Archivi del mese: agosto 2012

Sindrome da Rientro Vaginale

A 3 giorni dal mio rientro a Milano ho le risorse emotive sufficienti per scrivere questo post: le mie ferie sono finite.

Sono in piena, devastante, trucida Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato. In buona sostanza, non ho voglia di fare un cazzo: non ho voglia di lavorare, non ho voglia di fare la spesa, non ho voglia di cucinare, né di disfare la valigia, né di fare le lavatrici.

Tuttavia, devo dirlo, sono state ferie grossomodo serene, in cui ho fatto quasi tutto quello che avevo voglia di fare: stare con le persone che amo o, come direbbe il mio amico Tarallino, “con le persone che ano”. Tarallino è un mio amico di piccola statura fisica ma grande caratura sarcastica, capace di produrre a braccio battute sovente legate alla parte anatomica in questione. Robe del tipo: “Non è anoressica, è anolessica, parla col culo”. Io per queste battute rido sempre un sacco e non so mai se sia merito del super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino fragrante come la corteccia d’abete, o se invece dipenda dal fatto che questi guizzi corrosivi sfiorano involontariamente la genialità.

Dicevamo, sono stata con i miei amici e con la mia famiglia. Felice di rivedere chi non rivedevo da troppo, felice di spendere il mio tempo nell’affetto ovattato di quel piccolo mondo antico in cui sono e resto – ancora per un po’ – la più piccola, coccolata, stronza, bambina viziata.

Ci sono stati solo 2 momenti tecnicamente critici:

1. Quando, ancor prima che il mio tallone posasse sul suolo della mia terra, mi è stato comunicato da Frecciagrossa che la mia città era inquinata da agenti patogeni quali il mio Ex e Queen of Deretan Town, la sua nuova scintillante vagina fluo.

2. Quando ho capito che uno degli argomenti più gettonati tra certi amici e certe frange estremiste della mia famiglia erano i kg che ho preso. Non è dato sapere in quale lasso di tempo: se negli ultimi 6 mesi, o negli ultimi 4 anni, o dai tempi della Prima Comunione.

E’ stato un piacere, tuttavia, osservare come il mio processo di vaginal-self-improvement abbia sortito i suoi effetti, consentendomi di fronteggiare con mediocre applombe entrambe le situazioni.

Per la prima, ho chetato il mio fastidio in volo e, una volta atterrata, ero già pronta a indossare tacchi con plateau, sorridere, salutare chiunque e, volendo, persino chiacchierare con Queen of Deretan Town, sì, insomma, quelle domande di circostanza del tipo: “Prima volta in Puglia?”, “Quanto vi trattenete?”, “Ma te la sa leccare?” e cose così. Settarmi su questo mood è stato semplice. Mi è bastato immaginarli in viaggio per la mia città, nella piccola auto, con tutta la discografia di Ligabue a palla e loro due che cantavano insieme, con viva partecipazione, “Urlando contro il cielo”. Per non spararmi le pose da figa, puntualizzo che ringrazio comunque il signore iddio di non averli incontrati. Perché il vaginismo impera, a essere “splendida” lì per lì forse sarei pure stata capace, ma mi sarei esposta a un consistente rischio-down-emotivo immediatamente successivo. Che, fortunatamente, mi sono risparmiata.

La seconda criticità, l’ho gestita peggio e quando dico “gestita peggio” intendo dire che ho sbroccato, vomitando sentenze su chi, dopo avermi rivista, ha pensato di dirmi per prima cosa che mi trovava ingrassata. Peché, in fondo, se io ingrasso o dimagrisco sono anche cazzi miei. Perché io non guardo il prossimo dicendo: “Oh minchia, ma stai rimanendo proprio senza capelli”, oppure “Daje stai diventando proprio un cesso”, oppure “Oh la cellulite ti devasta”, “Ma pensa, sei ancora disoccupata, scusa non ti senti un po’ fallita?”. Io questo non lo faccio. Non perché io le cose non le pensi, né perché io sia falsa, né perché io sia buona. Semplicemente perché la sincerità bisogna saperla usare e, in quanto tale, è una postura presuntuosa e decisamente sopravvalutata.

