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E sesso orale. E santità.

Quando una è single le succede di alternare momenti di profonda aridità emotiva a periodi di elevata sensibilità sentimentale, durante i quali si innamora a ogni piè sospinto, attingendo a un repertorio umano che varia dall’autista del tram ad Arthur Rimbaud.

In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle. Anzi, sono innamorata dei Baustelle.

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Come di tanto in tanto faccio, ho smosso i miei potentissimi canali vaginali e ho ottenuto due accrediti per me e indievagina che, oltre a essere l’eletta che meglio può apprezzare questo genere di esperienza metafisica di lunedì sera dopo il lavoro, è anche colei che per prima mi passò La Malavita, in un pomeriggio di diversi anni (e diversi kilogrammi) fà.

Così, intorno alle 20 siamo montate a bordo del mio bolide e siamo partite alla volta degli Arcimboldi, per assistere al Fantasma Tour, non prima di aver ingurgitato un hot dog di fetida qualità accompagnato da birra piscio, disquisendo su quanto tra tutte le tipologie di junk food, quello  pre-concerto resti indiscutibilmente il più gustoso.

Ci siamo sedute, pochi minuti d’attesa, si sono spente le luci e lo spettacolo è iniziato.

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E’ iniziato e io non so se sia dipeso dal fatto d’essere in teatro, che io mi suggestiono sempre quando sono in teatro, oppure dalla presenza dell’orchestra diretta da Enrico Gabrielli, che io adoro perché i Calibro 35 sono così bravi che non si ascoltano, ecco io non lo so da cosa sia dipeso, ma ho pensato dal primo istante: “Cazzo, sono diventati grandi“.

I Baustelle son cresciuti. L’evocazione adolescenziale ha lasciato il posto a un’età adulta senza vie d’uscita. Le inquiete istanze puberali, la malinconia dubbiosa da trentenni di provincia, l’inquietudine esistenziale si è evoluta, si è complicata. E questo i Baustelle ce lo mostrano, senza inibizione e senza ostentazione, facendo ricorso a un canto che si fa narrazione e a un impianto strumentale che esprime il putiferio opaco che vi è dietro, che vi è dentro, che vi è sotto.

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La maturità chiude le possibilità. Il Futuro è una malattia “che desertifica, che significa che ciò che siamo stati non saremo più”. E tutto rimane permeato da un’incontenibile, sfrontata e persino precoce nostalgia. Ed è proprio questa specie di ansia naturalizzata, questo logorante sentimento del tempo che scorre inesorabile, cantato con una disarmante spontaneità, che me li ha fatti sentire vicini. Vicinissimi.

I Baustelle sono cresciuti. Hanno metabolizzato e rielaborato i propri tratti distintivi, arricchendoli di rimandi, omaggi, citazioni della migliore tradiziona cantautorale italiana, ma anche di cori e giochi di luce di pinkfloydiana memoria, e sonorità a tratti lisergiche. E anche quando sale il sospetto che forse non ci sia in essi qualcosa di davvero nuovo, di davvero straordinario, di davvero mai sentito (per quanto encomiabile e interessante sia ciò cui si sta assistendo), ecco che arriva un verso, senza preavviso, 4 o 5 parole messe in fila, che ci lasciano nudi. Che ci obbligano alla resa. Come il “Perciò stanotte dormi qui, che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia. E dammi figli e verità. E sesso orale e santità ” di Nessuno.

Cioè, io glielo davo veramente l’utero, a uno che mi cantava ste robe, per dire…

I Baustelle sono cresciuti. E io non so dire se siano migliori o peggiori di quelli iniziali, che pure abbiamo amato. So soltanto che sono cresciuti, come persone e come artisti. E so che io sento ciò che sentono loro. So che tutti cerchiamo la chiave individuale a un disagio generazionale. So che quell’irrisolto oggi è più profondo di ieri, al punto che – d’un tratto – le parole finiscono e tutto viene demandato all’orchestra che interpreta, sublima e ci restituisce i perché e i per come delle nostre angosce condivise. Della nostra paura di fallire.

So che i Baustelle sono cresciuti e che interpretano come pochi altri lo spirito del nostro tempo: la sua controversia, la sua inadeguatezza a tutti i semplicismi, la sua ansia, la sua rassegnazione sofferta. Ma anche la sua cultura, la sua finezza, il suo catartico cinismo, la sua malinconica bellezza.

So che i Baustelle sono cresciuti e saranno tra quelli che un giorno ascolterò in macchina, in viaggio, con il mio compagno accanto e i figli seduti dietro. Come mio padre faceva quando ero bambina. Con De André. E Dalla, e De Gregori, e Bennato, e Battisti.

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In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle.

Perché magari sembrerà strano, ma è una cosa meravigliosa sapere che qualcuno è ancora capace di toccare le inquietudini che ho dentro. Anche se è un musicista. Anche se lo fa cantando, in punta di dita, sull’orlo di me. Senza conoscermi.

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Vagina & Capital

Cara Gianna da Faenza, mia nuova amica, chiunque tu sia, io ti ringrazio.

Ti ringrazio perché se la Vagina è stata citata su Radio Capital in data 10 settembre il merito è tuo.

E il tuo merito non sta semplicemente nell’avermi segnalata alle conduttrici di Ladies & Capital, ma di aver fatto sì che fosse la citazione perfetta. Ma proprio perfetta.

Perché?

Perché sono stata citata in una puntata sul porno al femminile, subito dopo Something dei Beatles e pochi minuti prima di una telefonata in diretta a Rocco Siffredi.

E allora! Cosa volere di più, a parte Rocco Siffredi in pene e ossa?

Ecco l’estratto, per chi volesse ascoltarlo.


E, una volta ancora, GRAZIE GIANNA DA FAENZA!

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Amarsi un po’

Ho conosciuto GuruVagina nei miei primissimi giorni a Milano, più di 3 anni fa. Siamo state vicine di banco al Master di Alta formazione in Sticazzi che abbiamo frequentato insieme, affrontandolo con lo stesso disinteresse nei confronti di un mestiere della cui inutilità ci saremmo lamentate assai negli anni a venire, senza smettere di farlo, perché in fondo farlo ci piace.

GuruVagina è tre anni più grande di me, è brillante che nemmanco con pril due in uno e ha una specie di saggezza laterale da cui c’è sempre da imparare. Straordinariamente in grado di rapportarsi con i problemi vaginali usando un approccio virile, GuruVagina è quel genere di amica che  riesce spesso a offrirti un punto di vista a cui non avevi pensato, una prospettiva altra, politicamente scorretta, in grado di invertire i poli della questione e di farti apparire tutto in qualche misura più gestibile.

