Archivi del mese: luglio 2012

Normale, brasiliana o totale?

Ogni volta che chiamo l’estetista per prenotare un appuntamento e ci dico che voglio fare baffetti, sopracciglia e inguine, quella mi pone questa domanda esistenziale: normale, brasiliana o totale?

Ambarabà Ciccì Coccò, 3 cerette sul comò…

Che io sono tipicamente in giro, magari in coda alle Poste a pagare una multa, e provo sempre un leggerissimo imbarazzo a mettere a conoscenza i presenti della foggia che assumerà l’area più sacra del mio corpo.

Perché a Milano è così. Sono professionali e sono precisi. Per ogni pelo estirpato il prezzo aumenta. Loro hanno da saperlo in anticipo, perché gli appuntamenti si prendono fitti fitti, e noi vagine impegnate nella lotta contro la natura pilifera, veniamo stipate una dietro l’altra, nel corso delle ore, come in un’alienante catena di smontaggio ordita per abbattere la tirannia del pelo superfluo.

Premetto che io mi sono a lungo concettualmente opposta alla moda della patata glabra, per una serie di ragioni tra cui la principale è che scosciarsi ignude di fronte a una sconosciuta per farsi spalmare cera bollente e farsi strappare via i peli dalla parte più delicata del nostro corpo, mentre magari quella cerca di distrarci raccontandoci dell’ultimo disco di Biagio Antonacci, è un’esperienza davvero brutta e dolorosa. Che poi c’è quelle che ti dicono “Non ti irrigidire” e tu vorresti rispondere “Sì, hai ragione, in effetti sentire che armeggi a cavallo tra piccole e grandi labbra armata di colla e strisce di carta è rilassante quasi quanto fumarsi un personal di White Widow ascoltando i Porcupine Tree, c’hai ragione, scusa”.

Non che le altre tecniche depilatorie siano molto migliori: io con le creme non je la faccio, non c’ho pazienza, puzzano e non mi tirano via tutto. E il rasoio è un martirio.

Poi, per carità, depilarsi l’inguine è importante, non è che stiamo dicendo di fare i dread alla passera, sia chiaro. Ma la prima volta che ti metti a 4 zampe sul lettino dell’estetista per farti depilare tutto-tutto, e quella non può dirti “mettiti a pecora” quindi ti dice “mettiti a cagnolino”, tu senti chiaramente di stare sacrificando tutta la tua evoluzione femminile in una maniera profondamente turpe, sull’altare dell’estetica pornografica, e non sai nemmeno tu bene il motivo per cui lo stai facendo, e invochi lo spirito di Patti Smith che non si fa nemmeno i baffi e le chiedi di perdonare la tua momentanea prostituzione all’epilazione massificata e capitalista.

Personalmente, dopo essermi depilata, sento un forte moto di zoccolaggine inside. E ho capito che dipende semplicemente dall’esigenza morale di legittimare la sofferenza subita con almeno 30 minuti di sapiente cunnilingus. Perché fare tanta fatica per mettere in ordine una cosa che nemmeno si vede è scelta razionalmente incondivisibile. Poi, per carità, quella fatica la facciamo, perché hai visto mai che inciampi in Javier Bardem  e c’hai le balle di fieno sull’inguine? No, non va bene. Resta il fatto che noi vagine, a tirarci via i peli in quel modo, viviamo in una condizione di perpetuo credito sessuale nei confronti della società. Che si sappia.

Tecnicamente esiste 1 solo mese dell’anno durante il quale ha senso procedere con una depilazione drastica: agosto. Ad agosto si va al mare, e al mare c’è da star serene, non possiamo preoccuparci che qualcosa sbuchi dai succinti costumi da bagno. E sapere di non avere il becco d’un pelo lì dove dio voleva li avessimo, è un grande vantaggio. Per tutto il resto dell’anno trovo che rispondere “normale” all’estetista sia una scelta più che accettabile e poi, diciamocelo su, non è che la “totale” se la possano permettere proprio tutte e in molti casi lasciare un po’ di spazio all’immaginazione non guasta.

Capisco che molte propugnano l’evirazione pilifera pensando che così, avendo tutto sott’occhio, i maschi possano scoprire i misteri dell’Area 51 e poi trovare il clitoride più facilmente, ma in quel caso suggerirei di cambiare maschio. O di aiutare l’Indiana Jones della vulva in modi assai meno dolorosi e innaturali.

Senza contare che, a mio avviso, all’uomo vero il pelo piace. Perché il sesso più sano è scomposto, spregiudicato, brutale e primitivo. Il sesso migliore ci riduce a pelle e respiro, istinto e sudore, ci avvicina tantissimo agli animali, annienta la consapevolezza e la razionalità. E’ empatico più che estetico. E un vero maschio, di fronte al più succulento dei nostri solchi, non può che pensare al nostro piacere, attraverso il quale sublimare la sua eccitazione. E dovrebbe badare poco, assai poco, a quanto irsuto è il nostro pube, curandosi assai più della partecipazione che il nostro corpo manifesta di fronte alle sollecitazioni che ci propina.

E se un cazzetto fa troppo lo schizzinoso, si vede che non è molto virile. Del resto, Moana Pozzi ce l’aveva pelosa.

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La Vagina e la Grande Industria

Amo Taranto con quell’ostinazione cieca con cui si amano gli uomini stronzi, sbagliati e ignoranti.

Pare che chiudano l’Ilva di Taranto.

Il ché, alla percezione di un tarantino, suona meno verosimile di quando Raffaella Fico mise all’asta la sua verginità, prima di farsi presuntamente fecondare da calciatori.

Per i non addetti ai lavori, l’Ilva sarebbe questa fabbricona che impiega in parte il popolo tarantino e in parte una caterva di paesani, che spesso poi hanno 12 palazzine e 400 ettari di terra, ma questo è un dettaglio. Perché al sud non c’è la piccola imprenditoria. Al sud non c’è la “fabbrichetta“, che è una parola squisitamente lombarda, triveneta al massimo. Al sud noi abbiamo il mostro siderurgico, bene che vada. Giganteschi apparati macina-esistenza, che fagocitano tutta la bellezza e la salubrità del territorio in cambio di qualche migliaio di schiavi che per 1000 euro al mese mandi avanti il baraccone.

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Appena ho letto il titolo della notizia, sono stata felice. Felice come quando ho vinto 2.500 euri al Bingo o come quando ho parlato nell’orecchio a Manuel Agnelli.

Ho immaginato migliaia di persone riversate in strada, nude a farsi il bagno nella fontana di Piazza Ebalia, a brindare per questa temporanea vittoria dell’ambiente, della salute, della vita, della legge, della giustizia su decenni di violenza, di abusi e di connivenze.

Invece, ho letto di migliaia di persone in strada per difendere l’Ilva. Anzi no, per difendere il posto di lavoro.

Sai, devono mantenere le famiglie.

Sai, devono farsi “mettere le marche”.

Sai, la rata della macchina.

Sai, lo stipendio sicuro.

Sai, il mutuo.

E allora ho pensato. Ho pensato per tutto il giorno. Mi sono posta il problema. Non volevo essere un mostro, non volevo pensarla da stronza. Non ho smesso di pensarci per tutto il giorno e, uscita dall’ufficio, ho chiamato i miei cugini, che all’Ilva ci lavorano.

Che all’Ilva c’aveva lavorato pure mio zio, che faceva i turni di notte e straordinario a nastro, che non era facile campare in 4 con uno stipendio. Che mio zio è uno che, così, parlando di politica, può snocciolarti senza remore frasi del tipo “Il problema è che è caduto il Muro (di Berlino)”. E’ un nostalgico, per così dire. Naturalmente, però,  lo dice in dialetto, perché in dialetto tutto suona straordinariamente più efficace. Mio zio è stato un grande lavoratore e ora, che percepisce la sua meritatissima pensione, ha sempre qualcosa da pittare: un cancello, un muro, una staccionata, delle sedie da giardino. Ed è uno di quelli vecchio stampo, c’ha quella tempra che gli uomini d’oggi non hanno più, che pure che c’ha quasi 70 anni col cazzo che si fa aiutare. E quando bestemmia, se la prende con San Procopio, che io non sono nemmeno sicura che esista, tale San Procopio, ma questo forse l’avevo già scritto da qualche parte.