Quanto al resto, non mi lamento: ho visto l’alba nel mio giardino, ridendo fino alle lacrime con i miei 2 amici più cari, Frecciagrossa e Braciola. Ho scoperto che il primo, finocchio, chiava come chiaverebbe una spugnetta Spontex in un allevamento di ricci, oppure un riccio in un mondo di Spontex, e che il secondo, etero e terrone inside, influenzato da cattive frequentazioni, sta assumendo una discutibile deriva intellettuale da machoman di paese, che io ho cercato di arginare chiamando a raccolta tutte le mie presunte doti dialettiche e persuasive, in nome dell’amore che per lui nutro.

Ho scoperto che le mie amiche convivono o sono prossime alla convivenza, che sono cresciute e guardandole ho pensato che sì, cazzo, siamo diventati grandi. E mi sono accorta che per star bene non ho bisogno di scimmiottare ciò che mi faceva star bene a 22 anni. Ho scoperto che mi piace passare la nottata nei giardini delle ville, dove la gente mi parla e io riesco a capire cosa mi dice. Ho scoperto che di veder strimpellare le band locali, per sentirmi cool, in effetti non me ne frega un cazzo, perché io vivo a Milano e, se voglio, vedo Bruce Springsteen a San Siro gratis. Anche se le band locali sono andata a sentirle, che il rapporto con le origini è importante mantenerlo. Ho scoperto che a 26 anni una vagina inizia a mettersi la protezione in faccia i primi giorni di mare, che inizia a pensarci che le ustioni la pelle la invecchiano. Ho scoperto che la Vagina Maestra in autunno deve operarsi. Ho chiacchierato con mio padre, stesa sul materassino e ho parlato per una serata intera sulla spiaggia con una coppia di australiani amici dei miei amici che vivono a Londra e, questo sì, mi ha fatto sentire fica, anzi, faica. Ma non parlavo solo io, sia chiaro. Non sono così logorroica.

Ho bevuto birra sulla spiaggina e ho parzialmente convertito Frecciagrossa allo spiagginismo.

Ho negato quando la gente mi ha detto che avevo preso l’accento milanese. Ho camminato per i vicoli di Taranto Vecchia, tra l’odore del pesce fritto, trascinandomi un vodka lemon da Piazza Castello al Cantiere Maggese.

Ho ripetuto decine di volte ai miei genitori: “Ma vi rendete conto che potrei non riprodurmi?”. Loro hanno sorriso e mi hanno detto che è presto. E io ho apprezzato il loro tentativo di dissimulare quell’accenno di preoccupazione all’idea che io invecchi zitella.

E ho fatto le pizze con i miei cugini, in campagna.

E ho sorriso fino a notte fonda.

Per nessun motivo, a parte essere a casa.

Casa mia.

La casa vera.

…salvo che ora sono di nuovo a Milano, in piena Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato.

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Arbeit Macht Frei

Sono state ferie sociali le mie. Non social. Proprio sociali.

Sono state ferie in cui ho manifestato, ho urlato, ho scritto e ho sentito un sacco di persone nuove. Sono state ferie storiche. Non ho fatto solo questo, si intende. E del resto ne scriverò quando sarò a Milano, scegliendo in quale modo privarmi della vita, in piena sindrome da rientro.

Intanto, durante queste ferie, su suggerimento di un amico mio, ho scritto un Instant Book su tutta questa storia.

Il titolo è ARBEIT MACHT FREI – Storie di una Taranto non detta.

Non è niente di ché. E non fa ridere.  Però sono fotografie, pezzi di storie mai raccontate abbastanza.

Non è niente di ché. Ma quell’amico mio ha detto che è un documentario di anime, tra siderurgia e umanità.

Quindi, chi volesse avventurarsi in questo pesanterrimo racconto, può leggerlo e scaricarlo QUI.

Photo by Piolzam’s Evolution

E inizia così:

Cosa mangiano i signori? Facciamo un antipastino misto per tutti? Melanzane a funghetto, polipo alla Luciana, uccelletti, arancini, crocché, ricotta fritta, mozzarelline, pomodorini sottolio, peperoni ripieni, funghi, panzerottini, cozze al gratin?

