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Pop Up Al Culo

Ho recentemente scoperto che hanno inventato i jeans con il push up per il culo.

Sì, lo so, non è esattamente uno scoop. Ma io c’ho riflettuto soltanto adesso, perché mi sono ritrovata davanti questa pubblicità, abbinata – come spesso avviene secondo le modalità “marketta antisgamo” – a un articolo all’interno della rivista su questi miracolosi blue-jeans che se li compri nella versione pluriaccessoriata ti danno come optional anche il culo di Jennifer Lopez.

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Una potrebbe pensare che non ci sia poi tanto da stupirsi se si considera, per esempio, che sono tornati in auge i corpetti, dal diciottesimo secolo con furore, evidente segno di evoluzione vaginale. Solo che non li chiamano corpetti, no, adesso le guaine medievali si chiamano Shaping Collection. Che poi, sia chiaro, quelle robe lì, quei tripudi di misoginia color cipria, una cosa sono visti addosso ai manichini, ben altra cosa sono messi sul corpo delle vagine vere. Che una magari non ci pensa e le viene in mente che quasi quasi se l’accolla, poi le capita di trovarsi con uno e non è che quel poveraccio può star lì a disimballarti dalla tua lingerie da cetaceo dei mari del nord e scoprire che in realtà non ha rimorchiato te ma la versione sottovuoto di te.

Ecco io queste cose non le capisco granché.

E se da una parte auguro la gonorrea ai direttori marketing di quei brand che nel 2013 ancora non sono capaci di parlare con il pubblico femminile e di pensare strategie di posizionamento più originali e intelligenti, rispetto a cavalcare le peggiori insicurezze vaginali, dall’altra mi chiedo perché noi vagine continuiamo a prestare il fianco a questa folle corsa verso l’artificialità.

Iniziamo a NON accettarci prima ancora di avere il ciclo mestruale e se la metà delle energie che spendiamo a lottare contro il nostro corpo e il suo sacrosanto invecchiamento, la investissimo per conquistare davvero i nostri diritti civili, a questo punto forse saremmo già in piena Vaginocrazia Illuminata.

Invece no. Invece dobbiamo preoccuparci della cellulite, del sovrappeso, della ritenzione idrica, della buccia d’arancia, delle rughe, dei capelli crespi, dei capelli fragili, dei capelli opachi, dei peli, dei punti neri, della pelle grassa, della pelle secca, delle sise troppo piccole, del culo troppo sceso, delle ginocchia troppo grosse, delle smagliature, delle caviglie troppo gonfie, dei capillari e non so quante menate sto tralasciando. Quindi, mi chiedo: avevamo proprio bisogno dell’ennesima trovata che ci facesse sentire inadeguate col nostro culo? Ma soprattutto, in una maniera così subdola, con un claim da denuncia come “Magic happens” e questa topa atomica nata dall’incrocio genetico tra una letterina e photoshop, che tira fuori un coniglio da un cilindro! Mi viene da strippare. Ma magic happens stocazzo! Dì la verità, infimo brand! Dì la verità a quelle 13enni che non sono fiche, che non saranno mai come questa gnocca che ci sbatte in faccia il suo culo monovolume 180 cavalli. Devi dire: “Vuoi un culo che parli? Non mangiare i Fonzies e spaccati in palestra da quando hai 12 anni! Comunque non avrai il culo di Jennifer Lopez, ma sarai un po’ meglio di come sei“. E noi, noi che siamo amiche, cugine, sorelle, madri di quelle ragazzine, abbiamo il dovere di insegnar loro che ci sono altre doti da sviluppare e altri valori da perseguire. E che non possiamo averci tutte lo stesso culo, con la stessa forma. Che siamo diverse e che la bellezza è unicità, e vivadio che sia così, e se un cazzetto questa cosa non la capisce, il nostro culo non se lo merita. E aziende come Gas, che fanno bussiness sulle nostre paranoie, andrebbero boicottate, non finanziate.

E, tra push-up per le poppe e pop-up per il culo, a me verrebbe solo da dirvi: diamoci pace, la gravità esiste, porco mondo! Aver cura di sé è una cosa. Ossessionarsi per modificarsi, oppure essere così cionfe da credere a queste boiate, un’altra.

Ma soprattutto, per chi è un valore irrinunciabile che noi abbiamo il culo perfetto, di puro marmo scolpito sui fregi dell’Altare di Pergamo? Nostro? Delle vagine? In quel caso forse è giunta l’ora di imparare una nuova lezione di femminilità.

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Oppure è un valore per gli uomini, quel culo perfetto? No, perché a me sta bene, sia chiaro, però per coerenza sarebbe giusto che le industrie della moda e della cosmesi, a questo punto, si impegnassero nella produzione anche dei seguenti prodotti, tutti reclamizzati su testate di serie A e in prime time su reti nazionali generaliste:

Sneakers con rialzo pour homme –> per tutti quelli che se mi metto i tacchi divento più alta di lui e paro su madre

Camicie imbottite –> che all’interno abbiano una sottile imbottitura sulle spalle e sul petto. In questo modo, oltre ad essere più caldi, potranno anche dissimulare le loro spallucce da Smeagol e il loro petto di pollo Amadori.

Giacche con spalline autopulenti –> per tutti quelli che la forfora è scacciafica, forse nessuno te l’ha mai detto

Panciera Sagomata –> un mutandone ascellare che abbia sulla parte esterna degli addominali scolpiti, così che, indossando una maglietta aderente, il cazzetto sembri ben messo

Reggipetto contenitivo –> perché no, non è bello quell’accenno di tettina con capezzolame flaccido che intravediamo sotto certe polo Ralph Lauren.

Jeans Pop Up per lui –> avete presente quando a forza di passare la vita sul divano non avete più il culo?

Cappelli con capelli –> in versione invernale, con una base in cachemire impreziosita all’esterno dal cuoio capelluto di un babbuino depresso che si è tolto la vita guardando tutta la filmografia di Cristiana Capotondi. Per l’estate, c’è anche la versione bandana con cuoio capelluto.

Costume da bagno Autocritico –> il primo slip dotato di intelligenza artificiale, che possegga maggiore senso critico dell’esemplare virile intento a indossarlo, tale da rifiutarsi d’essere calzato da chi proprio non se lo può permettere

Fanghi di sterco di gabbiano volumizzanti –> Hai sempre voluto il pene di Rocco? Ora puoi! Basterà applicare ogni sera i Fanghi di Sterco di Gabbiano, prima di andare a dormire, sul tuo pene, poi avvolgerlo in una sottile pellicola trasparente domopak e lasciare riposare per otto ore. I fanghi agiranno con la loro azione volumizzante e vedrete i primi risultati dopo sole 5 applicazioni! Le vostre partner finalmente capiranno la differenza tra il vostro dito e il vostro pene!

