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Missione VagiNight: compiuta!

Questo post è un dovere ma soprattutto un piacere (poi chiuderò le mie masturbazioni sulla VagiNight e tornerò a parlare d’altro).

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Questo post voglio scriverlo per ringraziare una caterva di persone ma voglio scriverlo anche per me. Perché voglio ricordarmi, quando tra 1 settimana mi tagliuzzerò gli avambracci pensando che non sono abbastanza, che ho sbagliato tutto, che avrei dovuto essere soltanto l’incubatrice grassa e felice di un marinaio di leva, ecco tra una settimana lo rileggerò e penserò a quanto è stato bello tutto questo: sentirsi utili divertendosi; incontrare persone squisite che dedicano parte del loro tempo libero alla realizzazione di un progetto comune; capire che se le idee sono buone (modestamente, mi passo le unghie smaltate sulle zinne con aria compiaciuta), possono diventare realtà.

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Della VagiNight ricorderò le luci fucsia, il camerino stretto con La Cesira che si trucca, lo straordinario co-conduttore Jean, il microclima tropicale per via dell’aria condizionata rotta. Ricorderò il rischio di fratturarmi il metatarso per camminare su delle scarpe insensatamente alte (dico, insensatamente per una serata popolata solo di vagine, finocchi e uomini accoppiati). Ricorderò il cocktail letale di vodka lemon e adrenalina che mi ha resa sversa con un solo bicchiere; l’intervista rilasciata a Vanity mentre pezzavo come una carogna e masticavo la cicca e provavo a dire qualcosa di intelligente sbrodolando solo banalità - posseduta com’ero dal mio triplo-mento (che è la naturale evoluzione del doppio-mento) - ma non importa; ricorderò gli abbracci di tutti i miei amici, anche quelli che non vedevo da mesi; ricorderò soprattutto quella sensazione bellissima per cui in effetti non importava un cazzo quanto fossi alta o bassa, o grassa, o riccia, o liscia perché le vagine si avvicinavano a salutarmi con gli occhi che ridevano, come se ci conoscessimo da una vita senza esserci conosciute mai, come se fossimo amiche, unite da un filo invisibile che accomuna le paturnie di tutte, rendendoci vicine, per quanto diverse.

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Ricorderò la gente che a serata finita andava via facendomi i complimenti (che sono notoriamente la mia zona erogena preferita), le risate del pubblico durante l’asta e il Rabbit venduto a 100 €. Ricorderò la voglia di divertirsi e quella sensazione di serenità e libertà che c’era. Ricorderò il pancione (che resta comunque più piccolo della mia panza dopo un pranzo a casa di mia zia) della Vale, che dentro c’è R. ed R. sarà un bambino troppo sveglio.

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Ricorderò le risate e le fotografie, i VagiKit sul bancone dorato, i giri di milioni di mail, e i recap, e le liste per entrare. Ricorderò la paura di non farcela a fare tutto al meglio. Ricorderò chi c’era e ricorderò chi non c’era (sì, è quello che sembra: una minaccia).

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Ricorderò lo sguardo felice di Giorgio quando ha capito che la serata in effetti stava spaccando.

Ricorderò anche Heart of Glass quando sono salita sul palco per i ringraziamenti. E a proposito di ringraziamenti:

- Ringrazio Elena Arzani, quella grandissima gra-Fica che per mesi ha soddisfatto le mie pugnette sulle creatività della VagiNight (banner, flyer, cover per Facebook e Twitter and so on)

- Ringrazio Condomia.it che con straordinarie lungimiranza e puntualità è salito a bordo del nostro progetto, mandandoci tutto il necessario per realizzare questa serata (inclusi i 3 lubrificanti aromatizzati che avete trovato nei VagiKit – a proposito: li avete già usati? Quando riavrò una vita sessuale, li proverò anch’io, promesso).

- Ringrazio La Cesira, senza la quale la VagiNight non sarebbe stata la VagiNight, per essersi prestata a questa impresa a fin di pene.

- Ringrazio Jean, quel fico elegantissimo che ha co-condotto la serata, con il quale ho condiviso la stesura della scaletta fino alla notte prima dell’evento

- Ringrazio Maison Milano, bellissima cornice di una serata pianificata insieme attorno ai tavolini di Cioccolati Italiani al sabato pomeriggio.

- Ringrazio Barbara, che mi ha presentato Giorgio, Antonio e Gianluca, senza la quale la VagiNight non sarebbe successa, non così

- Ringrazio naturalmente la Fondazione LILA Milano Onlus, che ha sposato il progetto e mi ha aiutata a realizzarlo. Straordinari collaboratori ma soprattutto straordinarie persone che lavorano per noi tutti, per informarci e per aiutarci. Grazie a Lella, a Claudia, a Lisa, a Domenico e poi a lui, a Max, al quale proporrò un contratto di adozione come fratello maggiore: tipo che ogni tot ci vediamo e lui mi abbraccia un po’. E poi grazie a lui, naturalmente, a Claudio: bravo e fico, che ha portato un sacco di persone GGGiuste all’evento e che ha risposto al mio stalking via whatsapp a qualsiasi ora del giorno e della notte.

- Ringrazio le amiche favolose che mi hanno supportata ma soprattutto sopportata negli ultimi mesi in cui non facevo che parlare di questa serata, roba che in confronto una 14enne innamorata del fico di quarto superiore è meno molesta e ripetitiva.

- Ringrazio tutti, ma davvero tutti quelli che ci sono stati e che hanno contribuito alla nostra raccolta fondi per la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’aids. Abbiamo raggiunto, tra asta e VagiKit, € 1.300! Mica cazzi!

…Infatti, siamo Vagine.

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Grazie ancora a tutti, di cuore

V.