Lavoro al Ristoro Basile Liuzzi di Taranto, in Via Pitagora, da trent’anni. Qui facciamo solo due settimane di ferie all’anno: la settimana di Natale e quella di Ferragosto. Per il resto, si lavora sempre. Siamo accanto all’unico teatro di Taranto, il Teatro Orfeo, e io qui ho visto passare un sacco di attrici, certe pure bellissime. Comunque nella sala dentro c’è un quadro con tutte le foto che Gino si è fatto con i personaggi famosi. Ma capiamoci, qua non è uno di quei ristoranti tutti eleganti, dove si spende assai e si mangia male. Qua è tutto il contrario.

Infatti siamo famosi, a Taranto. Specialmente per la nostra ricotta fritta. Secondo me, poi uno può pure dire che sono di parte, è la migliore ricotta fritta non solo di Taranto, ma di tutto il mondo. È che la facciamo come la faceva la signora, che ora è morta, buon’anima. La signora era la moglie del proprietario e a noi ci ha presi che eravamo poco più che piccini, che io ho iniziato giovanissimo a lavorare qui, che sono l’ultimo di 4 fratelli, abitavamo in fondo a Via Crispi, noi, e quando mio padre è morto abbiamo dovuto darci tutti da fare. Mò c’ho due fratelli miei che stanno all’Ilva, uno è entrato in Marina e io, che andavo all’istituto col figlio della proprietaria, lavoro qui che è una vita.

[...]

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The Other Side of Taranto

 

Venerdì 17 agosto è tempo di ferie, di mare, di chiappe al sole, di granite di limone, di scopone scientifico, di friselle pomodoro e tonno in spiaggia. Venerdì 17 agosto è tempo di spalle abbronzate e nasi arrossati, è tempo di capelli schiariti dal sole cocente, di birre consumate, di serate tra la sabbia e la musica.

 

 

Venerdì 17 agosto, invece, io a Taranto ho visto una pediatra piangere raccontando dei bambini che ha visto morire. Ho ascoltato un operaio raccontare la sua vergogna di lavorare all’Ilva. Ho sentito un 20enne del quartiere Tamburi parlare della vita a ridosso della Morte Nera di proprietà dell’illustrissimo Riva. Venerdì 17 agosto, a Taranto, io ho visto la polizia in modalità anti-sommossa, arginare una manifestazione pacifica.

 

Venerdì 17 agosto, ho scoperto che a Taranto le donne non riescono ad avere bambini. Ho scoperto che ci sono tumori che compaiono a 3 mesi di vita. Ho scoperto, una volta ancora, che Taranto è una città in lutto perenne. E che, questo posto, la mia gente, non ha più l’anello al naso e i cori si levavano in favore della Magistratura, della Todisco, di chi ha fatto ciò che nessuno ha mai fatto per questo territorio.

E no, non è stato un giorno di festa, come alcuni ardimentosi giornalisti si sono dilettati a scrivere.

Ci sono stati rabbia, dolore, forza, coraggio e una straordinaria civiltà. Un appello condiviso e patito, che resterà presumibilmente ignorato, ma che era esistenzialmente necessario esprimere.

Della complessità della situazione se ne parlerà. Si parlerà, poi, di ciccia e cazzi. E tette, e culi.

Intanto, pubblico le foto di oggi. Della cui qualità mi scuso.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Feria Vaginale

Oh, sto in ferie, cazzo!

E c’ho proprio voja de sta bene: vojo riposarmi, rilassarmi, divertirmi se capita. Vojo abbronzarmi, vojo bere Birra Raffo e pagarla 1 euro a bottiglia. Vojo fumare vurpi e chiacchierare fino a notte fonda. E almeno una volta vojo tirarmi a lustro come una fichetta di periferia, per sfoggiare i sandali dorati che non uso più.

