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Congedo Post Coitum

Disquisivo con una mia amica, che c’ha una decina d’anni più di me, sul fatto che ogni volta che ho un rapporto occasionale, ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Il fatto è che io odio il dopo. Io i rapporti occasionali li farei finire così, di colpo, sul “vado a pulirmi” e poi puff. Sparito. Svanito. Ngéppiù. E così ci evitiamo tutta la fase post-eiaculatoria tra semi sconosciuti. Ci evitiamo le coccole svogliate, le chiacchiere di circostanza, i silenzi dilatati in cui il vaginometro si sovraccarica di stress per la densità di domande idiote che ci affollano il cervello, del tutto prive di senso e fondamento, del tipo: “Ma perché questo non parla?” oppure “Oddio, cosa sta pensando?”, completamente dimentiche, come delle dilettanti, del fatto che gli uomini NON pensano, specialmente quando hanno appena evacuato il sacro scroto.

Niente. Taglio netto. Un tunnel dimensionale che li proietti direttamente dalla nostra doccia all’esterno dello stabile, edilizia popolare anni settanta, senza passare dal VIA, senza quell’imbarazzo e quella freddezza postumi, scomodi quanto potrebbe esserlo un perizoma in velcro, voglio dire. Cioè, una cosa sopportabile, ma che non vedi l’ora di sfilarti.

Io odio il dopo e, tra tutto il dopo, c’è una parte che odio più di tutto: il Congedo Post Coitum. Sì, perché le frasi di congedo dopo una sessione occasionale sono sofisticatissima ingegneria dialettica: devono mettere la giusta distanza – hai visto mai che ci venga in mente di voler essere inseminate, che si sa come siamo noi vagine, tutte sportive a parole e poi nei fatti ci attacchiamo come cozze pelose del Mar Morto – ma, al tempo stesso, non devono mettere un punto definitivo, devono lasciare anzi lo spazio sufficiente per rifarsi un giro, hai visto mai capitasse, per esempio dopo 1 settimana. O 1 mese. O 3 mesi.  O 1 anno.

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Che, va da sé, il presupposto di un vero rapporto occasionale è che non ci si conosca davvero, è che la persona con cui ti intrattieni non ha storia ai tuoi occhi, e tu non hai storia ai suoi, tutto sommato non sa un cazzo di te (o molto poco) e tu nemmeno di lui. Però ci si ritrova avvinghiati. Stretti. Sudati, perché la primavera è arrivata, a scivolarsi addosso. Che sarebbe bello. Che andrebbe anche bene quel momento di puro istinto, quel momento in cui confondi la tua solitudine con un’altra solitudine, perché questa è la solitudine che abbiamo scelto, che ci siamo procurati, che è una soluzione senza compromesso, quindi va anche bene, mentre le pelli divorano i pensieri, mentre la libertà sublima l’errore, rendendolo indipendenza, rendendolo consapevolezza. Andrebbe tutto bene se non ci fosse l’annoso problema del Congedo Post Coitum, immediatamente successivo.

Roba che c’è quello che non ti sfiora, dopo, manco l’avessero minacciato di cavargli l’anima dall’uretra. Oppure c’è quello che parla a manetta e non ti fa ridere, e poi c’è quello che cade nel mutismo e la massima interazione la consuma con il suo iPhone mentre occupa illecitamente il tuo letto. E già lì, mentre c’hai ancora il beneficio del piacere carnale in circolo, inizia a montarti su il vaginismo, quella sensazione che siano sbagliati, puntoebbasta, fino al culmine, il momento dei saluti. Dell’addio. Del sayonara.

Nella mia modesta esperienza il premio “After-Fornication Worst Sentence EVER” andava a “Ci sentiamo su Skype”. Finalmente posso aggiungerne una nuova che, sconvolgendo le aspettative della giuria, guadagna di prepotenza la pole position degli orrori di Congedo Post Coitum:

“Allora in bocca al lupo…”

“In bocca al lupo per cosa?”

“In bocca al lupo per le tue cose…”, riferito ai progetti di lavoro di cui si era disquisito in precedenza.

Che io non posso fare a meno di sbigottirmi e di chiedermi: ma perché? Dì qualcosa, dì qualcosa di sinistra, D’Alema cazzo piuttosto non dire niente, quanto meno non dire “In bocca al lupo” che suona tipo “Grazie per la fregna, buona vita, a mai più”.

Non mi aspetto tu dica che non vedi l’ora di rivedermi, che sei stato da dio, che vorresti restare e rifarlo, ancora ed ancora, non lo pretendo, non è così ed è sacrosanto. Ma, mi chiedo: cosa vuoi fare adesso? Mi saluti con “Cordiali saluti” invece di “ciao”?

Ecco io tutto questo lo cancellerei. Lo eviterei.

Ecco io ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Perché poi mi succede di alzarmi e di preparare il caffé al mattino. Mi succede di ripensare a quando condividere lo spazio con un uomo mi era familiare. Quando il sole entrava dalle finestre e disegnava sul parquet le ombre di un’intimità condivisa. Ricordo quando di là giaceva qualcuno che di me aveva urgenza. E curiosità. E sete. E voglia. Qualcuno che consideravo migliore di me. Qualcuno che è ancora, ad oggi, dopo più di un anno, l’ultimo avamposto di umanità, di dolcezza, di bellezza che ho vissuto qui a Milano. Anche se dolce non ho saputo esserlo. Nemmeno bella. Nemmeno umana.

Ecco sì.

Ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali.

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Mi sposo, grazie.

Quando i tuoi ex superano i 30 anni, sai che è questione di tempo. Tanto più se sono terroni.