Perché sì, se noi dobbiamo tendere tutte a Jennifer Lopez, vorrei che tutti i cazzetti tendessero a Michael Fassbender!

Eccheccazzo.

ps: sul fatto che l’uomo debba essere più affascinante che bello sarei anche d’accordo, se solo la maggior parte di quelli a piede libero non avesse meno charme di Dodò dell’Albero Azzurro. Senza offesa per Dodò.

pps: chiaro sia che io comunque preferirei una società in cui barattare il pop-up al culo e la gommapiuma nelle mutande con la voglia di dirsi e darsi. Di ridere e godere insieme.

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Un Cuore per LILA

Se c’è una cosa positiva negli uomini che ho frequentato (biblicamente) in questo ultimo anno (la quota è così fortemente risibile che a breve dovrò candidarmi ai campionati mondiali di frigidità), c’è che buona parte di essi si è rivelata, con mia somma sorpresa, sensibile all’uso del profilattico.

Ciò mi ha ben disposta, perché a onor del vero ero abituata a frequentare cazzetti nati nei late Seventies che erano strenui sostenitori del Salto della Quaglia, come se fosse il più accreditato metodo anticoncezionale approvato dalle Nazioni Unite e dal Concilio Vaticano Secondo e come se l’unica forma di prevenzione di cui preoccuparsi fosse quella dalle gravidanze.

In verità spesso i cazzetti sono portatori ignari di infezioni che, siccome c’hanno culo, su di loro non esercitano alcun effetto, mentre su di noi possono avere esiti imponderabili, dalla candida all’hpv e al conseguente terrore psicologico indotto in merito al tumore alla cervice uterina. Perché Dio è chiaramente misogino, e questa è un’evidenza.

E poi ci sono i casi più gravi, quelli che inguaiano tutti, come l’HIV.

Ora, noi tutte sappiamo benissimo quanto proteggersi sia importante, e lo sappiamo perché siamo cresciute negli anni novanta, quando  a cena passavano la pubblicità dei preservativi Control e candidamente chiedevamo ai commensali cosa fossero i preservativi. Ricordo che avevo 8 anni quando mia cugina, 10 anni più grande di me, mi disse che mi avrebbe dato 50.000 lire se fossi andata a porre la suddetta domanda a suo padre, mio zio.

Noi tutte sappiamo quanto proteggersi sia importante perché abbiamo scoperto dell’esistenza di Bruce Springsteen piangendo davanti a Philadelphia, perché abbiamo letto fin dalla più tenera età approfonditi educational su Top Girl su come bisognava applicare il profilattico all’augello, perché abbiamo memoria definita dei nostri compagni di classe che in gita si portavano scorte antiatomiche di condom, nemmanco stessero per passare 5 giorni con Lisa Ann.

E ciononostante, prima o dopo, può succedere che la diamo via senza profilattico.

Succede per esempio quando siamo piccole, succede quando siamo convinte di conoscere il ragazzo con cui stiamo andando a letto neanche potessimo conoscere le abitudini sessuali di tutte quelle che s’è fatto prima di noi, succede quando pensiamo “figurati se capita a me”, succede quando la persona con cui siamo adduce argomentazioni inoppugnabili come:

- E’ troppo stretto, mi stringe, mi fa male (Cosa sei, un cavallo? Comprati i cappucci per peni conformati, cosa ti devo dire)

- A me piace nature (infatti non è che il mio sia buon senso, sono semplicemente una fan del lattice e l’idea della carne tua dentro la carne mia, così, senza barriere, mi causa conati di vomito, pensa)

- Sento di più senza (sentiresti di più anche se non te la dessi affatto?)

- Mi piace sentirmi libero (disse il pene incatenato dalla gomma)

- Non mi piace venire nel preservativo (così parlo lo sperma con mire espansionistiche)

Ora, senza raccontarci le favole: il preservativo non deve essere una variabile. Non è argomento di trattativa. Non è necessario scopare, se non si è d’accordo sul suo utilizzo. E volendo si può giocare lo stesso, basta avere fantasia, voglia di divertirsi e buona parte del campionario di accessori e giocattoli durex, nel caso (durex, ti decidi a mandarmi tutti i tuoi prodotti a casa, o cosa?).

Il sesso, per voi che lo praticate assiduamente intendo, è e deve essere un atto meraviglioso, sano, liberatorio, declinato secondo le soggettive preferenze e inclinazioni. E va benissimo così. Ma non esiste un solo cazzetto per cui valga la pena ammalarsi, né nello spirito, né nel corpo. Questo dovete, dobbiamo, ricordarlo. Sempre.

Proteggersi è un atto di intelligenza fondamentale. Per noi e per la persona con cui stiamo.

Per noi e per la persona con cui staremo.

Perché a volte succede di ammalarsi quando si è già parte di una coppia, laddove uno dei due non è stato attento prima o magari ha rapporti non protetti con terzi che, io dico, vuoi farti inchiappettare da un viados in tangenziale prima di tornare a cena da moglie e figli, fai quello che ti pare, l’ano è il tuo, però, buttanaeva, vuoi proteggerti? Vuoi farlo per rispetto di te stesso e della persona con cui spartisci la vita?

Perché Chiara, per esempio, ha 20 anni ed è sieropositiva. E’ stata infettata dal suo ragazzo che non sapeva di avere l’HIV. E la sua vita non sarà più la stessa. E io scopro di lei, scopro che questo argomento che consideravo superato è invece attualissimo perché un mio contatto mi segnala la campagna “Un Cuore per LILA“, la Lega Italiana Lotta contro l’Aids che fino al 3 novembre raccoglie fondi per il Progetto “DONNA – Prevenzione al femminile”. Anche se io l’avrei chiamato “VAGINA – prevenzione al femminile”, ma questo è un di cui.

A quanto pare, infatti, siamo proprio noi le più soggette al contagio dell’HIV, che continua ad aumentare e proprio a causa del sesso non protetto. E, dunque, per chi volesse, sarà possibile inviare un sms solidale al numero 45508 per donare 2 euro che confluiranno nei fondi destinati alla realizzazione di campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte alle donne.

Ma, in ogni caso, donazione o non donazionoe, parliamone ogni tanto.

Parliamone con la gente. Parliamone, di prevenzione, perché gli anni novanta sono finiti, ma c’è ancora un grande lavoro da fare.

E noi, vagine, stiamo attente.

Stiamo attente a distinguere cervello, cuore e vulva. Ricordiamoci, vagine, che un uomo che nel 2012 si rifiuta di usare il profilattico è con buona approssimazione un idiota e chiediamoci se valga la pena metterci a repentaglio la salute per un coito che con buona probabilità sarà anche inappagante.

Stiamo attente a scegliere un partner abbastanza sveglio da sapere che il preservativo non è un optional, mai.

Stiamo attente ad amarci con quella fermezza e quella totalità con cui, forse, solo noi possiamo amarci.

Proteggiamoci, vagine.

Sempre.