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VAGINIGHT (e non è una malattia)

Ok. I tempi sono maturi.

Dunque, faccio un annuncio formale. No, niente di grave. Non ho trovato un uomo che mi adori grassa e rompicojoni come sono. No. Si tratta di altro.

Aehm! Coff. Prova. Sssa. Sssa.

Bene. Veniamo al dunque:

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In pratica:

Memorie di una Vagina (cioè io) e LILA Milano ONLUS (cioè la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’Aids) invitano la gentile audience (cioè voi) alla

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Soirée con Asta Benefica di Sex Toys 

(cioè vendiamo cazzi di gomma, lubrificanti, preservativi, palline e ovetti per tutti i gusti e devolviamo in beneficienza il ricavato)

e a seguire dancefloor 

(cioè chi si sbronza abbastanza può restare a ballare Maledetta Primavera di Loretta Goggi senza sentirsi giudicato)

Giovedì 9 Maggio - dalle ore 19.30

(cioè venite direttamente dal lavoro)

Presso MAISON MILANO in via  Montegani 68 (cioè un locale molto fico)

Ingresso €12 per drink, buffet, live show 

Hashtag della serata #VagiNight

Mò copioincollo il comunicato stampa. Che lì c’è scritto tutto precisopreciso.

COMUNICATO STAMPA

Il 9 maggio, a partire dalle ore 19.30, presso la Maison Milano, si terrà la VagiNight, la serata organizzata dal blog Memorie di una Vagina, in collaborazione con la Fondazione LILA Milano ONLUS, e sponsorizzata da Condomia.it.

L’aperitivo sarà accompagnato dall’imperdibile asta benefica di sex toys battuta da La Cesira, all’anagrafe Eraldo Moretto, popolarissima Drag Queen del panorama meneghino e non solo.  A seguire, serata danzante.

Un evento che sposa charity ed entertainment, promuovendo una cultura ludica, sana e intelligente del sesso, vissuto con libertà e con consapevolezza. Dai lubrificanti agli ultimi ritrovati di ingegneria erotica, passando per le confezioni da 144 condom, gli ospiti potranno concorrere all’acquisto del proprio sex toy preferito. Per tutti i gusti e per tutte le disponibilità, i prodotti forniti da Condomia.it saranno messi all’asta al fine di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione LILA Milano ONLUS, che da anni si impegna a sensibilizzare e a prevenire la diffusione del virus HIV, oltre che a fornire assistenza e tutela alle persone con HIV o AIDS.

Per coloro che non riuscissero a “conquistare” i prodotti messi all’asta ma volessero comunque fornire un contributo benefico saranno, inoltre, in vendita i VagiKit, contenenti materiale informativo, gadget e deal a tema, disponibili a partire da un’offerta base di 8 euro.

“Abbiamo deciso di essere parte di questa iniziativa così originale – afferma Massimo Oldrini, Presidente di LILA Milano – perché rappresenta un’utilissima occasione per parlare, soprattutto alle donne, di sesso e prevenzione proprio nello stile che ci caratterizza. È necessario infatti, in Italia soprattutto, ricominciare a ragionare seriamente sulla tematica dell’HIV declinata al femminile. Lo dicono i numeri e l’esperienza lunga 25 anni dell’associazione: le donne sono più esposte degli uomini al rischio di contrarre l’HIV ma, paradossalmente, paiono informarsi di meno. Una tendenza da invertire, obiettivo che LILA sta perseguendo con grande impegno. Quindi voglio esprimere un sentito ringraziamento a Memorie di una Vagina che, grazie ai fondi raccolti in questa serata, ci aiuterà a portare avanti il lavoro di informazione e prevenzione in favore delle donne”.

***

L’appuntamento è fissato per il 9 maggio, dalle 19.30,

nella deliziosa cornice della Maison Milano.

E per seguire l’evento in live twitting, l’hashtag della serata sarà #VagiNight

***

Ecco, io ve l’ho detto. Ora ce lo sapete, che c’è questa serata…

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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

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E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

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Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

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L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

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Apnea Emotiva

Quando hai 27 anni e una discreta esperienza di vurpi fritti, come si dice a Taranto, non ti aspetti di sentire da un momento all’altro, così, d’emblée, una frase che ti vada in direttissima sulle palle (che in senso strettamente anatomico nemmeno hai), facendoti sentire parallelamente una deficiente di ultima generazione.

Non per niente, ma perché non sei più abituata a sentirti una deficiente, non per i cazzetti, per lo meno. Sai, si capisce, dopo un’importante gavetta tardo-adolescenziale di:

“forse mi hai dato troppa importanza” (by trombamico), ”ci stiamo solo frequentando” (by the same trombamico), ”non lo so se ti amo” (by trombamico diventato ex ex), ”tra noi non è cambiato nulla” (by sverginator), ”non ti tradirei mai per una qualsiasi” (by ex ex una settimana prima de mette le corna in vacanza), ”ormai è finita” (by ex), ”non ti devo niente” (by ex), ”lei è almeno 10 volte più bella di te, ciononostante ho scelto te” (by ex ex ex), “ah, non te l’avevo detto che lei è una modella?” (by ex ex), “come sai, io ho due relazioni” (by ex ex ex), ”sentiamoci su skype” (by egofrocio)...

…ecco una non se l’aspetta di avere ancora un margine di vulnerabilità dialettica ed emotiva, lì, così, alla mercé di un qualsivoglia cazzetto.