Vojo coccolare tantissimo la Vagina Maestra e vedere se dal vivo riusciamo a parlare come quando io ero più piccola e lei più giovane. Vojo nuotare fino alla boa con mi padre, arrivare al largo, riposarci facendo il morto a galla – che io c’ho sempre avuto il culo troppo pesante per rilassarmi sul serio facendo il morto-, e poi tornare a riva. Vojo sapere come stanno gli amici miei, quelli di cui non so più un cazzo: quelli che convivono, quelli che espatriano, quelli che restano dove sono sempre stati, quelli che si sposeranno per primi, quelli che c’hanno ancora tutto da ridefinire.

Vojo uscire la sera, guardarmi intorno e pensare che sono tutti più giovani di me. Vojo evitare certi sguardi e vojo cercarne altri. Vojo mangiare la carne arrostita alla villa di mia zia. Vojo chiacchierare di politica con i miei cugini operai. Vojo sentirmi diversa e uguale. Vojo praticare il mio sport estivo preferito: il tressette da spiaggia. Vojo tornare da mare e, lercia di salsedine, svaccarmi sul dondolo in giardino. Vojo aprire il frigorifero a tutte le ore e trovarlo pieno. Vojo scattare tante fotografie. Vojo parlare con persone nuove, che abbiano qualcosa di nuovo da dire. E vojo parlare con le persone di sempre, che abbiano sempre le stesse cose da dire e vojo che me le dicano in dialetto. Vojo inciampare nei mille ricordi di quando fumare alla Baia di notte, seduti dentro una barca, tra carcasse di Raffo vuote e  mare era roba da sentirsi proprio fichi. Vojo piantarmi sulla mia spiaggina* per ore e vojo cuocermi. Vojo lamentarmi di come funzionano male le cose giù e vojo dire quanto amo il sud. Vojo fissare i muretti a secco e il verde intenso degli ulivi mentre smadonno incolonnata di rientro dal mare, facendo la strada interna – mica la litoranea – che è una cosa che mi fa sempre sentire inutilmente furba. Vojo magnare un’impepata di cozze al tramonto, con la signora cicciona e tettona che ci porta la pentola al tavolo e il pane da inzuppare nel succo di cozza original.

Vojo sbattermene della mia pancia e a chi mi dirà che ho il culo grosso, risponderò che non si può dire altrettanto del suo uccello.

Vojo ubriacarmi con 20 euro. Vojo flirtare ed essere frivola. Vojo essere forte e sbattermene. Vojo ridere in faccia a chi non mi saluterà e vojo guardare fisso negli occhi chi mi ferirà. E dirgli addio.

Vojo alzare il volume dei Kings of Leon mentre guido verso casa e le strade sono vuote e i semafori lampeggiano.

Vojo che i miei amici alle 4 del mattino si fermino nel mio giardino per il curcaletto.

E vojo guardarli andar  via, che è già alba.

*Dicesi “spiaggina” la seggiola bianca (in foto) comunemente utilizzata sui litorali per appollaiarsi sulla battigia a prendere il sole. Apparentemente appannaggio esclusivo dell’animale balneare di estrazione cozzara, la spiaggina è stata sdoganata anni orsono, nonostante la sua radicale anti-esteticità e nonostante induca a una posizione quasi-seduta che rimane alquanto fat-unfriendly, evidenziando la presenza dei celeberrimi “taralli”, assai più di quanto non avvenga stando stesi su un asciugamano/lettino/materassino. Il punto, tuttavia, è che la spiaggina è una specie di ritrovato paradisiaco, la quintessenza del benessere vacanziero, permette di non patire il caldo (essendo tecnicamente con piedi e culo a mollo), di fare salotto con amici e conoscenti, di abbronzarsi in maniera eccellente, di tracannare birra e fumare, con sempre qualche baldanzoso giovine che ti porti una raffo o una sigaretta, lasciando inalterato il tuo status di pachiderma in relax. La spiaggina è economica, leggera, è un investimento da consigliare a tutte le persone a cui tenete. Per capirci, la spiaggina è una protagonista indiscussa della mia personale visione del paradiso.  Se decidete di fare il grande passo e di acquistarne una, non siate spilorci. Badate bene. La spalliera deve essere alta tanto da permettervi di appoggiare anche la testa, se no il vostro sarà un acquisto monco e la spiaggina del vicino sarà sempre più allettante della vostra. Non lesinate su quei 3 euro in meno, la plastica dev’essere buona, viceversa la spiaggina si rompe. Ogni tanto, dopo il mare, sciacquatela con la pompa, altrimenti la salsedine – a lungo andare – ne compromette la tenuta e voi dovete avere a cuore la salute della vostra spiaggina. Infine, quando siete in gruppo, state sempre molto attenti a non mollare mai il campo. Lasciare la spiaggina incustodita vuol dire voltarsi, dopo 2 nanosecondi, e trovarci uno stronzo qualsiasi seduto sopra, per questa strana percezione che la spiaggina sia un bene collettivo.

