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Barbie Generation

Noi vagine nate negli anni ottanta, noi che siamo cresciute pensando che ci saremmo fidanzate con Marco Bellavia, noi che abbiamo imparato a scrivere col Grillo Parlante e a disegnare con Gira la Moda,  noi che collezionavamo ciucci di plastica colorata come se non ci fosse un domani, ecco per noi la Barbie è una specie di entità sacrosanta, è un feticcio religioso, è un’icona al di là del bene e del male, intrinsecamente legata alla prima coscienza meramente vaginale che abbiamo avuto di noi stesse.

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Per carità, le nostre infanzie spese nel nome del consumismo hanno avuto molti altri oggetti di culto, come ad esempio il Banco Scuola, i Polly Pocket o la Nouvelle Cuisine. Però le Barbie erano le Barbie. Personalmente non amavo nemmeno particolarmente giocare con le bambole: non ho mai avuto un Cicciobello, per esempio. Non ho mai avuto Baby Mia perché la Vagina Maestra era inquietata da questa bambola assassina che mi avrebbe chiamata “Mamma” alla veneranda età di 5 anni. E a dirla tutta, anche con Sbrodolina non ho mai avuto molto feeling. Voglio dire: io le davo la pappa e quella invece che sbrodolare mi pisciava da un’ascella o dall’inguine (o combinava altre nefandezze anatomiche che non vi sto a raccontare).

In questo desolante panorama che lasciava già presagire le mie carenze in quanto a spirito materno, le Barbie erano un’altra storia. Le Barbie erano fiche, senza se e senza ma. Le Barbie ti facevano sognare d’esser donna, non d’esser madre, innanzitutto, e questo a me pare già in qualche misura rivoluzionario. E nell’immaginario di una bambina esser donna vuol dire sì essere mamma, ma anche avere le tette (non spetta mica a Mattel spiegarti che oltre alle poppe nella vita c’è di più), usare il rossetto e camminare sui tacchi.

Eppoi, sognare di essere una tettona bionda californiana piaceva a tutte, avanti, che male c’è! Poi non lo siamo diventate, graziaddio, né ci siamo vestite di fucsia da capo a piedi, tranne che nel 2003 quando tutte abbiamo posseduto un paio di decolté tacco 9 color Katia del Grande Fratello. Ecco però voglio dire, era divertente giocare con le Barbie, da sole o in compagnia con le amichette, scambiarsi i vestiti, pettinarci i capelli biondissimi e sintetici, insomma, daicazzo, le Barbie erano le Barbie.E’ ovvio che una bambina trovi più aspirazionale una Barbie che una, cazzonesò, Pigotta! E le Barbie non bastavano mai. Erano il premio perfetto, quel qualcosa che ti rendeva incondizionatamente felice, sempre, a prescindere, erano impareggiabili, per noi della Barbie Generation. Un po’ come le videocassette dei film Disney.

Ecco, io di Barbie ne avevo 9, anche se ne ricordo specificatamente solo 3: Barbie Hollywood con i capelli lunghi fino alle caviglie e i camperos dorati, Barbie Roller Blade con i pattini che facevano la scintilla e Barbie Sirena con la coda azzurra metallizzata, una vera tamarra degli abissi. Le altre non le distinguo, ne ricordo solo il numero. Perché il numero di Barbie per una vagina può contare più del numero di uomini con cui è stata a letto.

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Ecco io avevo 9 Barbie e nessun Ken. Non era una bella vita per le mie Barbie. Potevano scegliere se diventare lelle o se vivere di relazioni immaginarie. E poi erano sempre scalze, le mie Barbie, perché io le scarpe le perdevo sempre, ma proprio sempre. E mi turbavo di questo e ancora oggi sarei così felice di avere una scatola piena di scarpette rosa di Barbie. Per compensare tutto ciò che non ho avuto. Tutto ciò che ho smarrito. Tutto ciò che non saprei più dove cercare, ormai.

Insomma, nel bene o nel male, le Barbie spaccavano assai. Al punto che quando ho letto ieri che hanno aperto la Casa di Barbie a Berlino me so detta: “Anvedi oh! Quasi quasi se ce capito!”
Poi ho letto la notizia completa e ho scoperto che gnente, hanno protestato, le femministe. Per quella storia che la Barbie è una bambola sessista, perché è un modello non aderente alla realtà, perché vogliamo un mondo senza pregiudizi, perché lo stereotipo della bionda americana con le sise che son due cocomeri, il vitino che è largo quanto una fetta di pompelmo, gli occhi azzurri, le labbra fucsia e i denti bianchi non va bene, che è un giocattolo con connotati sessuali. E blablabla.

Ecco, secondo me, mò che ci penso hanno proprio ragione su tutta la linea. Bisogna stare attenti ai bambini.

Per esempio, non dovremmo far vedere loro i cartoni con Minnie e Topolino. Metti che da adulti poi vanno da Nip & Tuck e chiedono di farsi fare delle enormi orecchie nere che spuntano dal cranio?

Per esempio anche quella storia della sorca depilata che va tanto di moda, ecco anche quella è colpa di Barbie, che non ha i peli. Dovremmo fare una petizione. E per dirla tutta, cosa stanno aspettando gli uomini a protestare contro He Man? Contro Batman? Contro Bruce Willis, persino.

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Torniamo seri, avanti. Ci sono problemi enormi nella condizione femminile odierna, in Italia più che mai. E’ uno scenario post-nucleare in cui i numeri del femminicidio s’accompagnano alle ragazze dell’Olgettina, in cui le nostre rappresentanti politiche hanno fatto in larga maggioranza più pompini di un viados brasiliano per arrivare dove sono e non esistono modelli dominanti di femminilità reali, consapevoli, ammirevoli. Questo è un fatto ed è tremebondo. Ma è un problema culturale, come sempre, all’interno del quale la Barbie lasciatela in pace. Perché di base tutto si può fare e tutto si può usare, il punto è sempre il “come”. Serve intelligenza, non radicalismo.

E comunque sticazzi. Quando ripasso da Berlino io alla Casa di Barbie ci vado. Anche se fa cagare.

Per principio e perché lo devo alla mia infanzia.

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Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

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Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

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L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

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Pop Up Al Culo

Ho recentemente scoperto che hanno inventato i jeans con il push up per il culo.

Sì, lo so, non è esattamente uno scoop. Ma io c’ho riflettuto soltanto adesso, perché mi sono ritrovata davanti questa pubblicità, abbinata – come spesso avviene secondo le modalità “marketta antisgamo” – a un articolo all’interno della rivista su questi miracolosi blue-jeans che se li compri nella versione pluriaccessoriata ti danno come optional anche il culo di Jennifer Lopez.

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Una potrebbe pensare che non ci sia poi tanto da stupirsi se si considera, per esempio, che sono tornati in auge i corpetti, dal diciottesimo secolo con furore, evidente segno di evoluzione vaginale. Solo che non li chiamano corpetti, no, adesso le guaine medievali si chiamano Shaping Collection. Che poi, sia chiaro, quelle robe lì, quei tripudi di misoginia color cipria, una cosa sono visti addosso ai manichini, ben altra cosa sono messi sul corpo delle vagine vere. Che una magari non ci pensa e le viene in mente che quasi quasi se l’accolla, poi le capita di trovarsi con uno e non è che quel poveraccio può star lì a disimballarti dalla tua lingerie da cetaceo dei mari del nord e scoprire che in realtà non ha rimorchiato te ma la versione sottovuoto di te.

Ecco io queste cose non le capisco granché.

E se da una parte auguro la gonorrea ai direttori marketing di quei brand che nel 2013 ancora non sono capaci di parlare con il pubblico femminile e di pensare strategie di posizionamento più originali e intelligenti, rispetto a cavalcare le peggiori insicurezze vaginali, dall’altra mi chiedo perché noi vagine continuiamo a prestare il fianco a questa folle corsa verso l’artificialità.

Iniziamo a NON accettarci prima ancora di avere il ciclo mestruale e se la metà delle energie che spendiamo a lottare contro il nostro corpo e il suo sacrosanto invecchiamento, la investissimo per conquistare davvero i nostri diritti civili, a questo punto forse saremmo già in piena Vaginocrazia Illuminata.

