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Suca Valentino

Ci risiamo.

E’ passato un altro anno, l’infame data è giunta e noi ancora non abbiamo un uomo con cui fingere che non ci interessi nulla della sciagurata ricorrenza: San Valentino.

Apogeo della stigmatizzazione sociale verso i single, febbraio è quel mese in cui qualunque cosa tu voglia fare o acquistare, deve essere necessariamente per due. Chennesò, vuoi andare alle Terme a farti fare un massaggio plus da 50 minuti? L’Home Page del sito, quella a cui chiunque di noi a prescindere dal suo status sentimentale dovrebbe avere diritto d’accesso immediato come sancito dal Concilio Vaticano Secondo, è infognata da un pop-up per coppiette toniche e biodegradabili.

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Vuoi prendere un treno acquistando il biglietto online come si usa fare da tipo 15 anni? Questo è ciò che ti trovi davanti.

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Che poi, a parte il fastidio intrinseco di questa offerta che risponde alla celebre strategia del “Cornuti&Mazziati Marketing” per cui: Sei single? Suca e paga il prezzo intero. Hai un’ameba accanto? Spendi la metà! Ecco a parte questo, io proprio mi concentro sulla difficile vita dei creativi di Trenitalia, che davvero poi uno pensa che era meglio quando si stava peggio e quando per creare bisognava farsi di LSD, ma almeno Syd Barrett non avrebbe mai partorito un abominio come “Par-Ti-Amo” che, vi prego, tenetemi la fronte mentre vomito.

Questo per sorvolare completamente sulle testate giornalistiche vaginali che io dico, va bene la festa degli innamorati, va bene vendere la skin dell’home page a un brand che ha per testimonial il pro-cugino da Fregene di Nicolas Vaporidis e che promuove anelli a forma di bulloni con il nome del partnAr inciso sopra, va bene porsi quesiti esistenziali come se a San Valentino sia giusto chiavare oppure no, va bene tutto, ma ricordatevi che ogni volta che dedicate spazio a questa ignobile ricorrenza, da qualche parte, nel mondo, c’è una vagina indipendente, mediamente gagliarda, presuntamente evoluta e fottutamente single che deciderà di non portarvi più traffico per un mese.

Perché sì, sappiamo tutti che San Valentino è una cagata fotonica, però è sempre l’occasione ideale per ricordare quello che manca, a chi un amore non ce l’ha.

E quindi, per tutte voi, amiche vagine, e tutti voi, amici cazzetti, che nessuno dovrà convicervi d’amarvi portandovi un tubo di Baci Perugina (graziaddio); per tutti quelli che non andranno a cena fuori a lume di candela e che non dovranno porsi il problema di quale sia la posizione del kamasutra più idonea alla festività;  a tutti voi io dico: prendiamola per le palle, questa inutile festività meglio nota come Suca Valentino. Voi ci provocate con i vostri stupidi cuori, con i vostri stupidi regali e le vostre stupide vetrine addobbate da Pollyanna che si è fatta una striscia con Pollon su nell’Olimpo? E noi rispondiamo. Rispondiamo concedendoci quel romanticismo a cui cerchiamo di non cedere il passo mai, che scalciamo sotto le coperte della singletudine, quello controverso e irriducibile che si manifesta in una pizza alle verdure magnata sul divano, sorseggiando coca cola light ricca di aspartame, guardando quello.

Quello. Esattamente quello: il nostro film stracciamaroni preferito! Oh sì. Inutile negare. Tutti ne hanno almeno uno. Ecco, la sovversiva proposta per il Suca Valentino 2013 è di affrontare il nostro amore single, così: senza ansie, senza amici, senza esorcismi. Per quello che è.

Chiaro, ognuno ha i propri gusti.  Magari siete 80′s addicted e quindi c’avete da rivedere Dirty Dancing, oppure Flashdance, oppure Pretty Woman, oppure Ufficiale e Gentiluomo. O magari ne volete uno con cui siete cresciute e vi sparate Ghost, oppure Il Tempo delle Mele (che io ho sempre considerato un escremento insensatamente sopravvalutato), oppure Vento di Passioni, oppure se c’avete voja di avere una crisi diabetica potete andare su cose come Il profumo del Mosto Selvatico, I ponti di Madison County e tutto quel filone lì. O magari siete fan di Baz Luhrman e allora vi fate Romeo + Juliet o Moulin Rouge. O magari ancora vi scegliete una commedia senza pretese, che vi faccia stare serene, tipo Il diario di Bridget Jones, o Serendipity, qualcosa che ci rassicuri, dolcemente, nel nostro essere vagine squisitamente medie.

Oppure, se ve l’accollate, ecco una selezione vaginale, la Top 5 stilata appositamente per la ricorrenza.  Che tecnicamente sarebbe una Top 6, ma preferisco lasciare debitamente fuori Lolita, su cui ho già ammorbato a sufficienza. Sicuramente ho dimenticato titoli indimenticabili, ma questi sono quelli che mi sovvengono ora.

1. SE MI LASCI TI CANCELLO

Traduzione ignobile di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Visionario. Straordinario. Colonna sonora indimenticabile. Ci piango sempre, perché i ricordi non li cancello mai.

2. JANE EYRE

Un capolavoro. Non ci sono cazzi. Zeffirelli e la Gainsbourg (meravigliosa) mi fanno venir voglia di vivere in un altro secolo.

3. CLOSER

In questo film sono tutti bellissimi. Tutti imperfetti. Tutti controversi. L’amore è una cosa feroce. L’amore è una cosa spietata. Qui è chiaro. Per questo lo amo. Anche se sto male, malissimo, quando lo vedo. Perché lo vivo. E lo rivivo. Ogni volta.

