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Barbie Generation

Noi vagine nate negli anni ottanta, noi che siamo cresciute pensando che ci saremmo fidanzate con Marco Bellavia, noi che abbiamo imparato a scrivere col Grillo Parlante e a disegnare con Gira la Moda,  noi che collezionavamo ciucci di plastica colorata come se non ci fosse un domani, ecco per noi la Barbie è una specie di entità sacrosanta, è un feticcio religioso, è un’icona al di là del bene e del male, intrinsecamente legata alla prima coscienza meramente vaginale che abbiamo avuto di noi stesse.

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Per carità, le nostre infanzie spese nel nome del consumismo hanno avuto molti altri oggetti di culto, come ad esempio il Banco Scuola, i Polly Pocket o la Nouvelle Cuisine. Però le Barbie erano le Barbie. Personalmente non amavo nemmeno particolarmente giocare con le bambole: non ho mai avuto un Cicciobello, per esempio. Non ho mai avuto Baby Mia perché la Vagina Maestra era inquietata da questa bambola assassina che mi avrebbe chiamata “Mamma” alla veneranda età di 5 anni. E a dirla tutta, anche con Sbrodolina non ho mai avuto molto feeling. Voglio dire: io le davo la pappa e quella invece che sbrodolare mi pisciava da un’ascella o dall’inguine (o combinava altre nefandezze anatomiche che non vi sto a raccontare).

In questo desolante panorama che lasciava già presagire le mie carenze in quanto a spirito materno, le Barbie erano un’altra storia. Le Barbie erano fiche, senza se e senza ma. Le Barbie ti facevano sognare d’esser donna, non d’esser madre, innanzitutto, e questo a me pare già in qualche misura rivoluzionario. E nell’immaginario di una bambina esser donna vuol dire sì essere mamma, ma anche avere le tette (non spetta mica a Mattel spiegarti che oltre alle poppe nella vita c’è di più), usare il rossetto e camminare sui tacchi.

Eppoi, sognare di essere una tettona bionda californiana piaceva a tutte, avanti, che male c’è! Poi non lo siamo diventate, graziaddio, né ci siamo vestite di fucsia da capo a piedi, tranne che nel 2003 quando tutte abbiamo posseduto un paio di decolté tacco 9 color Katia del Grande Fratello. Ecco però voglio dire, era divertente giocare con le Barbie, da sole o in compagnia con le amichette, scambiarsi i vestiti, pettinarci i capelli biondissimi e sintetici, insomma, daicazzo, le Barbie erano le Barbie.E’ ovvio che una bambina trovi più aspirazionale una Barbie che una, cazzonesò, Pigotta! E le Barbie non bastavano mai. Erano il premio perfetto, quel qualcosa che ti rendeva incondizionatamente felice, sempre, a prescindere, erano impareggiabili, per noi della Barbie Generation. Un po’ come le videocassette dei film Disney.

Ecco, io di Barbie ne avevo 9, anche se ne ricordo specificatamente solo 3: Barbie Hollywood con i capelli lunghi fino alle caviglie e i camperos dorati, Barbie Roller Blade con i pattini che facevano la scintilla e Barbie Sirena con la coda azzurra metallizzata, una vera tamarra degli abissi. Le altre non le distinguo, ne ricordo solo il numero. Perché il numero di Barbie per una vagina può contare più del numero di uomini con cui è stata a letto.

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Ecco io avevo 9 Barbie e nessun Ken. Non era una bella vita per le mie Barbie. Potevano scegliere se diventare lelle o se vivere di relazioni immaginarie. E poi erano sempre scalze, le mie Barbie, perché io le scarpe le perdevo sempre, ma proprio sempre. E mi turbavo di questo e ancora oggi sarei così felice di avere una scatola piena di scarpette rosa di Barbie. Per compensare tutto ciò che non ho avuto. Tutto ciò che ho smarrito. Tutto ciò che non saprei più dove cercare, ormai.

Insomma, nel bene o nel male, le Barbie spaccavano assai. Al punto che quando ho letto ieri che hanno aperto la Casa di Barbie a Berlino me so detta: “Anvedi oh! Quasi quasi se ce capito!”
Poi ho letto la notizia completa e ho scoperto che gnente, hanno protestato, le femministe. Per quella storia che la Barbie è una bambola sessista, perché è un modello non aderente alla realtà, perché vogliamo un mondo senza pregiudizi, perché lo stereotipo della bionda americana con le sise che son due cocomeri, il vitino che è largo quanto una fetta di pompelmo, gli occhi azzurri, le labbra fucsia e i denti bianchi non va bene, che è un giocattolo con connotati sessuali. E blablabla.

Ecco, secondo me, mò che ci penso hanno proprio ragione su tutta la linea. Bisogna stare attenti ai bambini.

Per esempio, non dovremmo far vedere loro i cartoni con Minnie e Topolino. Metti che da adulti poi vanno da Nip & Tuck e chiedono di farsi fare delle enormi orecchie nere che spuntano dal cranio?

Per esempio anche quella storia della sorca depilata che va tanto di moda, ecco anche quella è colpa di Barbie, che non ha i peli. Dovremmo fare una petizione. E per dirla tutta, cosa stanno aspettando gli uomini a protestare contro He Man? Contro Batman? Contro Bruce Willis, persino.

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Torniamo seri, avanti. Ci sono problemi enormi nella condizione femminile odierna, in Italia più che mai. E’ uno scenario post-nucleare in cui i numeri del femminicidio s’accompagnano alle ragazze dell’Olgettina, in cui le nostre rappresentanti politiche hanno fatto in larga maggioranza più pompini di un viados brasiliano per arrivare dove sono e non esistono modelli dominanti di femminilità reali, consapevoli, ammirevoli. Questo è un fatto ed è tremebondo. Ma è un problema culturale, come sempre, all’interno del quale la Barbie lasciatela in pace. Perché di base tutto si può fare e tutto si può usare, il punto è sempre il “come”. Serve intelligenza, non radicalismo.

E comunque sticazzi. Quando ripasso da Berlino io alla Casa di Barbie ci vado. Anche se fa cagare.

Per principio e perché lo devo alla mia infanzia.

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VAGINIGHT (e non è una malattia)

Ok. I tempi sono maturi.

Dunque, faccio un annuncio formale. No, niente di grave. Non ho trovato un uomo che mi adori grassa e rompicojoni come sono. No. Si tratta di altro.

Aehm! Coff. Prova. Sssa. Sssa.

Bene. Veniamo al dunque:

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In pratica:

Memorie di una Vagina (cioè io) e LILA Milano ONLUS (cioè la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’Aids) invitano la gentile audience (cioè voi) alla

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Soirée con Asta Benefica di Sex Toys 

(cioè vendiamo cazzi di gomma, lubrificanti, preservativi, palline e ovetti per tutti i gusti e devolviamo in beneficienza il ricavato)

e a seguire dancefloor 

(cioè chi si sbronza abbastanza può restare a ballare Maledetta Primavera di Loretta Goggi senza sentirsi giudicato)

Giovedì 9 Maggio - dalle ore 19.30

(cioè venite direttamente dal lavoro)

Presso MAISON MILANO in via  Montegani 68 (cioè un locale molto fico)

Ingresso €12 per drink, buffet, live show 

Hashtag della serata #VagiNight

Mò copioincollo il comunicato stampa. Che lì c’è scritto tutto precisopreciso.

COMUNICATO STAMPA

Il 9 maggio, a partire dalle ore 19.30, presso la Maison Milano, si terrà la VagiNight, la serata organizzata dal blog Memorie di una Vagina, in collaborazione con la Fondazione LILA Milano ONLUS, e sponsorizzata da Condomia.it.

L’aperitivo sarà accompagnato dall’imperdibile asta benefica di sex toys battuta da La Cesira, all’anagrafe Eraldo Moretto, popolarissima Drag Queen del panorama meneghino e non solo.  A seguire, serata danzante.

