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Barbie Generation

Noi vagine nate negli anni ottanta, noi che siamo cresciute pensando che ci saremmo fidanzate con Marco Bellavia, noi che abbiamo imparato a scrivere col Grillo Parlante e a disegnare con Gira la Moda,  noi che collezionavamo ciucci di plastica colorata come se non ci fosse un domani, ecco per noi la Barbie è una specie di entità sacrosanta, è un feticcio religioso, è un’icona al di là del bene e del male, intrinsecamente legata alla prima coscienza meramente vaginale che abbiamo avuto di noi stesse.

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Per carità, le nostre infanzie spese nel nome del consumismo hanno avuto molti altri oggetti di culto, come ad esempio il Banco Scuola, i Polly Pocket o la Nouvelle Cuisine. Però le Barbie erano le Barbie. Personalmente non amavo nemmeno particolarmente giocare con le bambole: non ho mai avuto un Cicciobello, per esempio. Non ho mai avuto Baby Mia perché la Vagina Maestra era inquietata da questa bambola assassina che mi avrebbe chiamata “Mamma” alla veneranda età di 5 anni. E a dirla tutta, anche con Sbrodolina non ho mai avuto molto feeling. Voglio dire: io le davo la pappa e quella invece che sbrodolare mi pisciava da un’ascella o dall’inguine (o combinava altre nefandezze anatomiche che non vi sto a raccontare).

In questo desolante panorama che lasciava già presagire le mie carenze in quanto a spirito materno, le Barbie erano un’altra storia. Le Barbie erano fiche, senza se e senza ma. Le Barbie ti facevano sognare d’esser donna, non d’esser madre, innanzitutto, e questo a me pare già in qualche misura rivoluzionario. E nell’immaginario di una bambina esser donna vuol dire sì essere mamma, ma anche avere le tette (non spetta mica a Mattel spiegarti che oltre alle poppe nella vita c’è di più), usare il rossetto e camminare sui tacchi.

Eppoi, sognare di essere una tettona bionda californiana piaceva a tutte, avanti, che male c’è! Poi non lo siamo diventate, graziaddio, né ci siamo vestite di fucsia da capo a piedi, tranne che nel 2003 quando tutte abbiamo posseduto un paio di decolté tacco 9 color Katia del Grande Fratello. Ecco però voglio dire, era divertente giocare con le Barbie, da sole o in compagnia con le amichette, scambiarsi i vestiti, pettinarci i capelli biondissimi e sintetici, insomma, daicazzo, le Barbie erano le Barbie.E’ ovvio che una bambina trovi più aspirazionale una Barbie che una, cazzonesò, Pigotta! E le Barbie non bastavano mai. Erano il premio perfetto, quel qualcosa che ti rendeva incondizionatamente felice, sempre, a prescindere, erano impareggiabili, per noi della Barbie Generation. Un po’ come le videocassette dei film Disney.

Ecco, io di Barbie ne avevo 9, anche se ne ricordo specificatamente solo 3: Barbie Hollywood con i capelli lunghi fino alle caviglie e i camperos dorati, Barbie Roller Blade con i pattini che facevano la scintilla e Barbie Sirena con la coda azzurra metallizzata, una vera tamarra degli abissi. Le altre non le distinguo, ne ricordo solo il numero. Perché il numero di Barbie per una vagina può contare più del numero di uomini con cui è stata a letto.

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Ecco io avevo 9 Barbie e nessun Ken. Non era una bella vita per le mie Barbie. Potevano scegliere se diventare lelle o se vivere di relazioni immaginarie. E poi erano sempre scalze, le mie Barbie, perché io le scarpe le perdevo sempre, ma proprio sempre. E mi turbavo di questo e ancora oggi sarei così felice di avere una scatola piena di scarpette rosa di Barbie. Per compensare tutto ciò che non ho avuto. Tutto ciò che ho smarrito. Tutto ciò che non saprei più dove cercare, ormai.

Insomma, nel bene o nel male, le Barbie spaccavano assai. Al punto che quando ho letto ieri che hanno aperto la Casa di Barbie a Berlino me so detta: “Anvedi oh! Quasi quasi se ce capito!”
Poi ho letto la notizia completa e ho scoperto che gnente, hanno protestato, le femministe. Per quella storia che la Barbie è una bambola sessista, perché è un modello non aderente alla realtà, perché vogliamo un mondo senza pregiudizi, perché lo stereotipo della bionda americana con le sise che son due cocomeri, il vitino che è largo quanto una fetta di pompelmo, gli occhi azzurri, le labbra fucsia e i denti bianchi non va bene, che è un giocattolo con connotati sessuali. E blablabla.

Ecco, secondo me, mò che ci penso hanno proprio ragione su tutta la linea. Bisogna stare attenti ai bambini.

Per esempio, non dovremmo far vedere loro i cartoni con Minnie e Topolino. Metti che da adulti poi vanno da Nip & Tuck e chiedono di farsi fare delle enormi orecchie nere che spuntano dal cranio?

Per esempio anche quella storia della sorca depilata che va tanto di moda, ecco anche quella è colpa di Barbie, che non ha i peli. Dovremmo fare una petizione. E per dirla tutta, cosa stanno aspettando gli uomini a protestare contro He Man? Contro Batman? Contro Bruce Willis, persino.

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Torniamo seri, avanti. Ci sono problemi enormi nella condizione femminile odierna, in Italia più che mai. E’ uno scenario post-nucleare in cui i numeri del femminicidio s’accompagnano alle ragazze dell’Olgettina, in cui le nostre rappresentanti politiche hanno fatto in larga maggioranza più pompini di un viados brasiliano per arrivare dove sono e non esistono modelli dominanti di femminilità reali, consapevoli, ammirevoli. Questo è un fatto ed è tremebondo. Ma è un problema culturale, come sempre, all’interno del quale la Barbie lasciatela in pace. Perché di base tutto si può fare e tutto si può usare, il punto è sempre il “come”. Serve intelligenza, non radicalismo.

E comunque sticazzi. Quando ripasso da Berlino io alla Casa di Barbie ci vado. Anche se fa cagare.

Per principio e perché lo devo alla mia infanzia.

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Missione VagiNight: compiuta!

Questo post è un dovere ma soprattutto un piacere (poi chiuderò le mie masturbazioni sulla VagiNight e tornerò a parlare d’altro).

