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Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

Alessandro-Preziosi

Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

contessa-de-blanck-patrizia-o-plebea-L-1

L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

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Cross Trainer Addiction

Ormai è un’evidenza: se non assumo junk food per 2 giorni mi sento anoressica e se vado in palestra per 2 settimane mi sento una body builder.

Perché sì, i miei amici cambiano casa, cambiano città, cambiano stato, cambiano continente, cambiano lavoro, cambiano orientamento sessuale, vanno a convivere, si sposano, figliano, prenotano vacanze dall’altra parte del mondo in posti che sarei obbligata a cercare su Google, se solo fossi interessata a capire effettivamente dove vanno. Io, invece, mi iscrivo in palestra. E, dettaglio impressionante, ci vado.

E ciò, che a un occhio superficiale potrebbe apparire una risibile novità, per me è una specie di rivoluzione copernicana.

Perché ho scoperto che la palestra ha su di me un effetto inconcepibile, al di là dell’accumulo di acido lattico e dei dolori addominali che mi impediscono l’indomani di ridere o starnutire senza rantolare: mi mette di buon umore.

Intendiamoci, per me essere di buon umore è una roba proprio eccezionale. Voglio dire, sono di buon umore meno di 10 volte all’anno e in circostanze effettivamente straordinarie. C’ho il rodimento di culo standard nella quotidianità. Non è che io non sia solare, è che c’ho l’anima con gli occhiali da sole.

Detto ciò, pur essendo una giovane (perché io sono giovane) vagina incupita da una vita incupente, ecco io dopo la palestra sono serena. Stanca e libera, come se fare sport mi svuotasse di buona parte delle mie pugnette tossiche, di quelle stronzate che si accumulano, che si annodano, che si ingigantiscono, che non significano niente e che ci ingialliscono il sorriso, invano. Più delle sigarette.

Ho anche introdotto la musica, la mia, mentre faccio sport che, grazie a un paio d’auricolari che sarebbero tipo dei tappi per le orecchie, mi isola anche acusticamente dai discorsi immondi e flirteggianti del popolo del fitness che mi circonda. Niente. Io son lì. E je do. Quanto più posso. Sulle note di Paint it black. Rischio ogni volta un attacco cardiaco ma per ora non sono ancora morta.

In più ho instaurato un ottimo rapporto col Cross Trainer che, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più ottimisti, non addetti ai lavori, non è un machoman venuto al mondo per motivarmi a migliorare le mie chiappe, quanto un banale attrezzo. Non animato, intendo.

Il Cross Trainer è il mio preferito, per un grande numero di ragioni.

- E’ uno strumento alto che mi consente di diventare una gigantessa e dominare la sala in cui i trogloditi sollevano pesi

- Vedermi così alta mi fa sentire assai meno chiatta

- Mette in circolo tutto il corpo: lavora sulle gambe, sulla vita, sui fianchi, sulla panza. Mi fa sudare, venire l’affanno, diventare paonazza. Mi fa vedere Saddam Hussein vestito da Tony Manero che balla Livin la vida loca di Ricky Martin. Ma non importa. Non importa la fatica, non importa il fatto che io abbia consumato solo 60 kcal, che sarebbero tipo 3GP (Gocciole Pavesi, unità di misura per le ciccione) in 20 minuti, il punto è che mi fa stare  bene perché il mio corpo riceve così tanta endorfina come non succedeva dall’ultimo incontro con un superdotato.

E così, di solito, torno a casa sfranta, ma con le gambe leggere, pensando che ho meno dolori, che sento la mia postura già migliorata, che io il Cross Trainer lo amo assai, che è come il sesso, che sono in piena Cross Trainer Addiction,  che è la mia prima dipendenza non nociva e che, visto che non scopo, farò bene ad allenarmici intensamente, col Cross Trainer.

E una volta a casa, inizio a guardarmi allo specchio, prima della doccia. E mi abbandono completamente all’Autosuggestion Power:  ecco la vita più asciutta, il culo più tondo, i maniglioni antipanico dell’amore ridursi. Va da sé, non è vero nulla. Io sono identica. Però sticazzi, la sensazione è bella. E mi fa stare bene.

Mi fa persino tornare la voglia di avere le mani di un uomo addosso.

Quindi, da questa dipendenza, non voglio guarire.

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Curvy & Proud

Questo è uno statuto illuminato per le vagine curvy, che devono convivere con le proprie curve ma in modo sano. Il decalogo seguente può essere considerato il fondamento del Curvy&Proud, il movimento che io e Zia Vagina abbiamo teorizzato tipo un mese fa a cena fuori, ingozzandoci di involtini primavera e gnocchi con gamberi e verdure. Anche gelato fritto, se devo essere onesta. E’ facile parlare di diete, con la pancia piena. E’ come gli eroinomani che dicono di smettere preparandosi l’ultima pera.

Io e Zia Vagina eravamo al nostro ristorante in quanto, come tutte le coppie che si rispettino, abbiamo il nostro ristorante, che io già lo so che quando la nostra relazione sarà finita ci passerò davanti e sarò assalita dai ricordi, e guarderò attraverso i vetri trasparenti chiedendomi se lei sia dentro, con un’altra, che tanto l’avevo sempre saputo che un giorno mi avrebbe mollata per una fichetta milanese che si veste ton sur ton.

Io e Zia Vagina abbiamo il nostro ristorante che è un fusion e zia Vagina sostiene che il proprietario sia fico e io mi trovo sempre costretta a ricordarle, con un accenno di velatissimo razzismo, che un cinese non può essere fico perché in quanto cinese ce l’ha sicuramente piccolo.