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Insofferenza Vaginale e Pene Cerebrale

Sono in piena Sindrome di Insofferenza Vaginale, anche nota come SIV.

La SIV mi colpisce con cadenza bimestrale, di solito quando non torno a casa da troppo tempo, e viene spesso confusa con più comuni sindromi vaginali per via di certi sintomi in comune, tra cui: acidità, antipatia, malmostosità, rodimento di culo, mestizia, cupezza interiore ed esteriore. La differenza sostanziale tra lo Spleen Vaginale, la sindrome premestruale e la SIV è che le prime sono passeggere; l’ultima, invece, è una predisposizione d’animo al patimento, che vive piantata nella nostra pancia e vien fuori di tanto in tanto, adducendo motivazioni per lo meno risibili al fine di auto-legittimarsi al cospetto della nostra consapevolezza.

Cose come:

“Sono feroce perché devo dimostrarmi che ho fatto le scelte giuste”

“Sono stanca”

“Morirò sola”

“Non so più raccontarmi”

“Non sono più disposta a comprendere un’altra persona”

“Non sono più capace di stare bene con qualcuno”

“Volevo tanto ridere e invece ho pianto”

“Non investirò più energie nel tentativo di trovare il Sacro Graal delle relazioni, la combinazione perfetta di caratteri improbabili in rapporti sbagliati in principio”

“Sono così spossante che se potessi mi lascerei da sola”

E altre robe di questo tipo…

Quando mi capitano gli attacchi di SIV tutto inizia ad apparirmi più inutile e io non sopporto più niente e nessuno, me per prima.

Non sopporto più l’inutilità del mio lavoro, che amo; non sopporto più questa città dove il massimo problema sociale è il nuovo metodo drenante per combattere la cellulite; non sopporto più un sistema in cui il più importante obiettivo esistenziale è avere l’abito perfetto per ogni circostanza. Non sopporto più la mia lontananza, il mio non esserci, il mio lasciar passare il tempo senza mai risolvermi, senza mai districare fino in fondo i nodi delle inquietudini che c’ho appresso.

E poi mi scopro a pensare di essere una vaginetta di infimo livello, che se poi vai a vedere bene appena troverò un cazzetto che mi garbi appena appena, magari, vedi come tutte ste paturnie si dissolvono in un paio di weekend di sesso furibondo e coccole dissimulate. Ma solo per un momento. Perché poi ne arriveranno altre, di paturnie. Perché io lo so come sono e questa corsa verso non so cosa è lunga, e il mio fiato è corto. E io non ho pazienza con nessuno. Nemmeno con me.

E i mesi mi scivolano di mano così, affannati tra tanto dire, tanto fare, poco concludere, tanto concludere, correre, tornare. Tra lampi di serenità e kilometri di inquietudini. Tra vaginismo sfranto e abuso del mio Pene Cerebrale.

Che il Pene Cerebrale sarebbe un’escrescenza fallica che ci cresce nel cervello, a noi vagine single, che ci serve come arma contundente sulle nostre vulnerabilità, sulle nostre derive senza capo e senza coda, come strumento di auto-difesa da noi stesse.

Di fatto succede che veniamo segretamente armate di Peni Cerebrali dalla CIA, che ci finanzia per arginare l’avanzata vaginale sovietica, e noi usiamo questo manganello mentale per cazziarci da sole, in assenza di un salvifico maschio alfa che ci riporti con le ovaie per terra. Ecco, noi vagine single impariamo a suonarcela e a cantarcela. Ci facciamo da prete e da sacrestano. Ci ricordiamo da sole che, in fondo, non c’è nulla che vada poi così male e che viviamo la vita che – bene o male – avevamo scelto di vivere. E che se quindi la smettessimo di struggerci per il nulla, forse dimostreremmo più intelligenza. E che forse, ma è tutto da verificare, potremmo vivere anche senza fare una tragedia in 3 atti di ogni microscopico evento che si consuma nelle nostre vite.

E intanto, mi viene il dubbio che nel nostro correre e restare immobili, forse, a volte dovremmo soltanto spogliarci.

E abbandonarci. Sospendere le nostre condanne.

E sticazzi.

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Impressioni di Palestra

Tre giorni di prova in palestra.

Ho l’acido lattico nell’anima. Ho così poche energie che immortalerò le mie impressioni in maniera quanto più sintetica possibile. Che tra un po’ manco a muovere le dita riesco.

Allora:

1. La palestra è il posto in cui mi sento in assoluto più a disagio nell’universo. Potrei più facilmente posare nuda davanti a una squadra di rugbisti con velleità artistiche, che fare sport.

2. Le mie doti dialettiche, proporzionali alle mie capacità respiratorie, si riducono drasticamente appena varco la soglia del fitness.

3. Quando inizi a squamare come un tricheco nella foresta amazzonica dopo 10 minuti di PASSEGGIATA sul tapis roulant ti senti oggettivamente sull’ultimo gradino della scala evolutiva. Tipo che tra te e un geco, vince il geco, che può pure perdere la coda e continua  a vivere, in effetti, quindi forse non ho scelto proprio l’animale più stronzo del creato, ecco, per l’appunto, nemmeno un esempio calzante mi riesce di fare.

4. Sono piuttosto persuasa del fatto che l’istruttrice sia il Sergente Hartman  sotto mentite spoglie. Per ora è carina, mi dice anche “brava”. Ma io lo so, è solo questione di tempo e inizierà ad appellarmi pubblicamente “Palla di lardo”.

5. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager

6. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager e ti dicono nello spogliatoio “Io odio la palestra”. Potrebbe succedere che tu, cicciona, risponda “Anche io”. Alché loro ti spiegheranno che odiano la palestra perché sono pallavoliste, nuotatrici e lanciatrici di giavellotto. E tu vorrai implodere, come un blob, nel tuo grasso.

7. Il tapis roulant è noioso

8. Il cross trainer è spossante ma mentre lo fai senti già che le tue cosce e il tuo culo ti rendono grazie e ti amano per l’oggettivo sforzo che stai facendo.

9. Non osservare mai altre vagine sul cross trainer. Inutile illudersi: loro sono sinuose, sensuali e attillate. Tu sei un cesso.

10. Un aspetto positivo dell’andare in palestra è che in tutte la altre situazioni sociali non ti sentirai più particolarmente fuoriluogo. Non perché tu sia più sicura di te. Semplicemente perché sarà difficile che esista una situazione sociale in cui tu possa essere più inappropriata.

11. Gli addominali sono contro la mia religione. Sono una cosa che fatico a comprendere. Passo la vita a tenere la pancia in dentro e poi arrivo lì e mi stendo a contrarre i muscoli e gonfiare la panza nell’illusoria speranza che tra 100 anni, sotto strati geologici di grasso, compaiano dei muscoli.