[Per carità poi, non oso immaginare le abominevoli nefandezze che posso aver detto io, ai cazzetti, in my life. Naturalmente ricordo le cose che mi sono state dette, quelle che hanno toccato il mio culo per dirlo con classe, ma so di essere stata all'occorrenza - a mia volta - quanto di più contundente potesse esserci nell'universo vaginale]

Invece io, ieri, mi sono sentita cretina. Di nuovo. E mi sono detestata, e mi sono cazziata, e mi sono ripetuta che no, che non devo sentirmici, tanto meno per un Cazzetto Immaginario. Il tutto è durato 20 minuti, sia chiaro, poi sono andata a magnare e bere con l’amici mia super-terrons, quindi sticazzi, però di fatto io quei 20 minuti lì, li ho spesi a frignare come una rincoglionita per un Cazzetto Immaginario.

Dicesi Cazzetto Immaginario il frutto di una patologia assai diffusa tra le vagine single e metropolitane: l’Apnea Emotiva. Il più riconoscibile sintomo della suddetta malattia è la creazione di microcosmi paralleli dentro i quali le vagine (presuntamente cazzutissime e indipendenti), stipano le proprie fantasie a sfondo domestico, fermentate nell’intestino tenue di una giovinezza spesa nella convinzione che tutti avremmo trovato la nostra metà perfetta.

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Nella sostanza capita che scegliamo un cazzetto X. Lo scegliamo secondo una logica apparentemente random ma che risponde, in verità, a un sofisticatissimo algoritmo vaginale, per il quale decidiamo che il soggetto individuato ha delle caratteristiche straordinariamente fuori dalla norma. E’ un’entità virtuale, spesso, una persona che non fa parte materialmente delle nostre vite, i cui limiti umani non siamo obbligate a indagare. Il soggetto è posto a una strategica distanza, anche geografica, da noi tale per cui possiamo deliberatamente idealizzarlo senza limite alcuno alla fantasia uterina. E così, per esempio, decidiamo che quella persona ci capisce meglio di tutti gli altri, oppure che ci affascina come nessuno ci affascinava da tempo. Decidiamo che è uno con cui potremmo pensarci, a concederci un lembo di pelle, cristosanto, perché per emozionarci per qualcosa di animato – al di là delle promo sui pacchetti-massaggi fatte dalla nostra estetista, intendo – saremmo disposte a vendere un rene.

Decidiamo che esso, il  Cazzetto Immaginario, è intelligente, colto, ironico, sagace, brillante, impavido, un po’ bastardello, il ché non ci spiace affatto, perché tutto sommato anche Mina cantava “Sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai” e ci sbavava dietro, quindi è lecito, voglio dire: si può fare!

E così siamo andate, perse, partite. Rincorriamo per i tornanti della nostra femminilità più impervia, in uno stato di alterazione allucinata, il nostro oggetto del desiderio, sognando piccolezze putridamente sentimentali che ci vengono sistematicamente negate per la presupposta lontananza dell’individuo. E poco ci manca all’amplesso mentre ci struggiamo al pensiero che adoreremmo guardarlo mentre si fa la barba, lui, con i suoi tratti secchi e decisi da vero maschio alfa!

Il meccanismo è, di per sé, potenzialmente perfetto, pura ingegneria vaginale, predisposta per autoalimentarsi da sola, senza dispendio di energie da entrambi i fronti. La negazione la tiene in vita e, nel mentre, una rinfrescatina ogni tanto, una telefonata, una fotografia, una email, un regalo, evvai che la torbida immaginazione riprende a macinare illusorie conferme.

Tutto procede liscio, finché il giocattolo non s’inceppa. Finché non t’accorgi che di reale in effetti non c’è davvero ncazzo. Finché non  capisci che è soltanto un’illusione che il tuo cervello tende alla tua vagina, per chetarla un po’, per farla sentire meno diversa da quel crogiuolo di homo sapiens che quotidianamente si innamorano e si disinnamorano, che soffrono e si struggono, si prendono e si lasciano.

Ecco. Il mio giocattolo si è inceppato ieri.

Ieri che ho capito che il mio Cazzetto Immaginario, quello che vive all’altra parte del mondo con la sua faccia storta e spigolosa, i suoi tratti scuri, le sue palle quadrate, la sua intelligenza, il suo cinismo, la sua ferocia, la sua indipendenza, il suo pragmatismo, il suo essere migliore di me, il suo esserci stato tante volte senza esserci stato mai, ecco io ieri ho capito che questa cosa, tutta, questa mia convinzione che lui sia fico a mio insindacabile giudizio, che io con lui riuscirei a farci all’amore come con nessuno in questo momento, guardandolo fitto fitto nell’occhi mentre mi deflora, con le sue mani nelle mie, nella vecchia e vituperata missionaria, intrecciandoci di baci prima di fare milleeuno sconcezze, ecco tutto questo non significa una minchia umida. Cioè, ho capito che questa proiezione delle mie ovaie non esiste e mi sono odiata, cazzo se mi sono odiata, mentre frignavo come una demente per uno che nella mia vita non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Mi sono odiata perché ero patetica e stronza. Perché me so inventata un sacco di cose che non ci sono e mi sono scoperta alla stregua delle pischelle dilettanti, che si costruiscono in testa quello in cui c’hanno voglia di credere.

Mi sono odiata perché una prolungata Apnea Emotiva mi ha indotta a questo: piangere per un Cazzetto Immaginario, cristo, robe che nemmeno a 13 anni per Leonardo Di Caprio, voglio dire!

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Pop Up Al Culo

Ho recentemente scoperto che hanno inventato i jeans con il push up per il culo.

Sì, lo so, non è esattamente uno scoop. Ma io c’ho riflettuto soltanto adesso, perché mi sono ritrovata davanti questa pubblicità, abbinata – come spesso avviene secondo le modalità “marketta antisgamo” – a un articolo all’interno della rivista su questi miracolosi blue-jeans che se li compri nella versione pluriaccessoriata ti danno come optional anche il culo di Jennifer Lopez.