E così, dopo esserci abbottate di cibo cinese, deglutendo con incommensurabile classe un té verde che ci aiuti a digerire anche Mao Tse Tung, iniziamo a parlare del nostro bisogno di rimetterci in forma. Posto che Zia Vagina è già in forma ma ha una sottile ossessione in merito al suo fondoschiena.

Per me la situazione è più complessa. Io sono arrivata a Milano con un discreto sovrappeso di 10 kg che ho saputo raddoppiare in 4 anni e siccome lo scofanamento è progressivo e io sono troppo giovane per rassegnarmi all’idea che su un sito porno, come ho messo a fuoco qualche tempo fa, finirei nella categoria BBW, insomma, ho deciso di fare qualcosa per myself.

Graphic by Elena Arzani

Ecco di seguito il manifesto:

1. Aderire al Curvy&Proud non significa snaturarsi né conformarsi al discutibile modello di fichezza dominante

2. Essere femminili, affascinanti, arrapanti, non presuppone una taglia 40

3. Noi non vogliamo essere Melissa Satta con le bocce di Pamela Anderson. O di Melissa Satta. Noi vogliamo essere la versione migliore di noi stesse.

4. Se sei una taglia 42/44, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

5. Se sei una taglia 46 ma sei alta 1 metro e 85, non rompere il cazzo: tu non sei curvy

6. Se quando ti siedi ti si formano i rotoli di varia entità sull’addome, se hai pieghette di grasso sulla schiena, se il tuo culo riempie tutto il sedile del tram/autobus/aereo low cost, se d’estate con una gonna i tuoi internocoscia si strofinano e ti si irrita la pelle e tiri giù tutte le madonne del calendario, se quando ti fanno una foto ti guardi le braccia e ti risultano oggettivamente due prosciutti, parola di Francesco Amadori, in tutti questi casi: benvenuta sorella, tu sei curvy

7. Se sei curvy, presumibilmente sei una a cui piacciono i piaceri, tra cui il mangiare. Il Curvy&Proud non esclude il cibo, magnare è bello e noi vogliamo continuare a farlo. Semplicemente vogliamo farlo in modo più razionale.

8. Le soddisfazioni ce le toglieremo, ma solo quando avrà senso, quando ne varrà la pena. Quando vorremo un pezzo di pizza, mangeremo il più buono che conosciamo e questo ci darà la gratificazione necessaria a procedere con la minchia di bresaola per gli altri giorni

9. Non mangeremo più 200 grammi di pasta a cena

10. Elimineremo il junk food per noia, per trasandatezza, per pigrizia. Niente più patatine sul divano guardando L’Isola dei Famosi e twittando con i polpastrelli unti di Più Gusto – Gusto Pomodoro.

11. Ci obbligheremo a fare 5 pasti al giorno, anche se saranno pasti indegni di tal nome, come le barrette vitasnella

12. Agli aperitivi resisteremo alle schifezze fritte

13. Il cibo da dieta fa cagare, per cui probabilmente dovremo compensare la carenza del piacere gastronomico con altri piaceri: avremo più voglia di fornicare e saremo tenute a farlo

14. Nelle situazioni sociali non dovremo ridurci come dei casi umani che ordinano solo del songino condito con del succo di limone. Noi ceneremo ma invece che scegliere le crepes con i funghi che galleggiano nella besciamella, sceglieremo una paillard con un contorno. E ci berremo sopra un bicchiere di buon vino.

15. A proposito di alcol: moderare l’alcol è faticoso tanto quanto moderare i carboidrati, e lo dice una che se non assume carboidrati ha la sensazione di non aver affatto mangiato. Però l’alcol bisogna moderarlo, non ha senso ingurgitare finocchi e cetrioli per poi scolarsi la birra da sole. Anche il vino, che fa tanto vagina evoluta single milanese indipendente, che sorseggia vino nel suo loft ascoltando Patti Smith dopo una giornata di lavoro: no. Berremo 1 volta alla settimana. E se fate aperitivi tutte le sere, abituatevi all’idea di ordinare una spremuta, tipo.

16. Se avremo desiderio autentico di qualcosa, la mangeremo. Ma dovrà essere davvero un desiderio forte, non un semplice tranello del nostro cervello obeso.

17. Dovremo andare in palestra. Questo ci farà bene di per sé e ci permetterà di combinare il nostro regime alimentare non nazista con dello sport, così da bruciare quel pezzo di pizza che ci concediamo, quel vino che beviamo con le nostre amiche, quel gelato che 1 volta a trimestre mangiamo. Insomma, lo sport ci farà bruciare i nostri ultimi scampoli di umanità

Veniamo, ora, agli obiettivi, che sono il punto cruciale.

A differenza di tutte quelle altre psicosi collettive, tipo la Dukan, il Curvy&Proud crede in obiettivi realistici e raggiungibili per vie sane. Ciò che si propone non è di rendervi delle replicanti androgine di voi stesse, schizzate e pronte a sgozzare un suino prese dai morsi della fame alle 10 del mattino. Né vogliamo che vi venga la nausea al solo pensiero di una bistecca. Né, noi vagine del Curvy&Proud vogliamo trattarci come carne in macelleria e, per questo motivo, il nostro obiettivo non sarà un peso.

Il Curvy&Proud non è una scelta quantitativa ma qualitativa.

L’obiettivo che condividiamo, almeno in questa prima fase, non è un numero di kg da perdere. Noi vogliamo essere le migliori noi stesse il ché significa che dovete fare 2 cose, prima di iniziare:

1. Trovare una vostra fotografia di 10 anni fa. Lo so, non sarà semplice. Penserete che siete cresciute, invecchiate, vi verrà il magone, se siete in premestruo siete fottute, sì, probabilissimo che vi ritroviate a piangere come delle dementi, ma è normale, inizierete a pensare a chi c’era e non c’è più, a chi amavate e non amate più, a chi vi amava e non vi ama più, e tutta una serie di cazzate vaginali. Trovata la foto (e siate brave, sceglietene una in cui state bene, in cui vi piacete), dovrete chiedervi quanti kg in meno avevate. Io, per esempio, ne avevo sicuri 10 di meno. E no, non ero magra. Ero comunque 10 kg sopra il mio peso forma. Però cazzo, erano 10 di meno!