4. PRIMA DELL’ALBA

Il genere di cose che nella vita non succederà MAI, parola di emigrante. Ma dice che i film servono a sognare…

5. HARRY TI PRESENTO SALLY

Perché c’è stato un tempo in cui ho creduto che il mio ex amasse il mio essere ad alto mantenimento. E perché ho capito che era una cazzata.

Che questo sia il nostro modo di celebrare l’amore single: ostinato, insensato, unilaterale e incompiuto, eppure straordinariamente perfetto, nelle sue velleitarie speranze.

Buon Suca Valentino a tutti!

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L’amore è Imperfetto. Ma dai!

Enne giorni fa ricevo una mail che mi invita a un’anteprima per sole blogger, di un film tutto piccantino, da cui gli uomini sono completamente banditi.

Avoja! Che vuoi mettere? Già che sono single, figurati se non sono ben lieta di scacciare qualunque minaccia fallica dalla mia conturbante esistenza. A tal proposito, l’hanno già inventata quella punturina che te fai 1 volta alla settimana per rimediare alla più totale assenza di testosterone? Tipo insulina. No, perché se ancora non c’è, inventatela. Prima che fisicamente, a noi single metropolitane, ci cresca il pisello tra le cosce.

Bene, momento di sfogo esaurito, torniamo a noi.

Mi invitano a questa anteprima cinematografica, mi dicono che c’è pure il rinfresco e la saletta viPPs. Ma certo che vengo. Per l’occasione precetto pure indievagina, che è quella santa amica vagina single come a me, che è l’unica spalla più o meno sicura su cui contare per le avventure e le disavventure in cui inciampo.

Arriviamo in uno dei mejo cinema di Milano. Saliamo nella saletta viPPs, riscaldamento appalla, una hostess rubata alla cover della sezione Blonde di Pornhub ci accoglie e veniamo portate al cospetto della vagina regista e delle vagine attrici. Naturalmente, dato che sto vivendo un periodo che è praticamente un turbinio ininterrotto di scadenze, riunioni, cene, presentazioni, sigarette, palestra, appuntamenti (non galanti), non ho avuto il tempo di leggermi tutto il papiello di press book che ho ricevuto, quindi non ho alcuna domanda da fare. So giusto il titolo, che sarebbe L’amore è imperfetto (in sala da venerdì 29 novembre). Però va bene così, mi piacciono di più le sorprese.

Tutto ciò che riesco ad apprendere dalla vagina regista, prima della proiezione in esclusivissima-blindatissima anteprima vaginale, è che il film è tratto dal suo stesso libro. Cioè, la mia vagina interlocutrice è poliedrica: prima ha scritto il romanzo e poi s’è fatta il film. Puro autoerotismo artistico. E poi che il film è ambientato a Bari, ma anche no, cioè, niente accento, perché la storia può essere ambientata un po’ ovunque e ognuno dei personaggi parla con una cadenza diversa, sai, una Babele culturale.

Me cojoni, penso io.

Faccio giusto in tempo a conoscere un par di blogger, di cui una ha tutta l’aria d’essere molto gagliarda, che ci portano nella saletta viPPs, dove le poltrone sono praticamente divani in pelle bianca. Molto cool.

E poi parte il film.

Parte con una scena in cui la protagonista corre sul lungomare di Bari sulle note di Tiziano Ferro (n.d.r.) e io ho già il sospetto che l’Apulia Film Commission amministri in maniera impropria i suoi fondi. Ma proseguiamo.

La storia si sviluppa su due livelli temporali, il 2005 e il 2012. Nel 2005, la nostra eroina si innamora di un manzo strappato al trono di Uomini & Donne, che si è formato – dal punto di vista interpretativo – con tutte le stagioni di Cento Vetrine. Lui, naturalmente, oltre ad essere bono (con la “o” chiusa) come il pane di Laterza, è un fotografo, si prende cura di lei, le trova un lavoro e se la accolla in casa, oltre a farle uno streaptease pre-copulatorio che per me è diventato un esempio paradigmatico di comicità involontaria. In compenso, Frecciagrossa avrebbe vissuto un’eiaculazione oculo-indotta. Tutto perfetto, insomma. Noiosissimo e perfetto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, quelle sulle donnedududuincercadiguai, arriva la devianza. Opperbacco. Ebbene sì, il tronista premuroso è in realtà un finocchio e la nostra eroina lo scopre nel più tremendo dei modi: lo becca a cena a lume di candela con un modello milanese di nome ROCCO (tipico nome meneghino, si sa, che io e indievagina nei giorni successivi continuavamo a uozzapparci scrivendoci solo “Rocco???”)

Eviterò di svelare altri succulenti dettagli e farò un mirabolante salto temporale nel 2012 (come mi emozionano i back/forward narrativi!)

Ecco, nell’anno della profezia Maya, la protagonista inizia a chiavare parallelamente un 50enne e una 18enne bisessuale. Non che facciano le cose in 3. Lei fa la spoletta, a 35 anni, tra la giovine zoccoletta e il 50enne che poi è casualmente un produttore discografico francese, che notoriamente Bari pullula di produttori discografici francesi, a cui lei ha arbitrariamente praticato una fellatio su una scogliera dopo averci trascorso insieme tipo 20 minuti. Che cosa te ne devi fare di Eyes Wide Shut!

Il tutto fino al raggiungimento del climax che, a mio modesto e vaginale avviso, si compie nel momento in cui la protagonista si passa l’iPhone sulla topa, nel bel mezzo di una sessione di telephone sex, che per me va bene tutto, però per dire, passati un Nokia N70, non un iPhone da 700 euri, sulla vulva fracica, insomma, fallo per la memoria di Steve Jobs, se non per rispetto per la tua igiene intima.