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Una potrebbe pensare che non ci sia poi tanto da stupirsi se si considera, per esempio, che sono tornati in auge i corpetti, dal diciottesimo secolo con furore, evidente segno di evoluzione vaginale. Solo che non li chiamano corpetti, no, adesso le guaine medievali si chiamano Shaping Collection. Che poi, sia chiaro, quelle robe lì, quei tripudi di misoginia color cipria, una cosa sono visti addosso ai manichini, ben altra cosa sono messi sul corpo delle vagine vere. Che una magari non ci pensa e le viene in mente che quasi quasi se l’accolla, poi le capita di trovarsi con uno e non è che quel poveraccio può star lì a disimballarti dalla tua lingerie da cetaceo dei mari del nord e scoprire che in realtà non ha rimorchiato te ma la versione sottovuoto di te.

Ecco io queste cose non le capisco granché.

E se da una parte auguro la gonorrea ai direttori marketing di quei brand che nel 2013 ancora non sono capaci di parlare con il pubblico femminile e di pensare strategie di posizionamento più originali e intelligenti, rispetto a cavalcare le peggiori insicurezze vaginali, dall’altra mi chiedo perché noi vagine continuiamo a prestare il fianco a questa folle corsa verso l’artificialità.

Iniziamo a NON accettarci prima ancora di avere il ciclo mestruale e se la metà delle energie che spendiamo a lottare contro il nostro corpo e il suo sacrosanto invecchiamento, la investissimo per conquistare davvero i nostri diritti civili, a questo punto forse saremmo già in piena Vaginocrazia Illuminata.

Invece no. Invece dobbiamo preoccuparci della cellulite, del sovrappeso, della ritenzione idrica, della buccia d’arancia, delle rughe, dei capelli crespi, dei capelli fragili, dei capelli opachi, dei peli, dei punti neri, della pelle grassa, della pelle secca, delle sise troppo piccole, del culo troppo sceso, delle ginocchia troppo grosse, delle smagliature, delle caviglie troppo gonfie, dei capillari e non so quante menate sto tralasciando. Quindi, mi chiedo: avevamo proprio bisogno dell’ennesima trovata che ci facesse sentire inadeguate col nostro culo? Ma soprattutto, in una maniera così subdola, con un claim da denuncia come “Magic happens” e questa topa atomica nata dall’incrocio genetico tra una letterina e photoshop, che tira fuori un coniglio da un cilindro! Mi viene da strippare. Ma magic happens stocazzo! Dì la verità, infimo brand! Dì la verità a quelle 13enni che non sono fiche, che non saranno mai come questa gnocca che ci sbatte in faccia il suo culo monovolume 180 cavalli. Devi dire: “Vuoi un culo che parli? Non mangiare i Fonzies e spaccati in palestra da quando hai 12 anni! Comunque non avrai il culo di Jennifer Lopez, ma sarai un po’ meglio di come sei“. E noi, noi che siamo amiche, cugine, sorelle, madri di quelle ragazzine, abbiamo il dovere di insegnar loro che ci sono altre doti da sviluppare e altri valori da perseguire. E che non possiamo averci tutte lo stesso culo, con la stessa forma. Che siamo diverse e che la bellezza è unicità, e vivadio che sia così, e se un cazzetto questa cosa non la capisce, il nostro culo non se lo merita. E aziende come Gas, che fanno bussiness sulle nostre paranoie, andrebbero boicottate, non finanziate.

E, tra push-up per le poppe e pop-up per il culo, a me verrebbe solo da dirvi: diamoci pace, la gravità esiste, porco mondo! Aver cura di sé è una cosa. Ossessionarsi per modificarsi, oppure essere così cionfe da credere a queste boiate, un’altra.

Ma soprattutto, per chi è un valore irrinunciabile che noi abbiamo il culo perfetto, di puro marmo scolpito sui fregi dell’Altare di Pergamo? Nostro? Delle vagine? In quel caso forse è giunta l’ora di imparare una nuova lezione di femminilità.

fassbender

Oppure è un valore per gli uomini, quel culo perfetto? No, perché a me sta bene, sia chiaro, però per coerenza sarebbe giusto che le industrie della moda e della cosmesi, a questo punto, si impegnassero nella produzione anche dei seguenti prodotti, tutti reclamizzati su testate di serie A e in prime time su reti nazionali generaliste:

Sneakers con rialzo pour homme –> per tutti quelli che se mi metto i tacchi divento più alta di lui e paro su madre

Camicie imbottite –> che all’interno abbiano una sottile imbottitura sulle spalle e sul petto. In questo modo, oltre ad essere più caldi, potranno anche dissimulare le loro spallucce da Smeagol e il loro petto di pollo Amadori.

Giacche con spalline autopulenti –> per tutti quelli che la forfora è scacciafica, forse nessuno te l’ha mai detto

Panciera Sagomata –> un mutandone ascellare che abbia sulla parte esterna degli addominali scolpiti, così che, indossando una maglietta aderente, il cazzetto sembri ben messo

Reggipetto contenitivo –> perché no, non è bello quell’accenno di tettina con capezzolame flaccido che intravediamo sotto certe polo Ralph Lauren.

Jeans Pop Up per lui –> avete presente quando a forza di passare la vita sul divano non avete più il culo?

Cappelli con capelli –> in versione invernale, con una base in cachemire impreziosita all’esterno dal cuoio capelluto di un babbuino depresso che si è tolto la vita guardando tutta la filmografia di Cristiana Capotondi. Per l’estate, c’è anche la versione bandana con cuoio capelluto.