Da un momento all’altro un amico in comune, uno stato su Facebook, un comunicato ripreso dall’Ansa, un messaggio arrotolato in una bottiglia di vetro abbandonata nell’Oceano Indiano, insomma qualcosa ti informerà del fatto che si sposano.

Tipicamente, poi, si sposano con quella che è venuta esattamente dopo di te, perché tu sei – come è noto – una Vagina di Transizione, ovverosia colei che li traghetta dalla gioventù alla maturità, centrifugando i coglioni con una potenza di 3600 Watt tale per cui, dopo di te, va bene chiunque purché non sia tu.

Personalmente, poi, ho sempre pensato che sarei stramazzata, a saperlo. Ho sempre pensato che il pensiero dell’ex di turno in abito scuro e gemelli di famiglia ai polsi, lì, al termine della navata (perché al sud puoi anche essere un omicida seriale cocainomane pederasta, per dire, vorrai sposarti comunque in chiesa, presumibilmente nella chiesa in cui i tuoi avi fino all’ottava generazione si sono sposati), ad aspettare lei: chiara, scura, europoide o afroasiatica in ogni caso MAGRA, in un vestito avorio impreziosito da un accessorio colorato, sai, per sdrammatizzare un po’ la tradizione, ecco ho sempre pensato che questa visione avrebbe sortito su di me imponderabili effetti. Robe che tipo avrei pianto per sette giorni e sette notti, che sarei salita a bordo d’un calesse per attraversare l’Italia (ricordiamo che prerogativa fondamentale dei miei ex è che siano posti a una distanza di almeno 500 km dalla mia vita), entrare in chiesa e urlare qualcosa come: NO, IO MI OPPONGO PERCHE’ LA MUCCA FA “MU” E IL MERLO NON FA “ME”, o una roba del genere.

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Ho sempre pensato che io, che ho un senso del possesso così patologico che se mi chiedi di prestarti un vestito mi viene un trombo cardiaco ventricolare, non sarei sopravvissuta all’annuncio nunziale. Ciò che non avevo per nulla messo in conto, a onor del vero, è che un giorno non solo il mio ex ex in pene e ossa, dopo 3 anni di silenzio stampa, mi avrebbe scritto per comunicarmi il suo imminente matrimonio, ma che, questo è interessante, mi avrebbe ringraziata per il suo imminente matrimonio.

WHAT?

Resettiamo. Fammi capire. Anzi, te lo dico in inglese: let me understand. No, dici? Ok, torno all’italiano.

Fammi capire: mi stai prendendo per il culo? Per carità, ti sono grata di avermi comunicato del matrimonio in prima persona senza farmelo scoprire da un album fotografico su Facebook che mi si sarebbe bloccato l’invecchiamento, ma sul serio, cosa vinco per averti condotto alla tua felicità con un’altra? Qual è la mia ricompensa per essermi beccata tutte le corna che ti hanno portato a sposare lei? Voglio dire, se proprio vuoi ringraziarmi e salutarmi, pensa a un degno commiato, cazzoneso, una nuova Miu Miu, per esempio. Cosa vuoi che me ne faccia di una email?

Vorrei premettere che il mio  ex ex sarebbe quello da cui ho mutuato il malcostume di bestemmiare, il gusto per la musica prog e la condiscendenza verso il cinema indipendente. Un essere mitologico a 2 teste (di cazzo, entrambe), composto per il 50% di bugie e per il 50% di buffonaggine. Quello che mi ha fatto scoprire Spike Jonze e che mi ha raccontato come i Pink Floyd hanno registrato Ummagumma, che erano robe che la piccola Vagina post-adolescente la lubrificavano come non si sa cosa. Il mio ex ex, quello che nella mia vita c’ha fatto il bello e il cattivo tempo. quello che gli sono appartenuta di brutto e che qualunque cosa io ci facessi insieme era fichissima, perché era fico lui e io ficavo di fichezza riflessa. Quello che nei suoi limiti, nella sua mediocrità, nei suoi bui (cerebrali), nei suoi silenzi, io ci trovavo sempre quell’umanità che nessuno vedeva, quello spessore che chiaramente inventavo per legittimare un affetto ostinato e cieco, una coazione a riamarlo, errore, dopo errore, dopo errore. Perché riuscivo a vedere quel che non c’era (grande skill vaginale), nella forma brutta dei suoi occhi verdi e piccoli, nelle fossette sulle guance, nella capigliatura ignobile che ostentava.  Io e il mio ex ex, come mi ha scritto lui, siamo cresciuti insieme e sì, è vero, io l’ho amato in quel modo squisitamente giovane e spontaneo, in cui sappiamo amare chi non ci amerà mai abbastanza. 

Naturalmente, andando avanti nella lettura della mail la situazione peggiora. Peggiora perché dopo la discutibile notizia in merito al suo imminente voto coniugale, il mio ex ex parte con una filippica strappamutande su tutto ciò che ricorderà per sempre di me. Di noi. Il tutto infarcendo il flusso di incoscienza con una marea di dettagli da attacco iperglicemico, che l’infame maschio paraculo usa strategicamente, per pungermi lì dove presume io sia debole, in quanto patetica scribacchina di racconti Harmony. La domanda sorgerebbe spontanea, se io fossi una vagina in possesso del proprio apparato cognitivo: perché cazzo un uomo prossimo alle nozze deve scrivermi una cosa del genere? E’ il suo testamento emotivo? Sta spargendo nel mare le ceneri della nostra relazione sulle note di Pink Moon di Nick Drake?

