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Barbie Generation

Noi vagine nate negli anni ottanta, noi che siamo cresciute pensando che ci saremmo fidanzate con Marco Bellavia, noi che abbiamo imparato a scrivere col Grillo Parlante e a disegnare con Gira la Moda,  noi che collezionavamo ciucci di plastica colorata come se non ci fosse un domani, ecco per noi la Barbie è una specie di entità sacrosanta, è un feticcio religioso, è un’icona al di là del bene e del male, intrinsecamente legata alla prima coscienza meramente vaginale che abbiamo avuto di noi stesse.

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Per carità, le nostre infanzie spese nel nome del consumismo hanno avuto molti altri oggetti di culto, come ad esempio il Banco Scuola, i Polly Pocket o la Nouvelle Cuisine. Però le Barbie erano le Barbie. Personalmente non amavo nemmeno particolarmente giocare con le bambole: non ho mai avuto un Cicciobello, per esempio. Non ho mai avuto Baby Mia perché la Vagina Maestra era inquietata da questa bambola assassina che mi avrebbe chiamata “Mamma” alla veneranda età di 5 anni. E a dirla tutta, anche con Sbrodolina non ho mai avuto molto feeling. Voglio dire: io le davo la pappa e quella invece che sbrodolare mi pisciava da un’ascella o dall’inguine (o combinava altre nefandezze anatomiche che non vi sto a raccontare).

In questo desolante panorama che lasciava già presagire le mie carenze in quanto a spirito materno, le Barbie erano un’altra storia. Le Barbie erano fiche, senza se e senza ma. Le Barbie ti facevano sognare d’esser donna, non d’esser madre, innanzitutto, e questo a me pare già in qualche misura rivoluzionario. E nell’immaginario di una bambina esser donna vuol dire sì essere mamma, ma anche avere le tette (non spetta mica a Mattel spiegarti che oltre alle poppe nella vita c’è di più), usare il rossetto e camminare sui tacchi.

Eppoi, sognare di essere una tettona bionda californiana piaceva a tutte, avanti, che male c’è! Poi non lo siamo diventate, graziaddio, né ci siamo vestite di fucsia da capo a piedi, tranne che nel 2003 quando tutte abbiamo posseduto un paio di decolté tacco 9 color Katia del Grande Fratello. Ecco però voglio dire, era divertente giocare con le Barbie, da sole o in compagnia con le amichette, scambiarsi i vestiti, pettinarci i capelli biondissimi e sintetici, insomma, daicazzo, le Barbie erano le Barbie.E’ ovvio che una bambina trovi più aspirazionale una Barbie che una, cazzonesò, Pigotta! E le Barbie non bastavano mai. Erano il premio perfetto, quel qualcosa che ti rendeva incondizionatamente felice, sempre, a prescindere, erano impareggiabili, per noi della Barbie Generation. Un po’ come le videocassette dei film Disney.

Ecco, io di Barbie ne avevo 9, anche se ne ricordo specificatamente solo 3: Barbie Hollywood con i capelli lunghi fino alle caviglie e i camperos dorati, Barbie Roller Blade con i pattini che facevano la scintilla e Barbie Sirena con la coda azzurra metallizzata, una vera tamarra degli abissi. Le altre non le distinguo, ne ricordo solo il numero. Perché il numero di Barbie per una vagina può contare più del numero di uomini con cui è stata a letto.

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Ecco io avevo 9 Barbie e nessun Ken. Non era una bella vita per le mie Barbie. Potevano scegliere se diventare lelle o se vivere di relazioni immaginarie. E poi erano sempre scalze, le mie Barbie, perché io le scarpe le perdevo sempre, ma proprio sempre. E mi turbavo di questo e ancora oggi sarei così felice di avere una scatola piena di scarpette rosa di Barbie. Per compensare tutto ciò che non ho avuto. Tutto ciò che ho smarrito. Tutto ciò che non saprei più dove cercare, ormai.

Insomma, nel bene o nel male, le Barbie spaccavano assai. Al punto che quando ho letto ieri che hanno aperto la Casa di Barbie a Berlino me so detta: “Anvedi oh! Quasi quasi se ce capito!”
Poi ho letto la notizia completa e ho scoperto che gnente, hanno protestato, le femministe. Per quella storia che la Barbie è una bambola sessista, perché è un modello non aderente alla realtà, perché vogliamo un mondo senza pregiudizi, perché lo stereotipo della bionda americana con le sise che son due cocomeri, il vitino che è largo quanto una fetta di pompelmo, gli occhi azzurri, le labbra fucsia e i denti bianchi non va bene, che è un giocattolo con connotati sessuali. E blablabla.

Ecco, secondo me, mò che ci penso hanno proprio ragione su tutta la linea. Bisogna stare attenti ai bambini.

Per esempio, non dovremmo far vedere loro i cartoni con Minnie e Topolino. Metti che da adulti poi vanno da Nip & Tuck e chiedono di farsi fare delle enormi orecchie nere che spuntano dal cranio?

Per esempio anche quella storia della sorca depilata che va tanto di moda, ecco anche quella è colpa di Barbie, che non ha i peli. Dovremmo fare una petizione. E per dirla tutta, cosa stanno aspettando gli uomini a protestare contro He Man? Contro Batman? Contro Bruce Willis, persino.

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Torniamo seri, avanti. Ci sono problemi enormi nella condizione femminile odierna, in Italia più che mai. E’ uno scenario post-nucleare in cui i numeri del femminicidio s’accompagnano alle ragazze dell’Olgettina, in cui le nostre rappresentanti politiche hanno fatto in larga maggioranza più pompini di un viados brasiliano per arrivare dove sono e non esistono modelli dominanti di femminilità reali, consapevoli, ammirevoli. Questo è un fatto ed è tremebondo. Ma è un problema culturale, come sempre, all’interno del quale la Barbie lasciatela in pace. Perché di base tutto si può fare e tutto si può usare, il punto è sempre il “come”. Serve intelligenza, non radicalismo.

E comunque sticazzi. Quando ripasso da Berlino io alla Casa di Barbie ci vado. Anche se fa cagare.

Per principio e perché lo devo alla mia infanzia.

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Missione VagiNight: compiuta!

Questo post è un dovere ma soprattutto un piacere (poi chiuderò le mie masturbazioni sulla VagiNight e tornerò a parlare d’altro).

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Questo post voglio scriverlo per ringraziare una caterva di persone ma voglio scriverlo anche per me. Perché voglio ricordarmi, quando tra 1 settimana mi tagliuzzerò gli avambracci pensando che non sono abbastanza, che ho sbagliato tutto, che avrei dovuto essere soltanto l’incubatrice grassa e felice di un marinaio di leva, ecco tra una settimana lo rileggerò e penserò a quanto è stato bello tutto questo: sentirsi utili divertendosi; incontrare persone squisite che dedicano parte del loro tempo libero alla realizzazione di un progetto comune; capire che se le idee sono buone (modestamente, mi passo le unghie smaltate sulle zinne con aria compiaciuta), possono diventare realtà.