2. Scavate negli anfratti più reconditi del vostro armadio e trovate un jeans di almeno 5 anni fa.

Ecco fatto.

Questi sono i vostri obiettivi. Rientrare in quei jeans e riassomigliare a voi stesse, in quella foto. Non dovete assomigliare a Kate Moss. Una come me non potrebbe assomigliare mai a Kate Moss, nemmeno a 1 anno dalla morte in decomposizione avanzata. Dovete assomigliare alle migliori voi. E vi sembrerete così più belle, più giovani e più magre, in quella foto. E penserete con nostalgia a quel tempo in cui vi consideravate grasse e invece erano pugnette, perché eravate fiche e non lo vedevate.

Ora siete cresciute. Ora siamo cresciute.

Ora lo vediamo. E il Curvy&Proud ci aiuterà a tendere al nostro best of.

E per la Prima Fase, è tutto.

Special thanks to Elena Arzani (www.elenaarzani.com): grafica, lettrice, vagina, amica sconosciuta che ha realizzato il logo del Curvy&Proud 

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Impressioni di Palestra

Tre giorni di prova in palestra.

Ho l’acido lattico nell’anima. Ho così poche energie che immortalerò le mie impressioni in maniera quanto più sintetica possibile. Che tra un po’ manco a muovere le dita riesco.

Allora:

1. La palestra è il posto in cui mi sento in assoluto più a disagio nell’universo. Potrei più facilmente posare nuda davanti a una squadra di rugbisti con velleità artistiche, che fare sport.

2. Le mie doti dialettiche, proporzionali alle mie capacità respiratorie, si riducono drasticamente appena varco la soglia del fitness.

3. Quando inizi a squamare come un tricheco nella foresta amazzonica dopo 10 minuti di PASSEGGIATA sul tapis roulant ti senti oggettivamente sull’ultimo gradino della scala evolutiva. Tipo che tra te e un geco, vince il geco, che può pure perdere la coda e continua  a vivere, in effetti, quindi forse non ho scelto proprio l’animale più stronzo del creato, ecco, per l’appunto, nemmeno un esempio calzante mi riesce di fare.

4. Sono piuttosto persuasa del fatto che l’istruttrice sia il Sergente Hartman  sotto mentite spoglie. Per ora è carina, mi dice anche “brava”. Ma io lo so, è solo questione di tempo e inizierà ad appellarmi pubblicamente “Palla di lardo”.

5. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager

6. Diffidare sempre delle 40enni che hanno un fisico da teen ager e ti dicono nello spogliatoio “Io odio la palestra”. Potrebbe succedere che tu, cicciona, risponda “Anche io”. Alché loro ti spiegheranno che odiano la palestra perché sono pallavoliste, nuotatrici e lanciatrici di giavellotto. E tu vorrai implodere, come un blob, nel tuo grasso.

7. Il tapis roulant è noioso

8. Il cross trainer è spossante ma mentre lo fai senti già che le tue cosce e il tuo culo ti rendono grazie e ti amano per l’oggettivo sforzo che stai facendo.

9. Non osservare mai altre vagine sul cross trainer. Inutile illudersi: loro sono sinuose, sensuali e attillate. Tu sei un cesso.

10. Un aspetto positivo dell’andare in palestra è che in tutte la altre situazioni sociali non ti sentirai più particolarmente fuoriluogo. Non perché tu sia più sicura di te. Semplicemente perché sarà difficile che esista una situazione sociale in cui tu possa essere più inappropriata.

11. Gli addominali sono contro la mia religione. Sono una cosa che fatico a comprendere. Passo la vita a tenere la pancia in dentro e poi arrivo lì e mi stendo a contrarre i muscoli e gonfiare la panza nell’illusoria speranza che tra 100 anni, sotto strati geologici di grasso, compaiano dei muscoli.

12. Ho osservato attraverso i vetri trasparenti un esercito di donne toniche che voi umani non potete immaginare, le ho guardate fare 1 ora di Zumba Fitness e ho capito che lo Zumba Fitness è il demonio. Io non mi esagiterò su quella musica. No. A parte che potrei morire di insufficienza respiratoria.

13. Dovrò sopportare il fatto che in palestra tutti flirtano tranne me.

14. Quando mi metto a cavalcioni su una panca, però, sto meglio. Mi sento più a mio agio.

15. Per non farmi paralizzare dalla presenza di uomini attorno a me, mi concentro sul pensiero che quanti più muscoli hanno, tanto più piccolo sembra il loro pisello quando sono nudi.

Per ora è tutto.

Credo di morire,

vostra

VagiFit

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Progetto Wellness Reloaded

Settembre è sempre stato un mese di grandi propositi.

Fin dai tempi della scuola, che eravamo tutte lì a ripeterci che, per il nuovo anno, saremmo state diligenti, ordinate, puntuali, che avremmo studiato Geografia Astronomica giorno per giorno senza ridurci a fare 3 capitoli appena prima dell’interrogazione per strappare un 7 e 1/2 e poi cancellare tutto dal nostro scibile. E il pomeriggio, beh, il pomeriggio avremmo iniziato subito a studiare, senza guardare Uomini e Donne, e poi Amici, e poi attaccarci al telefono per due ore con l’amica del cuore, e ridursi a tradurre latino dopo cena nelle pause pubblicitarie di Dawson’s Creek, per dire.