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A prima botta, ovviamente, mi scompenso pesantemente. Innanzitutto perché ho la vagina, le ovaie e le tube. Secondariamente, lì dentro, in quella mail, ci sono tanti pezzi confusi di un passato che ho vissuto e che ho amato. Ci sono citazioni, rimandi, particolari così intimi che se fossi stata di Comunione e Liberazione sarei arrossita a leggerli. E così, per 30 minuti, ho avuto di nuovo 17 anni.

Stupida e irrazionale, mi sono lasciata piangere.

Ho pianto per tutto il male del mondo, per il surriscaldamento globale, per le specie in via d’estinzione, per il destino di Pia, nata da un coito non interruptus tra la Fico e Balotelli, che se ci pensate è veramente drammatico. Ho pianto perché il mio ex ex si sposa e questo non vuol dire un cazzo ma apparentemente significa che siamo cresciuti per davvero; perché questa lettera è l’ennesimo addio e io sono stufa di dire addio. Ho pianto perché è una fase della vita che si chiude e io sono una putrida nostalgica demmerda.

Ma è passato. Relativamente in fretta.

E ho pensato.

Ho pensato che gli auguro buon viaggio, perché la destinazione non è raggiunta, tutt’altro. Il percorso è appena iniziato.

Ho pensato che gli auguro di tenere stretta la vita che si sta costruendo. Di non sbuttanarla, come è solito fare.

Di non mandare tutto a mignotte, anche se, dovendo proprio scegliere, è meglio una mignotta di professione che una zoccola di paese.

Ho pensato che gli auguro di imparare a convivere con le inquietudini che porta dentro, senza ferire chi lo ama.

E che gli auguro di diventare una persona migliore e di non cercare sempre e a tutti i costi una via di fuga dalla felicità.

Anche se la felicità è poco rock. Poco prog. Poco indie. Poco dark. Poco jazz.

Ho pensato che gli auguro di stare bene e di far stare bene la donna che ha scelto.

Ho pensato che gli auguro di stare bene. Perché bene gli voglio.

Nonostante tutto.

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Suca Valentino

Ci risiamo.

E’ passato un altro anno, l’infame data è giunta e noi ancora non abbiamo un uomo con cui fingere che non ci interessi nulla della sciagurata ricorrenza: San Valentino.

Apogeo della stigmatizzazione sociale verso i single, febbraio è quel mese in cui qualunque cosa tu voglia fare o acquistare, deve essere necessariamente per due. Chennesò, vuoi andare alle Terme a farti fare un massaggio plus da 50 minuti? L’Home Page del sito, quella a cui chiunque di noi a prescindere dal suo status sentimentale dovrebbe avere diritto d’accesso immediato come sancito dal Concilio Vaticano Secondo, è infognata da un pop-up per coppiette toniche e biodegradabili.

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Vuoi prendere un treno acquistando il biglietto online come si usa fare da tipo 15 anni? Questo è ciò che ti trovi davanti.

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Che poi, a parte il fastidio intrinseco di questa offerta che risponde alla celebre strategia del “Cornuti&Mazziati Marketing” per cui: Sei single? Suca e paga il prezzo intero. Hai un’ameba accanto? Spendi la metà! Ecco a parte questo, io proprio mi concentro sulla difficile vita dei creativi di Trenitalia, che davvero poi uno pensa che era meglio quando si stava peggio e quando per creare bisognava farsi di LSD, ma almeno Syd Barrett non avrebbe mai partorito un abominio come “Par-Ti-Amo” che, vi prego, tenetemi la fronte mentre vomito.

Questo per sorvolare completamente sulle testate giornalistiche vaginali che io dico, va bene la festa degli innamorati, va bene vendere la skin dell’home page a un brand che ha per testimonial il pro-cugino da Fregene di Nicolas Vaporidis e che promuove anelli a forma di bulloni con il nome del partnAr inciso sopra, va bene porsi quesiti esistenziali come se a San Valentino sia giusto chiavare oppure no, va bene tutto, ma ricordatevi che ogni volta che dedicate spazio a questa ignobile ricorrenza, da qualche parte, nel mondo, c’è una vagina indipendente, mediamente gagliarda, presuntamente evoluta e fottutamente single che deciderà di non portarvi più traffico per un mese.

Perché sì, sappiamo tutti che San Valentino è una cagata fotonica, però è sempre l’occasione ideale per ricordare quello che manca, a chi un amore non ce l’ha.

E quindi, per tutte voi, amiche vagine, e tutti voi, amici cazzetti, che nessuno dovrà convicervi d’amarvi portandovi un tubo di Baci Perugina (graziaddio); per tutti quelli che non andranno a cena fuori a lume di candela e che non dovranno porsi il problema di quale sia la posizione del kamasutra più idonea alla festività;  a tutti voi io dico: prendiamola per le palle, questa inutile festività meglio nota come Suca Valentino. Voi ci provocate con i vostri stupidi cuori, con i vostri stupidi regali e le vostre stupide vetrine addobbate da Pollyanna che si è fatta una striscia con Pollon su nell’Olimpo? E noi rispondiamo. Rispondiamo concedendoci quel romanticismo a cui cerchiamo di non cedere il passo mai, che scalciamo sotto le coperte della singletudine, quello controverso e irriducibile che si manifesta in una pizza alle verdure magnata sul divano, sorseggiando coca cola light ricca di aspartame, guardando quello.

Quello. Esattamente quello: il nostro film stracciamaroni preferito! Oh sì. Inutile negare. Tutti ne hanno almeno uno. Ecco, la sovversiva proposta per il Suca Valentino 2013 è di affrontare il nostro amore single, così: senza ansie, senza amici, senza esorcismi. Per quello che è.