Comunque, dicevo, quando mio zio ha lasciato l’Ilva, classiche storie di terroni, ci sono entrati i miei due cugini, che ci stanno dentro da quando io avevo ancora i capelli corti e gli occhiali con la montatura dorata e le lenti rotonde. Allora io, dopo il lavoro, ho fatto sta telefonata. C’ho chiesto com’è la situazione, cosa succede, come stanno, se sono preoccupati. Ho chiesto cosa ne pensano. E non è che non siano preoccupati, e me l’hanno detto che è un casino perché se davvero chiude, restano a terra 20.000 famiglie. Però entrambi m’hanno detto che vedranno come si mettono le cose e che, alle brutte, s’arrangiano e che qualcosa da fare la trovano. Anche a costo di andare. O di mettersi proprio. O di inventarsi un mestiere. Allora io c’ho detto che sono persone in gamba, che è ciò che penso, e poi, ho aggiunto, Tyler Durden diceva che perdere il lavoro è una cosa auspicabile, perché significa avere finalmente la possibilità di concludere qualcosa nella vita.

Poi abbiamo chiuso e io ho continuato a pensare.

Ho pensato a lungo. E sono giunta alla conclusione che l’Ilva bisogna chiuderla. Che la cosa giusta è questa. Che tutte le vie di mezzo sono beceri mezzucci per perpetrare lo status quo. Che la salute e la vivibilità del territorio non devono più essere disposti a scendere a compromessi. Che se l’Ilva resta aperta, nulla cambierà perché no, non è vero che gli impianti si metteranno a posto e ringrazio Vendola delle sue dichiarazioni, della sua ipocrisia, perché sa smuovermi l’intestino come nemmeno il Bifidus Essentius.

Ho pensato che l’Ilva bisogna chiuderla e che tutte le conseguenze sono solo un effetto collaterale del cambiamento.

Ciò che le autorità devono fare, se son degne di tal nome, è chiuderla.

E ciò che i tarantini devono fare come popolo, se son degni di tal nome, è reinventarsi.

E non si può sempre pensare che in nome dello stipendio fisso sia lecito uccidere il prossimo. E’ inumano difendere una mostruosità come l’Ilva, voglio dire che è quasi come quelle mogli che non crepentano di mazzate i mariti che di notte stuprano i figli.

Non vi è civiltà nel difendere l’Ilva. Non vi è dignità. Non vi è intelligenza. Mi spiace dirlo, mi spiace davvero, ma è così.

Forza e coraggio. Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo, come forse in tutti. Ognuno fa il meglio che può, con i mezzi che ha. Ognuno si mette il culo in batteria e cerca di restare a galla. Magari fa le valige e se ne va, a 1000 km o a 10.000 km. Ognuno resta e combatte, e vive con il terrore di scoprire da un giorno all’altro che a sé, o a qualcuno dei propri cari, restano pochi mesi di vita.

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Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo e, per quanto mi riguarda: armatevi di zappe, armatevi di cazzuole, armatevi di pinze e di reti da pesca, armatevi di farina e olio di gomito, armatevi di inventiva, evolvetevi o tornate indietro, fate un po’ il cazzo che vi pare, ma lasciate che il mare torni ad essere mare, che l’aria torni ad essere aria, che la terra torni a dare i suoi frutti e che quei frutti siano commestibili. Lasciate che le cozze non siano più radioattive e che nel latte materno non ci sia più la diossina. Cogliete questa opportunità e concludete qualcosa nelle vostre miserrime vite. Perché se voi scendete in piazza, perché dovete pagarvi l’abbonamento alla 3 per permettervi un iPhone 4s che non sapete usare, siete complici di un delitto. E siete talmente ignoranti da non comprendere che questo è fraticidio e voi siete delle meretrici asservite a un potere che vi mastica e vi caga via, con le vostre metastasi, da 50 anni.

Quello di oggi è un cambiamento. Ed è un cambiamento in positivo. Non perché sapere che 20.000 famiglie restano senza lavoro sia una cosa buona. Nemmeno Borghezio potrebbe affermare una tale assurdità. Ma la situazione in cui Taranto vive è così vergognosa che anche un dramma occupazionale è un successo. Perché alla disoccupazione il rimedio c’è, basta cercarlo, basta essere disposti e pronti a trovarlo. Alla malattia, a quel genere di malattia per cui ogni tarantino ha almeno un morto prematuro in famiglia, la soluzione non c’è.

Ed è per la memoria di chi è schioppato a 30, 40, 50 anni, andandosene in un 1 mese, o dopo anni di sofferenze atroci; è per la memoria di chi ha lasciato mogli, mariti, bambini, di chi non ha fatto in tempo a vedere i nipoti o ad accompagnare i figli all’altare; è per la memoria di tutte queste persone che dovreste guardarvi in faccia e farvi delle domande che vadano due centimetri più in là delle vostre natiche. I vostri figli non valgono più di quelli che non hanno più un padre o una madre, grazie all’inquinamento prodotto dalla vostra meravigliosa industria. E se voi non siete capaci di dare alla comunità nemmeno una briciola di onestà intellettuale, forse non è un caso che tremiate di fronte alla selezione naturale.

E certo, non è soltanto l’Ilva. Sì, c’è l’Eni, ci sono gli inceneritori e tutto il piscio che per 50 anni ci siamo presi in faccia, pur di avere qualcuno che ci dicesse cosa fare. Sì, certo. Ma da qualche punto, magari, partiamo.

Io non lo so se ci siano state manifestazioni di sostegno in città, i media non ne parlavano. Però quello che è successo oggi a Taranto, un popolo sano, lo avrebbe festeggiato. Lo avrebbe celebrato come una rinascita, come una liberazione, come un’occasione per ripartire, per crescere, per sforzarsi e cagare sangue a costo di diventare migliori.

E sì, certo che mi dispiace per le persone che rischiano di dover rimettere tutto in discussione, di entrare in un periodo nero della propria vita, certo che mi si stringe il cuore perché tutto avrebbe potuto essere più facile e invece è sempre difficile. Certo che mi dispiace per i padri che non sapranno come crescere i figli, per la depressione che ci sarà, per chi a 50 anni non avrà gli strumenti cognitivi per evolversi. Ma il mondo cambia in fretta e bisogna tenere il passo, anche a 50 anni. E, se mai fosse, mi auguro che queste persone siano aiutate. E mi piacerebbe tantissimo che fosse Riva a pagare di sua tasca, un vitalizio minimo a ciascuno degli operai. Mi piacerebbe che chi si è ammalato o chi è stato esposto al rischio di malattie (tipo 300.000 persone) fosse risarcito dal grande padrone. E mi piacerebbe che Riva fosse tenuto senza mangiare e senza bere per tanti giorni, quanti sono gli operai morti nella sua fabbrica.

E certo che mi dispiace per i miei cugini, per i giovani, per chi aveva scelto un compromesso pur di non lasciare la propria terra e la propria famiglia, facendo un lavoro tecnicamente di merda, per non andare, per esserci, per lo stesso amore che provo io per quella città immonda, ormai così lontana.

Mi dispiace per tutte queste persone. Ma mi dispiace molto di più per chi non c’è più.

E ciò che preferisco pensare, in realtà, è che ci sarà crisi ma che attraverso la crisi si cresce.

E, se vale per gli individui, può valere anche per la collettività.

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Dici che

Dici che confondo ciò che faccio con ciò che sono.

Dici che a volte siamo solo quello che riusciamo ad essere.

Dici che non devo imbastardire la mia storia. Che devo spogliarmi di me. Che devo tirar fuori le mie anime peggiori.

Dici che devo parlarti.

Dici che non ho pietas per chi non tiene il mio ritmo.

Dici che in me c’è del livore.

Dici che sono così-brava-per-i-miei-26-anni.

Dici che non devo svendermi.

Dici che no, che sola nun ce resto.

Dici che sono metodica e determinata in quello che mi interessa.

Dici che il vero valore aggiunto lo abbiamo quando impariamo qualcosa.

Dici che ho tanti registri e che tanti altri dovrei averne.

Dici che sono sentimentale senza esserlo.

Dici che il pezzo sulla Tommasi era un pezzo da magazine.

Dici che ti sorprendo perché so che i Ritmo Tribale stavano con la Mescal.

Dici che sono impaziente.

Dici che la differenza tra me e gli altri è che quando gli altri hanno qualcosa che non va, fanno finta di niente.

Dici che devo guardarti fitto fitto. E non aver paura.

E io paura non ho. Perché mi sento a casa.

Perché divorandoti gli occhi, per qualche ora, sento di essere. Niente di buono, niente di cattivo. Niente di giusto, niente di sbagliato.

Sento che respiro. E che il respiro mio si confonde col respiro tuo.

In un adesso diluito, che dura finché la pelle non si spegne esausta.

E io svanisco.

E quando mi sveglio sono la stessa.

Con un po’ di pietas in più.