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Questo post voglio scriverlo per ringraziare una caterva di persone ma voglio scriverlo anche per me. Perché voglio ricordarmi, quando tra 1 settimana mi tagliuzzerò gli avambracci pensando che non sono abbastanza, che ho sbagliato tutto, che avrei dovuto essere soltanto l’incubatrice grassa e felice di un marinaio di leva, ecco tra una settimana lo rileggerò e penserò a quanto è stato bello tutto questo: sentirsi utili divertendosi; incontrare persone squisite che dedicano parte del loro tempo libero alla realizzazione di un progetto comune; capire che se le idee sono buone (modestamente, mi passo le unghie smaltate sulle zinne con aria compiaciuta), possono diventare realtà.

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Della VagiNight ricorderò le luci fucsia, il camerino stretto con La Cesira che si trucca, lo straordinario co-conduttore Jean, il microclima tropicale per via dell’aria condizionata rotta. Ricorderò il rischio di fratturarmi il metatarso per camminare su delle scarpe insensatamente alte (dico, insensatamente per una serata popolata solo di vagine, finocchi e uomini accoppiati). Ricorderò il cocktail letale di vodka lemon e adrenalina che mi ha resa sversa con un solo bicchiere; l’intervista rilasciata a Vanity mentre pezzavo come una carogna e masticavo la cicca e provavo a dire qualcosa di intelligente sbrodolando solo banalità - posseduta com’ero dal mio triplo-mento (che è la naturale evoluzione del doppio-mento) - ma non importa; ricorderò gli abbracci di tutti i miei amici, anche quelli che non vedevo da mesi; ricorderò soprattutto quella sensazione bellissima per cui in effetti non importava un cazzo quanto fossi alta o bassa, o grassa, o riccia, o liscia perché le vagine si avvicinavano a salutarmi con gli occhi che ridevano, come se ci conoscessimo da una vita senza esserci conosciute mai, come se fossimo amiche, unite da un filo invisibile che accomuna le paturnie di tutte, rendendoci vicine, per quanto diverse.

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Ricorderò la gente che a serata finita andava via facendomi i complimenti (che sono notoriamente la mia zona erogena preferita), le risate del pubblico durante l’asta e il Rabbit venduto a 100 €. Ricorderò la voglia di divertirsi e quella sensazione di serenità e libertà che c’era. Ricorderò il pancione (che resta comunque più piccolo della mia panza dopo un pranzo a casa di mia zia) della Vale, che dentro c’è R. ed R. sarà un bambino troppo sveglio.

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Ricorderò le risate e le fotografie, i VagiKit sul bancone dorato, i giri di milioni di mail, e i recap, e le liste per entrare. Ricorderò la paura di non farcela a fare tutto al meglio. Ricorderò chi c’era e ricorderò chi non c’era (sì, è quello che sembra: una minaccia).

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Ricorderò lo sguardo felice di Giorgio quando ha capito che la serata in effetti stava spaccando.

Ricorderò anche Heart of Glass quando sono salita sul palco per i ringraziamenti. E a proposito di ringraziamenti:

- Ringrazio Elena Arzani, quella grandissima gra-Fica che per mesi ha soddisfatto le mie pugnette sulle creatività della VagiNight (banner, flyer, cover per Facebook e Twitter and so on)

- Ringrazio Condomia.it che con straordinarie lungimiranza e puntualità è salito a bordo del nostro progetto, mandandoci tutto il necessario per realizzare questa serata (inclusi i 3 lubrificanti aromatizzati che avete trovato nei VagiKit – a proposito: li avete già usati? Quando riavrò una vita sessuale, li proverò anch’io, promesso).

- Ringrazio La Cesira, senza la quale la VagiNight non sarebbe stata la VagiNight, per essersi prestata a questa impresa a fin di pene.

- Ringrazio Jean, quel fico elegantissimo che ha co-condotto la serata, con il quale ho condiviso la stesura della scaletta fino alla notte prima dell’evento

- Ringrazio Maison Milano, bellissima cornice di una serata pianificata insieme attorno ai tavolini di Cioccolati Italiani al sabato pomeriggio.

- Ringrazio Barbara, che mi ha presentato Giorgio, Antonio e Gianluca, senza la quale la VagiNight non sarebbe successa, non così

- Ringrazio naturalmente la Fondazione LILA Milano Onlus, che ha sposato il progetto e mi ha aiutata a realizzarlo. Straordinari collaboratori ma soprattutto straordinarie persone che lavorano per noi tutti, per informarci e per aiutarci. Grazie a Lella, a Claudia, a Lisa, a Domenico e poi a lui, a Max, al quale proporrò un contratto di adozione come fratello maggiore: tipo che ogni tot ci vediamo e lui mi abbraccia un po’. E poi grazie a lui, naturalmente, a Claudio: bravo e fico, che ha portato un sacco di persone GGGiuste all’evento e che ha risposto al mio stalking via whatsapp a qualsiasi ora del giorno e della notte.

- Ringrazio le amiche favolose che mi hanno supportata ma soprattutto sopportata negli ultimi mesi in cui non facevo che parlare di questa serata, roba che in confronto una 14enne innamorata del fico di quarto superiore è meno molesta e ripetitiva.

- Ringrazio tutti, ma davvero tutti quelli che ci sono stati e che hanno contribuito alla nostra raccolta fondi per la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’aids. Abbiamo raggiunto, tra asta e VagiKit, € 1.300! Mica cazzi!

…Infatti, siamo Vagine.

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Grazie ancora a tutti, di cuore

V.

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Single is Better?

Quando sei single, dopo essere stata accoppiata per molti anni, ti chiedi quale delle due condizioni sia la migliore. Naturalmente, come tutti i saggi nominati da Napolitano sanno, ci sono pro e contro in entrambi gli status di Facebook.

Ne parlavo qualche sera fa con la mia amica IndieVagina,  famosa per il suo sense of humour Made in Bari e per il fatto di essere la mia più cara amica single, che mi diceva di essere giunta al suo quinto singleversario. La frase era velata da un sottile scoramento e ciò che una buona amica single (io) deve fare in questi casi, è lanciarsi senza paracadute in un’inoppugnabile arringa sugli innumerevoli e indiscussi vantaggi della singletudine.