Chiaro, ognuno ha i propri gusti.  Magari siete 80′s addicted e quindi c’avete da rivedere Dirty Dancing, oppure Flashdance, oppure Pretty Woman, oppure Ufficiale e Gentiluomo. O magari ne volete uno con cui siete cresciute e vi sparate Ghost, oppure Il Tempo delle Mele (che io ho sempre considerato un escremento insensatamente sopravvalutato), oppure Vento di Passioni, oppure se c’avete voja di avere una crisi diabetica potete andare su cose come Il profumo del Mosto Selvatico, I ponti di Madison County e tutto quel filone lì. O magari siete fan di Baz Luhrman e allora vi fate Romeo + Juliet o Moulin Rouge. O magari ancora vi scegliete una commedia senza pretese, che vi faccia stare serene, tipo Il diario di Bridget Jones, o Serendipity, qualcosa che ci rassicuri, dolcemente, nel nostro essere vagine squisitamente medie.

Oppure, se ve l’accollate, ecco una selezione vaginale, la Top 5 stilata appositamente per la ricorrenza.  Che tecnicamente sarebbe una Top 6, ma preferisco lasciare debitamente fuori Lolita, su cui ho già ammorbato a sufficienza. Sicuramente ho dimenticato titoli indimenticabili, ma questi sono quelli che mi sovvengono ora.

1. SE MI LASCI TI CANCELLO

Traduzione ignobile di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Visionario. Straordinario. Colonna sonora indimenticabile. Ci piango sempre, perché i ricordi non li cancello mai.

2. JANE EYRE

Un capolavoro. Non ci sono cazzi. Zeffirelli e la Gainsbourg (meravigliosa) mi fanno venir voglia di vivere in un altro secolo.

3. CLOSER

In questo film sono tutti bellissimi. Tutti imperfetti. Tutti controversi. L’amore è una cosa feroce. L’amore è una cosa spietata. Qui è chiaro. Per questo lo amo. Anche se sto male, malissimo, quando lo vedo. Perché lo vivo. E lo rivivo. Ogni volta.

4. PRIMA DELL’ALBA

Il genere di cose che nella vita non succederà MAI, parola di emigrante. Ma dice che i film servono a sognare…

5. HARRY TI PRESENTO SALLY

Perché c’è stato un tempo in cui ho creduto che il mio ex amasse il mio essere ad alto mantenimento. E perché ho capito che era una cazzata.

Che questo sia il nostro modo di celebrare l’amore single: ostinato, insensato, unilaterale e incompiuto, eppure straordinariamente perfetto, nelle sue velleitarie speranze.

Buon Suca Valentino a tutti!

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Cazzo Importa

Stavo pensando.

Stavo pensando, ascoltando Myth dei Beach House, che è un pezzo che li ascolto, i Beach House. Di cui non so niente. Che mi sono ritrovata così, tra i cd che qualcuno mi ha regalato. Come sempre è stato nella mia vita, che nella musica, e nei film, e nei romanzi, e negli amori, ci sono inciampata. E ci sono rimasta. Per qualche tempo.

Un po’ per caso. Un po’ perché non avevo scelta.

Stavo pensando che, negli ultimi mesi, tutte le persone con cui sono andata a letto (e garantisco che sono molte meno della popolazione del Liechtenstein) erano persone di cui in effetti non mi fregava un cazzo.

Ma veramente un cazzo. Ma talmente un cazzo che potrei non averle incontrate mai e nulla sarebbe cambiato nella mia vita, se non per qualche coito mancato, per qualche tacca in meno sulla testata del letto. Persone di cui lo sai già, che condividerete parole che non diranno niente, e fluidi che non avranno sapore. Risate che non ricorderai nemmeno, per quanto piacevole potrà essere la serata. Saranno entusiasmi facili e gratuiti. Ma ci vai. Perché ne hai voglia. Ci vai anche se lo sai che non ti resterà nulla, sulla strada di casa. Ci vai anche se lo sai che il sesso che ci fai è come un corso di gag, erotico però. Ma ci vai. Ci vai perché ne hai voglia. Ci vai perché sei adulta e consapevole.

Cazzo importa del resto, in questa urgenza di vita, di brividi mancati, di errori, cosa importa di tutto il resto? Di tutto quel resto che ci ha fatte ridere e fremere, prima. Di tutto quel resto che ci ha fatte sentire vive e desiderate. Di tutto quel resto che ci scivolava dentro e sprofondandoci l’anima centrava il segreto che non conoscevamo ancora di noi stesse, e ci sconquassava, e ci disordinava. Mentre sapevamo piangere di felicità. Mentre le gambe ci tremavano di piacere e il cuore balbettava di passione e desiderio. Mentre riuscivamo almeno a chiedercelo, se e quanto innamorate fossimo di quelle mani svelte e di quel sorriso stronzo. Di quelle sconcezze così sincere da sembrare pure. Di quella complicità infetta e imperfetta, che ci distingueva. Che ci illudeva.

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Cazzo importa di quello stupore negli occhi, di quello scoprirsi ogni volta più sfacciati e più nudi.

Cazzo importa di quel piacere che ci risaliva per l’0mbelico. Che ci arrivava alle mani, alle palpebre, alle labbra.

Che ci faceva sorridere. E distendere.

Che ci faceva desiderare di rivederlo. Subito.

E di ascoltare altra musica, sporchi del sudore l’uno dell’altra. Fino all’alba.

Cazzo importa di tutto quel che è stato.

Adesso.

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Bignami del Single

Nella vita di ciascun single esiste un momento preciso, uno spartiacque dialettico che lo obbliga a riflettere sulla sua condizione sentimentale. Si tratta del momento in cui un amico, per telefono o, peggio ancora, guardandolo in faccia, gli dice la seguente frase: “PERCHè NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE?”