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Dello scopare, piangere e litigare

Mi sono accorta che ci sono 3 cose nella mia vita che non faccio più: non scopo più, non piango più, non litigo più.

Approfondiamo:

1. Non scopo più

Il primo campanello d’allarme è stato qualche giorno fa, quando – complice il premestruo – ho dato una rispostina al vetriolo a una collega, che poi si da il caso sia il mio capo, e ho pensato che mi sarei detta da sola “E fattela ‘na scopata!!!“. La conferma l’ho avuta lo scorso weekend quando me so comprata na torta Cameo allo yogurt solo per me e me ne sono svangata mezza in una giornata. E io non sono quel genere di vagina che ama i dolci. Era un segnale chiarissimo.

Evitando i sofismi vaginali, ho deciso di andare a ritroso con la mente alla ricerca dell’ultimo coito che mi ha vista partecipe. Questa è un’operazione sempre rischiosa, da farsi, quando non si ha una vita sessuale tecnicamente scintillante e/o ricca, perché vuol dire esporre se stessi alla quantificazione, vuol dire identificare un numero, un numero preciso che segna un tempo, quasi sempre lungo. E così, scavando tra viaggi di lavoro, cene con amiche e papabili collaboratori per eventuali progetti, sono risalita al mio ultimo contatto con un pene, inteso come organo genitale. Due mesi. Beh, 2 mesi non è tantissimo, dai. E non è nemmeno poco.

Tuttavia, ho cercato di contenere l’allarmismo e di non urlare alla frigidità. Ho cercato di prenderla con filosofia. Va bene, non mi capitava dal 2006 di stare immacolata per due mesi, è vero, se continuo così mi ricresce l’imene e dovrò ricominciare a leggere Cioè per capire che per farlo la prima volta devo essere pronta, aspettare quello giusto, non sentirmi condizionata, che insomma bisogna proprio farlo perché si è innamorati o per sincera e consapevole voglia di uccello. Occhei. Ricomincerò a guardare Dawson’s Creek, a odiare Joey Potter, a chiedermi perché il padre di Dawson sia il nipote di Sylvester Stallone e perché sua madre sia conciata come una rubata a una sit-com anni ’80 pur essendo una serie del 2000.

Per intenderci, l’altro giorno ero in motorino con Zia Vagina e le ho chiesto: ”Secondo te, la fellatio è come andare in bicicletta o sciare? Cioè, una volta che hai imparato mica la dimentichi, no?”. Zia Vagina ha riso e ha confermato che non si dimentica, al massimo ci si arruginisce un po’. Alché l’ho resa partecipe della mia recente castità e lei mi ha chiesto, così, semplicemente: “Ma perché?”

Good question. Perché?

Ora, posto che una vagina, anche una vagina-bidone, che di solito è quella vagina sessualmente inappetibile, emotivamente profonda, colta, piena di interessi, make-up-repellente, armata di birckenstock ai piedi, ecco anche la vagina-bidone, volendo, può chiavare, in quanto portatrice di vagina. E’ come una legge universale. La vagina, se vuole, chiava. Di conseguenza, se io proprio volessi chiavare, chiaverei.

Ma ho il preoccupante sospetto che il mio vaginismo abbia raggiunto vette raramente sfiorate in precedenza, come se – mio dio, come dirlo – ecco come se io avessi voglia di fare l’amore, non di scopare. Come se quella stronza Cenerentola che mi abita il deretano si fosse messa in testa che posso farmi crescere le ragnatele mentre aspetto un pene azzurro che a cavallo di un vibratore bianco venga a salvarmi dall’inattività emotiva e sessuale, corrompendomi senza mezzi termini nello spirito e nella carne.

Il ché, naturalmente, ha poco senso da innumerevoli punti di vista. Quindi, esattamente come succede quando prenoti la visita da un dottore o dall’estetista, io ho opzionato un weekend prima delle ferie per ricordarmi cosa voglia dire averci una topa. La vagina è così, ci vuole un po’ di disciplina. Bisogna dedicarcisi e non è sufficiente assecondarla perché, certe volte, prende derive incondivisibili.

2. Non piango più

Altra attività che non compio da mesi e che dovrei ripraticare. Solo la salute delle persone che amo riesce a toccare quella parte di me. Per il resto, provo delle cose, provo stanchezza, nostalgia, inquietudine, ma mai così forti da piangerne. Alcune cose mi intristiscono, le trovo patetiche. Ma non piango.

Eppure dovrei. No, non perché noi vagine siamo matte e se piangiamo ci lamentiamo di piangere, e se non piangiamo ci lamentiamo di non piangere. E’ che, semplicemente, la nostra anima è come i vostri coglioni. Voi avete bisogno di svuotarli ogni tot? Noi pure. Se non lo facciamo per troppo tempo, diventiamo pentole a pressione che potrebbero, non so, scoppiare a piangere durante le ferie perché si siedono sul dondolo in giardino e si ricordano che un anno prima su quel dondolo ci stavano con lui, abbracciati, a fumare e chiacchierare a notte fonda, per esempio. Il vaginismo non va accumulato, è come la stasi fecale. Ha batteri nocivi che contaminano il resto. Entro le prossime 2 settimane devo anche piangere. A costo di spararmi tutta, dico tutta, la discografia di Battisti.

3. Non litigo più

Tecnicamente sono mesi che convivo con un coefficiente minimo standard di acidità, ma non litigo da tantissimo. Non che mi manchi litigare in senso stretto, ho litigato talmente tanto e talmente ferocemente negli ultimi anni, che mi sono consumata e ho consumato, ho urlato e fatto urlare, pianto e fatto piangere (se sono single ci sarà un perché) e non ho alcun desiderio di rivivere quelle situazioni.

Eppure, è da qualche tempo che penso che il vero indice di solitudine di una persona sia da quanto tempo non litiga davvero con qualcuno. Quelle litigate a nudo. Quelle litigate pelle tua contro pelle mia, sferrate solo nell’intimità più pronfoda, a graffiarsi nei punti deboli che solo noi conosciamo, l’antagonismo dialettico, il collante dell’affetto sopra cui districare matasse di incomprensioni. Quelle  stronzate lì, insomma.

 

E’ per questo motivo che, di solito, una si dovrebbe riservare la possibilità di scoparsi gli ex.

Perché ti toccano l’anima, perché poi ci litighi, perché piangi che ti senti patetica, sbagliata e decadente e, in pratica, prendi 3 piccioni con un cazzetto.

E’ fatta. E tutto trova una magistrale quadratura vaginale.

Solo che io ho smesso, con gli ex. 

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L’Estabilishment della Prova Costume

Le vagine, nella loro vita, devono sostenere numerosissimi esami.

Consumano un’esistenza intera nel tentativo di approssimarsi a un modello insostenibile di femminilità, parzialmente dettato dalla cultura, parzialmente dettato dalla tradizione, parzialmente dettato dai media. Quasi mai, dalla natura, intesa nel suo senso più primitivo e autentico, salvo che per quelle sbavature di vaginismo cui sono geneticamente e periodicamente soggette.

In questo lungo percorso verso il compiacimento della società, veniamo esposte a giudizi costanti, fin da giovanissime. Se le tette ci crescono troppo presto non va bene, i maschi ci bramano e le femmine ci odiano. Se le tette ci crescono troppo tardi non va bene, i maschi non ci cagano e le femmine ci discriminano. Se la diamo via troppo presto siamo troie, se la diamo via troppo tardi siamo suore. Se a scuola siamo brave siamo delle secchione, se non facciamo un cazzo non abbiamo cervello. Se usiamo scarpe troppo comode siamo sessorepellenti, se usiamo scarpe troppo audaci siamo delle vacche. Se facciamo carriera siamo troppo sicure, se non la facciamo non abbiamo obiettivi. Se siamo intelligenti siamo scassacazzi, se siamo tranquille non intrighiamo. Se abbiamo carattere siamo stronze, se siamo semplici non abbiamo nulla da dire. E via così, per un lungo percorso costellato di semplificazioni schematiche, di opposizioni binarie che poco dicono di noi ma permettono – in linea di massima – di categorizzarci. Lungo questo accidentato percorso, noi dobbiamo destreggiarci per la nostra intera esistenza, costantemente alla ricerca della misura corretta, quel tanto al kg, un po’ di tutto e troppo di niente, insomma l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.