Il tutto, naturalmente, impreziosito qui e là da pompini, ditalini, sesso saffico, sesso frocio, ravanate di zinne e slinguazzate promiscue che vorrebbero colpirci, vorrebbero farci sussultare. Vorrebbero, appunto. Perché di fatto restano lì, sullo schermo, lontanissime dalla nostra emotività, in questa storia tirata per i capelli e costruita con scarsa efficacia. Non ci coinvolgono, quei baci, nemmeno ci sfiorano la pelle, che piuttosto rabbrividisce d’imbarazzo, a tratti, per la gratuità narrativa, la pochezza stilistica, la regia amatoriale, la colonna sonora  banale e la diffusa sensazione di disturbante dilettantismo.

A me va bene l’inno alla libertà sessuale, alla sperimentazione, alla consapevolezza, al prendere le cose come vengono, specie l’amore, tutta la retorica sull’accettazione delle imperfezioni, per carità. Non c’è nemmeno la porta da sfondare, su questi temi, con me, al massimo devi scostare una di quelle tendine con i fili di gomma, da villeggiatura estiva.

Però, intendiamoci, per raccontare l’eros ci vuole anima, e ce ne vuole tanta. Ci vogliono profondità, spessore, sensi intrecciati, amore e patimento, per vivere la vita e raccontarla. Non è facile, per carità, ma a volte la buona volontà non basta. A volte, prima di fare bisognerebbe avere l’umiltà di imparare.

A me spiace. Spiace perché ho conosciuto la vagina regista, ci ho parlato, mi hanno offerto la tartina e il prosecchino. Ma non posso in alcun modo consigliare alle mie amiche vagine di andare a guardare questo film considerato che, per capirci,  nella mia personale classifica dei peggiori film mai visti, L’amore è imperfetto se la gioca con Talos – L’ombra del Faraone, una roba tremebonda che io e Frecciagrossa, una notte, 10 anni fa, guardammo insieme per imperscrutabili ragioni ancora al vaglio degli inquirenti.

Ciò che posso fare, piuttosto, è consigliare alle mie amiche vagine di suggerire la visione del film a coloro verso cui non nutrono particolare simpatia. Non so se valga lo stesso, ma almeno il box office è salvo.

E se mi inserirete nella mailing “Troie da non invitare mai più”, lo capirò.  

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Elio, ti amo

Sono innamorata.

Ebbene sì, finalmente. Finalmente perché quando si è innamorati la vita pare diversa, meno peggio, più meglio, insomma come ve pare, comunque è una cosa più godibile, la vita, quando si è innamorati, questo voglio dire.

Uno potrebbe obiettare che la stagione in cui ci si innamora è la primavera, mica l’autunno. E invece no, noi bellezze invernali, anche note come quelle-che-so-mejo-vestite, ecco noi ci innamoriamo a ottobre, quando inizia a venir giù la pioggia, quando starnutiamo, quando tutti si lamentano der freddo e l’amore si inzia a fare sotto le coperte.

Era un po’ di tempo, in effetti, che ci pensavo, a lui, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco quanto effettivamente potesse essere il nuovo destinatario di tutto il mio inespresso amore. Finché non ho guardato Faccia d’Angelo. Sì, la miniserie prodotta da Sky Cinema sulle imprese della Mala del Brenta e di Felice Maniero, interpretato proprio da lui, dal mio neo-amore Elio Germano.

Ora, premesso che io sono l’incarnazione di tutto ciò contro cui i puritani insorgono ogni volta che in Italia si produce una serie del genere, cioè, sì, quelli che dicono che non è giusto farle queste serie perché si mitizzano i malavitosi. Ecco, dunque, posto che una cosa è la fiction e altra è la storia, ecco, diciamolo: io li amo. Tutti. Ho amato la Banda, come i più assidui frequentatori vaginali sanno. Ho amato Vallanzasca. E ora, ora amo lui (nonostante l’accento veneto).

Questa volta, però, è diverso. Questa volta sentivo che il mio trasporto emotivo non era per il semplice personaggio, era proprio per il suo interprete. Allora sono andata a guardare Mio Fratello è Figlio Unico che non avevo visto mai. E lì ho preso il caposotto. Non so come dirlo diversamente: io lo amo. Voglio consacrare la nostra unione con Diaz, ma ho già scelto.

E non vorrei che si minimizzasse questo mio trasporto. Non lo amo perché è famoso, lo amo perché è bravo. Lo trovo, anzi, oggettivamente bruttarello, roscio, con la pelle biancabianca e imperfetta, glabro. Ma niente. Lo amo. E questo è un amore straordinariamente puro perché nasce solo dal suo talento, non dal suo aspetto. Lo amo per i ruoli che interpreta, per le dichiarazioni che fa quando ritira i premi, lo amo perché è un artista e non un divo, lo amo perché è una persona e per questo riesce a dar vita a tanti personaggi. Lo amo perché è uno che lavora su di sé e che non ha niente a che spartire con certi suoi coevi decerebrati che se la menano manco fossero Marlon Brando e invece avrebbero da imparare anche, chessò, da Martufello. Lo amo perché è così tanto di sinistra che potremmo litigare. Lo amo perché è uno semplice, perché ha gli occhi profondi e una faccia che parla anche quando sta zitto.