Costume da bagno Autocritico –> il primo slip dotato di intelligenza artificiale, che possegga maggiore senso critico dell’esemplare virile intento a indossarlo, tale da rifiutarsi d’essere calzato da chi proprio non se lo può permettere

Fanghi di sterco di gabbiano volumizzanti –> Hai sempre voluto il pene di Rocco? Ora puoi! Basterà applicare ogni sera i Fanghi di Sterco di Gabbiano, prima di andare a dormire, sul tuo pene, poi avvolgerlo in una sottile pellicola trasparente domopak e lasciare riposare per otto ore. I fanghi agiranno con la loro azione volumizzante e vedrete i primi risultati dopo sole 5 applicazioni! Le vostre partner finalmente capiranno la differenza tra il vostro dito e il vostro pene!

Perché sì, se noi dobbiamo tendere tutte a Jennifer Lopez, vorrei che tutti i cazzetti tendessero a Michael Fassbender!

Eccheccazzo.

ps: sul fatto che l’uomo debba essere più affascinante che bello sarei anche d’accordo, se solo la maggior parte di quelli a piede libero non avesse meno charme di Dodò dell’Albero Azzurro. Senza offesa per Dodò.

pps: chiaro sia che io comunque preferirei una società in cui barattare il pop-up al culo e la gommapiuma nelle mutande con la voglia di dirsi e darsi. Di ridere e godere insieme.

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PeniPenuria

Io adoro quelli che ti dicono che sei single perché sei tu che pretendi troppo. Ma li adoro proprio da morire.

Li adoro quanto quelli normovedenti che, a un certo punto della conversazione, vengono assaliti dalla smania irrefrenabile di provare gli occhiali di un povero cristo ipovedente. E quello non vuole, giustamente, perché l’occhiale è una cosa personale, non quanto lo spazzolino da denti, per intenderci, ma quasi. Nove volte su dieci, però, il molestatore occulto ha la meglio, ottiene gli occhiali in prova, li indossa, fa una smorfia di sconcerto nemmanco avesse sentito una dichiarazione intelligente di Maurizio Gasparri e poi prorompe, davanti a tutti: “MINCHIA OH, SEI CIECO!”

Li adoro quanto quelli che quando si va a cena tutti insieme e arriva il conto dicono cose come “Eh, ma io non ho bevuto il vino“, oppure “Eh ma io ho preso un antipasto de meno“. Che alla fine invece che fare alla romana, bisogna rincoglionirsi in 12 persone per far risparmiare 1 euro e 70 centesimi a un solo stronzo.

Io adoro quelli che dicono che sono io che pretendo troppo, e che per questo motivo sono single, che mica deve per forza avere tutta la discografia dei Led Zeppelin, che mica deve per forza cogliere una citazione di Taxi Driver e poi, tutto sommato, se anche avesse saponificato degli esseri umani, o sciolto nell’acido carcasse di animali vivisezionati per hobby, o profanato tombe in nome di Pino Scotto, ecco, per quale motivo al mondo non dovresti fornirgli i tuoi orifizi? In effetti, non fa una piega.

Panda

Ciò che, loro malgrado, questi discendenti genetici di Marta Flavi non colgono è quanto sia autentica e dilagante la PeniPenuria nella quale viviamo. Dicesi “PeniPenuria” un disdicevole fenomeno sociale, con ripercussioni inevitabilmente genitali, per il quale il rapporto tra i cazzetti single, eterosessuali, con un’invalidità emotiva non superiore al 30% ed esenti da psicofarmaci, e il numero di vagine è tipo di 1 a 30. E in una situazione del genere, puoi stare pur certa che ci sarà una più topa di te che si prenderà il pene in questione.

Quel che non è chiaro è che non siamo noi vagine a pretendere iddio sa cosa. E’ che semplicemente, qui a Milano più che mai, ci sono rarissimi esemplari di homo sapiens capaci di triangolare nella propria persona la magica formula: single-eterosessuale-decente. Questo mica per farci ingravidare e sfornare figli manco fossimo neocatecumenali. No. Questi esemplari non ci sono nemmeno per l’avventura, per la trombamicizia, per vidimare un abbonamento mensile e fare qualche giro, e chiacchierare poi, stesi nudi, fumando dell’erba di discreta qualità, scegliendo che film guardare insieme, prima di rivestirsi di tutti i propri alibi e tornare alle proprie impegnatissime e separate vite. Il cazzo!

Il massimo che può accaderci, escludendo quelli già impegnati, è di inciampare in qualche scopatore seriale, i cosiddetti “scapoli recidivi”, che di solito sono quelli che, raggiunto l’apice della gaussiana del loro ingrifamento, si abbandonano a frasi come: “Dimmi che sei la mia troia” e tu pensi “Ma chi minchia ti conosce?” e quelli insistono “Dillo” tutti infoiati che si pensano d’essere John Holmes, e tu pensi che no, vaiaccagare no! Io “tua” non lo sono proprio. E quando lo dico (e invero nella mia vita l’ho detto e l’ho detto all’unisono col cuore e la fregna, perché in quel momento mi ci sentivo e di sentirmici ero felice) ha un significato, cristosanto!

Ecco, questo è il massimo che possa capitarci.

Perché la verità è che il Maschio Scopabile (single, eterosessuale e decente) è un esemplare in via d’estinzione, peggio del panda, e il WWF nemmeno se n’è accorto. Tocca proteggerli, tenerli in cattività e obbligarli a riprodursi, quelli che restano. Dobbiamo pensare alle generazioni future di vagine che, altrimenti, si troveranno circondate da soli EgoFroci squilibrati, che per il genere umano rappresenteranno ciò che l’asteroide ha rappresentato per i dinosauri: la fine della specie.