Invece no. Invece dobbiamo preoccuparci della cellulite, del sovrappeso, della ritenzione idrica, della buccia d’arancia, delle rughe, dei capelli crespi, dei capelli fragili, dei capelli opachi, dei peli, dei punti neri, della pelle grassa, della pelle secca, delle sise troppo piccole, del culo troppo sceso, delle ginocchia troppo grosse, delle smagliature, delle caviglie troppo gonfie, dei capillari e non so quante menate sto tralasciando. Quindi, mi chiedo: avevamo proprio bisogno dell’ennesima trovata che ci facesse sentire inadeguate col nostro culo? Ma soprattutto, in una maniera così subdola, con un claim da denuncia come “Magic happens” e questa topa atomica nata dall’incrocio genetico tra una letterina e photoshop, che tira fuori un coniglio da un cilindro! Mi viene da strippare. Ma magic happens stocazzo! Dì la verità, infimo brand! Dì la verità a quelle 13enni che non sono fiche, che non saranno mai come questa gnocca che ci sbatte in faccia il suo culo monovolume 180 cavalli. Devi dire: “Vuoi un culo che parli? Non mangiare i Fonzies e spaccati in palestra da quando hai 12 anni! Comunque non avrai il culo di Jennifer Lopez, ma sarai un po’ meglio di come sei“. E noi, noi che siamo amiche, cugine, sorelle, madri di quelle ragazzine, abbiamo il dovere di insegnar loro che ci sono altre doti da sviluppare e altri valori da perseguire. E che non possiamo averci tutte lo stesso culo, con la stessa forma. Che siamo diverse e che la bellezza è unicità, e vivadio che sia così, e se un cazzetto questa cosa non la capisce, il nostro culo non se lo merita. E aziende come Gas, che fanno bussiness sulle nostre paranoie, andrebbero boicottate, non finanziate.

E, tra push-up per le poppe e pop-up per il culo, a me verrebbe solo da dirvi: diamoci pace, la gravità esiste, porco mondo! Aver cura di sé è una cosa. Ossessionarsi per modificarsi, oppure essere così cionfe da credere a queste boiate, un’altra.

Ma soprattutto, per chi è un valore irrinunciabile che noi abbiamo il culo perfetto, di puro marmo scolpito sui fregi dell’Altare di Pergamo? Nostro? Delle vagine? In quel caso forse è giunta l’ora di imparare una nuova lezione di femminilità.

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Oppure è un valore per gli uomini, quel culo perfetto? No, perché a me sta bene, sia chiaro, però per coerenza sarebbe giusto che le industrie della moda e della cosmesi, a questo punto, si impegnassero nella produzione anche dei seguenti prodotti, tutti reclamizzati su testate di serie A e in prime time su reti nazionali generaliste:

Sneakers con rialzo pour homme –> per tutti quelli che se mi metto i tacchi divento più alta di lui e paro su madre

Camicie imbottite –> che all’interno abbiano una sottile imbottitura sulle spalle e sul petto. In questo modo, oltre ad essere più caldi, potranno anche dissimulare le loro spallucce da Smeagol e il loro petto di pollo Amadori.

Giacche con spalline autopulenti –> per tutti quelli che la forfora è scacciafica, forse nessuno te l’ha mai detto

Panciera Sagomata –> un mutandone ascellare che abbia sulla parte esterna degli addominali scolpiti, così che, indossando una maglietta aderente, il cazzetto sembri ben messo

Reggipetto contenitivo –> perché no, non è bello quell’accenno di tettina con capezzolame flaccido che intravediamo sotto certe polo Ralph Lauren.

Jeans Pop Up per lui –> avete presente quando a forza di passare la vita sul divano non avete più il culo?

Cappelli con capelli –> in versione invernale, con una base in cachemire impreziosita all’esterno dal cuoio capelluto di un babbuino depresso che si è tolto la vita guardando tutta la filmografia di Cristiana Capotondi. Per l’estate, c’è anche la versione bandana con cuoio capelluto.

Costume da bagno Autocritico –> il primo slip dotato di intelligenza artificiale, che possegga maggiore senso critico dell’esemplare virile intento a indossarlo, tale da rifiutarsi d’essere calzato da chi proprio non se lo può permettere

Fanghi di sterco di gabbiano volumizzanti –> Hai sempre voluto il pene di Rocco? Ora puoi! Basterà applicare ogni sera i Fanghi di Sterco di Gabbiano, prima di andare a dormire, sul tuo pene, poi avvolgerlo in una sottile pellicola trasparente domopak e lasciare riposare per otto ore. I fanghi agiranno con la loro azione volumizzante e vedrete i primi risultati dopo sole 5 applicazioni! Le vostre partner finalmente capiranno la differenza tra il vostro dito e il vostro pene!

Perché sì, se noi dobbiamo tendere tutte a Jennifer Lopez, vorrei che tutti i cazzetti tendessero a Michael Fassbender!

Eccheccazzo.

ps: sul fatto che l’uomo debba essere più affascinante che bello sarei anche d’accordo, se solo la maggior parte di quelli a piede libero non avesse meno charme di Dodò dell’Albero Azzurro. Senza offesa per Dodò.

pps: chiaro sia che io comunque preferirei una società in cui barattare il pop-up al culo e la gommapiuma nelle mutande con la voglia di dirsi e darsi. Di ridere e godere insieme.

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Perché Io Vengo

Spesso mi hanno chiesto se fossi femminista.

Io ho sempre risposto di no. Anzi, le femministe mi stanno pure parecchio sulle palle, che se si facevano i cazzi loro magari a quest’ora passavo la giornata a infornare dolcetti senza alcuna pretesa, invece che fare la pezzente in carriera a Milano, e magari ero più felice.

Loro si son beccate la minigonna e la libertà di darla in giro con meno sensi di colpa, noi ci siamo puppate la ceretta brasiliana e l’implosione della virilità in una bolla di proto-maschi, terrorizzati dalle donne cosiddette emancipate. Evolutesi dalla condizione di angeli del focolare, infatti, le nostre post-femministe – sotto una spossante e costante sollecitazione alla perfezione personale e sociale – si trasformano in flagelli del demonio: incazzate, nevrotiche, acide, impegnatissime, ciniche, stronzamente complicate e, nei casi migliori, sole, con una sindrome premestruale che arriva a durare 20 giorni al mese e che può essere sfogata al massimo piangendo per i giudizi di Carlo Cracco a Masterchef *(tutti quelli che volessero sorbirsi il pippotto semi-serio sul femminismo contemporaneo, seguissero l’asterisco al fondo del post. Io comunque ve lo sconsiglio)

Quindi no, io non sono una pornofemminista divoratrice di scroto sotto sale.

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Tanto più quando mi succede di vedere cose come questa:

http://video.corriere.it/berlusconi-imbarazza-signora-ma-lei-viene/21f0605c-73a7-11e2-9084-585ed48470f3

http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/berlusconi-scatenato-con-l-impiegata-quante-volte-viene/118987/117473?ref=HRER1-1

Perché ciò che provo, guardando questo video, osservando questo vecchio erotomane alla deriva, questa caricatura della caricatura, questo grottesco latin lover alto 1 metro e un bananito, noto a tutti come Silvio Berlusconi, ecco ciò su cui io mi soffermo, è lei.

Lei. Meravigliosa. Di classe, poi, capace di abbinare i colori come solo un daltonico sotto chetamina potrebbe fare.

Lei ammicca. Sorride. Risponde, sveglia. Accipicchia, proprio un peperino, questa Signorina Silvani!

Ma certo. Cosa volevamo che facesse, lei? Che restasse seria? Che mortificasse Tutankhamon facendogli capire che questo umorismo da 12enne durante la lezione di Scienze sulla riproduzione umana ha rotto il cazzo? Che sono finiti gli anni del Bagaglino? Che il suo approccio da film di Jerry Calà è offensivo e che l’Italia non è solo un paese popolato da zoccole? Cosa volevamo che facesse, lei, che in quel momento incarnava il nostro genere, che era l’unica donna su quel palco. Lei che era lì, dopo tutti gli scandali e la feccia, dopo tutte le Noemi, e le Ruby, e  le Minetti, e le D’addario, e le Gelmini, e le Carfagna, dopo tutte le precarie che “le consiglio di sposare un milionario”, cosa pretendevamo da quel povero cesso multiorgasmico?

Volevamo mica che rispettasse la sua sessualità? Volevamo mica che rivendicasse il suo ruolo di professionista e non di fica-fregna-patata-sorca-passera? Volevamo mica che dimostrasse che le donne sono ancora capaci di indignarsi, perché hanno ancora una dignità? Perché se un vecchio calvo con la faccia marrone fa davanti a tutti allusioni così squallide sul tuo piacere sessuale, tu, testa di cazzo, devi indignarti.

Perché se non ti indigni, ti fai trattare come un oggetto sessuale, come un freak da cinepanettone, presti il fianco a questa idea malsana per cui la molestia sia lecita, simpatica persino. Invece fa schifo. Fa schifo lui. Fa schifo quella manica di idioti che ride lì con lui. E fai schifo anche tu, reginetta dell’amplesso, che fai il suo gioco, che lo assecondi, che gli fai pensare che comportarsi così vada bene.