Lo amo che proprio soffro all’idea che non lo avrò mai. Lo amo che se ce l’avessi di fronte potrei non dire nulla, o sicuramente nulla di intelligente. Lo amo perché dice “Tresette” mentre notoriamente si dice “Tressette”. Lo amo perché è così avanti che non c’ha nemmeno una pagina Facebook. Lo amo perché mi piace così tanto che non riuscirei nemmanco ad andarci a letto, per quanto mi piace, che finirei a farci l’amore, che ho di nuovo 14 anni, sono di nuovo vergine e ho di nuovo paura di quanto male mi farà, la prima volta con Elio. Lo amo che quasi penso che se avrò un figlio maschio lo chiamerò Elio, il ché mi rende alla stregua di quelle madri raffinate che chiamano il figlio Ridge, per intenderci.

Insomma, sono profondamente innamorata. E poco conta che io, di fatto, non lo conosca. Io lo so com’è. Lui non sa come sono io, il ché non può che giovare alla nostra relazione.

Senza contare che, periodicamente, innamorarsi è una cosa salutare, ci rimette in pace col nostro io, che ci fa sentire più vivi, più aperti ad accogliere il mondo esterno. E piuttosto che spasimare per un qualsivoglia indegno cazzetto a caso, sticazzi, io spasimo per uno che non incontrerò mai, totalmente fuori dalla mia portata, ma così straordinariamente brillante e insieme normale, da meritare tutte le mie intime premure.

Poi, va da sé, me lo chiedo, se sia intellettualmente accettabile a quasi 27 anni innamorarsi platonicamente di un attore.

E ho il sospetto di no.

Ma intanto lo amo. Con viva partecipazione, aggiungerei.

Perché il pensiero che nel mondo esista qualcuno che possa farmi perdere la testa, così affascinante da pietrificarmi, da rendermi una piccola caricatura di me stessa, ravviva il mio impolverato vaginismo.

E questo è un bene.

Ps: caro Elio, io sono sicura che tu sia una persona così sana da non googlarsi. Tuttavia se tu, o il tuo migliore amico, o Valerio Mastandrea, doveste scovare questo post, sappi che, in primo luogo, per l’appunto, ti amo e ti ringrazio di ricordarmi che anche io posso andarmene sotto di brutta maniera per qualcuno. In secondo luogo vorrei dirti che sono meno idiota di quanto ti appaia in questo momento. Ma lo so, non abbiamo futuro. Io vivo a Milano e ho un brutto culo.

Momentaneamente tua,

Vagina

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Lolita

Ho rivisto Lolita, ieri sera.

Ho rivisto Lolita e non avrei dovuto farlo.

E’ successo per caso, stavo facendo zapping, completamente divelta dopo 3 giorni di riunioni. E sono inciampata in una discutibile Melanie Griffith che mostrava la casa al Professor Humbert. E no, lui ancora non l’aveva vista, la sua ninfetta, il fuoco dei suoi lombi, il suo peccato, la sua anima, il suo paradiso illuminato dalle fiamme dell’inferno. La sua Lo.

Era proprio l’inizio e tutto doveva succedere.

Perché sì, naturalmente io parlo del Lolita  del 1997, quello di Adrien Lyne, con Jeremy Irons che sto male e la colonna sonora di Ennio Morricone. Quello che Kubrick mi ha fatto le pippe, in confronto.

Mi sono fermata su Lolita. E non avrei dovuto farlo.

Lolita è un film che ho consumato, con la pelle e con la pancia, quando ero appena adolescente e attraverso lo sguardo immenso di Jeremy Irons ho forgiato la mia conclamata gerontofilia.

L’ho guardato. E riguardato. E riguardato. L’avevo registrato su una vecchia VHS, sopra un altro film, che era stato registrato sopra un altro film, che era stato registrato sopra un altro film.

Ho rivisto Lolita e ho avuto di nuovo 15 anni.

Ho amato di nuovo Humbert, ho desiderato di nuovo qualcosa di mostruoso e meraviglioso da vivere, ho pianto di nuovo per la sua mediocrità, per la sua debolezza, per il suo egoismo feroce, per tutto il male che le ha fatto. Ho pianto di nuovo per quegli amori che nascono storti, come le erbacce cattive, dove non dovrebbero crescere. Ho pianto di nuovo per quelli a cui capita di desiderare ciò che non dovrebbero, di sentirsi vivi nel peccato, fuori dalla misericordia di tutto ciò che è normale, o accettabile. Sono stata di nuovo lei, smorfiosa e inconsapevole. Sono stata lui, patetico e miserabile. Sono stata le loro urla strazianti, le loro risate contaminate di amarezza, sono stata di nuovo quel peccato inesorabile, quell’incontro di disperazioni, quella follia cieca, quel desiderio iperbolico di amare qualcuno danneggiandolo.

Ho ricordato com’ero, 12 anni fa, quando guardavo questo film. Ho ricordato quanta ansia di vita e di errori avessi. Ho ricordato quanto amore mi impegnassi a dare, e quanto dolore fossi capace di provare, e quanto riuscissi a sublimare il mio struggimento, come se proprio quello mi rendesse più viva che mai. Che non mi poteva bastare, limonare alla Villa Comunale, a me, per sentirmi viva.

Ho ricordato quanto, stando insieme al mio cazzetto 18enne,  invocassi il mio amore, devastante e morboso, consapevole del fatto che il mondo l’avesse per certo in serbo per me. Ho ricordato che Jeremy Irons mi sembrava bellobellissimo. Ho ricordato com’ero e ho sentito ancora esistere, schiacciata sotto il peso di una vita oppiacea e impegnatissima che non lascia spazio ai sentimentalismi, piccolissima, quella 15enne, in me, nascosta, tra il fegato e qualcosa di anatomicamente attiguo.

Ho ricordato com’era drammatico e rassicurante, pensare di poter amare qualcuno nella negazione, nel non poterlo avere, nel desiderarlo più di qualunque altra cosa al mondo e sentire le fitte nel ventre all’idea di non poter essere al suo fianco, per sempre. Perché allora ci si credeva al per sempre, cazzo se ci si credeva. E si credeva pure, allora, che Lui sarebbe rimasto per sempre Lui.