Chiaro sia, essere accoppiati, in linea di massima, torna utile in una moltitudine di situazioni esistenziali e sociali come ad esempio: quando troviamo un insetto in casa, quando bisogna parcheggiare ad agosto di domenica mattina per andare in spiaggia, quando salta il contatore della luce alle 23 di una sera di gennaio e bisogna scendere in cantina per riattivarlo, quando c’è da imbustare la spesa mensile alla cassa dell’Esselunga, quando viaggiamo con una valigia di 27 kg e dobbiamo sollevarla, quando compiamo gli anni e quando c’è da lavare la macchina. Non perché lavare la macchina sia una cosa difficile. Semplicemente il nostro dna non contempla il gene deputato al lavaggio auto. Non ci riesce di comprendere, in parole povere, che l’automobile, parimenti con tutto il resto del creato, è passibile di insozzamento e necessita d’esser pulita almeno una volta a biennio.

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Per contro, essere single ha naturalmente molti ma molti più vantaggi. Ora, senza arrivare a eccessi disdicevoli come farsi tatuare sul pube “Single is better” che, davvero, non ce n’è bisogno, essere single significa un sacco di cose splendide.

Per esempio:

1. Non devi mai per nessun motivo ringraziare un uomo per averti regalato un peluche

2. Non devi mai per nessun motivo ringraziare tua suocera per averti regalato un golf a rombi taglia M

3. Non devi mai svegliarti la domenica mattina con l’idea di andare a pranzo dai suoi.

4. Non devi mai fingere che ti interessi ascoltarlo mentre parla del suo lavoro.

5. Non devi tenere un tutorial quotidiano sull’incapacità dei calzini di riporsi da soli nella cesta della biancheria

6. Non devi mai sentirti dire mai cose come: ”Sei pazza/calmati/cambia il tono/non farti le paranoie/mi hai rotto il cazzo/sei in premestruo quindi vuoi sicuramente litigare per questo io ora farò di tutto per rendermi insopportabile così da farti confermare la mia tesi sulla tua irragionevolezza ovarica”

7. Non devi spendere ore della tua vita a stendere le sue mutande.

8. Non devi mai sopportare che lui sia in viaggio di lavoro all’estero con il suo capo milf

9. Non sei mai obbligata a fingere di desiderarlo e non devi mai nutrire sensi di colpa se desideri un altro

10. Non devi sopportare il fatto che il suo diritto di russare ti privi del tuo diritto di dormire.

11. Non devi schivare un’ischemia al giorno, realizzando che è stato su whatsapp fino alle 4.30 del mattino non sai con chi

12. Non devi mai sentirti mediocre a guardare le fotografie delle sue ex su Facebook, tutte straordinarie testimonial Amerika Star

13. Puoi usare disgustosi pigiami in pile senza praticare un’eutanasia permanente alla sua libido

14. Puoi continuare a ritenere che crackers riso su riso e philadelphia siano una pietanza dignitosa

15. Se hai mangiato legumi, puoi fare le puzzette senza per questo compromettere la tua incommensurabile, inodore e silenziosissima femminilità.

A me, comunque, non sembrano vantaggi da poco.

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Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, essere single significa dedicarsi alla propria pelle (sia in senso cosmetico che concupiscente). Significa esplorarsi e scoprirsi. Significa conoscersi e diventare padrone di sé, compiersi il più possibile, indagarsi nei propri limiti, risolversi o accettarsi. Salvo che non ci risolviamo mai fino in fondo, e non ci accettiamo mai fino in fondo, ed è su questa antitesi dinamica che consumiamo il nostro personale odi et amo, la ricerca di un equilibrio con il nostro – più o meno gigantesco – ego.

E poi compiamo la missione più difficile. Più straordinaria. Più miracolosa: impariamo ad amarci, o almeno ci proviamo. Per forza. Perché facciamo di necessità virtù. Perché non possiamo demandare a un cazzetto l’ingrato compito, il vituperato amore per noi stesse. Perché siamo le uniche che di noi si prendono cura. E dobbiamo imparare a farlo per bene.

Bene, come nessun uomo potrà insegnarci mai.

Bene, come non dovremmo smettere di fare mai.

E questo, le vagine single lo sanno bene, è un piccolo miracolo quotidiano.

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Congedo Post Coitum

Disquisivo con una mia amica, che c’ha una decina d’anni più di me, sul fatto che ogni volta che ho un rapporto occasionale, ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Il fatto è che io odio il dopo. Io i rapporti occasionali li farei finire così, di colpo, sul “vado a pulirmi” e poi puff. Sparito. Svanito. Ngéppiù. E così ci evitiamo tutta la fase post-eiaculatoria tra semi sconosciuti. Ci evitiamo le coccole svogliate, le chiacchiere di circostanza, i silenzi dilatati in cui il vaginometro si sovraccarica di stress per la densità di domande idiote che ci affollano il cervello, del tutto prive di senso e fondamento, del tipo: “Ma perché questo non parla?” oppure “Oddio, cosa sta pensando?”, completamente dimentiche, come delle dilettanti, del fatto che gli uomini NON pensano, specialmente quando hanno appena evacuato il sacro scroto.

Niente. Taglio netto. Un tunnel dimensionale che li proietti direttamente dalla nostra doccia all’esterno dello stabile, edilizia popolare anni settanta, senza passare dal VIA, senza quell’imbarazzo e quella freddezza postumi, scomodi quanto potrebbe esserlo un perizoma in velcro, voglio dire. Cioè, una cosa sopportabile, ma che non vedi l’ora di sfilarti.

Io odio il dopo e, tra tutto il dopo, c’è una parte che odio più di tutto: il Congedo Post Coitum. Sì, perché le frasi di congedo dopo una sessione occasionale sono sofisticatissima ingegneria dialettica: devono mettere la giusta distanza – hai visto mai che ci venga in mente di voler essere inseminate, che si sa come siamo noi vagine, tutte sportive a parole e poi nei fatti ci attacchiamo come cozze pelose del Mar Morto – ma, al tempo stesso, non devono mettere un punto definitivo, devono lasciare anzi lo spazio sufficiente per rifarsi un giro, hai visto mai capitasse, per esempio dopo 1 settimana. O 1 mese. O 3 mesi.  O 1 anno.

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Che, va da sé, il presupposto di un vero rapporto occasionale è che non ci si conosca davvero, è che la persona con cui ti intrattieni non ha storia ai tuoi occhi, e tu non hai storia ai suoi, tutto sommato non sa un cazzo di te (o molto poco) e tu nemmeno di lui. Però ci si ritrova avvinghiati. Stretti. Sudati, perché la primavera è arrivata, a scivolarsi addosso. Che sarebbe bello. Che andrebbe anche bene quel momento di puro istinto, quel momento in cui confondi la tua solitudine con un’altra solitudine, perché questa è la solitudine che abbiamo scelto, che ci siamo procurati, che è una soluzione senza compromesso, quindi va anche bene, mentre le pelli divorano i pensieri, mentre la libertà sublima l’errore, rendendolo indipendenza, rendendolo consapevolezza. Andrebbe tutto bene se non ci fosse l’annoso problema del Congedo Post Coitum, immediatamente successivo.