Dunque.

Mi è successo due giorni fa. Un amico, uno che mi conosce da due milioni di anni, uno che fino a 4 mesi fa minacciava atti inconsulti di autolesionismo e adesso, che ha trovato il pelo della felicità, si occupa di dispensare pillole di saggezza sull’elisir della serenità, ma insomma, è un amico, anche caro, mi ha detto questa frase:

“PERCHè NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE?”

Allora ho capito. Ho capito che sono a un punto cruciale della mia singletudine, a cui qualunque single prima o poi arriva.

Sono al giro di boa. Ho finito di leccarmi le ferite. Si è rimarginato tutto. Solo qualche cicatrice ma su quella poco si può.

Adesso sono single e basta. Single insaid, come direbbero i vecchi che vogliono suonare giovani. Sono single e mi va bene perché contiuo a pensare  che siamo quello che scegliamo.

Sono single e basta. Così single che amici e parenti iniziano a chiedersi cosa ci sia che non va bene, in me. Che sono troppo complicata. Oppure che non so nemmeno io quello che voglio. O che magari, povera, sono soltanto sfortunata. O forse non vado abbastanza in giro. Ma sì, certo, lo so che conosci solo vagine e froci, lo so, ma scusa PERCHè NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE?

L’affermazione, in certi casi, viene aggravata dall’aggiunta, immediatamente successiva, di:

COSì, PER CONOSCERE GENTE NUOVA.

Di solito, a questo punto, il single può iniziare a sanguinare dal naso. Poche frasi possono, infatti, sintetizzare in maniera così efficace il più aulico senso della sfiga cosmica e ferale in quanto tale.

Reazione incondizionata, a quel punto, nel single, è un impulso indiscriminato a praticare sesso occasionale, promiscuo e hard core con il primo gruppo di persone che gli passa davanti.

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A onor del vero, però, bisogna riconoscere che la disgrazia insita in una frase del genere è seconda solo a un altro topico momento di Piccoli Singles Crescono, ovvero “TI PRESENTO UN AMICO“. Trattasi in genere di un cazzetto che a seguito di considerazioni assolutamente infondate, dovrebbe piacerti. Indimenticabile la volta in cui mi fu detto “Guarda, ha 34 anni, è un architetto, è alto, moro, atletico e soprattutto single”. Di fatto, poi, il tipo era uno Gnu che ha passato tutto il tempo a parlare della diatriba Android versus Apple. Robe che ti capita un’autoinfibulazione spontanea entro i primi 20 minuti dalle presentazioni. 

Ora, non importa che questi inconvenienti nascano da nobili intenti assistenzial-solidali da parte di persone che ci vogliono presuntamente bene. Il punto è che io non sono sfortunata perché non trovo un uomo. Non sono la metà di me stessa perché non ho accanto uno su cui sfogare i miei scompensi ormonali. Io so che ogni giorno devo essere, da sola, la totalità di me stessa. Io so che noi prendiamo la nostra solitudine per le palle e ci conviviamo. So che avevamo troppo ancora da chiedere a noi stessi, per vivere già di compromessi. E penso che questa sia la nostra croce e la nostra delizia, la nostra salvezza e la nostra condanna. E penso che forse sì, forse schiatteremo da soli, strozzati da un sofficino Findus che ci si bloccherà in gola, con quel suo sorriso der cazzo. Però siamo così.

Pace all’anima.

Nel frattempo, però, mi pare una cosa utile, stilare un brevissimo campionario di frasette che è meglio evitare con i single.

Una specie di Bignami del Single. Perché il single tutto sommato è n’animale semplice, basta pijiarlo bene.

1. ALLORA, COSA MI RACCONTI??? –> Spesso questa frase è pronunciata con un insano eccesso di entusiasmo, come se chi la proferisce non riuscisse a immaginare che magari il single di fronte, non ha effettivamente una minchia umida da raccontare. Anche perché la domanda così posta, non mira a sapere se per caso hai cambiato lavoro o comprato casa, se hai vinto il Pulitzer 0ppure scoperto la cura contro le cisti sebacee. Questa domanda mira solo a scoprire se stai scopando e con chi.

2. TI SEI FIDANZATO/A? –> Certo. In realtà mi sono anche sposata e ho partorito. Tutto nell’ultimo mese. Non lo sapevi?

3. MA NON VUOI FARTI UNA FAMIGLIA? –> No. Come è noto voglio morire da sola e lasciare che il mio cadavere sia ritrovato dalle forze dell’ordine giunte sul posto in seguito a una segnalazione dei vicini, insospettiti dall’olezzo proveniente dal mio bilocale.

4. HAI CONOSCIUTO QUALCUNO? –> Di solito è successiva alla negazione d’un fidanzamento. L’interlocutore soffre così tanto che deve chiederti se tu abbia ALMENO conosciuto un rampollo di bella presenza, sensibile, intelligente, ironico, un po’ complesso e naturalmente innamorato di te, non di Bianca Balti.

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5. CHISSà QUANTI UOMINI/DONNE HAI… –> No, non fate un banale ricorso alla scurrilità. Se ce la fate, confermate. Sì. Dite di avere tantissimi uomini e tantissime donne. Ma anche ermafroditi, gnomi, gatti e cincillà.

6. PER ALLORA SARAI FIDANZATO/A! –> Questa la odio da morire. Questa pone il limite temporale, crea l’aspettativa, rasserena ma in maniera fasulla. “Fino a Capodanno sarai fidanzata”. Poi Capodanno ariva e sei sola. E te senti na stronza. Che poi magari non te ne fregava nemmanco gnente, però quelli te l’avevano detto, che saresti stata fidanzata, no? Quindi, davvero, piuttosto che dire questa, versatevi una colata di cemento a presa rapida in gola.

