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Single is Better?

Quando sei single, dopo essere stata accoppiata per molti anni, ti chiedi quale delle due condizioni sia la migliore. Naturalmente, come tutti i saggi nominati da Napolitano sanno, ci sono pro e contro in entrambi gli status di Facebook.

Ne parlavo qualche sera fa con la mia amica IndieVagina,  famosa per il suo sense of humour Made in Bari e per il fatto di essere la mia più cara amica single, che mi diceva di essere giunta al suo quinto singleversario. La frase era velata da un sottile scoramento e ciò che una buona amica single (io) deve fare in questi casi, è lanciarsi senza paracadute in un’inoppugnabile arringa sugli innumerevoli e indiscussi vantaggi della singletudine.

Chiaro sia, essere accoppiati, in linea di massima, torna utile in una moltitudine di situazioni esistenziali e sociali come ad esempio: quando troviamo un insetto in casa, quando bisogna parcheggiare ad agosto di domenica mattina per andare in spiaggia, quando salta il contatore della luce alle 23 di una sera di gennaio e bisogna scendere in cantina per riattivarlo, quando c’è da imbustare la spesa mensile alla cassa dell’Esselunga, quando viaggiamo con una valigia di 27 kg e dobbiamo sollevarla, quando compiamo gli anni e quando c’è da lavare la macchina. Non perché lavare la macchina sia una cosa difficile. Semplicemente il nostro dna non contempla il gene deputato al lavaggio auto. Non ci riesce di comprendere, in parole povere, che l’automobile, parimenti con tutto il resto del creato, è passibile di insozzamento e necessita d’esser pulita almeno una volta a biennio.

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Per contro, essere single ha naturalmente molti ma molti più vantaggi. Ora, senza arrivare a eccessi disdicevoli come farsi tatuare sul pube “Single is better” che, davvero, non ce n’è bisogno, essere single significa un sacco di cose splendide.

Per esempio:

1. Non devi mai per nessun motivo ringraziare un uomo per averti regalato un peluche

2. Non devi mai per nessun motivo ringraziare tua suocera per averti regalato un golf a rombi taglia M

3. Non devi mai svegliarti la domenica mattina con l’idea di andare a pranzo dai suoi.

4. Non devi mai fingere che ti interessi ascoltarlo mentre parla del suo lavoro.

5. Non devi tenere un tutorial quotidiano sull’incapacità dei calzini di riporsi da soli nella cesta della biancheria

6. Non devi mai sentirti dire mai cose come: ”Sei pazza/calmati/cambia il tono/non farti le paranoie/mi hai rotto il cazzo/sei in premestruo quindi vuoi sicuramente litigare per questo io ora farò di tutto per rendermi insopportabile così da farti confermare la mia tesi sulla tua irragionevolezza ovarica”

7. Non devi spendere ore della tua vita a stendere le sue mutande.

8. Non devi mai sopportare che lui sia in viaggio di lavoro all’estero con il suo capo milf

9. Non sei mai obbligata a fingere di desiderarlo e non devi mai nutrire sensi di colpa se desideri un altro

10. Non devi sopportare il fatto che il suo diritto di russare ti privi del tuo diritto di dormire.

11. Non devi schivare un’ischemia al giorno, realizzando che è stato su whatsapp fino alle 4.30 del mattino non sai con chi

12. Non devi mai sentirti mediocre a guardare le fotografie delle sue ex su Facebook, tutte straordinarie testimonial Amerika Star

13. Puoi usare disgustosi pigiami in pile senza praticare un’eutanasia permanente alla sua libido

14. Puoi continuare a ritenere che crackers riso su riso e philadelphia siano una pietanza dignitosa

15. Se hai mangiato legumi, puoi fare le puzzette senza per questo compromettere la tua incommensurabile, inodore e silenziosissima femminilità.

A me, comunque, non sembrano vantaggi da poco.

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Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, essere single significa dedicarsi alla propria pelle (sia in senso cosmetico che concupiscente). Significa esplorarsi e scoprirsi. Significa conoscersi e diventare padrone di sé, compiersi il più possibile, indagarsi nei propri limiti, risolversi o accettarsi. Salvo che non ci risolviamo mai fino in fondo, e non ci accettiamo mai fino in fondo, ed è su questa antitesi dinamica che consumiamo il nostro personale odi et amo, la ricerca di un equilibrio con il nostro – più o meno gigantesco – ego.

E poi compiamo la missione più difficile. Più straordinaria. Più miracolosa: impariamo ad amarci, o almeno ci proviamo. Per forza. Perché facciamo di necessità virtù. Perché non possiamo demandare a un cazzetto l’ingrato compito, il vituperato amore per noi stesse. Perché siamo le uniche che di noi si prendono cura. E dobbiamo imparare a farlo per bene.

Bene, come nessun uomo potrà insegnarci mai.

Bene, come non dovremmo smettere di fare mai.

E questo, le vagine single lo sanno bene, è un piccolo miracolo quotidiano.

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Congedo Post Coitum

Disquisivo con una mia amica, che c’ha una decina d’anni più di me, sul fatto che ogni volta che ho un rapporto occasionale, ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Il fatto è che io odio il dopo. Io i rapporti occasionali li farei finire così, di colpo, sul “vado a pulirmi” e poi puff. Sparito. Svanito. Ngéppiù. E così ci evitiamo tutta la fase post-eiaculatoria tra semi sconosciuti. Ci evitiamo le coccole svogliate, le chiacchiere di circostanza, i silenzi dilatati in cui il vaginometro si sovraccarica di stress per la densità di domande idiote che ci affollano il cervello, del tutto prive di senso e fondamento, del tipo: “Ma perché questo non parla?” oppure “Oddio, cosa sta pensando?”, completamente dimentiche, come delle dilettanti, del fatto che gli uomini NON pensano, specialmente quando hanno appena evacuato il sacro scroto.

Niente. Taglio netto. Un tunnel dimensionale che li proietti direttamente dalla nostra doccia all’esterno dello stabile, edilizia popolare anni settanta, senza passare dal VIA, senza quell’imbarazzo e quella freddezza postumi, scomodi quanto potrebbe esserlo un perizoma in velcro, voglio dire. Cioè, una cosa sopportabile, ma che non vedi l’ora di sfilarti.