Roba che c’è quello che non ti sfiora, dopo, manco l’avessero minacciato di cavargli l’anima dall’uretra. Oppure c’è quello che parla a manetta e non ti fa ridere, e poi c’è quello che cade nel mutismo e la massima interazione la consuma con il suo iPhone mentre occupa illecitamente il tuo letto. E già lì, mentre c’hai ancora il beneficio del piacere carnale in circolo, inizia a montarti su il vaginismo, quella sensazione che siano sbagliati, puntoebbasta, fino al culmine, il momento dei saluti. Dell’addio. Del sayonara.

Nella mia modesta esperienza il premio “After-Fornication Worst Sentence EVER” andava a “Ci sentiamo su Skype”. Finalmente posso aggiungerne una nuova che, sconvolgendo le aspettative della giuria, guadagna di prepotenza la pole position degli orrori di Congedo Post Coitum:

“Allora in bocca al lupo…”

“In bocca al lupo per cosa?”

“In bocca al lupo per le tue cose…”, riferito ai progetti di lavoro di cui si era disquisito in precedenza.

Che io non posso fare a meno di sbigottirmi e di chiedermi: ma perché? Dì qualcosa, dì qualcosa di sinistra, D’Alema cazzo piuttosto non dire niente, quanto meno non dire “In bocca al lupo” che suona tipo “Grazie per la fregna, buona vita, a mai più”.

Non mi aspetto tu dica che non vedi l’ora di rivedermi, che sei stato da dio, che vorresti restare e rifarlo, ancora ed ancora, non lo pretendo, non è così ed è sacrosanto. Ma, mi chiedo: cosa vuoi fare adesso? Mi saluti con “Cordiali saluti” invece di “ciao”?

Ecco io tutto questo lo cancellerei. Lo eviterei.

Ecco io ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Perché poi mi succede di alzarmi e di preparare il caffé al mattino. Mi succede di ripensare a quando condividere lo spazio con un uomo mi era familiare. Quando il sole entrava dalle finestre e disegnava sul parquet le ombre di un’intimità condivisa. Ricordo quando di là giaceva qualcuno che di me aveva urgenza. E curiosità. E sete. E voglia. Qualcuno che consideravo migliore di me. Qualcuno che è ancora, ad oggi, dopo più di un anno, l’ultimo avamposto di umanità, di dolcezza, di bellezza che ho vissuto qui a Milano. Anche se dolce non ho saputo esserlo. Nemmeno bella. Nemmeno umana.

Ecco sì.

Ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali.

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VAGINIGHT (e non è una malattia)

Ok. I tempi sono maturi.

Dunque, faccio un annuncio formale. No, niente di grave. Non ho trovato un uomo che mi adori grassa e rompicojoni come sono. No. Si tratta di altro.

Aehm! Coff. Prova. Sssa. Sssa.

Bene. Veniamo al dunque:

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In pratica:

Memorie di una Vagina (cioè io) e LILA Milano ONLUS (cioè la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’Aids) invitano la gentile audience (cioè voi) alla

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Soirée con Asta Benefica di Sex Toys 

(cioè vendiamo cazzi di gomma, lubrificanti, preservativi, palline e ovetti per tutti i gusti e devolviamo in beneficienza il ricavato)

e a seguire dancefloor 

(cioè chi si sbronza abbastanza può restare a ballare Maledetta Primavera di Loretta Goggi senza sentirsi giudicato)

Giovedì 9 Maggio - dalle ore 19.30

(cioè venite direttamente dal lavoro)

Presso MAISON MILANO in via  Montegani 68 (cioè un locale molto fico)

Ingresso €12 per drink, buffet, live show 

Hashtag della serata #VagiNight

Mò copioincollo il comunicato stampa. Che lì c’è scritto tutto precisopreciso.

COMUNICATO STAMPA

Il 9 maggio, a partire dalle ore 19.30, presso la Maison Milano, si terrà la VagiNight, la serata organizzata dal blog Memorie di una Vagina, in collaborazione con la Fondazione LILA Milano ONLUS, e sponsorizzata da Condomia.it.

L’aperitivo sarà accompagnato dall’imperdibile asta benefica di sex toys battuta da La Cesira, all’anagrafe Eraldo Moretto, popolarissima Drag Queen del panorama meneghino e non solo.  A seguire, serata danzante.

Un evento che sposa charity ed entertainment, promuovendo una cultura ludica, sana e intelligente del sesso, vissuto con libertà e con consapevolezza. Dai lubrificanti agli ultimi ritrovati di ingegneria erotica, passando per le confezioni da 144 condom, gli ospiti potranno concorrere all’acquisto del proprio sex toy preferito. Per tutti i gusti e per tutte le disponibilità, i prodotti forniti da Condomia.it saranno messi all’asta al fine di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione LILA Milano ONLUS, che da anni si impegna a sensibilizzare e a prevenire la diffusione del virus HIV, oltre che a fornire assistenza e tutela alle persone con HIV o AIDS.

Per coloro che non riuscissero a “conquistare” i prodotti messi all’asta ma volessero comunque fornire un contributo benefico saranno, inoltre, in vendita i VagiKit, contenenti materiale informativo, gadget e deal a tema, disponibili a partire da un’offerta base di 8 euro.

“Abbiamo deciso di essere parte di questa iniziativa così originale – afferma Massimo Oldrini, Presidente di LILA Milano – perché rappresenta un’utilissima occasione per parlare, soprattutto alle donne, di sesso e prevenzione proprio nello stile che ci caratterizza. È necessario infatti, in Italia soprattutto, ricominciare a ragionare seriamente sulla tematica dell’HIV declinata al femminile. Lo dicono i numeri e l’esperienza lunga 25 anni dell’associazione: le donne sono più esposte degli uomini al rischio di contrarre l’HIV ma, paradossalmente, paiono informarsi di meno. Una tendenza da invertire, obiettivo che LILA sta perseguendo con grande impegno. Quindi voglio esprimere un sentito ringraziamento a Memorie di una Vagina che, grazie ai fondi raccolti in questa serata, ci aiuterà a portare avanti il lavoro di informazione e prevenzione in favore delle donne”.

***

L’appuntamento è fissato per il 9 maggio, dalle 19.30,

nella deliziosa cornice della Maison Milano.

