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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

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E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Mi sposo, grazie.

Quando i tuoi ex superano i 30 anni, sai che è questione di tempo. Tanto più se sono terroni.

Da un momento all’altro un amico in comune, uno stato su Facebook, un comunicato ripreso dall’Ansa, un messaggio arrotolato in una bottiglia di vetro abbandonata nell’Oceano Indiano, insomma qualcosa ti informerà del fatto che si sposano.

Tipicamente, poi, si sposano con quella che è venuta esattamente dopo di te, perché tu sei – come è noto – una Vagina di Transizione, ovverosia colei che li traghetta dalla gioventù alla maturità, centrifugando i coglioni con una potenza di 3600 Watt tale per cui, dopo di te, va bene chiunque purché non sia tu.

Personalmente, poi, ho sempre pensato che sarei stramazzata, a saperlo. Ho sempre pensato che il pensiero dell’ex di turno in abito scuro e gemelli di famiglia ai polsi, lì, al termine della navata (perché al sud puoi anche essere un omicida seriale cocainomane pederasta, per dire, vorrai sposarti comunque in chiesa, presumibilmente nella chiesa in cui i tuoi avi fino all’ottava generazione si sono sposati), ad aspettare lei: chiara, scura, europoide o afroasiatica in ogni caso MAGRA, in un vestito avorio impreziosito da un accessorio colorato, sai, per sdrammatizzare un po’ la tradizione, ecco ho sempre pensato che questa visione avrebbe sortito su di me imponderabili effetti. Robe che tipo avrei pianto per sette giorni e sette notti, che sarei salita a bordo d’un calesse per attraversare l’Italia (ricordiamo che prerogativa fondamentale dei miei ex è che siano posti a una distanza di almeno 500 km dalla mia vita), entrare in chiesa e urlare qualcosa come: NO, IO MI OPPONGO PERCHE’ LA MUCCA FA “MU” E IL MERLO NON FA “ME”, o una roba del genere.

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Ho sempre pensato che io, che ho un senso del possesso così patologico che se mi chiedi di prestarti un vestito mi viene un trombo cardiaco ventricolare, non sarei sopravvissuta all’annuncio nunziale. Ciò che non avevo per nulla messo in conto, a onor del vero, è che un giorno non solo il mio ex ex in pene e ossa, dopo 3 anni di silenzio stampa, mi avrebbe scritto per comunicarmi il suo imminente matrimonio, ma che, questo è interessante, mi avrebbe ringraziata per il suo imminente matrimonio.

WHAT?

Resettiamo. Fammi capire. Anzi, te lo dico in inglese: let me understand. No, dici? Ok, torno all’italiano.

Fammi capire: mi stai prendendo per il culo? Per carità, ti sono grata di avermi comunicato del matrimonio in prima persona senza farmelo scoprire da un album fotografico su Facebook che mi si sarebbe bloccato l’invecchiamento, ma sul serio, cosa vinco per averti condotto alla tua felicità con un’altra? Qual è la mia ricompensa per essermi beccata tutte le corna che ti hanno portato a sposare lei? Voglio dire, se proprio vuoi ringraziarmi e salutarmi, pensa a un degno commiato, cazzoneso, una nuova Miu Miu, per esempio. Cosa vuoi che me ne faccia di una email?

Vorrei premettere che il mio  ex ex sarebbe quello da cui ho mutuato il malcostume di bestemmiare, il gusto per la musica prog e la condiscendenza verso il cinema indipendente. Un essere mitologico a 2 teste (di cazzo, entrambe), composto per il 50% di bugie e per il 50% di buffonaggine. Quello che mi ha fatto scoprire Spike Jonze e che mi ha raccontato come i Pink Floyd hanno registrato Ummagumma, che erano robe che la piccola Vagina post-adolescente la lubrificavano come non si sa cosa. Il mio ex ex, quello che nella mia vita c’ha fatto il bello e il cattivo tempo. quello che gli sono appartenuta di brutto e che qualunque cosa io ci facessi insieme era fichissima, perché era fico lui e io ficavo di fichezza riflessa. Quello che nei suoi limiti, nella sua mediocrità, nei suoi bui (cerebrali), nei suoi silenzi, io ci trovavo sempre quell’umanità che nessuno vedeva, quello spessore che chiaramente inventavo per legittimare un affetto ostinato e cieco, una coazione a riamarlo, errore, dopo errore, dopo errore. Perché riuscivo a vedere quel che non c’era (grande skill vaginale), nella forma brutta dei suoi occhi verdi e piccoli, nelle fossette sulle guance, nella capigliatura ignobile che ostentava.  Io e il mio ex ex, come mi ha scritto lui, siamo cresciuti insieme e sì, è vero, io l’ho amato in quel modo squisitamente giovane e spontaneo, in cui sappiamo amare chi non ci amerà mai abbastanza. 

Naturalmente, andando avanti nella lettura della mail la situazione peggiora. Peggiora perché dopo la discutibile notizia in merito al suo imminente voto coniugale, il mio ex ex parte con una filippica strappamutande su tutto ciò che ricorderà per sempre di me. Di noi. Il tutto infarcendo il flusso di incoscienza con una marea di dettagli da attacco iperglicemico, che l’infame maschio paraculo usa strategicamente, per pungermi lì dove presume io sia debole, in quanto patetica scribacchina di racconti Harmony. La domanda sorgerebbe spontanea, se io fossi una vagina in possesso del proprio apparato cognitivo: perché cazzo un uomo prossimo alle nozze deve scrivermi una cosa del genere? E’ il suo testamento emotivo? Sta spargendo nel mare le ceneri della nostra relazione sulle note di Pink Moon di Nick Drake?

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A prima botta, ovviamente, mi scompenso pesantemente. Innanzitutto perché ho la vagina, le ovaie e le tube. Secondariamente, lì dentro, in quella mail, ci sono tanti pezzi confusi di un passato che ho vissuto e che ho amato. Ci sono citazioni, rimandi, particolari così intimi che se fossi stata di Comunione e Liberazione sarei arrossita a leggerli. E così, per 30 minuti, ho avuto di nuovo 17 anni.

Stupida e irrazionale, mi sono lasciata piangere.

Ho pianto per tutto il male del mondo, per il surriscaldamento globale, per le specie in via d’estinzione, per il destino di Pia, nata da un coito non interruptus tra la Fico e Balotelli, che se ci pensate è veramente drammatico. Ho pianto perché il mio ex ex si sposa e questo non vuol dire un cazzo ma apparentemente significa che siamo cresciuti per davvero; perché questa lettera è l’ennesimo addio e io sono stufa di dire addio. Ho pianto perché è una fase della vita che si chiude e io sono una putrida nostalgica demmerda.

Ma è passato. Relativamente in fretta.

E ho pensato.

Ho pensato che gli auguro buon viaggio, perché la destinazione non è raggiunta, tutt’altro. Il percorso è appena iniziato.

Ho pensato che gli auguro di tenere stretta la vita che si sta costruendo. Di non sbuttanarla, come è solito fare.

Di non mandare tutto a mignotte, anche se, dovendo proprio scegliere, è meglio una mignotta di professione che una zoccola di paese.

Ho pensato che gli auguro di imparare a convivere con le inquietudini che porta dentro, senza ferire chi lo ama.

E che gli auguro di diventare una persona migliore e di non cercare sempre e a tutti i costi una via di fuga dalla felicità.

Anche se la felicità è poco rock. Poco prog. Poco indie. Poco dark. Poco jazz.

Ho pensato che gli auguro di stare bene e di far stare bene la donna che ha scelto.

