Sto lavorando un sacco in questi giorni, che sarebbe la traduzione forbita di ciò che di solito intendo quando uso espressioni come “mi stanno aprendo il culo” o “mi sto facendo il culo a paiolo“, posto che esiste anche la versione “culo a tarallo“, che è molto in voga dalle mie parti ma che qui, implicando l’idea dei carboidrati, non credo possa essere compresa.
Sto lavorando un sacco e, tra isterismi vaginali, illogicità e battibecchi, di fatto sto partorendo, allevando e vedendo prender forma a una caterva di attività molto fiche (quale sia il mio lavoro non è dato saperlo, se anche lo dicessi, non si capirebbe). Ma io, che sono terrona inside, ho sempre paura di dire che sono contenta, o che sto bene, o che – effettivamente – sto seguendo dei progetti che dopano il mio ego al limite della molestia. Ho sempre paura di dirlo perché una delle poche cose in cui credo è che la gufata sia sempre in agguato, nascosta dietro un volto apparentemente cordiale. Quindi, come dire, ostento le mie piccole e insignificanti soddisfazioni solo con quelle persone che sono sicura, ma proprio sicura, mi vogliano bene. Del resto, sono cresciuta con la Vagina Maestra che m’ha insegnato che se c’è una cosa di cui aver paura è l’invidia (salvo che non ho mai capito cosa minchia potesse esserci da invidiare in me), per essere brutalmente scalzata un decennio dopo da Manuel Agnelli che m’ha insegnato che “se c’è una cosa che è immorale è la banalità”. E anche con la Vagina Maestra della Vagina Maestra, la meta-vagina, se vogliamo, che quando ero un’infante mi toccava la fronte bisbigliando delle cose che non capivo. Pare mi facesse il malocchio. Non che mia nonna fosse una fattucchiera del ’400, ci tengo a precisarlo. Tuttavia io, che sono sua nipote, resto piuttosto scaramantica, come dire.
Per esempio, sentimentalmente: anni addietro, se vivevo un periodo LEGGERMENTE più sereno, in coppia, e mi concedevo il lusso di dirlo, di farne menzione, solo sotto specifica domanda del tipo: “Ma come va con cazzetto3?”, ecco, se osavo rispondere qualcosa come “Ma bene, è un periodo sereno, stiamo molto peace & love” era sostanzialmente dimostrato che di lì a 5 ore avrei scoperto un paio di corna fotoniche con una tardona di Novara o con una psico-modella di paese con due nespole al posto degli zigomi. Solo ora, tuttavia, a distanza di anni, mi rendo conto che probabilmente era solo dio che mi puniva per aver usato l’espressione “peace & love“.
Ad ogni modo, dicevo, ho imparato a non espormi mai più di tanto, a non credere alle cose belle finché non c’ho fatto all’amore e anche un po’ di coccole brutali dopo. Ho imparato a condividere il buono solo con chi sa ascoltarmi quando parlo e guardarmi mentre parlo. Ma ho impato talmente bene che quando la gente mi chiede, così, per cortesia: “Come va?”, io non riesco a rispondere “Bene“.
Anche perché, tecnicamente, mi capita 1 volta a semestre di pensare che le cose vadano bene. Per iscritto riesco ancora a mentire, a scrivere “A me tutto bene, a te?”, ma a voce non ce la faccio proprio. Cioè, potrei più agevolmente sopravvivere a 5 minuti di cross trainer in palestra, piuttosto che rispondere “bene” quando la gente mi chiede come sto. Non è che io stia male. Ma non sto nemmeno bene. Allora, per onestà intellettuale estrema, che però non sfoci nell’antisocialità, ho elaborato una serie di risposte creative, tendenzialmente false ma che donino una venatura cupa all’ottimismo ipocrita della risposta. Per esempio: ”Mah…abbastanza bene”, ”Mah…piuttosto bene, grazie”, ”Mah…discretamente, dai”, “Normale”.
Mi capita di rispondere “Benissimo”, solo se sto davvero di merda.
In sostanza, come tutti, non dico mai la verità. Nessuno dice mai la verità. Solo una volta mi è successo di chiamare una persona, un cazzetto, per lavoro, e di chiedergli a inizio telefonata “Come va?”, per sentirmi rispondere “Abbastanza demmerda, grazie!“, con un sorriso. Naturalmente, me ne innamorai. Di quel cazzetto. Forse per 1 ora, ma me ne innamorai perdutamente.
Ne parlavo proprio ieri con chic-vagina: la società non è pronta a una risposta minimamente deviante rispetto al “Bene”, punto. “Bene”, liscio. Socialmente si richiede che tu risponda a una domanda che non è una domanda, facendo ricorso a una compiacente e rassicurante bugia. Ed ecco che, immancabile, arriva un turbato: “Perché? Cosa è successo?”. Nulla, non è successo nulla. Cosa vuoi che sia successo? Non ti ho mica detto che ho voglia di recidermi la giugulare. Anzi, ti ho detto che sto “piuttosto bene”.