Io odio il dopo e, tra tutto il dopo, c’è una parte che odio più di tutto: il Congedo Post Coitum. Sì, perché le frasi di congedo dopo una sessione occasionale sono sofisticatissima ingegneria dialettica: devono mettere la giusta distanza – hai visto mai che ci venga in mente di voler essere inseminate, che si sa come siamo noi vagine, tutte sportive a parole e poi nei fatti ci attacchiamo come cozze pelose del Mar Morto – ma, al tempo stesso, non devono mettere un punto definitivo, devono lasciare anzi lo spazio sufficiente per rifarsi un giro, hai visto mai capitasse, per esempio dopo 1 settimana. O 1 mese. O 3 mesi.  O 1 anno.

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Che, va da sé, il presupposto di un vero rapporto occasionale è che non ci si conosca davvero, è che la persona con cui ti intrattieni non ha storia ai tuoi occhi, e tu non hai storia ai suoi, tutto sommato non sa un cazzo di te (o molto poco) e tu nemmeno di lui. Però ci si ritrova avvinghiati. Stretti. Sudati, perché la primavera è arrivata, a scivolarsi addosso. Che sarebbe bello. Che andrebbe anche bene quel momento di puro istinto, quel momento in cui confondi la tua solitudine con un’altra solitudine, perché questa è la solitudine che abbiamo scelto, che ci siamo procurati, che è una soluzione senza compromesso, quindi va anche bene, mentre le pelli divorano i pensieri, mentre la libertà sublima l’errore, rendendolo indipendenza, rendendolo consapevolezza. Andrebbe tutto bene se non ci fosse l’annoso problema del Congedo Post Coitum, immediatamente successivo.

Roba che c’è quello che non ti sfiora, dopo, manco l’avessero minacciato di cavargli l’anima dall’uretra. Oppure c’è quello che parla a manetta e non ti fa ridere, e poi c’è quello che cade nel mutismo e la massima interazione la consuma con il suo iPhone mentre occupa illecitamente il tuo letto. E già lì, mentre c’hai ancora il beneficio del piacere carnale in circolo, inizia a montarti su il vaginismo, quella sensazione che siano sbagliati, puntoebbasta, fino al culmine, il momento dei saluti. Dell’addio. Del sayonara.

Nella mia modesta esperienza il premio “After-Fornication Worst Sentence EVER” andava a “Ci sentiamo su Skype”. Finalmente posso aggiungerne una nuova che, sconvolgendo le aspettative della giuria, guadagna di prepotenza la pole position degli orrori di Congedo Post Coitum:

“Allora in bocca al lupo…”

“In bocca al lupo per cosa?”

“In bocca al lupo per le tue cose…”, riferito ai progetti di lavoro di cui si era disquisito in precedenza.

Che io non posso fare a meno di sbigottirmi e di chiedermi: ma perché? Dì qualcosa, dì qualcosa di sinistra, D’Alema cazzo piuttosto non dire niente, quanto meno non dire “In bocca al lupo” che suona tipo “Grazie per la fregna, buona vita, a mai più”.

Non mi aspetto tu dica che non vedi l’ora di rivedermi, che sei stato da dio, che vorresti restare e rifarlo, ancora ed ancora, non lo pretendo, non è così ed è sacrosanto. Ma, mi chiedo: cosa vuoi fare adesso? Mi saluti con “Cordiali saluti” invece di “ciao”?

Ecco io tutto questo lo cancellerei. Lo eviterei.

Ecco io ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Perché poi mi succede di alzarmi e di preparare il caffé al mattino. Mi succede di ripensare a quando condividere lo spazio con un uomo mi era familiare. Quando il sole entrava dalle finestre e disegnava sul parquet le ombre di un’intimità condivisa. Ricordo quando di là giaceva qualcuno che di me aveva urgenza. E curiosità. E sete. E voglia. Qualcuno che consideravo migliore di me. Qualcuno che è ancora, ad oggi, dopo più di un anno, l’ultimo avamposto di umanità, di dolcezza, di bellezza che ho vissuto qui a Milano. Anche se dolce non ho saputo esserlo. Nemmeno bella. Nemmeno umana.

Ecco sì.

Ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali.

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Instant (messaging) Sex

Siccome che ho passato tutta la giornata a scrivermi sconcezze con un tipo di importante manzitudine,  dopo aver trascorso la precedente nottata a scrivermi altrettante sconcezze con lo stesso tipo di ugualmente importante manzitudine, ho sentito il bisogno impellente di stendere la seguente (inoppugnabile) analisi  che approda alla tesi sociologica per cui l’Instant (messaging) Sex è una cosa buona e giusta, non causa la ritenzione idrica, non danneggia l’ambiente e ci regala scampoli di primavera in queste giornate ancora mortalmente grigie. 

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Riflettevo sul fatto che i mezzi di comunicazione modificano i termini di relazione tra i sessi.

Per esempio i nostri nonni, come sovente si dice, prima dell’avvento della televisione, probabilmente ciulavano come ricci sotto cialis. Poi è arrivato Mike Bongiorno con i suoi impareggiabili quiz show e – si narra – finalmente le nostre nonne abbiano tirato un sospiro di sollievo dopo aver già sfornato, chessò, quei 3-4 pargoli che, bene che andasse, non guastavano mai.

Noi, invece, abbiamo vissuto la rivoluzione digitale delle relazioni. I ragazzi ci scrivevano gli sms invece dei pizzini e lo facevano ricorrendo a una specie di neolingua che infrangeva tutte le basilari norme ortografiche e grammaticali, un vero scempio ai danni di intere generazioni di docenti di italiano, i cui principali colpevoli erano le major del telefonino: Tim, Wind e quella che ai tempi si chiamava Omnitel e aveva come testimonial una bisunta Megan Gale. Gli sms costavano, al massimo potevamo ambire alle Summer e Christmas card, e lì avanti tutta, avevi un fantatrilione di sms al giorno per 1 mese: inviarne il maggior numero possibile diventava una questione di principio, si usavano per dire qualunque cosa, anche non necessaria o non richiesta (tipo Frecciagrossa li usava per scrivermi “sto facendo la cacca”). Era proprio una sfida all’ultimo messaggio di testo. E poi c’erano quelli come Tarallino che addirittura avvisavano gli amici “Fatti la summer card, hai tempo fino a domani, poi scade”. Ma tolti questi rari momenti di giubilo, per la restante parte dell’anno solare, era una vita durissima. Pagavamo ogni singolo sms inviato e vivevamo sotto embargo, la scheda la ricarivano i genitori, non c’erano via di scampo. E’ stato per questo che, d’un tratto, tutti iniziammo a esprimerci abdicando deliberatamente alle vocali: “dv 6? cm stai? qnd c ved? xké nn m kiam”. A ben pensarci, il mio primo Ti Amo me l’hanno scritto in un sms (dev’essere per questo che son venuta su così romantica), solo che persino sul Ti Amo si lesinava e con buona probabilità è stato “T Amo”, che capite è una cosa monca, incompleta, è come perdere la verginità con un ditalino, voglio dire, son brutte storie.