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Della VagiNight ricorderò le luci fucsia, il camerino stretto con La Cesira che si trucca, lo straordinario co-conduttore Jean, il microclima tropicale per via dell’aria condizionata rotta. Ricorderò il rischio di fratturarmi il metatarso per camminare su delle scarpe insensatamente alte (dico, insensatamente per una serata popolata solo di vagine, finocchi e uomini accoppiati). Ricorderò il cocktail letale di vodka lemon e adrenalina che mi ha resa sversa con un solo bicchiere; l’intervista rilasciata a Vanity mentre pezzavo come una carogna e masticavo la cicca e provavo a dire qualcosa di intelligente sbrodolando solo banalità - posseduta com’ero dal mio triplo-mento (che è la naturale evoluzione del doppio-mento) - ma non importa; ricorderò gli abbracci di tutti i miei amici, anche quelli che non vedevo da mesi; ricorderò soprattutto quella sensazione bellissima per cui in effetti non importava un cazzo quanto fossi alta o bassa, o grassa, o riccia, o liscia perché le vagine si avvicinavano a salutarmi con gli occhi che ridevano, come se ci conoscessimo da una vita senza esserci conosciute mai, come se fossimo amiche, unite da un filo invisibile che accomuna le paturnie di tutte, rendendoci vicine, per quanto diverse.

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Ricorderò la gente che a serata finita andava via facendomi i complimenti (che sono notoriamente la mia zona erogena preferita), le risate del pubblico durante l’asta e il Rabbit venduto a 100 €. Ricorderò la voglia di divertirsi e quella sensazione di serenità e libertà che c’era. Ricorderò il pancione (che resta comunque più piccolo della mia panza dopo un pranzo a casa di mia zia) della Vale, che dentro c’è R. ed R. sarà un bambino troppo sveglio.

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Ricorderò le risate e le fotografie, i VagiKit sul bancone dorato, i giri di milioni di mail, e i recap, e le liste per entrare. Ricorderò la paura di non farcela a fare tutto al meglio. Ricorderò chi c’era e ricorderò chi non c’era (sì, è quello che sembra: una minaccia).

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Ricorderò lo sguardo felice di Giorgio quando ha capito che la serata in effetti stava spaccando.

Ricorderò anche Heart of Glass quando sono salita sul palco per i ringraziamenti. E a proposito di ringraziamenti:

- Ringrazio Elena Arzani, quella grandissima gra-Fica che per mesi ha soddisfatto le mie pugnette sulle creatività della VagiNight (banner, flyer, cover per Facebook e Twitter and so on)

- Ringrazio Condomia.it che con straordinarie lungimiranza e puntualità è salito a bordo del nostro progetto, mandandoci tutto il necessario per realizzare questa serata (inclusi i 3 lubrificanti aromatizzati che avete trovato nei VagiKit – a proposito: li avete già usati? Quando riavrò una vita sessuale, li proverò anch’io, promesso).

- Ringrazio La Cesira, senza la quale la VagiNight non sarebbe stata la VagiNight, per essersi prestata a questa impresa a fin di pene.

- Ringrazio Jean, quel fico elegantissimo che ha co-condotto la serata, con il quale ho condiviso la stesura della scaletta fino alla notte prima dell’evento

- Ringrazio Maison Milano, bellissima cornice di una serata pianificata insieme attorno ai tavolini di Cioccolati Italiani al sabato pomeriggio.

- Ringrazio Barbara, che mi ha presentato Giorgio, Antonio e Gianluca, senza la quale la VagiNight non sarebbe successa, non così

- Ringrazio naturalmente la Fondazione LILA Milano Onlus, che ha sposato il progetto e mi ha aiutata a realizzarlo. Straordinari collaboratori ma soprattutto straordinarie persone che lavorano per noi tutti, per informarci e per aiutarci. Grazie a Lella, a Claudia, a Lisa, a Domenico e poi a lui, a Max, al quale proporrò un contratto di adozione come fratello maggiore: tipo che ogni tot ci vediamo e lui mi abbraccia un po’. E poi grazie a lui, naturalmente, a Claudio: bravo e fico, che ha portato un sacco di persone GGGiuste all’evento e che ha risposto al mio stalking via whatsapp a qualsiasi ora del giorno e della notte.

- Ringrazio le amiche favolose che mi hanno supportata ma soprattutto sopportata negli ultimi mesi in cui non facevo che parlare di questa serata, roba che in confronto una 14enne innamorata del fico di quarto superiore è meno molesta e ripetitiva.

- Ringrazio tutti, ma davvero tutti quelli che ci sono stati e che hanno contribuito alla nostra raccolta fondi per la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’aids. Abbiamo raggiunto, tra asta e VagiKit, € 1.300! Mica cazzi!

…Infatti, siamo Vagine.

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Grazie ancora a tutti, di cuore

V.

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VAGINIGHT (e non è una malattia)

Ok. I tempi sono maturi.

Dunque, faccio un annuncio formale. No, niente di grave. Non ho trovato un uomo che mi adori grassa e rompicojoni come sono. No. Si tratta di altro.

Aehm! Coff. Prova. Sssa. Sssa.

Bene. Veniamo al dunque:

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In pratica:

Memorie di una Vagina (cioè io) e LILA Milano ONLUS (cioè la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’Aids) invitano la gentile audience (cioè voi) alla

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Soirée con Asta Benefica di Sex Toys 

(cioè vendiamo cazzi di gomma, lubrificanti, preservativi, palline e ovetti per tutti i gusti e devolviamo in beneficienza il ricavato)

e a seguire dancefloor 

(cioè chi si sbronza abbastanza può restare a ballare Maledetta Primavera di Loretta Goggi senza sentirsi giudicato)

Giovedì 9 Maggio - dalle ore 19.30

(cioè venite direttamente dal lavoro)

Presso MAISON MILANO in via  Montegani 68 (cioè un locale molto fico)

Ingresso €12 per drink, buffet, live show 

Hashtag della serata #VagiNight

Mò copioincollo il comunicato stampa. Che lì c’è scritto tutto precisopreciso.

COMUNICATO STAMPA

Il 9 maggio, a partire dalle ore 19.30, presso la Maison Milano, si terrà la VagiNight, la serata organizzata dal blog Memorie di una Vagina, in collaborazione con la Fondazione LILA Milano ONLUS, e sponsorizzata da Condomia.it.

L’aperitivo sarà accompagnato dall’imperdibile asta benefica di sex toys battuta da La Cesira, all’anagrafe Eraldo Moretto, popolarissima Drag Queen del panorama meneghino e non solo.  A seguire, serata danzante.

Un evento che sposa charity ed entertainment, promuovendo una cultura ludica, sana e intelligente del sesso, vissuto con libertà e con consapevolezza. Dai lubrificanti agli ultimi ritrovati di ingegneria erotica, passando per le confezioni da 144 condom, gli ospiti potranno concorrere all’acquisto del proprio sex toy preferito. Per tutti i gusti e per tutte le disponibilità, i prodotti forniti da Condomia.it saranno messi all’asta al fine di raccogliere fondi da devolvere alla Fondazione LILA Milano ONLUS, che da anni si impegna a sensibilizzare e a prevenire la diffusione del virus HIV, oltre che a fornire assistenza e tutela alle persone con HIV o AIDS.

Per coloro che non riuscissero a “conquistare” i prodotti messi all’asta ma volessero comunque fornire un contributo benefico saranno, inoltre, in vendita i VagiKit, contenenti materiale informativo, gadget e deal a tema, disponibili a partire da un’offerta base di 8 euro.

“Abbiamo deciso di essere parte di questa iniziativa così originale – afferma Massimo Oldrini, Presidente di LILA Milano – perché rappresenta un’utilissima occasione per parlare, soprattutto alle donne, di sesso e prevenzione proprio nello stile che ci caratterizza. È necessario infatti, in Italia soprattutto, ricominciare a ragionare seriamente sulla tematica dell’HIV declinata al femminile. Lo dicono i numeri e l’esperienza lunga 25 anni dell’associazione: le donne sono più esposte degli uomini al rischio di contrarre l’HIV ma, paradossalmente, paiono informarsi di meno. Una tendenza da invertire, obiettivo che LILA sta perseguendo con grande impegno. Quindi voglio esprimere un sentito ringraziamento a Memorie di una Vagina che, grazie ai fondi raccolti in questa serata, ci aiuterà a portare avanti il lavoro di informazione e prevenzione in favore delle donne”.