Un evento che sposa charity ed entertainment, promuovendo una cultura ludica, sana e intelligente del sesso, vissuto con libertà e con consapevolezza. Dai lubrificanti agli ultimi ritrovati di ingegneria erotica, passando per le confezioni da 144 condom, gli ospiti potranno concorrere all’acquisto del proprio sex toy preferito. Per tutti i gusti e per tutte le disponibilità, i prodotti forniti da Condomia.it saranno messi all’asta al fine di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione LILA Milano ONLUS, che da anni si impegna a sensibilizzare e a prevenire la diffusione del virus HIV, oltre che a fornire assistenza e tutela alle persone con HIV o AIDS.

Per coloro che non riuscissero a “conquistare” i prodotti messi all’asta ma volessero comunque fornire un contributo benefico saranno, inoltre, in vendita i VagiKit, contenenti materiale informativo, gadget e deal a tema, disponibili a partire da un’offerta base di 8 euro.

“Abbiamo deciso di essere parte di questa iniziativa così originale – afferma Massimo Oldrini, Presidente di LILA Milano – perché rappresenta un’utilissima occasione per parlare, soprattutto alle donne, di sesso e prevenzione proprio nello stile che ci caratterizza. È necessario infatti, in Italia soprattutto, ricominciare a ragionare seriamente sulla tematica dell’HIV declinata al femminile. Lo dicono i numeri e l’esperienza lunga 25 anni dell’associazione: le donne sono più esposte degli uomini al rischio di contrarre l’HIV ma, paradossalmente, paiono informarsi di meno. Una tendenza da invertire, obiettivo che LILA sta perseguendo con grande impegno. Quindi voglio esprimere un sentito ringraziamento a Memorie di una Vagina che, grazie ai fondi raccolti in questa serata, ci aiuterà a portare avanti il lavoro di informazione e prevenzione in favore delle donne”.

***

L’appuntamento è fissato per il 9 maggio, dalle 19.30,

nella deliziosa cornice della Maison Milano.

E per seguire l’evento in live twitting, l’hashtag della serata sarà #VagiNight

***

Ecco, io ve l’ho detto. Ora ce lo sapete, che c’è questa serata…

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C’è Pene e Pene

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L’altra sera ero nel bel mezzo di un tette a tette con Zia Vagina, ingozzandoci di sushi, che poi è buffo perché io il sushi non lo mangio, ma ho scoperto l’esistenza degli Ebi Philadelphia, che c’hanno l’avocado e il gamberetto cotto, che sono una roba che mi da proprio la dipendenza fisica e soprattutto psicologica. Nel senso che ne voglio sempre. Ne mangerei a nastro. In continuazione. Tutti i giorni. A tutti i pasti. Questo tanto per confermare che sono una persona perfettamente equilibrata, capace di instaurare rapporti salutari con cose/persone/alimenti.

Ad ogni modo, dicevamo, ero con Zia Vagina a parlottare, magnando, che ci facciamo le mejo chiacchierate del mondo, noi, magnando e bevendo la Leffe, o la Menabrea, o volendo anche la Dreher che però in Puglia si dice Dregher, nessuno ha mai saputo e mai saprà il perché. Ecco eravamo lì a parlare e lei, a un certo punto, traendo spunto da un sms che le avevo inviato tempo addietro in cui tessevo delle discrete e composte lodi all’ultimo augello in cui mi ero imbattuta definendolo, così, in maniera piuttosto sobria “davvero un bell’uccello”, ecco, Zia Vagina mi fa: “Tes (perché de sti tempi è molto di moda chiamarsi “tes”, se chiamamo tutti “tes”, pure Frecciagrossa lo chiamo “tes” e se mi scuso di chiamarlo “tes” – nemmanco fosse una femminuccia che mi presta il fazzoletto nel cesso del liceo, voglio dire – quello mi dice che a lui ci piace, che lo chiami “tes”, tra un po’ inizieremo a fare il punto croce insieme, chiamandoci “tes” de sto passo)….”

Dicevo, Zia Vagina mi chiede: “Tes, ma com’è un bell’uccello secondo te? No, perché a me sembrano tutti brutti”

Premesso che io ho questo vizio disdicevole di commentare l’equipaggiamento degli uomini, che lo so, è una cosa di dubbio gusto, una roba che nemmeno i peggiori maschi nei più loschi bar di Caracas, me ne rendo conto, però è un riflesso incondizionato, non so perché, sarà che un giorno ho deciso che si poteva parlare di questi argomenti liberamente, ecco, fatto sta che con una ristretta selezione di persone – oltre che con mezza blogosfera – mi sento libera di fare commenti di natura genitale.

Allora, dopo aver lautamente sorriso di fronte alla sconcertante purezza della domanda della mia amica, disarmata dal suo sguardo radioso, ho deciso di fornirle una spiegazione quanto più enciclopedica possibile di quali sono, secondo me, le tipologie di peni in circolazione e cosa intendo io per “davvero un bell’uccello”. Ed è scrivendo questa frase che capisco perché il fidanzato di Zia Vagina mi consideri una “zozza che dice un sacco di parolacce” e sia convinto che io eserciti una cattiva influenza su di lei.

Premetto che il gusto è soggettivo: vale per i gelati e vale per i piselli. Io per esempio non concepisco i gelati alla frutta, cioè sono una cosa che proprio sfonda il mio raziocinio, la mia umana capacità di comprensione degli eventi. Per me il gelato (di cui non vado ghiotta, per inciso) è alle creme. Puntoebbasta. Nella stessa misura, il “bell’uccello” è soggettivo. Ognuna c’ha il suo, per quell’antico adagio secondo cui non esistono le anime gemelle quanto i genitali gemelli. Non c’è quello perfetto in assoluto, esiste quello che ti calza meglio e quello che ti calza peggio. Il pene in un certo senso è come un jeans: lo capisci subito se ti sta su o no e la prova del nove è sempre vedere come ti calza sul lato B.

Ma entriamo nel vivo e facciamolo senza falsi pudori, che noi vagine veniamo classificate da decenni per le varie tipologie di sise, e di culi, e di vulve che abbiamo.

Naturalmente la seguente guida è passibile di mancanze. Non sono mica Asa Akira, per dio.

 

Minimal

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Si tratta di quei casi, per dirla alla De Gregori, in cui un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia. Ma soprattutto dalla fantasia. Un piccolo pene non è necessariamente un male, purché il tutore biologico del piccolo membro non pretenda di soddisfarvi con quello e quello soltanto. Purché egli abbia voglia di giocare e farvi star bene con qualsiasi mezzo. Lecito e illecito.

 

Skinny

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Perché essere snelli non è sempre e necessariamente un plus. Questi sarebbero peni perfetti per le vagine-cannuccia.

Per tutte le altre, no.

Anche in questo caso, comunque, animo! Se lui rientra in questa categoria e lei c’ha il traforo del Monte Bianco, la combinazione non è felice, d’accordo, ma già che si è lì conviene trovare spunti ludici per divertirsi insieme.

 

Medium Size

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Qui è puro estro. Le cose possono andare normali, molto bene o molto male. Dipende da altri fattori.

 

Large

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Il pene Large sarebbe un pene normale, ma tutto un po’ deppiù. Un po’ più lungo. Un po’ più largo. Un po’ più gagliardo. Ecco io quando ne trovo uno, di questi qui, sono proprio felice. Perché rimangono una cosa composta, non esagerata, ma bella appagante, ricca. Come una quarta di seno: tanta roba ma non troppa!

Non vorrei sembrare una vagina superficiale, per me è proprio una questione di coerenza: compro tutto dalla L in su, perché mai la mia unica XS dovrebbe essere un pene?