Ho rivisto Lolita. E non avrei dovuto.

Perché attraverso la loro storia, la loro pazzia, la loro colpa, ho rivisto me stessa. Ho pianto per quella prontezza d’amore che non ho più, per il coraggio di perdere l’equilibrio che ho smarrito. Ho pianto per gli errori meravigliosi e tremendi che ho fatto. Ho pianto per paura di non farli mai più.

Ho pianto. Poco. Perché non so più piangere tanto. Con grande compostazza. Senza smorfie.

Ho pianto con le lacrime che venivano giù, da sole. Taciturne. E adulte.

Ho deciso che devo averlo il dvd di Lolita, nella mia colonna dei dvd.

Devo averlo perché si può dire che quel film abbia parzialmente deviato la mia percezione delle relazioni, del giusto, dello sbagliato. Devo averlo perché mi sono accorta che dentro c’è la memoria di troppe cose.

Devo averlo per quando ho bisogno di piangere e non ci riesco.

Devo averlo per ricordarmi quanto ero appassionata, dieci anni fa.

Anche se, tutto sommato, c’è da dire che ieri era il mio PorcoCanePrimoGiornoDiCiclo

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Io a Sara Tommasi ci voglio bene

Se Madame Bovary fosse cresciuta guardando Non è la Rai, sarebbe diventata Sara Tommasi. 

Non è semplice scrivere questo post. Non è semplice per innumerevoli ragioni. Innanzitutto, la Vagina arriva in ritardo, la “giovane” ternana è stata l’argomento più chiacchierato del web degli ultimi 10 giorni quindi sì, tutto è stato già detto e già scritto (sebbene io abbia cercato di non leggere molto per conservarmi quanto più possibile scevra da “pregiudizi”). In secondo luogo, parlare male di Sara Tommasi è un gesto assai più spregevole che sparare sulla Croce Rossa, che regalare una Sacher Torte a Marisa Laurito, che togliere i bigodini a Valerio Scanu.

Il motivo di tanto chiacchiericcio, è noto, è stato l’uscita del primo hard movie interpretato dalla nostra eroina, abilmente anticipato da un video teaser in cui la Tommasi diceva cose come “Godo, godo come una porca, sono una zoccola” che se l’avesse detto Puffetta sarebbe stata assai più credibile. Ad alimentare il buzz prima della release, alcune micidiali dichiarazioni della neo-pornoattrice, di cui quella più degna di nota è relativa a un fantomatico rapimento alieno, con innesto di microchip per diffondere l’amore nel mondo.

Sara le spara, insomma. Le spara grosse, sempre più grosse, come quel vecchietto che sosteneva che una prostituta marocchina fosse la nipote del presidente egiziano, per intenderci. E tutti ne parlano, tutti, persino l’home page di corriere.it sacrifica la vicenda del drammatico divorzio tra due tartarughe giganti centenarie, per dare spazio a Sara. Mentre sui social impazzano articoli in cui il Rocco Nazionale boccia  apertamente il film, dichiarando che queste produzioni fanno solo male al porno. E noi tutti, del resto, teniamo alla salute del porno.

Sovraesposta a questi numerosissimi stimoli, ho deciso che questo ”La mia prima volta” o “Sara contro tutti” o quelcheminchialè, andava visto. E, per l’appunto, l’ho visto. E, in effetti, è un abominio. Nessun cazzetto, anche marginalmente sano, potrebbe o dovrebbe avere un’erezione guardandolo. Se ce l’ha, l’erezione, si vede che è un potenziale stupratore, una specie di pederasta o un necrofilo latente. Sara è talmente rigida – quando non disgustata o completamente assente – che, ad avercelo, consiglierei di più la visione di un sex-tape di Mara Maionchi. Per non parlare della putrida colonna sonora e delle location, talmente squallide da far pensare che sia naturalmente voluto, per rendere il tutto ancora più grottesco. Senza tralasciare i gemiti montati sopra, ad minchiam, che se ne vanno per cazzi loro rispetto al labiale di Sara che evidentemente non è in sé (da almeno 20 anni).

In sostanza, questo sub-porno è talmente orrendo che persino Telecapri potrebbe rifiutarsi di mandarlo in onda a notte fonda (sebbene io abbia scoperto che – invece – sarà programmato da Sky Hot Club, con mio sommo sbigottimento).

Devo però anche dire che, vedendo questo mostruoso film, ho capito molte cose (fermo restando che sono ancora convinta che sarebbe socialmente auspicabile chiudere le Tube di Falloppio di Sara Tommasi e che vorrei il numero del suo pusher).

Ho capito definitivamente che non si può usare il rasoio sul pube, che la pelle si irrita assai. Ho capito com’è un pompino fatto veramente ma veramente male. Ho capito che tutte le mamme di figlie femmine questo video dovrebbero guardarlo e pensare che se non le crescono bene, questo è ciò che potrebbe succedere. Ho capito che la storia di Sara Tommasi è molto più della storia di una delle tante troie dozzinali che popolano questo paese. Nossignori. Sara Tommasi è sì un caso umano (alla stregua di Gemma del Sud, solo che, a differenza di Gemma, è figa), ma la sua storia, che è una squallida parabola, è anche la sintesi perfetta della cultura dell’ignoranza italiana degli ultimi 20 anni.