***

L’appuntamento è fissato per il 9 maggio, dalle 19.30,

nella deliziosa cornice della Maison Milano.

E per seguire l’evento in live twitting, l’hashtag della serata sarà #VagiNight

***

Ecco, io ve l’ho detto. Ora ce lo sapete, che c’è questa serata…

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Instant (messaging) Sex

Siccome che ho passato tutta la giornata a scrivermi sconcezze con un tipo di importante manzitudine,  dopo aver trascorso la precedente nottata a scrivermi altrettante sconcezze con lo stesso tipo di ugualmente importante manzitudine, ho sentito il bisogno impellente di stendere la seguente (inoppugnabile) analisi  che approda alla tesi sociologica per cui l’Instant (messaging) Sex è una cosa buona e giusta, non causa la ritenzione idrica, non danneggia l’ambiente e ci regala scampoli di primavera in queste giornate ancora mortalmente grigie. 

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Riflettevo sul fatto che i mezzi di comunicazione modificano i termini di relazione tra i sessi.

Per esempio i nostri nonni, come sovente si dice, prima dell’avvento della televisione, probabilmente ciulavano come ricci sotto cialis. Poi è arrivato Mike Bongiorno con i suoi impareggiabili quiz show e – si narra – finalmente le nostre nonne abbiano tirato un sospiro di sollievo dopo aver già sfornato, chessò, quei 3-4 pargoli che, bene che andasse, non guastavano mai.

Noi, invece, abbiamo vissuto la rivoluzione digitale delle relazioni. I ragazzi ci scrivevano gli sms invece dei pizzini e lo facevano ricorrendo a una specie di neolingua che infrangeva tutte le basilari norme ortografiche e grammaticali, un vero scempio ai danni di intere generazioni di docenti di italiano, i cui principali colpevoli erano le major del telefonino: Tim, Wind e quella che ai tempi si chiamava Omnitel e aveva come testimonial una bisunta Megan Gale. Gli sms costavano, al massimo potevamo ambire alle Summer e Christmas card, e lì avanti tutta, avevi un fantatrilione di sms al giorno per 1 mese: inviarne il maggior numero possibile diventava una questione di principio, si usavano per dire qualunque cosa, anche non necessaria o non richiesta (tipo Frecciagrossa li usava per scrivermi “sto facendo la cacca”). Era proprio una sfida all’ultimo messaggio di testo. E poi c’erano quelli come Tarallino che addirittura avvisavano gli amici “Fatti la summer card, hai tempo fino a domani, poi scade”. Ma tolti questi rari momenti di giubilo, per la restante parte dell’anno solare, era una vita durissima. Pagavamo ogni singolo sms inviato e vivevamo sotto embargo, la scheda la ricarivano i genitori, non c’erano via di scampo. E’ stato per questo che, d’un tratto, tutti iniziammo a esprimerci abdicando deliberatamente alle vocali: “dv 6? cm stai? qnd c ved? xké nn m kiam”. A ben pensarci, il mio primo Ti Amo me l’hanno scritto in un sms (dev’essere per questo che son venuta su così romantica), solo che persino sul Ti Amo si lesinava e con buona probabilità è stato “T Amo”, che capite è una cosa monca, incompleta, è come perdere la verginità con un ditalino, voglio dire, son brutte storie.

Inoltre, come se non bastasse, noi abbiamo vissuto pure l’avvento dell’internet, dal tempo in cui esso veniva genericamente percepito come un non-luogo insidioso, pieno di sconosciuti celati dietro false identità, di cui il massimo che trapelava era un nickname (con annesso anno di nascita/età/centimetri del pacco), fino ad oggi, che gnente gnente ti ritrovi tuo suocero tra gli amici di Facebook.

E allora, in quel tempo lontano in cui nell’internet il confine tra il bene e il male era confuso, in quella socialità inesplorata e cibernetica, si iniziò a manifestare il cosiddetto cyber-sex. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma era una di quelle robe il cui confuso pensiero era sufficiente disturbare la morale dominante. L’intuizione che due sconosciuti potessero eccitarsi reciprocamente scrivendosi sconcezze, l’idea che potessero masturbarsi insieme e desiderarsi senza essersi mai visti, senza conoscersi, aveva in sé qualcosa di morboso e accattivante, con l’aggiunta di un ingrediente rivoluzionario: poteva farlo chiunque, senza destare sospetti, dalla propria casa e/o ufficio.

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Superata la fase iniziale di demonizzazione, per un certo numero di anni nessuno se l’è più cagato il cyber-sex, probabilmente perché tutti hanno accettato che nell’internet il sesso ci fosse, molto più di Dio. I primi a capirlo sono stati certi genitori disperati che, per via di figli margiali, si son visti arrivare ai tempi bollette telefoniche di 500.000 lire: ore e ore a uccidersi di pistolotti davanti ai video porno. Che poi, va detto, quei ragazzetti toccava capirli, che il massimo che avevano potuto fare fino a quel momento era stato spippolarsi con un giornaletto, oppure guardare le donnine ignude su Retecapri di notte.

Parallelamente, questo va detto, si è superata l’idea che il sesso virtuale fosse una roba alla Blade Runner, in cui residuati umani si vestivano di tutine attillate dotate di elettrodi capaci di dar vita a replicanti digitali di se stessi, atti a copulare a scatti, a seconda della velocità della connessione, che se era 56k ti voglio.  Nel mentre, la Webcam Girl diventava una professione assai più redditizia di quelle che quasi tutte noi oggi svolgiamo.

E adesso, adesso siamo nel mezzo di un nuovo cambiamento. Abbiamo gli smartphone, abbiamo i social network, abbiamo i sistemi di messaggistica istantanea. E siccome mezzo che prendi, sesso che trovi, siamo ufficialmente nell’era dell’Instant (messaging) Sex: l’erotismo ai tempi di whatsapp.

Uomini smaniosi di inviare nell’etere immagini del proprio membro ritratto da variegate prospettive, richieste costanti di lembi di carne, voglie dette e dichiarate, nero su verdino, dentro un fumetto. Parole che si insinuano nel bel mezzo di riunioni di lavoro. Scompensi e desideri sfacciati che si rincorrono nel corso delle giornate, in un susseguirsi di parole e immagini, che si accavallano une sulle altre, in un unicum sempre a portata di mano, sempre connessi, pronti a ricevere e a ricambiare uno stimolo epidermico e cerebrale, una fitta di desiderio nel ventre, un prurito che renda le nostre giornate più divertenti. Si può fantasticare con qualcuno che non si conosce, si può ripercorrere senza pudore un vissuto condiviso la notte prima, si può giocare a tutti i livelli, con tutte le sfumature della pelle che scegliamo di scoprire. Che poi, messa giù così sembra una cosa da erotomani, ma secondo me non lo è.

Secondo me il desiderio è una cosa bella, di per sé.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare da morire  con le sole parole.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare con uno sguardo o con un gesto.

Ce ne sono certi che c’hanno la luccicanza e mettono tutto insieme. E poi altri che carburano lentamente, come certi m0tori diesel.

E infine altri ancora che, invece, non ce la ponno fa pe gnente.