 

IfIwereRocco

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L’unico reale problema di questi peni, sono gli uomini che li portano. La consapevolezza di ciò che hanno tra le gambe li induce ad essere smodatamente sicuri di sé, in maniera insopportabile, dunque irresistibile. Il problema, però, è che se il sesso è “va dove ti porta la vagina“, tu da questi continui a tornarci. Perché rispondi, tutto sommato, a un istinto primitivo, per cui la sua forza maschia ti mette sotto scacco. Per gestire la situazione, esistono 3 mosse intelligenti da attuare in questi casi:

1) NON farsi scappare il soggetto in questione, perché di IfIwereRocco ce ne sono comunque pochi;

2) NON sviluppare alcun velleitario e patetico coinvolgimento emotivo per questi individui, nemmeno nel caso in cui vi chiedessero la mano. NO! Questi uomini non si terranno mai il pisello nelle mutande, nemmeno per 20 minuti, sono come gli altri ma peggiori di tutti gli altri in quanto mossi da un irrefrenabile impulso esibizionista e di peer to peer sessuale, il pene-sharing nel quale puntano a coinvolgere quante più vagine possibili, per vantarsene e sentirsi dominanti. Anche qui, logiche puramente animali.

Avere un rapporto sentimentale con loro vi condurrà a sofferenza, paranoia e corna. Usateli per ciò che sono: meravigliosi oggetti sessuali. Loro non se ne dispiaceranno.

3) NON tagliarci i ponti, mai. Un IfIwereRocco torna sempre utile, nella vita, prima o poi. Fate come dico e un giorno mi ringrazierete.

 

Ciquita

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Questi sono piuttosto buffi, in sé. Ok, diciamolo. Sono piuttosto brutti. E personalmente quando parlo di “davvero un bell’uccello”, sicuramente non penso a un modello Ciquita. Penso a qualcosa di dritto, turgido, fiero. Le curve, da un punto di vista puramente estetico, non sono il massimo. Eppure, siccome l’estetica conta meno della sostanza, questi peni all’insù hanno un interessantissimo plus: ci stimolano meglio il Punto G. Quindi, amiche vagine, quando trovate uno di questi, non lasciatevi turbare dalle apparenze, saliteci sopra e buon divertimento!

 

Politicizzato

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E poi c’è il pene che va a destra o a sinistra. Io non ho mai capito perché, a volte m’hanno detto che dipende da come viene riposto nelle mutande. Ma a me pare na stronzata. In ogni caso, comunque, questi peni non sono il demonio. Si possono gestire. Sono soltanto diversi e curvature moderate non comportano alcuna differenza, nel rapporto.

 

Sharpei

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Ti fa capire il senso profondo della circoncisione

 

Boscaiolo

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Trattasi di quel pene dal prepotente glande. Anche qui, de gustibus. Sicuramente, però, può essere divertente sentirlo a ridosso della vostra virtù, indugiare, un po’ entrare, un po’ uscire, un po’ entrare, un po’ uscire. Il resto è storia.

Che poi per certi uomini il glande è un autentico motivo di fierezza. Se lo ammirano, compiaciuti. Se ne vantano. Lo ostentano.

Per esempio, ennemila anni fa, quando ero a Bologna, c’era uno che con il glande ci faceva gli effetti speciali. Lo gonfiava a comando. Ed era molto fiero di mostrarmi questa sua straordinaria capacità.

E con ciò abbiamo concluso. Mi aspetto integrazioni proattive alla lista.

Nel frattempo però, in effetti no, io non trovo che i peni siano tutti brutti.

Più semplicemente: c’è pene e pene.

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E sesso orale. E santità.

Quando una è single le succede di alternare momenti di profonda aridità emotiva a periodi di elevata sensibilità sentimentale, durante i quali si innamora a ogni piè sospinto, attingendo a un repertorio umano che varia dall’autista del tram ad Arthur Rimbaud.

In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle. Anzi, sono innamorata dei Baustelle.

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Come di tanto in tanto faccio, ho smosso i miei potentissimi canali vaginali e ho ottenuto due accrediti per me e indievagina che, oltre a essere l’eletta che meglio può apprezzare questo genere di esperienza metafisica di lunedì sera dopo il lavoro, è anche colei che per prima mi passò La Malavita, in un pomeriggio di diversi anni (e diversi kilogrammi) fà.

Così, intorno alle 20 siamo montate a bordo del mio bolide e siamo partite alla volta degli Arcimboldi, per assistere al Fantasma Tour, non prima di aver ingurgitato un hot dog di fetida qualità accompagnato da birra piscio, disquisendo su quanto tra tutte le tipologie di junk food, quello  pre-concerto resti indiscutibilmente il più gustoso.

Ci siamo sedute, pochi minuti d’attesa, si sono spente le luci e lo spettacolo è iniziato.

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E’ iniziato e io non so se sia dipeso dal fatto d’essere in teatro, che io mi suggestiono sempre quando sono in teatro, oppure dalla presenza dell’orchestra diretta da Enrico Gabrielli, che io adoro perché i Calibro 35 sono così bravi che non si ascoltano, ecco io non lo so da cosa sia dipeso, ma ho pensato dal primo istante: “Cazzo, sono diventati grandi“.

I Baustelle son cresciuti. L’evocazione adolescenziale ha lasciato il posto a un’età adulta senza vie d’uscita. Le inquiete istanze puberali, la malinconia dubbiosa da trentenni di provincia, l’inquietudine esistenziale si è evoluta, si è complicata. E questo i Baustelle ce lo mostrano, senza inibizione e senza ostentazione, facendo ricorso a un canto che si fa narrazione e a un impianto strumentale che esprime il putiferio opaco che vi è dietro, che vi è dentro, che vi è sotto.

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La maturità chiude le possibilità. Il Futuro è una malattia “che desertifica, che significa che ciò che siamo stati non saremo più”. E tutto rimane permeato da un’incontenibile, sfrontata e persino precoce nostalgia. Ed è proprio questa specie di ansia naturalizzata, questo logorante sentimento del tempo che scorre inesorabile, cantato con una disarmante spontaneità, che me li ha fatti sentire vicini. Vicinissimi.

I Baustelle sono cresciuti. Hanno metabolizzato e rielaborato i propri tratti distintivi, arricchendoli di rimandi, omaggi, citazioni della migliore tradiziona cantautorale italiana, ma anche di cori e giochi di luce di pinkfloydiana memoria, e sonorità a tratti lisergiche. E anche quando sale il sospetto che forse non ci sia in essi qualcosa di davvero nuovo, di davvero straordinario, di davvero mai sentito (per quanto encomiabile e interessante sia ciò cui si sta assistendo), ecco che arriva un verso, senza preavviso, 4 o 5 parole messe in fila, che ci lasciano nudi. Che ci obbligano alla resa. Come il “Perciò stanotte dormi qui, che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia. E dammi figli e verità. E sesso orale e santità ” di Nessuno.

Cioè, io glielo davo veramente l’utero, a uno che mi cantava ste robe, per dire…

I Baustelle sono cresciuti. E io non so dire se siano migliori o peggiori di quelli iniziali, che pure abbiamo amato. So soltanto che sono cresciuti, come persone e come artisti. E so che io sento ciò che sentono loro. So che tutti cerchiamo la chiave individuale a un disagio generazionale. So che quell’irrisolto oggi è più profondo di ieri, al punto che – d’un tratto – le parole finiscono e tutto viene demandato all’orchestra che interpreta, sublima e ci restituisce i perché e i per come delle nostre angosce condivise. Della nostra paura di fallire.

So che i Baustelle sono cresciuti e che interpretano come pochi altri lo spirito del nostro tempo: la sua controversia, la sua inadeguatezza a tutti i semplicismi, la sua ansia, la sua rassegnazione sofferta. Ma anche la sua cultura, la sua finezza, il suo catartico cinismo, la sua malinconica bellezza.

So che i Baustelle sono cresciuti e saranno tra quelli che un giorno ascolterò in macchina, in viaggio, con il mio compagno accanto e i figli seduti dietro. Come mio padre faceva quando ero bambina. Con De André. E Dalla, e De Gregori, e Bennato, e Battisti.

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In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle.

Perché magari sembrerà strano, ma è una cosa meravigliosa sapere che qualcuno è ancora capace di toccare le inquietudini che ho dentro. Anche se è un musicista. Anche se lo fa cantando, in punta di dita, sull’orlo di me. Senza conoscermi.

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Insofferenza Vaginale e Pene Cerebrale

Sono in piena Sindrome di Insofferenza Vaginale, anche nota come SIV.