E lì, mentre cerchiamo di essere le migliori possibili, sempre (le migliori figlie, le migliori amiche, le migliori alunne, le migliori fidanzate, le migliori sorelle, le migliori madri, le migliori professioniste), talvolta sbagliando perché – pensa – siamo umane, e sempre un po’ indignate con noi stesse per non essere ancora riuscite – chessò – a scindere l’atomo con la forza del premestruo,  ecco mentre noi ci sbattiamo l’anima a fare tutto questo, sosteniamo anche tutti i nostri piccoli-grandi esami esistenziali. Molti li superiamo, altri no. Alcuni li ripetiamo e certi invece capitano una volta sola, sono one-shot, se li canniamo so cazzi nostri. Ma mentre tutto questo si consuma, c’è una prova, che è la più feroce, che ha cadenza annuale e che ci giudica impietosamente a prescindere da tutto ciò che possiamo aver dimostrato nella vita (incluso, che ne so, aver sfornato quei 2 o 3 pargoli): la Prova Costume.

Ora, evitiamoci l’ipocrisia di dire che la prova costume non ha un genere, che è rivolta anche agli uomini, perché sarebbe come dire che il target delle pubblicità dei trapani Black&Decker sono le vagine. Non diciamo cazzate. La prova costume è smaccatamente femminile, al punto da essere considerata spesso sinonimo di “Prova Bikini“.

Per onestà intellettuale mi sento obbligata a premettere che se io fossi Heidi Klum, non mi porrei questo problema. Ci penso, naturalmente, essendo una vagina qualunque, tracagnotta da quando ha memoria di sé.

Dicevamo, la prova costume incombe sulla nostra serenità da subito dopo Pasqua, che te sei lì con l’agnello al forno con le patate ancora da digerire e partono i primi link: “Pancia piatta in 3 mosse” – “La dieta dell’ornitorinco” – “Addominali scolpiti con la forza degli starnuti” – “Ecco la pillola che, accompagnata da una danza tribale 3 volte al giorno, ti farà bruciare tutti i grassi” – “Rimedi contro la cellulite” – “Pelle a buccia d’arancia? Cosa vuoi essere, una spremuta?“.

La propaganda continua impietosa, seguendo tappe precise, secondo uno schema collaudato e raffinato di anno in anno, che si articola in 4 fasi consecutive:

Fase 1 – Violenza Psicologica

Fase 2 – Topa Atomica

Fase 3 – Decadimento della Topa

Fase 4 – Topa-Rush Finale

Dopo il martellamento della fase 1 di cui sopra, il cui intento precipuo è farti capire che sei un roito, si arriva alla Topa Atomica che, di solito, prevede la foto di una fica qualsiasi e un titolo come “Avere un fisico come il suo“, che tu vorresti dirci “anvedi che io quer fisico là nun ce l’avevo nemmanco a 15 anni, diobbuono!”. Oppure “Avere i glutei di Michelle Hunziker“, che tu vorresti proprio denunciare gli autori, perché è peggio della pubblicità ingannevole del guscio Melliconi (che chi, in età infantile, non ha scaraventato per terra il telecomando convinta che rimbalzasse come si vedeva nello spot, per scoprire – amaramente – che non rimbalzava n cazzo?). Una particolare declinazione della fase Topa Atomica è appannaggio di Calzedonia e Yamamay che prendono le loro testimonial ficherrime, ci mettono addosso dei costumi mediamente di merda, e le fanno correre felici su una spiaggia caraibica al tramonto, perfette e sensuali, con un’aria foriera di libidine e dolcezza che tu dici “elamadonna”, mentre sei ipnotizzata dall’equilibrio eidetico con il quale il loro ombelico si incastona sul loro ventre piatto e abbronzato. Che, voglio dire, quelle lì potresti metterci addosso anche i sacchetti della spesa del Carrefour, sarebbero stragnocche uguale. Non so, smettete di usare delle fantafighe per distogliere dalla qualità dei vostri prodotti. Siam tutti bravi a far sembrar topa Bar Rafaeli: lo è. Sfidatevi con una vagina qualunque, piuttosto.

Vivadio, questa fase, quella della Topa Atomica è così truce che, l’Estabilishment della Prova Costume, strumento di controllo abile e subdolo del vagina power, capisce che deve allentare un po’ la morsa, giocare con la nostra emotività, farci sentire cesse ma non troppo, darci una briciola di speranza, perché se no poi ci scoraggiamo e la vagina demotivata non è spender.

Arriva, quindi, la fase 3: il Decadimento della Topa. Siti, community, testate eccazzi, iniziano a pubblicare link di una misoginia trascendentale, in cui ci mostrano come, chennesò, Alessia Marcuzzi senza trucco sia un cesso. O che i gomiti di Nicole Kidman non sono poi così belli. O che Britney Spears c’ha n sacco de cellulite. O che Valeria Marini c’ha il culo coi buchi. O che Madonna in effetti sta cedendo agli effetti del tempo. E lì, la vagina qualunque, prova piacere, in prima istanza. Perché sì, perché pensare che Britney non possa più permettersi le gonnelline con le quali sculettava in Hit me baby one more time, è appagante. Lì per lì. Ma, tempo 1 minuto, ti vengono in mente due questiti esistenziali:

1. Grazie ar cazzo che c’hanno i loro difetti, sono vagine ritratte in momenti qualunque della propria vita, non photoshoppate e molte sono signore di una certa che, comunque, tutte noi firmeremmo col sangue per arrivare a 50 anni come Madonna, sia chiaro.

2. Ma perché un sito che parla alle vagine mostra delle foto così? Perché mette a nudo i difetti di queste donne, così inutilmente e irrazionalmente? Criscto, Melanie Griffith c’ha 55 anni, è pure normale che le sue ginocchia siano aggrinzite e sono comunque migliori della sua faccia deturpata dalla chirurgia. E’ per umanizzarle? Per portarle al nostro livello? Ma non risparmieremmo un sacco di energie se non giocassimo sempre su questo antagonismo continuo tra modelli proposti e donne reali? Questioni di lana caprina, lo so.

L’ultima fase della Prova Costume, la quarta, è il Topa-Rush Finale, rivolto alle ritardatarie, quelle che sulle spiagge ci andranno solo ad agosto e che a luglio sono ancora lì a navigare online e a inciampare in link come “Le 10 vagine più fiche del mondo in costume“, “I 10 culi più sodi dello showbiz“, “Avere 40 anni e non una traccia di cellulite“. Perché l’Estabilishment della Prova Costume ci spera che tu, vagina grassa, vagina imperfetta, vagina umana, presa dal panico, vada a sbuttanare i soldi che guadagni per comprarti Somerdatoline.

E invece no! In questo mondo difficile ci sono delle vagine che non supereranno la Prova Costume.

Io per esempio non la supererò. C’è di più: a questo giro il mio Spleen Vaginale era a un livello talmente elevato che non ho nemmeno finto di mettermi a dieta. Non ho bevuto tisane. Non ho fatto le “passeggiate”, che il “vado a piedi” è una delle menzogne più patetiche che di solito si dicono le persone come me in certi periodi dell’anno. No. Io non ho fatto un cazzo. E la Prova Costume non la supererò (il mio ultimo successo in merito è registrato nell’anno 1989).

Io non supererò la Prova Costume. E sapete che c’è? Sticazzi. Io, di prove, ne ho superate altre.

E molte ancora da superare ne ho.

E il mondo è pieno di vagine magre, grasse, alte e basse, giovani e mature, che ogni giorno superano prove assai più cruciali, di quella bikini.

ps: resta il fatto che sulla mia spiaggia quasi tutte le vagine (il 90% circa) arrivano preparatissime alla prova costume: magre, toniche e negre. 

pps: comunque sì, d’accordo, a settembre – ottobre al massimo – pondererò l’idea di iscrivermi in palestra perché, in fondo, la propaganda lascia degli effetti anche sul mio precario equilibrio vaginale. 

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Io a Sara Tommasi ci voglio bene

Se Madame Bovary fosse cresciuta guardando Non è la Rai, sarebbe diventata Sara Tommasi. 

Non è semplice scrivere questo post. Non è semplice per innumerevoli ragioni. Innanzitutto, la Vagina arriva in ritardo, la “giovane” ternana è stata l’argomento più chiacchierato del web degli ultimi 10 giorni quindi sì, tutto è stato già detto e già scritto (sebbene io abbia cercato di non leggere molto per conservarmi quanto più possibile scevra da “pregiudizi”). In secondo luogo, parlare male di Sara Tommasi è un gesto assai più spregevole che sparare sulla Croce Rossa, che regalare una Sacher Torte a Marisa Laurito, che togliere i bigodini a Valerio Scanu.