Ho pensato che gli auguro di stare bene. Perché bene gli voglio.

Nonostante tutto.

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Una minchiata in più: Giuliana

Sono stata a Taranto.

La Vagina Maestra, il grande e indiscusso amore della mia vita, ha subito l’ennesimo intervento chirurgico e io non potevo in alcun modo non esserci. Così, tra vessazioni professionali degne del più squallido cliché milanese, sono tornata a casa. A stringerla. A dirle che tutto sarebbe andato bene. A dire a mio padre di star calmo. Sono tornata a casa ad assisterla, a fare le nottate in clinica, a prendermi cura di lei con tutta la dolcezza di cui sono capace, a spaventarmi del suo star male, a trattenere le lacrime di fronte alla sua vulnerabilità.

E mentre tutto questo succedeva, ho conosciuto Giuliana.

Giuliana è mia amica. Probabilmente non la rivedrò mai più, ma è mia amica.

E’ diventata mia amica subito, da quando l’ho sentita piangere mentre si preparava all’intervento, mentre diceva che non voleva e che aveva paura. E  ho capito e ho pensato che al suo posto avrei pianto anche io, perché non sono coraggiosa, perché la malattia mi spaventa, per me e per quelli che amo.

Giuliana parla benissimo il dialetto. Voglio dire: lo parla come andrebbe parlato, in modo grezzo, per nulla ripulito, straordinariamente autentico. E quando si rivolge a mia madre le da del “voi”.

“Che bella figlia che avete, signora”, le dice, mentre le sto posizionando dei cuscinetti sotto le mani, per evitare che si gonfino troppo, tra immobilità e flebo.

“Purtroppo non sto qua”, le rispondo e tiro fuori tutto quel che resta del mio accento.

“E dove stai?”, mi chiede, a fatica.

“A Milano

“Bella Milano“, commenta sua nipote adolescente, come se Milano fosse Sidney, un mondo lontanissimo pieno di affascinanti possibilità. E forse per lei, per quella ragazzina con i capelli schiariti da prepotenti meches e gli orecchini a cerchio dorati, forse per lei Milano è Sidney.

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Ma è quando la Vagina Maestra, dopo 48 ore di quasi veglia riesce finalmente a dormire un po’, che io e Giuliana diventiamo amiche.  E io scopro un sacco di cose di lei.

Scopro che ha 42 anni e 4 figli. Che la prima l’ha avuta a 15 anni e adesso è già nonna. Scopro che col marito vende la frutta al mercato e che suo fratello ha un ristorante in Emilia Romagna. Mi racconta che ha paura di volare e che le piace tantissimo Eros Ramazzotti, e pure Biagio Antonacci, ma quella che proprio nessuno gliela deve toccare è la Pausini. E questi presupposti mi aiutano a contenere lo stupore quando la tv, accesa su Sanremo, inquadra Maria Nazionale e Giuliana sa benissimo chi sia, Maria Nazionale, che a me pareva al massimo la declinazione partenopea di Lisa Ann, per dire.

“Voi come l’avete scoperto?”, mi chiede a un certo punto, riferendosi a mia madre. Per Giuliana è scontato che si tratti di tumore, perché a Taranto se stai male, nove su dieci, hai un tumore. Anche a suo nipote di 10 anni gliene hanno trovato uno in testa, mi dice. Ma io le rispondo che no, che graziaddio, tra tutti i problemi che mi madre ha e ha avuto, questo non era un tumore.

“Tu invece come l’hai scoperto?”, le chiedo.

“Se n’era andato in dentro il capezzolo”, mi ha detto, riposizionandosi la borsa del ghiaccio sulla ferita.

Ha fatto gli esami a giugno e ha scoperto di cosa si trattava. Ha fatto la chemio, ha perso tutti i capelli e mi dice che solo ora le stanno ricrescendo, ma lei non sopporta di vedersi con i capelli così corti. Mi dice che usa una parrucca e io le rispondo che non dovrebbe, perché è bella anche così e che poi quest’anno i tagli corti vanno un casino. Le dico di star calma, di non muoversi troppo per la ferita, le dico che la prima notte è la peggiore e che deve avere pazienza, che l’indomani la faranno alzare e che le leveranno anche il drenaggio dalla ferita, magari, che il sangue è già più chiaro, che no, non le farà male. Le misuro la temperatura, che è di 37,3, ma è tutto normale. Le sollevo un po’ il letto. Faccio il mio niente per alleviare il dolore della sua notte insonne.

Giuliana ha 42 anni e 4 figli. Ha un tatuaggio enorme sul polso e parla benissimo il dialetto, lo parla proprio come andrebbe parlato, e  durante l’orario delle visite vengono a trovarla parenti e amici organizzati in plotoni da 15 chiassosi soggetti l’uno, con un campionario di facce che varia dalla casa circondariale alla tossicodipendenza aggravata.

E alle 6 del mattino suo marito passa a lasciarci la colazione: caffé fatto con la macchinetta di casa e dei cornetti ancora caldi presi al bar. Giuliana me la offre e io non posso rifiutare, perché è il suo caffé speciale. Perché è il suo modo di dirmi grazie.

Giuliana parla il dialetto così bene che io quasi mi vergogno del mio congiuntivo perfettamente coniugato, mi vergogno delle mie paturnie della minchia, dei miei problemi da primo mondo, mi vergogno di tutte quelle inquietudini gratuite a cui ho subaffittato il cervello. Mi vergogno di perdere così tanto di vista cosa è importante e cosa non lo è affatto e, improvvisamente, incrociando il suo sguardo, in quel sorriso sofferto che mi fa dal bordo del suo letto, lì, con la vita vera che mi guarda in faccia e pondera se sputarmi o meno in un occhio, ecco io sento un’empatia pazzesca con questa donna, che nulla ha in comune con me, che è come se io fossi lei all’incontrario, in tutto e per tutto.

Ma in quel microcosmo, annusando l’odore della vita reale, quella più dolorosa, quella più feroce, quella in cui il problema è vivere o morire, o sopravvivere con un seno di meno e doversi accettare ancora come donna senza sentirsi mutilata, ecco lì, io non ho sentito nessuna distanza, nessuna differenza tra me e Giuliana. Ho sentito che da quella donna sconosciuta che a stento parlava l’italiano, stavo imparando la più preziosa lezione degli ultimi mesi. Che quel che avevano tolto a lei era un pezzo in meno anche per me.

E io non so se rivedrò mai Giuliana. Però so che non la dimenticherò.

Perché a Taranto c’è un’umanità che non so raccontare ma che non posso fare a meno d’amare. 

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Facoltà d’Illusione Vaginale

Ho scritto un sms alla mia amica VagiGnocca che, come si intuisce dal nome, è la mia amica magra e gnocca.

Io e VagiGnocca abbiamo condiviso tante fondamentali esperienze formative, dalle vacanze a Ibiza ai festini alcolici a Bologna, passando per le prime vomitate sulle scogliere della litoranea, che uno non può capirlo quanto il cielo all’alba diventi violaceo da farti riguargitare la vodka al limone di contrabbando, di una sottomarca che alla LIDL manco l’accettano, comprata al Valentino, il baretto che sta sulla litoranea, lì, a Taranto, dove entrambe siamo cresciute.

Ora è qualche anno che io e VagiGnocca viviamo lontane e, se non fosse per questo blog, lei non saprebbe un cazzo di me. E, se non fosse per i rapidi update che ci facciamo 5 o 6 volte all’anno, io non saprei un cazzo di lei.