La SIV mi colpisce con cadenza bimestrale, di solito quando non torno a casa da troppo tempo, e viene spesso confusa con più comuni sindromi vaginali per via di certi sintomi in comune, tra cui: acidità, antipatia, malmostosità, rodimento di culo, mestizia, cupezza interiore ed esteriore. La differenza sostanziale tra lo Spleen Vaginale, la sindrome premestruale e la SIV è che le prime sono passeggere; l’ultima, invece, è una predisposizione d’animo al patimento, che vive piantata nella nostra pancia e vien fuori di tanto in tanto, adducendo motivazioni per lo meno risibili al fine di auto-legittimarsi al cospetto della nostra consapevolezza.

Cose come:

“Sono feroce perché devo dimostrarmi che ho fatto le scelte giuste”

“Sono stanca”

“Morirò sola”

“Non so più raccontarmi”

“Non sono più disposta a comprendere un’altra persona”

“Non sono più capace di stare bene con qualcuno”

“Volevo tanto ridere e invece ho pianto”

“Non investirò più energie nel tentativo di trovare il Sacro Graal delle relazioni, la combinazione perfetta di caratteri improbabili in rapporti sbagliati in principio”

“Sono così spossante che se potessi mi lascerei da sola”

E altre robe di questo tipo…

Quando mi capitano gli attacchi di SIV tutto inizia ad apparirmi più inutile e io non sopporto più niente e nessuno, me per prima.

Non sopporto più l’inutilità del mio lavoro, che amo; non sopporto più questa città dove il massimo problema sociale è il nuovo metodo drenante per combattere la cellulite; non sopporto più un sistema in cui il più importante obiettivo esistenziale è avere l’abito perfetto per ogni circostanza. Non sopporto più la mia lontananza, il mio non esserci, il mio lasciar passare il tempo senza mai risolvermi, senza mai districare fino in fondo i nodi delle inquietudini che c’ho appresso.

E poi mi scopro a pensare di essere una vaginetta di infimo livello, che se poi vai a vedere bene appena troverò un cazzetto che mi garbi appena appena, magari, vedi come tutte ste paturnie si dissolvono in un paio di weekend di sesso furibondo e coccole dissimulate. Ma solo per un momento. Perché poi ne arriveranno altre, di paturnie. Perché io lo so come sono e questa corsa verso non so cosa è lunga, e il mio fiato è corto. E io non ho pazienza con nessuno. Nemmeno con me.

E i mesi mi scivolano di mano così, affannati tra tanto dire, tanto fare, poco concludere, tanto concludere, correre, tornare. Tra lampi di serenità e kilometri di inquietudini. Tra vaginismo sfranto e abuso del mio Pene Cerebrale.

Che il Pene Cerebrale sarebbe un’escrescenza fallica che ci cresce nel cervello, a noi vagine single, che ci serve come arma contundente sulle nostre vulnerabilità, sulle nostre derive senza capo e senza coda, come strumento di auto-difesa da noi stesse.

Di fatto succede che veniamo segretamente armate di Peni Cerebrali dalla CIA, che ci finanzia per arginare l’avanzata vaginale sovietica, e noi usiamo questo manganello mentale per cazziarci da sole, in assenza di un salvifico maschio alfa che ci riporti con le ovaie per terra. Ecco, noi vagine single impariamo a suonarcela e a cantarcela. Ci facciamo da prete e da sacrestano. Ci ricordiamo da sole che, in fondo, non c’è nulla che vada poi così male e che viviamo la vita che – bene o male – avevamo scelto di vivere. E che se quindi la smettessimo di struggerci per il nulla, forse dimostreremmo più intelligenza. E che forse, ma è tutto da verificare, potremmo vivere anche senza fare una tragedia in 3 atti di ogni microscopico evento che si consuma nelle nostre vite.

E intanto, mi viene il dubbio che nel nostro correre e restare immobili, forse, a volte dovremmo soltanto spogliarci.

E abbandonarci. Sospendere le nostre condanne.

E sticazzi.

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Elio, ti amo

Sono innamorata.

Ebbene sì, finalmente. Finalmente perché quando si è innamorati la vita pare diversa, meno peggio, più meglio, insomma come ve pare, comunque è una cosa più godibile, la vita, quando si è innamorati, questo voglio dire.

Uno potrebbe obiettare che la stagione in cui ci si innamora è la primavera, mica l’autunno. E invece no, noi bellezze invernali, anche note come quelle-che-so-mejo-vestite, ecco noi ci innamoriamo a ottobre, quando inizia a venir giù la pioggia, quando starnutiamo, quando tutti si lamentano der freddo e l’amore si inzia a fare sotto le coperte.

Era un po’ di tempo, in effetti, che ci pensavo, a lui, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco quanto effettivamente potesse essere il nuovo destinatario di tutto il mio inespresso amore. Finché non ho guardato Faccia d’Angelo. Sì, la miniserie prodotta da Sky Cinema sulle imprese della Mala del Brenta e di Felice Maniero, interpretato proprio da lui, dal mio neo-amore Elio Germano.

Ora, premesso che io sono l’incarnazione di tutto ciò contro cui i puritani insorgono ogni volta che in Italia si produce una serie del genere, cioè, sì, quelli che dicono che non è giusto farle queste serie perché si mitizzano i malavitosi. Ecco, dunque, posto che una cosa è la fiction e altra è la storia, ecco, diciamolo: io li amo. Tutti. Ho amato la Banda, come i più assidui frequentatori vaginali sanno. Ho amato Vallanzasca. E ora, ora amo lui (nonostante l’accento veneto).

Questa volta, però, è diverso. Questa volta sentivo che il mio trasporto emotivo non era per il semplice personaggio, era proprio per il suo interprete. Allora sono andata a guardare Mio Fratello è Figlio Unico che non avevo visto mai. E lì ho preso il caposotto. Non so come dirlo diversamente: io lo amo. Voglio consacrare la nostra unione con Diaz, ma ho già scelto.

E non vorrei che si minimizzasse questo mio trasporto. Non lo amo perché è famoso, lo amo perché è bravo. Lo trovo, anzi, oggettivamente bruttarello, roscio, con la pelle biancabianca e imperfetta, glabro. Ma niente. Lo amo. E questo è un amore straordinariamente puro perché nasce solo dal suo talento, non dal suo aspetto. Lo amo per i ruoli che interpreta, per le dichiarazioni che fa quando ritira i premi, lo amo perché è un artista e non un divo, lo amo perché è una persona e per questo riesce a dar vita a tanti personaggi. Lo amo perché è uno che lavora su di sé e che non ha niente a che spartire con certi suoi coevi decerebrati che se la menano manco fossero Marlon Brando e invece avrebbero da imparare anche, chessò, da Martufello. Lo amo perché è così tanto di sinistra che potremmo litigare. Lo amo perché è uno semplice, perché ha gli occhi profondi e una faccia che parla anche quando sta zitto.

Lo amo che proprio soffro all’idea che non lo avrò mai. Lo amo che se ce l’avessi di fronte potrei non dire nulla, o sicuramente nulla di intelligente. Lo amo perché dice “Tresette” mentre notoriamente si dice “Tressette”. Lo amo perché è così avanti che non c’ha nemmeno una pagina Facebook. Lo amo perché mi piace così tanto che non riuscirei nemmanco ad andarci a letto, per quanto mi piace, che finirei a farci l’amore, che ho di nuovo 14 anni, sono di nuovo vergine e ho di nuovo paura di quanto male mi farà, la prima volta con Elio. Lo amo che quasi penso che se avrò un figlio maschio lo chiamerò Elio, il ché mi rende alla stregua di quelle madri raffinate che chiamano il figlio Ridge, per intenderci.

Insomma, sono profondamente innamorata. E poco conta che io, di fatto, non lo conosca. Io lo so com’è. Lui non sa come sono io, il ché non può che giovare alla nostra relazione.