12. Ho osservato attraverso i vetri trasparenti un esercito di donne toniche che voi umani non potete immaginare, le ho guardate fare 1 ora di Zumba Fitness e ho capito che lo Zumba Fitness è il demonio. Io non mi esagiterò su quella musica. No. A parte che potrei morire di insufficienza respiratoria.

13. Dovrò sopportare il fatto che in palestra tutti flirtano tranne me.

14. Quando mi metto a cavalcioni su una panca, però, sto meglio. Mi sento più a mio agio.

15. Per non farmi paralizzare dalla presenza di uomini attorno a me, mi concentro sul pensiero che quanti più muscoli hanno, tanto più piccolo sembra il loro pisello quando sono nudi.

Per ora è tutto.

Credo di morire,

vostra

VagiFit

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La Vagina e la Grande Industria

Amo Taranto con quell’ostinazione cieca con cui si amano gli uomini stronzi, sbagliati e ignoranti.

Pare che chiudano l’Ilva di Taranto.

Il ché, alla percezione di un tarantino, suona meno verosimile di quando Raffaella Fico mise all’asta la sua verginità, prima di farsi presuntamente fecondare da calciatori.

Per i non addetti ai lavori, l’Ilva sarebbe questa fabbricona che impiega in parte il popolo tarantino e in parte una caterva di paesani, che spesso poi hanno 12 palazzine e 400 ettari di terra, ma questo è un dettaglio. Perché al sud non c’è la piccola imprenditoria. Al sud non c’è la “fabbrichetta“, che è una parola squisitamente lombarda, triveneta al massimo. Al sud noi abbiamo il mostro siderurgico, bene che vada. Giganteschi apparati macina-esistenza, che fagocitano tutta la bellezza e la salubrità del territorio in cambio di qualche migliaio di schiavi che per 1000 euro al mese mandi avanti il baraccone.

Photo by Piolzam’s Evolution – Backstage Pics

Appena ho letto il titolo della notizia, sono stata felice. Felice come quando ho vinto 2.500 euri al Bingo o come quando ho parlato nell’orecchio a Manuel Agnelli.

Ho immaginato migliaia di persone riversate in strada, nude a farsi il bagno nella fontana di Piazza Ebalia, a brindare per questa temporanea vittoria dell’ambiente, della salute, della vita, della legge, della giustizia su decenni di violenza, di abusi e di connivenze.

Invece, ho letto di migliaia di persone in strada per difendere l’Ilva. Anzi no, per difendere il posto di lavoro.

Sai, devono mantenere le famiglie.

Sai, devono farsi “mettere le marche”.

Sai, la rata della macchina.

Sai, lo stipendio sicuro.

Sai, il mutuo.

E allora ho pensato. Ho pensato per tutto il giorno. Mi sono posta il problema. Non volevo essere un mostro, non volevo pensarla da stronza. Non ho smesso di pensarci per tutto il giorno e, uscita dall’ufficio, ho chiamato i miei cugini, che all’Ilva ci lavorano.

Che all’Ilva c’aveva lavorato pure mio zio, che faceva i turni di notte e straordinario a nastro, che non era facile campare in 4 con uno stipendio. Che mio zio è uno che, così, parlando di politica, può snocciolarti senza remore frasi del tipo “Il problema è che è caduto il Muro (di Berlino)”. E’ un nostalgico, per così dire. Naturalmente, però,  lo dice in dialetto, perché in dialetto tutto suona straordinariamente più efficace. Mio zio è stato un grande lavoratore e ora, che percepisce la sua meritatissima pensione, ha sempre qualcosa da pittare: un cancello, un muro, una staccionata, delle sedie da giardino. Ed è uno di quelli vecchio stampo, c’ha quella tempra che gli uomini d’oggi non hanno più, che pure che c’ha quasi 70 anni col cazzo che si fa aiutare. E quando bestemmia, se la prende con San Procopio, che io non sono nemmeno sicura che esista, tale San Procopio, ma questo forse l’avevo già scritto da qualche parte.

Comunque, dicevo, quando mio zio ha lasciato l’Ilva, classiche storie di terroni, ci sono entrati i miei due cugini, che ci stanno dentro da quando io avevo ancora i capelli corti e gli occhiali con la montatura dorata e le lenti rotonde. Allora io, dopo il lavoro, ho fatto sta telefonata. C’ho chiesto com’è la situazione, cosa succede, come stanno, se sono preoccupati. Ho chiesto cosa ne pensano. E non è che non siano preoccupati, e me l’hanno detto che è un casino perché se davvero chiude, restano a terra 20.000 famiglie. Però entrambi m’hanno detto che vedranno come si mettono le cose e che, alle brutte, s’arrangiano e che qualcosa da fare la trovano. Anche a costo di andare. O di mettersi proprio. O di inventarsi un mestiere. Allora io c’ho detto che sono persone in gamba, che è ciò che penso, e poi, ho aggiunto, Tyler Durden diceva che perdere il lavoro è una cosa auspicabile, perché significa avere finalmente la possibilità di concludere qualcosa nella vita.

Poi abbiamo chiuso e io ho continuato a pensare.

Ho pensato a lungo. E sono giunta alla conclusione che l’Ilva bisogna chiuderla. Che la cosa giusta è questa. Che tutte le vie di mezzo sono beceri mezzucci per perpetrare lo status quo. Che la salute e la vivibilità del territorio non devono più essere disposti a scendere a compromessi. Che se l’Ilva resta aperta, nulla cambierà perché no, non è vero che gli impianti si metteranno a posto e ringrazio Vendola delle sue dichiarazioni, della sua ipocrisia, perché sa smuovermi l’intestino come nemmeno il Bifidus Essentius.

Ho pensato che l’Ilva bisogna chiuderla e che tutte le conseguenze sono solo un effetto collaterale del cambiamento.

Ciò che le autorità devono fare, se son degne di tal nome, è chiuderla.

E ciò che i tarantini devono fare come popolo, se son degni di tal nome, è reinventarsi.

E non si può sempre pensare che in nome dello stipendio fisso sia lecito uccidere il prossimo. E’ inumano difendere una mostruosità come l’Ilva, voglio dire che è quasi come quelle mogli che non crepentano di mazzate i mariti che di notte stuprano i figli.

Non vi è civiltà nel difendere l’Ilva. Non vi è dignità. Non vi è intelligenza. Mi spiace dirlo, mi spiace davvero, ma è così.

Forza e coraggio. Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo, come forse in tutti. Ognuno fa il meglio che può, con i mezzi che ha. Ognuno si mette il culo in batteria e cerca di restare a galla. Magari fa le valige e se ne va, a 1000 km o a 10.000 km. Ognuno resta e combatte, e vive con il terrore di scoprire da un giorno all’altro che a sé, o a qualcuno dei propri cari, restano pochi mesi di vita.

