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VAGINIGHT (e non è una malattia)

Ok. I tempi sono maturi.

Dunque, faccio un annuncio formale. No, niente di grave. Non ho trovato un uomo che mi adori grassa e rompicojoni come sono. No. Si tratta di altro.

Aehm! Coff. Prova. Sssa. Sssa.

Bene. Veniamo al dunque:

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In pratica:

Memorie di una Vagina (cioè io) e LILA Milano ONLUS (cioè la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’Aids) invitano la gentile audience (cioè voi) alla

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Soirée con Asta Benefica di Sex Toys 

(cioè vendiamo cazzi di gomma, lubrificanti, preservativi, palline e ovetti per tutti i gusti e devolviamo in beneficienza il ricavato)

e a seguire dancefloor 

(cioè chi si sbronza abbastanza può restare a ballare Maledetta Primavera di Loretta Goggi senza sentirsi giudicato)

Giovedì 9 Maggio - dalle ore 19.30

(cioè venite direttamente dal lavoro)

Presso MAISON MILANO in via  Montegani 68 (cioè un locale molto fico)

Ingresso €12 per drink, buffet, live show 

Hashtag della serata #VagiNight

Mò copioincollo il comunicato stampa. Che lì c’è scritto tutto precisopreciso.

COMUNICATO STAMPA

Il 9 maggio, a partire dalle ore 19.30, presso la Maison Milano, si terrà la VagiNight, la serata organizzata dal blog Memorie di una Vagina, in collaborazione con la Fondazione LILA Milano ONLUS, e sponsorizzata da Condomia.it.

L’aperitivo sarà accompagnato dall’imperdibile asta benefica di sex toys battuta da La Cesira, all’anagrafe Eraldo Moretto, popolarissima Drag Queen del panorama meneghino e non solo.  A seguire, serata danzante.

Un evento che sposa charity ed entertainment, promuovendo una cultura ludica, sana e intelligente del sesso, vissuto con libertà e con consapevolezza. Dai lubrificanti agli ultimi ritrovati di ingegneria erotica, passando per le confezioni da 144 condom, gli ospiti potranno concorrere all’acquisto del proprio sex toy preferito. Per tutti i gusti e per tutte le disponibilità, i prodotti forniti da Condomia.it saranno messi all’asta al fine di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione LILA Milano ONLUS, che da anni si impegna a sensibilizzare e a prevenire la diffusione del virus HIV, oltre che a fornire assistenza e tutela alle persone con HIV o AIDS.

Per coloro che non riuscissero a “conquistare” i prodotti messi all’asta ma volessero comunque fornire un contributo benefico saranno, inoltre, in vendita i VagiKit, contenenti materiale informativo, gadget e deal a tema, disponibili a partire da un’offerta base di 8 euro.

“Abbiamo deciso di essere parte di questa iniziativa così originale – afferma Massimo Oldrini, Presidente di LILA Milano – perché rappresenta un’utilissima occasione per parlare, soprattutto alle donne, di sesso e prevenzione proprio nello stile che ci caratterizza. È necessario infatti, in Italia soprattutto, ricominciare a ragionare seriamente sulla tematica dell’HIV declinata al femminile. Lo dicono i numeri e l’esperienza lunga 25 anni dell’associazione: le donne sono più esposte degli uomini al rischio di contrarre l’HIV ma, paradossalmente, paiono informarsi di meno. Una tendenza da invertire, obiettivo che LILA sta perseguendo con grande impegno. Quindi voglio esprimere un sentito ringraziamento a Memorie di una Vagina che, grazie ai fondi raccolti in questa serata, ci aiuterà a portare avanti il lavoro di informazione e prevenzione in favore delle donne”.

***

L’appuntamento è fissato per il 9 maggio, dalle 19.30,

nella deliziosa cornice della Maison Milano.

E per seguire l’evento in live twitting, l’hashtag della serata sarà #VagiNight

***

Ecco, io ve l’ho detto. Ora ce lo sapete, che c’è questa serata…

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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

taranto

E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Terroni a Milano

Il mio amico Tarallino, quello di bassa statura fisica e grande caratura sarcastica, si è appena trasferito a Milano, la grande città, per fare uno stage.

Sicché, timidamente, ingenuamente, romanticamente, mi ha chiesto: “Cosa devo sapere di Milano?”

A quel punto ho pensato di stilargli un piccolo vademecum del terrone emigrante, aspirante cittadino milanese, dicendogli quelle chicche che a me non ha mai detto nessuno e che ho dovuto imparare in 4 lunghi anni di etnometodologia applicata alla società milanese, perché le vere cose da sapere di Milano e della sua folkloristica fauna non sono il costo dell’abbonamento dell’atc, bensì:

1. Usare il taxi non è peccato mortaleil terrone fa una fatica atroce a eliminare il senso di colpa derivato dall’idea di tornare a casa in taxi. La ricca tradizione mitologica terrona, tramandata per lo più in forma orale dai tempi di Omero in poi, narra le epiche vicende di uomini straordinari che hanno percorso l’intera circonvallazione esterna in 91 alle 3 di notte pur di non fruire del comodissimo radio taxi 024040, che sarebbe costato loro l’intero regno.  Ma ciò è una falsità. A Milano ci sono situazioni in cui è più sensato rinunciare a una pizza che a un taxi e questa è una dura verità con la quale il terrone trapiantato prima o poi dovrà fare i conti.

2. Il sushigiovane terrone che arrivi a Milano, ti hanno raccontato che il tuo più grande incubo in questa città sarebbe stato la nebbia. Sbagliato. Scoprirai, piuttosto, che la tua più profonda angoscia diventerà il sushi. Sarai obbligato a sperimentarlo entro i primi 10 giorni dal tuo trasferimento, perché di fatto a Milano andare a cena fuori vuol dire 8 volte su 10 andare a mangiare sushi. Quando lo avrai assaggiato dovrai scegliere se fingere che ti piaccia, abdicando a tutta la tradizione gastronomica che ha formato il tuo gusto e ti ha cresciuto a forza di cozze arracanate, con il nobile intento di integrarti nella società milanese; oppure potrai essere sincero e dire che il sushi ti fa cagare. Sappi, però, che nel secondo caso, sarai condannato all’emarginazione sociale. Il gruppo ti vivrà come un disadattato o, comunque, come un sempliciotto retrogrado incapace di godere della squisitezza di un sofisticatissimo pesce crudo di dubbia provenienza, magnato con riso allesso.  La vicenda del sushi, mio caro terrone, è paradigmatica di tutto il processo di integrazione nel cosmopolitismo milanese: talvolta sarai obbligato a fingere, talvolta sarai obbligato ad adattarti, talvolta sarai obbligato a emerginarti per autoconservarti.

3. Il francesismo: non è fondamentale conoscere la lingua nel dettaglio. Ciò che costituirà una marcia in più, sarà la conoscenza di un medio repertorio di parole ed espressioni idiomatiche francesi. Il francesismo, assolutamente gratuito, è un indiscusso discrimine tra fighi e loser. Il terrone che arriva a Milano magari si sente anche piuttosto evoluto perché conosce vocaboli come “pedissequamente” e ha una discreta dimestichezza con l’inglese, ma ciò non lo aiuterà nel momento di massima difficoltà, quando il  milanese (vero o fasullo che sia) si definirà tranchant in merito al battage che si è creato sull’allure della serata Veuve Cliquot , che risultava un po’ troppo agèe, organizzata nello spazio en plein air alla maison di sticazzì. Il terrone, a quel punto, dovrà soltanto annuire e condividere, senza mostrare di non aver capito checcazzo abbia detto l’interlocutore.