Ma il desiderio, quello, è scintilla vitale.

E il mezzo che sceglie per esprimersi, solo un dettaglio.

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Pop Up Al Culo

Ho recentemente scoperto che hanno inventato i jeans con il push up per il culo.

Sì, lo so, non è esattamente uno scoop. Ma io c’ho riflettuto soltanto adesso, perché mi sono ritrovata davanti questa pubblicità, abbinata – come spesso avviene secondo le modalità “marketta antisgamo” – a un articolo all’interno della rivista su questi miracolosi blue-jeans che se li compri nella versione pluriaccessoriata ti danno come optional anche il culo di Jennifer Lopez.

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Una potrebbe pensare che non ci sia poi tanto da stupirsi se si considera, per esempio, che sono tornati in auge i corpetti, dal diciottesimo secolo con furore, evidente segno di evoluzione vaginale. Solo che non li chiamano corpetti, no, adesso le guaine medievali si chiamano Shaping Collection. Che poi, sia chiaro, quelle robe lì, quei tripudi di misoginia color cipria, una cosa sono visti addosso ai manichini, ben altra cosa sono messi sul corpo delle vagine vere. Che una magari non ci pensa e le viene in mente che quasi quasi se l’accolla, poi le capita di trovarsi con uno e non è che quel poveraccio può star lì a disimballarti dalla tua lingerie da cetaceo dei mari del nord e scoprire che in realtà non ha rimorchiato te ma la versione sottovuoto di te.

Ecco io queste cose non le capisco granché.

E se da una parte auguro la gonorrea ai direttori marketing di quei brand che nel 2013 ancora non sono capaci di parlare con il pubblico femminile e di pensare strategie di posizionamento più originali e intelligenti, rispetto a cavalcare le peggiori insicurezze vaginali, dall’altra mi chiedo perché noi vagine continuiamo a prestare il fianco a questa folle corsa verso l’artificialità.

Iniziamo a NON accettarci prima ancora di avere il ciclo mestruale e se la metà delle energie che spendiamo a lottare contro il nostro corpo e il suo sacrosanto invecchiamento, la investissimo per conquistare davvero i nostri diritti civili, a questo punto forse saremmo già in piena Vaginocrazia Illuminata.

Invece no. Invece dobbiamo preoccuparci della cellulite, del sovrappeso, della ritenzione idrica, della buccia d’arancia, delle rughe, dei capelli crespi, dei capelli fragili, dei capelli opachi, dei peli, dei punti neri, della pelle grassa, della pelle secca, delle sise troppo piccole, del culo troppo sceso, delle ginocchia troppo grosse, delle smagliature, delle caviglie troppo gonfie, dei capillari e non so quante menate sto tralasciando. Quindi, mi chiedo: avevamo proprio bisogno dell’ennesima trovata che ci facesse sentire inadeguate col nostro culo? Ma soprattutto, in una maniera così subdola, con un claim da denuncia come “Magic happens” e questa topa atomica nata dall’incrocio genetico tra una letterina e photoshop, che tira fuori un coniglio da un cilindro! Mi viene da strippare. Ma magic happens stocazzo! Dì la verità, infimo brand! Dì la verità a quelle 13enni che non sono fiche, che non saranno mai come questa gnocca che ci sbatte in faccia il suo culo monovolume 180 cavalli. Devi dire: “Vuoi un culo che parli? Non mangiare i Fonzies e spaccati in palestra da quando hai 12 anni! Comunque non avrai il culo di Jennifer Lopez, ma sarai un po’ meglio di come sei“. E noi, noi che siamo amiche, cugine, sorelle, madri di quelle ragazzine, abbiamo il dovere di insegnar loro che ci sono altre doti da sviluppare e altri valori da perseguire. E che non possiamo averci tutte lo stesso culo, con la stessa forma. Che siamo diverse e che la bellezza è unicità, e vivadio che sia così, e se un cazzetto questa cosa non la capisce, il nostro culo non se lo merita. E aziende come Gas, che fanno bussiness sulle nostre paranoie, andrebbero boicottate, non finanziate.

E, tra push-up per le poppe e pop-up per il culo, a me verrebbe solo da dirvi: diamoci pace, la gravità esiste, porco mondo! Aver cura di sé è una cosa. Ossessionarsi per modificarsi, oppure essere così cionfe da credere a queste boiate, un’altra.

Ma soprattutto, per chi è un valore irrinunciabile che noi abbiamo il culo perfetto, di puro marmo scolpito sui fregi dell’Altare di Pergamo? Nostro? Delle vagine? In quel caso forse è giunta l’ora di imparare una nuova lezione di femminilità.

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Oppure è un valore per gli uomini, quel culo perfetto? No, perché a me sta bene, sia chiaro, però per coerenza sarebbe giusto che le industrie della moda e della cosmesi, a questo punto, si impegnassero nella produzione anche dei seguenti prodotti, tutti reclamizzati su testate di serie A e in prime time su reti nazionali generaliste:

Sneakers con rialzo pour homme –> per tutti quelli che se mi metto i tacchi divento più alta di lui e paro su madre

Camicie imbottite –> che all’interno abbiano una sottile imbottitura sulle spalle e sul petto. In questo modo, oltre ad essere più caldi, potranno anche dissimulare le loro spallucce da Smeagol e il loro petto di pollo Amadori.

Giacche con spalline autopulenti –> per tutti quelli che la forfora è scacciafica, forse nessuno te l’ha mai detto

Panciera Sagomata –> un mutandone ascellare che abbia sulla parte esterna degli addominali scolpiti, così che, indossando una maglietta aderente, il cazzetto sembri ben messo

Reggipetto contenitivo –> perché no, non è bello quell’accenno di tettina con capezzolame flaccido che intravediamo sotto certe polo Ralph Lauren.

Jeans Pop Up per lui –> avete presente quando a forza di passare la vita sul divano non avete più il culo?

Cappelli con capelli –> in versione invernale, con una base in cachemire impreziosita all’esterno dal cuoio capelluto di un babbuino depresso che si è tolto la vita guardando tutta la filmografia di Cristiana Capotondi. Per l’estate, c’è anche la versione bandana con cuoio capelluto.

Costume da bagno Autocritico –> il primo slip dotato di intelligenza artificiale, che possegga maggiore senso critico dell’esemplare virile intento a indossarlo, tale da rifiutarsi d’essere calzato da chi proprio non se lo può permettere

Fanghi di sterco di gabbiano volumizzanti –> Hai sempre voluto il pene di Rocco? Ora puoi! Basterà applicare ogni sera i Fanghi di Sterco di Gabbiano, prima di andare a dormire, sul tuo pene, poi avvolgerlo in una sottile pellicola trasparente domopak e lasciare riposare per otto ore. I fanghi agiranno con la loro azione volumizzante e vedrete i primi risultati dopo sole 5 applicazioni! Le vostre partner finalmente capiranno la differenza tra il vostro dito e il vostro pene!

Perché sì, se noi dobbiamo tendere tutte a Jennifer Lopez, vorrei che tutti i cazzetti tendessero a Michael Fassbender!

Eccheccazzo.

ps: sul fatto che l’uomo debba essere più affascinante che bello sarei anche d’accordo, se solo la maggior parte di quelli a piede libero non avesse meno charme di Dodò dell’Albero Azzurro. Senza offesa per Dodò.

pps: chiaro sia che io comunque preferirei una società in cui barattare il pop-up al culo e la gommapiuma nelle mutande con la voglia di dirsi e darsi. Di ridere e godere insieme.