E no, non penso di esagerare. Perché possiamo essere libere, possiamo giocare con il sesso, possiamo darla via o passarci sopra SaratogaIlSiliconeSigillante, possiamo essere riservate o parlare della nostra sessualità, scherzarci su persino e va bene, ma con chi diciamo noi, quando diciamo noi e come diciamo noi. E su questo non ci sono cazzi.

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Viceversa, quelle donne che continueranno a ridere di questo sessismo da discount, privo persino di testosterone; quelle che continueranno a essere complici di questi omuncoli, che continueranno a dargliela sperando di ottenere dei benefici, delle scorciatoie; quelle che scimmiotteranno questo patetico sessual-cameratismo tra generi; quelle che faranno tutto questo, dovranno abdicare al loro diritto di lamentarsi degli uomini, in qualunque caso. Anche quando il marito le mollerà per una moldava 22enne. Anche quando un 50enne si scoperà la figlia appena maggiorenne. Dovranno tacere, perché tutto questo sarà frutto di una cultura che avranno contribuito ad alimentare. E loro, rispetto a quegli uomini, non varranno una cicca di più.

Detto ciò, siccome la mediocrità stanca, io mi auguro che la maggioranza di questo paese non sia più composta da donne e da uomini come questi. Che se così fosse sarebbe l’evidente e insindacabile dimostrazione che l’Italia è una fogna. E nelle fogne solo le pantegane possono camparci.

Amen.

PIPPOTTO SEMI-SERIO SUL FEMMINISMO (io comunque ve lo sconsiglio)

**Non sono femminista. O forse lo sono senza accorgermene, per un habitus culturale che ho. Forse lo sono nell’unico senso in cui si possa esserlo oggi: senza delirio e senza entusiasmo, perché noi abbiamo visto la spinta propulsiva dell’idelogia ritrarsi, e ora c’è la risacca, che è quel naturale scarto che c’è sempre tra la teoria e la pratica. Qualunque sia la teoria, qualunque sia la pratica. Quindi no, io non sono una femminista nel senso tradizionale del termine, io non credo che siamo migliori degli uomini, e neanche che siamo peggiori. Credo anzi che siamo diversi e che questa diversità dovremmo custodirla invece che pensare velleitariamente di appiattirla sotto una parità che non sarà mai concreta e che non ci fa nemmeno davvero gioco. Io non sono una femminista, ma rispetto la femminilità. La amo e ci tengo che sia amata. Mi sforzo per comprenderla e ci tengo che sia compresa. La critico perché voglio migliorarla. Rispetto così tanto la femminilità da poter parlare di “vagina” senza offendere nessuna donna intelligente.

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Mini-guida al Regalo natalizio per Vagine

Io odio fare i regali, specificatamente quelli di Natale.

Odio l’idea stessa di “pensierino” che per me non ha alcun senso, perché “pensierino“, lo dice la parola stessa, è una roba inutile. Una cosa di cui il destinatario potrebbe benissimo fare a meno, perché tutto sommato non è che ci sia un bisogno esistenziale di una nuova collana di Accessorize, voglio dire.

E poi perché, per “pensierino” che sia, devi comunque cagarti almeno 15/20 euri, moltiplicati per il numero di pensierini da fare, ci vien fuori una borsetta o un paio di scarpette che avresti potuto comprarti e non compri, perché quel dinero l’hai investito per dispensare inutilità al resto del mondo, e ricevere a tua volta inutilità di cui non avevi bisogno.

Tuttavia è una norma sociale imposta, quella del pensierino, cui tocca adeguarsi, perché ci son casi, come in ufficio, in cui se una ti fa il regalo tu devi essere pronta a ricambiare. Se non lo sei, sei una stronza. E io non ho bisogno di ulteriori incentivi alla mia fama di “stronza”. Quindi devo essere munita di una gran quantità di  cagate da dispensare, l’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie.

Red gift boxes

Devo dire, a onor del vero, che qui a Milano ho alcune amiche – profondamente bon ton – che fanno dei regali belli, che son maestre, loro, in questo, che proprio amano farli. Ma questa è una rarità. Nella mia vita posso annoverare una quantità imponderabile di regali fecali, per i quali ho comunque dovuto rendere grazie e fingere entusiasmo. E io non sono brava, a fingere entusiasmo.

Allora ho pensato di stilare questa Mini-guida al pensierino di Natale per vagine dolcemente complicate, che mi auguro possa tornare utile ai ritardatari che ancora non hanno idea (oppure hanno un’idea sbagliata) di cosa donare nella notte più magggica dell’anno.

1. Libro: sinceratevi che la vagina di riferimento ami la lettura. Viceversa, se come me è un’analfabeta che non riesce a superare le 50 pagine di qualsivoglia strumento stampato, di grazia, non regalate libri perché l’istinto primordiale sarebbe quello di restituirveli. No, neanche se ci chiedete di farlo per voi, di leggere quel libro, che quel libro ci cambierà la vita. L’unico alibi che riusciamo a darci è che i libri sono comunque di arredamento, in casa, e li conserviamo, ahinoi, sulla mensola. A fare i vermi.

2. Libro fotografico: più idoneo alla vagina analfabeta, che può guardare le figure e non leggere. Spiegatemi, comunque, l’utilità di un libro fotografico in tempi di austerità. Grazie.

3. DVD: a meno  che non ci sia un profondo senso, un riferimento personale a qualcosa che vi lega alla vagina in questione, come dire, anche no. Cioè, sì, grazie. Ma è come se mi avessi regalato niente. Ciò non si riferisce, ovviamente, a quella volta in cui stavo strippando per i Pink Floyd e una mia amica a Bologna mi regalò il dvd del Live at Pompei. No, quello era perfetto e ci stava di brutto. Si riferisce a quando mi regali, cazzonesò, il dvd del secondo film di X-files, regalo così tremebondo da meritare la menzione in ben 2 post di questo blog.

4. Cd: io i cd li amo molto, li trovo belli, oggetti che arricchiscono la casa e lo spirito. Naturalmente devono essere giusti. Mi regali Sgt Pepper’s, posto che io non lo abbia già, vai liscio. Mi regali Mengoni, non ti saluto più. E, inoltre, ai cd c’è comunque un limite. A un certo punto devi capire, maschio, che io non sono te, che ho mille esigenze e mille ammennicoli che mi servono per affrontare la quotidianità – tipo anche uno stock di collant di vari denari, per capirci – e se proprio vuoi spendere soldi per me, spendili meglio cazzo.

5. Trousse: questo è, per quanto mi riguarda, il regalo più inappropriato che si possa fare. E, va da sé, è quello che si riceve più spesso. Il passepartout indistintamente adottato da chi non ti conosce abbastanza, non sa bene cosa regalarti e pensa, con la trousse, di andare sul sicuro. Sicuro che sbagli, non c’è dubbio.  Io ne ho di tutte le fogge possibili e immaginabili: riccio, matriosca, bambolina cinese, girandola, bocciolo di rosa e poi quella classica rettangolare ma maculata. Ecco: NO! Sono anche costose, di grazia, quindi vi prego, proprio vi imploro, non fatelo! Sono una cagata fotonica. Di tutti i colori che ci sono dentro a stento ne usiamo 2, e poi sono scomode, certe serve una laurea in ingegneria per usarle senza farle rovesciare, che hanno un baricentro ignoto e s’accappottano sempre e noi viviamo di corsa, non c’abbiamo il tempo, e quindi le lasciamo lì a marcire. Per cui, vi prego, no alle trousse.

6. Trucchi: piuttosto sono preferibili dei cosmetici sfusi, quello sì, ma anche lì, abbiate percezione dello stile della vagina. Cioè se quella si trucca, per esempio, sempre con colori scuri, evitate l’ombretto fucsia con pigmento di culo di babbuino e brillantini. Viceversa, anche un buon mascara – che solo una vagina sa quanto costi un buon mascara e di solito il cazzetto va in shock anafilattico – è un pensiero gradito.

7. Cosmesi per il corpo: su questo per me non sbagliate mai. Cremine e unguenti che ci rendano levigate e desiderabili sono sempre graditi. Se non volete essere insultanti, evitate lozioni anticellulite, magari. Per piacere, evitate accuratamente anche tutte le creme Aquolina, il genere vaginale ha superato da circa 10 anni l’indescrivibile fascinazione per le creme che odorano di zucchero filato e cioccolato bianco. Non siamo meringhe viventi. Siamo vagine. Grazie.

8. Profumo: il profumo NO. A meno che non conosciate esattamente la fragranza usata dalla vagina in questione. Chiaro che se quella vi dice: “oh mai god! ho finito il mio j’adore!” e voi c’avete voja di spendere 90 euri per un profumo, ben venga. Viceversa, per cortesia, evitate di regalare quelle cose immonde tipo di Byblos, che ogni volta ti chiedi perché quel packaging sia arrivato nel ventunesimo secolo e non sia stato relegato negli anni novanta, come Non è la Rai.