4. L’inglesismo: parimenti importante, anche se di estrazione diversa, è l’inglesismo. Professionalmente non hai possibilità di sopravvivenza e non sono ammesse forme di dissidenza linguistica. Se vuoi essere figo devi imparare tutti i fondamentali dell’aziendalese e aggiornarti costantemente, perché ogni giorno emergono nuovi neologismi. Quando sarai a uno stadio avanzato, poi, ti scoprirai persino a inventarli tu stesso, i neologismi. E li inserirai nelle presentazioni powerpoint, serenamente, tanto nessuno lo saprà che è semplicemente una tua invenzione. Per iniziare, tuttavia, ripeti a casa davanti allo specchio, senza sentirti ridicolo: briefing, meeting, feedback, redemption, report, engagement, benchmarking, highlight, slide, brain storming, naming, management, leader, project, awareness, positioning, eccetera.

5. Piumino vs cappottoil clima milanese fa schifo: caldo boia d’estate e freddo porco d’inverno. Te ne accorgerai, caro amico terrone. Ciò che ti colpirà, tuttavia, sarà notare come i milanesi per via di una straordinaria mutazione genetica siano capaci di sopravvivere ai mesi più rigidi della stagione fredda in cappotto. Per cui tu, terrone, figlio di mamma terrona, che al liceo ti mandava a scuola con addosso un piumone caleffi dotato di maniche, perché c’era un atroce inverno di 14°, capisci che non sei competitivo. Tu, terrone, non puoi farcela proprio fisicamente a sopravvivere all’inverno indossando il cappotto, proprio non puoi, tu devi indossare la fottutissima piuma d’oca e raccontartela che però, sai, ci sono dei piumini che sono anche molto belli, se ci pensi.

6. Il semaforo gialloil semaforo milanese è diverso dal semaforo terrone. Ci tengo a dirtelo perché non voglio che tu ti imbottisca di multe alla prima volta che guiderai qui. Al sud, notoriamente, quando noi vediamo il semaforo giallo, acceleriamo. Trattasi di un riflesso assolutamente incondizionato, il cui messaggio sotteso non è “attenzione, rallenta, sta per scattare il rosso” quanto piuttosto “mena, muoviti, che mò scatta il rosso”. Ecco, no. A Milano quando il semaforo è giallo, si rallenta. Perché qui il giallo dura poco e sopra il semaforo c’è una telecamerina funzionante pronta a coglierti in flagrante. E tutto sommato se pensi che poi i soldi delle tue multe diventano vacanze per Formigoni, anche no.

7. I loghi: caro amico terrone, ti saranno sufficienti pochi giorni a Milano per capire che quelli che hai sempre considerato dei fighetti e delle fighette nella tua città, quelli che andavano in giro ricoperti di loghi D&G, Blauer, Refrigiwear, Fendi, Prada, Richmond, Burberry, Dior, Armani, Armani Jeans, non sono fighetti. Sono tamarri o provinciali. A Milano i fighi indossano la griffe, senza ostentarla e sono intercettati da persone parimenti fighe, che riconoscono la griffe, senza leggerla. E’ una specie di scrematura naturale o di selezione sociale silenziosa, per cui simile va con simile. Noi comuni mortali possiamo limitarci a comprendere queste dinamiche e a schifare i coatti che indossano loghi giganteschi, credendosi molto gagliardi.

8. Essere Bionoterai che qui, nella città più artificiale d’Italia, c’è una grande attenzione alla naturalezza. Qui, più che mai, bio è bello, bio è buono, bio è fico. Non stupirti, dunque, caro amico terrone, quando qualcuno ti proporrà l’acquisto di un cavolfiore a chilometro zero, che ti costerà 40 euro.

9. No politica: Milano è una città in cui, amico terrone, non devi mai cercare il confronto politico con le persone che conosci. Nel caso tu lo facessi, sappi che ti esporrai al grandissimo rischio di scoprire che tutti hanno, come minimo, dei discutibili trascorsi di destra più o meno estrema, se non direttamente la foto di Maroni in costume adamitico sul comodino. Per contro, non è necessario che ti dichiari di sinistra. Potranno presumere il tuo orientamento dal fatto che sei più povero di loro

10. Informazioneè fondamentale, a Milano, essere informati e ricorda sempre, mio caro, che il primo organo di divulgazione scientifica è Vanity Fair, mentre l’agenda mediatica degli argomenti più discussi della società italiana è dettata da Real Time.

11. Il milanese e Milanodi tanto in tanto ti capiterà di incontrare dei milanesi che parleranno in termini entusiastici di Milano. Il ché non farebbe una piega, se si limitassero a dire cose sull’efficienza della città, sugli eventi, sulle mostre. Il problema è che poi, a un certo punto, iniziano a dire che è bella. Questo per i primi 2 anni ti apparirà del tutto incomprensibile. Successivamente inizierai anche tu a cogliere una specie di bellezza burbera in questa città, che certi palazzi hanno dei bei cortili, per esempio, e che certi scorci, all’equinozio di primavera, sono suggestivi, e poi c’hanno delle vetrine paura, qui, in effetti. Ma quando inizierai a vederla così, sarà perché Milano t’avrà contagiato. Fino ad allora, comunque, sii accondiscendente con il milanese che ti parla dell’inconfutabile bellezza di Milano. Sii umano. Non nominargli altre 50 città italiane estremamente più belle e vivibilie non ricordargli quanto a Milano faccia cagare il clima, il cibo, l’aria che si respira, la società, il costo della vita, che qua ci veniamo tutti solo per lavorare e che la bellezza è una cosa altra di cui probabilmente ignora l’esistenza. Non farlo. Tu sii comprensivo.

12. Le multinazionalinel primo periodo in cui sarai a Milano, individui di varia estrazione umana e sociale ti parleranno di Unilever e Procter & Gamble. Tu non avrai idea di che minchia siano. Tranquillo. Significa che sei una persona normale. Poi vai a casa e cercalo online.

13. California Bakeryl’apice del tuo sforzo di integrazione sarà una domenica mattina, quando ti sveglierai per andare a fare un brunch al California Bakery. No, non pensare al ragù della mamma. Concentrati su quel sapore di internazionalità che vivi mentre ti abbotti di pancakes. Per la cronaca, amico, sappi che io a fare il brunch al California Bakery non ci sono andata mai.

14. Radio Deejaymettiamo le cose in chiaro da principio, sai cosa ci fai con tutta la filmografia di Lars Von Trier? Ti ci strichi. A Milano è molto più importante sapere chi sono La Pina e Diego, se non vuoi essere un parìa.

15. Ipocondria: noterai subito che ogni milanese soffre di qualcosa. Tutti hanno almeno una patologia, un’intolleranza, un’allergia. In realtà, però, non sono una razza diversa, rispetto a noi terroni. La differenza è che noi andiamo dal medico quando stiamo oggettivamente male, cioè, ma male. Loro no. Loro si fanno tipo i controlli e poi grazie ar cazzo che scoprono di avere delle cose che non vanno bene. Tu, anche in questo caso, assecondali e mostrati straordinariamente partecipe della drammaticità del loro reflusso gastrico.

16. La depressione culinaria: ti renderai conto del fatto che a Milano impera la magrezza. Ciò non dipende dal fatto che sono migliori di noi. Semplicemente, non conoscono il gusto per il cibo. Per loro il soffritto è la reincarnazione gastronomica dell’anticristo. Il piatto tipico è il risotto allo zafferano che capisci che noi non possiamo che trovare sconfortante una prospettiva del genere. Se sei fortunato la depressione culinaria ti indurrà a perdere peso. Se sei sfortunato, ti indurrà a ripiegare su cibo di fortuna e lieviterai.