Senza contare che, periodicamente, innamorarsi è una cosa salutare, ci rimette in pace col nostro io, che ci fa sentire più vivi, più aperti ad accogliere il mondo esterno. E piuttosto che spasimare per un qualsivoglia indegno cazzetto a caso, sticazzi, io spasimo per uno che non incontrerò mai, totalmente fuori dalla mia portata, ma così straordinariamente brillante e insieme normale, da meritare tutte le mie intime premure.

Poi, va da sé, me lo chiedo, se sia intellettualmente accettabile a quasi 27 anni innamorarsi platonicamente di un attore.

E ho il sospetto di no.

Ma intanto lo amo. Con viva partecipazione, aggiungerei.

Perché il pensiero che nel mondo esista qualcuno che possa farmi perdere la testa, così affascinante da pietrificarmi, da rendermi una piccola caricatura di me stessa, ravviva il mio impolverato vaginismo.

E questo è un bene.

Ps: caro Elio, io sono sicura che tu sia una persona così sana da non googlarsi. Tuttavia se tu, o il tuo migliore amico, o Valerio Mastandrea, doveste scovare questo post, sappi che, in primo luogo, per l’appunto, ti amo e ti ringrazio di ricordarmi che anche io posso andarmene sotto di brutta maniera per qualcuno. In secondo luogo vorrei dirti che sono meno idiota di quanto ti appaia in questo momento. Ma lo so, non abbiamo futuro. Io vivo a Milano e ho un brutto culo.

Momentaneamente tua,

Vagina

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Working Class Vagina

Lavorando a VaginaLand, una terra di nessuno popolata solo da vagine e da una segretaria modello pitbull con tendenze lesbo, devo confessare di aver più e più volte pensato che le vagine non siano fatte per lavorare, pur essendo io stessa una di quelle vagine lavoratrici, presuntamente acculturate e sostanzialmente ignoranti, che vorrebbero camparsi da sole.

Resta il fatto che più spesso che volentieri, il lavoro ci strema, ci stressa, ci consuma, perché tra i nostri opinabili e numerosi pregi di genere, non abbiamo la capacità di vivere il lavoro così come andrebbe vissuto. No. Noi ci mettiamo dentro il pathos, l’ansia, le ovaie, l’invecchiamento, l’insoddisfazione, la dieta, l’antipatia personale, l’acidità, la solitudine, la litigata col fidanzato, l’umidità che ci arriccia il capello, il trombamico che non ci richiama, la manicure da rifare, il ragno sul soffitto della cucina, il pantalone che ci sta stretto e ci fa incazzare, perché sì, ci fa incazzare una taglia 46 che ci stia stretta.

E così ci vengono le rughe da stress, le lacrime da stress, l’acne da stress, i capelli bianchi da stress, la cistite da stress, l’ulcera da stress, l’infarto da stress. E non ci resta che morire, così: stakanoviste, cieche, obese e con la scogliosi.

Senza contare che, come genere, dobbiamo fare troppe cose e finiamo col pretendere di essere brillanti a lavoro, curate, in forma, giovani, piacenti, soddisfatte, accoppiate e felici, casalingue e felini da materasso, tutto da uno stesso corpo e da uno stesso cervello che si da il caso debbano pure gestire tutta quella faccenda delle sindromi pre, intro e post-mestruale. Parliamone.

Rido al pensiero di quando decideremo anche di figliare senza un marito ricco, o dei nonni ricchi, o dei genitori che si facciano pieno carico della crescita della prole mentre noi siamo impegnate a fare le vagine rampanti, che si macerano il fegato il doppio degli uomini, per guadagnare la metà. Resta il fatto che per me, come è noto, questo problema della riproduzione della specie, per il momento, non si pone.

Ma sia chiaro, non è che le vagine siano tutte uguali al lavoro. Abbiamo delle caratteristiche condivise che vengono declinate in base alle soggettive forme di follia. C’è la vagina viziata, che frigna 8 volte al minuto e ogni volta senti chiaramente crescerti il pisello tra le gambe e provi un desiderio sfrontato di usarle violenza. Poi c’è la vagina slave che di solito è una che si è sovraesposta alla visione de Il Diavolo Veste Prada e che ritiene che drogarsi di caffeina e nicotina, saltando arbitrariamente i pasti, la condurrà lontano nella vita. Poi c’è la wooden vagina, che se la sente calda, caldissima, come se dal suo inutile lavoro dipendessero le sorti del mondo e che, di solito, fa dipendere dal suo uso di calmanti le sorti emotive di chiunque le sia prossimo. Superfluo puntualizzare che dal suo lavoro non dipendono nemmeno le sorti del mondo delle zecche degli unicorni alati.

Infine, un altro evergreen, c’è la vagina rettile. E la vagina rettile c’è in qualunque VaginaLand che si rispetti. Di solito è quella vagina che come tutte le serpi cambia pelle, che quando parla sputa veleno dalla biforcazione della sua lingua, ma solo alle spalle. Essa fa confronti tra il suo stipendio e il tuo, tra il suo talento e il tuo, tra le sue ginocchia e le tue, e tutto va bene finché si sente comunque la migliore. Finché le fai sentire che tu sei al suo fianco nella lotta contro tutte le vagine sane del mondo, finché sposi la sua malata visione dell’ufficio come un territorio di antagonismo insalubre. La vagina rettile raggiunge i suoi scopi. Sempre e a qualuque costo. E la peggiore vagina rettile in cui possiate incappare è quella convinta di essere, cazzonesò, un pettirosso.

E poi, a onor del vero, c’è una schiera di vagine normali, straordinariamente normali, capaci di essere professionali, serie, consapevoli, intelligenti, solidali. Sono quelle vagine che mi fanno pensare che, tutto sommato, ci sia speranza anche per il mio genere. Sono quelle vagine che mi fanno pensare che, in fondo, nonostante i nostri limiti, yes we can. E che sì, essere una vagina evoluta oggi è faticoso, ma può essere meravigliosamente appagante.

Perché sì, ho già parlato della Sindrome da Rampantismo Vaginale che di tanto in tanto mi assale, ma in questo momento siamo oltre. Ora che ho concluso un progetto, ora che ne raccoglierò frutti e risultati, adesso che tutto è andato stra-bene e io ho ri-dimostrato a me stessa di essere una fica a lavoro, perché sì, c’ho un brutto culo ma nel mio sono una fica, ecco adesso in effetti non cambia cazzo, ma sono felice. Insensatamente felice. Ma felice.

Sono felice perché ho avuto una caterva di complimenti e io ho un rapporto di sudditanza patologica nei confronti dei complimenti, le lusinghe mi gonfiano, mi fanno diventare praticamente una mongolfiera, il mio ego si espande – ma solo momentaneamente – e il mio narcisismo partecipa alla gara di fuochi d’artificio di Locorotondo.

Sono felice perché sono cresciuta, perché sono autonoma, perché questo progetto era una mia creatura e l’ho visto diventare realtà. Sono felice perché faccio cose che a VaginaLand ne capiscono la metà e nessuno saprebbe farle al 50% di come le faccio io. E questa non è presunzione. Questo è un fatto.

E forse è ora che la Vagina aumenti le sue quotazioni sul mercato.

Insomma, cazzo, sono felice. Fanculo alla modestia, io me la godo!

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#UnFigoAlGiorno

Il fatto è che più si cresce, più è difficile trovare i fighi.

E pensare che esisteva un tempo in cui, per noi vagine, il mondo pullulava di fighi. L’apogeo dell’esposizione alla fighezza maschile sono indiscutibilmente i primi 2 anni del liceo. In quel periodo la giovane vagina ancora vergine (per lo meno ai miei tempi) si guarda attorno in preda al più completo subbuglio ormonale ed emotivo, cognitivamente arginato  da pregresse letture di Top Girl che le hanno spiegato che deve tener su le mutande finché non si sente debitamente innamorata e finalmente pronta a farsi defloreare.

Tra i 13 e i 15 anni, la giovane vagina vede una quantità sconsiderata di fighi ovunque intorno a sé e si innamora più volte al giorno, e la sua passione per il mondo dei cazzetti si alimenta a ogni campanella d’uscita, a ogni viaggio in pullman tornando a casa, ad ogni manifestazione, ad ogni assemblea d’istituto.