9. Guanti: ottima idea regalo, usatela con buon senso. Se una è una consulente McKinsey, evitate i guanti comprati da Terranova a righe colorate fluo, voglio dire. Evitate in generale qualunque cosa comprata da Terranova, se possibile, nel caso in cui abbiate superato i 20 anni di età. Se una, poi, ha le mani di Gianni Morandi, per piacere, chiedete se, nel caso, può andare a cambiare il regalo e conservate lo scontrino.

sciarpa

10. Sciarpa: vale quanto detto per i guanti. E’ un regalo ottimo che può diventare pessimo. Anzi, oserei dire che il potenziale di orrore insito in una sciarpa è insuperabile. Ho una quantità sconsiderata di sciarpe demmerda, tutte ricevute in regalo. Il ché indica che comunque ci vuole talento, a scegliere le sciarpe più brutte, perché dopotutto con una pashmina te la cavi anche con poco e a sbagliare ci vuole decisamente una marcia in più. Mi spiego. Se io non uso lana grossa, perché già paro l’omino michelin quindi evito di mettermi addosso cose troppo ingombranti, tu non regalarmi una sciarpa che pare io mi metta al collo un intero allevamento di pecore sintetiche. Se, poi, ti accorgi che vesto sempre di nero, non farlo, non la voglio quella sciarpa a fantasia sulle tonalità del violetto, ommioddio.

11. Cappello: giammai! La vagina deve provarlo. Non si regala un cappello così, a scatola chiusa, nella stessa misura in cui non ci si sposa vergini, così, a scatola chiusa.

12. Abbigliamento: comunque rischioso, evitatelo come fosse il demonio, se la vagina in questione è curvy.

13. Collane, orecchini, bracciali: osservate lo stile della vagina a cui dovete fare il dono. Se non usa mai orecchini vistosi, evitate di darle i pendenti del vostro lampadario Roccocò. Se non usa braccialetti sottili perché ha il polso da Mike Tyson e in compenso indossa bracciali importanti, assecondate lo stile che ha naturalmente scelto per se stessa. Se ha il collo taurino evitate le collanine girogola, insomma, piccoli accorgimenti, grazie ai quali con questo genere di cadeu potrete non sbagliare. Va da sé, che se una è una punkabbestia, non le regalerete un pendente a forma di cuoricino tempestato di zirconi. Viceversa, se è la consulente McKinsey di cui sopra, eviterete qualunque oggetto colorato in lana cotta, presi come siete dall’idea catto-comunista per cui la lana cotta sia una cosa figa. NO. La lana cotta fa cagare. Sempre. E se anche la vagina in questione fosse una studentessa del dams di Bologna, non esisterebbe un solo valido motivo al mondo per foraggiare simili orrori.

14. Oggetti per la casa: anche no. Facciamo che casa mia decido io come arredarla.

15: Regalo Ironico: serve a un beato cazzo, però è sempre meglio di un regalo con velleità serie ma sbagliato. Calze buffe da usare in casa, pantofole orrorifiche antistupro, pigiamoni che Berlusconi si farebbe frate, cose così, alla fine, vanno anche bene.

16: Intimo: un po’ retrò, l’idea. Nel caso, siate accorti. Niente completini con il pelo rosso o perizoma uber-misogini fatti di autentico filo spinato. Anche lì conservate lo scontrino.

17: Scarpe: vi amerà incondizionatamente. Pleonastico dire che dovete sceglierle insieme.

18: Peluche: dico, curatevi.

E se poi, invece, avete gli strumenti per donarle un iPhone 5, una miu miu, un portafogli Prada, una Reflex, un nuovo piumino, una vacanza, ecco in quel caso tanto meglio per lei.

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Skinny Bitch & False Fat

…o anche ButtaneMagre & FalseGrasse

Non sopporto chi è troppo viziato, non sopporto chi nella vita non ha mai dovuto dimostrare un cazzo, non sopporto chi mastica con la bocca aperta, chi non dice quello che pensa e chi non pensa quello che dice, chi non mette la freccia quando guida, chi mette lo spazio tra l’ultima lettera della parola e la virgola, chi si lamenta sempre, chi se la sente troppo calda, chi parla incessantemente del proprio lavoro, i tassisti che non ti danno i centesimi di resto e ti dicono “Bene così?” che uno vorrebbe rispondere “Beneuncazzo!” e non sopporto le False Fat.

Le False Fat sono quelle vagine che dai loro vitini sottili, dalle loro gambette longilinee, dalle loro tettine insignificanti, rivendicano l’insensato diritto di lamentarsi del proprio grasso immaginario. Il ché, finché False Fat parla con False Fat, non fa una piega. Son lì che possono fomentarsi a vicenda e dire che sì, che devono fare questo e quello, la dieta, e i massaggi, e la ginnastica, che non si può vedere quella “pancetta” che hanno messo su. Il problema, concettuale e dialettico, sorge nel momento in cui la False Fat si ritrova a parlare con una True Fat. Lì tutto l’impianto retorico crolla, inevitabilmente. E se tu, False Fat, che quando ti siedi nun te se crea nemmeno il tarallo sulla panza, ecco se tu parli a me del fatto che sei cicciona e nel dirlo dai un leggero pizzicotto a quell’addome sollevando una risibile quantità di adipe ricoperto di pelle, ecco, lo capisci, io ti odio.

vaginnnnna

Non è che io scelga di odiarti. Io ti odio e basta, in quel modo sano, consapevole, meravigliosamente spassionato in cui soltanto una True Fat può odiare una False Fat. E ti odio per mille ragioni: ti odio perché non sei consapevole del tuo essere fica così come sei, ti odio perché non ti rendi conto che io sono più grassa di te e mi faccio meno pippe (incredibile, ma vero),  ti odio perché sei ipocrita, ti odio perché non puoi pregiarti del titolo di “cicciona” così, a caso, tanto per fare del cameratismo, ti odio perché io non porto la tua taglia dalla prima media, ti odio perché se pesavi 48 kg e adesso vai 52 e ti definisci “cicciona”, l’istinto che mi viene è di legarti a una sedia e ingozzarti finché non arrivi a pesare 95 kg. A quel punto, sì, sarà tuo insindacabile diritto, definirti “cicciona”.

Guarda, se vuoi ti prendo per mano e lo ripetiamo insieme, che se sei alta 1.80 e sei una taglia 46, non sei grassa, sei sana. Che se sei una taglia 44, a meno che tu non sia alta quanto il femore di Brunetta, non sei grassa. Che se sei una ex campionessa olimpionica di atletica leggera e ora hai messo su 2 kg, non sei grassa. E se continui a ripetere d’esser grassa, potrai al massimo convincermi che tu sia  cretina, il ché, garantisco, è un difetto peggiore.

E poi ci sono quelle altre, le SB che sta per Skinny Bitch, ulteriore pericolo per l’incolumità emotiva della True Fat. La Skinny Bitch è di base quella che mentre, tipo, state insieme e state parlando, e sono le 4 del mattino, se magna 2 panzerotti fritti, un cono gelato triplo gusto e siccome c’ha ancora fame una crepes alla nutella ed è naturalmente una taglia 40 da quando te la ricordi, e pure dopo un parto plurigemellare, quella, sarà secca come la frutta che se magna a Natale dopo il pranzo faraonico. E no, non è bulimica. E’ proprio, banalmente, una Skinny Bitch.

Detto ciò, uno degli aspetti più difficili della vita da True Fat, oltre a quando impazzisci e ti ostini a provare un vestito di Zara per confermare a te stessa che tu, lì dentro, non ci entrerai mai; oltre a quando la prima volta nella vita ti definiscono “cicciabomba”; oltre a quando hai un appuntamento con un uomo e ti chiedi, nel caso in cui decidessi di dargliela, quanto grassa gli parrai (perché per quante palle una vagina possa avere, queste pugnette, un minimo, se le fa); oltre a dover convivere con progetti di diete, attuazioni di diete e claudicanti intenti sportivi – non fosse altro che per salute e per evitare di continuare a lievitare nemmanco ci facessimo le piste di Pan degli Angeli; oltre a quando riguardi le foto della Prima Comunione e t’accorgi che parevi proprio una betoniera vestita di raso bianco e pizzo macramé, ecco oltre a tutto questo, uno degli aspetti più complessi della nostra vita da True Fat è il confronto dialettico con le Skinny Bitch e le False Fat, del quale riporto alcuni, paradigmatici, esempi:

1. Vagina FF: “Sono grassa” – Vagina TF: ”Ma che dici! Se sei grassa tu…“, “Ma non dire scemenze“, “Sì, un casino guarda

In realtà penseremo semplicemente “Ma vaffangulo“.

barbiegrassa

2. Vagina FF/SB: “Tu sei bella così, sei alta” – Vagina TF: ”Ma non è vero che sono alta, sono normale

In realtà penseremo semplicemente: “Ma vaffangulo, quando ballavi l’Alligalli che ti dicevano, che i Watussi erano alti 1.70?