Ad ogni modo, dicevo, ho scritto un sms a VagiGnocca e ci ho detto: “Senti, ma secondo te io morirò sola?

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Non per dire, ma sono pensieri che una certe volte si fa. Dico, è lecito farseli. Nel senso: la gente crede nelle cose più assurde, dalla fine del mondo, all’esistenza dell’inferno, passando per la reincarnazione, gli ufo, i fantasmi, dico, Voyager e Mistero sono programmi che fanno audience, quindi mi pare più che lecito che io mi ponga interrogativi molto più modesti inerenti il mio culo in senso stretto.

E poi c’ho chiesto, a VagiGnocca: “Ma tu, prima che arrivasse il tuo maschio, come hai fatto a non andartene nel panico?

Lei mi ha risposto che si era serenamente rassegnata, che è vero che l’uomo arriva quando meno te l’aspetti, che gli uomini sono più attratti da quelle che stanno per i fatti loro e che quando arriverà sarà lui a rompermi le palle. Poi ha aggiunto “Anche tu però sei difficile, figghia mea”. Le ho chiesto cosa significhi, essere difficile. E lei mi ha detto che ho gusti difficili. E poi che sono diffidente. E poi che non mi lascio andare. Ha detto che sono così di carattere. Alché ho pensato: ammazza, e io che pensavo d’essere solo cicciona e bacacazzi.

Ma in realtà, io non volevo una risposta razionale. Io volevo solo farle sapere che, in quel momento, mi stavo cagando sotto all’idea di restare da sola per sempre. Che era una cosa evidentemente idiota, una paura palesemente stupida, ma la stavo provando. E mi serviva solo qualcuno che mi dicesse che trovare la propria serenità non è una cosa semplice, che è normale che non capiti subito, che ognuno ha i suoi tempi, che io sto facendo molte altre cose nel mentre e che sì, che devo aver fede, che arriverà. Naturalmente arriverà. Arriverà un coglione che s’accorgerà che ho qualcosa di speciale e che non vorrà perderlo, che sentirà che sono la roccia accanto alla quale costruire il suo percorso. E io me ne innamorerò, in qualche maniera, fosse anche per il solo fatto che mi avrà riconosciuta come nessuno e che mi avrà voluta con una consapevolezza inedita e straordinaria.

Dico, mi bastava sentirmi dire questo. Che poi sta diventando il mio discutibile mantra per gli attacchi d’ansia vaginale.

E VagiGnocca me l’ha detto, a suo modo. Mi ha detto che ho imparato tanto dalle storie che ho avuto e io ci volevo dire che imparare tanto e non mettere in pratica è come avere un Master post-laurea e non trovare nemmeno uno stage. Perché non è che qui una voglia ardentamente il posto fisso. Ci accontentiamo del tirocinio. Poi del contratto a progetto, che se m’assento non devo giustificarmi, che non ho la malattia perché non ho l’obbligo di presenza. Poi c’è l’apprendistato, che sarebbe la convivenza. Poi il determinato, che sarebbe il fidanzamento con l’anello ar dito e solo dopo le nozze, l’indeterminato. Che poi le modifiche all’articolo 18 e ti mandano a casa così come viene, praticamente il divorzio, ma si sa che quando uno firma l’indeterminato non pensa che dovrà finire.

Fatto sta che ho riflettuto sul mio vissuto e su quello dell’amica mia. Mi sono ricordata com’era lei, come stava lei, in quel tempo, in cui io ero sempre fidanzata e lei era sempre single. In quel tempo in cui mi raccontava le sue vicende e io non lo comprendevo, quel suo bisogno di emozionarsi e di crederci, di avere sempre un cazzetto di cui parlarmi, quel suo sperarci ostinato ogni volta, ma ogni volta un po’ di meno. Io non lo comprendevo e un po’ mi faceva anche incazzare, allora, e provavo a dirglielo, come potevo. Provavo a dirle che dava troppa importanza a persone palesemente sbagliate. Provavo a dirle che mi urtava il fatto che lei, ogni volta, perdesse un po’ di magia. Ogni volta. Un pezzetto di più. E io non capivo. Non capivo perché ero piccola e arrogante, più di adesso. Non capivo perché le volevo bene e, vederla triste per vederla triste, avrei preferito che almeno incontrasse qualcuno che sapesse farla sbroccare di brutto, che sapesse ribaltarla, farla sentire la donna più fica dell’universo, più bella e più sicura di sé, prima di farla sentire l’ultima. Ner caso. Mi incazzavo e non capivo e mi chiedevo come potessero capitare tutte a lei.

E allora ho pensato. Ho pensato che adesso i ruoli si sono invertiti. Ho pensato che lei, un giorno, ha incontrato una persona che pare essere quella giusta e che insieme sono bellissimi. E che quelle inquietudini che aveva condiviso con me, si sono chetate. E che lei oggi è più bella di ieri. E che sta costruendo qualcosa. E che io le voglio più bene di prima, anche se delle nostre rispettive vite non sapremmo più un cazzo, se non fosse per questo blog e per quei 5-6 update che ci facciamo una volta all’anno.

Ho pensato che io oggi, esattamente come lei ieri, a volte mi illudo. Perché noi vagine, noi tutte, ci illudiamo, a volte. Ci illudiamo perché abbiamo bisogno di credere in qualcosa, di sentirci desiderabili, perché abbiamo l’anima deturpata da una sovraesposizione tossica alla filmografia Disney in età infantile. A volte esercitiamo arbitrariamente la nostra Facoltà d’Illusione Vaginale. Così. Senza se. Senza ma. E non importa quanto indipendenti, emancipate, gagliarde possiamo essere.

Certe volte c’illudiamo. Ce la raccontiamo. Anche per poco.

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Anche senza un vero motivo. Anche senza che un solo indizio, nella realtà fenomenica che viviamo, ci induca a credere che ciò che vogliamo possa giungere. Non importa. Noi esercitiamo la nostra Facoltà d’Illusione e quando l’illusione svanisce, porta via qualcosa. Una piccola porzione della nostra voglia di crederci, una piccola fetta di quella celeberrima magia der cazzo.

Nel mio caso, poi, c’è di buono che le mie illusioni eiaculano in fretta. Non si fa mai in tempo a crederci un po’ di più, che son già finite. E va bene così.

Dice che devo stare serena. E io serena cerco di stare.

E intanto ripenso a quella volta in cui VagiGnocca mi ha detto: “Tu quando vuoi sai essere molto stronza…”.

E io ho aspettato che la frase continuasse, che concludesse con un: “ma in realtà sei un amore”.

Invece la frase era finita lì. Non c’era un “ma”.

Ci ripenso.

E sorrido.

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Froci Apparenti

Le vagine, quando sono alle prime armi sentimentali, hanno una straordinaria proprietà che sono destinate, per misericordiosa bontà divina, a perdere nel tempo: la capacità scriteriata di sprecare anni appresso a soggetti palesemente e ferocemente sbagliati.

Qualcuno potrebbe dire che fa parte della crescita, che vagina consapevole lo diventi proprio per tutto quello che hai vissuto, inclusi gli errori, soprattutto gli errori anzi, che vengono decantati a destra e a manca come l’elisir segreto dell’umanità più gagliarda.