NO.

La spiaggina è INDIVIDUALE.

Specie quella delle figlie uniche!

[a questo punto mi aspetto di ricevere uno stock di 8 spiaggine omaggio dal maggior produttore italiano di spiaggine].

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La Frugalità della Vagina

Sono stata a far visita a JFDN, un mio ex amante, che di solito vedo una volta ogni 2-3 anni.

JFDN, il cui nome sta per James Franco De Noartri, ha tipo 10 anni più di me ed è di sinistra hard core, oltre ad essere un musicista, uno scrittore e un consumatore spietato di cannabis. Ha un piercing, un tatuaggio e un sacco di capelli per la sua età. Disinibito, consapevole, mentalmente aperto, colto del tipo che snocciola citazioni di teatro, e cinema, e storia, e politica, e letteratura che io a 19 anni facevo proprio una fatica esagerata a starci appresso e adesso la situazione non è che sia migliorata poi tanto. Ma tutto quel sapere, che un po’ mi infastidiva un po’ mi affascinava, è sempre stato sapientemente veicolato con un approccio radicalmente svaccato che sdrammatizzava quell’effetto “Dio ce l’ho solo io” tipico degli “artisti”.

Storicamente, io sono sempre andata a rifugiarmi nella sua alcova al termine di ogni mia relazione. Perché lui è quel genere di cazzetto di cui ogni vagina dovrebbe essere munita: quello che c’è, non per le paturnie o per le lacrime. No, no, quello che c’è proprio per distrarsi, per rilassarsi, per stare bene. Per ricordarci che la nostra femminilità è una cosa meravigliosa e che possiamo giocarci, scoprirla e sperimentarla senza che questo faccia di noi delle baldracche in senso stretto. In senso lato, può essere. Ma tant’è.

A tal proposito, noi vagine, dovremmo proprio imparare molto dai cazzetti. Perché loro, sono bravi in questo. Quando si fidanzano, a differenza di molte di noi, non tagliano mica i ponti con amichette, amanti, ex. No, no. Loro perpetrano con solerzia la loro raccolta differenziata della fregna, selezionando il materiale da destinare all’ecosostenibile riciclaggio della vagina. Di solito, se – nel ruolo di fidanzata – manifesti insofferenza verso il network delle vagine già fruite e sempre pronte all’uso, vieni tacciata di gelosia, ottusità, pazzia, ossessione e altre derivazioni patologiche del puttanesimo del tuo partner.

Al contrario, invece, noi tendiamo a mollare i rapporti, forse per un retaggio culturale che ci accompagna dalle infanzie trascorse con le principesse Disney,  forse perché quando iniziamo una storia ci crediamo almeno 1 settimana che sia “quella giusta”, forse perché siamo più propense ad altro genere di peccatucci. Non lo so.

Resta il fatto che, su questo campo, loro vincono. Perché noi, che molliamo tutti i nostri amanti e i nostri flirt a ogni relazione, sbagliamo. Arriva il giorno che ci troviamo sole e anche il semplice avere una serata piacevole, distendersi, staccare la spina, diventa difficile, che non è mica che tutti i cazzetti in mezzo alla piazza son capaci. Ecco perché è importante che ognuna abbia il suo JFDN.