3. Vagina SB: “In questo periodo sono così stressata che ho perso 5 kg” – Vagina TF: “Oddio, che succede?

In realtà penseremo semplicemente: “Buttana! Io quando mi stresso magnerei schifezze col nastro trasportatore e pur concorrendo ai campionati mondiali di paturnie non perdo n’etto, mai, ma manco a cagare sorci verdi

4. Vagina SB: “Io ho sempre mangiato di tutto, ma ho la fortuna di non ingrassare” – Vagina TF: “Mh-mh

In realtà penseremo semplicemente “Vabbé, sei completamente idiota. Adesso perché non vai da un mendicante con una sola gamba al semaforo e gli dici che non hai mai lavorato nella vita, però sei ricchissima, poi sgommi e te ne vai?

5. Vagina FF: “Beata te che hai le tette” – Vagina TF: “Beh sì, sono grassa, è anche normale che io abbia le tette

In realtà penseremo semplicemente: “Il punto più magro del tuo corpo è evidentemente il cervello

6. Vagina SB: “Guarda che non è bello NON riuscire a metter su peso” – Vagina TF: “Immagino, è una cosa che non mi è mai successa…

In realtà penseremo semplicemente: “Senza nulla togliere al tuo piccolo dramma esistenziale, questo siparietto non potresti farlo con qualcuna delle tue amiche Born to be Thin? Grazie“.

7. Vagina SB: “Quella c’ha un culo che è una portaerei” – Vagina TF: “Beh, anche io ho il culo che è una portaerei” – Vagina SB: “Noooo, ma sei fuori te! Non dire scemenze, non c’è paragone“, questo fino al giorno in cui non si accorgerà che siete migliori di lei in qualcosa. Da quel punto in poi si sentirà legittimata a parlare delle vostre chiappe che fanno provincia.

8. Vagina FF: “No, ma ti prego, magra, io???” – Vagina TF: “Non magra, sei normale

In realtà noi penseremo semplicemente: “Crepa

9. Vagina FF: “Guarda che per la prima volta ho comprato una taglia 44” – “Beh vabbé, la 44 non è poi così grave, guarda che stai bene

In realtà noi penseremo semplicemente: “Dio, che tragggedia

10. Vagina FF: “Ho questo problema, mi spuntano le ossa” – Vagina TF: “Ma se sei fica…

In realtà noi penseremo semplicemente: “Tu devi rincarnarti in Platinette, nella tua prossima vita, stronza

E questo è solo un piccolissimo campionario.

Che poi, certe volte, a essere onesti e avere percezione di sé e dell’altro, si campa mejo.

E a voler parlare per forza di taglie, si può sempre parlare di quelle delle scarpe che, in genere, sono molto meno stigmatizzanti.

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Terroni a Milano

Il mio amico Tarallino, quello di bassa statura fisica e grande caratura sarcastica, si è appena trasferito a Milano, la grande città, per fare uno stage.

Sicché, timidamente, ingenuamente, romanticamente, mi ha chiesto: “Cosa devo sapere di Milano?”

A quel punto ho pensato di stilargli un piccolo vademecum del terrone emigrante, aspirante cittadino milanese, dicendogli quelle chicche che a me non ha mai detto nessuno e che ho dovuto imparare in 4 lunghi anni di etnometodologia applicata alla società milanese, perché le vere cose da sapere di Milano e della sua folkloristica fauna non sono il costo dell’abbonamento dell’atc, bensì:

1. Usare il taxi non è peccato mortaleil terrone fa una fatica atroce a eliminare il senso di colpa derivato dall’idea di tornare a casa in taxi. La ricca tradizione mitologica terrona, tramandata per lo più in forma orale dai tempi di Omero in poi, narra le epiche vicende di uomini straordinari che hanno percorso l’intera circonvallazione esterna in 91 alle 3 di notte pur di non fruire del comodissimo radio taxi 024040, che sarebbe costato loro l’intero regno.  Ma ciò è una falsità. A Milano ci sono situazioni in cui è più sensato rinunciare a una pizza che a un taxi e questa è una dura verità con la quale il terrone trapiantato prima o poi dovrà fare i conti.

2. Il sushigiovane terrone che arrivi a Milano, ti hanno raccontato che il tuo più grande incubo in questa città sarebbe stato la nebbia. Sbagliato. Scoprirai, piuttosto, che la tua più profonda angoscia diventerà il sushi. Sarai obbligato a sperimentarlo entro i primi 10 giorni dal tuo trasferimento, perché di fatto a Milano andare a cena fuori vuol dire 8 volte su 10 andare a mangiare sushi. Quando lo avrai assaggiato dovrai scegliere se fingere che ti piaccia, abdicando a tutta la tradizione gastronomica che ha formato il tuo gusto e ti ha cresciuto a forza di cozze arracanate, con il nobile intento di integrarti nella società milanese; oppure potrai essere sincero e dire che il sushi ti fa cagare. Sappi, però, che nel secondo caso, sarai condannato all’emarginazione sociale. Il gruppo ti vivrà come un disadattato o, comunque, come un sempliciotto retrogrado incapace di godere della squisitezza di un sofisticatissimo pesce crudo di dubbia provenienza, magnato con riso allesso.  La vicenda del sushi, mio caro terrone, è paradigmatica di tutto il processo di integrazione nel cosmopolitismo milanese: talvolta sarai obbligato a fingere, talvolta sarai obbligato ad adattarti, talvolta sarai obbligato a emerginarti per autoconservarti.

3. Il francesismo: non è fondamentale conoscere la lingua nel dettaglio. Ciò che costituirà una marcia in più, sarà la conoscenza di un medio repertorio di parole ed espressioni idiomatiche francesi. Il francesismo, assolutamente gratuito, è un indiscusso discrimine tra fighi e loser. Il terrone che arriva a Milano magari si sente anche piuttosto evoluto perché conosce vocaboli come “pedissequamente” e ha una discreta dimestichezza con l’inglese, ma ciò non lo aiuterà nel momento di massima difficoltà, quando il  milanese (vero o fasullo che sia) si definirà tranchant in merito al battage che si è creato sull’allure della serata Veuve Cliquot , che risultava un po’ troppo agèe, organizzata nello spazio en plein air alla maison di sticazzì. Il terrone, a quel punto, dovrà soltanto annuire e condividere, senza mostrare di non aver capito checcazzo abbia detto l’interlocutore.

4. L’inglesismo: parimenti importante, anche se di estrazione diversa, è l’inglesismo. Professionalmente non hai possibilità di sopravvivenza e non sono ammesse forme di dissidenza linguistica. Se vuoi essere figo devi imparare tutti i fondamentali dell’aziendalese e aggiornarti costantemente, perché ogni giorno emergono nuovi neologismi. Quando sarai a uno stadio avanzato, poi, ti scoprirai persino a inventarli tu stesso, i neologismi. E li inserirai nelle presentazioni powerpoint, serenamente, tanto nessuno lo saprà che è semplicemente una tua invenzione. Per iniziare, tuttavia, ripeti a casa davanti allo specchio, senza sentirti ridicolo: briefing, meeting, feedback, redemption, report, engagement, benchmarking, highlight, slide, brain storming, naming, management, leader, project, awareness, positioning, eccetera.

5. Piumino vs cappottoil clima milanese fa schifo: caldo boia d’estate e freddo porco d’inverno. Te ne accorgerai, caro amico terrone. Ciò che ti colpirà, tuttavia, sarà notare come i milanesi per via di una straordinaria mutazione genetica siano capaci di sopravvivere ai mesi più rigidi della stagione fredda in cappotto. Per cui tu, terrone, figlio di mamma terrona, che al liceo ti mandava a scuola con addosso un piumone caleffi dotato di maniche, perché c’era un atroce inverno di 14°, capisci che non sei competitivo. Tu, terrone, non puoi farcela proprio fisicamente a sopravvivere all’inverno indossando il cappotto, proprio non puoi, tu devi indossare la fottutissima piuma d’oca e raccontartela che però, sai, ci sono dei piumini che sono anche molto belli, se ci pensi.