Tipicamente, le vagine in quegli anni si fomentano tra loro, condividendo morbosità platoniche su individui che frequentano il quarto o il quinto anno e che, salvo le vagine non siano le replicanti di Angelina Jolie adolescente, non le cagano di striscio. A primo acchito si innamorano del bellissimo della scuola. Poi si innamorano del rappresentante d’istituto. Poi si innamorano del cantante della rock band. Poi si innamorano del tipo che scrive gli articoli sul giornalino scolastico. E, sia chiaro, non importa che siano anemici, o grassi, o strabici, o con i denti rotti. Le giovani vagine li amano per il semplice fatto che sono fighi, bofonchiando commenti e contenendo gridolini di approvazione ogni volta che uno dei soggetti della figh-list passa loro innanzi. Tutto questo carrozzone di demenza adolescenziale prosegue fino al giorno in cui la vagina non raggiunge il suo sospirato intento: mettersi con uno che sia almeno due classi avanti. Fatto questo, tutto cambia.

I veterani del liceo non sono più inarrivabili e la giovane vagina, che ormai fa petting con uno di quinto, inizia a vedere tutto con occhio diverso. Ora che la sua femminilità è stata legittimata da uno che c’ha già la patente, la vagina entra ufficialmente in quella letale fase della vita in cui l’asticella della fighezza maschile minima percepita inizia ad alzarsi.

E succede così che dai 25 in poi trovare uno che sia figo e fruibile, rimane arduissima impresa che a confronto fare jogging vestita da Lady Gaga rimarrebbe cosa semplice.

Ciò che, di fatto, avviene è che i fighi sul mercato agiscono come segue:

1. Si lasciano occupare da vagine terze e il massimo che possono concedere al genere vaginale globalmente inteso sono scappatelle, sotterfugi ed eiaculazioni precoci clandestine, che possono andare bene per un po’, ma poi anche no.

2. Sono mediamente fighi ma si convincono di essere i più fighi dell’universo conosciuto, ammalandosi di EgoFrociaggine

3. Si rifiutano di riprodursi, esattamente come i panda, e condannano all’estinzione il genere maschile figo, abdicando al loro dovere evoluzionistico e abbandonando l’umanità al proliferare indiscriminato di fan di Eros Ramazzotti e Anna Tatangelo.

Naturalmente ogni vagina ha la sua personale concezione di figo ma, va detto, esistono dei tratti caratteristici dominanti che ci mettono tutte d’accordo, pure le clitoridee. Il figo in generale è fisicamente gradevole, naturalmente piacente, apparentemente sicuro di sé, ha un lavoro discreto, una mentalità aperta, ascolta buona musica, conosce una lingua straniera, ha gli occhi furbi e un sorriso strappamutande sovente incorniciato dalla barbetta. E questa è la base, il Figo S, quello senza airbag e senza servosterzo. Poi c’è il Figo SX (i fighi hanno le stesse sigle delle vecchie Fiat Punto, non mi si chieda perché), con i finestrini elettrici, che è anche alto tra 1.80 e 1.90, fuma, è colto ma non se la mena, suona uno strumento maschio (lo strumento maschio principe è la batteria che, come dice la mia amica indie-vagina: “quando uno picchia forte sulla batteria…”) e, soprattutto, sa farti ridere. Infine, c’è il Figo ELX che è quello superaccessoriato con i comandi vocali, che oltre ad essere moro, alto, affascinante, divertente e intelligente, è intrigato da tutta la tua conturbante complessità vaginale, ha una predilezione per le ciccione, ha sempre dell’ottima erba con sé, ha vissuto all’estero e a letto è una specie di action man in scala 1:1.

Il Figo ELX è un’invenzione di Isaac Asimov e Ridley Scott ci farà il suo prossimo film. Attore protagonista: Michael mi-sento-male Fassbender.

A fronte della drammatica scarsità di fighi, a luglio, nell’ozio strappato alla voglia di andare in ferie, io e Polly abbiamo iniziato a segnalarci su Twitter i fighi che vedevamo, così, just for your info, come si suol dire. E così, è nato #UnFigoAlGiorno.

Poi sono venute le ferie e abbiamo sospeso. Ma ora, che l’autunno è alle porte e ha già messo un piede in casa nostra, Polly e io abbiamo deciso di rilanciare la nostra attività socialmente utile, il nostro servizio gratuito di mutua assistenza vaginale, la nostra indefessa attività di figh-scouting online, perché,  parliamoci chiaro, l’inverno sta arrivando e noi vagine single, per superarlo, dobbiamo sapere che lì fuori ci sono ancora dei fighi impuniti, con i quali chiudersi in casa al weekend mentre fuori piove, e nevica, e grandina. Saperlo scalda l’anima. Anche solo a livello teorico.

Va da sé, figo è tante cose. Figo è uno carino, ma è anche uno che ha una bio gagliarda. Figo è uno che sa scrivere, o suonare, o fare belle foto. Figo è uno che, a qualche livello, riesce a toccare le corde del nostro vaginismo, non necessariamente tutte insieme: quindi si accetta dal rude meccanico con delle spalle 4 stagioni, al sofisticato radical chic che esprime tutto il suo intelletto in 140 caratteri.

Partecipare è semplice: è sufficiente avere un account twitter e segnalarci, usando l’hashtag #UnFigoAlGiorno, il figo della vostra TL, pescato tra utenti non vips (le foto che io inserisco, dunque, non fanno fede). Noi stipiamo tutte le nomination, le salviamo e creiamo questa uber-lista dei fighi del UEB.

Successivamente, una giuria composta da Polly e me, coadiuvata dalle vagine che si dimostreranno più zelanti nella Figo Hunt, decreterà i 3 finalisti. Qualsiasi tentativo virile di corruzione della giuria, sarà premiato.

Io e Polly v’aspettiamo!

ps: naturalmente, l’autocandidatura maschile non è ammessa. Se volete partecipare a #UnFigoAlGiorno e diventare #IlFigoDellAnno dovete farvi raccomandare da qualche vagina con cui siete stati molto-assai generosi.

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Chiamami Amore

Ho avuto sempre un rapporto problematico con la parola “amore” e con i suoi derivati.

In particolar modo con il “ti amo“.

L’unico momento della mia vita in cui ho usato il “ti amo” senza problemi, è stato a 18 anni. Perché a 18 anni, effettivamente, ho amato di un amore irripetibile e irripetuto. Ho amato come si ama nei film, come si ama nei romanzi, anche quelli di qualità discreta. Ho amato come si può amare solo a 18 anni: senza mezze misure e senza mezzi termini, mettendo in discussione tutto e smarrendo completamente il confine tra la sua pelle e la mia, tra la sua vita e la mia, tra la sua storia e la mia. Del tutto abbandonata alla certezza deliberata di amare il meglio. Perché quell’amore lì, parte dalla doppia punta del capello e arriva all’unghia incarnita dell’alluce sinistro. E’ una roba totale e inesorabile, quell’amore lì. E quindi, in quel caso, dire “ti amo” è spontaneo come mangiare, pisciare e respirare. Non dico “cagare” perché “cagare” non è sempre spontaneo, considerato che la stipsi è uno dei principali mali del nostro secolo.

Ora, tolto quel caso lì, io non sono mai stata a mio agio con il “ti amo“. Forse perché non ho amato mai. O forse perché non mi sono mai sentita veramente amata. Ho sentito altro. Ho sentito altre cose a me rivolte: affetto, stima, fascinazione, subordinazione persino, nelle mie fasi più totalitarie. Però, evidentemente non “amore“. Che poi io in definitiva non lo so cosa sia stocazzo d’amore. Fatto sta che a 16 se mi dicevano “Ti amo” rispondevo “Grazie”. E che dai 20 in poi ho detto o ricevuto “Ti amo” solo sotto effetto di sostanze psicotrope o in occasione di tradimenti fatti e/o subiti.