Dicevamo: io, puntualmente, ogni par d’anni, tornavo da lui, a fare un intervallo da me stessa e dalle mie insensate paturnie. Ma, a questo giro, alla fine della mia ultima storia, non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché volevo lavorare diversamente su di me, su quello che mi succedeva e su tutte quelle stronzate che noi vagine ci ripetiamo ad ogni crisi esistenziale, che oscillano dal “pensa a te stessa” all’ “approfitta di questo tempo per fare il punto di te”, come se noi vagine fossimo una specie di condominio in assemblea permanente, dove ogni mese c’è qualche dispendioso lavoro di manutenzione da fare. Immagine non poi così distante dalla realtà, in effetti.

Quindi, per una serie di menate e circostanze, a questo giro avevo saltato il mio appuntamento bi-triennale, finché, la settimana scorsa,  mi sono fatta questo ragionamento qua, piuttosto virile se vogliamo: da un lato, l’ultimo weekend prima delle ferie, tutti gli amici già partiti, il caldo fotonico e lo spleen vaginale; dall’altro, la possibilità di trascorrere ore piacevoli da un ex amante dotato di aria condizionata, vasca idromassaggio, erba e sex toys.

Mi pare che le cose vadano da sé.

E oggi pomeriggio, mentre tornavo a casa, ho pensato un sacco di cose utili.

Ho pensato che sono stata benissimo e che in quel benissimo c’è tutto il distacco che deve esserci in questi casi.

Ho pensato che tutto è stato così naturale e rilassato, che forse questo è ciò per cui sono fatta.

Ho pensato che questo voluto e occasionale offrirsi è tutto ciò in cui credo in questo periodo.

Ho pensato che credo si possa star bene una notte, non una vita.

Ho pensato che mi sono davvero sentita libera di assecondarmi, di rispondere solo a me: senza alibi, senza rimorsi, senza rimpianti, senza posture.

Ho pensato che io ci sto così bene nella frugalità e che sono così straordinariamente più consapevole di me, rispetto a quando vivo una relazione, che forse la frugalità è la mia dimensione ideale.

Perché fumiamo e parliamo, e ci raccontiamo gli ultimi 3 anni di vita, e ascoltiamo i Radiohead che sono mainstream ma comunque non sbagli mai, e mi dici che tu per i formaggi e per il pesce ci muori, e io ti dico che il rabbit dovrebbero averlo tutte le vagine per legge, tipo che dovrebbe passarlo la mutua, e tu ridi e io guardo i dettagli manifatturieri della tua nuova casa e penso che si vede troppo la mano di un architetto, e tu mi chiedi se sono rilassata, e io ti rispondo di sì e so che è solo questione di tempo e io ti afferrerò le spalle, e suderemo e tu sarai bravissimo, lo sei sempre stato, e io sono sempre più consapevole, e mi spoglierai di tutte le mie inquietudini per qualche ora, e io mi contrarrò, mi rilasserò, mi perderò e sentirò ogni cellula del mio corpo infettarsi della mia solitudine, che è la mia indipendenza.

E tutto sarà squisitamente chiaro e libero. Senza vincoli, senza obblighi, senza promesse e senza aspettative da disattendere.

Ho pensato che io, per ora, non voglio più appartenere a nessuno, perché appartenersi non serve, perché si sta insieme per anni e poi non resta nulla se non una manciata di ricordi. Delle foto. Qualche souvenir di viaggio. Dei brutti vestiti da casa. Uno spazzolino vecchio. Perché tutto diventa niente, perché viviamo di contingenza, caso, occasione.

Ho pensato che io nella vita voglio il maledetto eccesso, l’errore, l’incertezza, il brivido, i morsi nel ventre, quella sensazione fatale di abbandono inesorabile. Voglio toccare i miei limiti e spostarli. Voglio il mio squilibrio perché nel mio squilibrio vivere mi è naturale, e crescere mi è indispensabile.

Ho pensato che non voglio più tradirmi, raccontandomi che sono un’altra.

Ho pensato che tutto questo potrebbe segnare la mia condanna alla solitudine.

Ho pensato che no, mavvà! Certo che mi innamorerò di nuovo e tutte queste minchiate non me le ricorderò nemmeno. O forse no.

Quindi ho pensato: sticazzi.

E sono, in ultimo, arrivata a casa mia.