Il motivo di tanto chiacchiericcio, è noto, è stato l’uscita del primo hard movie interpretato dalla nostra eroina, abilmente anticipato da un video teaser in cui la Tommasi diceva cose come “Godo, godo come una porca, sono una zoccola” che se l’avesse detto Puffetta sarebbe stata assai più credibile. Ad alimentare il buzz prima della release, alcune micidiali dichiarazioni della neo-pornoattrice, di cui quella più degna di nota è relativa a un fantomatico rapimento alieno, con innesto di microchip per diffondere l’amore nel mondo.

Sara le spara, insomma. Le spara grosse, sempre più grosse, come quel vecchietto che sosteneva che una prostituta marocchina fosse la nipote del presidente egiziano, per intenderci. E tutti ne parlano, tutti, persino l’home page di corriere.it sacrifica la vicenda del drammatico divorzio tra due tartarughe giganti centenarie, per dare spazio a Sara. Mentre sui social impazzano articoli in cui il Rocco Nazionale boccia  apertamente il film, dichiarando che queste produzioni fanno solo male al porno. E noi tutti, del resto, teniamo alla salute del porno.

Sovraesposta a questi numerosissimi stimoli, ho deciso che questo ”La mia prima volta” o “Sara contro tutti” o quelcheminchialè, andava visto. E, per l’appunto, l’ho visto. E, in effetti, è un abominio. Nessun cazzetto, anche marginalmente sano, potrebbe o dovrebbe avere un’erezione guardandolo. Se ce l’ha, l’erezione, si vede che è un potenziale stupratore, una specie di pederasta o un necrofilo latente. Sara è talmente rigida – quando non disgustata o completamente assente – che, ad avercelo, consiglierei di più la visione di un sex-tape di Mara Maionchi. Per non parlare della putrida colonna sonora e delle location, talmente squallide da far pensare che sia naturalmente voluto, per rendere il tutto ancora più grottesco. Senza tralasciare i gemiti montati sopra, ad minchiam, che se ne vanno per cazzi loro rispetto al labiale di Sara che evidentemente non è in sé (da almeno 20 anni).

In sostanza, questo sub-porno è talmente orrendo che persino Telecapri potrebbe rifiutarsi di mandarlo in onda a notte fonda (sebbene io abbia scoperto che – invece – sarà programmato da Sky Hot Club, con mio sommo sbigottimento).

Devo però anche dire che, vedendo questo mostruoso film, ho capito molte cose (fermo restando che sono ancora convinta che sarebbe socialmente auspicabile chiudere le Tube di Falloppio di Sara Tommasi e che vorrei il numero del suo pusher).

Ho capito definitivamente che non si può usare il rasoio sul pube, che la pelle si irrita assai. Ho capito com’è un pompino fatto veramente ma veramente male. Ho capito che tutte le mamme di figlie femmine questo video dovrebbero guardarlo e pensare che se non le crescono bene, questo è ciò che potrebbe succedere. Ho capito che la storia di Sara Tommasi è molto più della storia di una delle tante troie dozzinali che popolano questo paese. Nossignori. Sara Tommasi è sì un caso umano (alla stregua di Gemma del Sud, solo che, a differenza di Gemma, è figa), ma la sua storia, che è una squallida parabola, è anche la sintesi perfetta della cultura dell’ignoranza italiana degli ultimi 20 anni.

Ho capito che questa ragazza è profondamente sola. E non mi stupisce, che lo sia. Sola, intendo. Perché è stupida. Perché è vuota. Perché non sa fare niente. Perché è niente. Come tutti ma molto più di tutti, perché sul suo niente ci sono i riflettori accesi. Riflettori desiderati, voluti, perseguiti al limite della patologia. E, sotto il fascio di luce, noi tutti guardiamo, sapendo in anticipo che il nostro sguardo si poserà su qualcosa di fortemente puerile. Eppure, bisogna dargliene atto, Sara riesce a sorprenderci, a essere peggiore di quanto potessimo immaginare. E ci infastidisce, perché proprio quando eravamo convinti che non esistesse una donna più idiota di Flavia Vento siamo obbligati a riconsiderare le nostre posizioni. Sara ci colpisce perché è sempre più gratuitamente negativa, perché è insignificante, perché forza sempre di più la linea dell’umana decenza. Eppure, nessuno smette di parlarne perché, forse, nella sua miseria, è un caso paradigmatico.

Quello di Sara è un urlo senza voce e senza contenuto. E’ il dramma generazionale di chi non può vivere una vita “normale”, di chi deve arrivare, essere qualcosa, qualunque cosa, di chi non ha mai imparato cosa sia la dignità.

Quello di Sara è un tentativo disperato di esserci e di sconvolgere, del tutto privo del fascino della depravazione, della ribellione, della provocazione. Si tratta di una disperazione in assenza di anima. Sara è l’incarnazione dello spirito del nostro tempo, è il vuoto per il vuoto, portato all’eccesso più estremo. Sara ha qualcosa di rock senza essere rock. E’ un’icona senza saperlo essere. Potrebbe diventare una faccia stampata su una t-shirt. Potrebbe morire tra un mese in una lussuosa camera d’albergo, mentre strafatta si taglia via il clitoride con il venus di gillette rasandosi la patonza e, forse, a quel punto, qualcuno inizierebbe a porsi le domande giuste, su questa ragazza così straordinariamente brutta dentro e graziosa fuori, così magistralmente priva di qualunque afflato positivo possa esistere in una vagina.

Io, per esempio, mi chiedo dove sia la famiglia di Sara. Mi chiedo dove sia quel padre che le ha pagato la retta alla Bocconi e che accetta l’idea che sua figlia si scopi Alfonso Luigi Marra. Mi chiedo dove sia quella madre che guarda la propria figlia raschiare un fondo che non è mai abbastanza fondo. Mi chiedo dove siano l’amica con la quale si confidava nei pomeriggi d’estate, l’amico con cui si fumava le prime canne da ragazzina, l’ex fidanzato che non ha mai smesso di volerle bene. Anche ponendo il caso che Sara sia, come si definisce, una zoccola e che si sia scopata lo zio, il nonno, i fidanzati delle sue amiche, che abbia tradito tutti i suoi ex, ponendo anche tutti questi casi paradossali, perché non esiste nessuno che a questa donna voglia bene abbastanza da aiutarla?

Sì, è vero. Probabilmente è tardi. Probabilmente Sara è destinata a continuare ad essere per sempre una brutta copia, un tentativo fallito, la stupida manipolazione di qualche pappone. Probabilmente Sara resterà lì, nei confini inconsapevoli della sua poetica del niente, troppo sciocca anche per contemplare l’ipotesi di un’uscita di scena in grande stile.

Io non lo so. E non essendo Alessandro Meluzzi – cosa di cui sarò per sempre grata a dio – non voglio sperticarmi in ipotesi e illazioni. Ciò che so è che questa è una donna sola. E brutta.  E più si imbruttisce, più si isola. So che in lei non c’è gioia e non c’è nemmeno la più piccola traccia di quel godimento, di quella libidine che millanta di amare (come, del resto, millanta di saper succhiare) e, in confronto, Paris Hilton sembra una dea. Ed è proprio la tristezza di Sara, la sua mediocrità, la sua debolezza, la sua solitudine sterile a farmi pensare che qualcuno dovrebbe volerle bene e aiutarla. E se ciò mi fa suonare moralista, sticazzi, è quel che penso. E no, non provo pena, non provo compassione per lei, che sono sentimenti da destinare a chi ha problemi molto più seri.

Vanity ha detto che ridere di lei è come ridere di un cieco o di uno storpio. Vice ha detto che dopo Charles Manson, Sara è la migliore approssimazione all’anticristo. Alcuni hanno detto anche che il film rappresenta un esempio di circonvenzione di incapace, che ad essere onesta io nemmeno sapevo cosa significasse “circonvenzione” e – pur intuendolo – ho deciso di andarmelo a cercare sul dizionario.

Va bene tutto ma ciò che mi chiedo, in più, è come tutti possano dimenticare che dietro questa pantomima, dietro questo caso mediatico fine a se stesso, dietro l’inutilità di questa mercificazione, ci sia una persona. Mi chiedo come si possa stare inerti a guardare la deriva umana, squisitamente contemporanea, di questo animale umano cresciuto tra reality show, festini e protesi al seno. Senza muovere un dito. Come fosse una recita. Senza il sospetto che, in fondo, almeno una cosa vera ci sia: il malessere di una donna troppo stupida, troppo emotivamente invalida, per aiutarsi da sola.