Ho capito che questa ragazza è profondamente sola. E non mi stupisce, che lo sia. Sola, intendo. Perché è stupida. Perché è vuota. Perché non sa fare niente. Perché è niente. Come tutti ma molto più di tutti, perché sul suo niente ci sono i riflettori accesi. Riflettori desiderati, voluti, perseguiti al limite della patologia. E, sotto il fascio di luce, noi tutti guardiamo, sapendo in anticipo che il nostro sguardo si poserà su qualcosa di fortemente puerile. Eppure, bisogna dargliene atto, Sara riesce a sorprenderci, a essere peggiore di quanto potessimo immaginare. E ci infastidisce, perché proprio quando eravamo convinti che non esistesse una donna più idiota di Flavia Vento siamo obbligati a riconsiderare le nostre posizioni. Sara ci colpisce perché è sempre più gratuitamente negativa, perché è insignificante, perché forza sempre di più la linea dell’umana decenza. Eppure, nessuno smette di parlarne perché, forse, nella sua miseria, è un caso paradigmatico.

Quello di Sara è un urlo senza voce e senza contenuto. E’ il dramma generazionale di chi non può vivere una vita “normale”, di chi deve arrivare, essere qualcosa, qualunque cosa, di chi non ha mai imparato cosa sia la dignità.

Quello di Sara è un tentativo disperato di esserci e di sconvolgere, del tutto privo del fascino della depravazione, della ribellione, della provocazione. Si tratta di una disperazione in assenza di anima. Sara è l’incarnazione dello spirito del nostro tempo, è il vuoto per il vuoto, portato all’eccesso più estremo. Sara ha qualcosa di rock senza essere rock. E’ un’icona senza saperlo essere. Potrebbe diventare una faccia stampata su una t-shirt. Potrebbe morire tra un mese in una lussuosa camera d’albergo, mentre strafatta si taglia via il clitoride con il venus di gillette rasandosi la patonza e, forse, a quel punto, qualcuno inizierebbe a porsi le domande giuste, su questa ragazza così straordinariamente brutta dentro e graziosa fuori, così magistralmente priva di qualunque afflato positivo possa esistere in una vagina.

Io, per esempio, mi chiedo dove sia la famiglia di Sara. Mi chiedo dove sia quel padre che le ha pagato la retta alla Bocconi e che accetta l’idea che sua figlia si scopi Alfonso Luigi Marra. Mi chiedo dove sia quella madre che guarda la propria figlia raschiare un fondo che non è mai abbastanza fondo. Mi chiedo dove siano l’amica con la quale si confidava nei pomeriggi d’estate, l’amico con cui si fumava le prime canne da ragazzina, l’ex fidanzato che non ha mai smesso di volerle bene. Anche ponendo il caso che Sara sia, come si definisce, una zoccola e che si sia scopata lo zio, il nonno, i fidanzati delle sue amiche, che abbia tradito tutti i suoi ex, ponendo anche tutti questi casi paradossali, perché non esiste nessuno che a questa donna voglia bene abbastanza da aiutarla?

Sì, è vero. Probabilmente è tardi. Probabilmente Sara è destinata a continuare ad essere per sempre una brutta copia, un tentativo fallito, la stupida manipolazione di qualche pappone. Probabilmente Sara resterà lì, nei confini inconsapevoli della sua poetica del niente, troppo sciocca anche per contemplare l’ipotesi di un’uscita di scena in grande stile.

Io non lo so. E non essendo Alessandro Meluzzi – cosa di cui sarò per sempre grata a dio – non voglio sperticarmi in ipotesi e illazioni. Ciò che so è che questa è una donna sola. E brutta.  E più si imbruttisce, più si isola. So che in lei non c’è gioia e non c’è nemmeno la più piccola traccia di quel godimento, di quella libidine che millanta di amare (come, del resto, millanta di saper succhiare) e, in confronto, Paris Hilton sembra una dea. Ed è proprio la tristezza di Sara, la sua mediocrità, la sua debolezza, la sua solitudine sterile a farmi pensare che qualcuno dovrebbe volerle bene e aiutarla. E se ciò mi fa suonare moralista, sticazzi, è quel che penso. E no, non provo pena, non provo compassione per lei, che sono sentimenti da destinare a chi ha problemi molto più seri.

Vanity ha detto che ridere di lei è come ridere di un cieco o di uno storpio. Vice ha detto che dopo Charles Manson, Sara è la migliore approssimazione all’anticristo. Alcuni hanno detto anche che il film rappresenta un esempio di circonvenzione di incapace, che ad essere onesta io nemmeno sapevo cosa significasse “circonvenzione” e – pur intuendolo – ho deciso di andarmelo a cercare sul dizionario.

Va bene tutto ma ciò che mi chiedo, in più, è come tutti possano dimenticare che dietro questa pantomima, dietro questo caso mediatico fine a se stesso, dietro l’inutilità di questa mercificazione, ci sia una persona. Mi chiedo come si possa stare inerti a guardare la deriva umana, squisitamente contemporanea, di questo animale umano cresciuto tra reality show, festini e protesi al seno. Senza muovere un dito. Come fosse una recita. Senza il sospetto che, in fondo, almeno una cosa vera ci sia: il malessere di una donna troppo stupida, troppo emotivamente invalida, per aiutarsi da sola.

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Di cazzetti e Frocismi

Io e Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, non abbiamo mai avuto gli stessi gusti in fatto di cazzetti.

Ad eccezione di un paio di miei ex, che lui avrebbe molestato piuttosto volentieri, non siamo mai stati allineati su questo, al punto che se c’è qualcuno che mi garba, ci tengo a mostrarglielo – anche solo in foto – per avere conferma che a lui non piaccia e che la terra giri intorno al sole.