Quando ci siamo conosciute lei aveva la mia età oggi, ed io ero una minuscola appena-23enne catapultata nel mondo dei grandi, che abdicava alla rosea vita universitaria, al tempo libero, alla libertà e al cazzeggio, in nome di un ingresso precoce nel mondo del lavoro. Eravamo entrambe fidanzate con cazzetti meridionali, del tipo nasco-cresco-vivo-muoio al sud. Io conobbi il suo, lei conobbe il mio. Ci lasciammo entrambe. Entrambe iniziammo un nuovo amore (il mio, tragicamente finito mesi orsono, è quello imputato della paternità di questo blog), mentre affrontavamo i primi mesi di lavoro, lo sfruttamento, lo stagismo, quella precarietà e quella nausea che spesso caratterizzano i primi 2 anni di vita a Milano.

Tecnicamente con GuruVagina abbiamo condiviso un sacco di vizi e di risate, di birre e coca cole light, di paturnie, di lacrime, di insalate, di OKM (operazioni kate moss) mai andate a buon fine e di aperitivi. Abbiamo affrontato nuove relazioni, nuovi lavori, nuovi clienti, nuove preoccupazioni, nuovi fallimenti  e nuove soddisfazioni, suggerendoci espedienti di serenità a vicenda, arginando il vaginismo dell’altra, anche in apposite terapie di gruppo con chic-vagina e surf-vagina. Insomma, in tre anni sono successe svariate cose e io da GuruVagina ho ricevuto tanti spunti di saggezza vaginale, di cui quello principe è, e resta: ”Il modo peggiore per avere da un uomo ciò che vuoi, è chiederglielo“.

Ho conosciuto GuruVagina nei miei primissimi giorni a Milano, più di 3 anni fa.

E la settimana scorsa ho scoperto da GuruVagina che GuruVagina stessa si sposerà.

Per affrontare l’argomento ho bisogno di qualcosa come i Sigur Ros, che non ascoltavo da tipo 5 anni, perché sono troppo liquidi e mi scendono troppo dentro. E io non ho mai voglia di farmi frugare l’anima. Ma oggi li metto, ché merita, il tema. E il minimo che posso fare è immolarmi sull’altare dell’autolesionismo musicale.

GuruVagina me l’ha detto prima di andare insieme a un concerto a InCuloAiLupi. E’ venuta da me, è entrata nei 290 gradi centigradi del mio ampio living room/cucina/salotto/studio/purgatorio, si è seduta sul divano – che a luglio segna la vittoria indiscussa dell’ecopelle sulla pelle umana – ha iniziato a rullare e mi ha detto: “Dunque, sai che abbiamo fatto l’anniversario, no?”

Alché ho capito e ho iniziato ad emettere versi inconsulti, gesticolando in maniera improbabile. Ci siamo guardate, ping pong di occhiatine e ridolini vaginali, punteggiati di stupore devastante e poi ha sollevato la mano sinistra e io l’ho visto, finalmente, l’anello.

Lì credo mi sia partito un nitrito asmatico, o qualcosa di molto simile ad esso. Le sono andata incontro, le ho preso la mano, l’ho sbaciucchiata a mitraglietta sulla guancia, così emozionata che quasi piagnevo, se non fosse che ero già pronta per il concerto e se avessi pianto mi si sarebbe sciolto tutto il trucco da battona che avevo accuratamente dipinto sui miei occhi. Avrei anche voluto abbracciarla dippiù, ma saremmo scivolate sguiscide l’una contro l’altra, in quella patina di sudore condensato che si crea sull’epidermide degli esseri umani che abitano a Milano a luglio, e noi avremmo fatto la fine di quelle otarie nei delfinari, che si rotolano addosso facendo peripezie insensate per un biscottino al gusto di baccalà.

Lentamente mi sono ripresa e mi sono fatta raccontare tutti i dettagli, interrompendola ogni 8 secondi circa per dare un essenziale contributo alla narrazione, del tipo: “Non ci credo!”, “Che storia!”, “Dio che bello!”, “Ma è dolzissimo”. E intanto la guardavo e vedevo in lei una felicità meravigliosa: incredula, composta, vera. Non ridondava. Se ne stava lì, piantata negli occhi suoi, come una luce che non aveva bisogno di abbagliare.

Fino a quando ci siamo incamminate per InCuloAiLupi, dove ci aspettavano gli altri, e, lungo il tragitto, per non sentirci quel genere di vagina terrona legata all’idea del matrimonio, abbiamo parlato malissimo della cerimonia, del ricevimento, del velo, del bianco, del bouquet, dei parenti di settordicesima generazione, dei pranzi infiniti, delle fotografie in pose plastiche, dei ristoranti che hanno le riproduzioni delle statue greche e le fontane zampillanti. Abbiamo paragonato il matrimonio a una recita, a un presepe vivente, a un retaggio arcaico di una società ormai evolutasi in altra direzione.

Eppure io non smettevo di pensare e di dire quanto, in quel caso, fosse tutto magico, ma non quel magico der cazzo, non quel magico vaginale che si dice sempre. Magico per davvero. Magico perché non richiesto, non preteso, non voluto. Magico perché non era nei piani ed è successo.

E allora, ho pensato, che forse amarsi (un po’)  si può. Lavorare su di sé, incontrarsi, incastrarsi, costruire un equilibrio condiviso, che rispetti entrambi, che permetta di volersi, di afferrarsi, di non perdersi, ecco forse tutto questo può essere. Ed è impegnativo, è voluto, è conquistato. E’ raro. E io non so spiegarlo bene, non ne ho gli strumenti né le capacità,  però questa storia qui io l’ho vista nascere. L’ho vista crescere. Ogni tanto tremare. E non finire.

Quando siamo arrivate al locale, ho tracannato 2 vodka-lemon a stomaco vuoto ma, contrariamente a quanto avevo sempre pensato sarebbe successo in un momento del genere, ero talmente felice per lei che in me non c’era spazio per le paturnie vaginali, per pensare che a me non succederà mai, per pensare che io resterò sola, che non saprò mai costruire un legame così solido da fuorviare un uomo al punto da volermi al suo fianco per la vita. In me questo spazio non c’era. Non c’era per il cinismo. Non c’era per tutto ciò che posso lucidamente pensare delle unioni che pretendono di durare per sempre.

C’era solo l’idea che forse, a volte, amarsi un po’ si può.

C’era solo felicità. E quella sorpresa indescrivibile e rassicurante che si prova, a inciampare in qualcosa che – con le dovute trasposizioni -, ha il sapore dolce di quelle favole der cazzo con cui siamo, nostro malgrado, cresciute.