E per seguire l’evento in live twitting, l’hashtag della serata sarà #VagiNight

***

Ecco, io ve l’ho detto. Ora ce lo sapete, che c’è questa serata…

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Instant (messaging) Sex

Siccome che ho passato tutta la giornata a scrivermi sconcezze con un tipo di importante manzitudine,  dopo aver trascorso la precedente nottata a scrivermi altrettante sconcezze con lo stesso tipo di ugualmente importante manzitudine, ho sentito il bisogno impellente di stendere la seguente (inoppugnabile) analisi  che approda alla tesi sociologica per cui l’Instant (messaging) Sex è una cosa buona e giusta, non causa la ritenzione idrica, non danneggia l’ambiente e ci regala scampoli di primavera in queste giornate ancora mortalmente grigie. 

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Riflettevo sul fatto che i mezzi di comunicazione modificano i termini di relazione tra i sessi.

Per esempio i nostri nonni, come sovente si dice, prima dell’avvento della televisione, probabilmente ciulavano come ricci sotto cialis. Poi è arrivato Mike Bongiorno con i suoi impareggiabili quiz show e – si narra – finalmente le nostre nonne abbiano tirato un sospiro di sollievo dopo aver già sfornato, chessò, quei 3-4 pargoli che, bene che andasse, non guastavano mai.

Noi, invece, abbiamo vissuto la rivoluzione digitale delle relazioni. I ragazzi ci scrivevano gli sms invece dei pizzini e lo facevano ricorrendo a una specie di neolingua che infrangeva tutte le basilari norme ortografiche e grammaticali, un vero scempio ai danni di intere generazioni di docenti di italiano, i cui principali colpevoli erano le major del telefonino: Tim, Wind e quella che ai tempi si chiamava Omnitel e aveva come testimonial una bisunta Megan Gale. Gli sms costavano, al massimo potevamo ambire alle Summer e Christmas card, e lì avanti tutta, avevi un fantatrilione di sms al giorno per 1 mese: inviarne il maggior numero possibile diventava una questione di principio, si usavano per dire qualunque cosa, anche non necessaria o non richiesta (tipo Frecciagrossa li usava per scrivermi “sto facendo la cacca”). Era proprio una sfida all’ultimo messaggio di testo. E poi c’erano quelli come Tarallino che addirittura avvisavano gli amici “Fatti la summer card, hai tempo fino a domani, poi scade”. Ma tolti questi rari momenti di giubilo, per la restante parte dell’anno solare, era una vita durissima. Pagavamo ogni singolo sms inviato e vivevamo sotto embargo, la scheda la ricarivano i genitori, non c’erano via di scampo. E’ stato per questo che, d’un tratto, tutti iniziammo a esprimerci abdicando deliberatamente alle vocali: “dv 6? cm stai? qnd c ved? xké nn m kiam”. A ben pensarci, il mio primo Ti Amo me l’hanno scritto in un sms (dev’essere per questo che son venuta su così romantica), solo che persino sul Ti Amo si lesinava e con buona probabilità è stato “T Amo”, che capite è una cosa monca, incompleta, è come perdere la verginità con un ditalino, voglio dire, son brutte storie.

Inoltre, come se non bastasse, noi abbiamo vissuto pure l’avvento dell’internet, dal tempo in cui esso veniva genericamente percepito come un non-luogo insidioso, pieno di sconosciuti celati dietro false identità, di cui il massimo che trapelava era un nickname (con annesso anno di nascita/età/centimetri del pacco), fino ad oggi, che gnente gnente ti ritrovi tuo suocero tra gli amici di Facebook.

E allora, in quel tempo lontano in cui nell’internet il confine tra il bene e il male era confuso, in quella socialità inesplorata e cibernetica, si iniziò a manifestare il cosiddetto cyber-sex. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma era una di quelle robe il cui confuso pensiero era sufficiente disturbare la morale dominante. L’intuizione che due sconosciuti potessero eccitarsi reciprocamente scrivendosi sconcezze, l’idea che potessero masturbarsi insieme e desiderarsi senza essersi mai visti, senza conoscersi, aveva in sé qualcosa di morboso e accattivante, con l’aggiunta di un ingrediente rivoluzionario: poteva farlo chiunque, senza destare sospetti, dalla propria casa e/o ufficio.

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Superata la fase iniziale di demonizzazione, per un certo numero di anni nessuno se l’è più cagato il cyber-sex, probabilmente perché tutti hanno accettato che nell’internet il sesso ci fosse, molto più di Dio. I primi a capirlo sono stati certi genitori disperati che, per via di figli margiali, si son visti arrivare ai tempi bollette telefoniche di 500.000 lire: ore e ore a uccidersi di pistolotti davanti ai video porno. Che poi, va detto, quei ragazzetti toccava capirli, che il massimo che avevano potuto fare fino a quel momento era stato spippolarsi con un giornaletto, oppure guardare le donnine ignude su Retecapri di notte.

Parallelamente, questo va detto, si è superata l’idea che il sesso virtuale fosse una roba alla Blade Runner, in cui residuati umani si vestivano di tutine attillate dotate di elettrodi capaci di dar vita a replicanti digitali di se stessi, atti a copulare a scatti, a seconda della velocità della connessione, che se era 56k ti voglio.  Nel mentre, la Webcam Girl diventava una professione assai più redditizia di quelle che quasi tutte noi oggi svolgiamo.

E adesso, adesso siamo nel mezzo di un nuovo cambiamento. Abbiamo gli smartphone, abbiamo i social network, abbiamo i sistemi di messaggistica istantanea. E siccome mezzo che prendi, sesso che trovi, siamo ufficialmente nell’era dell’Instant (messaging) Sex: l’erotismo ai tempi di whatsapp.

Uomini smaniosi di inviare nell’etere immagini del proprio membro ritratto da variegate prospettive, richieste costanti di lembi di carne, voglie dette e dichiarate, nero su verdino, dentro un fumetto. Parole che si insinuano nel bel mezzo di riunioni di lavoro. Scompensi e desideri sfacciati che si rincorrono nel corso delle giornate, in un susseguirsi di parole e immagini, che si accavallano une sulle altre, in un unicum sempre a portata di mano, sempre connessi, pronti a ricevere e a ricambiare uno stimolo epidermico e cerebrale, una fitta di desiderio nel ventre, un prurito che renda le nostre giornate più divertenti. Si può fantasticare con qualcuno che non si conosce, si può ripercorrere senza pudore un vissuto condiviso la notte prima, si può giocare a tutti i livelli, con tutte le sfumature della pelle che scegliamo di scoprire. Che poi, messa giù così sembra una cosa da erotomani, ma secondo me non lo è.