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Uccideteci Tutte

Parlarne è importante. Il femminicidio.

Che neologismo superbo, femminicidio.

Le cose vanno chiamate col proprio nome, del resto. Se uno t’ammazza in quanto femmina, perché sei sua, perché sei troppo grassa, o troppo magra, o troppo petulante; perché sorridi alla persona sbagliata,  perché parli troppo, perché non parli abbastanza, perché ti innamori e ti disinnamori, perché vai a letto con un altro, perché hai paura, perché non sopporti più l’odore del suo fiato alcolico, o soltanto sogni una vita diversa; se uno t’ammazza perché non puoi andare via, perché sei una stupida, perché al mondo non sai starci, perché deve insegnarti proprio tutto, perché le sue mani attorno al collo tuo lo fanno sentire forte, perché il tuo stomaco è il suo stomaco e può piantarci dentro una lama quante volte vuole; perché ha un’amante e non te ne accorgi, perché ha decine di amanti e l’hai scoperto, perché gli porterai via quei figli che non ha mai voluto, ecco, in questo senso è lecito parlare di femminicidio.

Il femminicidio. Parlarne è importante. Poi, sai, con la festa della donna di mezzo, l’8 marzo, il tema è attuale.

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Il femminicidio. Il “fem”, non serve nemmeno completarla, la parola, su Google. Si completa da sé.
E’ il primo suggerimento. Il primo, dico. Mica il terzo o il quarto. Mica viene dopo “femmina”, “femminile”, “femmineo”, “femantico” che sarebbe “semantico” pronunciato da Nichi Vendola.
E’ il primo. Bisogna impegnarsi, per essere i primi. Il primo risultato non si scorda mai, come il primo amore.
E l’amore è cieco. L’amore ammala. L’amore mica è sempre uguale.
L’amore è il buio della ragione. Mica si capisce in fretta. Mica te ne accorgi, che ti ucciderà.
Certe volte lo pensi, che sia strano. Che in fondo agli occhi ci sia qualcosa che non quadra per niente. Che all’improvviso non riconosci. Che l’amore sfuma. E diventa ira. E diventa paura. E diventa dipendenza. E io non voglio farti soffrire. E io sono stanca. E falla finita. Ti prego, smettila. Ti prego, pensa a quando m’amavi. Ti prego. Lasciami andare.
Il femminicidio. E’ importante parlarne.
La mercificazione del corpo femminile. Sì, il berlusconismo, la tv commerciale. Si capisce, quelle ragazze lì mica potevano lavorare per guadagnare 1000 euro al mese. Se sei un cesso vai al call center. Se sei figa vai ad Arcore. Mia mamma lo sa quello che faccio, ma lei è d’accordo, questo paese funziona così.
Il femminicidio. Bisogna organizzarsi.
Fare un flashmob. Vanno così di moda i flashmob.
Il femminicidio. Che bel neologismo. Sai non ci sono alternative, per alcune di noi. Una potrebbe chiedersi dove siano la collettività, la comunità, l’assistenza sociale. La parrocchia. Dico, se hai superato i 18 anni di età, non dovrebbe essere pericoloso, andare in parrocchia.
Una potrebbe chiedersi molte cose e dirne molte altre.
Tutte giuste. Tutte condivisibili. Tutte ovvie.
Io, che non potrei che dire banalità, invece, dico che dovete ammazzarci.

Ammazzateci. Uccideteci.

Uccideteci tutte. Uccideteci, avanti.

Una ogni due giorni. Centoventi in un anno.
Possiamo fare meglio. Avanti. Siamo l’Occidente. Noi non andiamo con il burqa. Abbiamo le televendite con Anna Tatangelo.
Siamo l’Italia. Uccideteci. Salvo Sottile deve fare una nuova stagione.
Uccideteci. Tutte.

femminicidio

Uccideteci, avanti.
Uccideteci. Noi lavoriamo.
Uccideteci. Noi studiamo.
Uccideteci. Noi facciamo l’amore.
Uccideteci. Noi scopiamo.
Uccideteci. Noi leggiamo.

Uccideteci. Noi siamo migliori.

Uccideteci. Noi siamo peggiori.

Uccideteci. Noi sappiamo piangere.
Uccideteci. Noi amiamo le scarpe.
Uccideteci. Noi cuciniamo peggio delle vostre madri.
Uccideteci. Noi siamo sane.
Uccideteci. Noi siamo malate.
Uccideteci. Noi abbiamo un pensiero.
Uccideteci. Noi ci smarriamo.
Uccideteci. Noi desideriamo.
Uccideteci. Noi non vi vogliamo più.
Uccideteci. Ci fate schifo.
Uccideteci. Non vi tira più.

Uccideteci. Siamo puttane.

Uccideteci. I lividi ci donano.

Uccideteci. Siamo sorelle.

Uccideteci. Siamo compagne di classe.
Uccideteci. Siamo ragazze. Siamo mogli. Siamo ex.

Uccideteci. Siamo amanti.

Uccideteci. Siamo complici.

Uccideteci. Siamo nemiche.

Uccideteci. Siamo madri.
Uccideteci. E non saremo madri mai.
Uccideteci. Vi cambiamo.
Uccideteci. Vi deridiamo.
Uccideteci. Siamo tutte uguali.

Uccideteci. Pensiamo solo ai soldi.

Uccideteci. Noi amiamo.

Uccideteci. Amiamo ciecamente.
Uccideteci. Amiamo da essere stupide.
Uccideteci. Amiamo i nostri carnefici.
Uccideteci. Amiamo la vostra mediocrità.
Uccideteci. Moriamo di coraggio.
Uccideteci. Non abbiamo il coraggio di lasciarvi mai.
Uccideteci. Portiamo guai.
Uccideteci. La farete franca.
Permetteteci una cosa, però. Permetteteci di tornare in sogno a voi, ai vostri padri e alle vostre madri.

Permetteteci di tornare e di abitare ogni vostra notte.

Permetteteci di accompagnarvi nel sonno e nella veglia. Permetteteci di esserci nella coscienza di quegli uomini e quelle donne che FORSE non hanno saputo insegnarvi abbastanza l’amore. Che FORSE non hanno saputo educarvi al rispetto. Che FORSE vi hanno rimpinzati di cibo e ignoranza. Quegli uomini e quelle donne, padri e madri, che hanno cresciuto dei femminicidi.

Femminicidio. Che bel neologismo.
Buon 8 marzo a tutti.

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Perché Io Vengo

Spesso mi hanno chiesto se fossi femminista.

Io ho sempre risposto di no. Anzi, le femministe mi stanno pure parecchio sulle palle, che se si facevano i cazzi loro magari a quest’ora passavo la giornata a infornare dolcetti senza alcuna pretesa, invece che fare la pezzente in carriera a Milano, e magari ero più felice.