Perché settembre è così. Si rientra dopo le ferie, il clima si distende, per me s’avvicina pure il compleanno – per chi non lo ricordasse sono una vagina scorpione – e quindi, ogni anno, puntualmente ripartono i grandi, velleitari, progetti di cambiamento che, storicamente, per quanto mi riguarda, falliscono miseramente. Ma, a questo giro, ha da essere diverso.

Ci sono due cose che io devo fare, necessariamente, a partire da subito: smettere di fumare e fare attività fisica (non solo sessuale, che peraltro è poca). Devo farlo per salute, devo farlo perché sento che se non lo faccio muoio prima dei 40 anni (quando arrivano ipocondria e paranoia il processo di milanesizzazione si può considerare ormai giunto alla sua terza fase, gli step successivi sono accasarsi con un milanese e dire che la polenta è più buona di una frisella ma, su questo, non mi avrete mai).

Dicevo, c’ho da fare ste due cose perché di anni ne ho 26 e me ne sento 38. C’ho da farle perché devo dimostrarmi che mi amo perché sì, insomma, se non posso chiedermi da sola di andare a convivere, se non posso dichiarare a me stessa che come me non c’è nessuna e che voglio passare il resto dei miei giorni con me nella convinzione profonda che io sia la vagina della mia vita, unica e insostituibile, ecco se non posso fare tutto questo, posso almeno impegnarmi in qualcosa di sano, per me.

E se un anno fa, a questa ora qui, mi accingevo ad affrontare la fine dell’ennesima relazione e dovevo investire le mie energie a trattenere le lacrime in ufficio, a non mangiarmi 500 g. di Gocciole Pavesi in mezz’ora, a drogarmi di rilassanti e tisane nel tentativo disperato di dormire almeno un par d’ore a notte, ecco io adesso sono squisitamente singol e le mie energie posso dedicarle a me e a me soltanto.

Dopo varie sedute con il CdA Vaginale, che include tra i suoi membri la Vagina Maestra, Frecciagrossa e Zia Vagina, ho messo a punto i dettagli del Progetto Wellness Reloaded:

1) Smettere di fumare: ho persino comprato il libro, sì, il momento è giunto. Certo, l’idea di rinunciare, ove capiti, alle canne mi disgrega nell’intimo, però sticazzi, in qualche modo sarà da farsi.

2) Lo stramaledetto sport: ho fatto uno screening delle palestre nella mia zona e potrei, dico POTREI, averne individuata una che faccia al caso mio. E’ vicina, fanno tanti corsi e ha un costo tutto sommato sostenibile. Non è una delle major del fitness, il ché a me piace sempre perché io non ho voglia di finanziare i colossi dello sport, le varie Coca Cola dell’acido lattico, per intenderci, che poi hanno i nomi tutti uguali: Fitness First, Get Fit, Fit Star. Ebbasta. Voglio dire, se ci fosse la Panzerotto Fitness, io mi ci iscriverei domani, per principio. Invece no, voi palestre capitaliste sbagliate tutto, a partire dal naming. Noi, noi vagine ciccione, intendo, noi siamo il mercato che dovete conquistare, siamo la fetta di consumer da sedurre e coccolare, non dovete farci venire l’ansia con pubblicità piene di ficone in costumini attillati e addomi d’acciaio. Voi dovreste mandarci un messaggio del tipo: sei gagliarda così come sei, un po’ di sport serve a star bene, ne abbiamo bisogno per salute e poi noi non ti giudicheremo, ti aiuteremo e, soprattutto, non pretendiamo di trasformarti in una replicante invasata di Jill Cooper.

Ora non mi resta che fare una visita medica che certifichi che ho una costituzione sana e grassa, che non morirò per 2 minuti di allenamento sul Cross Trainer e che non mi succederanno cose terribili come andare in insufficienza respiratoria per 10 minuti di Zumba Fitness. Dopodiché il Progetto Wellness Reloaded potrà partire con una precisione chirurgica e militare.

Sì. Ce la farò.

No, io non odierò la sola idea di andare in palestra, no io non avrò le convulsioni per l’assenza di nicotina.

Si. Io lo farò.

Sì, io non sarò a disagio nei miei pantaloni attillati, pezzando come una carogna di vacca, respirando come un rinoceronte asmatico.

Sì. Io sono motivata.

Questa volta sarà diverso. Lo so. Come quando inizia un nuovo amore. Ecco, sì, inizio una relazione con la palestra e con la disintossicazione. Sì, bisogna darsi. Sì. Io smetterò di fumare e andrò contemporaneamente in palestra.

Sì! Sì! Io posso. Io ce la farò.

Ho un solo dubbio.

Quando sarò al gabbio, tra Sabrina Misseri e Annamaria Franzoni, perché io per questo Progetto Wellness Reloaded finirò con l’ammazzare di omicidio colposo qualcuno, ecco, mi chiedo, lì, un computer per aggiornare il blog, lo avrò?

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L’Estabilishment della Prova Costume

Le vagine, nella loro vita, devono sostenere numerosissimi esami.

Consumano un’esistenza intera nel tentativo di approssimarsi a un modello insostenibile di femminilità, parzialmente dettato dalla cultura, parzialmente dettato dalla tradizione, parzialmente dettato dai media. Quasi mai, dalla natura, intesa nel suo senso più primitivo e autentico, salvo che per quelle sbavature di vaginismo cui sono geneticamente e periodicamente soggette.