Secondo me il desiderio è una cosa bella, di per sé.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare da morire  con le sole parole.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare con uno sguardo o con un gesto.

Ce ne sono certi che c’hanno la luccicanza e mettono tutto insieme. E poi altri che carburano lentamente, come certi m0tori diesel.

E infine altri ancora che, invece, non ce la ponno fa pe gnente.

Ma il desiderio, quello, è scintilla vitale.

E il mezzo che sceglie per esprimersi, solo un dettaglio.

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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

taranto

E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Apnea Emotiva

Quando hai 27 anni e una discreta esperienza di vurpi fritti, come si dice a Taranto, non ti aspetti di sentire da un momento all’altro, così, d’emblée, una frase che ti vada in direttissima sulle palle (che in senso strettamente anatomico nemmeno hai), facendoti sentire parallelamente una deficiente di ultima generazione.

Non per niente, ma perché non sei più abituata a sentirti una deficiente, non per i cazzetti, per lo meno. Sai, si capisce, dopo un’importante gavetta tardo-adolescenziale di:

“forse mi hai dato troppa importanza” (by trombamico), ”ci stiamo solo frequentando” (by the same trombamico), ”non lo so se ti amo” (by trombamico diventato ex ex), ”tra noi non è cambiato nulla” (by sverginator), ”non ti tradirei mai per una qualsiasi” (by ex ex una settimana prima de mette le corna in vacanza), ”ormai è finita” (by ex), ”non ti devo niente” (by ex), ”lei è almeno 10 volte più bella di te, ciononostante ho scelto te” (by ex ex ex), “ah, non te l’avevo detto che lei è una modella?” (by ex ex), “come sai, io ho due relazioni” (by ex ex ex), ”sentiamoci su skype” (by egofrocio)...

…ecco una non se l’aspetta di avere ancora un margine di vulnerabilità dialettica ed emotiva, lì, così, alla mercé di un qualsivoglia cazzetto.

[Per carità poi, non oso immaginare le abominevoli nefandezze che posso aver detto io, ai cazzetti, in my life. Naturalmente ricordo le cose che mi sono state dette, quelle che hanno toccato il mio culo per dirlo con classe, ma so di essere stata all'occorrenza - a mia volta - quanto di più contundente potesse esserci nell'universo vaginale]

Invece io, ieri, mi sono sentita cretina. Di nuovo. E mi sono detestata, e mi sono cazziata, e mi sono ripetuta che no, che non devo sentirmici, tanto meno per un Cazzetto Immaginario. Il tutto è durato 20 minuti, sia chiaro, poi sono andata a magnare e bere con l’amici mia super-terrons, quindi sticazzi, però di fatto io quei 20 minuti lì, li ho spesi a frignare come una rincoglionita per un Cazzetto Immaginario.

Dicesi Cazzetto Immaginario il frutto di una patologia assai diffusa tra le vagine single e metropolitane: l’Apnea Emotiva. Il più riconoscibile sintomo della suddetta malattia è la creazione di microcosmi paralleli dentro i quali le vagine (presuntamente cazzutissime e indipendenti), stipano le proprie fantasie a sfondo domestico, fermentate nell’intestino tenue di una giovinezza spesa nella convinzione che tutti avremmo trovato la nostra metà perfetta.

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Nella sostanza capita che scegliamo un cazzetto X. Lo scegliamo secondo una logica apparentemente random ma che risponde, in verità, a un sofisticatissimo algoritmo vaginale, per il quale decidiamo che il soggetto individuato ha delle caratteristiche straordinariamente fuori dalla norma. E’ un’entità virtuale, spesso, una persona che non fa parte materialmente delle nostre vite, i cui limiti umani non siamo obbligate a indagare. Il soggetto è posto a una strategica distanza, anche geografica, da noi tale per cui possiamo deliberatamente idealizzarlo senza limite alcuno alla fantasia uterina. E così, per esempio, decidiamo che quella persona ci capisce meglio di tutti gli altri, oppure che ci affascina come nessuno ci affascinava da tempo. Decidiamo che è uno con cui potremmo pensarci, a concederci un lembo di pelle, cristosanto, perché per emozionarci per qualcosa di animato – al di là delle promo sui pacchetti-massaggi fatte dalla nostra estetista, intendo – saremmo disposte a vendere un rene.

Decidiamo che esso, il  Cazzetto Immaginario, è intelligente, colto, ironico, sagace, brillante, impavido, un po’ bastardello, il ché non ci spiace affatto, perché tutto sommato anche Mina cantava “Sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai” e ci sbavava dietro, quindi è lecito, voglio dire: si può fare!

E così siamo andate, perse, partite. Rincorriamo per i tornanti della nostra femminilità più impervia, in uno stato di alterazione allucinata, il nostro oggetto del desiderio, sognando piccolezze putridamente sentimentali che ci vengono sistematicamente negate per la presupposta lontananza dell’individuo. E poco ci manca all’amplesso mentre ci struggiamo al pensiero che adoreremmo guardarlo mentre si fa la barba, lui, con i suoi tratti secchi e decisi da vero maschio alfa!

Il meccanismo è, di per sé, potenzialmente perfetto, pura ingegneria vaginale, predisposta per autoalimentarsi da sola, senza dispendio di energie da entrambi i fronti. La negazione la tiene in vita e, nel mentre, una rinfrescatina ogni tanto, una telefonata, una fotografia, una email, un regalo, evvai che la torbida immaginazione riprende a macinare illusorie conferme.

Tutto procede liscio, finché il giocattolo non s’inceppa. Finché non t’accorgi che di reale in effetti non c’è davvero ncazzo. Finché non  capisci che è soltanto un’illusione che il tuo cervello tende alla tua vagina, per chetarla un po’, per farla sentire meno diversa da quel crogiuolo di homo sapiens che quotidianamente si innamorano e si disinnamorano, che soffrono e si struggono, si prendono e si lasciano.

Ecco. Il mio giocattolo si è inceppato ieri.