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Springsteen a San Siro – Vagina c’era

h. 19.00 – Sono sul tram diretta a San Siro. Io non sono mai stata a San Siro e stasera c’è il concerto di Bruce Springsteen che a me manco piace, però m’hanno proposto di andarci aggratise e, come è noto, a Springsteen donato non si guarda in bocca.

h. 19.10 – C’è un campionario umano quanto mai assortito, del tipo “sono sfigato ma mi sento fico”. Però ci sono anche madri e figlie. Ci sono coppie. Ci sono vecchi e ragazzi. Ma più vecchi.

h 19.15  - Quando si viaggia compressi come sardine è eticamente accettabile ascoltare i discorsi altrui, familiarizzare. Io ascolto il discorso di una che racconta di aver figliato a 38 anni, dopo essere rimasta single fino a 36, quando proprio non ci sperava più, ha trovato la sua metà della mela.

h. 19.30 – Arrivo a San Siro. C’è una marea di gente, ma è tutto così grande che la folla si disperde in file lunghe ma sollecite.

h. 19.31 – Ho un desiderio feroce di salamella.

h. 19.32 – Ho l’accendino scarico e mi avvicino a una bancarella per comprarne uno, di accendino, del Milan e pagarlo 3 euri.

h. 20.00 – Sono dentro San Siro, nel mio settore.

h. 20.10 – Continuo a guardarmi intorno e i tipi alle mie spalle appendono una bandiera degli Stati Uniti.

h. 20.11 – Penso che Al Queida abbia sbagliato tutto e che, invece delle Twin Towers, avrebbe dovuto tirar giù uno stadio durante un concerto di Springsteen.

h. 20.20 – Bevo una birra

h. 20.45 – Mi accendo la prima sigaretta.

h. 20.56 – BS è sul palco da un po’ e a me, che lo conosco poco, sembra un vecchietto assai tonico che rischia le coronarie performando con grande enfasi. Però il sound riempie, non lascia spazio ad altro e ha tutta l’aria di quell’impatto al quale dopo un po’ si cede.

h. 20.58 – Mi accorgo che BS ha la mosca. Ha la mosca. Quella sotto le labbra. Quella che quando la vedi su un uomo qualunque pensi “no, daje, no”. Ecco, lui ce l’ha. Poi c’ha un polsino nero troppo gagliardo e un orecchino che a 63 anni, tanto di cappello.

h. 21.05 – BS canta My city of Ruins. E c’è tanto Rock n roll. E c’è del rhythm & blues.

h. 21.07 – Inizio a capire che BS ama il suo pubblico, perché ci parla tanto, ci parla in italiano. Lo carica. E il pubblico ama lui, per davvero.

h. 21.10 – BS ci spiega che sua moglie non c’è ma che ci saluta tutti da casa

h. 21.17 – Canta un pezzo incredibile, di cui ignoro il titolo, come per la maggior parte, che inizia con un urlato Can you feel the spirit? 

h. 21.20 – BS a San Siro è un dio e si inchina davanti ai suoi discepoli. Anzi, no. E’ molto più vicino di un dio. E’ un pastore che tiene la sua messa laica. Che avvolge e rassicura.

h. 21.29 – Tutta San Siro, e dico tutta San Siro, batte le mani a tempo di musica

h. 21.31 – BS dice che in America sono stati tempi duri. E che lo sa che pure qua non ce la passiamo meglio.

h. 21.32 – E’ quasi buio, ma non ancora del tutto. Comunque partono i primi accendini sulle note di Wrecking Balls

h. 21.39 – Quasi tutto il pubblico ha la pancia. Sono a mio agio.

h. 21.45 – Non controllo più i piedi.

h. 21.50 – Ok, d’accordo, voglio indossare dei camperos e ballare il rock n roll in un saloon del Texas

h. 21.58 – BS corre tantissimo sul palco. Ho paura che muoia.

h. 22.00 – Comunque sì, cazzo, questo concerto è un’esperienza.

h. 22.01 – Il pubblico è caldissimo. E si diverte un casino. Lo spettacolo è bellissimo, anche quello umano.

h. 22.08 – Mi sento in colpa a non conoscere un cazzo di BS, tranne Born in the USA e Streets of Philadelphia e Girls in their summer clothes.

h. 22.10 – Se uno riesce a creare tutto questo è un genio

h. 22.15 – Qui c’è un entusiasmo d’altri tempi. E ci sono un sacco di vecchi che ballano.

h. 22.19 – Il 10% del pubblico ancora seduto, si alza su Waitin on a sunny day

h. 22.20 – Un bimbo in prima fila riceve il microfono dalle mani di BS e canta Waitin on a sunny day. Le telecamere lo inquadrano.

h. 22.25 – BS è straordinariamente trasversale e trans-generazionale. Lo sa. Se ne compiace, ma in una maniera straordinariamente sana.

h. 22.40 – Inizia The River. Lui la lascia cantare al pubblico.

h. 22.45 – E’ il momento in cui l’energia è diventata struggimento. Poesia. Semplice, poesia.

h. 22.51 – Su Radio Nowhere io penso che è un inizio estate proprio fico, tutto sommato.

h. 22.56 – Mi arrendo. Non potevo non farlo. Le mie difese sono scese definitivamente.

h. 23.15 – Io sono a pezzi

h. 23.25 – Mi chiedo se San Siro sia a prova di Born in the USA

h. 23.36 – Ma quanto è bello, cazzo! E’ proprio felice. Si vede. Si sente proprio che Bruce è una bella persona, la gente lo sa, e questo paga.

h. 23.40 – Bruce, ho sonno, ti prego, smettila.

h. 23.44 – Io devo tornare a casa, spostare la macchina, preparare la valigia, farmi la doccia. Boss, per piacere, abbi pietà…

h. 23.50 – Dancing in the Dark. Il secondo anello di San Siro si muove.

h. 23.52 – Ho deciso di seguire l’alimentazione sana di Bruce e di iniziare a fare molto sport. Voglio arrivare a 40 anni come lui è arrivato 63.

h. 23.53 – Una ragazza sale sul palco e salta in braccio a BS tempestandolo di baci sulle guance.

h. 23.55 – Bruce scherza col suo pubblico. Finge di svenire.

h. 23.57 – Io concerti così non ne ho visti mai. Io non l’ho mai sentito un legame del genere tra pubblico e artista. Uno scambio ininterrotto, empatico, profondissimo, umano, paritetico. Affettuoso.

h. 00.01 – Momento di commozione per Clarence Clemons.

h. 00.04 – MINKIA!!!

h. 00.07 – Con Glory Days il pubblico fibrilla come fossero le 16 del pomeriggio, l’aria è piena, lui ha un carisma che non si può capire se non vedendolo.

h. 00.11 – Adesso suona Twist & Shout. La ficata è pazzesa ma, Bruce, io devo fare la valigia.

h. 00.13 – Sta finendo. E io capisco che no, non è esattamente nelle mie corde, ma non ha importanza. Solo adesso che l’ho visto, ho capito che ciò che questo uomo è in grado di esprimere è leggendario. Io non so spiegarlo, ma c’è qualcosa di travolgente, di mistico, di gioioso, di liberatorio, in tutto questo. Qualcosa di umano, verace, sano. L’aria è straordinariamente ricca, armoniosa, appassionata e civile. E’ una festa ed è la più grande che io abbia mai visto.