Solo che, per quanto sia figo sbagliare, ci sono errori ed errori, non si può fare di tutte le cazzate un fascio, e la posta in gioco per mandare a mignotte il nostro buon senso si alza sempre di più. I mean: non basta più che tu sia molto più vecchio o molto più giovane, che tu sia un bastardo, che tu sia l’uomo di un’altra, che tu sia l’amico del mio ex, che tu sia il mio padrino di cresima (è un’iperbole ovviamente, non sono cresimata). No. Serve di più. Lo spazio per più di un coito settimanale, nella nostra vita, va guadagnato. Viceversa, abbiamo ben altre robe da fare, si capisce, sai, gli amici, Milano, il lavoro, la palestra, la casa, il blog, voglio dire, si sa come son diventate le vagine da quando si sono emancipate e hanno smesso di pelar patate e lavar pavimenti tutto il dì, no?

Ecco. Ma soprattutto, onore al merito, sviluppiamo un certo fiuto per i cazzetti, simile a quello che i bussinessmen sviluppano per gli affari. Diventiamo le Gordon Gekko del sentimento, lo capiamo subito se uno ci garba o no, se uno è stronzo o no, se uno è  spostato di mente o no. Poi, al massimo, possiamo dimenticarlo, possiamo cadere nei tranelli orditi dal nostro vaginismo ma, di base, l’imprinting iniziale non sbaglia mai. Tant’è vero che, di solito, entro i primi 20 minuti dall’incontro, scriviamo a qualcuno – che sia la migliore amica, l’amico frocio, la nonna – cose come “Mi piace da morire, mi userà e mi butterà via come un kleenex ma ciò nulla conta“, oppure “E’ sbagliatissimo, vojo morì“.

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Nella fattispecie, il primo sms che ho scritto dopo l’incontro con Dylan è stato al nostro unico amico in comune e il testo recitava: “Ma è frocio o etero?”. Perché a me pareva visibilmente frocio. Il tizio mi ha risposto che no, che era un “etero spianato”, allora mi son fidata con riserva. Quando poi l’ho sentito manifestare atavica gratitudine nei confronti della sacra virtù femminile, sperticandosi in spregiudicatissimi cunnilingus, ho deciso che sì, che magari era solo un Frocio Apparente, uno che diceva cose come “gioia”, “tesoro”, “micetta”, “graziosa”, “ti adoro”, uno che mi dava della “bellezza felliniana” con la stessa adorazione che certi gays nutrono per Lady Gaga, che mi riempiva di complimenti e mi baciava come se non ci fosse un domani. E, tutto sommato, potevo farmelo andare bene, anche se squittiva invece di ridere, voglio dire.

Allora me so impegnata, del resto era alto 1.90, quindi in nome della sua statura fisica ho cercato di non pensare ai 1000 motivi per cui non avrebbe potuto essere il padre dei miei figli (1.000 motivi che non cito, per deontologia vaginale), che a noi vagine l’idea di come saranno i nostri figli ci parte di default, anche con uno con cui flirtiamo da 3 ore, è proprio come lo screensaver sul computer, anche se non ce ne accorgiamo, anche se non abbiamo spirito materno, anche per puro narcisismo.

Ho cercato di non chiedermi che tipo di disturbo nascondesse, Dylan, ho cercato di distrarmi dall’idea del pubblico ludibrio cui l’avrei esposto se l’avessi portato giù con me nelle Puglie, per i suoi modi così smaccatamente wannabe-sodomita. Ho cercato di dimenticare che a me, concettualmente, piace il maschio rude, il maschio che sia maschio, quello che la virilità ci sprizza da tutti i pori e quando mi bacia mi punge con la barba e io mi lamento che mi fa male e mi lascia la pelle arrossata di passione. Mi sono concentrata a non pensare che a me piace l’uomo rude, quello che mi fa sentire piccola e in balìa del suo patriarcale potere, quello che mi riduce alla mia femminilità più essenziale, che mi spoglia di tutte le sovrastrutture vaginali, quello che assottiglia pericolosamente la distanza tra testa e ventre, che mi fa dimenticare le mie posture e che neautralizza tutti i miei artifici genitali.

Mi sono applicata a non pensare a niente di tutto questo, perché il temerario Dylan Dog era così adorabile con me, così carino, premuroso e generoso, che cosa doveva significare quel velato atteggiamento da Drag Queen che manifestava?

dragqueen

E poi quella carineria, quel dormire da me dopo aver amoreggiato per andar via alle 7 del mattino, nel freddo e nel gelo, a cavallo di un mini pony. Quelle telefonatine quotidiane, e i messaggini, e mi manchi, e io ti manco, e sarà anche stucchevole ma se uno alto 1.90 con due braccia che se ne va la luce mi dice che gli manco io me lo prendo, che gli manco. E ti accompagno in aeroporto, ma no, lascia stare, vengo a salutarti in pausa pranzo, ma no tranquillo non riesco ho il volo, d’accordo allora vengo a prenderti in aeroporto, ma non ti preoccupare, no ci tengo, vengo a prenderti per forza o in aeroporto o in stazione.

OCCHEI.

Naturalmente, dopo l’atterraggio ricevo l’sms in cui mi comunica che è troppo ubriaco per guidare e non verrà. E si scusa.

L’indomani aggiunge che si è visto con un’altra, che l’ha fatto bere e che si sentiva in colpa.

E vaneggia. ”Ti prego perdonami, mi sento un puttaniere della peggior specie”.

OCCHEI.

Ora, a parte che se vuoi fare la troia, per piacere falla senza rimorsi e con quella sana fierezza impunita che contraddistingue le vere sgualdrine.

Secondariamente, come posso spiegarti che io dopo 2 settimane non ho niente da perdonare a nessuno? Che per me puoi scoparti chi ti pare ma che di un coglione che dica 50 volte che farà una cosa e poi non la fa, ecco, come dire, non mi interessa. Manco per scoparci. Perché, del resto, posso accettare molte cose, tesoro-gioia-amore-grazioso-adoro, incluso che tu sia il replicante di Alfonso Signorini imprigionato in un corpo da figo. Posso accettare anche che quando il tuo membro alloggia nella cavità orale di una vagina tu dica cose come “Pompami, sì dai” che io ho pensato “COOOOOSA? Ma che sei? Un salvagente? La ruota di una bicicletta?”

Ecco, posso accettare molte cose.

Però no, non un pacco del genere, al mio rientro dalle ferie, il primo dell’anno, sotto la pioggia.

Cioè: SUCA. SUCA proprio. SUCA intensamente assai.

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Vagina Emigrante

Quando ero giovane, quando studiavo a Bologna, viaggiavo in autobus.

Lo facevo perché, ar finale, per Bologna ci volevano 9 ore. Perché ero giovane. Perché all’alba poi potevo arrivare a casa e collassare.

Quando ero giovane, viaggiavo di notte. E ricordo che il pullman mi sembrava un pachiderma lentissimo che si muoveva goffo sulla A14. E io ascoltavo Heroin dei Velvet Underground, guardando le luci dei paesini arroccati lungo la strada, che si riflettevano nei finestrini, che si riflettevano nei finestrini, che si riflettevano nei finestrini. E scendevo a tutte le fermate, e fumavo una sigaretta guardando i camion addormentati nei parcheggi dell’Autogrill. Ero una giovane vagina riflessiva, allora.

E, allora, mentre ascoltavo la voce di Lou Reed pensavo che sarei cambiata. Che sarebbe arrivato il giorno in cui andarmene non mi avrebbe più fatto male. Il giorno in cui non avrei più sentito di appartenere a quel luogo, a quei colori, a quegli odori e a tutte quelle contraddizioni lì. Pensavo, allora, che di anni ne avevo 19, forse 20, quando andavo via per andare a fare la bella vita a Bologna, quando lasciavo i miei genitori, i miei amici e qualche amore sempre troppo sbagliato, quindi maledettamente passionale, ecco io allora pensavo che dovevo avere pazienza, che prima o poi avrebbe smesso di essere così truce, andarsene. Pensavo che avrei smesso di odiarmi per non essere stata capace di accontentarmi. O per non aver avuto le palle di dire che, dopotutto, volevo restare lì dov’ero.