Photo by Piolzam’s Evolution

Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo e, per quanto mi riguarda: armatevi di zappe, armatevi di cazzuole, armatevi di pinze e di reti da pesca, armatevi di farina e olio di gomito, armatevi di inventiva, evolvetevi o tornate indietro, fate un po’ il cazzo che vi pare, ma lasciate che il mare torni ad essere mare, che l’aria torni ad essere aria, che la terra torni a dare i suoi frutti e che quei frutti siano commestibili. Lasciate che le cozze non siano più radioattive e che nel latte materno non ci sia più la diossina. Cogliete questa opportunità e concludete qualcosa nelle vostre miserrime vite. Perché se voi scendete in piazza, perché dovete pagarvi l’abbonamento alla 3 per permettervi un iPhone 4s che non sapete usare, siete complici di un delitto. E siete talmente ignoranti da non comprendere che questo è fraticidio e voi siete delle meretrici asservite a un potere che vi mastica e vi caga via, con le vostre metastasi, da 50 anni.

Quello di oggi è un cambiamento. Ed è un cambiamento in positivo. Non perché sapere che 20.000 famiglie restano senza lavoro sia una cosa buona. Nemmeno Borghezio potrebbe affermare una tale assurdità. Ma la situazione in cui Taranto vive è così vergognosa che anche un dramma occupazionale è un successo. Perché alla disoccupazione il rimedio c’è, basta cercarlo, basta essere disposti e pronti a trovarlo. Alla malattia, a quel genere di malattia per cui ogni tarantino ha almeno un morto prematuro in famiglia, la soluzione non c’è.

Ed è per la memoria di chi è schioppato a 30, 40, 50 anni, andandosene in un 1 mese, o dopo anni di sofferenze atroci; è per la memoria di chi ha lasciato mogli, mariti, bambini, di chi non ha fatto in tempo a vedere i nipoti o ad accompagnare i figli all’altare; è per la memoria di tutte queste persone che dovreste guardarvi in faccia e farvi delle domande che vadano due centimetri più in là delle vostre natiche. I vostri figli non valgono più di quelli che non hanno più un padre o una madre, grazie all’inquinamento prodotto dalla vostra meravigliosa industria. E se voi non siete capaci di dare alla comunità nemmeno una briciola di onestà intellettuale, forse non è un caso che tremiate di fronte alla selezione naturale.

E certo, non è soltanto l’Ilva. Sì, c’è l’Eni, ci sono gli inceneritori e tutto il piscio che per 50 anni ci siamo presi in faccia, pur di avere qualcuno che ci dicesse cosa fare. Sì, certo. Ma da qualche punto, magari, partiamo.

Io non lo so se ci siano state manifestazioni di sostegno in città, i media non ne parlavano. Però quello che è successo oggi a Taranto, un popolo sano, lo avrebbe festeggiato. Lo avrebbe celebrato come una rinascita, come una liberazione, come un’occasione per ripartire, per crescere, per sforzarsi e cagare sangue a costo di diventare migliori.

E sì, certo che mi dispiace per le persone che rischiano di dover rimettere tutto in discussione, di entrare in un periodo nero della propria vita, certo che mi si stringe il cuore perché tutto avrebbe potuto essere più facile e invece è sempre difficile. Certo che mi dispiace per i padri che non sapranno come crescere i figli, per la depressione che ci sarà, per chi a 50 anni non avrà gli strumenti cognitivi per evolversi. Ma il mondo cambia in fretta e bisogna tenere il passo, anche a 50 anni. E, se mai fosse, mi auguro che queste persone siano aiutate. E mi piacerebbe tantissimo che fosse Riva a pagare di sua tasca, un vitalizio minimo a ciascuno degli operai. Mi piacerebbe che chi si è ammalato o chi è stato esposto al rischio di malattie (tipo 300.000 persone) fosse risarcito dal grande padrone. E mi piacerebbe che Riva fosse tenuto senza mangiare e senza bere per tanti giorni, quanti sono gli operai morti nella sua fabbrica.

E certo che mi dispiace per i miei cugini, per i giovani, per chi aveva scelto un compromesso pur di non lasciare la propria terra e la propria famiglia, facendo un lavoro tecnicamente di merda, per non andare, per esserci, per lo stesso amore che provo io per quella città immonda, ormai così lontana.

Mi dispiace per tutte queste persone. Ma mi dispiace molto di più per chi non c’è più.

E ciò che preferisco pensare, in realtà, è che ci sarà crisi ma che attraverso la crisi si cresce.

E, se vale per gli individui, può valere anche per la collettività.

Photo by Piolzam’s Evolution

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Luglio col male che ti voglio

A luglio divento simpatica come un incrocio tra Vittorio Sgarbi e Giuliano Ferrara. Non che negli altri 11 mesi dell’anno io sia un gioiellino. Ormai lo so. Non mi spaventa più questa feroce metamorfosi estiva, che da vagina mi trasforma in mostro a tre teste.

Luglio è il mese più difficile di tutto l’anno. Il lavoro si moltiplica, la verve si dimezza e, tecnicamente, l’unica parte di me che arriva preparata alla prova costume, è la pazienza, sapientemente prosciugata da una dieta tisanoreica nello spirito.

luglio, le mie miserrime energie si concentrano così tanto per sopravvivere all’apnea pre-vacanziera, che non ne ho a sufficienza per dissimulare la mia vera natura.

La mia personalità emerge e io mi manifesto agli esseri viventi a me più prossimi in tutta la mia deplorevole essenza: impaziente, intollerante, irrascibile, intransigente, annoiata, acida che in confronto mr muscolo idraulico gel sarebbe acqua rocchetta.

Divento insofferente , non riesco nemmeno a fare quel tentativo ipocrita, che di solito faccio, di sembrare tutto sommato carina, o cordiale. A luglio se mi stai sul cazzo non c’è uno solo dei miei 312 muscoli facciali che riesca a dissimulare il mio sentire. A luglio io sudo già perché non ho l’aria condizionata, non posso sudare anche per non dire quello che penso. A luglio io sono incazzata, sono stanca, sono in premestruo per un mese intero e se tu sei un/a inetto/a, per quanto mi riguarda puoi essere anche il prodotto geneticamente claudicante della fornicazione tra Umberto Eco e Rita Levi Montalcini,  ma se idiota sei, da idiota ti tratto. Non è cattiveria, è che non ho le energie socialmente auspicabili per evitare di essere me stessa.

Vorrei pure essere diversa. Mi piacerebbe sopportare meglio chi frigna, chi mastica con la bocca aperta, chi non sa usare la punteggiatura e dissemina il testo di doppi spazi, chi si lamenta del lavoro dopo un weekend lungo in Sardegna, chi dalla vita ha avuto tutto pronto, chi è viziato, chi non ce la può fare perché non ha mai dovuto farcela con le sue forze. Mi piacerebbe non provare disprezzo e non assumere un atteggiamento di sufficienza infastidita e fastidiosa. Ma non ci riesco. E non ho le energie per provarci sul serio. E se avessi energie, le spenderei per fare gli addominali.