Amore” è una parola che trovo già più fruibile. La dico ad amici e amiche. In coppia la uso, per esempio, ma sono una fondamentalista, voglio che sia usata per intero, se così devo essere chiamata. Voglio essere “Amore“, non “amò”, che “amò” mi fa venire i brividi d’orrore lungo la colonna vertebrale (se sono single ci sarà un perché).

Ora, uno degli aspetti positivi della singletudine è che quando ti relazioni con una persona dell’altro sesso, vivi situazioni talmente superficiali, talmente clandestine, talmente limitate nel tempo, che puoi tranquillamente non inciampare in queste questioni di forma. Anche perché, personalmente, sono sempre stata assai intransigente sul “ti amo“, nel senso che “ti amo” non si dice, se non si prova.  Non si dice nemmeno quando si sta a letto, a capocchia, e no, non te lo dico nemmeno se mi fai avere un amplesso che vedo la madonna con tutti gli apostoli che fanno un trenino sulle note di MaracaiboMareForzaNNovve, per intenderci.

Altra faccia della medaglia è che, quando sei single, non te lo aspetti mai, il “ti amo“. Non ti aspetti niente, quando sei single, mentre quando sei fidanzata da 1 anno e quello stronzo continua a non dirti che ti ama, quello che provi tu diventa secondario, non conta  nulla se tu lo ami o no, l’unico insormontabile problema diventa: perché cazzo non mi dice che mi ama? E’ perché in effetti non mi ama? E’ perché io non sono abbastanza? E’ perché sono grassa? E’ perché è anaffettivo? E’ perché crede davvero che io sia quel genere di vagina che non ci tiene e che basta dimostrarmelo senza dirmelo? E’ perché non gliel’ho mai detto nemmeno io? E’ perché quelli nati a fine anni settanta portano nell’anima la premonizione di una Chernobyl sentimentale che li ha devastati lasciandoceli emotivamente storpi?

Ecco, da single, tutto questo, vivadio, non c’è.

Quando sei single non ti aspetti niente. E non prometti niente. E quando vai a casa di uno per praticare il tanto vituperato sesso-senza-amore-sesso-senza-cuore, perché ne hai voglia e basta e, in quanto single, sei straordinariamente libera di soddisfarle, le tue voglie (e questo è il più squisito contraltare delle domeniche invernali trascorse nella solitudine più totale), ecco quando vai a casa di un EgoFrocio qualsiasi per passare la serata, rilassarti, prenderti quello che vuoi, rivestirti e andartene, da sola, perché sei sola, perché non hai bisogno di illuderti d’avercelo, un cazzetto, ecco quando fai tutto questo, quando sei consapevole abbastanza da farlo, quando sei disposta a farlo  nella più completa coscienza di ciò che vuoi e di ciò che avrai, ecco tu non te l’aspetti proprio di dover usare la parola “Amore“.

Cioè, non si fa. Non è nei patti.

Non è previsto dal regolamento, il coito impreziosito. La bigiotteria sessuale. La scopata in cui tu, che sei dichiaratamente e spudoratamente sesso-senza-amore-sesso-senza-cuore a un certo punto, ti fai prendere così tanto che, mentre stiamo stretti stretti e sudati sudati, a dirci cose nell’orecchio, mentre no-ma-va-mica-è-così-con-tutti-oh-dio-sì-così-bravo, ecco non è che lì mi devi chiamare AMORE.

Checcazzo, no.

Porcoddue, no.

Perché se tu lì, così, in quel momento, mi dici “amore“, mi fai pensare che l’amore non c’è. E’ come dirmi “non pensare all’elefante rosa”. Mi fai sentire la mancanza di quando mi veniva spontaneo dirlo, amore, mentre l’amore si faceva. Mi fai pensare com’era scopare nudi nell’anima. Liberi di perdersi nell’altro. Fidandosi dell’altro. Amando l’altro, anche se io non lo so, cosa sia stocazzo d’amore. Insomma, pisci fuori dal vaso, entri in un territorio semantico che non ti appartiene e che non ti apparterrà mai. Violi il mio rigore dialettico ed emotivo.

E poi mi chiedi, a un certo punto: “Chiamami amore“.

E io sono spiazzata perché nella mia non-così-impressionante carriera, non mi era successo mai. Onestamente. Però non è il momento, quello, di fare sofismi. Né, per il bene comune, vorrei stemperare la tua eccitazione. E quindi t’assecondo. Te lo dico. Ti chiamo “amore“. Lo faccio. Una, due, tre volte. E mentre lo dico, mi si desertifica l’anima come nemmeno l’entroterra calabrese.

Svendo la parola, svendo il concetto, svendo un pezzetto di me, per la prima volta in 26 anni. Ma in tutto questo non c’è fascino. Non c’è trasgressione. Non c’è perversione. C’è solo un fottuto cliché. E io mi sento l’attrice priva di talento di un brutto film tratto da un libro del competitor di Federico Moccia. Mi immagino anche la copertina: sfondo bianco,  un reggiseno nero, un cuscino rosso a forma di cuore, un paio di manette per cavalcare l’onda 50 shades, e sotto campeggia trionfale il titolo, scritto in un font rubato al quaderno degli esercizi di calligrafia di un bambino di prima elementare: “CHIAMAMI AMORE“.

E in tutto questo, che poi si risolve in una manciata di colpi pelvici, io decido che non lo farò più. Che io non chiamerò “amore” nessuno su richiesta. Che mi va bene il sesso senza amore, il sesso senza cuore, il sesso senza coccole, il sesso senza abbandonare la corazza con cui s’affronta la vita. Ma il sesso senza onestà, no.

Che se volessi il sesso senza onestà, avrei una relazione fissa.

E avrei qualcuno che al weekend vada a lavarmi la macchina.

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La Vagina e la Grande Industria

Amo Taranto con quell’ostinazione cieca con cui si amano gli uomini stronzi, sbagliati e ignoranti.

Pare che chiudano l’Ilva di Taranto.

Il ché, alla percezione di un tarantino, suona meno verosimile di quando Raffaella Fico mise all’asta la sua verginità, prima di farsi presuntamente fecondare da calciatori.

Per i non addetti ai lavori, l’Ilva sarebbe questa fabbricona che impiega in parte il popolo tarantino e in parte una caterva di paesani, che spesso poi hanno 12 palazzine e 400 ettari di terra, ma questo è un dettaglio. Perché al sud non c’è la piccola imprenditoria. Al sud non c’è la “fabbrichetta“, che è una parola squisitamente lombarda, triveneta al massimo. Al sud noi abbiamo il mostro siderurgico, bene che vada. Giganteschi apparati macina-esistenza, che fagocitano tutta la bellezza e la salubrità del territorio in cambio di qualche migliaio di schiavi che per 1000 euro al mese mandi avanti il baraccone.

Photo by Piolzam’s Evolution – Backstage Pics

Appena ho letto il titolo della notizia, sono stata felice. Felice come quando ho vinto 2.500 euri al Bingo o come quando ho parlato nell’orecchio a Manuel Agnelli.

Ho immaginato migliaia di persone riversate in strada, nude a farsi il bagno nella fontana di Piazza Ebalia, a brindare per questa temporanea vittoria dell’ambiente, della salute, della vita, della legge, della giustizia su decenni di violenza, di abusi e di connivenze.

Invece, ho letto di migliaia di persone in strada per difendere l’Ilva. Anzi no, per difendere il posto di lavoro.

Sai, devono mantenere le famiglie.

Sai, devono farsi “mettere le marche”.

Sai, la rata della macchina.

Sai, lo stipendio sicuro.

Sai, il mutuo.

E allora ho pensato. Ho pensato per tutto il giorno. Mi sono posta il problema. Non volevo essere un mostro, non volevo pensarla da stronza. Non ho smesso di pensarci per tutto il giorno e, uscita dall’ufficio, ho chiamato i miei cugini, che all’Ilva ci lavorano.