Loro si son beccate la minigonna e la libertà di darla in giro con meno sensi di colpa, noi ci siamo puppate la ceretta brasiliana e l’implosione della virilità in una bolla di proto-maschi, terrorizzati dalle donne cosiddette emancipate. Evolutesi dalla condizione di angeli del focolare, infatti, le nostre post-femministe – sotto una spossante e costante sollecitazione alla perfezione personale e sociale – si trasformano in flagelli del demonio: incazzate, nevrotiche, acide, impegnatissime, ciniche, stronzamente complicate e, nei casi migliori, sole, con una sindrome premestruale che arriva a durare 20 giorni al mese e che può essere sfogata al massimo piangendo per i giudizi di Carlo Cracco a Masterchef *(tutti quelli che volessero sorbirsi il pippotto semi-serio sul femminismo contemporaneo, seguissero l’asterisco al fondo del post. Io comunque ve lo sconsiglio)

Quindi no, io non sono una pornofemminista divoratrice di scroto sotto sale.

moi

Tanto più quando mi succede di vedere cose come questa:

http://video.corriere.it/berlusconi-imbarazza-signora-ma-lei-viene/21f0605c-73a7-11e2-9084-585ed48470f3

http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/berlusconi-scatenato-con-l-impiegata-quante-volte-viene/118987/117473?ref=HRER1-1

Perché ciò che provo, guardando questo video, osservando questo vecchio erotomane alla deriva, questa caricatura della caricatura, questo grottesco latin lover alto 1 metro e un bananito, noto a tutti come Silvio Berlusconi, ecco ciò su cui io mi soffermo, è lei.

Lei. Meravigliosa. Di classe, poi, capace di abbinare i colori come solo un daltonico sotto chetamina potrebbe fare.

Lei ammicca. Sorride. Risponde, sveglia. Accipicchia, proprio un peperino, questa Signorina Silvani!

Ma certo. Cosa volevamo che facesse, lei? Che restasse seria? Che mortificasse Tutankhamon facendogli capire che questo umorismo da 12enne durante la lezione di Scienze sulla riproduzione umana ha rotto il cazzo? Che sono finiti gli anni del Bagaglino? Che il suo approccio da film di Jerry Calà è offensivo e che l’Italia non è solo un paese popolato da zoccole? Cosa volevamo che facesse, lei, che in quel momento incarnava il nostro genere, che era l’unica donna su quel palco. Lei che era lì, dopo tutti gli scandali e la feccia, dopo tutte le Noemi, e le Ruby, e  le Minetti, e le D’addario, e le Gelmini, e le Carfagna, dopo tutte le precarie che “le consiglio di sposare un milionario”, cosa pretendevamo da quel povero cesso multiorgasmico?

Volevamo mica che rispettasse la sua sessualità? Volevamo mica che rivendicasse il suo ruolo di professionista e non di fica-fregna-patata-sorca-passera? Volevamo mica che dimostrasse che le donne sono ancora capaci di indignarsi, perché hanno ancora una dignità? Perché se un vecchio calvo con la faccia marrone fa davanti a tutti allusioni così squallide sul tuo piacere sessuale, tu, testa di cazzo, devi indignarti.

Perché se non ti indigni, ti fai trattare come un oggetto sessuale, come un freak da cinepanettone, presti il fianco a questa idea malsana per cui la molestia sia lecita, simpatica persino. Invece fa schifo. Fa schifo lui. Fa schifo quella manica di idioti che ride lì con lui. E fai schifo anche tu, reginetta dell’amplesso, che fai il suo gioco, che lo assecondi, che gli fai pensare che comportarsi così vada bene.

E no, non penso di esagerare. Perché possiamo essere libere, possiamo giocare con il sesso, possiamo darla via o passarci sopra SaratogaIlSiliconeSigillante, possiamo essere riservate o parlare della nostra sessualità, scherzarci su persino e va bene, ma con chi diciamo noi, quando diciamo noi e come diciamo noi. E su questo non ci sono cazzi.

berlusconi-e-le-donne

Viceversa, quelle donne che continueranno a ridere di questo sessismo da discount, privo persino di testosterone; quelle che continueranno a essere complici di questi omuncoli, che continueranno a dargliela sperando di ottenere dei benefici, delle scorciatoie; quelle che scimmiotteranno questo patetico sessual-cameratismo tra generi; quelle che faranno tutto questo, dovranno abdicare al loro diritto di lamentarsi degli uomini, in qualunque caso. Anche quando il marito le mollerà per una moldava 22enne. Anche quando un 50enne si scoperà la figlia appena maggiorenne. Dovranno tacere, perché tutto questo sarà frutto di una cultura che avranno contribuito ad alimentare. E loro, rispetto a quegli uomini, non varranno una cicca di più.

Detto ciò, siccome la mediocrità stanca, io mi auguro che la maggioranza di questo paese non sia più composta da donne e da uomini come questi. Che se così fosse sarebbe l’evidente e insindacabile dimostrazione che l’Italia è una fogna. E nelle fogne solo le pantegane possono camparci.

Amen.

PIPPOTTO SEMI-SERIO SUL FEMMINISMO (io comunque ve lo sconsiglio)

**Non sono femminista. O forse lo sono senza accorgermene, per un habitus culturale che ho. Forse lo sono nell’unico senso in cui si possa esserlo oggi: senza delirio e senza entusiasmo, perché noi abbiamo visto la spinta propulsiva dell’idelogia ritrarsi, e ora c’è la risacca, che è quel naturale scarto che c’è sempre tra la teoria e la pratica. Qualunque sia la teoria, qualunque sia la pratica. Quindi no, io non sono una femminista nel senso tradizionale del termine, io non credo che siamo migliori degli uomini, e neanche che siamo peggiori. Credo anzi che siamo diversi e che questa diversità dovremmo custodirla invece che pensare velleitariamente di appiattirla sotto una parità che non sarà mai concreta e che non ci fa nemmeno davvero gioco. Io non sono una femminista, ma rispetto la femminilità. La amo e ci tengo che sia amata. Mi sforzo per comprenderla e ci tengo che sia compresa. La critico perché voglio migliorarla. Rispetto così tanto la femminilità da poter parlare di “vagina” senza offendere nessuna donna intelligente.

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Nati negli anni novanta

Ho scoperto che nel mondo esistono persone nate negli anni novanta.

Questa, che a uno sguardo superficiale potrebbe apparire una banalità, è stata un’autentica epifania, per me, che sono sempre stata la più piccola (e viziatissima, ca va sans dire) della famiglia; per me che ho sempre frequentato persone più grandi, che da quelli più grandi c’era sempre un sacco da imparare, musica da ascoltare, stupefacenti da sperimentare, locali da scoprire, film da imparare a memoria, viaggi da intraprendere e sogni di gloria da alimentare. E poi il grande vantaggio di frequentare amici più grandi, era essere sempre la più giovane, quella che aveva più tempo per fare tutto, quella che poteva vedere le cose prima che le cose succedessero, attraverso le esperienze degli altri, che poi era tutto un gioco prospettico, però secondo me la prospettiva è importante, ecco.

Fino al giorno in cui ho dovuto fare i conti con la dura realtà e realizzare, non senza dolore e sbigottimento, che il genere umano aveva perpetrato la propria riproduzione impunemente, anche dopo il 1985. Ho, dunque, accettato l’esistenza, per esempio, di persone nate nel 1987, nel 1988 persino, ma non avevo mai pensato che un giorno, alla veneranda età di 27 anni, chiedendo alle persone intorno a me di che anno fossero mi sarei sentita rispondere: “1990″, “1991″ e, nel caso più estremo “1993″.

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Dico, son robe che una ci rimane. Nel senso, quando noi urlavamo che qualcuno aveva ucciso l’uomo ragno, oppure che Marco se n’era andato e non tornava più e il treno delle settettrenta senza lui, insomma, questi non esistavano ancora. Oppure erano in piena fase di svezzamento. E adesso non sono mica dove dovrebbero essere, ovvero alle scuole medie. No, no. Sono intorno a noi. Vanno all’università. Tempo zero ce li ritroveremo anche negli uffici.