A luglio mi svuoto così tanto che sopporto a mala pena me, figurarsi gli altri.

A luglio potrei sbadigliare in faccia a un discorso che non mi interessa. Potrei non ridere a una battuta che non mi fa ridere. Potrei dire che un regalo mi fa cagare, se mi fa cagare. Potrei dire che un piatto fa schifo, se fa schifo. E via discorrendo.

Lo diceva anche Frecciagrossa85, quando eravamo giovani, che quando ero stanca diventavo acida e lo trattavo male. E siccome me lo diceva mentre ero stanca, io gli rispondevo che non sopportavo il suo essere polemico. Poi litigavamo furiosamente, quasi sempre di notte, e poi facevamo pace dividendoci un twix. Perché è finocchio. Fosse stato etero, probabilmente avremmo fatto pace chiavando come solo i ricci sanno fare.

Ma, in sostanza, io a luglio divento una persona insopportabile, perché smetto di sopportare.

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Flirtare riduce il colesterolo

Qualche giorno fa riflettevo sul flirt.

Ci riflettevo procedendo tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che non mi piace nessuno, mai (il ché, per fare una puntualizzazione squisitamente intellettuale, potrebbe anche coincidere con il mio non piacere a nessuno mai, per dire). Riflettevo sul fatto che non flirto abbastanza (sì, sì, vagine femministe post-sessantottine che strillate al mondo che voi sole con la vostra vulva ci state bene e che nulla vi affascina quanto il vostro utero, sì, ok, datevi pace). Riflettevo sul fatto che flirtare di più gioverebbe al mio vaginismo e che mi piacerebbe un sacco inciampare in un cazzetto che abbia almeno conseguito la triennale in flirt. Di fatto gli unici uomini con cui flirto sono quelli con cui mi relaziono per lavoro, che fa parte dei giochi, ma non bisogna eccedere, di solito, in quei casi lì, che rimarrebbe, a rigor di logica, poco professionale.

Dicevo, riflettevo sulla natura indiscutibilmente salutare del flirt. Il flirt è una cosa meravigliosa. Il flirt è bene ed è sempre auspicabile. Il flirt è emotivamente sostenibile, fisicamente stimolante, socialmente accettato, politicamente emancipato. Flirtare è bello. Il flirt gratifica lo spirito, risveglia i sensi e riduce il colesterolo. Il flirt, qualora accoppiati, non è mancanza di rispetto nei confronti del partner, se moderato, s’intende. Il flirt, nella giusta misura, aiuta anzi ad essere partner migliori, ci fa sentire ancora competitivi e desiderabili. Naturalmente bisogna cercare di non prenderci troppo gusto, col flirt extra-coniugale, se no si casca in quella ragnatela di valori indotti dalla quale è difficile poi divincolarsi.

In  generale, il flirt è il migliore afrodisiaco del mondo. Il flirt è il preliminare intellettuale e fisico. Ci fa venire il friccicorìo, ci fa bramare l’altro, ci fa pregustarne la pelle e l’aroma, la voce e il respiro, che, per capirci, è un po’ quello che succede quando sentiamo il rumore e l’odore della cipolla che soffrigge in padella: ci viene fame di qualcosa di unto e bisunto.

Ma c’è di più. L’insostenibile importanza del flirt è la più grande differenza che intercorre tra la sessualità maschile e quella femminile. Il resto sono quasi sempre stronzate. NON è vero che abbiamo bisogno di 90 minuti di preliminari e di 45 minuti di coccole dopo. Tutto è relativo.  Per esempio: se siete una capra con i preliminari ma siete, in compenso, dotati del nostro pene gemello (perché più che le anime gemelle, secondo me, esistono i genitali gemelli), al diavolo il vostro grossolano tentativo di solleticarci punti che sono a centimetri luce da dove vi affaticate: ottimizzate, fate altro, santo durex! Noi capiremo.

Se avete un cetriolino sottaceto ma siete straordinariamente bravi con altre parti, più o meno ovvie, del vostro corpo, procedete. Se siete dei velociraptor dell’orgasmo e i vostri spermatozoi usano casco e cintura di sicurezza perché in 20 secondi vengono sparati in orbita, esplorate soluzioni alternative, abbiate fantasia, ricorrete ai sex toys che no, non sono la manifestazione in jelly di Satana (magari anche qualcosa di farmacologico, nei casi più cronici, non guasterebbe).

Perché tutto questo, in fin dei conti, è accessorio (naturalmente se ce l’avete grosso, turgido e fiero, durate 2 ore, suonate la vagina a ritmo di punto G e sapete – dico sapete – praticare un cunnilingus, è meglio).

Ciò che è tuttavia fondamentale per noi vagine e che ancora oggi, nel 2012, sfugge a molti cazzetti, è che tutto si disputa molto prima, proprio sul terreno del Flirt. Perché se i portatori di fava possono attivare l’augello più o meno per qualunque vagina, nel senso che fatto “x” l’asse della fighezza e “y” l’asse dell’intelligenza, il cazzetto può chiavare tutti i 4 quadranti (come da grafico), ecco per le vagine è diverso.

Per le vagine il Flirt è la “n” potenza che moltiplica l’attrazione, che ci fa stringere le cosce, mentre chiacchieriamo davanti a una birra doppio malto. E’ il coefficiente di zoccolaggine che si attiva e ci fa prudere le labbra mentre ci fate fare un’altra risata e riuscite a piazzare un complimento straordinariamente cucito sul nostro vaginismo che in pratica, prima ancora che la birra sia diventata calda noi abbiamo già deciso che ve la daremo. O che, per contro, non vi daremo mai nemmeno la mano.

Dopo di ché, dopo il Flirt, nel caso in cui ci sia un seguito, tutte quelle macroscopiche differenze di genere nella sessualità si assottigliano, fino a svanire, nel compimento di un desiderio nato ore, giorni, settimane prima, tra le pieghe di una conversazione brillante, tra un vivace scambio di battute tra serio e faceto, che scadeva in doppi sensi, in risolini prurigginosi, per tornare, poi, a galla, negli occhi lucidi e vivi.

E la cosa migliore che possa succedere, è che due flirtatori autentici si incontrino. Attenzione, non si parla di flirtatori professionisti. I flirtatori professionisti sono come i pornodivi con le palle depilate. Sono patinati. Sono posticci. Qui si parla di amateur, di passione verace, sana, autentica, per il flirt, anche fine a se stesso. Perché il flirt è bello e non fa male a nessuno. E posto che flirtare bisogna saperlo fare, che è questione di predisposizione, che flirtare è una dote e che il flirt è come la luccicanza, o ce l’hai o non ce l’hai, ci sono margini di miglioramento anche per i casi più disperati.

Ma il punto (interrogativo), su cui riflettevo pochi giorni fa, tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che a me non piace nessuno mai, è: sarà mica che il momento più piacevole per flirtare è quando si è impegnati?