Di anni, da quei tempi lì, ne sono passati otto. Quasi nove.

E io oggi so che erano tutte cazzate. So che non è cambiato nulla, a parte il fatto che ho imparato a trattenere le lacrime, in aeroporto.

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E allora mi dico le solite minchiate, quelle che servono per contenere la depressione da rientro fulminante, che potrebbe accopparmi in quattroequattrotto. Mi dico che non mi devo lamentare. Che sono tornata, che ho passato 10 giorni a casa, che ho rivisto chi amo, che ho chiacchierato con la Vagina Maestra mentre insieme preparavamo le crespelle per il pranzo di capodanno. Che ho coccolato tanto il mio babbo. Che ho parlato con i miei amici e che nonostante gli anni passino continuiamo a ritrovarci, anche se litighiamo per le partite a zumpacavallo, anche se tutti peggioriamo in qualcosa e miglioriamo in qualcosa d’altro. Allora mi dico che ho vinto a poker e che se a Milano conoscessi meno vagine e meno froci, e più uomini duri e puri, forse potrei giocare a poker anche a Milano. Allora mi dico che ho fatto shopping e che sono molto soddisfatta di ciò che ho comprato. Mi dico che ho riso da morire con Frecciagrossa, che ho avuto il tempo per chiedere a Braciola se fosse felice e per farmi promettere da Tarallino che una volta al mese mi porterà al Bingo, a Milano, perché mi sono ricordata quanto possa rendermi felice, il Bingo. E poi ho promesso alle mie amiche, che vivono con i loro uomini sparse per l’Europa, che andrò a trovarle. E forse sì, forse dovrei farlo.

Così me ne vado. Prima del metal detector butto la bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Butto via la dolcezza, la serenità, la pace che provo con me stessa quando sono a casa mia. Butto via tutto. E parto. E me ne vado, una volta ancora, con la Vagina Maestra stretta stretta tra le braccia e le guance di mio padre in cui sprofondare, parto di nuovo, in questo andirivieni esistenziale che ho scelto, senza sapere bene il perché. Vado via con la scamorza affumicata in borsa, che mia zia mi ha appositamente comprato per portare un po’ di Puglia a Milano. Vado via incarnando tutta la retorica del terrone emigrante con la valigia di cartone. Vado via con il desiderio di restare, di continuare a godermi i miei genitori, di continuare a parlare in dialetto con i miei amici e con i miei cugini, di continuare a vivere piena d’amore, e coccole, e attenzioni.

E poi arrivo a Milano. Dove di gradi ce ne sono 10 di meno, forse 15. Dove piove. Dove sono sola. Dove i tassisti hanno i coglioni girati anche il primo dell’anno. Dove niente e nessuno sta aspettando il mio rientro.

Ma, del resto, anche se non è un granché, questa è la vita che ho scelto.

E visto che siamo in ballo, balliamo.

Buon anno a tutti.

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Natale è

Natale, per me, è la stella cometa rossa, luminosa, appesa al balcone della camera da letto dei miei. Che il mio babbo la mette lì ogni anno e, ogni anno, quando arriviamo a casa direttamente dall’aeroporto di Bari, mi fa: “Nota la stella”. Io la guardo, ringraziando il cielo che almeno abbiamo abdicato all’intermittenza psichedelica, e gli dico che è bella. Che so che ci tiene.

Natale, per me, sono le lenzuola del mio letto singolo, che profumano di pulito così pulito che le mie lenzuola di Milano non profumano uguale mai.

Natale, per me, sono la Vagina Maestra e mia zia che confabulano per eliminare tutti i benefici di 3 mesi di palestra. Esse pianificano con militare precisione il menù della 10 giorni gastronomicamente più intensa dell’anno e noialtri nulla possiamo, fuorché mangiare e prendere un digestivo, dopo.

Natale, per me, sono le partite a settemmezzo con i miei parenti e quelle a zumpacavallo con i miei amici. Che poi c’è sempre chi muore, e con i morti non si parla, e poi ci si incazza e, voglio dire, tante amicizie sono entrare in crisi, con zumpacavallo.

Natale, per me, è fumare con Frecciagrossa nel mio giardino alle 3 di notte e ridere da avere le lacrime agli occhi.

cartellate

Natale, per me, sono i maglioni scuri sporchi di zucchero a velo.

Natale, per me, è rivedere le amiche che non vedo mai. Vestite di nero. Che nero fa fico. Sempre.

Natale, per me, è prendere tutte le buche del manto stradale tarantino. E bestemmiare in dialetto, ogni volta.

Natale, per me, è mangiare di notte le cartellate a casa di Frecciagrossa insieme a Braciola e Tarallino.

Natale, per me, è parcheggiare in centro e camminare sui tacchi verso il solito pub che solito non è più.

Natale, per me, è il vento freddo del mare che soffia sul Ponte Girevole.

Natale, per me, è portare la Vagina Maestra per negozi e regalarle una maglia o una borsa che non si comprerebbe da sola.

Natale, per me, è la frittura di calamari il primo dell’anno.

Natale, per me, è il profumo della pasta al forno di mia zia.

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Natale, per me, è passare il 31 dicembre alla villa al mare del mio amico imprenditore che ama definirsi tale, con i miei amici di sempre. Non mangiare un cazzo e bere da fare schifo. Ballare finché si può. Preferibilmente Renato Zero. Darmi il rossetto rosso sulle labbra a mezzanotte e baciare tutti, lasciando i segni sulle guance e in fronte. Accendere le stelle filanti che porta Vaginaffa, ogni anno. Che è una roba da bambini loffi, ma lo sapete come sono le tradizioni.

Natale, per me, è il sorriso della Vagina Maestra quando mi sveglio, che è in cucina, a preparare dolci. Che nonostante tutti i cazzi che ha, lei fa. Fa un sacco di cose. Tutte quelle che può. Sempre. E quando fa i dolci è felice. Si vede.

Natale, per me, è: “Oddio quanto abbiamo mangiato…stasera stecchetto, non si cena…al massimo 3-4 nodini e 2 fettine di capocollo

Natale, per me, è quella cosa che torno a casa e penso che non me ne andrei più. Che non c’è Milano, né indipendenza, né carriera che tenga. Io qui ci resterei.

E non lo so se a Natale si sia tutti più buoni. Io non credo. Io credo di essere sempre la solita stronza, ma di dissimularlo meglio. Perché il Natale posso passarlo con coloro che, in effetti, amo da sempre.

Per voi, non so cosa sia, il Natale.

Ma quelchelè, vi auguro d’avercelo. E d’avercelo al meglio.

Statemi bene.

Tanti baci

Vagina

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Romanticismo di Riserva

Capita quando c’è un weekend lungo.

Capita quando torni da una cena a casa dei tuoi amici che stanno per sposarsi.

Capita quando viene giù la prima neve, che ti vien voglia di accoccolarti nel cardigan e affacciarti alla finestra, con il riflesso delle luci dell’albero di Natale sui vetri, ad aspettare che lui – che c’ha delle spalle che uau – si avvicini a te da dietro e ti abbracci forte. Peccato che non ci sia l’albero. E nemmanco lui. Solo la neve. Che in città è popo na merda.

Capita quando cammini per le strade illuminate, tra le vetrine scintillanti, e i signori col cappello, e le coppie che comprano i regali, e i passeggini.