Ieri che ho capito che il mio Cazzetto Immaginario, quello che vive all’altra parte del mondo con la sua faccia storta e spigolosa, i suoi tratti scuri, le sue palle quadrate, la sua intelligenza, il suo cinismo, la sua ferocia, la sua indipendenza, il suo pragmatismo, il suo essere migliore di me, il suo esserci stato tante volte senza esserci stato mai, ecco io ieri ho capito che questa cosa, tutta, questa mia convinzione che lui sia fico a mio insindacabile giudizio, che io con lui riuscirei a farci all’amore come con nessuno in questo momento, guardandolo fitto fitto nell’occhi mentre mi deflora, con le sue mani nelle mie, nella vecchia e vituperata missionaria, intrecciandoci di baci prima di fare milleeuno sconcezze, ecco tutto questo non significa una minchia umida. Cioè, ho capito che questa proiezione delle mie ovaie non esiste e mi sono odiata, cazzo se mi sono odiata, mentre frignavo come una demente per uno che nella mia vita non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Mi sono odiata perché ero patetica e stronza. Perché me so inventata un sacco di cose che non ci sono e mi sono scoperta alla stregua delle pischelle dilettanti, che si costruiscono in testa quello in cui c’hanno voglia di credere.

Mi sono odiata perché una prolungata Apnea Emotiva mi ha indotta a questo: piangere per un Cazzetto Immaginario, cristo, robe che nemmeno a 13 anni per Leonardo Di Caprio, voglio dire!

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PeniPenuria

Io adoro quelli che ti dicono che sei single perché sei tu che pretendi troppo. Ma li adoro proprio da morire.

Li adoro quanto quelli normovedenti che, a un certo punto della conversazione, vengono assaliti dalla smania irrefrenabile di provare gli occhiali di un povero cristo ipovedente. E quello non vuole, giustamente, perché l’occhiale è una cosa personale, non quanto lo spazzolino da denti, per intenderci, ma quasi. Nove volte su dieci, però, il molestatore occulto ha la meglio, ottiene gli occhiali in prova, li indossa, fa una smorfia di sconcerto nemmanco avesse sentito una dichiarazione intelligente di Maurizio Gasparri e poi prorompe, davanti a tutti: “MINCHIA OH, SEI CIECO!”

Li adoro quanto quelli che quando si va a cena tutti insieme e arriva il conto dicono cose come “Eh, ma io non ho bevuto il vino“, oppure “Eh ma io ho preso un antipasto de meno“. Che alla fine invece che fare alla romana, bisogna rincoglionirsi in 12 persone per far risparmiare 1 euro e 70 centesimi a un solo stronzo.

Io adoro quelli che dicono che sono io che pretendo troppo, e che per questo motivo sono single, che mica deve per forza avere tutta la discografia dei Led Zeppelin, che mica deve per forza cogliere una citazione di Taxi Driver e poi, tutto sommato, se anche avesse saponificato degli esseri umani, o sciolto nell’acido carcasse di animali vivisezionati per hobby, o profanato tombe in nome di Pino Scotto, ecco, per quale motivo al mondo non dovresti fornirgli i tuoi orifizi? In effetti, non fa una piega.

Panda

Ciò che, loro malgrado, questi discendenti genetici di Marta Flavi non colgono è quanto sia autentica e dilagante la PeniPenuria nella quale viviamo. Dicesi “PeniPenuria” un disdicevole fenomeno sociale, con ripercussioni inevitabilmente genitali, per il quale il rapporto tra i cazzetti single, eterosessuali, con un’invalidità emotiva non superiore al 30% ed esenti da psicofarmaci, e il numero di vagine è tipo di 1 a 30. E in una situazione del genere, puoi stare pur certa che ci sarà una più topa di te che si prenderà il pene in questione.

Quel che non è chiaro è che non siamo noi vagine a pretendere iddio sa cosa. E’ che semplicemente, qui a Milano più che mai, ci sono rarissimi esemplari di homo sapiens capaci di triangolare nella propria persona la magica formula: single-eterosessuale-decente. Questo mica per farci ingravidare e sfornare figli manco fossimo neocatecumenali. No. Questi esemplari non ci sono nemmeno per l’avventura, per la trombamicizia, per vidimare un abbonamento mensile e fare qualche giro, e chiacchierare poi, stesi nudi, fumando dell’erba di discreta qualità, scegliendo che film guardare insieme, prima di rivestirsi di tutti i propri alibi e tornare alle proprie impegnatissime e separate vite. Il cazzo!

Il massimo che può accaderci, escludendo quelli già impegnati, è di inciampare in qualche scopatore seriale, i cosiddetti “scapoli recidivi”, che di solito sono quelli che, raggiunto l’apice della gaussiana del loro ingrifamento, si abbandonano a frasi come: “Dimmi che sei la mia troia” e tu pensi “Ma chi minchia ti conosce?” e quelli insistono “Dillo” tutti infoiati che si pensano d’essere John Holmes, e tu pensi che no, vaiaccagare no! Io “tua” non lo sono proprio. E quando lo dico (e invero nella mia vita l’ho detto e l’ho detto all’unisono col cuore e la fregna, perché in quel momento mi ci sentivo e di sentirmici ero felice) ha un significato, cristosanto!

Ecco, questo è il massimo che possa capitarci.

Perché la verità è che il Maschio Scopabile (single, eterosessuale e decente) è un esemplare in via d’estinzione, peggio del panda, e il WWF nemmeno se n’è accorto. Tocca proteggerli, tenerli in cattività e obbligarli a riprodursi, quelli che restano. Dobbiamo pensare alle generazioni future di vagine che, altrimenti, si troveranno circondate da soli EgoFroci squilibrati, che per il genere umano rappresenteranno ciò che l’asteroide ha rappresentato per i dinosauri: la fine della specie.

E invece, per tutti i miscredenti, per tutti quelli che continuano a sostenere che siamo noi ad esagerare, io lancio una sfida: il Censimento del Maschio Scopabile Italiano. Cioè, tutti voi che siete accoppiati, dovete segnalare portatori di pene che rispondano ai 3 requisiti principe: eterosessualità comprovata, singletudine non patologica e decenza, dove con “decenza” si intende

- igiene personale

- un’accennata gradevolezza estetica (che la sua visione non sia più efficace della crusca sul nostro intestino, per intenderci)

- un minimo sindacale di piacevolezza dialettica, di argomenti condivisibili e una modestissima cura della lingua italiana

- una fedina penale pulita

- indipendenza economica e abitativa, costituiscono requisito preferenziale

Trovateli, censiteli, considerate pure aperta la Caccia al Pene.

Sia chiaro: tutto ciò solo per il gusto di dirvi, poi, quando tornerete a mani vuote o quando, a ben guardare, ciascuno dei vostri candidati avrà un macroscopico handicap, ecco, dirvi:

Odio dirlo, ma ve l’avevo detto“.