16. Vacanze il mio topic preferito: le vacanze dei milanesi. Su questo argomento conviene sempre giocare d’anticipo. Ovvero, amico terrone, chiedilo tu, per primo, a loro, in quale angolo di mondo voleranno al primo ponte di 3 giorni. Così scoprirai, per esempio, che esistono persone che vanno in vacanza in Mongolia, nel Laos, in Vietnam e in tanti altri posti il cui nome non saprei riproporre e che comunque tu, come me, non saresti in grado di localizzare sul globo terracqueo. A quel punto, tu, userai molto meno entusiasmo nel dire che vai a trovare la tua amica a Londra. Come dire: sticazzi. Ciò che, però, ti consiglio di fare come contromossa è stressare (devi imparare anche “stressare” in effetti), all’occorrenza, la scelta del turismo nazionalista. Tu non vai in Malesia. Tu vai in Sicilia, che non puoi capire quanto è bella la Sicilia. E, di solito, questa cosa qui, come se tu il sud lo capissi davvero e riuscissi ad amarlo in un modo in cui loro non potranno mai, li induce a rispettare di più la tua posizione di povero pezzente del sud con la valigia di cartone.

Per ora mi sembra un buon inizio, amico terrone.

Inizia a lavorare su questi punti. Più avanti, magari, integreremo.

Cordialmente,

Vagina

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Viene prima la buttana o la gallina?

Io ho cercato di trattenermi.

Ho fatto finta di nulla, lo ammetto, quando lui ha iniziato a farsi delle gran chiacchiere con Rosita. Ho pensato, semplicemente, che il Marketing Mulino Bianco stesse tentando di riposizionare, alla bene e meglio, l’immagine del brand, rispetto a quel genere di réclame (che è un termine che trovo squisitamente vintage, réclame) buonista e populista a cui siamo sempre state abituate. Sempre. Proprio sempre. Fin dalla più tenera età.

La musica struggente. La voce narrante. Un replicante di Tornatore strafatto di Pan di Stelle alla regia. I buoni sentimenti. La famiglia, cazzo, la famiglia. La famiglia alla Mulino Bianco, che è diventato un banalissimo modo di dire e, cari signori del Mulino Bianco, questo è un successo che solo voi e pochi altri brand potete vantare. Non è mica roba da poco, insinuarsi nel sostrato dialettico di una popolazione, porchilmondo. E capisco che la vostra brand image fosse più antica della faccia di Emanuela Foliero, però, di grazia, quando fate per ammodernarvi, dovete pensarci.

Ora, premesso che mi pare un trend decisamente crescente, quello delle aziende, di propinarci dei manzi impossibili nelle pubblicità, perché evidentemente i principali luminari del marketing si sono accorti dell’esistenza del Vagina Power, ovvero uno stuolo di donne lavoratrici, single o accoppiate, che fanno la spesa e la carriera, che sono spender, come amano dire quelli che s’atteggiano, per cui, vivadio, hanno deciso di piantarci Brad Pitt nella sua magnificenza per venderci un profumo, oppure quel manzo illegale di Camille Lacourt per venderci una tariffa telefonica, ecco, il problema del Mulino Bianco è un altro.

Il problema è che il Mulino Bianco ci ha veicolato da sempre l’idea della casa, della mamma, della famiglia. Ci ha veicolato l’idea che i conservanti siano accettabili, se impacchettati con tanti valori rispettabili. Poi, immagino, un entourage di avveniristici pubblicitari, braccio a braccio con il board del Mulino, si è accorto che, in effetti, probabilmente, non esistono più le buone vecchie massaie di una volta, oppure che esistono ancora ma sono diminuite, rimpiazzate da una nutrita schiera di baldracche a buon mercato e quindi era necessario raggiungere il target femminile con un nuovo messaggio, più trasversale, più contemporaneo.

Daje su, che le donne ormai sono tutte disiniBBite, da dopo Sex and the City non si capisce più niente, avanti prendiamo un bel fico, uno di quelli capaci di mettere d’accordo la mamma e la figlia, la zia e la nonna, però un po’ in decadenza, tipo che a parte Almodovar non se lo caga più nessuno, che non è che c’avemo il budget de Avatar, ecco sì. Poi questo c’ha pure la moglie che è un cesso, quindi è ancora meglio, in definitiva raggiungibile, mica come Brad Pitt o Tom Cruise che continuano ad averci delle tope atomiche accanto. Ecco dunque, sì, Antonio Banderas! E’ lui il nostro uomo! Che poi è un brav’uomo, che è rimasto accanto alla sua Melanie senza neanche gettarla nel sacco giallo del riciclaggio plastica.

E allora sono partiti i primi spot dove il manzo datato chiacchierava con un oviparo di nome Rosita che va bene tutto, ma uno che parla con una gallina, in ogni caso, a me non sembra esattamente aspirazionale. Subito dopo hanno deciso di andarci giù duro e di far sproloquiare Banderas intorno alla bontà del suo Flauto, circondato da mamme 26enni, con la messa in piega perfetta, che, con la fede al dito, assaporano il Flauto del mugnaio (…).

Questo per non parlare delle sue “pagnotte sempre buone, sempre morbide” che, per immediata associazione vaginale, una pensa che poi le pagnotte, questione di tempo, si fanno dure, e il cerchio si chiude.

Fino al climax dello spot degli Abbracci, in cui lo vediamo ballare tutta la notte con questa specie di vagina compita, ma dai modi velatamente lascivi, che si ritrova, il mattino dopo, nel Mulino, con il nostro eroe della farina 00, ad addentare un Abbraccio con uno sguardo che giusto la Moana dei bei tempi. Probabilmente Banderas deve averle detto qualcosa come: “Vieni a vedere la mia collezione di biscotti?”

Su gentile segnalazione di Barbara

E allora no.

Signori del Mulino Bianco, forse state alzando un po’ troppo la bandiera.

Voi dovete capire che non potete bombardarci per un trentennio con un messaggio e poi metterci un manzo agée che diventa il sogno erotico di tutte le vagine della ridente campagna felliniana. Cioè, è come quando Calfort si è trasformato in Calgon, voglio dire, sono cose che minano il naturale decorso delle nostre esistenze. E lo so che all’estero è sempre stato Calgon ma qui, nella nostra Italietta, è sempre stato Calfort. Dico, siete matti. Non è che Coca Cola un giorno ha deciso di chiamarsi Popa Pola. Per esempio.

Inoltre, noi vagine non siamo identiche agli uomini che basta che ci piazzi due chiappe turgide e comprano  anche le azioni della Parmalat. Noi capiamo la differenza tra un Flauto del Mulino Bianco e la verga di Antonio Banderas, non so come dirvelo.

E, perdonate la franchezza, ma la vostra campagna è un po’ come se Suor Germana facesse il calendario di Max, o come se Wanna Marchi aprisse una Onlus.

Gentili signori del Mulino Bianco, noi siamo cresciute con voi, con i vostri gadget che erano antichi già 20 anni fa, e vi abbiamo voluto bene lo stesso. Vi abbiamo voluto bene perché ci avete fatto sognare che un modello di famiglia felice, nella sua fiabesca falsità, potesse esistere; perché, pur trovandovi stucchevoli, abbiamo sempre beneficiato della vostra plastificata rassicurazione. E adesso? E adesso mi fate intendere che la mamma aprirebbe le cosce al mugnaio?

Ennò. Eddaje. Essù. Essiate boni!