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Amarsi un po’

Ho conosciuto GuruVagina nei miei primissimi giorni a Milano, più di 3 anni fa. Siamo state vicine di banco al Master di Alta formazione in Sticazzi che abbiamo frequentato insieme, affrontandolo con lo stesso disinteresse nei confronti di un mestiere della cui inutilità ci saremmo lamentate assai negli anni a venire, senza smettere di farlo, perché in fondo farlo ci piace.

GuruVagina è tre anni più grande di me, è brillante che nemmanco con pril due in uno e ha una specie di saggezza laterale da cui c’è sempre da imparare. Straordinariamente in grado di rapportarsi con i problemi vaginali usando un approccio virile, GuruVagina è quel genere di amica che  riesce spesso a offrirti un punto di vista a cui non avevi pensato, una prospettiva altra, politicamente scorretta, in grado di invertire i poli della questione e di farti apparire tutto in qualche misura più gestibile.

Quando ci siamo conosciute lei aveva la mia età oggi, ed io ero una minuscola appena-23enne catapultata nel mondo dei grandi, che abdicava alla rosea vita universitaria, al tempo libero, alla libertà e al cazzeggio, in nome di un ingresso precoce nel mondo del lavoro. Eravamo entrambe fidanzate con cazzetti meridionali, del tipo nasco-cresco-vivo-muoio al sud. Io conobbi il suo, lei conobbe il mio. Ci lasciammo entrambe. Entrambe iniziammo un nuovo amore (il mio, tragicamente finito mesi orsono, è quello imputato della paternità di questo blog), mentre affrontavamo i primi mesi di lavoro, lo sfruttamento, lo stagismo, quella precarietà e quella nausea che spesso caratterizzano i primi 2 anni di vita a Milano.

Tecnicamente con GuruVagina abbiamo condiviso un sacco di vizi e di risate, di birre e coca cole light, di paturnie, di lacrime, di insalate, di OKM (operazioni kate moss) mai andate a buon fine e di aperitivi. Abbiamo affrontato nuove relazioni, nuovi lavori, nuovi clienti, nuove preoccupazioni, nuovi fallimenti  e nuove soddisfazioni, suggerendoci espedienti di serenità a vicenda, arginando il vaginismo dell’altra, anche in apposite terapie di gruppo con chic-vagina e surf-vagina. Insomma, in tre anni sono successe svariate cose e io da GuruVagina ho ricevuto tanti spunti di saggezza vaginale, di cui quello principe è, e resta: ”Il modo peggiore per avere da un uomo ciò che vuoi, è chiederglielo“.

Ho conosciuto GuruVagina nei miei primissimi giorni a Milano, più di 3 anni fa.

E la settimana scorsa ho scoperto da GuruVagina che GuruVagina stessa si sposerà.

Per affrontare l’argomento ho bisogno di qualcosa come i Sigur Ros, che non ascoltavo da tipo 5 anni, perché sono troppo liquidi e mi scendono troppo dentro. E io non ho mai voglia di farmi frugare l’anima. Ma oggi li metto, ché merita, il tema. E il minimo che posso fare è immolarmi sull’altare dell’autolesionismo musicale.

GuruVagina me l’ha detto prima di andare insieme a un concerto a InCuloAiLupi. E’ venuta da me, è entrata nei 290 gradi centigradi del mio ampio living room/cucina/salotto/studio/purgatorio, si è seduta sul divano – che a luglio segna la vittoria indiscussa dell’ecopelle sulla pelle umana – ha iniziato a rullare e mi ha detto: “Dunque, sai che abbiamo fatto l’anniversario, no?”

Alché ho capito e ho iniziato ad emettere versi inconsulti, gesticolando in maniera improbabile. Ci siamo guardate, ping pong di occhiatine e ridolini vaginali, punteggiati di stupore devastante e poi ha sollevato la mano sinistra e io l’ho visto, finalmente, l’anello.

Lì credo mi sia partito un nitrito asmatico, o qualcosa di molto simile ad esso. Le sono andata incontro, le ho preso la mano, l’ho sbaciucchiata a mitraglietta sulla guancia, così emozionata che quasi piagnevo, se non fosse che ero già pronta per il concerto e se avessi pianto mi si sarebbe sciolto tutto il trucco da battona che avevo accuratamente dipinto sui miei occhi. Avrei anche voluto abbracciarla dippiù, ma saremmo scivolate sguiscide l’una contro l’altra, in quella patina di sudore condensato che si crea sull’epidermide degli esseri umani che abitano a Milano a luglio, e noi avremmo fatto la fine di quelle otarie nei delfinari, che si rotolano addosso facendo peripezie insensate per un biscottino al gusto di baccalà.

Lentamente mi sono ripresa e mi sono fatta raccontare tutti i dettagli, interrompendola ogni 8 secondi circa per dare un essenziale contributo alla narrazione, del tipo: “Non ci credo!”, “Che storia!”, “Dio che bello!”, “Ma è dolzissimo”. E intanto la guardavo e vedevo in lei una felicità meravigliosa: incredula, composta, vera. Non ridondava. Se ne stava lì, piantata negli occhi suoi, come una luce che non aveva bisogno di abbagliare.

Fino a quando ci siamo incamminate per InCuloAiLupi, dove ci aspettavano gli altri, e, lungo il tragitto, per non sentirci quel genere di vagina terrona legata all’idea del matrimonio, abbiamo parlato malissimo della cerimonia, del ricevimento, del velo, del bianco, del bouquet, dei parenti di settordicesima generazione, dei pranzi infiniti, delle fotografie in pose plastiche, dei ristoranti che hanno le riproduzioni delle statue greche e le fontane zampillanti. Abbiamo paragonato il matrimonio a una recita, a un presepe vivente, a un retaggio arcaico di una società ormai evolutasi in altra direzione.

Eppure io non smettevo di pensare e di dire quanto, in quel caso, fosse tutto magico, ma non quel magico der cazzo, non quel magico vaginale che si dice sempre. Magico per davvero. Magico perché non richiesto, non preteso, non voluto. Magico perché non era nei piani ed è successo.

E allora, ho pensato, che forse amarsi (un po’)  si può. Lavorare su di sé, incontrarsi, incastrarsi, costruire un equilibrio condiviso, che rispetti entrambi, che permetta di volersi, di afferrarsi, di non perdersi, ecco forse tutto questo può essere. Ed è impegnativo, è voluto, è conquistato. E’ raro. E io non so spiegarlo bene, non ne ho gli strumenti né le capacità,  però questa storia qui io l’ho vista nascere. L’ho vista crescere. Ogni tanto tremare. E non finire.

Quando siamo arrivate al locale, ho tracannato 2 vodka-lemon a stomaco vuoto ma, contrariamente a quanto avevo sempre pensato sarebbe successo in un momento del genere, ero talmente felice per lei che in me non c’era spazio per le paturnie vaginali, per pensare che a me non succederà mai, per pensare che io resterò sola, che non saprò mai costruire un legame così solido da fuorviare un uomo al punto da volermi al suo fianco per la vita. In me questo spazio non c’era. Non c’era per il cinismo. Non c’era per tutto ciò che posso lucidamente pensare delle unioni che pretendono di durare per sempre.

C’era solo l’idea che forse, a volte, amarsi un po’ si può.

C’era solo felicità. E quella sorpresa indescrivibile e rassicurante che si prova, a inciampare in qualcosa che – con le dovute trasposizioni -, ha il sapore dolce di quelle favole der cazzo con cui siamo, nostro malgrado, cresciute.

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Luglio col male che ti voglio

A luglio divento simpatica come un incrocio tra Vittorio Sgarbi e Giuliano Ferrara. Non che negli altri 11 mesi dell’anno io sia un gioiellino. Ormai lo so. Non mi spaventa più questa feroce metamorfosi estiva, che da vagina mi trasforma in mostro a tre teste.

Luglio è il mese più difficile di tutto l’anno. Il lavoro si moltiplica, la verve si dimezza e, tecnicamente, l’unica parte di me che arriva preparata alla prova costume, è la pazienza, sapientemente prosciugata da una dieta tisanoreica nello spirito.

luglio, le mie miserrime energie si concentrano così tanto per sopravvivere all’apnea pre-vacanziera, che non ne ho a sufficienza per dissimulare la mia vera natura.

La mia personalità emerge e io mi manifesto agli esseri viventi a me più prossimi in tutta la mia deplorevole essenza: impaziente, intollerante, irrascibile, intransigente, annoiata, acida che in confronto mr muscolo idraulico gel sarebbe acqua rocchetta.