Inoltre, come se non bastasse, noi abbiamo vissuto pure l’avvento dell’internet, dal tempo in cui esso veniva genericamente percepito come un non-luogo insidioso, pieno di sconosciuti celati dietro false identità, di cui il massimo che trapelava era un nickname (con annesso anno di nascita/età/centimetri del pacco), fino ad oggi, che gnente gnente ti ritrovi tuo suocero tra gli amici di Facebook.

E allora, in quel tempo lontano in cui nell’internet il confine tra il bene e il male era confuso, in quella socialità inesplorata e cibernetica, si iniziò a manifestare il cosiddetto cyber-sex. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma era una di quelle robe il cui confuso pensiero era sufficiente disturbare la morale dominante. L’intuizione che due sconosciuti potessero eccitarsi reciprocamente scrivendosi sconcezze, l’idea che potessero masturbarsi insieme e desiderarsi senza essersi mai visti, senza conoscersi, aveva in sé qualcosa di morboso e accattivante, con l’aggiunta di un ingrediente rivoluzionario: poteva farlo chiunque, senza destare sospetti, dalla propria casa e/o ufficio.

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Superata la fase iniziale di demonizzazione, per un certo numero di anni nessuno se l’è più cagato il cyber-sex, probabilmente perché tutti hanno accettato che nell’internet il sesso ci fosse, molto più di Dio. I primi a capirlo sono stati certi genitori disperati che, per via di figli margiali, si son visti arrivare ai tempi bollette telefoniche di 500.000 lire: ore e ore a uccidersi di pistolotti davanti ai video porno. Che poi, va detto, quei ragazzetti toccava capirli, che il massimo che avevano potuto fare fino a quel momento era stato spippolarsi con un giornaletto, oppure guardare le donnine ignude su Retecapri di notte.

Parallelamente, questo va detto, si è superata l’idea che il sesso virtuale fosse una roba alla Blade Runner, in cui residuati umani si vestivano di tutine attillate dotate di elettrodi capaci di dar vita a replicanti digitali di se stessi, atti a copulare a scatti, a seconda della velocità della connessione, che se era 56k ti voglio.  Nel mentre, la Webcam Girl diventava una professione assai più redditizia di quelle che quasi tutte noi oggi svolgiamo.

E adesso, adesso siamo nel mezzo di un nuovo cambiamento. Abbiamo gli smartphone, abbiamo i social network, abbiamo i sistemi di messaggistica istantanea. E siccome mezzo che prendi, sesso che trovi, siamo ufficialmente nell’era dell’Instant (messaging) Sex: l’erotismo ai tempi di whatsapp.

Uomini smaniosi di inviare nell’etere immagini del proprio membro ritratto da variegate prospettive, richieste costanti di lembi di carne, voglie dette e dichiarate, nero su verdino, dentro un fumetto. Parole che si insinuano nel bel mezzo di riunioni di lavoro. Scompensi e desideri sfacciati che si rincorrono nel corso delle giornate, in un susseguirsi di parole e immagini, che si accavallano une sulle altre, in un unicum sempre a portata di mano, sempre connessi, pronti a ricevere e a ricambiare uno stimolo epidermico e cerebrale, una fitta di desiderio nel ventre, un prurito che renda le nostre giornate più divertenti. Si può fantasticare con qualcuno che non si conosce, si può ripercorrere senza pudore un vissuto condiviso la notte prima, si può giocare a tutti i livelli, con tutte le sfumature della pelle che scegliamo di scoprire. Che poi, messa giù così sembra una cosa da erotomani, ma secondo me non lo è.

Secondo me il desiderio è una cosa bella, di per sé.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare da morire  con le sole parole.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare con uno sguardo o con un gesto.

Ce ne sono certi che c’hanno la luccicanza e mettono tutto insieme. E poi altri che carburano lentamente, come certi m0tori diesel.

E infine altri ancora che, invece, non ce la ponno fa pe gnente.

Ma il desiderio, quello, è scintilla vitale.

E il mezzo che sceglie per esprimersi, solo un dettaglio.

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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

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E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

Alessandro-Preziosi

Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

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L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

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Apnea Emotiva

Quando hai 27 anni e una discreta esperienza di vurpi fritti, come si dice a Taranto, non ti aspetti di sentire da un momento all’altro, così, d’emblée, una frase che ti vada in direttissima sulle palle (che in senso strettamente anatomico nemmeno hai), facendoti sentire parallelamente una deficiente di ultima generazione.

Non per niente, ma perché non sei più abituata a sentirti una deficiente, non per i cazzetti, per lo meno. Sai, si capisce, dopo un’importante gavetta tardo-adolescenziale di:

“forse mi hai dato troppa importanza” (by trombamico), ”ci stiamo solo frequentando” (by the same trombamico), ”non lo so se ti amo” (by trombamico diventato ex ex), ”tra noi non è cambiato nulla” (by sverginator), ”non ti tradirei mai per una qualsiasi” (by ex ex una settimana prima de mette le corna in vacanza), ”ormai è finita” (by ex), ”non ti devo niente” (by ex), ”lei è almeno 10 volte più bella di te, ciononostante ho scelto te” (by ex ex ex), “ah, non te l’avevo detto che lei è una modella?” (by ex ex), “come sai, io ho due relazioni” (by ex ex ex), ”sentiamoci su skype” (by egofrocio)...

…ecco una non se l’aspetta di avere ancora un margine di vulnerabilità dialettica ed emotiva, lì, così, alla mercé di un qualsivoglia cazzetto.