E permettetemi una domanda, signori del Mulino Bianco: secondo i vostri stra-pagati studi di marketing, cosa viene prima, la buttana o la gallina? Ovvero: è la pubblicità che segue l’evolversi della società (quindi noi siamo tutte sgualdrinelle da grande distribuzione), oppure è la società che risponde alle sollecitazioni pubblicitarie (quindi la vostra è una salutare incitazione al sesso farinaceo)? Quesiti esistenziali, lo so.

E comunque, io, dal mio retrogrado punto di vista vaginale, mentre rido dei vostri spot, continuo a pensare che una sfida creativa intelligente sarebbe stata raccontare le famiglie di oggi, con meno prosopopea, più autenticità, senza ammiccare e, soprattutto, intercettando nuove formule per farci sognare.

Farci sognare la famiglia, la casa, il senso di appartenenza.

Non una sveltina tra le balle di fieno col mugnaio.

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L’amore arriva quando meno te l’aspetti

“Scusa se t’ho fatta aspettare tesò, ma c’era una fila al cesso, che poi non capisco, c’erano 4 uomini in coda…ma che fine hanno fatto i maschi che pisciavano in mezzo alla strada?”

Su questo quesito esistenziale è iniziata la mia serata con indievagina.

Indievagina è la mia unica amica single e io la ringrazio e la benedico, per esserci, per essere single, per affrontare la vita così come l’affronta, per svegliarsi più tardi di me alla domenica, per cenare più tardi di me alla sera, per bere tanta birra quanta ne bevo io, forse anche di più.

Siamo andate al Mom, che è un posto dove la gente beve e parla, dentro la musica è quasi sempre accettabile e fuori c’è un grande olezzo d’erba, che giova sempre. Ci siamo arrivate bevendo una 3/4 di Menabrea, che camminare con una bottiglia in mano è una roba che mi fa sentire sempre troppo giovane, come quando ero a Bologna, e la serata si faceva così, tra Zamboni e Santo Stefano, tra Piazza Verdi e via delle Moline, dove l’odore di Bombocrepes si mischiava col puzzo di piscio sotto i portici, e la luce giallognola stemperava il rosso dei mattoni medievali.

Siamo arrivate al Mom e abbiamo preso il primo giro di birra.

E ci siamo appostate fuori dove, tracannando e fumando (perché abbiamo decretato che bere birra senza fumarci sopra è come un coito che s’interrompe sul più bello) ecco, tracannando birra e fumando abbiamo parlato della nostra quotidianità. Del fatto che lavoriamo troppo e che parliamo troppo di lavoro, che lavoriamo troppo e guadagniamo troppo poco, che non abbiamo il tempo per fare tutto quello che Milano permetterebbe di fare, che non abbiamo novità sentimentali tranne certi flirt improbabili, che non ci facciamo prendere dall’ansia, che no, alla psicosi del non-mi-innamorerò-mai-più-porco-mondo bisogna resistere, che ci sarà da stilare un piano quinquennale per resistere all’inverno, che si, naturalmente si potrebbe scopare, volendo, ma che ritrovarsi un EgoFrocio che guardandoti la patata dica qualcosa come “La prossima volta però ti depili proprio tutta”, cioè, anche no. Voglio dire, ma vai a cagare: il pube è mio e lo gestisco io, cosa credi, di stare dentro Le Età di Lulù?

Abbiamo parlato del fatto che siamo vagine metropolitane e che forse la poesia tornerà, o forse no. Ma nel mentre noi dobbiamo ascoltare tanta musica, e bere, e ballare, e cantare fino a graffiarci la gola.

E quando necessario, dobbiamo anche alienarci sul divano.

E abbiamo parlato di quanto odiamo quella roba lì, che laggente ti dice, quando sei single, come se non si rendesse conto di risultare insopportabile, un’incitazione alla violenza praticamente. Ecco, quando laggente ti dice: “Tranquilla (che poi, tranquilla cosa? Non mi pare di star avendo convulsioni), l’amore arriva quando meno te l’aspetti“.

Che tu vorresti sempre rispondere: “Egregio interlocutore della minchia, ma secondo te, se vivo in una società il cui intento principale è la parcellizzazione strategica della collettività in gruppi di 2 o di multipli di 2, se mi incammino verso i 30, se sono già in una fase della vita in cui risulta parzialmente stigmatizzante non avere un partner, che al di là delle sciocchezze sentimentali un partner fa sempre comodo, in quelle circostanze come cazzonesò, capodanno o le vacanze estive, ecco ma soprattutto, se non provo un brivido nel ventre da così tanto tempo che non sono nemmeno più sicura di averlo provato mai, ecco, di grazia, secondo te, gentile interlocutore della minchia, può esistere un momento in cui la Cenerentola che mi abita il deretano non si aspetti di trovare il cazzetto of her life tra i piedi?

Ti rispondo io: NO.

Non c’è.

Quella lì, Cenerentola del deretano, ce l’avemo tutte. E quella si fa i suoi film, se l’immagina, pensa a cosa proverà quando potrà di nuovo abbandonarsi all’illusione di essere innamorata e sentirà quella roba che parte dalla pancia e scende per le cosce e poi torna violenta nello stomaco. Quando giusto o sbagliato sticazzi. Sottrarsi è inesorabile. Abbandonarsi è sublime.

Ecco, perché quell’infame pensa sempre a ste cose, e le pensa in autonomia. Noi vagine, razionalmente, possiamo ignorarla, possiamo drogarla di xanax, possiamo pensare-a-noi-stesse-concentrarci-sulla-nostra-autonomia, possiamo spacciarle la nostra indipendenza come fosse oppio, possiamo ricordarle quanti limiti impone una relazione, quanto non saremmo felici nemmeno in coppia perché quando avevamo un compagno passavamo tutto il tempo a criticarlo. Insomma, noi possiamo fare delle azioni cerebrali contro quella Cenerentola lì. E possiamo anche vedere più mazze di una sacca da golf, ma non c’entra, perché quella prima o poi si sveglia e inizia a molestarci.

E inizia a farci sentire che, dopotutto, qualcosa ci manca.

E che la pretesa di bastare a se stesse è un tantino ipocrita. Un tantino presuntuosa. Un tantino bucolica.

Io e indievagina abbiamo bevuto e parlato del fatto che siamo vagine metropolitane e che forse la poesia tornerà, o forse no. Ma nel mentre noi dobbiamo ascoltare tanta musica, e bere, e ballare, e cantare fino a graffiarci la gola. Abbiamo riso delle nostre incertezze e abbiamo camminato in un sabato notte autunnale, di un autunno non ancora inverno, non ancora freddo.

E abbiamo deciso che dobbiamo essere leggere, perché in realtà un giorno questa libertà ci mancherà.

Forse anche questa città.

Forse anche le birre al Mom alle 2 di notte, parlando di tutto quello che ancora non abbiamo, invece che di tutto quello che abbiamo già.

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Insofferenza Vaginale e Pene Cerebrale

Sono in piena Sindrome di Insofferenza Vaginale, anche nota come SIV.

La SIV mi colpisce con cadenza bimestrale, di solito quando non torno a casa da troppo tempo, e viene spesso confusa con più comuni sindromi vaginali per via di certi sintomi in comune, tra cui: acidità, antipatia, malmostosità, rodimento di culo, mestizia, cupezza interiore ed esteriore. La differenza sostanziale tra lo Spleen Vaginale, la sindrome premestruale e la SIV è che le prime sono passeggere; l’ultima, invece, è una predisposizione d’animo al patimento, che vive piantata nella nostra pancia e vien fuori di tanto in tanto, adducendo motivazioni per lo meno risibili al fine di auto-legittimarsi al cospetto della nostra consapevolezza.