Divento insofferente , non riesco nemmeno a fare quel tentativo ipocrita, che di solito faccio, di sembrare tutto sommato carina, o cordiale. A luglio se mi stai sul cazzo non c’è uno solo dei miei 312 muscoli facciali che riesca a dissimulare il mio sentire. A luglio io sudo già perché non ho l’aria condizionata, non posso sudare anche per non dire quello che penso. A luglio io sono incazzata, sono stanca, sono in premestruo per un mese intero e se tu sei un/a inetto/a, per quanto mi riguarda puoi essere anche il prodotto geneticamente claudicante della fornicazione tra Umberto Eco e Rita Levi Montalcini,  ma se idiota sei, da idiota ti tratto. Non è cattiveria, è che non ho le energie socialmente auspicabili per evitare di essere me stessa.

Vorrei pure essere diversa. Mi piacerebbe sopportare meglio chi frigna, chi mastica con la bocca aperta, chi non sa usare la punteggiatura e dissemina il testo di doppi spazi, chi si lamenta del lavoro dopo un weekend lungo in Sardegna, chi dalla vita ha avuto tutto pronto, chi è viziato, chi non ce la può fare perché non ha mai dovuto farcela con le sue forze. Mi piacerebbe non provare disprezzo e non assumere un atteggiamento di sufficienza infastidita e fastidiosa. Ma non ci riesco. E non ho le energie per provarci sul serio. E se avessi energie, le spenderei per fare gli addominali.

A luglio mi svuoto così tanto che sopporto a mala pena me, figurarsi gli altri.

A luglio potrei sbadigliare in faccia a un discorso che non mi interessa. Potrei non ridere a una battuta che non mi fa ridere. Potrei dire che un regalo mi fa cagare, se mi fa cagare. Potrei dire che un piatto fa schifo, se fa schifo. E via discorrendo.

Lo diceva anche Frecciagrossa85, quando eravamo giovani, che quando ero stanca diventavo acida e lo trattavo male. E siccome me lo diceva mentre ero stanca, io gli rispondevo che non sopportavo il suo essere polemico. Poi litigavamo furiosamente, quasi sempre di notte, e poi facevamo pace dividendoci un twix. Perché è finocchio. Fosse stato etero, probabilmente avremmo fatto pace chiavando come solo i ricci sanno fare.

Ma, in sostanza, io a luglio divento una persona insopportabile, perché smetto di sopportare.

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Flirtare riduce il colesterolo

Qualche giorno fa riflettevo sul flirt.

Ci riflettevo procedendo tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che non mi piace nessuno, mai (il ché, per fare una puntualizzazione squisitamente intellettuale, potrebbe anche coincidere con il mio non piacere a nessuno mai, per dire). Riflettevo sul fatto che non flirto abbastanza (sì, sì, vagine femministe post-sessantottine che strillate al mondo che voi sole con la vostra vulva ci state bene e che nulla vi affascina quanto il vostro utero, sì, ok, datevi pace). Riflettevo sul fatto che flirtare di più gioverebbe al mio vaginismo e che mi piacerebbe un sacco inciampare in un cazzetto che abbia almeno conseguito la triennale in flirt. Di fatto gli unici uomini con cui flirto sono quelli con cui mi relaziono per lavoro, che fa parte dei giochi, ma non bisogna eccedere, di solito, in quei casi lì, che rimarrebbe, a rigor di logica, poco professionale.

Dicevo, riflettevo sulla natura indiscutibilmente salutare del flirt. Il flirt è una cosa meravigliosa. Il flirt è bene ed è sempre auspicabile. Il flirt è emotivamente sostenibile, fisicamente stimolante, socialmente accettato, politicamente emancipato. Flirtare è bello. Il flirt gratifica lo spirito, risveglia i sensi e riduce il colesterolo. Il flirt, qualora accoppiati, non è mancanza di rispetto nei confronti del partner, se moderato, s’intende. Il flirt, nella giusta misura, aiuta anzi ad essere partner migliori, ci fa sentire ancora competitivi e desiderabili. Naturalmente bisogna cercare di non prenderci troppo gusto, col flirt extra-coniugale, se no si casca in quella ragnatela di valori indotti dalla quale è difficile poi divincolarsi.

In  generale, il flirt è il migliore afrodisiaco del mondo. Il flirt è il preliminare intellettuale e fisico. Ci fa venire il friccicorìo, ci fa bramare l’altro, ci fa pregustarne la pelle e l’aroma, la voce e il respiro, che, per capirci, è un po’ quello che succede quando sentiamo il rumore e l’odore della cipolla che soffrigge in padella: ci viene fame di qualcosa di unto e bisunto.

Ma c’è di più. L’insostenibile importanza del flirt è la più grande differenza che intercorre tra la sessualità maschile e quella femminile. Il resto sono quasi sempre stronzate. NON è vero che abbiamo bisogno di 90 minuti di preliminari e di 45 minuti di coccole dopo. Tutto è relativo.  Per esempio: se siete una capra con i preliminari ma siete, in compenso, dotati del nostro pene gemello (perché più che le anime gemelle, secondo me, esistono i genitali gemelli), al diavolo il vostro grossolano tentativo di solleticarci punti che sono a centimetri luce da dove vi affaticate: ottimizzate, fate altro, santo durex! Noi capiremo.

Se avete un cetriolino sottaceto ma siete straordinariamente bravi con altre parti, più o meno ovvie, del vostro corpo, procedete. Se siete dei velociraptor dell’orgasmo e i vostri spermatozoi usano casco e cintura di sicurezza perché in 20 secondi vengono sparati in orbita, esplorate soluzioni alternative, abbiate fantasia, ricorrete ai sex toys che no, non sono la manifestazione in jelly di Satana (magari anche qualcosa di farmacologico, nei casi più cronici, non guasterebbe).

Perché tutto questo, in fin dei conti, è accessorio (naturalmente se ce l’avete grosso, turgido e fiero, durate 2 ore, suonate la vagina a ritmo di punto G e sapete – dico sapete – praticare un cunnilingus, è meglio).

Ciò che è tuttavia fondamentale per noi vagine e che ancora oggi, nel 2012, sfugge a molti cazzetti, è che tutto si disputa molto prima, proprio sul terreno del Flirt. Perché se i portatori di fava possono attivare l’augello più o meno per qualunque vagina, nel senso che fatto “x” l’asse della fighezza e “y” l’asse dell’intelligenza, il cazzetto può chiavare tutti i 4 quadranti (come da grafico), ecco per le vagine è diverso.

Per le vagine il Flirt è la “n” potenza che moltiplica l’attrazione, che ci fa stringere le cosce, mentre chiacchieriamo davanti a una birra doppio malto. E’ il coefficiente di zoccolaggine che si attiva e ci fa prudere le labbra mentre ci fate fare un’altra risata e riuscite a piazzare un complimento straordinariamente cucito sul nostro vaginismo che in pratica, prima ancora che la birra sia diventata calda noi abbiamo già deciso che ve la daremo. O che, per contro, non vi daremo mai nemmeno la mano.

Dopo di ché, dopo il Flirt, nel caso in cui ci sia un seguito, tutte quelle macroscopiche differenze di genere nella sessualità si assottigliano, fino a svanire, nel compimento di un desiderio nato ore, giorni, settimane prima, tra le pieghe di una conversazione brillante, tra un vivace scambio di battute tra serio e faceto, che scadeva in doppi sensi, in risolini prurigginosi, per tornare, poi, a galla, negli occhi lucidi e vivi.

E la cosa migliore che possa succedere, è che due flirtatori autentici si incontrino. Attenzione, non si parla di flirtatori professionisti. I flirtatori professionisti sono come i pornodivi con le palle depilate. Sono patinati. Sono posticci. Qui si parla di amateur, di passione verace, sana, autentica, per il flirt, anche fine a se stesso. Perché il flirt è bello e non fa male a nessuno. E posto che flirtare bisogna saperlo fare, che è questione di predisposizione, che flirtare è una dote e che il flirt è come la luccicanza, o ce l’hai o non ce l’hai, ci sono margini di miglioramento anche per i casi più disperati.

Ma il punto (interrogativo), su cui riflettevo pochi giorni fa, tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che a me non piace nessuno mai, è: sarà mica che il momento più piacevole per flirtare è quando si è impegnati?

No perché, nell’ultima era zoologica in cui sono stata accoppiata  mi pareva che il mondo fosse il mio personale flirt mancato.

E ora, che sono single, non trovo una testa che incontri la mia pelle e una pelle che incontri la mia testa.

Quando invece, del sano flirt non protetto, gioverebbe molto al mio vaginismo.

Quindi cazzetti, per piacere, imparate a flirtare.

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Noi masturbiamo

Le Vagine sono naturalmente e geneticamente predisposte alle pugnette mentali. Questo è noto. Negarlo sarebbe ipocrita.