7. SE LO ASPETTI, NON ARRIVA –> Grande classico. Questa è speciale, perché riesce in una doppia azione disturbatrice. Non solo ti fa sorbire la grande saggezza dell’esemplare accoppiato che c’hai davanti, qualcuno che da single magari non sopravvivrebbe 3/4 d’ora, ma te fa pure sentì na rincojonita, nemmanco tu stessi lì ad aspettarlo giorno e notte. E del resto, sai, è colpa tua che te lo aspetti, se quello non arriva. Mbé certo. Naturale no?

8. I NOSTRI GENITORI, ALLA NOSTRA ETà AVEVANO GIà 3 FIGLI –> E lì vai con la solita pugnetta che quanto è cambiata la società, quanto è cambiato il ruolo femminile, quanto de sopra e quanto de sotto.

9. GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO –> Muori. Ma proprio: muori.

10. PERCHé NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE? o anche DEVO PRESENTARTI UN AMICO –> questo, per tutte le ragioni sopra enunciate.

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Romanticismo di Riserva

Capita quando c’è un weekend lungo.

Capita quando torni da una cena a casa dei tuoi amici che stanno per sposarsi.

Capita quando viene giù la prima neve, che ti vien voglia di accoccolarti nel cardigan e affacciarti alla finestra, con il riflesso delle luci dell’albero di Natale sui vetri, ad aspettare che lui – che c’ha delle spalle che uau – si avvicini a te da dietro e ti abbracci forte. Peccato che non ci sia l’albero. E nemmanco lui. Solo la neve. Che in città è popo na merda.

Capita quando cammini per le strade illuminate, tra le vetrine scintillanti, e i signori col cappello, e le coppie che comprano i regali, e i passeggini.

Capita tutte le volte che t’accorgi che a fare una busta di puré ne butti metà.

Capita tutte le volte che le tue amiche ti chiedono: “E tu, raccontaci qualcosa” e rispondi parlando della palestra, del lavoro, del nuovo vibratore che hai recensito sul blog.

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Capita tutte le volte che agli inviti non sfrutti il tuo +1

Capita tutte le volte che non distingui il confine tra la tua indipendenza e la tua solitudine.

Capita tutte le volte che sei in premestruo.

Capita tutte le volte che sei in premestruo e non c’hai un povero stronzo su cui sfogare i tuoi scompensi.

Capita quando compri un paio di scarpe nuove e non c’è un feticista che t’aspetti a casa.

Capita quando ti manca casa da troppo tempo e quando t’accorgi che i tuoi genitori stanno invecchiando.

Capita tutte le volte che guidi di notte, ascoltando There’s a light that never goes out, che ritorna, periodicamente, pericolosamente. E ti struggi ogni volta, da morire, su quel ritornello lì.

Capita tutte le volte che gli altri imbastiscono progetti di vita e tu non sai neanche cosa farai a Capodanno.

Capita tutte le volte che ti stringi a un uomo che non è il tuo.

Capita quando torni da un appuntamento che non è andato bene abbastanza.

Capita in ogni coito senza emozione. Capita in ogni bacio senza passione.

Capita tutte le volte che sei tra le braccia di uno sconosciuto e non vedi l’ora di tornare a casa tua.

Che a volte ci finisci, tra braccia estranee. Perché succede e basta.

Ecco, tutte quelle volte capita che te lo dici, che te lo ripeti, e per un po’ ci credi, ci credi da pazzi, cazzo se ci credi perché vuoi crederci, che crederci ti serve, che quello arriverà. Quell’infame che latita, che ti fa dubitare della sua esistenza. Quello che ti rivolterà come un pedalino. Quello che ti farà sentire più forte, più bella e più viva. Quello che non ne dubiterai. Quello che ti scancellerà la paura, la ritrosia, l’avversione al concetto stesso di relazione, con un solo sorriso strappa-mutande. Quello che altri non ce n’è, almeno per qualche mese.

Sì, arriverà. E tu ci credi. Ci credi perché fai appello alle scorte antiatomiche di putrido sentimentalismo, che conservi come extrema ratio per quando vai in overdose di disincanto.

Ecco, allora sfrutti il tuo Romanticismo di Riserva.

Che anche quando credi sia finito, scopri che ancora un po’ ce n’è.

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Singleversario

Se gli accoppiati possono festeggiare l’anniversario, non vedo perché noi single non possiamo festeggiare il singleversario e farci un regalo da soli, tipo, cazzonesò, una macchina fotografica, una borsa, un massaggio. Io, per il mio anno da single, mi sono regalata un nuovo colore di capelli e una crema notte da 36 euri. Che, del resto, mentre ti godi gli ultimi scampoli di naturale gioventù, t’arriva la psicosi per cui inizi a spalmare qualunque centimetro del tuo corpo di unguenti di vario genere e provenienza.

Insomma, è passato un anno. Un anno dalla fine della mia ultima velleitaria relazione e un anno dalla nascita di questo blog.

E’ passato un anno da quando non riuscivo a sollevarmi dal divano, da quando i weekend mi terrorizzavano, da quando tutte le energie dovevo impegnarle per non chiamarlo, per resistere, per non importunarlo, mentre si costruiva la sua modesta vita, fatta dei valori sani e autentici della provincia denuclearizzata, a 400 km dalla vita.