Cose come:

“Sono feroce perché devo dimostrarmi che ho fatto le scelte giuste”

“Sono stanca”

“Morirò sola”

“Non so più raccontarmi”

“Non sono più disposta a comprendere un’altra persona”

“Non sono più capace di stare bene con qualcuno”

“Volevo tanto ridere e invece ho pianto”

“Non investirò più energie nel tentativo di trovare il Sacro Graal delle relazioni, la combinazione perfetta di caratteri improbabili in rapporti sbagliati in principio”

“Sono così spossante che se potessi mi lascerei da sola”

E altre robe di questo tipo…

Quando mi capitano gli attacchi di SIV tutto inizia ad apparirmi più inutile e io non sopporto più niente e nessuno, me per prima.

Non sopporto più l’inutilità del mio lavoro, che amo; non sopporto più questa città dove il massimo problema sociale è il nuovo metodo drenante per combattere la cellulite; non sopporto più un sistema in cui il più importante obiettivo esistenziale è avere l’abito perfetto per ogni circostanza. Non sopporto più la mia lontananza, il mio non esserci, il mio lasciar passare il tempo senza mai risolvermi, senza mai districare fino in fondo i nodi delle inquietudini che c’ho appresso.

E poi mi scopro a pensare di essere una vaginetta di infimo livello, che se poi vai a vedere bene appena troverò un cazzetto che mi garbi appena appena, magari, vedi come tutte ste paturnie si dissolvono in un paio di weekend di sesso furibondo e coccole dissimulate. Ma solo per un momento. Perché poi ne arriveranno altre, di paturnie. Perché io lo so come sono e questa corsa verso non so cosa è lunga, e il mio fiato è corto. E io non ho pazienza con nessuno. Nemmeno con me.

E i mesi mi scivolano di mano così, affannati tra tanto dire, tanto fare, poco concludere, tanto concludere, correre, tornare. Tra lampi di serenità e kilometri di inquietudini. Tra vaginismo sfranto e abuso del mio Pene Cerebrale.

Che il Pene Cerebrale sarebbe un’escrescenza fallica che ci cresce nel cervello, a noi vagine single, che ci serve come arma contundente sulle nostre vulnerabilità, sulle nostre derive senza capo e senza coda, come strumento di auto-difesa da noi stesse.

Di fatto succede che veniamo segretamente armate di Peni Cerebrali dalla CIA, che ci finanzia per arginare l’avanzata vaginale sovietica, e noi usiamo questo manganello mentale per cazziarci da sole, in assenza di un salvifico maschio alfa che ci riporti con le ovaie per terra. Ecco, noi vagine single impariamo a suonarcela e a cantarcela. Ci facciamo da prete e da sacrestano. Ci ricordiamo da sole che, in fondo, non c’è nulla che vada poi così male e che viviamo la vita che – bene o male – avevamo scelto di vivere. E che se quindi la smettessimo di struggerci per il nulla, forse dimostreremmo più intelligenza. E che forse, ma è tutto da verificare, potremmo vivere anche senza fare una tragedia in 3 atti di ogni microscopico evento che si consuma nelle nostre vite.

E intanto, mi viene il dubbio che nel nostro correre e restare immobili, forse, a volte dovremmo soltanto spogliarci.

E abbandonarci. Sospendere le nostre condanne.

E sticazzi.

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Curvy & Proud

Questo è uno statuto illuminato per le vagine curvy, che devono convivere con le proprie curve ma in modo sano. Il decalogo seguente può essere considerato il fondamento del Curvy&Proud, il movimento che io e Zia Vagina abbiamo teorizzato tipo un mese fa a cena fuori, ingozzandoci di involtini primavera e gnocchi con gamberi e verdure. Anche gelato fritto, se devo essere onesta. E’ facile parlare di diete, con la pancia piena. E’ come gli eroinomani che dicono di smettere preparandosi l’ultima pera.

Io e Zia Vagina eravamo al nostro ristorante in quanto, come tutte le coppie che si rispettino, abbiamo il nostro ristorante, che io già lo so che quando la nostra relazione sarà finita ci passerò davanti e sarò assalita dai ricordi, e guarderò attraverso i vetri trasparenti chiedendomi se lei sia dentro, con un’altra, che tanto l’avevo sempre saputo che un giorno mi avrebbe mollata per una fichetta milanese che si veste ton sur ton.

Io e Zia Vagina abbiamo il nostro ristorante che è un fusion e zia Vagina sostiene che il proprietario sia fico e io mi trovo sempre costretta a ricordarle, con un accenno di velatissimo razzismo, che un cinese non può essere fico perché in quanto cinese ce l’ha sicuramente piccolo.

E così, dopo esserci abbottate di cibo cinese, deglutendo con incommensurabile classe un té verde che ci aiuti a digerire anche Mao Tse Tung, iniziamo a parlare del nostro bisogno di rimetterci in forma. Posto che Zia Vagina è già in forma ma ha una sottile ossessione in merito al suo fondoschiena.

Per me la situazione è più complessa. Io sono arrivata a Milano con un discreto sovrappeso di 10 kg che ho saputo raddoppiare in 4 anni e siccome lo scofanamento è progressivo e io sono troppo giovane per rassegnarmi all’idea che su un sito porno, come ho messo a fuoco qualche tempo fa, finirei nella categoria BBW, insomma, ho deciso di fare qualcosa per myself.

Graphic by Elena Arzani

Ecco di seguito il manifesto:

1. Aderire al Curvy&Proud non significa snaturarsi né conformarsi al discutibile modello di fichezza dominante

2. Essere femminili, affascinanti, arrapanti, non presuppone una taglia 40

3. Noi non vogliamo essere Melissa Satta con le bocce di Pamela Anderson. O di Melissa Satta. Noi vogliamo essere la versione migliore di noi stesse.

4. Se sei una taglia 42/44, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

5. Se sei una taglia 46 ma sei alta 1 metro e 85, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

6. Se quando ti siedi ti si formano i rotoli di varia entità sull’addome, se hai pieghette di grasso sulla schiena, se il tuo culo riempie tutto il sedile del tram/autobus/aereo low cost, se d’estate con una gonna i tuoi internocoscia si strofinano e ti si irrita la pelle e tiri giù tutte le madonne del calendario, se quando ti fanno una foto ti guardi le braccia e ti risultano oggettivamente due prosciutti, parola di Francesco Amadori, in tutti questi casi: benvenuta sorella, tu sei curvy

7. Se sei curvy, presumibilmente sei una a cui piacciono i piaceri, tra cui il mangiare. Il Curvy&Proud non esclude il cibo, magnare è bello e noi vogliamo continuare a farlo. Semplicemente vogliamo farlo in modo più razionale.

8. Le soddisfazioni ce le toglieremo, ma solo quando avrà senso, quando ne varrà la pena. Quando vorremo un pezzo di pizza, mangeremo il più buono che conosciamo e questo ci darà la gratificazione necessaria a procedere con la minchia di bresaola per gli altri giorni

9. Non mangeremo più 200 grammi di pasta a cena

10. Elimineremo il junk food per noia, per trasandatezza, per pigrizia. Niente più patatine sul divano guardando L’Isola dei Famosi e twittando con i polpastrelli unti di Più Gusto – Gusto Pomodoro.