Del resto per me, come contatto con le nuove generazioni, era sufficiente incrociare i ragazzini usciti da scuola che ti dicono cose come “Scusi, signora” che la prima volta che ti succede ti trasformi in una scultura di Skopas prima ancora che l’ultimo sibilo di gioventù si estingua a ridosso delle loro infantili labbra sozze di latte materno.

Invece, di recente, m’è capitato proprio di parlarci, con questi giovani esemplari di homo sapiens, e ho pensato che in effetti non è così male virare sulle nuove leve, a volte, che hanno cose meno anzianoidi da dire e da fare, che vivono fasi esistenziali sulle quali noi, dall’alto della nostra navigata esistenza, possiamo dispensare consigli. Insomma, ho pensato che tutto sommato bisogna essere aperti, accettarli, includerli alle bene e meglio. Mi ero quasi auto-convinta finché non si sono verificati due eventi mediamente incresciosi:

1. Ho avuto come l’impressione di flirtare con un 20equalcosenne. Non perché mi piacesse, ma perché sentirlo sproloquiare su come si fa godere una vagina, mi ha innescato dentro un incauto moto benefattore, per fargli capire come davvero funzioniamo e per urlargli: “Smettila di ucciderti di pugnette su YouPorn”. Tutto ciò mi ha portata a sentirmi prematuramente una Milf. Il ché, si capisce subito, non va bene. Lo so, il toy boy va di moda. Ma io non sono Demi Moore.

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2. Una sera, mentre si parlava di età, che io chiedevo alla fidanzata di un mio amico quanti anni avesse, e quanti anni avesse l’amica sua, perché questa storia qui è bizzarra, che finché siamo noi a metterci con quelli 8 anni più grandi ci pare regolare, quando poi lo fanno i nostri amici, i nostri coevi, che si mettono con quelle più piccole, ci pare strano. Perché la coerenza è un valore fondante della Vagina, questo si sa. Del resto, succedeva anche a scuola. Perfetto sbavare a 14 anni per quelli di quinto. Contro-natura quando noi eravamo in quinto e quelle del secondo anno sbavano per i nostri compagni di classe. Ad ogni modo, dicevo, ero lì e ci chiedevo quanti anni avessero, e quelle mi dicono qualcosa tipo “ventidue”, alché io inizio una filippica da vecchia megera sul quanto siete giovani, voi che siete giovani, che bella la gioventù, godetevela che non torna, che meraviglia l’università, sapete ai miei tempi, noi che abbiamo combattuto la seconda guerra mondiale, poi un giorno ti svegli che c’hai 27 anni e nemmanco sai perché blabla.

Finché una delle pischelle mi fa:

“DAI.

NON SEI VECCHISSIMA”

Vecchissima.

V e c c h i s s i m a.

Vecchissima?

Ai miei tempi, i giovani si esprimevano meglio.

Naturalmente ritratto tutto.

I nati negli anni novanta non vanno frequentati.

Evitateli. Emarginateli. Praticate anche atti di nonnismo, se ritenete.

Cordialmente,

V.

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Vagina Felliniana

Sono uscita con un tipo.

Sono uscita con un tipo perché ho deciso che devo uscire, con i tipi. Che per la legge dei grandi numeri, prima o poi, troverò qualcuno che mi piaccia almeno un po’, anche solo per una sportiva trombamicizia cittadina, dico. Che la politica de “L’uomo della mia vita mi troverà da solo, perché è il destino” non ha portato grandi frutti, salvo che io non scelga di intraprendere una torbida relazione sessuale con il fattorino egiziano che mi consegna la pizza a casa, che comunque nun me pare il caso.

Quindi dicevo, sono uscita con questo tipo. L’ho conosciuto su uno di quei patetici social network da rimorchio al quale, come sapete, sono iscritta, perché in questa vita grama popolata solo da amiche vagine, in stra-grande maggioranza accoppiate, e amici froci, non è che la quotidianità pulluli letteralmente di avvenenti single con cui intessere qualsivoglia genere di scambio, sia in termini dialettici che di fluidi corporei.

Però, dato che con questo tipo avevo ben “1 amico in comune” su Facebook, ho deciso che praticamente potevo fingere di averlo conosciuto a una festa, o a una cena, sì, insomma, potevo fingere che me lo avesse presentato proprio quel mutual friend e che, tutto sommato, il nostro incontro sarebbe stato meno squallidamente legato al patetico social network da rimorchio.

gradisca

Sicché l’ho incontrato, il tipo, e mi è risultato anche piuttosto fico. Pure troppo per me, Dylan Dog, praticamente. Uno con tanti capelli scuri e gli occhi scuri, con la faccia spigolosa e le spalle larghe, 1.90 di bendiddio, insomma, uno di quelli che dovrebbe accompagnarsi con una vagina alta 1.75 con le ballerine, il corpo longilineo, il culo a mandolino, i capelli lisci, la carnagione chiara e l’occhio verde, per capirci. Però sticazzi, metti che c’ha un gusto vintage e je piace la forma a clessidra. Alle brutte, ci beviamo na cosa insieme e poi a casa, sconosciuti come prima.

Invece succede che la serata rimane piacevole, che ridiamo, e lui è alto, ma proprio alto, e a me piace assai che sia così alto, che per la prima volta dopo un sacco di tempo non sono io quella più ingombrante, che ha questo petto così forte che mi ci farei piccolissima a ridosso e questa presenza che potrei sfidare tutti gli stupratori del mondo, tanto lui mi difenderebbe, oh sì.

E così, una cosa tira l’altra, la carne è carne, il pesce è pesce, si sa come vanno ste storie, il primo appuntamento si conclude con la para-olimpiade del Limone Duro nella sua auto parcheggiata davanti casa mia, come nei migliori episodi di Melrose Place, roba da smascellamento irreversibile. Poi io mi congedo e gli dico che sì, che ci rivedremo l’indomani, che a me quei preliminari cerebrali che durano 24 ore piacciono assai.

Anfatti ci siamo rivisti. Sono andata a cena da Dylan, che la mia generazione deturpata da Beverly Hills sogna dal 1990 di frequentare uno che si chiami Dylan. Mi sono impegnata a non chiedermi per quale oscuro motivo Dylan fosse single. Che, volendo fare del cinico pragmatismo vaginale, uno di 30 e rotti anni, che ha un lavoro, una casa e un’audi, oltre a essere alto 1.90 (amo ricordarlo), per quale motivo è sulla piazza? Cosa nasconde?

Niente. Vado a cena da Dylan. Anzi, Dylan passa a prendermi e andiamo a cena da lui. Galanteria d’altri tempi, penso io. Arriviamo a casa, iniziamo a bere vino, a limonare, a bere, a stuzzicare, a limonare con i residui degli stuzzichini che comunque la limonata sponsored by San Carlo è pura avanguardia erotica, non so se lo sapevate. Finché arriva il topico momento e Dylan, che mi sta stringendo e ravanando tutta, tanta quanta sono, mi cala le mani sul culo. E lì, mi fa la seguente domanda:

“L’hai mai visto Amarcord di Fellini?”

Ingenuamente rispondo che sì, certo, ce l’ho anche nella mia colonna dei dvd, Amarcord di Fellini. Poi il mio cervello, rallentato dal torpore etilico, realizza e gli chiedo: “Scusa, ma toccandomi il culo hai pensato alla tabaccaia di Amarcord?“.

Ebbene sì.

Dico: alla tabaccaia.

tabaccaia

Ma anche alla Gradisca, ha detto, che sì, che sono proprio una bellezza felliniana

ma come si fa a non toccarsi quando la tabaccaia, con tutta quella roba…a me mi fa svenire, la Gradisca, io voglio una moglie come la Gradisca.