E’ che diamo proprio importanza a cose diverse. Io bado alla dialettica, lui ai muscoli. Io voglio che mi facciano ridere, lui vuole che siano tonici. Io mi chiedo se abbiano visto l’ultimo film di Lars Von Trier, lui se abbiano sentito l’ultimo singolo di Lady Gaga. Non che con questo io voglia dipingere Frecciagrossa come una frocia qualsiasi, sia chiaro. Sebbene egli dichiari di essere cresciuto con i Power Rangers, resta una delle persone più brillanti che io abbia mai conosciuto. Il ché potrebbe sembrare bizzarro, ma è vero.

Questa nostra discrepanza nei gusti ha raggiunto manifestazioni eclatanti quando gli ho passato le due serie di Romanzo Criminale che, per me, è una specie di vangelo, che conosco a memoria, che cito, che mi intrippa morbosamente e storiograficamente da un par d’anni.

Prima che qualche educatore dell’ACR insorga per dirmi che quelli lì erano dei banditi e che hanno fatto un sacco di male azioni, vorrei puntualizzare che sono una spettatrice adulta e che, nella profonda consapevolezza della differenza che intercorre tra fiction e realtà, mi sento libera di lanciarmi nell’apologia della più bella serie tv italiana mai realizzata, seconda solo a Elisa di Rivombrosa di Cinzia TH Torrini, che mi sono sempre chiesta come si dirà, in realtà, quel TH che noi diciamo “tiacca” ma che, secondo me, è più il “th” con la lingua in mezzo ai denti che ha ossessionato generazioni di docenti di lingue e di studenti. Ma questa è un’altra storia.

Ora, al di là della qualità indiscussa di Romanzo Criminale in sé, su cui persone ben più illustri di me si sono già ampiamente espresse (come la mia anima gemella Aldo Grasso), ecco al di là di questo quella è una serie piena di masculi cattivi, tossici, rozzi e scapestrati. Praticamente il sogno vaginale per eccellenza. E io, quel sogno, l’ho sposato appieno, cimentandomi in ardimentose fantasie erotiche con la banda, specificatamente con i 3 boss perché, naturalmente, anche se regnava la stecca para pe tutti, come il Libanese, il Freddo e il Dandi, nessuno mai. Ecco. E mentre io ero lì a sfregarmi le mani nell’attesa di poter condividere con Frecciagrossa le mie fantasie, di gruppo e one-to-one (al Libanese ci sto davanti, al Dandi ci sto sopra e al Freddo ci sto sotto – per non dire “pecora”, “stutacandela” e “missionaria”), l’amico mio si guardava la serie e coltivava una passione insensata per Scialoja. Quando me l’ha detto ci sono rimasta male, ma male, ma male. Poi mi sono anche un po’ indignata, perché no, capisco che sia l’attore più fico del cast, ma no, no, no, lo sbirro no! A dirla tutta, il mio preferito è il Dandi, perché è il più controverso, il più contemporaneo, il più lucido, il più stronzo. E Frecciagrossa mi ha risposto che no, “non dirmi il Dandi, il Dandi non si può vedere proprio”.

Ero ormai definitivamente arresa all’evidenza che io e Frecciagrossa non avremmo condiviso mai la medesima passione per un homo sapiens, fino a quando, una settimanella fa, mentre eravamo al telefono a parlare mas o menos di cazzetti nel tentativo di scacciar via la mia paranoia domenicale, siamo riusciti a trovare il nostro punto d’incontro, il compromesso tra le mie istanze e le sue, fattosi materia nelle carni di una specie di Lorenzo Lamas de noartri, che chiameremo Renegade per comodità.

Renegade è  un musicista, amico di un nostro amico musicista. Numerose estati orsono io ho vissuto un’interessante e dichiarata (nel senso che lo sa mezza Taranto, tranne probabilmente lui) fascinazione per il soggetto in questione, nata così, per caso, in un’estate in cui non volevo niente. In una di quelle notti che passavamo seduti sulla sabbia umida bevendo birra raffo, con i capelli che s’increspavano di umidità e la pelle tesa dal sole della giornata. In una di quelle notti in cui ci sentivamo le persone giuste, al posto giusto, alla Baia del Pescatore che, illuminata solo dalla luna di agosto e dalle luci lontane della litoranea, era bellissima. Mentre di giorno era straordinariamente trash.

Io provai questa fascinazione per Renegade. Secondo molti ricambiata, secondo me manco per il cazzo. E la fascinazione fu così inaspettata e fresca che fui colta dal quel fenomeno sconsiderato che certe vagine affrontano in talune fasi della vita, anche noto come “siccome mi piaci, non te la do“.

Mia spalla, in una serie di situazioni alla Il tempo delle Mele, Frecciagrossa, privilegiato auscultatore di avvincenti conversazioni tra Lorenzo Lamas e me, del tipo:

“Ma a te, come piace fare l’amore?”

“Dipende”

“Con me come ti piacerebbe?” (ho sempre avuto un gusto tremendo, in effetti)

Fino al giorno in cui non lo incontrai più e la mia passione si perse nel nulla. Miseramente, tra i sali di fine estate, nell’inizio di un nuovo autunno, in una nuova ripartenza per l’università. Negli anni successivi ci siamo di rado incrociati, di rado salutati, di rado abbiamo fatto finta di non vederci perché poi…non lo so perché. Per capirci, l’ultima volta che l’ho visto ero con il mio ex, che s’incazzò sostenendo che la presenza di Renegade mi avesse fatta arrossire.

Infine, negli anni successivi ho saputo che ha mandato i saluti alla mia amica gnocca e magra. E a me no. E ciò non si fa, alla Vagina.

Resta il fatto, però, che a me piace avercelo lì, catalogato nella mia memoria vaginale, a ricordarmi che sono stata pudica anche io.

Tanto più da quando è diventato la prova epistemologica del fatto che, almeno una volta nella vita, io e Frecciagrossa abbiamo desiderato ardentemente lo stesso cazzetto.