Che all’Ilva c’aveva lavorato pure mio zio, che faceva i turni di notte e straordinario a nastro, che non era facile campare in 4 con uno stipendio. Che mio zio è uno che, così, parlando di politica, può snocciolarti senza remore frasi del tipo “Il problema è che è caduto il Muro (di Berlino)”. E’ un nostalgico, per così dire. Naturalmente, però,  lo dice in dialetto, perché in dialetto tutto suona straordinariamente più efficace. Mio zio è stato un grande lavoratore e ora, che percepisce la sua meritatissima pensione, ha sempre qualcosa da pittare: un cancello, un muro, una staccionata, delle sedie da giardino. Ed è uno di quelli vecchio stampo, c’ha quella tempra che gli uomini d’oggi non hanno più, che pure che c’ha quasi 70 anni col cazzo che si fa aiutare. E quando bestemmia, se la prende con San Procopio, che io non sono nemmeno sicura che esista, tale San Procopio, ma questo forse l’avevo già scritto da qualche parte.

Comunque, dicevo, quando mio zio ha lasciato l’Ilva, classiche storie di terroni, ci sono entrati i miei due cugini, che ci stanno dentro da quando io avevo ancora i capelli corti e gli occhiali con la montatura dorata e le lenti rotonde. Allora io, dopo il lavoro, ho fatto sta telefonata. C’ho chiesto com’è la situazione, cosa succede, come stanno, se sono preoccupati. Ho chiesto cosa ne pensano. E non è che non siano preoccupati, e me l’hanno detto che è un casino perché se davvero chiude, restano a terra 20.000 famiglie. Però entrambi m’hanno detto che vedranno come si mettono le cose e che, alle brutte, s’arrangiano e che qualcosa da fare la trovano. Anche a costo di andare. O di mettersi proprio. O di inventarsi un mestiere. Allora io c’ho detto che sono persone in gamba, che è ciò che penso, e poi, ho aggiunto, Tyler Durden diceva che perdere il lavoro è una cosa auspicabile, perché significa avere finalmente la possibilità di concludere qualcosa nella vita.

Poi abbiamo chiuso e io ho continuato a pensare.

Ho pensato a lungo. E sono giunta alla conclusione che l’Ilva bisogna chiuderla. Che la cosa giusta è questa. Che tutte le vie di mezzo sono beceri mezzucci per perpetrare lo status quo. Che la salute e la vivibilità del territorio non devono più essere disposti a scendere a compromessi. Che se l’Ilva resta aperta, nulla cambierà perché no, non è vero che gli impianti si metteranno a posto e ringrazio Vendola delle sue dichiarazioni, della sua ipocrisia, perché sa smuovermi l’intestino come nemmeno il Bifidus Essentius.

Ho pensato che l’Ilva bisogna chiuderla e che tutte le conseguenze sono solo un effetto collaterale del cambiamento.

Ciò che le autorità devono fare, se son degne di tal nome, è chiuderla.

E ciò che i tarantini devono fare come popolo, se son degni di tal nome, è reinventarsi.

E non si può sempre pensare che in nome dello stipendio fisso sia lecito uccidere il prossimo. E’ inumano difendere una mostruosità come l’Ilva, voglio dire che è quasi come quelle mogli che non crepentano di mazzate i mariti che di notte stuprano i figli.

Non vi è civiltà nel difendere l’Ilva. Non vi è dignità. Non vi è intelligenza. Mi spiace dirlo, mi spiace davvero, ma è così.

Forza e coraggio. Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo, come forse in tutti. Ognuno fa il meglio che può, con i mezzi che ha. Ognuno si mette il culo in batteria e cerca di restare a galla. Magari fa le valige e se ne va, a 1000 km o a 10.000 km. Ognuno resta e combatte, e vive con il terrore di scoprire da un giorno all’altro che a sé, o a qualcuno dei propri cari, restano pochi mesi di vita.

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Ognuno vive le proprie difficoltà in questo tempo e, per quanto mi riguarda: armatevi di zappe, armatevi di cazzuole, armatevi di pinze e di reti da pesca, armatevi di farina e olio di gomito, armatevi di inventiva, evolvetevi o tornate indietro, fate un po’ il cazzo che vi pare, ma lasciate che il mare torni ad essere mare, che l’aria torni ad essere aria, che la terra torni a dare i suoi frutti e che quei frutti siano commestibili. Lasciate che le cozze non siano più radioattive e che nel latte materno non ci sia più la diossina. Cogliete questa opportunità e concludete qualcosa nelle vostre miserrime vite. Perché se voi scendete in piazza, perché dovete pagarvi l’abbonamento alla 3 per permettervi un iPhone 4s che non sapete usare, siete complici di un delitto. E siete talmente ignoranti da non comprendere che questo è fraticidio e voi siete delle meretrici asservite a un potere che vi mastica e vi caga via, con le vostre metastasi, da 50 anni.

Quello di oggi è un cambiamento. Ed è un cambiamento in positivo. Non perché sapere che 20.000 famiglie restano senza lavoro sia una cosa buona. Nemmeno Borghezio potrebbe affermare una tale assurdità. Ma la situazione in cui Taranto vive è così vergognosa che anche un dramma occupazionale è un successo. Perché alla disoccupazione il rimedio c’è, basta cercarlo, basta essere disposti e pronti a trovarlo. Alla malattia, a quel genere di malattia per cui ogni tarantino ha almeno un morto prematuro in famiglia, la soluzione non c’è.

Ed è per la memoria di chi è schioppato a 30, 40, 50 anni, andandosene in un 1 mese, o dopo anni di sofferenze atroci; è per la memoria di chi ha lasciato mogli, mariti, bambini, di chi non ha fatto in tempo a vedere i nipoti o ad accompagnare i figli all’altare; è per la memoria di tutte queste persone che dovreste guardarvi in faccia e farvi delle domande che vadano due centimetri più in là delle vostre natiche. I vostri figli non valgono più di quelli che non hanno più un padre o una madre, grazie all’inquinamento prodotto dalla vostra meravigliosa industria. E se voi non siete capaci di dare alla comunità nemmeno una briciola di onestà intellettuale, forse non è un caso che tremiate di fronte alla selezione naturale.

E certo, non è soltanto l’Ilva. Sì, c’è l’Eni, ci sono gli inceneritori e tutto il piscio che per 50 anni ci siamo presi in faccia, pur di avere qualcuno che ci dicesse cosa fare. Sì, certo. Ma da qualche punto, magari, partiamo.

Io non lo so se ci siano state manifestazioni di sostegno in città, i media non ne parlavano. Però quello che è successo oggi a Taranto, un popolo sano, lo avrebbe festeggiato. Lo avrebbe celebrato come una rinascita, come una liberazione, come un’occasione per ripartire, per crescere, per sforzarsi e cagare sangue a costo di diventare migliori.

E sì, certo che mi dispiace per le persone che rischiano di dover rimettere tutto in discussione, di entrare in un periodo nero della propria vita, certo che mi si stringe il cuore perché tutto avrebbe potuto essere più facile e invece è sempre difficile. Certo che mi dispiace per i padri che non sapranno come crescere i figli, per la depressione che ci sarà, per chi a 50 anni non avrà gli strumenti cognitivi per evolversi. Ma il mondo cambia in fretta e bisogna tenere il passo, anche a 50 anni. E, se mai fosse, mi auguro che queste persone siano aiutate. E mi piacerebbe tantissimo che fosse Riva a pagare di sua tasca, un vitalizio minimo a ciascuno degli operai. Mi piacerebbe che chi si è ammalato o chi è stato esposto al rischio di malattie (tipo 300.000 persone) fosse risarcito dal grande padrone. E mi piacerebbe che Riva fosse tenuto senza mangiare e senza bere per tanti giorni, quanti sono gli operai morti nella sua fabbrica.

E certo che mi dispiace per i miei cugini, per i giovani, per chi aveva scelto un compromesso pur di non lasciare la propria terra e la propria famiglia, facendo un lavoro tecnicamente di merda, per non andare, per esserci, per lo stesso amore che provo io per quella città immonda, ormai così lontana.

Mi dispiace per tutte queste persone. Ma mi dispiace molto di più per chi non c’è più.

E ciò che preferisco pensare, in realtà, è che ci sarà crisi ma che attraverso la crisi si cresce.

E, se vale per gli individui, può valere anche per la collettività.

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