[Per carità poi, non oso immaginare le abominevoli nefandezze che posso aver detto io, ai cazzetti, in my life. Naturalmente ricordo le cose che mi sono state dette, quelle che hanno toccato il mio culo per dirlo con classe, ma so di essere stata all'occorrenza - a mia volta - quanto di più contundente potesse esserci nell'universo vaginale]

Invece io, ieri, mi sono sentita cretina. Di nuovo. E mi sono detestata, e mi sono cazziata, e mi sono ripetuta che no, che non devo sentirmici, tanto meno per un Cazzetto Immaginario. Il tutto è durato 20 minuti, sia chiaro, poi sono andata a magnare e bere con l’amici mia super-terrons, quindi sticazzi, però di fatto io quei 20 minuti lì, li ho spesi a frignare come una rincoglionita per un Cazzetto Immaginario.

Dicesi Cazzetto Immaginario il frutto di una patologia assai diffusa tra le vagine single e metropolitane: l’Apnea Emotiva. Il più riconoscibile sintomo della suddetta malattia è la creazione di microcosmi paralleli dentro i quali le vagine (presuntamente cazzutissime e indipendenti), stipano le proprie fantasie a sfondo domestico, fermentate nell’intestino tenue di una giovinezza spesa nella convinzione che tutti avremmo trovato la nostra metà perfetta.

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Nella sostanza capita che scegliamo un cazzetto X. Lo scegliamo secondo una logica apparentemente random ma che risponde, in verità, a un sofisticatissimo algoritmo vaginale, per il quale decidiamo che il soggetto individuato ha delle caratteristiche straordinariamente fuori dalla norma. E’ un’entità virtuale, spesso, una persona che non fa parte materialmente delle nostre vite, i cui limiti umani non siamo obbligate a indagare. Il soggetto è posto a una strategica distanza, anche geografica, da noi tale per cui possiamo deliberatamente idealizzarlo senza limite alcuno alla fantasia uterina. E così, per esempio, decidiamo che quella persona ci capisce meglio di tutti gli altri, oppure che ci affascina come nessuno ci affascinava da tempo. Decidiamo che è uno con cui potremmo pensarci, a concederci un lembo di pelle, cristosanto, perché per emozionarci per qualcosa di animato – al di là delle promo sui pacchetti-massaggi fatte dalla nostra estetista, intendo – saremmo disposte a vendere un rene.

Decidiamo che esso, il  Cazzetto Immaginario, è intelligente, colto, ironico, sagace, brillante, impavido, un po’ bastardello, il ché non ci spiace affatto, perché tutto sommato anche Mina cantava “Sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai” e ci sbavava dietro, quindi è lecito, voglio dire: si può fare!

E così siamo andate, perse, partite. Rincorriamo per i tornanti della nostra femminilità più impervia, in uno stato di alterazione allucinata, il nostro oggetto del desiderio, sognando piccolezze putridamente sentimentali che ci vengono sistematicamente negate per la presupposta lontananza dell’individuo. E poco ci manca all’amplesso mentre ci struggiamo al pensiero che adoreremmo guardarlo mentre si fa la barba, lui, con i suoi tratti secchi e decisi da vero maschio alfa!

Il meccanismo è, di per sé, potenzialmente perfetto, pura ingegneria vaginale, predisposta per autoalimentarsi da sola, senza dispendio di energie da entrambi i fronti. La negazione la tiene in vita e, nel mentre, una rinfrescatina ogni tanto, una telefonata, una fotografia, una email, un regalo, evvai che la torbida immaginazione riprende a macinare illusorie conferme.

Tutto procede liscio, finché il giocattolo non s’inceppa. Finché non t’accorgi che di reale in effetti non c’è davvero ncazzo. Finché non  capisci che è soltanto un’illusione che il tuo cervello tende alla tua vagina, per chetarla un po’, per farla sentire meno diversa da quel crogiuolo di homo sapiens che quotidianamente si innamorano e si disinnamorano, che soffrono e si struggono, si prendono e si lasciano.

Ecco. Il mio giocattolo si è inceppato ieri.

Ieri che ho capito che il mio Cazzetto Immaginario, quello che vive all’altra parte del mondo con la sua faccia storta e spigolosa, i suoi tratti scuri, le sue palle quadrate, la sua intelligenza, il suo cinismo, la sua ferocia, la sua indipendenza, il suo pragmatismo, il suo essere migliore di me, il suo esserci stato tante volte senza esserci stato mai, ecco io ieri ho capito che questa cosa, tutta, questa mia convinzione che lui sia fico a mio insindacabile giudizio, che io con lui riuscirei a farci all’amore come con nessuno in questo momento, guardandolo fitto fitto nell’occhi mentre mi deflora, con le sue mani nelle mie, nella vecchia e vituperata missionaria, intrecciandoci di baci prima di fare milleeuno sconcezze, ecco tutto questo non significa una minchia umida. Cioè, ho capito che questa proiezione delle mie ovaie non esiste e mi sono odiata, cazzo se mi sono odiata, mentre frignavo come una demente per uno che nella mia vita non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Mi sono odiata perché ero patetica e stronza. Perché me so inventata un sacco di cose che non ci sono e mi sono scoperta alla stregua delle pischelle dilettanti, che si costruiscono in testa quello in cui c’hanno voglia di credere.

Mi sono odiata perché una prolungata Apnea Emotiva mi ha indotta a questo: piangere per un Cazzetto Immaginario, cristo, robe che nemmeno a 13 anni per Leonardo Di Caprio, voglio dire!

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PeniPenuria

Io adoro quelli che ti dicono che sei single perché sei tu che pretendi troppo. Ma li adoro proprio da morire.

Li adoro quanto quelli normovedenti che, a un certo punto della conversazione, vengono assaliti dalla smania irrefrenabile di provare gli occhiali di un povero cristo ipovedente. E quello non vuole, giustamente, perché l’occhiale è una cosa personale, non quanto lo spazzolino da denti, per intenderci, ma quasi. Nove volte su dieci, però, il molestatore occulto ha la meglio, ottiene gli occhiali in prova, li indossa, fa una smorfia di sconcerto nemmanco avesse sentito una dichiarazione intelligente di Maurizio Gasparri e poi prorompe, davanti a tutti: “MINCHIA OH, SEI CIECO!”