No perché, nell’ultima era zoologica in cui sono stata accoppiata  mi pareva che il mondo fosse il mio personale flirt mancato.

E ora, che sono single, non trovo una testa che incontri la mia pelle e una pelle che incontri la mia testa.

Quando invece, del sano flirt non protetto, gioverebbe molto al mio vaginismo.

Quindi cazzetti, per piacere, imparate a flirtare.

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L’estate fa cagare

L’estate fa cagare.

Uno deve accettarlo. Se l’accetta vive meglio.

L’estate fa cagare.

Sì, sì, è stata la stagione più bella della nostra vita per i primi 20 e rotti anni. Sì, sì, quanti ricordi, giri in motorino sull’asfalto rovente, capelli pieni di salsedine stuprati dal vento caldissimo, il mare che luccicava a sinistra e la macchia mediterranea che sfrecciava ai 34 km/h del vespino guidato da Vaginaffa. Sì, sì, le prime mbriacate leggendarie con gli amici sulla spiaggia di notte, le stelle cadenti che non abbiamo guardato mai, le pipì nel buio e nello sconvolgimento etilico, accovacciate e in bilico, perse tra uno scoglio e un sogno, “avvisami se passa qualcuno“, che mi sono sempre chiesta: ma fosse passato qualcuno, proprio lì, nel mentre della  pipì, che minchia si faceva? Ci si interrompeva a metà dell’opera?

Sì, sì, le minigonne che scoprivano giovani cosce tornite prive della più accennata ombra di cellulite, le prime fughe da scuola sulla litoranea, e poi tutti quei coiti sudati sulla scogliera in macchina sotto la luna bianchissima che si rifletteva sul mare nerissimo, e le chiacchiere ascoltando In the Court of the Crimson King che veniva fuori dall’autoradio come poesia, e il fumo che dalle nostre bocche saliva su, a nuvolette tossiche, verso il tettuccio di una macchina che ne aveva davvero viste troppe (di fregne).

Sì, sì. Molto romantico.

Ma la verità è che, ad oggi, l’estate fa cagare.

Se poi vogliamo continuare a dire che l’estate è bella perché su 4 mesi, passiamo 2 settimane in ferie, va bene, diciamolo.

Ma metti, per esempio, quelli che vivono a 1000 km dalla loro città di mare, in un posto dove le uniche pozze d’acqua disponibili sono i Navigli, l’Idroscalo e il Lido di Piazzale Lotto. Metti che devono lavorare fino ad agosto inoltrato. Metti che vivono in una casa mono-esposta senza aria condizionata. Metti che nella città in cui vivono e in cui ogni giorno vanno a lavorare l’asfalto si sciolga sotto il peso dei loro tacchi, disseminando una serie di bucherelli lungo il loro tragitto, roba che a voler seminare le proprie tracce, non avrebbero chance. Metti che l’aria si riempia di moscerini e zanzare che una si ritrova addosso semplicemente attraversando l’atmosfera e che ovunque ci sia una calura così asfissiante che persino l’ossigeno fa fatica a starci dentro. Metti che sui mezzi pubblici ci sia un odore pestilenziale di umanità tale da pensare che forse sì, forse meriteremmo l’estinzione, come genere, se ancora non abbiamo imparato a lavarci le ascelle e a usare un degno deodorante dopo. Metti che ogni weekend si abbia la sensazione di vivere in un film apocalittico, in cui gli esseri umani sono scomparsi, tranne rare forme etniche diversamente europoidi, che oscillano tra Marocco, Cina e Sri Lanka. Aggiungici poi che in estate devi essere sempre in ordine, avere tutti i peli al posto loro e lo smalto sull’alluce, e devi scoprire le tue carni senza esitazioni e vergogna, devi accorgerti di essere talmente chiara da sfiorare la fluorescenza, circondata da persone color feci, che hanno iniziano a doparsi di melanina e a farsi lampade a metà febbraio.

Il tutto in un crescendo di disperazione, in cui le settimane scorrono lentissime e i weekend si svuotano.

Ma tutto questo, tutto ciò che abbiamo appena ritratto, è assolutamente nulla in confronto a 4 fenomeni che andrebbero segnalati all’Onu in quanto lesivi dei Diritti Umani di base:

1. Gli out-of-office ricevuti in risposta alle mail: una pratica truce, specie quando manca più di un mese alle tue ferie e tu sei lì a chiederti in quale località tremendamente esotica si trovi quello stronzo che non ti risponderà mai e capisci che non è giusto, che negli out-of-office bisognerebbe mentire, bisognerebbe scrivere cose come “Mi spiace, sono stato colto da un rarissimo virus ancora oggetto di studio che incrocia gli effetti di Ebola, Colera e Tifo. Vi risponderò il 18 luglio, nel caso in cui io sopravviva alle peggiori ferie della mia vita. In caso di emergenza, contattate il mio stagista che guadagna un terzo di me ma che, in compenso, sopravvivrà. Addio“.

2. La domanda “dove vai in vacanza?” spesso posta da chi non vede l’ora di vantarsi di dove andrà in vacanza lui, per ostentare qualche paese di cui tu ignori la dislocazione sul globo terrestre, in confronto al quale il tuo rientro in Puglia ha tutta l’aria di una scelta cheap&chic, considerato che la Puglia è di gran moda.

3. La frutta dell’esselunga che ogni volta ti fa venire in mente il gusto e la consistenza delle pesche percoche che magni a casa tua e ti fa sprofondare in uno sconforto catatonico

4. Le fotografie dei piedi immersi in un mare cristallino.

Ogni volta che ne vedo una, e ne vengono pubblicate tipo 35 al giorno, una parte di me inizia a rantolare e a sanguinare e realizza che nulla si può, contro il potere oscuro dell’ostentazione del bagnante. L’epidemia è scoppiata ed è incontrollabile: spiagge caraibiche, infradito, montature di wayfarer sfoggiate nelle più improbabili tonalità, cosce, panze, lembi di nudità abbronzate, giri in barca, beatitudini adagiate sui materassini, lettini a bordo piscina, ombrelloni, impepate di cozze sulla spiaggia al tramonto, specchi d’acqua di un azzurro che chiunque viva a Milano tende a rimuovere completamente dal proprio esperito.

E ogni volta che io ne vedo una, di quelle foto, vorrei suggerire cautela, vorrei suggerire di stare attenti, perché il mare nasconde un sacco di insidie: tracine, ricci, granchi, meduse, per iniziare.

E intanto procedo, ostinata e spossata.

E non me lo chiedo nemmeno, quanto manichi alle mie ferie. A quel momento in cui arriverò anche io in spiaggia, pianterò la mia seggiola in riva, mezza immersa nell’acqua, mi farò comprare una birra da chicchessia, mi sentirò una vagina felice e pubblicherò la foto dei miei stronzi piedi in mare.