11. Ci obbligheremo a fare 5 pasti al giorno, anche se saranno pasti indegni di tal nome, come le barrette vitasnella

12. Agli aperitivi resisteremo alle schifezze fritte

13. Il cibo da dieta fa cagare, per cui probabilmente dovremo compensare la carenza del piacere gastronomico con altri piaceri: avremo più voglia di fornicare e saremo tenute a farlo

14. Nelle situazioni sociali non dovremo ridurci come dei casi umani che ordinano solo del songino condito con del succo di limone. Noi ceneremo ma invece che scegliere le crepes con i funghi che galleggiano nella besciamella, sceglieremo una paillard con un contorno. E ci berremo sopra un bicchiere di buon vino.

15. A proposito di alcol: moderare l’alcol è faticoso tanto quanto moderare i carboidrati, e lo dice una che se non assume carboidrati ha la sensazione di non aver affatto mangiato. Però l’alcol bisogna moderarlo, non ha senso ingurgitare finocchi e cetrioli per poi scolarsi la birra da sole. Anche il vino, che fa tanto vagina evoluta single milanese indipendente, che sorseggia vino nel suo loft ascoltando Patti Smith dopo una giornata di lavoro: no. Berremo 1 volta alla settimana. E se fate aperitivi tutte le sere, abituatevi all’idea di ordinare una spremuta, tipo.

16. Se avremo desiderio autentico di qualcosa, la mangeremo. Ma dovrà essere davvero un desiderio forte, non un semplice tranello del nostro cervello obeso.

17. Dovremo andare in palestra. Questo ci farà bene di per sé e ci permetterà di combinare il nostro regime alimentare non nazista con dello sport, così da bruciare quel pezzo di pizza che ci concediamo, quel vino che beviamo con le nostre amiche, quel gelato che 1 volta a trimestre mangiamo. Insomma, lo sport ci farà bruciare i nostri ultimi scampoli di umanità

Veniamo, ora, agli obiettivi, che sono il punto cruciale.

A differenza di tutte quelle altre psicosi collettive, tipo la Dukan, il Curvy&Proud crede in obiettivi realistici e raggiungibili per vie sane. Ciò che si propone non è di rendervi delle replicanti androgine di voi stesse, schizzate e pronte a sgozzare un suino prese dai morsi della fame alle 10 del mattino. Né vogliamo che vi venga la nausea al solo pensiero di una bistecca. Né, noi vagine del Curvy&Proud vogliamo trattarci come carne in macelleria e, per questo motivo, il nostro obiettivo non sarà un peso.

Il Curvy&Proud non è una scelta quantitativa ma qualitativa.

L’obiettivo che condividiamo, almeno in questa prima fase, non è un numero di kg da perdere. Noi vogliamo essere le migliori noi stesse il ché significa che dovete fare 2 cose, prima di iniziare:

1. Trovare una vostra fotografia di 10 anni fa. Lo so, non sarà semplice. Penserete che siete cresciute, invecchiate, vi verrà il magone, se siete in premestruo siete fottute, sì, probabilissimo che vi ritroviate a piangere come delle dementi, ma è normale, inizierete a pensare a chi c’era e non c’è più, a chi amavate e non amate più, a chi vi amava e non vi ama più, e tutta una serie di cazzate vaginali. Trovata la foto (e siate brave, sceglietene una in cui state bene, in cui vi piacete), dovrete chiedervi quanti kg in meno avevate. Io, per esempio, ne avevo sicuri 10 di meno. E no, non ero magra. Ero comunque 10 kg sopra il mio peso forma. Però cazzo, erano 10 di meno!

2. Scavate negli anfratti più reconditi del vostro armadio e trovate un jeans di almeno 5 anni fa.

Ecco fatto.

Questi sono i vostri obiettivi. Rientrare in quei jeans e riassomigliare a voi stesse, in quella foto. Non dovete assomigliare a Kate Moss. Una come me non potrebbe assomigliare mai a Kate Moss, nemmeno a 1 anno dalla morte in decomposizione avanzata. Dovete assomigliare alle migliori voi. E vi sembrerete così più belle, più giovani e più magre, in quella foto. E penserete con nostalgia a quel tempo in cui vi consideravate grasse e invece erano pugnette, perché eravate fiche e non lo vedevate.

Ora siete cresciute. Ora siamo cresciute.

Ora lo vediamo. E il Curvy&Proud ci aiuterà a tendere al nostro best of.

E per la Prima Fase, è tutto.

Special thanks to Elena Arzani (www.elenaarzani.com): grafica, lettrice, vagina, amica sconosciuta che ha realizzato il logo del Curvy&Proud 

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Working Class Vagina

Lavorando a VaginaLand, una terra di nessuno popolata solo da vagine e da una segretaria modello pitbull con tendenze lesbo, devo confessare di aver più e più volte pensato che le vagine non siano fatte per lavorare, pur essendo io stessa una di quelle vagine lavoratrici, presuntamente acculturate e sostanzialmente ignoranti, che vorrebbero camparsi da sole.

Resta il fatto che più spesso che volentieri, il lavoro ci strema, ci stressa, ci consuma, perché tra i nostri opinabili e numerosi pregi di genere, non abbiamo la capacità di vivere il lavoro così come andrebbe vissuto. No. Noi ci mettiamo dentro il pathos, l’ansia, le ovaie, l’invecchiamento, l’insoddisfazione, la dieta, l’antipatia personale, l’acidità, la solitudine, la litigata col fidanzato, l’umidità che ci arriccia il capello, il trombamico che non ci richiama, la manicure da rifare, il ragno sul soffitto della cucina, il pantalone che ci sta stretto e ci fa incazzare, perché sì, ci fa incazzare una taglia 46 che ci stia stretta.

E così ci vengono le rughe da stress, le lacrime da stress, l’acne da stress, i capelli bianchi da stress, la cistite da stress, l’ulcera da stress, l’infarto da stress. E non ci resta che morire, così: stakanoviste, cieche, obese e con la scogliosi.

Senza contare che, come genere, dobbiamo fare troppe cose e finiamo col pretendere di essere brillanti a lavoro, curate, in forma, giovani, piacenti, soddisfatte, accoppiate e felici, casalingue e felini da materasso, tutto da uno stesso corpo e da uno stesso cervello che si da il caso debbano pure gestire tutta quella faccenda delle sindromi pre, intro e post-mestruale. Parliamone.

Rido al pensiero di quando decideremo anche di figliare senza un marito ricco, o dei nonni ricchi, o dei genitori che si facciano pieno carico della crescita della prole mentre noi siamo impegnate a fare le vagine rampanti, che si macerano il fegato il doppio degli uomini, per guadagnare la metà. Resta il fatto che per me, come è noto, questo problema della riproduzione della specie, per il momento, non si pone.

Ma sia chiaro, non è che le vagine siano tutte uguali al lavoro. Abbiamo delle caratteristiche condivise che vengono declinate in base alle soggettive forme di follia. C’è la vagina viziata, che frigna 8 volte al minuto e ogni volta senti chiaramente crescerti il pisello tra le gambe e provi un desiderio sfrontato di usarle violenza. Poi c’è la vagina slave che di solito è una che si è sovraesposta alla visione de Il Diavolo Veste Prada e che ritiene che drogarsi di caffeina e nicotina, saltando arbitrariamente i pasti, la condurrà lontano nella vita. Poi c’è la wooden vagina, che se la sente calda, caldissima, come se dal suo inutile lavoro dipendessero le sorti del mondo e che, di solito, fa dipendere dal suo uso di calmanti le sorti emotive di chiunque le sia prossimo. Superfluo puntualizzare che dal suo lavoro non dipendono nemmeno le sorti del mondo delle zecche degli unicorni alati.