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Vagine Grasse si Nasce

Nel mio ufficio, a Vaginaland, è arrivata qualche mese fa una vagina cicciona come me. E io sono stata contenta, quando l’ho vista, perché, finalmente, non sarei più stata in minoranza etnica. Roba che, se potessi, io negli annunci per le stagiste ci metterei “10 kg di sovrappeso costituiscono requisito preferenziale”. Ma poi credo che l’ArciFiga mi si rivolterebbe contro tacciandomi di discriminazione nei confronti della topa e organizzerebbe un FigaSecca Pride sotto la finestra del mio ufficio. E nun me pare il caso.

Ad ogni modo, dicevo, ero felice di questo rinforzo che la divina provvidenza aveva deciso di concedermi, per aiutarmi nel ruolo di rappresentante delle vagine cosiddette curvy. Se non fosse che, un mesetto fa, guardo la schiscia (che sarebbe il pranzo triste portato da casa e mestamente consumato sulla scrivania di fronte al computer, leggendo vanityfair.it e commentando le corna di Robert Pattinson con le colleghe vagine) di questa nuova tipa e vedo che mangiava 2 fette di tacchino e 4 pomodori pachini. E mi è presa male. E mi sono accorta, una volta ancora, neanche fosse necessario, di quanto sia dura la vita da grassa.

Anche, semplicemente, a livello semantico. Quelle come me vivono un’esistenza costellata di attributi, vezzeggiativi e diminutivi che tentano, ipocritamente, di rendere più accettabile il giudizio estetico della società.

Quando dico “quelle come me” penso a tutte quelle vagine che sono cresciute portando sulla propria pelle l’onta di aggettivi come:

Paffutella - Rotonda - Rotondetta - Cicciottella - Formosa - Formosetta - Morbida - Burrosa - Pienotta - Robusta - Grassottella

…e via così.

Ora, siccome in questa sfilza di attributi c’è qualcosa di profondamente odioso e rivoltante per le vagine, qualcosa che ci trascende e che va ben oltre tutta la razionalità e la consapevolezza dei pregi e dei difetti che possiamo avere, arriva un momento nella nostra vita in cui decidiamo di iniziare a definirci “grasse” preventivamente. Prima ancora di dover sorbire quel lungo elenco di definizioni che ci misurano col centimetro e quantificano la nostra appetibilità sulla grande bilancia della macelleria vaginale.

A quel punto, davanti a un “sono grassa” (declinato nei modi più disparati, uno dei miei evergreen è “non sento freddo, ho l’adipe che mi protegge“) – badate, detto come constatazione non come lamentela – si va socialmente incontro a uno specifico range di risposte:

“Ma che dici!!! Grossezza è mezza bellezza” –> che di solito te lo dice la zia terrona che ti ama da quando eri una polpetta di 3kg e che nutre nei tuoi confronti una latente gratitudine perché nessuno sa sublimare le sue doti culinarie come fai tu, che ogni volta che vai a pranzo a casa sua mangi come una cinghialessa.

“Non sei grassa, hai l’ossatura grossa”, anche nella variante “Non sei grassa, sei così di costituzione” –> che di solito te lo dice la Vagina Maestra, specialmente quando sei adolescente e c’ha la fissa che qualunque adolescente sia a rischio anoressia. Che, nel mio caso, sarebbe stato più facile diventare campionessa di Decathlon, che anoressica, per intenderci.

“Ma che scema” –> che di solito te lo dice una conoscente, colta alla sprovvista, che non sa bene cosa rispondere e non vuole, per un misto di solidarietà vaginale e autoconservazione, pestare merdoni su un argomento così delicato

“Tu sei bella così come sei” –> che di solito te lo dice un’amica che ti vuole tanto bene. Del resto, se Gisele Bundchen pesasse 80 kg, sarebbe bellissima lo stesso. Solo che non sarebbe Gisele Bundchen.

“Tu stai bene così, come Adele” –> che di solito te lo dice il tuo capo, il tuo cliente, il genitore di un amico, insomma qualcuno a cui non puoi rispondere come vorresti, e tendenzialmente vorresti rispondere come si risponde dalle mie parti: “ngulacitemmuert” (alla lettera: nel colon di chi è recentemente venuto a mancare nella tua famiglia) che noi tendiamo a prendercela pure con i morti, non abbiamo pietà nemmeno per quelli. Non per niente. Ma avrò almeno QUATTRO kg meno di Adele.