Ma per ora è presto. Porco il mondo!

E finché non giungeranno le mie, di ferie, mi arrogherò il diritto di dire che l’estate fa cagare.

 

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Non è vero che odio le mie ovaie

Non è vero che odio le mie ovaie.

Loro sono una certezza, ci sono sempre, nel ventre, proattive e disposte a fornirmi un valido alibi per non vedere  il resto. Sommo capro espiatorio di tutte le mie contraddizioni e di tutte le mie derive emotive; di tutto l’irrisolto che mi porto appresso, assai banale, di per sé, eppure così gigantesco, così prepotente, così capace di obnubilare quel briciolo di sgangherata lucidità che m’affatico per preservare.

Non è vero che odio le mie ovaie.

Se non ci fossero loro, sarei obbligata ad ammettere quanto mi pesano i miei limiti, i miei rimorsi inestinguibili, le mie condanne in contumacia, le mie autoreferenziali assoluzioni, i miei capricci, le mie pretese insensate, il mio beneamato carattere di merda. Se non ci fossero loro dovrei sospettare che le mie paturnie siano concrete, dovrei temere che finché non avrò espiato le colpe che presumo d’avere non troverò pace, dovrei riconoscere che pace non l’avrò mai perché sono dello scorpione, dovrei comprendere che quello in cui mi muovo è solo un gioco di rimandi, estenuante e vuoto, nel quale mi rifugio, per non mettermi in discussione da capo.

Per non accettare un altro errore di valutazione. Un altro fittizio tentativo d’essere quella che non sono.

Non è vero che odio le mie ovaie.

Io, anzi, le ringrazio.

Le ringrazio d’assumersi la responsabilità di tutto ciò che di più nauseante, ripetitivo e noioso ravviso in me.

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Quello che le vagine non dicono

D’accordo, mi piace la musica trash.

Ho a lungo cercato di ignorare questa istanza della mia personalità, fermamente legata al mio ruolo di vagina finto-sofisti-rock che ascolta soltanto i Quatermass mentre stira. Ma io direi che nel momento in cui canti a squarciagola Maledetta Primavera di Loretta Goggi il sabato notte con indie-vagina, per poi riascoltarla la mattina dopo e, quel che è peggio, aggiungerla alla tua playlist di YouTube, ecco io direi che non ci sono più dubbi.

Mi piace anche la musica trash.

La suddetta confessione mi apre un ampio orizzonte di riflessione su tutto ciò che noi vagine taciamo di noi stesse, per non ledere la nostra approssimazione al prototipo alieno di femminilità socialmente imposto e, soprattutto, per non sconvolgere il mondo maschile, palesando alcune tremende somiglianze fisiche tra noi e loro.

Perchè, di fatto, esiste un decalogo non detto di cose che una vagina non deve e non può fare e qualora le faccia non deve assolutamente parlarne. Per esempio, ieri parlavo con Zia Vagina del fatto che ogni anno dimentico quanto possano puzzare i piedi dopo aver usato le ballerine (dicesi ballerina quella scarpa bassa con la punta tonda che si usa senza calze, molto amata dalle vagine per la sua comodità, quanto disprezzata dai cazzetti per la sua bruttezza).

Sì perché a Milano, appena si superano i 12°, le vagine iniziano ad andare in giro senza calze e ti fanno capire, mentre sei lì ancora con i tuoi collant 50 den, gli stivali e il piumino, a liquefarti con gran contegno, che forse è il caso che anche tu ti decida a tirar fuori dal cilindro un outfit più primaverile. Tecnicamente le milanesi più evolute non solo metton via le calze, ma ti sfoderano al 10 di marzo, la scarpa open-toe (quella che in tutto il resto d’Italia i comuni mortali chiamano “con la punta aperta” o “con il ditone da fuori”), sfoggiando alluci in forma smagliante, curati, con tanto di smalto abbinato alla nuance della scarpa. Innanzi a cotanto tempismo, di solito, io rispondo passando dallo stivale alla ballerina, con un periodo intermedio in cui mi voto al gambaletto color carne. E io difendo fortemente il ruolo del gambaletto, che è una povera calza orrenda, ingiustamente stigmatizzata dall’egemonia dell’autoreggente. Intendiamoci, non è che se vado a cena con Edward Norton me metto er gambaletto, però non capisco perché accanirsi così tanto su una cosa così comoda. Come quelle che pretendono, e lo pretendono seriamente, di dire che usano solo perizoma perché il perizoma è comodo. Per carità, il mondo ha inventato cose più misogine del perizoma, lo usiamo tutte. Ma ora dire che è comodo averci su un filo per il culo, non lo so, venite a stendervi sul mio divano in tuta, ecco, per capire cosa sia la comodità.

Dicevamo, ho detto a Zia Vagina che m’ero dimenticata quanto possano puzzare i piedi dopo aver usato le ballerine.

Zia Vagina s’è messa a ridere e, in prima istanza, non mi ha detto nulla, perché di fatto le vagine non parlano di nulla di sgradevole, maleodorante e repellente che le riguardi. E’ un tabù, per noi, a differenza dei cazzetti, che possono discutere liberamente di consistenza fecale e condividere pubblicamente appassionati reportage delle loro più leggendarie performance intestinali, talvolta anche fotografate sulla scia di una fiera coprofilia.

E allora, io dico, siccome noi vagine ci vergognamo come carogne di qualunque flatulenza potenziale o di qualunque cattivo odore come se questo attaccasse e annullasse tutta la nostra femminilità, siccome noi siamo lì a fingere di essere entità perfette, prive di intestino o di ghiandole sudorifere o di narici, e il massimo che le più evolute sono riuscite a sdoganare è la pipì, nel senso che possiamo dire “devo fare la pipì” senza imbarazzarci, ecco io dico, per pura provocazione agli schemi culturali nei quali viviamo: per una volta, parliamo anche noi di tutto ciò che di sgradevole abbiamo e facciamo. Diamogli un nome. E, se può aiutarci, pensiamo che lo facciano tutte. Per esempio, diciamolo che anche Carla Bruni quando si sveglia al mattino c’ha una fiatella che induce al suicidio più delle sue canzoni. Diciamolo che magari George ha lasciato Elisabetta Canalis perché non ne poteva più dei suoi peti sotto le lenzuola. Diciamolo che anche Kate Middleton si soffierà il naso e sbircerà il fazzoletto, in privato. Diciamolo che anche Belen si tirerà via le pellicine, oltre a non saper fare una fellatio degna di tal nome. O che Eva Longoria si schiaccia i punticci per far uscire tutto il pus, e li strizza li strizza finché non esce il sangue.

E, sì, diciamolo che anche i piedi di Audrey Hepburn dovevano puzzare, dopo una giornata con le ballerine.

ps: se ho urtato la vostra sensibilità, son contenta. se non l’ho urtata, son contenta uguale.

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