Infine, un altro evergreen, c’è la vagina rettile. E la vagina rettile c’è in qualunque VaginaLand che si rispetti. Di solito è quella vagina che come tutte le serpi cambia pelle, che quando parla sputa veleno dalla biforcazione della sua lingua, ma solo alle spalle. Essa fa confronti tra il suo stipendio e il tuo, tra il suo talento e il tuo, tra le sue ginocchia e le tue, e tutto va bene finché si sente comunque la migliore. Finché le fai sentire che tu sei al suo fianco nella lotta contro tutte le vagine sane del mondo, finché sposi la sua malata visione dell’ufficio come un territorio di antagonismo insalubre. La vagina rettile raggiunge i suoi scopi. Sempre e a qualuque costo. E la peggiore vagina rettile in cui possiate incappare è quella convinta di essere, cazzonesò, un pettirosso.

E poi, a onor del vero, c’è una schiera di vagine normali, straordinariamente normali, capaci di essere professionali, serie, consapevoli, intelligenti, solidali. Sono quelle vagine che mi fanno pensare che, tutto sommato, ci sia speranza anche per il mio genere. Sono quelle vagine che mi fanno pensare che, in fondo, nonostante i nostri limiti, yes we can. E che sì, essere una vagina evoluta oggi è faticoso, ma può essere meravigliosamente appagante.

Perché sì, ho già parlato della Sindrome da Rampantismo Vaginale che di tanto in tanto mi assale, ma in questo momento siamo oltre. Ora che ho concluso un progetto, ora che ne raccoglierò frutti e risultati, adesso che tutto è andato stra-bene e io ho ri-dimostrato a me stessa di essere una fica a lavoro, perché sì, c’ho un brutto culo ma nel mio sono una fica, ecco adesso in effetti non cambia cazzo, ma sono felice. Insensatamente felice. Ma felice.

Sono felice perché ho avuto una caterva di complimenti e io ho un rapporto di sudditanza patologica nei confronti dei complimenti, le lusinghe mi gonfiano, mi fanno diventare praticamente una mongolfiera, il mio ego si espande – ma solo momentaneamente – e il mio narcisismo partecipa alla gara di fuochi d’artificio di Locorotondo.

Sono felice perché sono cresciuta, perché sono autonoma, perché questo progetto era una mia creatura e l’ho visto diventare realtà. Sono felice perché faccio cose che a VaginaLand ne capiscono la metà e nessuno saprebbe farle al 50% di come le faccio io. E questa non è presunzione. Questo è un fatto.

E forse è ora che la Vagina aumenti le sue quotazioni sul mercato.

Insomma, cazzo, sono felice. Fanculo alla modestia, io me la godo!

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Sindrome da Rientro Vaginale

A 3 giorni dal mio rientro a Milano ho le risorse emotive sufficienti per scrivere questo post: le mie ferie sono finite.

Sono in piena, devastante, trucida Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato. In buona sostanza, non ho voglia di fare un cazzo: non ho voglia di lavorare, non ho voglia di fare la spesa, non ho voglia di cucinare, né di disfare la valigia, né di fare le lavatrici.

Tuttavia, devo dirlo, sono state ferie grossomodo serene, in cui ho fatto quasi tutto quello che avevo voglia di fare: stare con le persone che amo o, come direbbe il mio amico Tarallino, “con le persone che ano”. Tarallino è un mio amico di piccola statura fisica ma grande caratura sarcastica, capace di produrre a braccio battute sovente legate alla parte anatomica in questione. Robe del tipo: “Non è anoressica, è anolessica, parla col culo”. Io per queste battute rido sempre un sacco e non so mai se sia merito del super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino fragrante come la corteccia d’abete, o se invece dipenda dal fatto che questi guizzi corrosivi sfiorano involontariamente la genialità.

Dicevamo, sono stata con i miei amici e con la mia famiglia. Felice di rivedere chi non rivedevo da troppo, felice di spendere il mio tempo nell’affetto ovattato di quel piccolo mondo antico in cui sono e resto – ancora per un po’ – la più piccola, coccolata, stronza, bambina viziata.

Ci sono stati solo 2 momenti tecnicamente critici:

1. Quando, ancor prima che il mio tallone posasse sul suolo della mia terra, mi è stato comunicato da Frecciagrossa che la mia città era inquinata da agenti patogeni quali il mio Ex e Queen of Deretan Town, la sua nuova scintillante vagina fluo.

2. Quando ho capito che uno degli argomenti più gettonati tra certi amici e certe frange estremiste della mia famiglia erano i kg che ho preso. Non è dato sapere in quale lasso di tempo: se negli ultimi 6 mesi, o negli ultimi 4 anni, o dai tempi della Prima Comunione.

E’ stato un piacere, tuttavia, osservare come il mio processo di vaginal-self-improvement abbia sortito i suoi effetti, consentendomi di fronteggiare con mediocre applombe entrambe le situazioni.

Per la prima, ho chetato il mio fastidio in volo e, una volta atterrata, ero già pronta a indossare tacchi con plateau, sorridere, salutare chiunque e, volendo, persino chiacchierare con Queen of Deretan Town, sì, insomma, quelle domande di circostanza del tipo: “Prima volta in Puglia?”, “Quanto vi trattenete?”, “Ma te la sa leccare?” e cose così. Settarmi su questo mood è stato semplice. Mi è bastato immaginarli in viaggio per la mia città, nella piccola auto, con tutta la discografia di Ligabue a palla e loro due che cantavano insieme, con viva partecipazione, “Urlando contro il cielo”. Per non spararmi le pose da figa, puntualizzo che ringrazio comunque il signore iddio di non averli incontrati. Perché il vaginismo impera, a essere “splendida” lì per lì forse sarei pure stata capace, ma mi sarei esposta a un consistente rischio-down-emotivo immediatamente successivo. Che, fortunatamente, mi sono risparmiata.

La seconda criticità, l’ho gestita peggio e quando dico “gestita peggio” intendo dire che ho sbroccato, vomitando sentenze su chi, dopo avermi rivista, ha pensato di dirmi per prima cosa che mi trovava ingrassata. Peché, in fondo, se io ingrasso o dimagrisco sono anche cazzi miei. Perché io non guardo il prossimo dicendo: “Oh minchia, ma stai rimanendo proprio senza capelli”, oppure “Daje stai diventando proprio un cesso”, oppure “Oh la cellulite ti devasta”, “Ma pensa, sei ancora disoccupata, scusa non ti senti un po’ fallita?”. Io questo non lo faccio. Non perché io le cose non le pensi, né perché io sia falsa, né perché io sia buona. Semplicemente perché la sincerità bisogna saperla usare e, in quanto tale, è una postura presuntuosa e decisamente sopravvalutata.

Quanto al resto, non mi lamento: ho visto l’alba nel mio giardino, ridendo fino alle lacrime con i miei 2 amici più cari, Frecciagrossa e Braciola. Ho scoperto che il primo, finocchio, chiava come chiaverebbe una spugnetta Spontex in un allevamento di ricci, oppure un riccio in un mondo di Spontex, e che il secondo, etero e terrone inside, influenzato da cattive frequentazioni, sta assumendo una discutibile deriva intellettuale da machoman di paese, che io ho cercato di arginare chiamando a raccolta tutte le mie presunte doti dialettiche e persuasive, in nome dell’amore che per lui nutro.