E’ passato un anno da quando ho preso in considerazione l’idea che la mia dimensione naturale sia la solitudine, non perché non mi piaccia la compagnia, non perché non mi piaccia a livello teorico l’idea di svegliarmi con qualcuno accanto, ma perché oggi i miei bisogni contano più di quelli di un ipotetico partner, e finché sarà così non potrò essere l’addendo di una coppia.

E’ passato un anno e io vivo sempre nella stessa casa, nella stessa città, lavoro nello stesso ufficio, ho anche gli stessi vestiti e no, io non ho accanto un’altra persona. Io, in questo anno, non ho demandato per l’ennesima volta a un cazzetto l’onere di rimpire i miei spazi bianchi. Me li sono riempiti da sola, quelli che si possono riempire. E ho capito che ce ne sono altri, che restano vuoti, che nessuno potrà colmare mai, perché quelle lacune fanno parte di me e se un giorno, uno scellerato, faccio per dire, si mettesse in testa d’amarmi, d’amarmi così come non credo (ma spero, ché sono una putrida sentimentale, ar finale, questo se sa) si possa amare, ecco dovrebbe imparare ad amarli, quei vuoti, quelle assenze, quelle sospensioni del senso comune, quei lapsus in cui la razionalità si fa rarefatta e, meravigliosamente, non c’è niente da aggiungere, da spiegare, da giustificare.

In questo anno mi sono spogliata di tutti i miei alibi e mi sono guardata. Mi sono vivisezionata e ricomposta e non credo di aver finito il mio lavoro. Sono diventata ancora più dura, perché per tenere botta ci vuole la scorza. Per contro, però, riposto dove solo pochi stronzi sanno, ho ricoltivato un certo per-così-dire senso della dolcezza e dell’umanità. La rabbia si è stemperata, a volte si è trasformata in malinconia, a volte in consapevolezza, a volte è tornata a essere furia.

Ho imparato a essere ordinata in casa, a fare le lavatrici regolarmente, a prendermi cura del mio derma, a fare sport 2/3 volte alla settimana, a prendere il buono che potevo prendere da certi coiti e da certe persone. Ho imparato a mangiare le zuppe, ho visto dei bei concerti, ho levigato certi miei spigoli e accettato certi miei coni d’ombra. Ho imparato a distribuire il mio tempo tra più amici, ho imparato a portare avanti i miei progetti, parallelamente al mio lavoro. Ho imparato a gestire il team in ufficio e ho imparato a non arrendermi alla paura di restare sola. Ho imparato a non pensare che crescere significhi solo diventare la vagina di qualcuno e che tornare a casa a piedi il venerdì dopo il lavoro guardando le boutique milanesi, le pasticcerie, la gente con i cappelli, non è così male.

Ho imparato a sforzarmi di pensare  che le cose non andranno necessariamente come abbiamo sempre pensato sarebbero andate. E che alla fine ”sticazzi” mette sempre tutto a posto. Ho imparato a gustare le bottiglie di vino con le amiche, le cene ai ristoranti fusion, gli aperitivi, i tette a tette, la patata in ordine anche se non scopi, le telefonate veloci con gli amici di sempre perché tempo non ce n’è mai, la pienezza e il fermento, che sono il contraltare di certe mancanze.

Ho imparato a truccarmi e ho capito che da sola mi piaccio di più, perché cresco più in fretta di quanto crescerei con un compagno sbagliato accanto e che, certo, fosse un partner  giusto sarebbe un’altra faccenda, ma qui entriamo nel periodo ipotetico di settordicesimo tipo.

E io non lo so se tutto questo sia un bene o un male. Ma sono sicura che non avrei imparato la metà di queste cose, con un cazzetto tra le palle in questo ultimo anno.

Ed è per questo motivo, perché essere single è una scelta anche quando crediamo che non lo sia, è una scelta e non è semplice, è una scelta che non ripiega, che non si accontenta, che non prende scorciatoie, ecco è per questo motivo che, nella mia vita monoporzione, nella mia metà di letto sempre fatta, nella mia moka 2 tazze che resta sempre piena a metà, nei miei rientri di notte in auto da sola ascoltando Something in the way dei Nirvana per caso e nei miei risvegli che non contemplano un Buongiorno virile, ecco, è per questo motivo che io festeggio il mio singleversario.

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EX Factor

Gli ex sono come le malattie esantematiche: ce le siamo fatte tutti.

Chi la varicella, chi il morbillo, chi gli orecchioni. Poi c’erano quelli creativi, che prendevano la scarlattina. Poi c’erano quelle, rigorosamente vagine, che dovevano per forza farsi la rosolia entro i 9 anni, che se no se poi la prendi quando stai incinta partorisci Renzo Bossi. E poi c’ero io, che prendevo la pertosse.

Ecco, tutti abbiamo avuto almeno una malattia esantematica. E tutti abbiamo almeno un ex.

E a tutti ci tocca, prima o poi, di fare i conti con il vituperato EX Factor. E pure più di una volta nella vita. E spesso in concomitanza di eventi e ricorrenze che agevolano la speculazione masturbatoria assolutamente fine a se stessa.

Esiste un ampio spettro di posizioni che è possibile assumere rispetto all’EX Factor e tutto dipende, in definitiva, dalla squadra in cui si concorre e dalla canzone che il giudice sceglie per te. Metti che ti ritrovi con la Ventura che ti fa cantare Eros Ramazzotti, è normale che non puoi farcela, tanto più se gli ex della squadra di Elio cantano i Jefferson Airplane. Il pubblico non ti capirà e finirai nel dimenticatoio degli ex.