In questo lungo percorso verso il compiacimento della società, veniamo esposte a giudizi costanti, fin da giovanissime. Se le tette ci crescono troppo presto non va bene, i maschi ci bramano e le femmine ci odiano. Se le tette ci crescono troppo tardi non va bene, i maschi non ci cagano e le femmine ci discriminano. Se la diamo via troppo presto siamo troie, se la diamo via troppo tardi siamo suore. Se a scuola siamo brave siamo delle secchione, se non facciamo un cazzo non abbiamo cervello. Se usiamo scarpe troppo comode siamo sessorepellenti, se usiamo scarpe troppo audaci siamo delle vacche. Se facciamo carriera siamo troppo sicure, se non la facciamo non abbiamo obiettivi. Se siamo intelligenti siamo scassacazzi, se siamo tranquille non intrighiamo. Se abbiamo carattere siamo stronze, se siamo semplici non abbiamo nulla da dire. E via così, per un lungo percorso costellato di semplificazioni schematiche, di opposizioni binarie che poco dicono di noi ma permettono – in linea di massima – di categorizzarci. Lungo questo accidentato percorso, noi dobbiamo destreggiarci per la nostra intera esistenza, costantemente alla ricerca della misura corretta, quel tanto al kg, un po’ di tutto e troppo di niente, insomma l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.

E lì, mentre cerchiamo di essere le migliori possibili, sempre (le migliori figlie, le migliori amiche, le migliori alunne, le migliori fidanzate, le migliori sorelle, le migliori madri, le migliori professioniste), talvolta sbagliando perché – pensa – siamo umane, e sempre un po’ indignate con noi stesse per non essere ancora riuscite – chessò – a scindere l’atomo con la forza del premestruo,  ecco mentre noi ci sbattiamo l’anima a fare tutto questo, sosteniamo anche tutti i nostri piccoli-grandi esami esistenziali. Molti li superiamo, altri no. Alcuni li ripetiamo e certi invece capitano una volta sola, sono one-shot, se li canniamo so cazzi nostri. Ma mentre tutto questo si consuma, c’è una prova, che è la più feroce, che ha cadenza annuale e che ci giudica impietosamente a prescindere da tutto ciò che possiamo aver dimostrato nella vita (incluso, che ne so, aver sfornato quei 2 o 3 pargoli): la Prova Costume.

Ora, evitiamoci l’ipocrisia di dire che la prova costume non ha un genere, che è rivolta anche agli uomini, perché sarebbe come dire che il target delle pubblicità dei trapani Black&Decker sono le vagine. Non diciamo cazzate. La prova costume è smaccatamente femminile, al punto da essere considerata spesso sinonimo di “Prova Bikini“.

Per onestà intellettuale mi sento obbligata a premettere che se io fossi Heidi Klum, non mi porrei questo problema. Ci penso, naturalmente, essendo una vagina qualunque, tracagnotta da quando ha memoria di sé.

Dicevamo, la prova costume incombe sulla nostra serenità da subito dopo Pasqua, che te sei lì con l’agnello al forno con le patate ancora da digerire e partono i primi link: “Pancia piatta in 3 mosse” – “La dieta dell’ornitorinco” – “Addominali scolpiti con la forza degli starnuti” – “Ecco la pillola che, accompagnata da una danza tribale 3 volte al giorno, ti farà bruciare tutti i grassi” – “Rimedi contro la cellulite” – “Pelle a buccia d’arancia? Cosa vuoi essere, una spremuta?“.

La propaganda continua impietosa, seguendo tappe precise, secondo uno schema collaudato e raffinato di anno in anno, che si articola in 4 fasi consecutive:

Fase 1 – Violenza Psicologica

Fase 2 – Topa Atomica

Fase 3 – Decadimento della Topa

Fase 4 – Topa-Rush Finale

Dopo il martellamento della fase 1 di cui sopra, il cui intento precipuo è farti capire che sei un roito, si arriva alla Topa Atomica che, di solito, prevede la foto di una fica qualsiasi e un titolo come “Avere un fisico come il suo“, che tu vorresti dirci “anvedi che io quer fisico là nun ce l’avevo nemmanco a 15 anni, diobbuono!”. Oppure “Avere i glutei di Michelle Hunziker“, che tu vorresti proprio denunciare gli autori, perché è peggio della pubblicità ingannevole del guscio Melliconi (che chi, in età infantile, non ha scaraventato per terra il telecomando convinta che rimbalzasse come si vedeva nello spot, per scoprire – amaramente – che non rimbalzava n cazzo?). Una particolare declinazione della fase Topa Atomica è appannaggio di Calzedonia e Yamamay che prendono le loro testimonial ficherrime, ci mettono addosso dei costumi mediamente di merda, e le fanno correre felici su una spiaggia caraibica al tramonto, perfette e sensuali, con un’aria foriera di libidine e dolcezza che tu dici “elamadonna”, mentre sei ipnotizzata dall’equilibrio eidetico con il quale il loro ombelico si incastona sul loro ventre piatto e abbronzato. Che, voglio dire, quelle lì potresti metterci addosso anche i sacchetti della spesa del Carrefour, sarebbero stragnocche uguale. Non so, smettete di usare delle fantafighe per distogliere dalla qualità dei vostri prodotti. Siam tutti bravi a far sembrar topa Bar Rafaeli: lo è. Sfidatevi con una vagina qualunque, piuttosto.

Vivadio, questa fase, quella della Topa Atomica è così truce che, l’Estabilishment della Prova Costume, strumento di controllo abile e subdolo del vagina power, capisce che deve allentare un po’ la morsa, giocare con la nostra emotività, farci sentire cesse ma non troppo, darci una briciola di speranza, perché se no poi ci scoraggiamo e la vagina demotivata non è spender.