6. Il semaforo gialloil semaforo milanese è diverso dal semaforo terrone. Ci tengo a dirtelo perché non voglio che tu ti imbottisca di multe alla prima volta che guiderai qui. Al sud, notoriamente, quando noi vediamo il semaforo giallo, acceleriamo. Trattasi di un riflesso assolutamente incondizionato, il cui messaggio sotteso non è “attenzione, rallenta, sta per scattare il rosso” quanto piuttosto “mena, muoviti, che mò scatta il rosso”. Ecco, no. A Milano quando il semaforo è giallo, si rallenta. Perché qui il giallo dura poco e sopra il semaforo c’è una telecamerina funzionante pronta a coglierti in flagrante. E tutto sommato se pensi che poi i soldi delle tue multe diventano vacanze per Formigoni, anche no.

7. I loghi: caro amico terrone, ti saranno sufficienti pochi giorni a Milano per capire che quelli che hai sempre considerato dei fighetti e delle fighette nella tua città, quelli che andavano in giro ricoperti di loghi D&G, Blauer, Refrigiwear, Fendi, Prada, Richmond, Burberry, Dior, Armani, Armani Jeans, non sono fighetti. Sono tamarri o provinciali. A Milano i fighi indossano la griffe, senza ostentarla e sono intercettati da persone parimenti fighe, che riconoscono la griffe, senza leggerla. E’ una specie di scrematura naturale o di selezione sociale silenziosa, per cui simile va con simile. Noi comuni mortali possiamo limitarci a comprendere queste dinamiche e a schifare i coatti che indossano loghi giganteschi, credendosi molto gagliardi.

8. Essere Bionoterai che qui, nella città più artificiale d’Italia, c’è una grande attenzione alla naturalezza. Qui, più che mai, bio è bello, bio è buono, bio è fico. Non stupirti, dunque, caro amico terrone, quando qualcuno ti proporrà l’acquisto di un cavolfiore a chilometro zero, che ti costerà 40 euro.

9. No politica: Milano è una città in cui, amico terrone, non devi mai cercare il confronto politico con le persone che conosci. Nel caso tu lo facessi, sappi che ti esporrai al grandissimo rischio di scoprire che tutti hanno, come minimo, dei discutibili trascorsi di destra più o meno estrema, se non direttamente la foto di Maroni in costume adamitico sul comodino. Per contro, non è necessario che ti dichiari di sinistra. Potranno presumere il tuo orientamento dal fatto che sei più povero di loro

10. Informazioneè fondamentale, a Milano, essere informati e ricorda sempre, mio caro, che il primo organo di divulgazione scientifica è Vanity Fair, mentre l’agenda mediatica degli argomenti più discussi della società italiana è dettata da Real Time.

11. Il milanese e Milanodi tanto in tanto ti capiterà di incontrare dei milanesi che parleranno in termini entusiastici di Milano. Il ché non farebbe una piega, se si limitassero a dire cose sull’efficienza della città, sugli eventi, sulle mostre. Il problema è che poi, a un certo punto, iniziano a dire che è bella. Questo per i primi 2 anni ti apparirà del tutto incomprensibile. Successivamente inizierai anche tu a cogliere una specie di bellezza burbera in questa città, che certi palazzi hanno dei bei cortili, per esempio, e che certi scorci, all’equinozio di primavera, sono suggestivi, e poi c’hanno delle vetrine paura, qui, in effetti. Ma quando inizierai a vederla così, sarà perché Milano t’avrà contagiato. Fino ad allora, comunque, sii accondiscendente con il milanese che ti parla dell’inconfutabile bellezza di Milano. Sii umano. Non nominargli altre 50 città italiane estremamente più belle e vivibilie non ricordargli quanto a Milano faccia cagare il clima, il cibo, l’aria che si respira, la società, il costo della vita, che qua ci veniamo tutti solo per lavorare e che la bellezza è una cosa altra di cui probabilmente ignora l’esistenza. Non farlo. Tu sii comprensivo.

12. Le multinazionalinel primo periodo in cui sarai a Milano, individui di varia estrazione umana e sociale ti parleranno di Unilever e Procter & Gamble. Tu non avrai idea di che minchia siano. Tranquillo. Significa che sei una persona normale. Poi vai a casa e cercalo online.

13. California Bakeryl’apice del tuo sforzo di integrazione sarà una domenica mattina, quando ti sveglierai per andare a fare un brunch al California Bakery. No, non pensare al ragù della mamma. Concentrati su quel sapore di internazionalità che vivi mentre ti abbotti di pancakes. Per la cronaca, amico, sappi che io a fare il brunch al California Bakery non ci sono andata mai.

14. Radio Deejaymettiamo le cose in chiaro da principio, sai cosa ci fai con tutta la filmografia di Lars Von Trier? Ti ci strichi. A Milano è molto più importante sapere chi sono La Pina e Diego, se non vuoi essere un parìa.

15. Ipocondria: noterai subito che ogni milanese soffre di qualcosa. Tutti hanno almeno una patologia, un’intolleranza, un’allergia. In realtà, però, non sono una razza diversa, rispetto a noi terroni. La differenza è che noi andiamo dal medico quando stiamo oggettivamente male, cioè, ma male. Loro no. Loro si fanno tipo i controlli e poi grazie ar cazzo che scoprono di avere delle cose che non vanno bene. Tu, anche in questo caso, assecondali e mostrati straordinariamente partecipe della drammaticità del loro reflusso gastrico.

16. La depressione culinaria: ti renderai conto del fatto che a Milano impera la magrezza. Ciò non dipende dal fatto che sono migliori di noi. Semplicemente, non conoscono il gusto per il cibo. Per loro il soffritto è la reincarnazione gastronomica dell’anticristo. Il piatto tipico è il risotto allo zafferano che capisci che noi non possiamo che trovare sconfortante una prospettiva del genere. Se sei fortunato la depressione culinaria ti indurrà a perdere peso. Se sei sfortunato, ti indurrà a ripiegare su cibo di fortuna e lieviterai.

16. Vacanze il mio topic preferito: le vacanze dei milanesi. Su questo argomento conviene sempre giocare d’anticipo. Ovvero, amico terrone, chiedilo tu, per primo, a loro, in quale angolo di mondo voleranno al primo ponte di 3 giorni. Così scoprirai, per esempio, che esistono persone che vanno in vacanza in Mongolia, nel Laos, in Vietnam e in tanti altri posti il cui nome non saprei riproporre e che comunque tu, come me, non saresti in grado di localizzare sul globo terracqueo. A quel punto, tu, userai molto meno entusiasmo nel dire che vai a trovare la tua amica a Londra. Come dire: sticazzi. Ciò che, però, ti consiglio di fare come contromossa è stressare (devi imparare anche “stressare” in effetti), all’occorrenza, la scelta del turismo nazionalista. Tu non vai in Malesia. Tu vai in Sicilia, che non puoi capire quanto è bella la Sicilia. E, di solito, questa cosa qui, come se tu il sud lo capissi davvero e riuscissi ad amarlo in un modo in cui loro non potranno mai, li induce a rispettare di più la tua posizione di povero pezzente del sud con la valigia di cartone.

Per ora mi sembra un buon inizio, amico terrone.

Inizia a lavorare su questi punti. Più avanti, magari, integreremo.

Cordialmente,

Vagina

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L’insostenibile leggerezza dei 27 anni

Sto per compiere 27 anni.

Sto per compiere 27 anni e in questi giorni ho capito che 27 anni sono un’età strana, un’età di mezzo, in cui non sei più giovanissima ma non devi nemmeno farti venire l’ansia da prestazione da 30enne, altrimenti i 30enni ti guardano e ti dicono: “Oooohhh Vagi, sei così giovane, magari avessi io la tua età”. Nemmeno fossi una 14enne con ancora tutte le strade aperte e l’imene integro.

Il ché mi ricorda come quando eri adolescente, perdevi ogni giorno 10 anni di vita a scuola quando il prof di matematica sorteggiava la persona da interrogare, avevi le stesse sopracciglia di Elio ma molto meno definite, non sapevi truccarti, avevi un fidanzato di quinto superiore decisamente over-fico per te, e tu questo lo sapevi e lo subivi, e non avevi mai fatto all’amore, e il mondo ti sembrava pieno di ingiustizie, e il sabato sera dovevi tornare a casa alle 21, però ti dicevano sempre: “Guarda che questa è la fase più bella della tua vita“. Che una pensava: me cojoni!

Che poi la fase più bella, ma proprio più bella della vita, di quella che ho vissuto fino ad ora, per me sono gli anni dell’università. Perché quando hai 19 anni e vivi a Bologna e studi Scienze della Comunicazione, il ché ti consente di dedicare una buona percentuale della tua vita alla nobile arte del fancazzismo, ecco, non puoi non essere in pace con l’universo.