E invece, per tutti i miscredenti, per tutti quelli che continuano a sostenere che siamo noi ad esagerare, io lancio una sfida: il Censimento del Maschio Scopabile Italiano. Cioè, tutti voi che siete accoppiati, dovete segnalare portatori di pene che rispondano ai 3 requisiti principe: eterosessualità comprovata, singletudine non patologica e decenza, dove con “decenza” si intende

- igiene personale

- un’accennata gradevolezza estetica (che la sua visione non sia più efficace della crusca sul nostro intestino, per intenderci)

- un minimo sindacale di piacevolezza dialettica, di argomenti condivisibili e una modestissima cura della lingua italiana

- una fedina penale pulita

- indipendenza economica e abitativa, costituiscono requisito preferenziale

Trovateli, censiteli, considerate pure aperta la Caccia al Pene.

Sia chiaro: tutto ciò solo per il gusto di dirvi, poi, quando tornerete a mani vuote o quando, a ben guardare, ciascuno dei vostri candidati avrà un macroscopico handicap, ecco, dirvi:

Odio dirlo, ma ve l’avevo detto“.

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E sesso orale. E santità.

Quando una è single le succede di alternare momenti di profonda aridità emotiva a periodi di elevata sensibilità sentimentale, durante i quali si innamora a ogni piè sospinto, attingendo a un repertorio umano che varia dall’autista del tram ad Arthur Rimbaud.

In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle. Anzi, sono innamorata dei Baustelle.

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Come di tanto in tanto faccio, ho smosso i miei potentissimi canali vaginali e ho ottenuto due accrediti per me e indievagina che, oltre a essere l’eletta che meglio può apprezzare questo genere di esperienza metafisica di lunedì sera dopo il lavoro, è anche colei che per prima mi passò La Malavita, in un pomeriggio di diversi anni (e diversi kilogrammi) fà.

Così, intorno alle 20 siamo montate a bordo del mio bolide e siamo partite alla volta degli Arcimboldi, per assistere al Fantasma Tour, non prima di aver ingurgitato un hot dog di fetida qualità accompagnato da birra piscio, disquisendo su quanto tra tutte le tipologie di junk food, quello  pre-concerto resti indiscutibilmente il più gustoso.

Ci siamo sedute, pochi minuti d’attesa, si sono spente le luci e lo spettacolo è iniziato.

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E’ iniziato e io non so se sia dipeso dal fatto d’essere in teatro, che io mi suggestiono sempre quando sono in teatro, oppure dalla presenza dell’orchestra diretta da Enrico Gabrielli, che io adoro perché i Calibro 35 sono così bravi che non si ascoltano, ecco io non lo so da cosa sia dipeso, ma ho pensato dal primo istante: “Cazzo, sono diventati grandi“.

I Baustelle son cresciuti. L’evocazione adolescenziale ha lasciato il posto a un’età adulta senza vie d’uscita. Le inquiete istanze puberali, la malinconia dubbiosa da trentenni di provincia, l’inquietudine esistenziale si è evoluta, si è complicata. E questo i Baustelle ce lo mostrano, senza inibizione e senza ostentazione, facendo ricorso a un canto che si fa narrazione e a un impianto strumentale che esprime il putiferio opaco che vi è dietro, che vi è dentro, che vi è sotto.

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La maturità chiude le possibilità. Il Futuro è una malattia “che desertifica, che significa che ciò che siamo stati non saremo più”. E tutto rimane permeato da un’incontenibile, sfrontata e persino precoce nostalgia. Ed è proprio questa specie di ansia naturalizzata, questo logorante sentimento del tempo che scorre inesorabile, cantato con una disarmante spontaneità, che me li ha fatti sentire vicini. Vicinissimi.

I Baustelle sono cresciuti. Hanno metabolizzato e rielaborato i propri tratti distintivi, arricchendoli di rimandi, omaggi, citazioni della migliore tradiziona cantautorale italiana, ma anche di cori e giochi di luce di pinkfloydiana memoria, e sonorità a tratti lisergiche. E anche quando sale il sospetto che forse non ci sia in essi qualcosa di davvero nuovo, di davvero straordinario, di davvero mai sentito (per quanto encomiabile e interessante sia ciò cui si sta assistendo), ecco che arriva un verso, senza preavviso, 4 o 5 parole messe in fila, che ci lasciano nudi. Che ci obbligano alla resa. Come il “Perciò stanotte dormi qui, che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia. E dammi figli e verità. E sesso orale e santità ” di Nessuno.

Cioè, io glielo davo veramente l’utero, a uno che mi cantava ste robe, per dire…

I Baustelle sono cresciuti. E io non so dire se siano migliori o peggiori di quelli iniziali, che pure abbiamo amato. So soltanto che sono cresciuti, come persone e come artisti. E so che io sento ciò che sentono loro. So che tutti cerchiamo la chiave individuale a un disagio generazionale. So che quell’irrisolto oggi è più profondo di ieri, al punto che – d’un tratto – le parole finiscono e tutto viene demandato all’orchestra che interpreta, sublima e ci restituisce i perché e i per come delle nostre angosce condivise. Della nostra paura di fallire.

So che i Baustelle sono cresciuti e che interpretano come pochi altri lo spirito del nostro tempo: la sua controversia, la sua inadeguatezza a tutti i semplicismi, la sua ansia, la sua rassegnazione sofferta. Ma anche la sua cultura, la sua finezza, il suo catartico cinismo, la sua malinconica bellezza.

So che i Baustelle sono cresciuti e saranno tra quelli che un giorno ascolterò in macchina, in viaggio, con il mio compagno accanto e i figli seduti dietro. Come mio padre faceva quando ero bambina. Con De André. E Dalla, e De Gregori, e Bennato, e Battisti.

