corri corri a farti un tatuaggetto, d’improvviso hai bisogno di un tatuaggetto.

E tutto ciò non farebbe una piega se io per mesi non avessi preteso di considerarlo un’entità più unica che rara, mezza cazzetto, mezza dio. Tutto ciò non farebbe una piega, se io per mesi non mi fossi fustigata cervello, e cosce, e anima nel mio senso di inadeguatezza e di colpa. E invece no. No. No, perché senza nulla togliere all’affetto che provo per lui, non ero io ad essere inadeguata. E mi serviva il felice incontro di due parrucche oscene per comprenderlo.

Il punto è che lui ha fatto la scelta più intelligente da fare, come scegliere un’utilitaria in tempi di crisi.

E mentre egli sfoggia impareggiabile buon gusto, estetico ed umano, selezionando outfit appropriati al suo rinnovato e più compiacente stile di vita, io posso proseguire serenamente con la mia stronzaggine, il mio egoismo, la mia presunzione, la mia cecità, il mio pathos, la mia unilateralità, la mia aggressività, la mia ottusità, le mie risate e le mie cazzo di lacrime. Amando ogni mio spigolo, perché io posso, perché io ne sono all’altezza.

E ho solo una briciola di buonismo che mi fa odiare questa posa da “io sono io e voi non siete un cazzo” che assumo in questo momento. Ma non riesco a farne a meno.

E, del resto, è solo buonismo. Ed è solo una briciola.

Quando mi andrà, forse fingerò di essere una persona migliore. Non butterò più i mozziconi per terra, non dirò più parolacce, non sarò più polemica, diventerò vegana, andrò in giro in bicicletta per non inquinare e smetterò di sentirmi stocazzo.

Per ora, francamente, proseguo.

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Non-Reso Sentimentale

I cambiamenti mi stressano e il peggiore di tutti, per me, è il cambio di stagione.

Posto che il “cambio di stagione” è uno dei valori fondamentali che la Vagina Maestra ha tentato di inculcarmi fin dalla più tenera età, insieme ad altri capisaldi formativi come: “bisogna essere sempre in ordine e con la biancheria coordinata, perché non si sa mai”. Dove con “non si sa mai” la Vagina Maestra non pensa tanto a un incontro fortuito e passionale con Rocco Siffredi, quanto piuttosto  all’eventualità che si possa finire in ospedale e non sta bene averci i calzini bucati, per esempio.

Per me l’idea di affronare il mio 4 stagioni armata di buona volontà, razionalità e pazienza, in quanto ontologicamente sprovvista di questa magica triade di ingredienti, è spossante. Lo farò, perché ho da farlo, perché non posso continuare a fingere che il cielo non abbia assunto la sua consueta nuance estiva cappa-di-merda, che l’asfalto non stia iniziando a sciogliersi nelle ore di punta, che l’aria non si stia riempiendo di moscerini e zanzare, che sui mezzi pubblici non ci sia un puzzo di umanità che nemmeno al mercato di Calcutta. Non posso continuare a fingere che a Milano non sia arrivata l’estate, in sostanza. Ma che si sappia: mi pesa. Più ci penso, più mi svanga le ovaie l’idea di essere lì a spulciare l’invernale, a rinvenire capi di cui avevo totalmente perso la memoria, dividerli per colore e destinarli al processo lava-stendi-raccogli-stira-conserva.

Il ché non sembrerebbe così difficile se non ci fossero i capi ambigui, che ostacolano il potere ordinante del mio pensiero, che sono mezzi estivi, mezzi invernali. E poi c’è il “capo delicato”, che più semplicemente è il capo che non ho idea di come minchia si lavi, che va quindi destinato alla lavanderia. E, di solito, nel bel mezzo di questo caotico processo generatore, in cui io non esisto più e intorno a me c’è una broda primordiale di indumenti, di tutte le stagioni letteralmente esplosi sul letto e sul pavimento, ecco, lì c’è il rischio di un attacco di panico. Che è un po’ come quando hai 7 anni e sei al mare e stai nuotando con tuo padre al largo, verso la boa. Ecco, non puoi farti venire l’ansia a metà strada, perché non puoi tornare indietro ed è più vicina la boa della riva. Succede qualcosa di simile, quando capisci che ormai sei condannata a portare a termine ciò che hai iniziato.

Inoltre, c’è un’altra questione che mi perplime nel cambio di stagione: il Non-Reso Sentimentale.

Con Non-Reso Sentimentale ci riferiamo a quella quantità variabile di indumenti maschili riposti negli anfratti della nostra camera da letto, che son lì, un po’ mischiati con i capi nostri, un po’ racchiusi nei cassetti deputati, lasciati lì per i posteri dai nostri ex, quando per periodi di tempo più o meno circoscritti si è condiviso lo stesso spazio, lo stesso letto, la stessa vita.

Il Non-Reso Sentimentale rientra nella macrocategoria dei Residuati Emotivi che include tutti i regali ricevuti, gli acquisti fatti insieme e la gadgettistica post-vacanze condivise. Uno sterminio di cianfrusaglie più o meno inutili, che solo all’ennesima storia finita male la vagina inizia a capire che no, che quando andrà in vacanza per la prima volta con un nuovo amore se mai ci andrà, NON comprerà alcun souvenir, alcuna minchiata iperglicemica e dozzinale che, oltre ad essere di pessimo gusto, poi resta lì, in casa, e anche se la chiudi nel mobile prima o poi salta fuori, quello schifo di tazza di Parigi spezzata, che si completava solo affianco alla tazza che c’ha lui, che è proprio concettualmente un’idea tremenda evidentemente assecondata solo sotto un abuso di endorfine tipico degli albori di un amore. Ma NO. Non si fa, perché sono oggetti brutti e perché tanto la relazione prima o poi finirà e l’ottimismo romantico da primi mesi, non paga sul lungo periodo.

E mi sono sempre chiesta cosa bisogna farci, con i Residuati Emotivi. A 20 anni li ho chiusi in una busta e li ho messi in fondo all’armadio della mia cameretta. A 23 anni ho lasciato tutto dov’era, tanto ero io che me ne ero andata per sempre. Ma adesso, che ho 26 anni, e vivo da sola e non nella reggia di Versailles, non so cosa farci con tutto questo Non-Reso Sentimentale, con tutte queste t-shirt e queste felpe che sono il più lauto lascito delle mie relazioni. Potrei buttarle, ma mi esporrei al pubblico linciaggio del condominio, che qui si fa la differenziata e si fa bene. Potrei trascinare tutto fino a uno di quei raccoglitori di indumenti per i poveri, che sarebbero comunque ben lieti di indossare una Felpa della Longobarda, piuttosto che una t-shirt con su scritto “How to pic up hot chicks”. Oppure potrei impacchettare tutto e rispedirlo ai legittimi proprietari, ma ho sempre pensato che sarebbe stata un’eccessiva manifestazione di importanza da parte mia.

Persa nel dilemma, mi preparo a una nuova settimana, profondamente soddisfatta all’idea di aver saputo procrastinare il cambio di stagione anche per questo weekend. Di conseguenza, se incontrate una in eco-pelliccia di cincillà in giro, beh sì, sappiate che sono io.

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