Li adoro quanto quelli che quando si va a cena tutti insieme e arriva il conto dicono cose come “Eh, ma io non ho bevuto il vino“, oppure “Eh ma io ho preso un antipasto de meno“. Che alla fine invece che fare alla romana, bisogna rincoglionirsi in 12 persone per far risparmiare 1 euro e 70 centesimi a un solo stronzo.

Io adoro quelli che dicono che sono io che pretendo troppo, e che per questo motivo sono single, che mica deve per forza avere tutta la discografia dei Led Zeppelin, che mica deve per forza cogliere una citazione di Taxi Driver e poi, tutto sommato, se anche avesse saponificato degli esseri umani, o sciolto nell’acido carcasse di animali vivisezionati per hobby, o profanato tombe in nome di Pino Scotto, ecco, per quale motivo al mondo non dovresti fornirgli i tuoi orifizi? In effetti, non fa una piega.

Panda

Ciò che, loro malgrado, questi discendenti genetici di Marta Flavi non colgono è quanto sia autentica e dilagante la PeniPenuria nella quale viviamo. Dicesi “PeniPenuria” un disdicevole fenomeno sociale, con ripercussioni inevitabilmente genitali, per il quale il rapporto tra i cazzetti single, eterosessuali, con un’invalidità emotiva non superiore al 30% ed esenti da psicofarmaci, e il numero di vagine è tipo di 1 a 30. E in una situazione del genere, puoi stare pur certa che ci sarà una più topa di te che si prenderà il pene in questione.

Quel che non è chiaro è che non siamo noi vagine a pretendere iddio sa cosa. E’ che semplicemente, qui a Milano più che mai, ci sono rarissimi esemplari di homo sapiens capaci di triangolare nella propria persona la magica formula: single-eterosessuale-decente. Questo mica per farci ingravidare e sfornare figli manco fossimo neocatecumenali. No. Questi esemplari non ci sono nemmeno per l’avventura, per la trombamicizia, per vidimare un abbonamento mensile e fare qualche giro, e chiacchierare poi, stesi nudi, fumando dell’erba di discreta qualità, scegliendo che film guardare insieme, prima di rivestirsi di tutti i propri alibi e tornare alle proprie impegnatissime e separate vite. Il cazzo!

Il massimo che può accaderci, escludendo quelli già impegnati, è di inciampare in qualche scopatore seriale, i cosiddetti “scapoli recidivi”, che di solito sono quelli che, raggiunto l’apice della gaussiana del loro ingrifamento, si abbandonano a frasi come: “Dimmi che sei la mia troia” e tu pensi “Ma chi minchia ti conosce?” e quelli insistono “Dillo” tutti infoiati che si pensano d’essere John Holmes, e tu pensi che no, vaiaccagare no! Io “tua” non lo sono proprio. E quando lo dico (e invero nella mia vita l’ho detto e l’ho detto all’unisono col cuore e la fregna, perché in quel momento mi ci sentivo e di sentirmici ero felice) ha un significato, cristosanto!

Ecco, questo è il massimo che possa capitarci.

Perché la verità è che il Maschio Scopabile (single, eterosessuale e decente) è un esemplare in via d’estinzione, peggio del panda, e il WWF nemmeno se n’è accorto. Tocca proteggerli, tenerli in cattività e obbligarli a riprodursi, quelli che restano. Dobbiamo pensare alle generazioni future di vagine che, altrimenti, si troveranno circondate da soli EgoFroci squilibrati, che per il genere umano rappresenteranno ciò che l’asteroide ha rappresentato per i dinosauri: la fine della specie.

E invece, per tutti i miscredenti, per tutti quelli che continuano a sostenere che siamo noi ad esagerare, io lancio una sfida: il Censimento del Maschio Scopabile Italiano. Cioè, tutti voi che siete accoppiati, dovete segnalare portatori di pene che rispondano ai 3 requisiti principe: eterosessualità comprovata, singletudine non patologica e decenza, dove con “decenza” si intende

- igiene personale

- un’accennata gradevolezza estetica (che la sua visione non sia più efficace della crusca sul nostro intestino, per intenderci)

- un minimo sindacale di piacevolezza dialettica, di argomenti condivisibili e una modestissima cura della lingua italiana

- una fedina penale pulita

- indipendenza economica e abitativa, costituiscono requisito preferenziale

Trovateli, censiteli, considerate pure aperta la Caccia al Pene.

Sia chiaro: tutto ciò solo per il gusto di dirvi, poi, quando tornerete a mani vuote o quando, a ben guardare, ciascuno dei vostri candidati avrà un macroscopico handicap, ecco, dirvi:

Odio dirlo, ma ve l’avevo detto“.

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Mi sposo, grazie.

Quando i tuoi ex superano i 30 anni, sai che è questione di tempo. Tanto più se sono terroni.

Da un momento all’altro un amico in comune, uno stato su Facebook, un comunicato ripreso dall’Ansa, un messaggio arrotolato in una bottiglia di vetro abbandonata nell’Oceano Indiano, insomma qualcosa ti informerà del fatto che si sposano.

Tipicamente, poi, si sposano con quella che è venuta esattamente dopo di te, perché tu sei – come è noto – una Vagina di Transizione, ovverosia colei che li traghetta dalla gioventù alla maturità, centrifugando i coglioni con una potenza di 3600 Watt tale per cui, dopo di te, va bene chiunque purché non sia tu.

Personalmente, poi, ho sempre pensato che sarei stramazzata, a saperlo. Ho sempre pensato che il pensiero dell’ex di turno in abito scuro e gemelli di famiglia ai polsi, lì, al termine della navata (perché al sud puoi anche essere un omicida seriale cocainomane pederasta, per dire, vorrai sposarti comunque in chiesa, presumibilmente nella chiesa in cui i tuoi avi fino all’ottava generazione si sono sposati), ad aspettare lei: chiara, scura, europoide o afroasiatica in ogni caso MAGRA, in un vestito avorio impreziosito da un accessorio colorato, sai, per sdrammatizzare un po’ la tradizione, ecco ho sempre pensato che questa visione avrebbe sortito su di me imponderabili effetti. Robe che tipo avrei pianto per sette giorni e sette notti, che sarei salita a bordo d’un calesse per attraversare l’Italia (ricordiamo che prerogativa fondamentale dei miei ex è che siano posti a una distanza di almeno 500 km dalla mia vita), entrare in chiesa e urlare qualcosa come: NO, IO MI OPPONGO PERCHE’ LA MUCCA FA “MU” E IL MERLO NON FA “ME”, o una roba del genere.