Certo, crescendo cerchiamo di contenerci perché a forza di “sei pazza” e “sei paranoica”, dopo i 23-24 anni, capiamo che dobbiamo sostanzialmente sbattercene preventivamente e che la cosa più saggia che possiamo ripetere a noi stesse è “sticazzi“.

Resta il fatto che noi, naturalmente, se non dovessimo adeguarci agli standard relazionali e sociali correnti, potremmo soffocarci di masturbazioni mentali e si capisce perché, in quella fase della vita in cui in noi è più forte la dimensione naturale rispetto a quella culturale, ovverosia la giovinezza, masturbiamo qualsiasi cosa. Masturbiamo una frase. Masturbiamo un gesto. Masturbiamo un non-gesto. Nelle mie performance migliori sono riuscita a masturbare anche “l’intenzione del tono”. Non è fiction, l’ho fatto sul serio. E non a 15 anni. L’ho fatto in età cosiddetta adulta, dopo già un lungo percorso formativo di auto-castrazione caratteriale. L’auto-castrazione caratteriale dovrebbe servire a diventare meno rompicoglioni (e a farsi meno pugnette) ma, di solito, funziona come quella che viene praticata agli animali domestici: l’istinto non lo perdono e si ritrovano a simulare atti osceni con un cuscino, oppure a stuprare un vecchio orsacchiotto di pezza. Nello stesso modo noi ci ritroviamo a masturbare “l’intenzione del tono”.

Non è colpa nostra. Noi masturbiamo. Ci sforziamo di non farlo e, più cresciamo, più pretendiamo da noi stesse di non masturbare. Quando eravamo piccole ci sentivamo libere di farlo. Quando eravamo piccole, in fondo, era tutto più semplice. Potevamo ammorbare un’amica per ore perché quel tipo 3 anni più grande, 2 giorni prima, ci aveva fatto uno squillo alle 22. Che va ricordata, questa cosa qui, che ora ci pare inverosimile, nell’era degli smarfon e della messaggistica istantanea gratuita ma, nei primi anni duemila, i giovani dotati di cellulare (che se eri un fico c’avevi l’Ericsson t10, se eri mainstream c’avevi il nokia3310 e se eri uno sfigato c’avevi l’Alcatel), si corteggiavano con gli squilli. Ci si squillava. Così. Per dire “guarda, ti penso”. L’sms, invece, implicava già un interesse più radicato e impegnativo. A dire il vero, all’epoca, la nostra psiche era legata a doppio filo alle onde elettromagnetiche dei nostri cellulari perché, allora, si creavano fragorosissime interferenze tra il cellulare e qualunque altro apparecchio elettronico nel raggio di 45 km e, in pratica, gli squilli si preannunciavano da soli, e noi si iniziava a palpitare prima ancora che gli squilli di fatto arrivassero. Esiste un intero x-file relativo alle adolescenti che se ne andavano in paranoia quando il rumore da onde elettromagnetiche si rivelava un falso allarme e, drammaticamente, non arrivava né lo squillo, né l’sms. Peggio ancora, quando arrivavano e non erano gli squilli o gli sms desiderati.

Quando eravamo più giovani, ci sentivamo libere di assecondarci e di dare spudoratamente importanza alle cose e alle persone sbagliate. Ci sentivamo libere di rispondere a un sms con una email lunga 3 pagine word. E non avevamo paura di sembrare così maledettamente patetiche. Quando eravamo più giovani, eravamo vulnerabili ma con una forza straordinaria, con una voglia devastante di vivere, di scoprire, di bruciarci, di sperimentare. Non avevamo paura di cercare le emozioni. Di prenderci quello che volevamo, giusto o sbagliato che fosse. Anzi, se era sbagliato, era meglio. E non davamo scadenze, nemmeno quando avremmo voluto darne. Ed eravamo talmente desiderose di scoprire che sapore aveva il mondo e di che materia eravamo fatte, che trovavamo in noi la pazienza di costruire qualcosa anche con i cazzetti più improbabili.

Quando eravamo più giovani, urlavamo, piangevamo, ridevamo, ripetevamo sempre le stesse cose, costruivamo castelli e giravamo interi sceneggiati sul nulla, o poco più. Ma tutta quella masturbatoria e inutile fatica ci permetteva, in qualche modo, di sentirci assai vive.

Oggi siamo cresciute. Non masturbiamo più. Non pubblicamente. Ci limitiamo. Ci sfoghiamo da sole, nell’0vatta fradicia del nostro vaginismo più intimo, dando quasi sempre la colpa al premestruo.

E’ che, di fatto, a un certo punto della vita succede che non possiamo più masturbare, se non risultando dei casi umani. Il punto di rottura, la linea che segna il confine tra quando si può e quando non si può più è sottile e spesso non la vediamo nemmeno. Ci limitiamo a oltrepassarla e ci ritroviamo ad essere semplicemente disinteressate: a non urlare più, a non scrivere più email lunghe 3 pagine word per nessuno, a piangere molto meno, a ridere molto meno, a raccontare molto meno, a montare canadesi che ci ospitino per una notte, invece che costruire castelli. Abbiamo altri interessi. Altre priorità.

Succede e basta.

Ma siccome la tendenza alla masturbazione la conserviamo, perché noi masturbiamo, a volte ci proviamo, con le vagine amiche, ad imbastire un tavolo di masturbazione, in assenza di un cazzetto fisso da ammorbare con le nostre insane paturnie. A volte, sì, con le vagine amiche, ci proviamo, lo facciamo dissimulando, in maniera poco diretta perché a farlo direttamente ci sentiremmo sfigate. Diciamo frasi tipo: “No, non l’ho più visto. Ma guarda non capisco perché continui a contattarmi a vuoto. Cioè, vuoi vedermi? Dillo. Non ti piaccio? Mollami. Ma non continuare a contattarmi senza che ne venga nemmeno fuori una scopata”.

A quel punto, di solito, speriamo che la vagina interlocutrice raccatti questa palla e spenda almeno 5-10 minuti in un’attività di masturbazione condivisa socialmente utile.E noi, in quel momento, sappiamo benissimo che poniamo una questione che non esiste, che se con un cazzetto non ti ci vedi è perché, semplicemente, non vi piacete abbastanza. E sappiamo benissimo che a nessuno degli  attori frega un cazzo. E sappiamo benissimo che è tutto privo di contenuti, che si parla del niente. E tutto sembra posticcio, e i tira-e-molla da liceale non interessano, e che siamo in un’età in cui le persone vanno a convivere, costruiscono progetti di vita e le questioni di lana caprina con i cazzetti disadattati potevano andar bene 10 anni fa. Non oggi.

Ma le vagine più sensibili, a quel punto, dovrebbero capire, dovrebbero prestarsi a questo volontariato personalizzato, a questa specie di mutua solidarietà, in un circolo virtuoso in cui oggi capita a me e domani a te. O ieri a te, non importa, si tratta di 10 minuti in cui bisogna, semplicemente, sfoderare il repertorio delle frasi di circostanza che TUTTE abbiamo per queste situazioni e metterle sul tavolo +  aggiungere una considerazione ad hoc, specifica per la questione posta. Il mio repertorio prevede: “Sbattitene”, “No, vabbé, ma è un coglione”, “Se ti devi bagnare, fatti una doccia” (nel senso di “se devi peccare, fallo fino in fondo”) e “Questo cazzetto ha senso se apporta un beneficio alla tua vita, viceversa piscialo”

Perché, in verità, quando poniamo una questione inutile, una volta al mese, stiamo spendendo il nostro bonus masturbazione sentimentale che, di tanto in tanto, anche se nella nostra vita non c’è nulla di sentimentale, ci serve a fingere di non aver completamente anestetizzato una parte di noi. Forse perché siamo talmente oneste da non dover simulare né orgasmi, né completezza. Forse perché sappiamo ammetterlo, a volte, che ci mancano l’intrigo, la fascinazione, la curiosità. Forse perché sentirci sedotte ci confermerebbe che siamo capaci di aprire ancora una fessura, un piccolo squarcio nella nostra cortina di ferro emotiva.

Forse nelle masturbazioni inutili, c’è solo la memoria di quelle ragazzine che spasimavano per le onde elettromagnetiche dei cellulari, di quelle che non avevano paura di sbagliare e che nella loro bulimia di vita hanno divorato tutto ciò che potevano mordere. Con tutta la pelle. Con tutta la mente. E forse in quelle masturbazioni inutili, c’è tutta l’impazienza di chi, in fondo, ha ancora urgenza di vivere.

Di vivere cose da ricordare.

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