Arriva, quindi, la fase 3: il Decadimento della Topa. Siti, community, testate eccazzi, iniziano a pubblicare link di una misoginia trascendentale, in cui ci mostrano come, chennesò, Alessia Marcuzzi senza trucco sia un cesso. O che i gomiti di Nicole Kidman non sono poi così belli. O che Britney Spears c’ha n sacco de cellulite. O che Valeria Marini c’ha il culo coi buchi. O che Madonna in effetti sta cedendo agli effetti del tempo. E lì, la vagina qualunque, prova piacere, in prima istanza. Perché sì, perché pensare che Britney non possa più permettersi le gonnelline con le quali sculettava in Hit me baby one more time, è appagante. Lì per lì. Ma, tempo 1 minuto, ti vengono in mente due questiti esistenziali:

1. Grazie ar cazzo che c’hanno i loro difetti, sono vagine ritratte in momenti qualunque della propria vita, non photoshoppate e molte sono signore di una certa che, comunque, tutte noi firmeremmo col sangue per arrivare a 50 anni come Madonna, sia chiaro.

2. Ma perché un sito che parla alle vagine mostra delle foto così? Perché mette a nudo i difetti di queste donne, così inutilmente e irrazionalmente? Criscto, Melanie Griffith c’ha 55 anni, è pure normale che le sue ginocchia siano aggrinzite e sono comunque migliori della sua faccia deturpata dalla chirurgia. E’ per umanizzarle? Per portarle al nostro livello? Ma non risparmieremmo un sacco di energie se non giocassimo sempre su questo antagonismo continuo tra modelli proposti e donne reali? Questioni di lana caprina, lo so.

L’ultima fase della Prova Costume, la quarta, è il Topa-Rush Finale, rivolto alle ritardatarie, quelle che sulle spiagge ci andranno solo ad agosto e che a luglio sono ancora lì a navigare online e a inciampare in link come “Le 10 vagine più fiche del mondo in costume“, “I 10 culi più sodi dello showbiz“, “Avere 40 anni e non una traccia di cellulite“. Perché l’Estabilishment della Prova Costume ci spera che tu, vagina grassa, vagina imperfetta, vagina umana, presa dal panico, vada a sbuttanare i soldi che guadagni per comprarti Somerdatoline.

E invece no! In questo mondo difficile ci sono delle vagine che non supereranno la Prova Costume.

Io per esempio non la supererò. C’è di più: a questo giro il mio Spleen Vaginale era a un livello talmente elevato che non ho nemmeno finto di mettermi a dieta. Non ho bevuto tisane. Non ho fatto le “passeggiate”, che il “vado a piedi” è una delle menzogne più patetiche che di solito si dicono le persone come me in certi periodi dell’anno. No. Io non ho fatto un cazzo. E la Prova Costume non la supererò (il mio ultimo successo in merito è registrato nell’anno 1989).

Io non supererò la Prova Costume. E sapete che c’è? Sticazzi. Io, di prove, ne ho superate altre.

E molte ancora da superare ne ho.

E il mondo è pieno di vagine magre, grasse, alte e basse, giovani e mature, che ogni giorno superano prove assai più cruciali, di quella bikini.

ps: resta il fatto che sulla mia spiaggia quasi tutte le vagine (il 90% circa) arrivano preparatissime alla prova costume: magre, toniche e negre. 

pps: comunque sì, d’accordo, a settembre – ottobre al massimo – pondererò l’idea di iscrivermi in palestra perché, in fondo, la propaganda lascia degli effetti anche sul mio precario equilibrio vaginale. 

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Cara American Contourella

Ci sono eventi imponderabili nella vita di una vagina. Eventi del tutto accidentali, contro i quali nulla si può.

Per esempio questo:

Mi scuso per la qualità infima della foto ma i miei potenti mezzi performano come i miei addominali. Tecnicamente, il messaggio recita:

Ciao, ti ricordiamo che il tuo abbonamento è in scadenza questo mese. NON RINUNCIARE AL TUO BENESSERE! Ti aspettiamo :)

Ora, cara American Contourella, punto primo, chi minchia vi conosce che mi date del tu. Non è che siccome sono iscritta nella vostra palestra dovete pensare che io sia una tipa sportiva o che siamo amici perché ci siamo visti 2 volte.

Punto secondo, cosa vi autorizza a impormi un imbarazzante bilancio esistenziale che, impietoso, mette a dura prova la mia momentanea lucidità vaginale (che non è una figura retorica, bensì uno sporadico fenomeno paranormale) più di come facesse la leg extension con le mie cosce?

Ma ormai il danno è fatto. La pigrizia inizia a fornicare con il senso di colpa: 1 abbonamento annuale, 500 euri investiti, 3 mesi netti di palestraE poi quella domanda, feroce, che si pianta nel cervello, ci monta una canadese e dichiara d’occuparlo fino a maggio: ”E mò, che cazzo faccio?”

Mi riprendo per il culo e pago un altro anno lì? Mi rimetto a fare un’indagine di mercato per scegliere in quale palestra NON andare? O mi arrendo all’obesità e alla mia artrosi più precoce dell’eiaculazione del maschio medio italiano?

Che poi è un po’ quello che ci chiediamo nelle nostre più riuscite relazioni sentimentali: continuiamo a prenderci per il culo o ci arrendiamo all’evidenza (delle corna o dell’insoddisfazione, a seconda dei casi)?