E la musica, beh, quella non consente resistenze.

Quella scavalca i confini del gusto e ti arriva, addosso, in faccia, e ti trascina, e ti fa appartenere, anche solo per un momento, a qualcosa di più grande di te.

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Vaginette e Tatuaggetti

Non ho mai avuto, in tutta la vita, il desiderio di tatuarmi qualcosa.

Ho sempre pensato che di nulla mi importasse così tanto da incidermelo addosso.

Non ho mai avuto, in tutta la vita, il desiderio di tatuarmi qualcosa. Fino ad oggi.

Quando una persona che mi conosce meglio di quanto mi conosca io, mi ha detto questa frase, no, e io ho provato un desiderio insensato di scrivermela sulla pelle. E di portarla addosso tutta la vita. Per mille ragioni sulle quali sorvolerò (non per una forma di tardivo e apprezzabile pudore, semplicemente perché è l’1 di notte).

La mia unica perplessità è: ma poi, dio, mi ammetterebbe in paradiso con una cosa del genere scritta sulla spalla? E anche: non mi porrebbe in una posizione discutibile persino col demonio?

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lesbo-chic. ma indie.

A volte penso che io Syd Barrett avrei proprio potuto amarlo.

Non perché fosse uno dei Pink Floyd e, secondo una comune diceria, il più figo dei già fighi.

Non perché fosse un tossico. Non perché sia diventato un’icona stampata sulle t-shirt alla miserabonda stregua di Marilyn Monroe e Audrey Hepburn.

No, no. Io lo pensavo già in tempi immemori, quando il cd con il suo best of si perdeva tra le pieghe del mio letto sfatto bolognese, ecco io già allora pensavo che fosse incredibilmente bello e che io sarei dovuta nascere in un altro tempo e che avrei dovuto incontrarlo e amare il suo viso, la sua fattanza, la sua genialità sprecata. Ecco, io già allora pensavo che avrei dovuto perdermi con lui, intrecciati e nudi, con un vinile finito, sul piatto, nell’angolo e noi, sconvolti e un po’ lerci, su un materasso sul pavimento. E pensavo anche che lui, in realtà, sarebbe dovuto morire giovane. Come Kurt. Perché non era giusto scoprire che s’era fatto vecchio, e grasso, e calvo. Perché quelli come lui dovrebbero essere per sempre giovani. Per sempre come ai tempi di The Piper at the Gates of Dawn. Per sempre come in Apple & Oranges.

A differenza di Syd Barrett, invece, noialtri potemo invecchià, ma nei giusti tempi. E siccome che io c’ho soltanto 26 anni, la scorsa settimana me so fatta uscite alterne, na sera sì e l’altra no.

Martedì sera, anteprima di Mission Impossible Protocollo Fantasma. Lo consiglio fortemente. Ma solo agli stronzi. Senza contare che Tom sta invecchiando – pure lui – quindi forse dovrebbe smetterla di correre in verticale sui grattaceli e dedicarsi, piuttosto, a sua moglie: Joey Potter, da Dawson’s Creek con furore.

Giovedì sera, io e Zia Vagina ci siamo concesse quella che è stata ufficialmente battezzata “serata lesbo-chic“, che solitamente ha luogo ogni 8-9 giorni e prevede l’aperitivo al Frizziellazzi e la cena da Hong Kong. La serata lesbo-chic ha una funzione catartica per entrambe, una specie di detergente emotivo capace di riequilibrare il pH nell’anima, durante la quale raccontarci tutto quello che non riusciamo a dirci nelle pause pranzo e a scriverci su whatsapp! E tra paturnie, insicurezze e pettegolezzi, ridiamo un macello. Quindi a me fa sempre un sacco bene, la serata lesbo-chic. Ci voglio molto bene a Zia Vagina, io. Soprattutto perché quando devo salire sul suo motorino, s’accosta al marciapiede, per facilitarmi nell’impresa, senza che io le chieda nulla. So questi i dettagli che fanno la differenza, nei rapporti interpersonali.

Sabato sera: con GuruVagina e gli altri ci siamo ritrovati in quello che, sulla carta, dovrebbe esse un Circolo Arci, il Bitte. Dopo la cena a casa di Giordi-è-quasi-magia siamo finite in questo capannone zona navigli, ma naviglio grande, che dopo 3 anni continuo a non prendermi la briga di capire la differenza, perché per me navigli = taxi, a prescindere. Ecco siamo finiti in questo posto che a me, più che un Circolo Arci, me pareva il Sound di Noi Ragazzi dello Zoo di Berlino. Ma dev’essere che sono provinciale. Siamo entrati e la musica era pesissima. Io e GuruVagina ci siamo guardate e abbiamo detto: “Giovani sì, ma fino a un certo punto!”

Me so guardata intorno per un po’, mentre cercavo di tracannare la consumazione inclusa, che era un whisky-merda allungato con non so cosa. Nel bicchiere ce stava pure un cubetto di ghiaccio lampeggiante, che non potevo smettere di chiedendomi “ma sarà sano/igienico sto coso lampeggiante nel mio bicchiere?”. Ecco, me so guardata intorno e ho pensato che grazie ar cazzo te devi pijià le paste, se c’hai 17 anni e vai a ballare in un posto così. Ecco, infatti, tutti (o almeno, molti) stavano impastati.

Però lì  io ho smesso de capì, mentre giovani ed efebici finocchi limonavano duro accanto a me. Io ho avuto un momento di confusione, perché i Circoli Arci che avevo conosciuto io, erano essenzialmente di “sinistra”. Nun ce vedevi tipi con la testa rasata, manco se te facevi un purino da solo. E, per l’appunto, si sentiva odore d’erba e pakistano. E semmai, ce se annava a vedè un concerto degli Offlaga Disco Pax al Circolo Arci. Ecco.

Invece no. Qui no. Sarà che dipende dalla serata. Sarà che il posto era TROPPO giovane e pervaso di quel fattume post-industriale e siderurgico pure affascinante – da un punto di visto sociologico – ma col quale davvero non potrò mai entrare in sintonia. Io non lo so. Però con GuruVagina se semo dette che alla prossima puntata preferiremmo tornare ad essere vagine-indie.

Che, a ben pensarci, è anche un bel concetto.