Ho scoperto che le mie amiche convivono o sono prossime alla convivenza, che sono cresciute e guardandole ho pensato che sì, cazzo, siamo diventati grandi. E mi sono accorta che per star bene non ho bisogno di scimmiottare ciò che mi faceva star bene a 22 anni. Ho scoperto che mi piace passare la nottata nei giardini delle ville, dove la gente mi parla e io riesco a capire cosa mi dice. Ho scoperto che di veder strimpellare le band locali, per sentirmi cool, in effetti non me ne frega un cazzo, perché io vivo a Milano e, se voglio, vedo Bruce Springsteen a San Siro gratis. Anche se le band locali sono andata a sentirle, che il rapporto con le origini è importante mantenerlo. Ho scoperto che a 26 anni una vagina inizia a mettersi la protezione in faccia i primi giorni di mare, che inizia a pensarci che le ustioni la pelle la invecchiano. Ho scoperto che la Vagina Maestra in autunno deve operarsi. Ho chiacchierato con mio padre, stesa sul materassino e ho parlato per una serata intera sulla spiaggia con una coppia di australiani amici dei miei amici che vivono a Londra e, questo sì, mi ha fatto sentire fica, anzi, faica. Ma non parlavo solo io, sia chiaro. Non sono così logorroica.

Ho bevuto birra sulla spiaggina e ho parzialmente convertito Frecciagrossa allo spiagginismo.

Ho negato quando la gente mi ha detto che avevo preso l’accento milanese. Ho camminato per i vicoli di Taranto Vecchia, tra l’odore del pesce fritto, trascinandomi un vodka lemon da Piazza Castello al Cantiere Maggese.

Ho ripetuto decine di volte ai miei genitori: “Ma vi rendete conto che potrei non riprodurmi?”. Loro hanno sorriso e mi hanno detto che è presto. E io ho apprezzato il loro tentativo di dissimulare quell’accenno di preoccupazione all’idea che io invecchi zitella.

E ho fatto le pizze con i miei cugini, in campagna.

E ho sorriso fino a notte fonda.

Per nessun motivo, a parte essere a casa.

Casa mia.

La casa vera.

…salvo che ora sono di nuovo a Milano, in piena Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato.

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La Feria Vaginale

Oh, sto in ferie, cazzo!

E c’ho proprio voja de sta bene: vojo riposarmi, rilassarmi, divertirmi se capita. Vojo abbronzarmi, vojo bere Birra Raffo e pagarla 1 euro a bottiglia. Vojo fumare vurpi e chiacchierare fino a notte fonda. E almeno una volta vojo tirarmi a lustro come una fichetta di periferia, per sfoggiare i sandali dorati che non uso più.

Vojo coccolare tantissimo la Vagina Maestra e vedere se dal vivo riusciamo a parlare come quando io ero più piccola e lei più giovane. Vojo nuotare fino alla boa con mi padre, arrivare al largo, riposarci facendo il morto a galla – che io c’ho sempre avuto il culo troppo pesante per rilassarmi sul serio facendo il morto-, e poi tornare a riva. Vojo sapere come stanno gli amici miei, quelli di cui non so più un cazzo: quelli che convivono, quelli che espatriano, quelli che restano dove sono sempre stati, quelli che si sposeranno per primi, quelli che c’hanno ancora tutto da ridefinire.

Vojo uscire la sera, guardarmi intorno e pensare che sono tutti più giovani di me. Vojo evitare certi sguardi e vojo cercarne altri. Vojo mangiare la carne arrostita alla villa di mia zia. Vojo chiacchierare di politica con i miei cugini operai. Vojo sentirmi diversa e uguale. Vojo praticare il mio sport estivo preferito: il tressette da spiaggia. Vojo tornare da mare e, lercia di salsedine, svaccarmi sul dondolo in giardino. Vojo aprire il frigorifero a tutte le ore e trovarlo pieno. Vojo scattare tante fotografie. Vojo parlare con persone nuove, che abbiano qualcosa di nuovo da dire. E vojo parlare con le persone di sempre, che abbiano sempre le stesse cose da dire e vojo che me le dicano in dialetto. Vojo inciampare nei mille ricordi di quando fumare alla Baia di notte, seduti dentro una barca, tra carcasse di Raffo vuote e  mare era roba da sentirsi proprio fichi. Vojo piantarmi sulla mia spiaggina* per ore e vojo cuocermi. Vojo lamentarmi di come funzionano male le cose giù e vojo dire quanto amo il sud. Vojo fissare i muretti a secco e il verde intenso degli ulivi mentre smadonno incolonnata di rientro dal mare, facendo la strada interna – mica la litoranea – che è una cosa che mi fa sempre sentire inutilmente furba. Vojo magnare un’impepata di cozze al tramonto, con la signora cicciona e tettona che ci porta la pentola al tavolo e il pane da inzuppare nel succo di cozza original.

Vojo sbattermene della mia pancia e a chi mi dirà che ho il culo grosso, risponderò che non si può dire altrettanto del suo uccello.

Vojo ubriacarmi con 20 euro. Vojo flirtare ed essere frivola. Vojo essere forte e sbattermene. Vojo ridere in faccia a chi non mi saluterà e vojo guardare fisso negli occhi chi mi ferirà. E dirgli addio.

Vojo alzare il volume dei Kings of Leon mentre guido verso casa e le strade sono vuote e i semafori lampeggiano.

Vojo che i miei amici alle 4 del mattino si fermino nel mio giardino per il curcaletto.

E vojo guardarli andar  via, che è già alba.

*Dicesi “spiaggina” la seggiola bianca (in foto) comunemente utilizzata sui litorali per appollaiarsi sulla battigia a prendere il sole. Apparentemente appannaggio esclusivo dell’animale balneare di estrazione cozzara, la spiaggina è stata sdoganata anni orsono, nonostante la sua radicale anti-esteticità e nonostante induca a una posizione quasi-seduta che rimane alquanto fat-unfriendly, evidenziando la presenza dei celeberrimi “taralli”, assai più di quanto non avvenga stando stesi su un asciugamano/lettino/materassino. Il punto, tuttavia, è che la spiaggina è una specie di ritrovato paradisiaco, la quintessenza del benessere vacanziero, permette di non patire il caldo (essendo tecnicamente con piedi e culo a mollo), di fare salotto con amici e conoscenti, di abbronzarsi in maniera eccellente, di tracannare birra e fumare, con sempre qualche baldanzoso giovine che ti porti una raffo o una sigaretta, lasciando inalterato il tuo status di pachiderma in relax. La spiaggina è economica, leggera, è un investimento da consigliare a tutte le persone a cui tenete. Per capirci, la spiaggina è una protagonista indiscussa della mia personale visione del paradiso.  Se decidete di fare il grande passo e di acquistarne una, non siate spilorci. Badate bene. La spalliera deve essere alta tanto da permettervi di appoggiare anche la testa, se no il vostro sarà un acquisto monco e la spiaggina del vicino sarà sempre più allettante della vostra. Non lesinate su quei 3 euro in meno, la plastica dev’essere buona, viceversa la spiaggina si rompe. Ogni tanto, dopo il mare, sciacquatela con la pompa, altrimenti la salsedine – a lungo andare – ne compromette la tenuta e voi dovete avere a cuore la salute della vostra spiaggina. Infine, quando siete in gruppo, state sempre molto attenti a non mollare mai il campo. Lasciare la spiaggina incustodita vuol dire voltarsi, dopo 2 nanosecondi, e trovarci uno stronzo qualsiasi seduto sopra, per questa strana percezione che la spiaggina sia un bene collettivo.

NO.

La spiaggina è INDIVIDUALE.

Specie quella delle figlie uniche!

[a questo punto mi aspetto di ricevere uno stock di 8 spiaggine omaggio dal maggior produttore italiano di spiaggine].

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