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#avereventanni

Le mie orecchie fischiano.
Tecnicamente non hanno mai smesso di fischiare.
Da ieri notte.
Famola breve: sono uscita da lavoro, sono andata in palestra, mi sono sperticata sulla cyclette conseguendo il risultato di 57 minuti e 34 secondi. So tornata a casa, masticando una Vigorsol Air Action (sì, quella della puzzola che scoreggia menta) perché ho deciso che appena dopo lo sport non è cosa buona e giusta fumare.
Me so lavata, me so mangnata la frittata, me so vestita secondo un codice softly-rock, ho pure tentato di sfoderare la mia borsa con la Union Jack che è estremamente indie ma s’è fatta vecchia, quella. Ecco io non so voi, ma io ho un serio problema a sbarazzarmi del vecchiume. Probabilmente nasce dal morboso rapporto con gli oggetti tipico della figlia unica, probabilmente è la ritrosia innata verso qualunque cambiamento esistenziale – inclusi quelli di guardaroba – però a me prende proprio male buttar via il vecchio per il nuovo. A volte ci riesco. Ma, di solito, succede se sono preda di una psicosi riordinante, fredda e lucida che mi fa accantonare tutti i ricordi che mi legano a quel determinato oggetto, in favore di una razionalità agghiacciante, secondo la quale, non è vero che in 40 metri quadri io posso conservare…TUTTO.
Comunque dicevo, alle 22.30 è passata a prendermi GuruVagina e siamo andate al Rocket, dove abbiamo incontrato giordièquasimagia – il suo migliore amico – e un’altra amica. Abbiamo bevuto 3 negroni lei e 2 vodka lemon io, in questo celebre locale che frequenta la gente awannasgheps milanese. Mediamente piccolo e sovraffollato di un foltissimo frociame, il Rocket accoglieva una popolazione variegata di giovanissimi e meno giovani, di occhiali da nerd su camicia a scacchi, vagine con invidiabili tagli lesbo e artisti del panorama rock indipendente italiano.
- sugli invidiabili tagli lesbo, di quelli cortissimi col ciuffo lunghissimo, io posso dire che: da vagina dotata di un pagliericcio crespo non meglio definito in testa + congenito sovrappeso – ho sempre invidiato quelle che hanno il bulbo docile e la possibilità di sbizzarrirsi creativamente con i tagli. Nel mio caso, un numero importante di traumi infantili, nati dalle manipolazioni psicologiche che la Vagina Maestra poneva in atto sulla mia piccola psiche per convincermi a optare per il mostruoso “taglio alla maschietto“, combinati con una scarsa audacia esistenziale che di solito mi fa dire al coiffeur “spuntali il minimo indispensabile”, fanno sì che io abbia da 10 anni – forse 15 – lo stesso taglio, suscettibile di modifiche minime delle quali – essenzialmente – mi accorgo solo io. L’ultima volta che la Vagina Maestra mi ha fregata è stato dopo la prima comunione, quinta elementare. Serafica, mi ha proposto il mostruoso “taglio alla maschietto” e, naturalmente, mi ha convinta. Perché non è che mi violentasse. No, no, mi persuadeva proprio. Io voglio, a questo punto, solo lasciarvi immaginare cosa abbia voluto dire per me affrontare la scuola media con un look degno dei Bee Hive (ciuffo rosso escluso, of course).
- sugli artisti del panorama rock indipendente italiano, io posso dire che: ho visto un tipo alto, un po’ lercio e allampanato. Ed era Roberto Dell’Era degli Afterhours. Poi ho visto un tipo buffo con la farfuglia in testa e la barba e una faccia troppo divertente. Ed era Dario Ciffo dei Lombroso, ex violinista degli After. E avrei voluto molto andare da lui e dirgli “so che sgroccavi sempre le sigarette (come racconta Manuel Agnelli in “Non usate precauzioni, lasciatevi infettare“), fumi?”, porgendogli come nella migliore tradizione da telenovelas sudamericana una sigaretta. Ma non l’ho fatto. Sono provinciale. Ma lo tengo per me.
A concerto finito stavamo valutando l’ipotesi di andar via ma giordièquasimagia ha detto che no, che lui sarebbe rimasto, anche perché era impegnato in uno sgamo-violento con un tipo che pareva Brandon di Beverly Hills 90210 però con lo stile di Dylan McKay. GuruVagina mi ha guardata e mi ha detto che una mezz’oretta in più a ballare potevamo anche farla e io, che avevo già composto lo 024040 per chiamare il taxi e tornare a casa, ho sentito che sticazzi anche sì, che tanto comunque soffro d’insonnia e prima delle 2 nun m’addormento mai. Allora abbiamo ballato tra questi giovani, con la musica messa da un deejay che secondo me era nato negli anni novanta, quando per radio passavano What is love?
E io me so sentita giovane, giovanissima, e faceva caldo, e la gente fumava dentro, e hanno messo i bloc party, e gli strokes, e gli arctic monkeys, e forse semo troppo vecchi, forse si vedeva che eravamo gli unici che il giorno dopo sarebbero andati a lavoro, in mezzo a una manica di fancazzisti, e universitari, e musicisti. Però mi sono sentita giovanissima, ho pensato a tutta la vita che me so persa negli ultimi 3 anni, a tutte le volte che non ho bevuto, che non ho riso, che non ho ballato, che non ho urlato perché riconoscevo una delle mie canzoni preferite dalle prime note.
Ho ripensato che ho 26 anni e che devo iniziare subito, iniziare subito a fare tutto prima di sentirmi troppo vecchia per farlo.
Ho pensato che tornare a casa con GuruVagina alle 02.30 per far tardi il giorno dopo a lavoro è divertente, parlando di Facebook e Twitter, e di quanto dobbiamo uscire di più, anche in settimana e frequentare questi posti e non gli aperitivi sfighi in corso sempione, decidendo che dobbiamo assolutamente #avereventanni e averli a lungo, fino all’ultimo giorno, prima d’averne 30.