Non puoi non ridere, non ubriacarti con due soldi, non spulciare tutte le bancarelle in Montagnola, non imbucarti ai festini e tornare a casa in bicicletta con il vento freddo che ti taglia la faccia. Non puoi essere incazzata, quando esci con VagiGnocca, che – come si intuisce dal nome – è la mia amica vagina magra e gnocca, e ti fai una serata a bere  Fragolino, perché a 19 anni consideri accettabile bere il Fragolino, in Piazza Santo Stefano, con la gente che suona poco più in là e qualcuno lo imbrocchi sicuro, per parlare, conoscere, ridere e poi dimenticare. E se ti dice bene è anche il sosia italiano di Robbie Williams, cioè, voglio dire, che fa quella cosa terribile come comprarti una rosa dal pakistano e tu poi torni a casa tutta giuliva, con la tua rosa puzzolente e spampanata. E poi ci limoni, con Robbie, fuori dal portone prima di andare a dormire, e non gli dici di salire, no, perché lui ti piace e a 19 anni può succedere anche che se un tipo ti piace tu decida, arbitrariamente, di NON dargliela.

Ecco, a parte questo, secondo me quella è la fase più bella della vita.

Poi tutto si complica, e poi forse si distende di nuovo, non lo so. Però sta di fatto che i poco meno che 30 sono un’età bizzarra, in cui ti ritrovi a fare cose bizzarre. E’ come quando sei in prima media e la Vagina Maestra t’ha tagliato i capelli corti dopo la Prima Comunione e tu c’hai un taglio che non si può vedere, alla maschietto, diobbuono che incubo, e non c’hai ancora le sise, e non si capisce se sei n maschio o na femmina. Ecco. I 27 anni sono un po’ così. C’hai degli amici che convivono e c’hai degli amici che vivono ancora coi propri genitori. C’hai degli amici che ancora devono laurearsi e c’hai degli amici che lavorano. Certi figliano e certi ricominciano daccapo.

E poi ci sei tu, che sei un po’ un ibrido e che vivi in balìa di istanze sociali anagraficamente antitetiche, e ti ritrovi a unire, in una stessa serata, un piacevolissimo dopocena con 40enni radical chic, in una casa che dire “fica” è dire poco e tu non puoi manco farci troppo le bave, che non sta bene, a fumare e ridere, e parlare di Anna Karenina e dei Promessi Sposi e a renderti conto che sì, in effetti, le generazioni precedenti studiavano molto meglio di noi, che non ci ricordiamo una beata fava di nulla; e poi, chessò, il Rocket, subito dopo, a immergerti in un crogiuolo di tardo-liceali/appena-universitari, dove la gente te passa sopra e la birra la paghi 8 euri e se poi vuoi uscire a fumarti una sigaretta, col tuo bicchierone di plastica, ci sta pure un buttafuori che ti dice che no, non puoi. Perché, nsesà. Dimmi se è normale che io a 27 anni pago una birra 8 euri e se mi ci voglio fumare sopra una sigaretta, non posso.

E intanto, sei lì che dici che no, proprio no, essù, tocca esse più attrezzate, tornarci tipo con un vestito a righe biance e nere, eppoi delle calze giallo canarino, eppoi un rossetto rosso fuoco, eppoi degli occhiali da hipster, eppoi dovremmo tagliarci i capelli e farci un bel taglio lesbo con un ciuffo alla Little Tony, per esempio, e se non ci vogliamo tagliare i capelli tocca almeno farsi una cofana cotonata alla Amy Winehouse, ecco, beh sì, praticamente carnevale, sì, infatti, e dobbiamo gasarci a mille perché mettono, tipo, chessò, i Blink182 (true story).

Ecco mentre sei là che vaneggi di ste cose, arriva uno e ti rovescia addosso un cocktail. Addosso. Sulla maglia pulita e stirata. Un cocktail. Addosso. Sulla maglia che fino a un momento prima profumava di Dixan alla lavanda e ora puzza del peggior Rhum dei bar di Caracas. Addosso. Un cocktail.

Però siccome che sei giovane, fai finta di niente. Mica sei tu madre. Figurati. Non c’è problema.

Ma la verità è dentro di te, dove un’attempata quasi 27enne urla: MA CHI CAZZO ME LO FA FARE, A ME, DI VENIRE A SQUAMARE IN MEZZO AI PISCHELLI, IN QUESTO LOCALE CHE è GRANDE QUANTO UN BOX DOCCIA?

…dev’essere l’insostenibile leggerezza dei quasi 27 anni, a spingermi.

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Tutte abbiamo avuto Morgan

Capisci di essere una vagina geneticamente programmata allo struggimento quando alla soglia dei 27 anni continui a subire il fascino di soggetti come Marco Castoldi, in arte Morgan.

Come i vertici delle potenze mondiali sanno, è in corso la sesta edizione di X-factor. Solo che per vederla c’è da essere attrezzati e benestanti abbastanza da averci Sky. Se non c’hai Sky puoi guardarlo sul sito, dopo, come uno stronzo, privandoti anche del piacere del live twitting. Oppure puoi guardarlo su Cielo alla domenica sera.

Ah sì, io non ho nulla contro i reality e i talent. Ho studiato Scienze della Comunicazione, il ché mi consente di vedere qualunque cosa, anche dichiarato pattume, ove io lo desideri, con un piglio mediaticamente sociologico che mi consenta di non accusare il minimo senso di colpa e/o pudore.

Ora, Sky è un benefit che io non ho e che non intendo avere fino a quando sarò single per un molteplice ordine di ragioni che spaziano dall’evitare la totale alienazione televisiva equamente distribuita tra Fox Crime, History Channel e i documentari sulle bestie del National Geographic, fino al costo sul mio budget mensile e a quel problema della configurazione dell’hardware. Smanettare con le tv è appannaggio virile, nel mio sistema di riferimento cognitivo vaginale.

Tuttavia ho scoperto che esiste un terzo modo per vedere X-factor in tempo reale senza avere Sky: andare a casa degli amici che Sky ce l’hanno, che non significa tecnicamente sgroccare, o anche sì. Ma, come dire: sticazzi.

Premetto che io non sono una fedelissima di X-factor e mi dispiace di avere questa lacuna, seconda solo al non aver mai letto Proust, nella mia cultura generale, ma, ciononostante, subisco sempre in via immediata il fascino di Morgan. Ciò mi sta anche abbastanza sulle palle, perché subire il fascino di Morgan è fin troppo scontato, è l’apoteosi della banalità. E poi Morgan stesso mi starebbe sulle palle, se lo conoscessi perché la storia mi ha insegnato che non amo l’ego ipertrofico dei musicisti, probabilmente perché già il mio ingombra troppo.

Resta il fatto che, per quanto mi riguarda, Morgan è ipnotizzante.

E’ un riassunto di tutto ciò che scientificamente può far sbarellare noi vagine, portato alle estreme conseguenze.  Pagliaccio, controverso, fattone, musicista, sensibile e stronzo, depresso e iperattivo, brillante e autodistruttivo, egocentrico e vulnerabile. Cioè il classico sudoku della psiche femminile, quel masochismo che non comprendi di te stessa, quella roba che non capisci perché ti piaccia eppur ti piace.

E nulla conta che Morgan abbia tutta l’aria di quello capace di parlarsi addosso per ore, strafatto, ignorandoti e investendosi di un dissimulato autocompiacimento per la propria dialettica e per la propria genialità. Ecco, io ci starei per ore ad ascoltarlo. Almeno una volta. A guardare il suo show. Morgan a braccio. Che ride. Che piange. Che si mostra senza concedersi.

Tutto ciò non per fare l’apologia di Marco Castoldi, in arte Morgan. Quanto per dire che sì, tutte noi abbiamo avuto un Morgan nella vita, molto meno famoso e affascinante di lui, ma nato sotto quella stessa stella, che ci ha fatte sentire vive e straordinariamente sbagliate, che ci ha sedotte nonostante la sua mediocrità, che ci ha legate a doppio spago con la sua debolezza, che ci ha ferite con la sua miseria. E che tutte noi, a Morgan, nonostante i suoi denti gialli, la sua ipotizzabile fiatella, il suo malcelato lerciume da rockstar incompiuta, non potremmo resistere. E che, forse, al posto di quella tipa giovanissima che ha ingravidato qualche mese fa, non saremmo state diverse, non avremmo opposto alcuna resistenza all’idea di farci fecondare da questa revisitazione brianzola di Andy Warhol.

Perché certi cazzetti, quelli come Morgan, spogliati dell’impalcatura scenografica, fin quando siamo abbastanza giovani da permetterlo, sanno arrivare al Punto G dell’anima, che è al di là delle valutazioni di merito, dell’etica e del buon senso. E di solito, quelli come Morgan, sono quelli che ci fanno piangere fino a esaurire il liquido lacrimale. E sono gli stessi che ci fanno morire dalle risate, fino a sentire male alle guance.

Senza contare che a Marco Castoldi, in arte Morgan, si deve “Altrove“. Che ditemi il cazzo che vi pare, ma quella canzone è un pezzo di vita. Con dentro tante domande e tante risposte, che tra loro non si incastrano.