Tanto più da quando vedere vecchie fotografie in cui Frecciagrossa gli stava più alle calcagna di me, e sentirlo argomentare su dove gli avrebbe messo le mani, mi fa morire dal ridere.

Persino di domenica.

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Cinefilia Vaginale – The Descendants

Mi arrendo. Ci sono cose che sfuggono alla mia capacità di comprensione.
E, mi dicono, non ne ho nemmeno molta.
Tra le cose che mi causano ipertrofia mentale nel disperato tentativo di spiegarmele, c’è la vagina-insensatamente-stakanovista, detto da una che ha lavorato spesso e volentieri fino alle 21, anche al sabato e alla domenica, non per demenza o lentezza ma per quella congenita condizione di “understaff” in cui vive la giovane pierre-per-sbaglio, combinata con una patologica dipendenza dal complimento (anche nota come la sindrome del “mi piace sentirmi dire brava“).
Però ecco, io dico: se sei malata, se sei un agglomerato di bacilli e batteri – magari anche di pustole infettive – cosa minchia vieni a fare in ufficio? Ad espletare la tua funzione anti-sociale di untrice pestilenziale?
No, famme capì. No, perché magari a te te pare pure normale che io devo ascoltarti per tutta la mattina mentre te strozzi e l’anima te se condensa sotto forma di catarro, pronta a fiondarsi nel mondo. Però a me un pochino me disturba. Sai, non sono per la condivisione virale, non nel senso letterale, non nel mondo reale, ecco. E allora, se sei malata, stattene a casa. Così tu guarisci e io non devo tollerarti/compatirti dissimulando le espressioni disgustate che sfuggono all’auto-controllo dei miei muscoli facciali ed emergono, infingarde, sul mio viso. Rendendo dunque palese il mio essere una stronza.
Detto ciò, oggi devo scrivere del film che ho visto ieri sera. Non è che io abbia velleità da critica cinematografica. O meglio, ho smesso di averne quando a 12 anni la Vagina Maestra mi ha detto “scegliti un mestiere normale”. Se avesse immaginato che sarei finita a fare la pierre-per-sbaglio, forse m’avrebbe incoraggiata di più. Dicevo, devo scrivere del film che ho visto ieri, perché m’è piaciuto un sacco e quando vedo un film che me piace un sacco io devo vomitare addosso al mio compagno tutte le mie profondissime e acutissime riflessioni. In assenza di un compagno, le vomiterò qui. Perché stare assieme al proprio blog non è mica così male. Vojo dì, è un tipo accondiscendente e compiacente, il blog.
Ieri sera ho visto in anteprima The DescendantsParadiso Amaro in italiano, l’ultimo film con George Clooney che ha fatto incetta di Golden Globe ed è candidato a 5 Premi Oscar.

The Descendants è un bellissimo film per chi, come me, è un fedelissimo della narrazione, della trama, della recitazione, di quel genere di cinema che spontaneamente diventa arte, raccontando i nostri limiti umani e approssimandoli a una sorta di poesia, squisita e naturale.

The Descendants è un bellissimo film perché fin dai primi minuti è capace di far sorridere e di commuovere.

The Descendants è un bellissimo film perché ci presenta un dramma senza mai essere patetico. Perché, attraverso i toni di una favola invertita, riesce a farci sorridere più e più volte, con una carellata di meravigliosi personaggi, tutti straordinariamente caratterizzati, e una sceneggiatura indiscutibilmente brillante – ma senza forzature – che solleva lo spirito, che allenta la tensione. Che poi è ciò che spesso tocca fare, anche nella vita vera.

The Descendants racconta la storia della famiglia King: ricchissimi, belli, abitanti di un mondo alieno, fatto di mare blu, di vegetazione lussureggiante, di tramonti sulle spiagge hawaiane. Ma anche di incidenti, ospedali, tradimenti e difficoltà. Ed ecco che la dicotomia tra il paradiso e il dramma, ci avvicina così tanto alla vicenda, da permetterci un’immedesimazione quasi totale, inconsueta, in una storia lontanissima eppure incredibilmente vicina, così vicina da averla in qualche misura già vissuta.
L’interpretazione di George Clooney è ottima. Lo scopriamo maturo, mai ridondante, assolutamente convincente. E con lui tutti gli altri: la piccola e adorabile Scottie e la diciassettenne e ribelle Alexandra, che s’accompagna a Sid, il giovane e sempre-d’erba-fornito amico, sorprendentemente capace di commuovere, d’un tratto, in un dialogo notturno con Mr. King.
La fotografia è più descrittiva  che interpretativa, la regia sposa le imponenti esigenze della narrazione – indugiando solo a volte sui tempi, che avrebbero potuto essere leggermente più solleciti – conducendoci alla fine, al termine, alla scelta di salvare il Paradiso, di far sì che ci sopravviva, che ci trascenda, che arrivi a chi amiamo.
Complessivamente il punto più forte del film è la capacità di toccare contemporaneamente le principali sfere emotive dello spettatore, chiamandolo all’appello come figlio, come genitore, come amante, come compagno e l’efficacia di tutta l’architettura narrativa consiste proprio nella convinzione che, in almeno uno dei 4 ruoli, chiunque di noi possa immedesimarsi. In almeno uno.
The Descendants è un film bellissimo. Senza pathos e senza buonismo.
The Descendants è un film bellissimo ed è giusto vederlo.
Io me so trattenuta. Me so trattenuta. Me so trattenuta.
E alla fine, me so commossa.
Come sempre avviene in questi casi, me so asciugata 3 lacrime, ho tirato un po’ su col naso e ho fatto la disinvola.
Come se nulla fosse successo.

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