Tutto ciò per quanto riguarda le risposte femminili.

Esistono poi le risposte maschili, che di solito sono:

1. “Non capisci un cazzo” –> Che è quella che apprezzo di più, che oltre a rassicurarmi mi fa sentire anche un po’ redarguita, mi fa sentire molto piacente nelle mie forme da Giunone sotto cortisone e mi lascia percepire che il mio interlocutore, così spregiudicato, abbia due palle così. Che poi magari non ha, ma lì per lì, per tipo 4 minuti, posso illudermi che le abbia. Tendenzialmente, questo soggetto ha buona possibilità di segnare in porta.

2. “Ma no, Vagi, non è che sei grassa. E poi se vuoi dimagrire puoi iscriverti in palestra o fare attenzione all’alimentazione” –> Sbagliato. Questo lo dice il cazzetto che ti conosce ma non troppo, a cui non l’hai mai data e che non la disdegnerebbe, e che un po’ ci spera che tu prima o poi, nell’obnubilamento etilico possa rilassare gli adduttori e abbandonarti al suo fascino latino.

3. ”Ma va, non sei grassa” –> Che di solito te lo dice quel fidanzato che sta con te perché sei chiavabile, divertente e devota, chiedendosi quante settimane ancora resisterà prima di scoparsi una pertica col culo a mandolino.

4. “Ma no, sei dimagrita” con sorriso sarcastico –> lo dice il cazzetto a cui non l’hai mai data e che sa che mai gliela darai. Presumibilmente, ello non la vuole nemmeno, perché è giusto porre il caso che uno possa non volerla, se no ci dicono che siamo sessiste e presuntuose, a non contemplare l’ipotesi che esistano cazzetti che non ci si chiaverebbero manco sotto tortura e che tra la nostra vagina e un gulag, sceglierebbero il gulag.

5. “Le tue tette stanno sempre meglio” –> che di solito me lo dice il mio storico amico Braciola, quello che si ostina a pettinarsi facendosi il crestino, fissandomi le sise.

6. “Tu sei bella obesa così come sei” –> che di solito lo dice Frecciagrossa85 che, del resto, è il mio amico finocchio.

Ma la più poetica della mia vita è stata mia nonna. 

Che quando sei una piccola grassa senti questa frase in bocca a chiunque, tutti ti dicono: “Eh, ma ora che dai lo sviluppo…”, come se tu dovessi diventare improvvisamente Kate Moss al primo ciclo mestruale. Cosa che mi ricorda altre figure retoriche tipiche della giovinezza come “gli spacciatori che ti danno la droga gratis per fartela provare” che sarà che a Taranto manco i pusher hanno lo spirito imprenditoriale, ma io non ho mai ricevuto cadeau di hashish fuori scuola, per dire.

Comunque, dicevo, la più poetica fu mia nonna che, dopo il mio “sviluppo”, a seguito del quale mi seccai un po’ ma si trattò di un effetto ottico temporaneo, mi guardò, poi guardò mia madre e le fece, nel suo dialetto:

“Chissì nò s vò azzcchnì”, o una cosa del genere. Alla lettera: questa non vuole dimagrire. Nel senso che io non ero destinata a dimagrire. Nemmeno dopo l’atteso e trepidato “sviluppo”. Questo per dire che il mio era un destino segnato, e così quello di tante altre  vagine. E per quanto cercare di cambiare sia lecito [non v'immaginate quanti buoni propositi fallimentari c'ho per settembre], la verità è che a volte grasse si nasce.

E farci pace, con questo, senza sconfinare nell’auto-indulgenza patologica, è giusto.

Specie perché fighe si può esserlo anche da grasse. Lo stesso. Se non di più.

Perché non dipende dai chili in senso stretto.

E finché non lo capiremo noi, non possiamo pretendere lo capiscano i cazzetti, la società, le aziende e quei froci impuniti degli stilisti.

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