Capita tutte le volte che t’accorgi che a fare una busta di puré ne butti metà.

Capita tutte le volte che le tue amiche ti chiedono: “E tu, raccontaci qualcosa” e rispondi parlando della palestra, del lavoro, del nuovo vibratore che hai recensito sul blog.

vagina

Capita tutte le volte che agli inviti non sfrutti il tuo +1

Capita tutte le volte che non distingui il confine tra la tua indipendenza e la tua solitudine.

Capita tutte le volte che sei in premestruo.

Capita tutte le volte che sei in premestruo e non c’hai un povero stronzo su cui sfogare i tuoi scompensi.

Capita quando compri un paio di scarpe nuove e non c’è un feticista che t’aspetti a casa.

Capita quando ti manca casa da troppo tempo e quando t’accorgi che i tuoi genitori stanno invecchiando.

Capita tutte le volte che guidi di notte, ascoltando There’s a light that never goes out, che ritorna, periodicamente, pericolosamente. E ti struggi ogni volta, da morire, su quel ritornello lì.

Capita tutte le volte che gli altri imbastiscono progetti di vita e tu non sai neanche cosa farai a Capodanno.

Capita tutte le volte che ti stringi a un uomo che non è il tuo.

Capita quando torni da un appuntamento che non è andato bene abbastanza.

Capita in ogni coito senza emozione. Capita in ogni bacio senza passione.

Capita tutte le volte che sei tra le braccia di uno sconosciuto e non vedi l’ora di tornare a casa tua.

Che a volte ci finisci, tra braccia estranee. Perché succede e basta.

Ecco, tutte quelle volte capita che te lo dici, che te lo ripeti, e per un po’ ci credi, ci credi da pazzi, cazzo se ci credi perché vuoi crederci, che crederci ti serve, che quello arriverà. Quell’infame che latita, che ti fa dubitare della sua esistenza. Quello che ti rivolterà come un pedalino. Quello che ti farà sentire più forte, più bella e più viva. Quello che non ne dubiterai. Quello che ti scancellerà la paura, la ritrosia, l’avversione al concetto stesso di relazione, con un solo sorriso strappa-mutande. Quello che altri non ce n’è, almeno per qualche mese.

Sì, arriverà. E tu ci credi. Ci credi perché fai appello alle scorte antiatomiche di putrido sentimentalismo, che conservi come extrema ratio per quando vai in overdose di disincanto.

Ecco, allora sfrutti il tuo Romanticismo di Riserva.

Che anche quando credi sia finito, scopri che ancora un po’ ce n’è.

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L’amore è Imperfetto. Ma dai!

Enne giorni fa ricevo una mail che mi invita a un’anteprima per sole blogger, di un film tutto piccantino, da cui gli uomini sono completamente banditi.

Avoja! Che vuoi mettere? Già che sono single, figurati se non sono ben lieta di scacciare qualunque minaccia fallica dalla mia conturbante esistenza. A tal proposito, l’hanno già inventata quella punturina che te fai 1 volta alla settimana per rimediare alla più totale assenza di testosterone? Tipo insulina. No, perché se ancora non c’è, inventatela. Prima che fisicamente, a noi single metropolitane, ci cresca il pisello tra le cosce.

Bene, momento di sfogo esaurito, torniamo a noi.

Mi invitano a questa anteprima cinematografica, mi dicono che c’è pure il rinfresco e la saletta viPPs. Ma certo che vengo. Per l’occasione precetto pure indievagina, che è quella santa amica vagina single come a me, che è l’unica spalla più o meno sicura su cui contare per le avventure e le disavventure in cui inciampo.

Arriviamo in uno dei mejo cinema di Milano. Saliamo nella saletta viPPs, riscaldamento appalla, una hostess rubata alla cover della sezione Blonde di Pornhub ci accoglie e veniamo portate al cospetto della vagina regista e delle vagine attrici. Naturalmente, dato che sto vivendo un periodo che è praticamente un turbinio ininterrotto di scadenze, riunioni, cene, presentazioni, sigarette, palestra, appuntamenti (non galanti), non ho avuto il tempo di leggermi tutto il papiello di press book che ho ricevuto, quindi non ho alcuna domanda da fare. So giusto il titolo, che sarebbe L’amore è imperfetto (in sala da venerdì 29 novembre). Però va bene così, mi piacciono di più le sorprese.

Tutto ciò che riesco ad apprendere dalla vagina regista, prima della proiezione in esclusivissima-blindatissima anteprima vaginale, è che il film è tratto dal suo stesso libro. Cioè, la mia vagina interlocutrice è poliedrica: prima ha scritto il romanzo e poi s’è fatta il film. Puro autoerotismo artistico. E poi che il film è ambientato a Bari, ma anche no, cioè, niente accento, perché la storia può essere ambientata un po’ ovunque e ognuno dei personaggi parla con una cadenza diversa, sai, una Babele culturale.

Me cojoni, penso io.

Faccio giusto in tempo a conoscere un par di blogger, di cui una ha tutta l’aria d’essere molto gagliarda, che ci portano nella saletta viPPs, dove le poltrone sono praticamente divani in pelle bianca. Molto cool.

E poi parte il film.

Parte con una scena in cui la protagonista corre sul lungomare di Bari sulle note di Tiziano Ferro (n.d.r.) e io ho già il sospetto che l’Apulia Film Commission amministri in maniera impropria i suoi fondi. Ma proseguiamo.

La storia si sviluppa su due livelli temporali, il 2005 e il 2012. Nel 2005, la nostra eroina si innamora di un manzo strappato al trono di Uomini & Donne, che si è formato – dal punto di vista interpretativo – con tutte le stagioni di Cento Vetrine. Lui, naturalmente, oltre ad essere bono (con la “o” chiusa) come il pane di Laterza, è un fotografo, si prende cura di lei, le trova un lavoro e se la accolla in casa, oltre a farle uno streaptease pre-copulatorio che per me è diventato un esempio paradigmatico di comicità involontaria. In compenso, Frecciagrossa avrebbe vissuto un’eiaculazione oculo-indotta. Tutto perfetto, insomma. Noiosissimo e perfetto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, quelle sulle donnedududuincercadiguai, arriva la devianza. Opperbacco. Ebbene sì, il tronista premuroso è in realtà un finocchio e la nostra eroina lo scopre nel più tremendo dei modi: lo becca a cena a lume di candela con un modello milanese di nome ROCCO (tipico nome meneghino, si sa, che io e indievagina nei giorni successivi continuavamo a uozzapparci scrivendoci solo “Rocco???”)

Eviterò di svelare altri succulenti dettagli e farò un mirabolante salto temporale nel 2012 (come mi emozionano i back/forward narrativi!)

Ecco, nell’anno della profezia Maya, la protagonista inizia a chiavare parallelamente un 50enne e una 18enne bisessuale. Non che facciano le cose in 3. Lei fa la spoletta, a 35 anni, tra la giovine zoccoletta e il 50enne che poi è casualmente un produttore discografico francese, che notoriamente Bari pullula di produttori discografici francesi, a cui lei ha arbitrariamente praticato una fellatio su una scogliera dopo averci trascorso insieme tipo 20 minuti. Che cosa te ne devi fare di Eyes Wide Shut!

Il tutto fino al raggiungimento del climax che, a mio modesto e vaginale avviso, si compie nel momento in cui la protagonista si passa l’iPhone sulla topa, nel bel mezzo di una sessione di telephone sex, che per me va bene tutto, però per dire, passati un Nokia N70, non un iPhone da 700 euri, sulla vulva fracica, insomma, fallo per la memoria di Steve Jobs, se non per rispetto per la tua igiene intima.