Tutto questo per dire che sì, che non sto bene eh, che sono stanca, accaldata, mentalmente prosciugata, sottopagata e sfruttata, ma che sì, sto lavorando un sacco e sono in piena Sindrome da Rampantismo Vaginale, alla quale ero convinta che sarei scampata a questo giro. Essendo un anno più vecchia, un anno più saggia, un anno più grassa, avendo ormai imparato che lo stakanovismo non paga, che i complimenti alimentano la vanità ma non comprano una borsa miu miu (e nemmeno una carpisa), che il miglior capo è quello che fa fare il capo a te, mollandoti due milioni di responsabilità per mille euro al mese, mentre si imbarca su un volo per Singapore (viaggio di piacere, of course), ecco ero convinta che ne sarei uscita indenne, a questo giro.
E, invece, manco per il cazzo. Ho resistito finché ho potuto e poi ci sono cascata, mi sono prostituita alle pretese anali della bancarella del lavoro italiana (parlare di “mercato del lavoro italiano”, a mio avviso, sarebbe eccessivo). Ma ci sono cascata, nella Sindrome da Rampantismo Vaginale anche per una forma di masturbatorio narcisismo, ci sono cascata perché mi innamoro delle mie idee e poi mi sposso per vederle realizzate al meglio, ci sono cascata perché questo è il mio pass-partout per continuare ad essere terrona, cicciona e arrogante: essere brava in quello che faccio, che non si capisce bene cosa sia, però so farlo.
E quindi sono partiti i soliti gesti inconsulti, come indossare tacchi alti per una giornata intera a sbattersi per Milano, tra 3 riunioni con tutti i santi e le madonne; come rimandare un negroni in nome di un meeting report dettagliato, come quando l’adrenalina ti sale e tu continui a produrre e sotto stress lavori meglio e dal blackberry non ti stacchi e pensi che stai crescendo e pensi che gestisci delle persone e pensi per un secondo che forse sì, forse il gioco può valere la candela e che tutto quello che hai fatto e quella saudade che ti porti appresso per essertene andata, tra pancreas e intestino, ti stiano del resto rendendo una professionista (della fuffa) per davvero. E poco importa che inizi a parlare metà in italiano e metà in inglese, che è una frontiera ben oltre l’abuso dell’inglesismo. E poi sì, ormai lo so, che il lavoro è solo lavoro, che tutto questo in realtà conta un cazzo, che per il lavoro non bisognerebbe mai esaltarsi e mai deprimersi troppo, che siamo e restiamo la canticchiante e danzante merda del mondo, che ci vuole pazienza, come dice la Vagina Maestra, ecco, io tutto questo ormai lo so. Però, quando porto a casa 2 o 3 fanta-risultati, quando ho i miei inutili suzzessi che non cambieranno le sorti del mondo, anche se ho paura che mi accada qualcosa di tremendo di lì a un’ora, non riesco a non sentirmi veramente fica.
E mentre sono lì che penso tutte queste minchiate, i piedi mi fanno un male furioso, e anche se sono la più alta, alla fine della riunione, che è andata bene, c’è una parte di me che non smette di chiedersi perché io non sia a cucinare torte in una masseria nella gravina, sposata a un uomo forte e semplice, che ogni notte metta le sue mani ruvide sul mio corpo liscio di scrub.
Ma è una domanda retorica, lo so.
E lo so che la verità, accettabile e infima, è che questa vita qui, sui tacchi, nell’afa, a uscire dall’ufficio tardi, a salire in taxi facendo chiacchiere grossolane con il tassista prima di interromperlo per chiamare i miei genitori, per farmi lasciare al Frida, che arrivare al Frida in taxi ha un ché di blasfemo, bere due negroni, rientrare a casa alle 23.30, farmi una doccia con la schiuma ammorbidente che mi lascia profumatissima, accendere il pc, ascoltare Morrisey mentre fumo l’ultima sigaretta e andarmene a letto, ecco forse era – a grandissime linee – ciò che per me stessa avevo scelto.
Dovrei solo guadagnare il doppio e pesare la metà.
Forse lì, alla domanda “Come va?”, potrei rispondere “Quasi bene“.
p.s: per tutto quanto appena detto, apparirà chiaro che pubblicare questo post per me è un tentativo estremo di esorcizzare le mie superstizioni. Pregherei pertanto i miei più accaniti detrattori di non maledirmi. Ho già i miei problemi. Per esempio, un’esplosine atomica di cellulite su cosce e culo, che non avevo mai avuto e che non so come gestire. Cordialmente, Vagina.





