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In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle.

Perché magari sembrerà strano, ma è una cosa meravigliosa sapere che qualcuno è ancora capace di toccare le inquietudini che ho dentro. Anche se è un musicista. Anche se lo fa cantando, in punta di dita, sull’orlo di me. Senza conoscermi.

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Perché Io Vengo

Spesso mi hanno chiesto se fossi femminista.

Io ho sempre risposto di no. Anzi, le femministe mi stanno pure parecchio sulle palle, che se si facevano i cazzi loro magari a quest’ora passavo la giornata a infornare dolcetti senza alcuna pretesa, invece che fare la pezzente in carriera a Milano, e magari ero più felice.

Loro si son beccate la minigonna e la libertà di darla in giro con meno sensi di colpa, noi ci siamo puppate la ceretta brasiliana e l’implosione della virilità in una bolla di proto-maschi, terrorizzati dalle donne cosiddette emancipate. Evolutesi dalla condizione di angeli del focolare, infatti, le nostre post-femministe – sotto una spossante e costante sollecitazione alla perfezione personale e sociale – si trasformano in flagelli del demonio: incazzate, nevrotiche, acide, impegnatissime, ciniche, stronzamente complicate e, nei casi migliori, sole, con una sindrome premestruale che arriva a durare 20 giorni al mese e che può essere sfogata al massimo piangendo per i giudizi di Carlo Cracco a Masterchef *(tutti quelli che volessero sorbirsi il pippotto semi-serio sul femminismo contemporaneo, seguissero l’asterisco al fondo del post. Io comunque ve lo sconsiglio)

Quindi no, io non sono una pornofemminista divoratrice di scroto sotto sale.

moi

Tanto più quando mi succede di vedere cose come questa:

http://video.corriere.it/berlusconi-imbarazza-signora-ma-lei-viene/21f0605c-73a7-11e2-9084-585ed48470f3

http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/berlusconi-scatenato-con-l-impiegata-quante-volte-viene/118987/117473?ref=HRER1-1

Perché ciò che provo, guardando questo video, osservando questo vecchio erotomane alla deriva, questa caricatura della caricatura, questo grottesco latin lover alto 1 metro e un bananito, noto a tutti come Silvio Berlusconi, ecco ciò su cui io mi soffermo, è lei.

Lei. Meravigliosa. Di classe, poi, capace di abbinare i colori come solo un daltonico sotto chetamina potrebbe fare.

Lei ammicca. Sorride. Risponde, sveglia. Accipicchia, proprio un peperino, questa Signorina Silvani!

Ma certo. Cosa volevamo che facesse, lei? Che restasse seria? Che mortificasse Tutankhamon facendogli capire che questo umorismo da 12enne durante la lezione di Scienze sulla riproduzione umana ha rotto il cazzo? Che sono finiti gli anni del Bagaglino? Che il suo approccio da film di Jerry Calà è offensivo e che l’Italia non è solo un paese popolato da zoccole? Cosa volevamo che facesse, lei, che in quel momento incarnava il nostro genere, che era l’unica donna su quel palco. Lei che era lì, dopo tutti gli scandali e la feccia, dopo tutte le Noemi, e le Ruby, e  le Minetti, e le D’addario, e le Gelmini, e le Carfagna, dopo tutte le precarie che “le consiglio di sposare un milionario”, cosa pretendevamo da quel povero cesso multiorgasmico?

Volevamo mica che rispettasse la sua sessualità? Volevamo mica che rivendicasse il suo ruolo di professionista e non di fica-fregna-patata-sorca-passera? Volevamo mica che dimostrasse che le donne sono ancora capaci di indignarsi, perché hanno ancora una dignità? Perché se un vecchio calvo con la faccia marrone fa davanti a tutti allusioni così squallide sul tuo piacere sessuale, tu, testa di cazzo, devi indignarti.

Perché se non ti indigni, ti fai trattare come un oggetto sessuale, come un freak da cinepanettone, presti il fianco a questa idea malsana per cui la molestia sia lecita, simpatica persino. Invece fa schifo. Fa schifo lui. Fa schifo quella manica di idioti che ride lì con lui. E fai schifo anche tu, reginetta dell’amplesso, che fai il suo gioco, che lo assecondi, che gli fai pensare che comportarsi così vada bene.

E no, non penso di esagerare. Perché possiamo essere libere, possiamo giocare con il sesso, possiamo darla via o passarci sopra SaratogaIlSiliconeSigillante, possiamo essere riservate o parlare della nostra sessualità, scherzarci su persino e va bene, ma con chi diciamo noi, quando diciamo noi e come diciamo noi. E su questo non ci sono cazzi.

berlusconi-e-le-donne

Viceversa, quelle donne che continueranno a ridere di questo sessismo da discount, privo persino di testosterone; quelle che continueranno a essere complici di questi omuncoli, che continueranno a dargliela sperando di ottenere dei benefici, delle scorciatoie; quelle che scimmiotteranno questo patetico sessual-cameratismo tra generi; quelle che faranno tutto questo, dovranno abdicare al loro diritto di lamentarsi degli uomini, in qualunque caso. Anche quando il marito le mollerà per una moldava 22enne. Anche quando un 50enne si scoperà la figlia appena maggiorenne. Dovranno tacere, perché tutto questo sarà frutto di una cultura che avranno contribuito ad alimentare. E loro, rispetto a quegli uomini, non varranno una cicca di più.

Detto ciò, siccome la mediocrità stanca, io mi auguro che la maggioranza di questo paese non sia più composta da donne e da uomini come questi. Che se così fosse sarebbe l’evidente e insindacabile dimostrazione che l’Italia è una fogna. E nelle fogne solo le pantegane possono camparci.