Fellini era un godereccio, ho detto. Sì, infatti, mi ha risposto.

Poi devo aver riso. Poi deve aver riso lui.

Poi abbiamo fatto all’amore. E poi mi ha stretta fortissimo.

E alle 3 di notte, in un letto che non era il mio, ripensavo alla  tabaccaia di Amarcord, che va bene tutto, ma io non c’ho mica un’ottava di poppe.

Restava comunque il fatto che, onore al merito, nessuno era mai stato così deliziosamente cinematografico nel darmi della culona.

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Viene prima la buttana o la gallina?

Io ho cercato di trattenermi.

Ho fatto finta di nulla, lo ammetto, quando lui ha iniziato a farsi delle gran chiacchiere con Rosita. Ho pensato, semplicemente, che il Marketing Mulino Bianco stesse tentando di riposizionare, alla bene e meglio, l’immagine del brand, rispetto a quel genere di réclame (che è un termine che trovo squisitamente vintage, réclame) buonista e populista a cui siamo sempre state abituate. Sempre. Proprio sempre. Fin dalla più tenera età.

La musica struggente. La voce narrante. Un replicante di Tornatore strafatto di Pan di Stelle alla regia. I buoni sentimenti. La famiglia, cazzo, la famiglia. La famiglia alla Mulino Bianco, che è diventato un banalissimo modo di dire e, cari signori del Mulino Bianco, questo è un successo che solo voi e pochi altri brand potete vantare. Non è mica roba da poco, insinuarsi nel sostrato dialettico di una popolazione, porchilmondo. E capisco che la vostra brand image fosse più antica della faccia di Emanuela Foliero, però, di grazia, quando fate per ammodernarvi, dovete pensarci.

Ora, premesso che mi pare un trend decisamente crescente, quello delle aziende, di propinarci dei manzi impossibili nelle pubblicità, perché evidentemente i principali luminari del marketing si sono accorti dell’esistenza del Vagina Power, ovvero uno stuolo di donne lavoratrici, single o accoppiate, che fanno la spesa e la carriera, che sono spender, come amano dire quelli che s’atteggiano, per cui, vivadio, hanno deciso di piantarci Brad Pitt nella sua magnificenza per venderci un profumo, oppure quel manzo illegale di Camille Lacourt per venderci una tariffa telefonica, ecco, il problema del Mulino Bianco è un altro.

Il problema è che il Mulino Bianco ci ha veicolato da sempre l’idea della casa, della mamma, della famiglia. Ci ha veicolato l’idea che i conservanti siano accettabili, se impacchettati con tanti valori rispettabili. Poi, immagino, un entourage di avveniristici pubblicitari, braccio a braccio con il board del Mulino, si è accorto che, in effetti, probabilmente, non esistono più le buone vecchie massaie di una volta, oppure che esistono ancora ma sono diminuite, rimpiazzate da una nutrita schiera di baldracche a buon mercato e quindi era necessario raggiungere il target femminile con un nuovo messaggio, più trasversale, più contemporaneo.

Daje su, che le donne ormai sono tutte disiniBBite, da dopo Sex and the City non si capisce più niente, avanti prendiamo un bel fico, uno di quelli capaci di mettere d’accordo la mamma e la figlia, la zia e la nonna, però un po’ in decadenza, tipo che a parte Almodovar non se lo caga più nessuno, che non è che c’avemo il budget de Avatar, ecco sì. Poi questo c’ha pure la moglie che è un cesso, quindi è ancora meglio, in definitiva raggiungibile, mica come Brad Pitt o Tom Cruise che continuano ad averci delle tope atomiche accanto. Ecco dunque, sì, Antonio Banderas! E’ lui il nostro uomo! Che poi è un brav’uomo, che è rimasto accanto alla sua Melanie senza neanche gettarla nel sacco giallo del riciclaggio plastica.

E allora sono partiti i primi spot dove il manzo datato chiacchierava con un oviparo di nome Rosita che va bene tutto, ma uno che parla con una gallina, in ogni caso, a me non sembra esattamente aspirazionale. Subito dopo hanno deciso di andarci giù duro e di far sproloquiare Banderas intorno alla bontà del suo Flauto, circondato da mamme 26enni, con la messa in piega perfetta, che, con la fede al dito, assaporano il Flauto del mugnaio (…).

Questo per non parlare delle sue “pagnotte sempre buone, sempre morbide” che, per immediata associazione vaginale, una pensa che poi le pagnotte, questione di tempo, si fanno dure, e il cerchio si chiude.

Fino al climax dello spot degli Abbracci, in cui lo vediamo ballare tutta la notte con questa specie di vagina compita, ma dai modi velatamente lascivi, che si ritrova, il mattino dopo, nel Mulino, con il nostro eroe della farina 00, ad addentare un Abbraccio con uno sguardo che giusto la Moana dei bei tempi. Probabilmente Banderas deve averle detto qualcosa come: “Vieni a vedere la mia collezione di biscotti?”

Su gentile segnalazione di Barbara

E allora no.

Signori del Mulino Bianco, forse state alzando un po’ troppo la bandiera.

Voi dovete capire che non potete bombardarci per un trentennio con un messaggio e poi metterci un manzo agée che diventa il sogno erotico di tutte le vagine della ridente campagna felliniana. Cioè, è come quando Calfort si è trasformato in Calgon, voglio dire, sono cose che minano il naturale decorso delle nostre esistenze. E lo so che all’estero è sempre stato Calgon ma qui, nella nostra Italietta, è sempre stato Calfort. Dico, siete matti. Non è che Coca Cola un giorno ha deciso di chiamarsi Popa Pola. Per esempio.

Inoltre, noi vagine non siamo identiche agli uomini che basta che ci piazzi due chiappe turgide e comprano  anche le azioni della Parmalat. Noi capiamo la differenza tra un Flauto del Mulino Bianco e la verga di Antonio Banderas, non so come dirvelo.

E, perdonate la franchezza, ma la vostra campagna è un po’ come se Suor Germana facesse il calendario di Max, o come se Wanna Marchi aprisse una Onlus.

Gentili signori del Mulino Bianco, noi siamo cresciute con voi, con i vostri gadget che erano antichi già 20 anni fa, e vi abbiamo voluto bene lo stesso. Vi abbiamo voluto bene perché ci avete fatto sognare che un modello di famiglia felice, nella sua fiabesca falsità, potesse esistere; perché, pur trovandovi stucchevoli, abbiamo sempre beneficiato della vostra plastificata rassicurazione. E adesso? E adesso mi fate intendere che la mamma aprirebbe le cosce al mugnaio?

Ennò. Eddaje. Essù. Essiate boni!

E permettetemi una domanda, signori del Mulino Bianco: secondo i vostri stra-pagati studi di marketing, cosa viene prima, la buttana o la gallina? Ovvero: è la pubblicità che segue l’evolversi della società (quindi noi siamo tutte sgualdrinelle da grande distribuzione), oppure è la società che risponde alle sollecitazioni pubblicitarie (quindi la vostra è una salutare incitazione al sesso farinaceo)? Quesiti esistenziali, lo so.

E comunque, io, dal mio retrogrado punto di vista vaginale, mentre rido dei vostri spot, continuo a pensare che una sfida creativa intelligente sarebbe stata raccontare le famiglie di oggi, con meno prosopopea, più autenticità, senza ammiccare e, soprattutto, intercettando nuove formule per farci sognare.

Farci sognare la famiglia, la casa, il senso di appartenenza.

Non una sveltina tra le balle di fieno col mugnaio.

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