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Ho sempre pensato che io, che ho un senso del possesso così patologico che se mi chiedi di prestarti un vestito mi viene un trombo cardiaco ventricolare, non sarei sopravvissuta all’annuncio nunziale. Ciò che non avevo per nulla messo in conto, a onor del vero, è che un giorno non solo il mio ex ex in pene e ossa, dopo 3 anni di silenzio stampa, mi avrebbe scritto per comunicarmi il suo imminente matrimonio, ma che, questo è interessante, mi avrebbe ringraziata per il suo imminente matrimonio.

WHAT?

Resettiamo. Fammi capire. Anzi, te lo dico in inglese: let me understand. No, dici? Ok, torno all’italiano.

Fammi capire: mi stai prendendo per il culo? Per carità, ti sono grata di avermi comunicato del matrimonio in prima persona senza farmelo scoprire da un album fotografico su Facebook che mi si sarebbe bloccato l’invecchiamento, ma sul serio, cosa vinco per averti condotto alla tua felicità con un’altra? Qual è la mia ricompensa per essermi beccata tutte le corna che ti hanno portato a sposare lei? Voglio dire, se proprio vuoi ringraziarmi e salutarmi, pensa a un degno commiato, cazzoneso, una nuova Miu Miu, per esempio. Cosa vuoi che me ne faccia di una email?

Vorrei premettere che il mio  ex ex sarebbe quello da cui ho mutuato il malcostume di bestemmiare, il gusto per la musica prog e la condiscendenza verso il cinema indipendente. Un essere mitologico a 2 teste (di cazzo, entrambe), composto per il 50% di bugie e per il 50% di buffonaggine. Quello che mi ha fatto scoprire Spike Jonze e che mi ha raccontato come i Pink Floyd hanno registrato Ummagumma, che erano robe che la piccola Vagina post-adolescente la lubrificavano come non si sa cosa. Il mio ex ex, quello che nella mia vita c’ha fatto il bello e il cattivo tempo. quello che gli sono appartenuta di brutto e che qualunque cosa io ci facessi insieme era fichissima, perché era fico lui e io ficavo di fichezza riflessa. Quello che nei suoi limiti, nella sua mediocrità, nei suoi bui (cerebrali), nei suoi silenzi, io ci trovavo sempre quell’umanità che nessuno vedeva, quello spessore che chiaramente inventavo per legittimare un affetto ostinato e cieco, una coazione a riamarlo, errore, dopo errore, dopo errore. Perché riuscivo a vedere quel che non c’era (grande skill vaginale), nella forma brutta dei suoi occhi verdi e piccoli, nelle fossette sulle guance, nella capigliatura ignobile che ostentava.  Io e il mio ex ex, come mi ha scritto lui, siamo cresciuti insieme e sì, è vero, io l’ho amato in quel modo squisitamente giovane e spontaneo, in cui sappiamo amare chi non ci amerà mai abbastanza. 

Naturalmente, andando avanti nella lettura della mail la situazione peggiora. Peggiora perché dopo la discutibile notizia in merito al suo imminente voto coniugale, il mio ex ex parte con una filippica strappamutande su tutto ciò che ricorderà per sempre di me. Di noi. Il tutto infarcendo il flusso di incoscienza con una marea di dettagli da attacco iperglicemico, che l’infame maschio paraculo usa strategicamente, per pungermi lì dove presume io sia debole, in quanto patetica scribacchina di racconti Harmony. La domanda sorgerebbe spontanea, se io fossi una vagina in possesso del proprio apparato cognitivo: perché cazzo un uomo prossimo alle nozze deve scrivermi una cosa del genere? E’ il suo testamento emotivo? Sta spargendo nel mare le ceneri della nostra relazione sulle note di Pink Moon di Nick Drake?

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A prima botta, ovviamente, mi scompenso pesantemente. Innanzitutto perché ho la vagina, le ovaie e le tube. Secondariamente, lì dentro, in quella mail, ci sono tanti pezzi confusi di un passato che ho vissuto e che ho amato. Ci sono citazioni, rimandi, particolari così intimi che se fossi stata di Comunione e Liberazione sarei arrossita a leggerli. E così, per 30 minuti, ho avuto di nuovo 17 anni.

Stupida e irrazionale, mi sono lasciata piangere.

Ho pianto per tutto il male del mondo, per il surriscaldamento globale, per le specie in via d’estinzione, per il destino di Pia, nata da un coito non interruptus tra la Fico e Balotelli, che se ci pensate è veramente drammatico. Ho pianto perché il mio ex ex si sposa e questo non vuol dire un cazzo ma apparentemente significa che siamo cresciuti per davvero; perché questa lettera è l’ennesimo addio e io sono stufa di dire addio. Ho pianto perché è una fase della vita che si chiude e io sono una putrida nostalgica demmerda.

Ma è passato. Relativamente in fretta.

E ho pensato.

Ho pensato che gli auguro buon viaggio, perché la destinazione non è raggiunta, tutt’altro. Il percorso è appena iniziato.

Ho pensato che gli auguro di tenere stretta la vita che si sta costruendo. Di non sbuttanarla, come è solito fare.

Di non mandare tutto a mignotte, anche se, dovendo proprio scegliere, è meglio una mignotta di professione che una zoccola di paese.

Ho pensato che gli auguro di imparare a convivere con le inquietudini che porta dentro, senza ferire chi lo ama.

E che gli auguro di diventare una persona migliore e di non cercare sempre e a tutti i costi una via di fuga dalla felicità.

Anche se la felicità è poco rock. Poco prog. Poco indie. Poco dark. Poco jazz.

Ho pensato che gli auguro di stare bene e di far stare bene la donna che ha scelto.

Ho pensato che gli auguro di stare bene. Perché bene gli voglio.

Nonostante tutto.

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Suca Valentino

Ci risiamo.

E’ passato un altro anno, l’infame data è giunta e noi ancora non abbiamo un uomo con cui fingere che non ci interessi nulla della sciagurata ricorrenza: San Valentino.