Il tutto, naturalmente, impreziosito qui e là da pompini, ditalini, sesso saffico, sesso frocio, ravanate di zinne e slinguazzate promiscue che vorrebbero colpirci, vorrebbero farci sussultare. Vorrebbero, appunto. Perché di fatto restano lì, sullo schermo, lontanissime dalla nostra emotività, in questa storia tirata per i capelli e costruita con scarsa efficacia. Non ci coinvolgono, quei baci, nemmeno ci sfiorano la pelle, che piuttosto rabbrividisce d’imbarazzo, a tratti, per la gratuità narrativa, la pochezza stilistica, la regia amatoriale, la colonna sonora  banale e la diffusa sensazione di disturbante dilettantismo.

A me va bene l’inno alla libertà sessuale, alla sperimentazione, alla consapevolezza, al prendere le cose come vengono, specie l’amore, tutta la retorica sull’accettazione delle imperfezioni, per carità. Non c’è nemmeno la porta da sfondare, su questi temi, con me, al massimo devi scostare una di quelle tendine con i fili di gomma, da villeggiatura estiva.

Però, intendiamoci, per raccontare l’eros ci vuole anima, e ce ne vuole tanta. Ci vogliono profondità, spessore, sensi intrecciati, amore e patimento, per vivere la vita e raccontarla. Non è facile, per carità, ma a volte la buona volontà non basta. A volte, prima di fare bisognerebbe avere l’umiltà di imparare.

A me spiace. Spiace perché ho conosciuto la vagina regista, ci ho parlato, mi hanno offerto la tartina e il prosecchino. Ma non posso in alcun modo consigliare alle mie amiche vagine di andare a guardare questo film considerato che, per capirci,  nella mia personale classifica dei peggiori film mai visti, L’amore è imperfetto se la gioca con Talos – L’ombra del Faraone, una roba tremebonda che io e Frecciagrossa, una notte, 10 anni fa, guardammo insieme per imperscrutabili ragioni ancora al vaglio degli inquirenti.

Ciò che posso fare, piuttosto, è consigliare alle mie amiche vagine di suggerire la visione del film a coloro verso cui non nutrono particolare simpatia. Non so se valga lo stesso, ma almeno il box office è salvo.

E se mi inserirete nella mailing “Troie da non invitare mai più”, lo capirò.  

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Terroni a Milano

Il mio amico Tarallino, quello di bassa statura fisica e grande caratura sarcastica, si è appena trasferito a Milano, la grande città, per fare uno stage.

Sicché, timidamente, ingenuamente, romanticamente, mi ha chiesto: “Cosa devo sapere di Milano?”

A quel punto ho pensato di stilargli un piccolo vademecum del terrone emigrante, aspirante cittadino milanese, dicendogli quelle chicche che a me non ha mai detto nessuno e che ho dovuto imparare in 4 lunghi anni di etnometodologia applicata alla società milanese, perché le vere cose da sapere di Milano e della sua folkloristica fauna non sono il costo dell’abbonamento dell’atc, bensì:

1. Usare il taxi non è peccato mortaleil terrone fa una fatica atroce a eliminare il senso di colpa derivato dall’idea di tornare a casa in taxi. La ricca tradizione mitologica terrona, tramandata per lo più in forma orale dai tempi di Omero in poi, narra le epiche vicende di uomini straordinari che hanno percorso l’intera circonvallazione esterna in 91 alle 3 di notte pur di non fruire del comodissimo radio taxi 024040, che sarebbe costato loro l’intero regno.  Ma ciò è una falsità. A Milano ci sono situazioni in cui è più sensato rinunciare a una pizza che a un taxi e questa è una dura verità con la quale il terrone trapiantato prima o poi dovrà fare i conti.

2. Il sushigiovane terrone che arrivi a Milano, ti hanno raccontato che il tuo più grande incubo in questa città sarebbe stato la nebbia. Sbagliato. Scoprirai, piuttosto, che la tua più profonda angoscia diventerà il sushi. Sarai obbligato a sperimentarlo entro i primi 10 giorni dal tuo trasferimento, perché di fatto a Milano andare a cena fuori vuol dire 8 volte su 10 andare a mangiare sushi. Quando lo avrai assaggiato dovrai scegliere se fingere che ti piaccia, abdicando a tutta la tradizione gastronomica che ha formato il tuo gusto e ti ha cresciuto a forza di cozze arracanate, con il nobile intento di integrarti nella società milanese; oppure potrai essere sincero e dire che il sushi ti fa cagare. Sappi, però, che nel secondo caso, sarai condannato all’emarginazione sociale. Il gruppo ti vivrà come un disadattato o, comunque, come un sempliciotto retrogrado incapace di godere della squisitezza di un sofisticatissimo pesce crudo di dubbia provenienza, magnato con riso allesso.  La vicenda del sushi, mio caro terrone, è paradigmatica di tutto il processo di integrazione nel cosmopolitismo milanese: talvolta sarai obbligato a fingere, talvolta sarai obbligato ad adattarti, talvolta sarai obbligato a emerginarti per autoconservarti.

3. Il francesismo: non è fondamentale conoscere la lingua nel dettaglio. Ciò che costituirà una marcia in più, sarà la conoscenza di un medio repertorio di parole ed espressioni idiomatiche francesi. Il francesismo, assolutamente gratuito, è un indiscusso discrimine tra fighi e loser. Il terrone che arriva a Milano magari si sente anche piuttosto evoluto perché conosce vocaboli come “pedissequamente” e ha una discreta dimestichezza con l’inglese, ma ciò non lo aiuterà nel momento di massima difficoltà, quando il  milanese (vero o fasullo che sia) si definirà tranchant in merito al battage che si è creato sull’allure della serata Veuve Cliquot , che risultava un po’ troppo agèe, organizzata nello spazio en plein air alla maison di sticazzì. Il terrone, a quel punto, dovrà soltanto annuire e condividere, senza mostrare di non aver capito checcazzo abbia detto l’interlocutore.

4. L’inglesismo: parimenti importante, anche se di estrazione diversa, è l’inglesismo. Professionalmente non hai possibilità di sopravvivenza e non sono ammesse forme di dissidenza linguistica. Se vuoi essere figo devi imparare tutti i fondamentali dell’aziendalese e aggiornarti costantemente, perché ogni giorno emergono nuovi neologismi. Quando sarai a uno stadio avanzato, poi, ti scoprirai persino a inventarli tu stesso, i neologismi. E li inserirai nelle presentazioni powerpoint, serenamente, tanto nessuno lo saprà che è semplicemente una tua invenzione. Per iniziare, tuttavia, ripeti a casa davanti allo specchio, senza sentirti ridicolo: briefing, meeting, feedback, redemption, report, engagement, benchmarking, highlight, slide, brain storming, naming, management, leader, project, awareness, positioning, eccetera.

5. Piumino vs cappottoil clima milanese fa schifo: caldo boia d’estate e freddo porco d’inverno. Te ne accorgerai, caro amico terrone. Ciò che ti colpirà, tuttavia, sarà notare come i milanesi per via di una straordinaria mutazione genetica siano capaci di sopravvivere ai mesi più rigidi della stagione fredda in cappotto. Per cui tu, terrone, figlio di mamma terrona, che al liceo ti mandava a scuola con addosso un piumone caleffi dotato di maniche, perché c’era un atroce inverno di 14°, capisci che non sei competitivo. Tu, terrone, non puoi farcela proprio fisicamente a sopravvivere all’inverno indossando il cappotto, proprio non puoi, tu devi indossare la fottutissima piuma d’oca e raccontartela che però, sai, ci sono dei piumini che sono anche molto belli, se ci pensi.