Ps: siccome so che ci tenevate a saperlo, io credo di tifare per gli incestuosi Freres Chaos che patiscono nel profondo e io, ogni volta che li vedo, provo solidarietà per i loro genitori, che la sera a cena, a tavola, si ritrovavano queste facce qui.

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Gayezza e dintorni

Ho passato un weekend gaio.

Frecciagrossa è stato da me, a Milano, che è venuto a fare un torneo di pallavolo gaio, perché i gaii sono alquanto iperattivi, e tonici, e ossessivi maniaci dell’ordine, e si autoconservano bene, i gaii. E Frecciagrossa è storicamente un gaio iperattivo, nel senso che è uno stalker di quelli che in vacanza ad Amsterdam a 20 anni, dopo una serata di sconvolgimento e 5 ore di sonno, alle 09.30 è capace di svegliarti, impietoso, dicendoti: “Pssst!!! In piedi!”, perché c’è da andare a vedere un minchia di mulino a 40 km dalla città oppure, chessò, i quadri di Rembrandt.

E’ arrivato venerdì sera e l’ho accompagnato a questo aperitivo gaio in un locale in culo ai lupi, talmente in culo ai lupi che se sbagli strada finisci sulla A1, ti allunghi e arrivi a Bologna in tempo per la Fujiko Night all’Estragon.

Sono arrivata in questo posto a puttana ladra, con lui che mi diceva “ma sì, è sempre pieno di tantissime vagine, tutti portano le loro amiche etero” e io “ok…”.

Inutile dire che ero l’unica vagina e che mi sono sentita come la negra (e io dico “negra” perché “nera” è troppo posticcio) che durante l’Apartheid decise di sedersi sull’autobus nel posto riservato ai bianchi, con l’unica differenza che quella negra lì fece scalpore, mentre io ero più o meno invisibile. No, non del tutto invisibile. Tecnicamente a un gruppetto di gaii sono apparsa un evento talmente paranormale che hanno voluto scattarmi una fotografia. Probabilmente per testimoniare il fatto che noi vagine ancora non ci siamo estinte. Ci sono i panda. Poi i koala. Poi le vagine.

Ho bevuto il mio vodka lemon, mentre Frecciagrossa non smetteva di smanettare su Grindr, e Bender, e Scruff, e Romeo. Perché, e questo chiunque abbia un amico frocio lo sa, bisogna accettare che l’interloquio con l’amico gaio sia puntualmente inframmezzato – con cadenza di una volta ogni 10 minuti bene che vada – dalla parentesi flirtomane.

“Oh m’hanno scritto in 12!”

“Oh, ma ce ne sono un macello…mmmh, carino lui”

“Oh, guarda questo!”

Il fenomeno si moltiplica in modo esponenziale quando ci sono più froci nello stesso ambiente. Senza accorgersene, si ritrovano tutti a smanettare su Grindr, chiedendosi cose tipo “Ma tu chi sei?”  ”Io sono Shiro” – “Io invece sono Legolas” – “Ma guarda, dice che siamo distanti 430 metri, e invece siamo vicini, ahahah” .

Grindr e simili, sostanzialmente, sono app che sfruttano il gps per localizzare i froci in zona (e mi auguro non ci siano omofobi nazisti alla lettura). La schermata iniziale offre tutte le informazioni di base: età, altezza, peso e una frase di presentazione, in cui dire quanto sei simpatico e solare. Grindr è utilissimo, funziona bene ed è una fucina di sesso facile a continua disposizione, in qualunque punto d’Italia o del globo terracqueo tu possa trovarti. D’accordo, certi gaii dicono: “No ma non è solo per scopare, serve anche a conoscere gente”. Infatti. Anche i club privée servono a conoscere gente.

Grindr è talmente utilizzato che è parte integrante della vita di molti gaii, al punto che quando li inviti a uscire dovresti dire: “Usciamo stasera, io, te e Grindr?”. Grindr è talmente utilizzato che nella prossima vita io voglio essere quella che Grindr lo inventa e ci si fa un sacco di soldi, senza concepire nulla di nuovo, mettendo semplicemente insieme tecnologie già esistenti e frocizzandole.

Incuriosita, bevendo il mio vodka lemon, ho inforcato gli occhiali, pensando: “Ma sì, ma tanto so tutti froci” e ho iniziato a scorrere i profili di Grindr insieme a Frecciagrossa. E mi sono smarrita tra addomi scolpiti, mutande aderenti che lasciavano pochissimo spazio alla fantasia, froce perse e ragazzi “normalissimi”, di quelli che vanno in giro in maglietta, jeans, all star, capello spettinato, un sacco carucci, che sarebbero le froce insospettabili, quel patrimonio di peni ingiustamente sottratto al mercato vaginale, per intenderci. E poi, su Grindr, dopo che hai guardato le info di base, c’è la chat. Il cui scambio medio di solito è:

“Bello”

“Grazie, anche tu”

“A o p?”

Questa domanda sarebbe l’equivalente di quello che negli anni duemila, nelle chat miste, era “m o f?”, solo che invece che chiederti se c’hai la sorca o l’augello, qui ti chiedono se sei A(ttivo) o P(assivo). Che poi quasi tutti sono versatili, il ché significa che un po’ lo prendono, un po’ lo danno. Par condicio. Mi pare pure giusto.

Immediatamente dopo, di solito, arriva la foto del pisello, preso dalle angolazioni più improbabili per sfruttare al meglio l’effetto prospettico. Posto che, come io e Frecciagrossa conveniamo, comprendere da una foto la portata di un membro virile non è cosa semplice, nel senso che spesso paiono meglio di quanto non siano, alcune di queste foto ti fanno proprio rosicare e ti fanno pensare che no, non è giusto, e che tutto sommato certi piselli importanti servirebbero più alle vagine, che il punto G ce l’hanno. Perché sì, il punto G esiste, e il fatto che i cazzetti non siano capaci di trovarlo e stimolarlo non significa che sia una specie di Mostro di Loch Ness a cavallo tra fantasia e realtà. Esso c’è.

I contatti su Grindr spesso finiscono in incontri. Non è stato questo il caso, per Frecciagrossa, perché c’ero io, l’appendice amica con quel brutto handicap della vagina, stigmatizzante agli occhi del crogiuolo di gaii che ci circondava.

Resta il fatto che non smettevo di pensare che loro, i gaii, hanno una straordinaria libertà che noi etero chiamiamo “promiscuità“. Perché fatichiamo a comprenderla, fatichiamo a padroneggiarla, fatichiamo ad ammettere che siamo noi che non riusciamo ad essere ugualmente spregiudicati e onesti, noi che viviamo nella nostra gabbia dorata presuntamente monogama, tenutari autoproclamati dell’unica formula di amore e relazione e sesso sano.

E che forse, in fondo, quel Grindr un po’ lo invidiamo, a livello teorico. Non potremmo usarlo in quanto tale, non noi vagine, per esempio, perché noi vagine in realtà poi vogliamo che il cazzetto ci porti a cena, che ci offra da bere, che ci faccia ridere, che sia colto, insomma, non è che ci basti una fotografia delle sue parti genitali, salvo casi proprio clamorosi. Però, a livello teorico, la serenità con cui i gaii possono incrociarsi, sperimentarsi, proteggersi perché non sono mica cretini – e sono anzi più furbi di una marea di etero in questo – è una roba che mette a nudo i convenevoli degli etero. I limiti culturali. La barriera cognitiva per cui il sesso fine a se stesso resta sempre un po’ un’attività squalificante, un gradino sotto al “fare all’amore” modellando un vaso di ceramica sulle note di Whitney Houston, per dire.

Io non lo so dove stia la verità, ma quello che vedo è che questi gaii sono organizzati, iperattivi, tonici, dinamici, consapevoli. Vedo che si divertono, che vivono incontri occasionali e che creano rapporti più solidi. Vedo che sono capaci di vivere relazioni esattamente come noi, ma che lo fanno con più sincerità. Vedo che hanno una coscienza sociale, dei problemi e dei vantaggi del proprio gruppo, più forte di quella degli etero, parcellizzati nell’individualismo antagonistico del mors tua-vita mea.

Poi, certo, ci sono le sfrante che sfarfallano con le mani e urlano “adooooooroooooo” ovunque, ci sono quelli che si sentono inspiegabilmente stocazzo solo perché lo pijiano ar culo, ci sono quelli che in quanto froci hanno la presunzione di poter dire qualunque cosa e che in camera c’hanno il poster di Aldo Busi.

Ma cosa c’entra.

Esistono anche le vagine stupide che inducono alla misoginia, ma ciò non significa che il genere vaginale globalmente inteso non sia un genere meraviglioso.

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