Amen.

PIPPOTTO SEMI-SERIO SUL FEMMINISMO (io comunque ve lo sconsiglio)

**Non sono femminista. O forse lo sono senza accorgermene, per un habitus culturale che ho. Forse lo sono nell’unico senso in cui si possa esserlo oggi: senza delirio e senza entusiasmo, perché noi abbiamo visto la spinta propulsiva dell’idelogia ritrarsi, e ora c’è la risacca, che è quel naturale scarto che c’è sempre tra la teoria e la pratica. Qualunque sia la teoria, qualunque sia la pratica. Quindi no, io non sono una femminista nel senso tradizionale del termine, io non credo che siamo migliori degli uomini, e neanche che siamo peggiori. Credo anzi che siamo diversi e che questa diversità dovremmo custodirla invece che pensare velleitariamente di appiattirla sotto una parità che non sarà mai concreta e che non ci fa nemmeno davvero gioco. Io non sono una femminista, ma rispetto la femminilità. La amo e ci tengo che sia amata. Mi sforzo per comprenderla e ci tengo che sia compresa. La critico perché voglio migliorarla. Rispetto così tanto la femminilità da poter parlare di “vagina” senza offendere nessuna donna intelligente.

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Il culo è il profumo della vita

La verità è che bisogna essere furbe, per essere vagine single. Ci sono certe cose che non vanno fatte.

Per esempio, non bisogna azzimmarsi tutte, mettere i tacchi e un vestitino nero, truccarsi e uscire di casa modello baldracca in acciaio inox di Mondial Cozza, per andare al compleanno di un amico omosessualo che compie 40 anni, che te lo immagini benissimo che la cosa più virile che ci troverai sarà il tuo medesimo clitoride. Ma, più d’ogni altra cosa, non bisogna farlo accompagnandosi a un giovine omosessualo 28enne, alto 1.85, con gli occhi neri neri e le ciglia che ridono.

Non per niente, che poi succede che la vagina single, tutta insensatamente acchittata, varca la soglia del locale e s’accorge di essere, come qualunque organismo cognitivamente superiore all’ameba avrebbe intuito a monte, più invisibile del fantasma formaggino, praticamente mitologica, particella vaginale inghiottita dal magma finocchio.

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Ebbene sì. Sono andata a una festa di compleanno che, casualmente, era di un amico omosessualo e ci ho portato anche Frecciagrossa. E lì, il giovane virgulto, ha iniziato a sgamarsi con il 60% della fauna frocia, finché non si è prescelto con un tipo, uno che c’aveva la camicia di jeans e la barba incolta da ruvido, da gaio amaro insomma. E quelli si so guardati, si so guardati e tempo 20 minuti, stavano a raccontarsi che fanno per campare, se lo prendono, se lo danno e che, guarda caso, capitano spesso nelle stesse città. Pensa te i culi della vita!

E così, mentre il frociamico cucca, tu vagina ordini un altro vodka lemon, riflettendo sul potere stigmatizzante della tua beneamata sorca, e pensando che naturalmente noi vagine restiamo single se questa quantità imponderabile di portatori d’uccello è dedita al fondamentalismo sodomita.

Finché Frecciagrossa non scompare per almeno 40 minuti per dedicarsi a ben più avvincenti attività, e io mi ritrovo a parlare con un tipo e a chiedergli cose come: “Ma perché vi piace la ciola?”, oppure a sentirmi dire: “Ah ma ho sentito parlare di te…cos’è che sei tu? La Vagina Elettronica?”. E senza nemmeno accorgermene, mi scopro a rimpiangere in una volta sola tutti i clacson di apprezzamento, tutti i fischi dei muratori, tutti i commenti insopportabili dei medioman quando vedono un paio di collant abbinati a dei tacchi, tutti i patetici tentativi di abbordaggio da cafoncelli con la faccia color  feci anche a gennaio; rimpiango i rutti e il fantacalcio; rimpiango i peni votati alla fregna, i maschi che appena svegli si grattano il culo, quelli che sanno toccarti con lo sguardo e sbucciarti come una cipolla sorridendoti.

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Finché non ci ritroviamo a casa, a festa finita, a bere una tisana sul divano, io e Frecciagrossa, a raccontarci come ce l’aveva e cosa si son fatti, loro. A raccontarci che l’unico etero della serata mi si è avvicinato e io l’ho ignorato, ed era anche un personal trainer, ed era carino secondo Frecciagrossa, e di donne ce n’eran diverse, ma io mi sto chiudendo e questo non va bene, dice il Freccia. Dice che devo dare chance alle persone, dice che devo divertirmi, dice che non devo essere troppo selettiva, dice che devo chiavare di più, in sostanza. E che se faccio la stronza non devo lamentarmi se poi morirò sola. E ride.

Dice che no, che devo stare serena, quanto più posso, perché ciò che non mi piace nella mia vita saprò metterlo naturalmente al suo posto, quando i tempi saranno maturi, esattamente come sto già facendo in tante altre cose.

Io lo guardo, Freccia, intorno alle 6 del mattino, dopo 3 ore di chiacchiere e distintivo. Lo guardo e lo ascolto.

Penso che si è puppato le mie paturnie del cazzo. E che ha trovato anche lo spirito per darmi dei consigli. Lo guardo, Freccia, e quasi mi commuovo pensando che sono orgogliosa di lui: frocio e saggio!

E l’indomani, non so se sia dipeso dalle chiacchiere notturne con lui o da tutto il pregresso frociame, ma comunque io mi son ritrovata, d’un tratto, a praticare attività erotica di ispirazione hard core con uno sconosciuto.

Molto maschio.

Ma maschio di brutto.

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