6. Il semaforo gialloil semaforo milanese è diverso dal semaforo terrone. Ci tengo a dirtelo perché non voglio che tu ti imbottisca di multe alla prima volta che guiderai qui. Al sud, notoriamente, quando noi vediamo il semaforo giallo, acceleriamo. Trattasi di un riflesso assolutamente incondizionato, il cui messaggio sotteso non è “attenzione, rallenta, sta per scattare il rosso” quanto piuttosto “mena, muoviti, che mò scatta il rosso”. Ecco, no. A Milano quando il semaforo è giallo, si rallenta. Perché qui il giallo dura poco e sopra il semaforo c’è una telecamerina funzionante pronta a coglierti in flagrante. E tutto sommato se pensi che poi i soldi delle tue multe diventano vacanze per Formigoni, anche no.

7. I loghi: caro amico terrone, ti saranno sufficienti pochi giorni a Milano per capire che quelli che hai sempre considerato dei fighetti e delle fighette nella tua città, quelli che andavano in giro ricoperti di loghi D&G, Blauer, Refrigiwear, Fendi, Prada, Richmond, Burberry, Dior, Armani, Armani Jeans, non sono fighetti. Sono tamarri o provinciali. A Milano i fighi indossano la griffe, senza ostentarla e sono intercettati da persone parimenti fighe, che riconoscono la griffe, senza leggerla. E’ una specie di scrematura naturale o di selezione sociale silenziosa, per cui simile va con simile. Noi comuni mortali possiamo limitarci a comprendere queste dinamiche e a schifare i coatti che indossano loghi giganteschi, credendosi molto gagliardi.

8. Essere Bionoterai che qui, nella città più artificiale d’Italia, c’è una grande attenzione alla naturalezza. Qui, più che mai, bio è bello, bio è buono, bio è fico. Non stupirti, dunque, caro amico terrone, quando qualcuno ti proporrà l’acquisto di un cavolfiore a chilometro zero, che ti costerà 40 euro.

9. No politica: Milano è una città in cui, amico terrone, non devi mai cercare il confronto politico con le persone che conosci. Nel caso tu lo facessi, sappi che ti esporrai al grandissimo rischio di scoprire che tutti hanno, come minimo, dei discutibili trascorsi di destra più o meno estrema, se non direttamente la foto di Maroni in costume adamitico sul comodino. Per contro, non è necessario che ti dichiari di sinistra. Potranno presumere il tuo orientamento dal fatto che sei più povero di loro

10. Informazioneè fondamentale, a Milano, essere informati e ricorda sempre, mio caro, che il primo organo di divulgazione scientifica è Vanity Fair, mentre l’agenda mediatica degli argomenti più discussi della società italiana è dettata da Real Time.

11. Il milanese e Milanodi tanto in tanto ti capiterà di incontrare dei milanesi che parleranno in termini entusiastici di Milano. Il ché non farebbe una piega, se si limitassero a dire cose sull’efficienza della città, sugli eventi, sulle mostre. Il problema è che poi, a un certo punto, iniziano a dire che è bella. Questo per i primi 2 anni ti apparirà del tutto incomprensibile. Successivamente inizierai anche tu a cogliere una specie di bellezza burbera in questa città, che certi palazzi hanno dei bei cortili, per esempio, e che certi scorci, all’equinozio di primavera, sono suggestivi, e poi c’hanno delle vetrine paura, qui, in effetti. Ma quando inizierai a vederla così, sarà perché Milano t’avrà contagiato. Fino ad allora, comunque, sii accondiscendente con il milanese che ti parla dell’inconfutabile bellezza di Milano. Sii umano. Non nominargli altre 50 città italiane estremamente più belle e vivibilie non ricordargli quanto a Milano faccia cagare il clima, il cibo, l’aria che si respira, la società, il costo della vita, che qua ci veniamo tutti solo per lavorare e che la bellezza è una cosa altra di cui probabilmente ignora l’esistenza. Non farlo. Tu sii comprensivo.

12. Le multinazionalinel primo periodo in cui sarai a Milano, individui di varia estrazione umana e sociale ti parleranno di Unilever e Procter & Gamble. Tu non avrai idea di che minchia siano. Tranquillo. Significa che sei una persona normale. Poi vai a casa e cercalo online.

13. California Bakeryl’apice del tuo sforzo di integrazione sarà una domenica mattina, quando ti sveglierai per andare a fare un brunch al California Bakery. No, non pensare al ragù della mamma. Concentrati su quel sapore di internazionalità che vivi mentre ti abbotti di pancakes. Per la cronaca, amico, sappi che io a fare il brunch al California Bakery non ci sono andata mai.

14. Radio Deejaymettiamo le cose in chiaro da principio, sai cosa ci fai con tutta la filmografia di Lars Von Trier? Ti ci strichi. A Milano è molto più importante sapere chi sono La Pina e Diego, se non vuoi essere un parìa.

15. Ipocondria: noterai subito che ogni milanese soffre di qualcosa. Tutti hanno almeno una patologia, un’intolleranza, un’allergia. In realtà, però, non sono una razza diversa, rispetto a noi terroni. La differenza è che noi andiamo dal medico quando stiamo oggettivamente male, cioè, ma male. Loro no. Loro si fanno tipo i controlli e poi grazie ar cazzo che scoprono di avere delle cose che non vanno bene. Tu, anche in questo caso, assecondali e mostrati straordinariamente partecipe della drammaticità del loro reflusso gastrico.

16. La depressione culinaria: ti renderai conto del fatto che a Milano impera la magrezza. Ciò non dipende dal fatto che sono migliori di noi. Semplicemente, non conoscono il gusto per il cibo. Per loro il soffritto è la reincarnazione gastronomica dell’anticristo. Il piatto tipico è il risotto allo zafferano che capisci che noi non possiamo che trovare sconfortante una prospettiva del genere. Se sei fortunato la depressione culinaria ti indurrà a perdere peso. Se sei sfortunato, ti indurrà a ripiegare su cibo di fortuna e lieviterai.

16. Vacanze il mio topic preferito: le vacanze dei milanesi. Su questo argomento conviene sempre giocare d’anticipo. Ovvero, amico terrone, chiedilo tu, per primo, a loro, in quale angolo di mondo voleranno al primo ponte di 3 giorni. Così scoprirai, per esempio, che esistono persone che vanno in vacanza in Mongolia, nel Laos, in Vietnam e in tanti altri posti il cui nome non saprei riproporre e che comunque tu, come me, non saresti in grado di localizzare sul globo terracqueo. A quel punto, tu, userai molto meno entusiasmo nel dire che vai a trovare la tua amica a Londra. Come dire: sticazzi. Ciò che, però, ti consiglio di fare come contromossa è stressare (devi imparare anche “stressare” in effetti), all’occorrenza, la scelta del turismo nazionalista. Tu non vai in Malesia. Tu vai in Sicilia, che non puoi capire quanto è bella la Sicilia. E, di solito, questa cosa qui, come se tu il sud lo capissi davvero e riuscissi ad amarlo in un modo in cui loro non potranno mai, li induce a rispettare di più la tua posizione di povero pezzente del sud con la valigia di cartone.

Per ora mi sembra un buon inizio, amico terrone.

Inizia a lavorare su questi punti. Più avanti, magari, integreremo.

Cordialmente,

Vagina

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