 

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#avereventanni

Le mie orecchie fischiano.
Tecnicamente non hanno mai smesso di fischiare.
Da ieri notte.
Famola breve: sono uscita da lavoro, sono andata in palestra, mi sono sperticata sulla cyclette conseguendo il risultato di 57 minuti e 34 secondi. So tornata a casa, masticando una Vigorsol Air Action (sì, quella della puzzola che scoreggia menta) perché ho deciso che appena dopo lo sport non è cosa buona e giusta fumare.
Me so lavata, me so mangnata la frittata, me so vestita secondo un codice softly-rock, ho pure tentato di sfoderare la mia borsa con la Union Jack che è estremamente indie ma s’è fatta vecchia, quella. Ecco io non so voi, ma io ho un serio problema a sbarazzarmi del vecchiume. Probabilmente nasce dal morboso rapporto con gli oggetti tipico della figlia unica, probabilmente è la ritrosia innata verso qualunque cambiamento esistenziale – inclusi quelli di guardaroba – però a me prende proprio male buttar via il vecchio per il nuovo. A volte ci riesco. Ma, di solito, succede se sono preda di una psicosi riordinante, fredda e lucida che mi fa accantonare tutti i ricordi che mi legano a quel determinato oggetto, in favore di una razionalità agghiacciante, secondo la quale, non è vero che in 40 metri quadri io posso conservare…TUTTO.
Comunque dicevo, alle 22.30 è passata a prendermi GuruVagina e siamo andate al Rocket, dove abbiamo incontrato giordièquasimagia – il suo migliore amico – e un’altra amica. Abbiamo bevuto 3 negroni lei e 2 vodka lemon io, in questo celebre locale che frequenta la gente awannasgheps milanese. Mediamente piccolo e sovraffollato di un foltissimo frociame, il Rocket accoglieva una popolazione variegata di giovanissimi e meno giovani, di occhiali da nerd su camicia a scacchi, vagine con invidiabili tagli lesbo e artisti del panorama rock indipendente italiano.
- sugli invidiabili tagli lesbo, di quelli cortissimi col ciuffo lunghissimo, io posso dire che: da vagina dotata di un pagliericcio crespo non meglio definito in testa + congenito sovrappeso – ho sempre invidiato quelle che hanno il bulbo docile e la possibilità di sbizzarrirsi creativamente con i tagli. Nel mio caso, un numero importante di traumi infantili, nati dalle manipolazioni psicologiche che la Vagina Maestra poneva in atto sulla mia piccola psiche per convincermi a optare per il mostruoso “taglio alla maschietto“, combinati con una scarsa audacia esistenziale che di solito mi fa dire al coiffeur “spuntali il minimo indispensabile”, fanno sì che io abbia da 10 anni – forse 15 – lo stesso taglio, suscettibile di modifiche minime delle quali – essenzialmente – mi accorgo solo io. L’ultima volta che la Vagina Maestra mi ha fregata è stato dopo la prima comunione, quinta elementare. Serafica, mi ha proposto il mostruoso “taglio alla maschietto” e, naturalmente, mi ha convinta. Perché non è che mi violentasse. No, no, mi persuadeva proprio. Io voglio, a questo punto, solo lasciarvi immaginare cosa abbia voluto dire per me affrontare la scuola media con un look degno dei Bee Hive (ciuffo rosso escluso, of course).
- sugli artisti del panorama rock indipendente italiano, io posso dire che: ho visto un tipo alto, un po’ lercio e allampanato. Ed era Roberto Dell’Era degli Afterhours. Poi ho visto un tipo buffo con la farfuglia in testa e la barba e una faccia troppo divertente. Ed era Dario Ciffo dei Lombroso, ex violinista degli After. E avrei voluto molto andare da lui e dirgli “so che sgroccavi sempre le sigarette (come racconta Manuel Agnelli in “Non usate precauzioni, lasciatevi infettare“), fumi?”, porgendogli come nella migliore tradizione da telenovelas sudamericana una sigaretta. Ma non l’ho fatto. Sono provinciale. Ma lo tengo per me.
A concerto finito stavamo valutando l’ipotesi di andar via ma giordièquasimagia ha detto che no, che lui sarebbe rimasto, anche perché era impegnato in uno sgamo-violento con un tipo che pareva Brandon di Beverly Hills 90210 però con lo stile di Dylan McKay. GuruVagina mi ha guardata e mi ha detto che una mezz’oretta in più a ballare potevamo anche farla e io, che avevo già composto lo 024040 per chiamare il taxi e tornare a casa, ho sentito che sticazzi anche sì, che tanto comunque soffro d’insonnia e prima delle 2 nun m’addormento mai. Allora abbiamo ballato tra questi giovani, con la musica messa da un deejay che secondo me era nato negli anni novanta, quando per radio passavano What is love?
E io me so sentita giovane, giovanissima, e faceva caldo, e la gente fumava dentro, e hanno messo i bloc party, e gli strokes, e gli arctic monkeys, e forse semo troppo vecchi, forse si vedeva che eravamo gli unici che il giorno dopo sarebbero andati a lavoro, in mezzo a una manica di fancazzisti, e universitari, e musicisti. Però mi sono sentita giovanissima, ho pensato a tutta la vita che me so persa negli ultimi 3 anni, a tutte le volte che non ho bevuto, che non ho riso, che non ho ballato, che non ho urlato perché riconoscevo una delle mie canzoni preferite dalle prime note.
Ho ripensato che ho 26 anni e che devo iniziare subito, iniziare subito a fare tutto prima di sentirmi troppo vecchia per farlo.
Ho pensato che tornare a casa con GuruVagina alle 02.30 per far tardi il giorno dopo a lavoro è divertente, parlando di Facebook e Twitter, e di quanto dobbiamo uscire di più, anche in settimana e frequentare questi posti e non gli aperitivi sfighi in corso sempione, decidendo che dobbiamo assolutamente #avereventanni e averli a lungo, fino all’ultimo giorno, prima d’averne 30.

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Le 14 fasi della rottura

Stanotte ho dormito 5 ore e, considerato che sono in un periodo di incoerenza completa, non mi vergogno di smentirmi da un post all’altro e scrivere che oggi mi compro la valeriana. Famo che ce provo.

Mi sono svegliata alle 11 e adesso sto ascoltando Stella Stellina di De Gregori che fa parte della NUN-ME-REPIJIO COMPILATION, ovvero sia quella lista di canzoni devastanti che ognuno ha e che ascolta quando vuole tagliuzzarsi l’anima. Io, solitamente, mi punisco con De Gregori, Battisti, Capossela, Tenco, Amandoti dei CCCP, Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz e quando sto proprio frecata ascolto questa:


 

Poi ho anche la ME-REPIJO COMPILATION che di italiani prevede esclusivamente gli Afterhours. Ma quelli sono già una fase successiva, il momento in cui puoi ascoltare versi come “Sai ancora se vuoi? Hai volontà? O stai soltanto crollando con razionalità?”  oppure “Hai voglia di rinascere o è solo che non sai come finire?” oppure “Vedrai, vedrai se il mio amore è una patologia saprò come estirparla via”.