Apogeo della stigmatizzazione sociale verso i single, febbraio è quel mese in cui qualunque cosa tu voglia fare o acquistare, deve essere necessariamente per due. Chennesò, vuoi andare alle Terme a farti fare un massaggio plus da 50 minuti? L’Home Page del sito, quella a cui chiunque di noi a prescindere dal suo status sentimentale dovrebbe avere diritto d’accesso immediato come sancito dal Concilio Vaticano Secondo, è infognata da un pop-up per coppiette toniche e biodegradabili.

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Vuoi prendere un treno acquistando il biglietto online come si usa fare da tipo 15 anni? Questo è ciò che ti trovi davanti.

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Che poi, a parte il fastidio intrinseco di questa offerta che risponde alla celebre strategia del “Cornuti&Mazziati Marketing” per cui: Sei single? Suca e paga il prezzo intero. Hai un’ameba accanto? Spendi la metà! Ecco a parte questo, io proprio mi concentro sulla difficile vita dei creativi di Trenitalia, che davvero poi uno pensa che era meglio quando si stava peggio e quando per creare bisognava farsi di LSD, ma almeno Syd Barrett non avrebbe mai partorito un abominio come “Par-Ti-Amo” che, vi prego, tenetemi la fronte mentre vomito.

Questo per sorvolare completamente sulle testate giornalistiche vaginali che io dico, va bene la festa degli innamorati, va bene vendere la skin dell’home page a un brand che ha per testimonial il pro-cugino da Fregene di Nicolas Vaporidis e che promuove anelli a forma di bulloni con il nome del partnAr inciso sopra, va bene porsi quesiti esistenziali come se a San Valentino sia giusto chiavare oppure no, va bene tutto, ma ricordatevi che ogni volta che dedicate spazio a questa ignobile ricorrenza, da qualche parte, nel mondo, c’è una vagina indipendente, mediamente gagliarda, presuntamente evoluta e fottutamente single che deciderà di non portarvi più traffico per un mese.

Perché sì, sappiamo tutti che San Valentino è una cagata fotonica, però è sempre l’occasione ideale per ricordare quello che manca, a chi un amore non ce l’ha.

E quindi, per tutte voi, amiche vagine, e tutti voi, amici cazzetti, che nessuno dovrà convicervi d’amarvi portandovi un tubo di Baci Perugina (graziaddio); per tutti quelli che non andranno a cena fuori a lume di candela e che non dovranno porsi il problema di quale sia la posizione del kamasutra più idonea alla festività;  a tutti voi io dico: prendiamola per le palle, questa inutile festività meglio nota come Suca Valentino. Voi ci provocate con i vostri stupidi cuori, con i vostri stupidi regali e le vostre stupide vetrine addobbate da Pollyanna che si è fatta una striscia con Pollon su nell’Olimpo? E noi rispondiamo. Rispondiamo concedendoci quel romanticismo a cui cerchiamo di non cedere il passo mai, che scalciamo sotto le coperte della singletudine, quello controverso e irriducibile che si manifesta in una pizza alle verdure magnata sul divano, sorseggiando coca cola light ricca di aspartame, guardando quello.

Quello. Esattamente quello: il nostro film stracciamaroni preferito! Oh sì. Inutile negare. Tutti ne hanno almeno uno. Ecco, la sovversiva proposta per il Suca Valentino 2013 è di affrontare il nostro amore single, così: senza ansie, senza amici, senza esorcismi. Per quello che è.

Chiaro, ognuno ha i propri gusti.  Magari siete 80′s addicted e quindi c’avete da rivedere Dirty Dancing, oppure Flashdance, oppure Pretty Woman, oppure Ufficiale e Gentiluomo. O magari ne volete uno con cui siete cresciute e vi sparate Ghost, oppure Il Tempo delle Mele (che io ho sempre considerato un escremento insensatamente sopravvalutato), oppure Vento di Passioni, oppure se c’avete voja di avere una crisi diabetica potete andare su cose come Il profumo del Mosto Selvatico, I ponti di Madison County e tutto quel filone lì. O magari siete fan di Baz Luhrman e allora vi fate Romeo + Juliet o Moulin Rouge. O magari ancora vi scegliete una commedia senza pretese, che vi faccia stare serene, tipo Il diario di Bridget Jones, o Serendipity, qualcosa che ci rassicuri, dolcemente, nel nostro essere vagine squisitamente medie.

Oppure, se ve l’accollate, ecco una selezione vaginale, la Top 5 stilata appositamente per la ricorrenza.  Che tecnicamente sarebbe una Top 6, ma preferisco lasciare debitamente fuori Lolita, su cui ho già ammorbato a sufficienza. Sicuramente ho dimenticato titoli indimenticabili, ma questi sono quelli che mi sovvengono ora.

1. SE MI LASCI TI CANCELLO

Traduzione ignobile di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Visionario. Straordinario. Colonna sonora indimenticabile. Ci piango sempre, perché i ricordi non li cancello mai.

2. JANE EYRE

Un capolavoro. Non ci sono cazzi. Zeffirelli e la Gainsbourg (meravigliosa) mi fanno venir voglia di vivere in un altro secolo.

3. CLOSER

In questo film sono tutti bellissimi. Tutti imperfetti. Tutti controversi. L’amore è una cosa feroce. L’amore è una cosa spietata. Qui è chiaro. Per questo lo amo. Anche se sto male, malissimo, quando lo vedo. Perché lo vivo. E lo rivivo. Ogni volta.

4. PRIMA DELL’ALBA

Il genere di cose che nella vita non succederà MAI, parola di emigrante. Ma dice che i film servono a sognare…

5. HARRY TI PRESENTO SALLY

Perché c’è stato un tempo in cui ho creduto che il mio ex amasse il mio essere ad alto mantenimento. E perché ho capito che era una cazzata.

Che questo sia il nostro modo di celebrare l’amore single: ostinato, insensato, unilaterale e incompiuto, eppure straordinariamente perfetto, nelle sue velleitarie speranze.

Buon Suca Valentino a tutti!

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Perché Io Vengo

Spesso mi hanno chiesto se fossi femminista.

Io ho sempre risposto di no. Anzi, le femministe mi stanno pure parecchio sulle palle, che se si facevano i cazzi loro magari a quest’ora passavo la giornata a infornare dolcetti senza alcuna pretesa, invece che fare la pezzente in carriera a Milano, e magari ero più felice.