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I diari della Palestra – 1

Dunque, io c’ho sempre avuto un rapporto melodrammatico con lo sport.
E c’ho provato. O meglio, so stata obbligata a provarci finché sono rientrata in quella fascia d’età in cui i medici dicono ai genitori che la bambina deve fare sport, meglio se di squadra, così impara anche i valori del gruppo. E allora giù di pallavolo, pattinaggio, tennis, ginnastica ritmica, nuoto. Devo dire che io li ho sempre vissuti con una fantastica predisposizione d’animo, un po’ come se mi dicessero di scalare il Golgota con Platinette sulle spalle. A Solo il catechismo poteva essere peggiore.

Da anni avevo lasciato perdere. Avevo accettato di buon grado la mia dimensione puramente intellettuale e il fatto che il fascino sui cazzetti l’avrei esercitato attraverso la mia dialettica e non grazie a un paio di chiappe sode. Anche perché la dialettica può solo migliorare, le chiappe invece, per quanto tu possa affaticarti, peggioreranno e basta. Insomma, nun me pareva un investimento poi così vincente. Me sbajavo, ma questo l’ho capito solo dopo.

Ad ogni modo, la primavera scorsa, dopo tre anni di vita sedentaria e 7 kg in più rispetto a quando mi sono trasferita qui, ho iniziato a sentire – sparsi per il corpo – dolori di ignota provenienza che, uniti a uno strano scricchiolio osseo, mi hanno fatto sorgere il velato sospetto che le mie membra necessitassero di una pur minima forma d’attività fisica. Quindi me so iscritta in palestra, una palestra media, di medio livello e medio costo.  Me so intrippata per 1 mese e mezzo, m’ero pure seccata, sapessi. Poi, però, mi è scesa la fissa e il divano ha ri-avuto il sopravvento sulla mia sensibilità.

Erano mesi che nun c’annavo più e ieri ce so tornata.

Obiettivo prefissato: 60 minuti di cyclette.
Obiettivo raggiunto: 40 minuti di cyclette.
Esercizi in sala pesi: 0
Fiato: cortissimo
Affaticamento: immenso
TeoTeocoli: non pervenuto

Sì, perché è stata dura. Dura davvero. Certo, ogni volta che faccio sport ho paura di andarmene in insufficienza respiratoria, di avere un infarto o un aneurisma, che non so se sia possibile ma serve a rendere l’idea, e ogni volta penso che prima o poi dovrò smettere di fumare, il ché è molto complesso per una che non sa resistere a un pacco di patatine PiùGusto Gusto Vivace – che teoricamente non dovrebbero dare dipendenza – figurarsi alla nicotina. E mentre io penso ste cose, c’ho un 65enne accanto che, in calzoncini blu e maglia della salute, pedala una meraviglia: non è affaticato, non è paonazzo, non sta vedendo tutta la sua vita passargli davanti agli occhi come se dovesse schioppare a terra – con conseguente tonfo – da un momento all’altro. Io lo guardo e penso che sto vecchio, di sto passo, vedrà più primavere di me.

Faccio fatica. Faccio un sacco fatica. Non sudo nemmeno, mi surriscaldo un casino e me so pure scordata gli auricolari a casa, quindi non posso sentire la musica e mi tocca guardare Gerry Scotti su Canale5 mentre pedalo, che è una visione altamente motivante, com’è facile intuire.
Però non posso mollare, non sotto i 40 minuti. Allora continuo, continuo, mi carico, mi guardo nello specchio, penso che sta settimana devo riattivarmi l’organismo e poi, dopo, dopo sì, torno in sala pesi.

Perché, sia chiaro, io corsi non ne faccio. L’ultima volta che ho fatto un corso in vita mia, ero diventata talmente rossa (probabilmente avevo raggiunto una temperatura corporea di 57°) che l’istruttore si è voltato a guardarmi preoccupatissimo e m’ha fatto con le mani segno di placarmi. Quindi no. Io tra culi turgidi scolpiti in panta-collant da palestra, a ricordarmi tutti i passi d’una coreografia der cazzo costruita su musica truzza, no, io non ci andrò!
Pedalo e faccio un sacco di fatica. TeoTeocoli non c’è, grazie al cielo non si vede. A me TeoTeocoli mi inquieta assai, che sarebbe il più vecchio dei personal trainer, che c’ha il codino bianco, la carnagione marrone pure a dicembre e delle gambine magre magre con le quali si muove incautamente per i 4 piani, ponendo le sue oscene semi-nudità alla mercé di chiunque. Io pedalo.
Rallento. So stanca. Bevo.
Minchia, che fatica.

Oh quasi mollo. Cioè non è che posso morire.
Invece no. No! Io continuo!

Allora, quando l’acido lattico sta per mandarmi in corto circuito, quando la mia motivazione vacilla, quando sento di non avere più alternativa, faccio l’unica cosa che può darmi energia per continuare e – sia chiaro – è una scelta estrema: penso al mio ex. Ma non è che io pensi al mio ex in ragione del fatto che per 2 anni quello ha cercato di fare il mio personale Roberto Re. No, no, io penso al mio ex, McGyver di Deretano, e a quella che nella mia testa – e probabilmente anche nella realtà, perché la storia insegna che le mie capacità divinatorie sono spesso verosimili – è la sua nuova donna, VT, che non sta per Vagina Troia, come i più potrebbero pensare. VT sono, semplicemente, le sue iniziali.
Allora io penso al mio ex che sta con lei, che le sorride, che l’abbraccia, che ce parla, che la lumaca, che ce progetta una vacanza senza farla penare come faceva penare me. E mi tira talmente il culo che pedalo, pedalo, pedalo così forte da far arrivare il battito cardiaco a 140 e superare le 200 calorie consumate. Dicono che in palestra ci si sfoghi. Allora oggi, ci torno.
Stessa cyclette, stesso obiettivo!

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