Gli Afterhours si accompagnano coi Nirvana (rigurgito post-adolescenziale, di quando me incazzavo da piccola e me chiudevo a chiave in camera e non andavo a cena – il ché per me era un sacrificio importante – e mettevo a palla Nevermind e In Utero in segno di protesta sociale contro i miei genitori – riflettendoci, perché minchia dico di volere dei figli? Metti che me esce una cosa che me spara Lady Gaga a palla?). Poi ci sono tutti i gruppetti indie del caso e Sex On Fire dei Kings of Leon che, siccome sono una con poche barriere cognitive e nun me servono manco i messaggi subliminali, mi sembra la colonna sonora perfetta di un intercorso sessuale appagante, intenso, completo e appassionato.

Essenzialmente la ME-REPIJO COMPILATION coincide però con una fase successiva a quella in cui mi trovo io al momento, avendo teorizzato la fasi della fine del rapporto come segue:

1. Follia

2. Rifiuto

3. Mestizia

4. Non risponde

5. Ctrl + Alt + Canc

6. Avvia gestione attività

7. Chiudi il programma

8. Riavvio

9. Elaborazione

10. Lieve rinascita

11. Ricaduta

12. Rinascita più convinta

13. Troieggiamento

14. Cinismo 

Et voilà! 14 fasi, n’anno de paturnie tremebonde e passa tutto!

Detto ciò, famo che per pudore non dico la fase in cui sto (e intanto so passata a “love is a losing game” di quella buon’anima tossica dura e impura della Winehouse). Una volta il mio ex mi ha detto, quando il mio ex mi faceva ingarellare dicendomi delle frasi assolutamente ovvie che però a me sembravano illuminanti e geniali, quando mi metteva nell’angolo e mi spogliava di tutti miei alibi e questo mi seduceva da pazzi perché nessuno aveva mai osato e saputo farlo così (prima che questa diventasse una reciproca attività sadomasochistica, che ricambiavo con ferocia e che non contemplava l’eccitazione fisica ma solo il massacro emotivo), ecco una volta mi disse “Tu sei convinta che amare significhi soffrire” che sembrerebbe na frase der cazzo se non fosse che era vera, perché non avevo mai saputo amare un uomo senza soffrire. Io c’ho provato a smentirla, c’ho provato a comportarmi come un ariete, ma sono un fottuto scorpione. E adesso che mi struggo da pazzi all’idea di non vederlo più arenato in tuta sul mio divano, cosa che tecnicamente odiavo, perché pensavo a tutto quello che non facevamo invece che pensare a quello che facevamo, che erano piccole cose ed erano speciali e io ero troppo incattivata per capirlo, qualcuno mi renda la fetta di cervello che m’hanno pignorato ve prego, ecco io adesso mi sento proprio persa, come la più infima delle vagine…

…e questa sensazione me la devo ricordare un sacco quando poi nella quotidianità finisco a sentirmi “stocazzo”, una gagliarda con tanto di palle, un spanna sopra l’artri, perché in realtà, so peggio de quelle che vanno ai concerti della Pausini (Zia Vagina, che ci andrà, è un’eccezione. Io la lovvo, come dicono i gggiovani, comunque e nonostante tutto). 

Ad ogni modo, questo ci tengo a dirlo, io mi sto sforzando di essere la migliore possibile. Certo, il risultato non è un granché, però io ce sto a provà. E’ che le altre volte era più facile. Le altre volte il lui di turno era comunque uno stronzo, comunque uno sbagliato, comunque uno che era mejo perderlo che trovarlo. Lui no. Lui è speciale. C’ha solo sto piccolo difetto di vivere lontano, in quella terra innominabile che d’ora in avanti chiameremo “il deretano di Gollum“, unito al piccolo particolare che giustamente non vuole più sbattere con me e che se vuole piazzà – è solo questione di tempo - con un’abitante del deretano di Gollum: semplice, caruccia, magra, poco complessa, docile, magari fan di Fabio Volo e di Ligabue.

E, magra consolazione, io che l’ho portato di forza al concerto di Roger Waters comprandogli il biglietto senza manco chiedergli se fosse disposto a spende 150 euro per il concerto più bello della vita sua, ecco io almeno posso ghignare a immaginarlo in mezzo a 100.000 stronzi a cantare “Ti bruceeeraaaaaaaiiiiii piccola stella senza cieeeeeeloooooooo“. Io non ci sarò fisicamente accanto a lui, in quel momento, mentre abbraccerà La Qualsiasi facendo volteggiare in aria il suo accendino acceso (vado a vomitare e torno) però, cazzo, mi penserà. (Sono tornata) Naturalmente non lavoro di fantasia, questa persona esiste, io lo sapevo già e lui me l’ha confermato. E’ un’ “amica”, m’ha detto (che, altrettanto naturalmente, non ha i porri in faccia, i baffi e non pesa 180 kg, ma ha come l’aria de esse l’unica deretanese 30enne chiavabile su piazza). Spererei di non parlarne mai più, ma temo che ne parleremo più avanti.

Ad ogni modo, nel mio tentativo di essere la migliore possibile, ho deciso che comunque non vojo più alienarmi. Esco tutte le sere, rientro tardi, piango n’oretta (non sempre, ma spesso) e poi dormo 3 ore. Ma a me, me pare già un piccolo progresso.

Ieri sera so andata a cena col mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale. Gli ho scritto per dirgli che ero in anticipo, il ché voleva dire che sarei arrivata puntuale. Me so seduta al tavolo e m’ha detto che mi vedeva più vecchia, sciupata e gonfia, che è un mix comunque accattivante…poi mi ha fatto un’analisi psicologica approssimativa ma verosimile, mi ha detto che la devo piantare di ragionare come una terrona ponendomi il problema di figliare nei prossimi anni, che devo fare esperienze e che devo completarmi da sola. Poi avemo parlato anche di molti altri argomenti, disparati, avemo magnato una bistecca con polenta, verdure grigliate e chips (che a Milano so convinti che le chips siano più fighe delle patatine fritte normali, non capirò mai perchè) e un dolce con le mele delizioso. Ci siamo tracannati pure una bottiglia di rosso del 2004, spesso e intenso di cui non ricorderò mai il nome. E poi siamo andati sui navigli e io me sentivo una nana balneare affianco a lui che è alto du metri.

Stasera c’ho la cena di Natale con il gruppo di amici siciliani (perché terrone socializza con terrone) e me tocca de preparà un tiramisù. Quindi me sa che vado. Mentre continuo ad aspettare Natale e il ritorno a casa, di entrambi.

Perché le fasi so 14. Quindi o riesco a recedere e a riprendermi l’anima mia, oppure dovrò annà dritta, a gennaio, verso il no-way-back.