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Uccideteci Tutte

Parlarne è importante. Il femminicidio.

Che neologismo superbo, femminicidio.

Le cose vanno chiamate col proprio nome, del resto. Se uno t’ammazza in quanto femmina, perché sei sua, perché sei troppo grassa, o troppo magra, o troppo petulante; perché sorridi alla persona sbagliata,  perché parli troppo, perché non parli abbastanza, perché ti innamori e ti disinnamori, perché vai a letto con un altro, perché hai paura, perché non sopporti più l’odore del suo fiato alcolico, o soltanto sogni una vita diversa; se uno t’ammazza perché non puoi andare via, perché sei una stupida, perché al mondo non sai starci, perché deve insegnarti proprio tutto, perché le sue mani attorno al collo tuo lo fanno sentire forte, perché il tuo stomaco è il suo stomaco e può piantarci dentro una lama quante volte vuole; perché ha un’amante e non te ne accorgi, perché ha decine di amanti e l’hai scoperto, perché gli porterai via quei figli che non ha mai voluto, ecco, in questo senso è lecito parlare di femminicidio.

Il femminicidio. Parlarne è importante. Poi, sai, con la festa della donna di mezzo, l’8 marzo, il tema è attuale.

femminicidio2

Il femminicidio. Il “fem”, non serve nemmeno completarla, la parola, su Google. Si completa da sé.
E’ il primo suggerimento. Il primo, dico. Mica il terzo o il quarto. Mica viene dopo “femmina”, “femminile”, “femmineo”, “femantico” che sarebbe “semantico” pronunciato da Nichi Vendola.
E’ il primo. Bisogna impegnarsi, per essere i primi. Il primo risultato non si scorda mai, come il primo amore.
E l’amore è cieco. L’amore ammala. L’amore mica è sempre uguale.
L’amore è il buio della ragione. Mica si capisce in fretta. Mica te ne accorgi, che ti ucciderà.
Certe volte lo pensi, che sia strano. Che in fondo agli occhi ci sia qualcosa che non quadra per niente. Che all’improvviso non riconosci. Che l’amore sfuma. E diventa ira. E diventa paura. E diventa dipendenza. E io non voglio farti soffrire. E io sono stanca. E falla finita. Ti prego, smettila. Ti prego, pensa a quando m’amavi. Ti prego. Lasciami andare.
Il femminicidio. E’ importante parlarne.
La mercificazione del corpo femminile. Sì, il berlusconismo, la tv commerciale. Si capisce, quelle ragazze lì mica potevano lavorare per guadagnare 1000 euro al mese. Se sei un cesso vai al call center. Se sei figa vai ad Arcore. Mia mamma lo sa quello che faccio, ma lei è d’accordo, questo paese funziona così.
Il femminicidio. Bisogna organizzarsi.
Fare un flashmob. Vanno così di moda i flashmob.
Il femminicidio. Che bel neologismo. Sai non ci sono alternative, per alcune di noi. Una potrebbe chiedersi dove siano la collettività, la comunità, l’assistenza sociale. La parrocchia. Dico, se hai superato i 18 anni di età, non dovrebbe essere pericoloso, andare in parrocchia.
Una potrebbe chiedersi molte cose e dirne molte altre.
Tutte giuste. Tutte condivisibili. Tutte ovvie.
Io, che non potrei che dire banalità, invece, dico che dovete ammazzarci.

Ammazzateci. Uccideteci.

Uccideteci tutte. Uccideteci, avanti.

Una ogni due giorni. Centoventi in un anno.
Possiamo fare meglio. Avanti. Siamo l’Occidente. Noi non andiamo con il burqa. Abbiamo le televendite con Anna Tatangelo.
Siamo l’Italia. Uccideteci. Salvo Sottile deve fare una nuova stagione.
Uccideteci. Tutte.

femminicidio

Uccideteci, avanti.
Uccideteci. Noi lavoriamo.
Uccideteci. Noi studiamo.
Uccideteci. Noi facciamo l’amore.
Uccideteci. Noi scopiamo.
Uccideteci. Noi leggiamo.

Uccideteci. Noi siamo migliori.

Uccideteci. Noi siamo peggiori.

Uccideteci. Noi sappiamo piangere.
Uccideteci. Noi amiamo le scarpe.
Uccideteci. Noi cuciniamo peggio delle vostre madri.
Uccideteci. Noi siamo sane.
Uccideteci. Noi siamo malate.
Uccideteci. Noi abbiamo un pensiero.
Uccideteci. Noi ci smarriamo.
Uccideteci. Noi desideriamo.
Uccideteci. Noi non vi vogliamo più.
Uccideteci. Ci fate schifo.
Uccideteci. Non vi tira più.

Uccideteci. Siamo puttane.

Uccideteci. I lividi ci donano.

Uccideteci. Siamo sorelle.

Uccideteci. Siamo compagne di classe.
Uccideteci. Siamo ragazze. Siamo mogli. Siamo ex.

Uccideteci. Siamo amanti.

Uccideteci. Siamo complici.

Uccideteci. Siamo nemiche.

Uccideteci. Siamo madri.
Uccideteci. E non saremo madri mai.
Uccideteci. Vi cambiamo.
Uccideteci. Vi deridiamo.
Uccideteci. Siamo tutte uguali.

Uccideteci. Pensiamo solo ai soldi.

Uccideteci. Noi amiamo.

Uccideteci. Amiamo ciecamente.
Uccideteci. Amiamo da essere stupide.
Uccideteci. Amiamo i nostri carnefici.
Uccideteci. Amiamo la vostra mediocrità.
Uccideteci. Moriamo di coraggio.
Uccideteci. Non abbiamo il coraggio di lasciarvi mai.
Uccideteci. Portiamo guai.
Uccideteci. La farete franca.
Permetteteci una cosa, però. Permetteteci di tornare in sogno a voi, ai vostri padri e alle vostre madri.

Permetteteci di tornare e di abitare ogni vostra notte.

Permetteteci di accompagnarvi nel sonno e nella veglia. Permetteteci di esserci nella coscienza di quegli uomini e quelle donne che FORSE non hanno saputo insegnarvi abbastanza l’amore. Che FORSE non hanno saputo educarvi al rispetto. Che FORSE vi hanno rimpinzati di cibo e ignoranza. Quegli uomini e quelle donne, padri e madri, che hanno cresciuto dei femminicidi.

Femminicidio. Che bel neologismo.
Buon 8 marzo a tutti.

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