Loro si son beccate la minigonna e la libertà di darla in giro con meno sensi di colpa, noi ci siamo puppate la ceretta brasiliana e l’implosione della virilità in una bolla di proto-maschi, terrorizzati dalle donne cosiddette emancipate. Evolutesi dalla condizione di angeli del focolare, infatti, le nostre post-femministe – sotto una spossante e costante sollecitazione alla perfezione personale e sociale – si trasformano in flagelli del demonio: incazzate, nevrotiche, acide, impegnatissime, ciniche, stronzamente complicate e, nei casi migliori, sole, con una sindrome premestruale che arriva a durare 20 giorni al mese e che può essere sfogata al massimo piangendo per i giudizi di Carlo Cracco a Masterchef *(tutti quelli che volessero sorbirsi il pippotto semi-serio sul femminismo contemporaneo, seguissero l’asterisco al fondo del post. Io comunque ve lo sconsiglio)

Quindi no, io non sono una pornofemminista divoratrice di scroto sotto sale.

moi

Tanto più quando mi succede di vedere cose come questa:

http://video.corriere.it/berlusconi-imbarazza-signora-ma-lei-viene/21f0605c-73a7-11e2-9084-585ed48470f3

http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/berlusconi-scatenato-con-l-impiegata-quante-volte-viene/118987/117473?ref=HRER1-1

Perché ciò che provo, guardando questo video, osservando questo vecchio erotomane alla deriva, questa caricatura della caricatura, questo grottesco latin lover alto 1 metro e un bananito, noto a tutti come Silvio Berlusconi, ecco ciò su cui io mi soffermo, è lei.

Lei. Meravigliosa. Di classe, poi, capace di abbinare i colori come solo un daltonico sotto chetamina potrebbe fare.

Lei ammicca. Sorride. Risponde, sveglia. Accipicchia, proprio un peperino, questa Signorina Silvani!

Ma certo. Cosa volevamo che facesse, lei? Che restasse seria? Che mortificasse Tutankhamon facendogli capire che questo umorismo da 12enne durante la lezione di Scienze sulla riproduzione umana ha rotto il cazzo? Che sono finiti gli anni del Bagaglino? Che il suo approccio da film di Jerry Calà è offensivo e che l’Italia non è solo un paese popolato da zoccole? Cosa volevamo che facesse, lei, che in quel momento incarnava il nostro genere, che era l’unica donna su quel palco. Lei che era lì, dopo tutti gli scandali e la feccia, dopo tutte le Noemi, e le Ruby, e  le Minetti, e le D’addario, e le Gelmini, e le Carfagna, dopo tutte le precarie che “le consiglio di sposare un milionario”, cosa pretendevamo da quel povero cesso multiorgasmico?

Volevamo mica che rispettasse la sua sessualità? Volevamo mica che rivendicasse il suo ruolo di professionista e non di fica-fregna-patata-sorca-passera? Volevamo mica che dimostrasse che le donne sono ancora capaci di indignarsi, perché hanno ancora una dignità? Perché se un vecchio calvo con la faccia marrone fa davanti a tutti allusioni così squallide sul tuo piacere sessuale, tu, testa di cazzo, devi indignarti.

Perché se non ti indigni, ti fai trattare come un oggetto sessuale, come un freak da cinepanettone, presti il fianco a questa idea malsana per cui la molestia sia lecita, simpatica persino. Invece fa schifo. Fa schifo lui. Fa schifo quella manica di idioti che ride lì con lui. E fai schifo anche tu, reginetta dell’amplesso, che fai il suo gioco, che lo assecondi, che gli fai pensare che comportarsi così vada bene.

E no, non penso di esagerare. Perché possiamo essere libere, possiamo giocare con il sesso, possiamo darla via o passarci sopra SaratogaIlSiliconeSigillante, possiamo essere riservate o parlare della nostra sessualità, scherzarci su persino e va bene, ma con chi diciamo noi, quando diciamo noi e come diciamo noi. E su questo non ci sono cazzi.

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Viceversa, quelle donne che continueranno a ridere di questo sessismo da discount, privo persino di testosterone; quelle che continueranno a essere complici di questi omuncoli, che continueranno a dargliela sperando di ottenere dei benefici, delle scorciatoie; quelle che scimmiotteranno questo patetico sessual-cameratismo tra generi; quelle che faranno tutto questo, dovranno abdicare al loro diritto di lamentarsi degli uomini, in qualunque caso. Anche quando il marito le mollerà per una moldava 22enne. Anche quando un 50enne si scoperà la figlia appena maggiorenne. Dovranno tacere, perché tutto questo sarà frutto di una cultura che avranno contribuito ad alimentare. E loro, rispetto a quegli uomini, non varranno una cicca di più.

Detto ciò, siccome la mediocrità stanca, io mi auguro che la maggioranza di questo paese non sia più composta da donne e da uomini come questi. Che se così fosse sarebbe l’evidente e insindacabile dimostrazione che l’Italia è una fogna. E nelle fogne solo le pantegane possono camparci.

Amen.

PIPPOTTO SEMI-SERIO SUL FEMMINISMO (io comunque ve lo sconsiglio)

**Non sono femminista. O forse lo sono senza accorgermene, per un habitus culturale che ho. Forse lo sono nell’unico senso in cui si possa esserlo oggi: senza delirio e senza entusiasmo, perché noi abbiamo visto la spinta propulsiva dell’idelogia ritrarsi, e ora c’è la risacca, che è quel naturale scarto che c’è sempre tra la teoria e la pratica. Qualunque sia la teoria, qualunque sia la pratica. Quindi no, io non sono una femminista nel senso tradizionale del termine, io non credo che siamo migliori degli uomini, e neanche che siamo peggiori. Credo anzi che siamo diversi e che questa diversità dovremmo custodirla invece che pensare velleitariamente di appiattirla sotto una parità che non sarà mai concreta e che non ci fa nemmeno davvero gioco. Io non sono una femminista, ma rispetto la femminilità. La amo e ci tengo che sia amata. Mi sforzo per comprenderla e ci tengo che sia compresa. La critico perché voglio migliorarla. Rispetto così tanto la femminilità da poter parlare di “vagina” senza offendere nessuna donna intelligente.

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