Oltre a smettere di fumare, fare la dieta, andare in palestra, risparmiare e fare tante azioni buone.

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Lovely Moonchild

Una volta, un mio amico, che non era esattamente un mio amico quanto un amico del mio ex ex che io adoravo un sacco (l’amico, intendo), quando finì col mio ex ex, mi scrisse chiedendomi come stessi e mi disse che le storie finiscono necessariamente male, altrimenti non finirebbero affatto.

Dopo qualche anno mi chiedo se l’amico del mio ex ex avesse ragione. Probabilmente sì. Ma non glielo dirò mai, perché non sento più l’amico del mio ex ex, né il mio ex ex, in quanto il mio ex era un amico del mio ex ex e dell’amico del mio ex ex. 

Però ci ripenso. E mi rispondo che forse sì, forse le storie possono finire solo male.

Io e il mio ex ci siamo ri-salutati. Una volta ancora. E’ praticamente un mese che andiamo avanti di tira e molla, di “forse la cosa più giusta è allontanarsi”, “forse non ci dovremmo sentire proprio” e poi, puntualmente, l’embargo non supera le 48 ore e uno dei due cede e parte il messaggino, la telefonatina, la lite furibonda, le lacrime, le urla, la riappacificazione.

E poi, una volta ancora “Tu che fai? Tu cosa mi dimostri? Tu che stai lì stesa sul tuo divano ad aspettare che io risolva tutto e lotti contro ogni difficoltà e ci metta tutte le energie, che non ho, perché io le ho investite tutte, mentre tu,  invece, solo tu, nient’altro che tu, vagina, che cazzo hai fatto tu?”. Vabbè. E allora una incassa e porta a casa. 

Me ne sto zitta, stranamente, e ascolto, e penso, che forse devo soltanto essere più dolce, solo stargli vicina in questo brutto momento, rassicurarlo, fargli ricordare quanto è bello avermi nella sua vita, che so farlo ridere tanto, che so dargli consigli, che sono una tipa gagliarda da averci tra le scatole. Facendogli sentire che ho bisogno di lui, cioè non che ce l’abbia davvero, o forse sì, non lo so, ma che comunque voglio averlo. Fargli sentire che per me è importante e che mi manca fisicamente la sensazione di rimpicciolirmi tra le sue braccia, spogliandomi dell’armatura incazzosa con la quale affronto la quotidianità.

E allora mi ricordo quello che mi dice sempre la Vagina Maestra, che è la vagina che m’ha messa al mondo, che dice sempre che noi bisogna essere dolci coi “maschietti” (e non chiedetemi perché li chiami “maschietti”, probabilmente nella vana speranza di far leva su uno spirito materno di cui sono totalmente sprovvista, non lo so), che bisogna saperli prendere, che bisogna rassicurarli, che bisogna imparare a mettere i puntini sulle “i” senza urlare e una serie di altre saggità che non credo imparerò mai.

E allora io ci provo. Ci provo e, apparentemente, ci riesco. E lui mi dice che è bello che io stia ad ascoltarlo, che parliamo di lui (perché a quanto pare, si parlava sempre e solo di me, specificatamente del mio lavoro…che comunque è e resta molto più interessante del suo, ma capisco che parlare del proprio lavoro sia in ogni caso una scelta infelice).

E lui mi dice che mercoledì sarà a Milano per lavoro e si va a cena fuori, se mi va. E dal tono sembrerebbe che, un pochino, anche lui non veda l’ora di rivedermi. Dal tono sembrerebbe che siamo entrambi felici all’idea di stare un po’ insieme.

E io, a quel punto, giù di fantasie all’idea di ristringersi, di parlare dal vivo, di guardarsi, di sorridersi, di punzecchiarsi, di flirtare e di sedursi, come con un estraneo e meglio che con un estraneo, in un crescendo di desiderio che sarebbe culminato, come minimo, in un limone duro e in una di quelle erezioni in mezzo alla strada che “oddio, quanto sei stronza, smettila, mmhh, ngriff, ngriff, ti voglio”. Una frase sussurrata nell’orecchio con fare da asmatica, tanto per fargli sentire il mio respiro addosso, bacio sulla guancia, al bordo del collo, mani tra i capelli, mordicchiata di lobo, una piccola sconcezza detta tenendo le labbra ancora sulla sua pelle, tanto per fargli rimembrare come sono ed è fatta. Essenzialmente, non ha via di scampo.  

E non perché il mio ex sia il gemello monozigote di Rocco Siffredi, né perché io accusi la sindrome da “mutanda rovente“. Semplicemente mi sarebbe piaciuto essere liberi di ascoltarci, con l’udito e la pelle e il QUORE, ed eventualmente volerci.

Invece, il brillante uomo, dopo avermi detto “Tu mi manchi un sacco, per me sei speciale, io ti voglio un bene dell’anima, mi manchi proprio tanto per questo, questo e questo motivo ancora” (e io mi prendevo tutte queste parole perché si da il caso che il mio ex sia piuttosto parco di complimenti e quando capitano sono come la pioggia nel deserto, o come il sesso per Giuliano Ferrara), ecco dopo avermi detto questo, proprio mentre le mie autodifese si erano bellamente calate le braghe, ecco a quel punto lui aggiunge:

Guarda, io ti preparo, mercoledì dopo cena lo sai che ci dobbiamo separare no?”

E a quel punto io non so esattamente cosa mi abbia urtata profonderrimamente. Non lo so se sia stata la sensazione di essere un’idiota, di stare prendendomi per il culo, di aver messo in stand by tutta la mia esistenza nell’attesa che lui ammetta di volermi, mentre nel frattempo si atteggia a colui che distingue il bene dal male in un momento in cui non è nemmeno capace di capire come si chiama. E io, più idiota di lui, che sono qui, a fare la calza. Ad aspettare. Come una sotto-specie di Penelope del ventunesimo secolo, che invece di una tela tesse un blog, abdicando a tutto il resto.

E tutti i discorsi, tutte le nottate a svenarsi l’anima, tutti i problemi, tutte le difficoltà, tutte le incertezze, mi hanno stancata.

E l’unica cosa che vorrei in questo momento è ascoltare Moonchild dei King Crimson, fumare dell’ottima erba e perdermi. In pelli lontane. In sudori stranieri. 

Via. Da tutto. Da tutti.

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Quello che non c’è

(TASSO DI VAGINISMO DI QUESTO POST: 90%. ASTENERSI SE MUNITI DI PENE)

Ascolto gli Afterhours.

Mi sono svegliata alle 15 circa. Ho bevuto il caffé, fumato due sigarette e messo a fuoco il casino che c’è in casa e che devo sistemare entro sera. 

Ascoltare gli Afterhours in loop, sentirli, averne sensazione, ritrovare empatia con i testi e con le sonorità, è una tappa fissa dei miei momenti di crisi, di crescita, di catarsi. Certo, pensavo di essere diventata troppo vecchia per ascoltare gli Afterhours e rileggermi nei testi di Manuel Agnelli. Pensavo di non poter più subire il fascino vischioso di questi pezzi che ti colano dentro seguendo traiettorie già delineate, adattandosi con insospettabile perfezione a tutte le pieghe dei miei stati d’animo. Pensavo di apprezzarli ormai con una sorta di distanza, come quando ripensi al fidanzatino del liceo di cui eri pazza ma ormai è passato tanto di quel tempo. Anche perché, con tutto il rispetto, non posso pensarmi accomunata alle adolescenti infoiate che ai concerti saltellano e sculettano nemmeno avessero pippato mezzo etto di cocaina, sentendosi “piccole iene” sbagliate.

E scrivendo questa frase mi sento alquantro stronza e razzista perché, di fatto, io sono stata la più molesta e infoiata delle adolescenti, salvo che non ero nemmeno adolescente e che c’avevo 19/20 anni. Salvo che un’estate, il mio amico Have You Said Midi mi passò il cd (naturalmente masterizzato…perché erano romantici i tempi in cui si masterizzavano i cd) di Siam tre piccoli porcellin e, senza saperlo, mi condannò a una grave forma di dipendenza intellettuale per il biennio successivo.

Definitivamente folgorata sulla via di Damasco, ricevetti tutta la discografia (naturalmente masterizzata…perché erano romantici i tempi in cui si masterizzavano i cd) da una mia amica dell’università. E lì io non capii più nulla, voglio dire, quest’uomo così brutto e terribilmente attraente che cantava a me, nella mia stanzetta del mio studentato bolognese, di cuori sporchi e mani lavate, di voglia di rinascere o di non sapere come finire, di torti di ragioni di naturali processi di eliminazione, di baci che spogliano il cuore dagli incubi, di immoralità e banalità, di leccate di adrenalina, di patologici amori da estirpare via, di estati che colano tra le gambe.

Ne nacque un mostro socialmente discutibile che trascinò al suo primo concerto all’Estragon tutte le amiche, incluse quelle a cui degli Afterhours fregava una sega, e che ebbe l’audacia di presentarsi sotto il palco conciata con una minigonna jeans, degli stivali neri bassi e (qui arriva il pezzo forte) una canotta nera comprata da Tezenis in Via Indipendenza (che sarebbe via dell’indipendenza  ma tutti la chiamano via indipendenza) con su scritto con UNIPOSCA ARGENTATA:

“La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è”.

A fine concerto molestai tutti i componenti della band affinché convincessero Manuel ad uscire perché avevo una vitale missiva da consegnargli. Ma niente Manuel e in preda allo sconforto la mollai a Giorgio Ciccarelli, chiedendogli di mollarla a sua volta a Manuel (che poi sarebbe Emanuele ma non fa fico abbastanza, Emanuele) nel backstage.

Quando, d’improvviso, il beniamonino si manifestò in tutta la sua anonima e sconcertante presenza, al cospetto di un’orda di piccole e inferocite fan (dove io ero probabilmente la più inferocita di tutte).

Manuel apparve come un’ambigua identità semi-divina ai miei occhi di ventenne lobotomizzata, firmò gli autografi e poi lo chiamai a me, lui s’avvicinò, mi sporsi in avanti e mi piace pensare che abbia apprezzato il mio decolté. Si avvicinò tantissimo perché dovevo dirgli una cosa e dovevo dirgliela nell’orecchio considerato che intanto, all’Estragon, come ogni volta dopo il concerto, era partita la Fujiko Night e dovevano esserci i Bloc Party, oppure gli Strokes, oppure i Raptures a tutto volume. Ecco lui si avvicinò e io gli dissi nell’orecchio: “Chiedi a Giorgio una cosa che gli ho dato per te” , lui rispose dritto nel mio padiglione auricolare, chiedendomi “Cos’è?” e me lo chiese esattamente come lo urla in Germi (Cos’è? Cos’è? Cos’è si riproduce è vivo in me, cos’è?). Io sentii un brivido percorrere le mie membra, ogni singolo grammo delle mie membra, che sono tanta robbba e - in preda a uno scompenso emotivo-ormonale – credo di avergli risposto qualcosa come ”è un biglietto molto adolescenziale”.

Così mi giocai qualunque chance di essere portata al di là delle transenne e trascinata in giro per l’Italia come groupie della band e, nei concerti successivi, fatta eccezione per quello ad agosto 2006 a Ceglie Messapica, in cui io e una mia amica scegliemmo di lanciarci sotto il palco per uscire dietro le quinte, facendoci rincorrere dagli addetti alla security, ecco in tutti gli altri numerosi concerti io decisi di optare per una condotta più sobria e salubre. 

Ed oggi, oggi che pensavo di essere diventata troppo vecchia per ascoltare gli Afterhours, mi succede che accidentalmente mi venga in mente un verso di Quello che non c’è, che è in assoluto la mia preferita, e allora ci ricasco.

Ci ricasco perché, passano gli anni, e questa canzone continua a cantarmi. A parlare delle mie inquietudini e del mio modo d’essere. Della mia incapacità di accettare quello che non c’è. Della mia morbosa attenzione a quello che non c’è.

Passano gli anni e questa canzone continua a farmi sentire più forte. A farmi accettare il modo in cui sono. A farmi percepire che la complessità non deve essere sempre ignorata e che non è vero che la risposta è sempre “distraiti, non piangerti addosso perché ti piace essere dolcemente complicata”.

Perché questa canzone mi ricorda le volte in cui, nella mia vita, ero convinta d’aver toccato il fondo e di non sapermi rialzare. E mi ricorda anche che, tutte le volte, mi sono rialzata.

Più forte, più bella, più donna.

Ho questa foto di pura gioia

e di un bambino con la sua pistola

che spara dritto, davanti a sé, a quello che non c’è.

Ho perso il gusto, non ha sapore quest’alito di angelo che mi lecca il cuore,

ma credo di camminare dritto sull’acqua e su quello che non c’è.

Arriva l’alba o forse no, a volte ciò che sembra alba non è,

ma so che so camminare dritto sull’acqua e su quello che non c’è.

Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo, rivoglio le mie ali nere, il mio mantello

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è.

Perciò io maledico il modo in cui sono fatto,

il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco,

il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia quello che non c’è.

Curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi son morti

ma questo è camminare alto sull’acqua e su quello che non c’è.

Ed ecco arriva l’alba so che è qui per me, meravigliosa come a volte ciò che sembra non è

Fottendosi da sé, fottendomi da me, per quello che non c’è.

Per quello che non c’è.

per quello che non c’è.

per quello che non c’è.

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