Photo by Francesco Minnuni

Tra le risposte sociali più diffuse al fenomeno degli ex, individuiamo le seguenti:

I Mujaheddin - Sono i fanatici della coerenza estrema, i feticisti del pragmatismo, quelli che non vedono alcun margine di relazione umana con gli ex, né convenienza, né opportunità. Quelli che, finito il rapporto, basta, caput, chiuso, tanti saluti e tanto meglio così.

I rancorosi - Sono quelli che negli anni continuano a spendere autentiche parole d’odio nei confronti dei propri ex, dopo aver bruciato tutti i suoi cimeli e aver cancellato le fotografie da Facebook. L’espressione media del rancoroso è: “Fottiti stronzo/puttana ” arricchito, nei casi più cronicizzati da “vai a morire ammazzato/a“. Un ex rancoroso tarantino, poi, sicuramente finirà col prendersela con il deretano di tua madre o di tua sorella, anche se la sorella non ce l’hai, con qualcosa come “ngul a sor’t“. Di solito il rancoroso è stato fatto cornuto, o comunque il suo onore di maschio/femmina amaro/a è stato intaccato alla base. Quasi sicuramente era “fidanzato ufficialmente” su Facebook e nel giro di 1 mese dovrà assolutamente pubblicare una foto con la sua nuova cozza.

I nostalgici – Sono animali da paturnia, i nostalgici. Sono quelli che  pensano che sì, insomma, è finita, però abbiamo condiviso così tante cose, lui è un pezzo così importante di me ealtreamenitàdelgenere. Di solito, il nostalgico, se la pijia ar culo in un lasso di tempo che varia dalle 2 settimane al mese e mezzo, che mentre sta lì a ripensare a quente esperienze vitali ha condiviso con l’ex di turno, quello è già diventato padre/madre di una squadra di Hockey sul ghiaccio.

I disinvolti – Sono quelli che preferisco, perché hanno qualcosa che io non sono mai riuscita ad avere, ovvero la capacità di pronunciare frasi come “sì, siamo andati a cena con la sua nuova fidanzata“, oppure “ci sentiamo ogni settimana“, oppure “è andato al concerto con la sua ex, ma certo, sono rimasti amici“, oppure “sì, resta a dormire da me, ma non succede niente e no no, il mio nuovo tipo non è geloso, sai è un ex, se è finita c’è un perché“. Cioè. Io mi inchino.

I giovani Werther - Essi continuano a nutrire amore non corrisposto per periodi di tempo soggettivamente lunghi, al fine di alimentare una sofferenza strumentale alla loro sopravvivenza emotiva. I giovani Werther sono detti anche “onirici”, perché una delle loro attività predilette è continuare a sognare nottetempo l’ei fu partner e a sperticarsi l’indomani nell’interpretazione del sogno suddetto, spesso accompagnato da un capillare reportage mnemonico condiviso con gli amici più cari.

I diplomatici – Trovano il giusto equilibrio che, di solito, consiste in un par di telefonate o messaggi l’anno, solitamente in occasione del Natale o di altri macro-eventi esistenziali come lauree, matrimoni, procreazioni e via discorrendo.

I romantici – Sono quelli che di solito, appena ci si è lasciati, usano il PER SEMPRE, che parrebbe una contraddizione in termini, eppur lo fanno. Frasi come “ti amerò PER SEMPRE” che a uno verrebbe da chiede checcazzo significhi perché, di fatto, se vuoi amarmi per sempre, amami. Se ci lasciamo, amane n’artra, onnò? E sono gli stessi soggetti che, al di là del bene e del male, pensano frasi come “ci sarà una parte di me che ti apparterrà PER SEMPRE“. Di solito queste frasi nascono da una grande forza:  quella di avere già un sostituto.

I masochisti – C’hanno il cuore ricoperto di latex e le mollette ai capezzoli dell’anima. Questi devono soffrire atrocemente per gli ex, devono portarsi gli strascichi del rapporto quanto più a lungo possibile, devono diventare amanti dell’ex che intanto convive con un nuovo soggetto, devono informarsi su quanto è felice adesso, devono raschiare il fondo di sé e poi, forse, finalmente, dopo un par d’anni, rialzarsi.

I sexisti - Sono i più gagliardi: usano gli ex per l’unico scopo per il quale abbia senso usarli, ovvero come fucina di sesso facile, raccomandato, un po’ struggente, mediamente appagante.

E poi ci sono io.

Che faccio un po’ parte di tutte le succitate categorie, tranne quelle più illuminate, e che con il mio EX Factor, di fatto, non riesco a farci pace. Quando laggente mi raccontano di avere un buon rapporto con i propri ex io provo un moto di ammirazione, e invidia, e fascinazione. Perché io no, io non ci riesco. Mi piacerebbe eh, sia chiaro, a livello teorico. Ma nella pratica non ho mai fatto questo granché per riuscirci. Tipo che se mi è andato, mi sono messa con i loro amici. Tipo che se mi è andato, li ho coglionati pubblicamente senza remore. Ma tant’è, sono una vagina spregevole, Iddio m’ha voluta così e io, a lui, non posso oppormi.

Però ecco sta di fatto che di tutte le risate e di tutte le litigate, di tutte le lacrime e le nottate passate avvinghiati, della musica, dei film, delle vacanze, delle serate, delle paste al forno cucinate a casa e delle cene fuori, delle difficoltà e dei successi, delle maturità e delle mediocrità, della forza e della debolezza iniquamente spartite, delle smorfie e dei capricci, di quelle insicurezze con cui siamo cresciuti, dei cambiamenti di cui non siamo stati capaci, di quelle parole stentate dette pianissimo e di quelle urlate da far male, di tutto il bene, di tutto il pathos, di tutto lo struggimento, dei regali brutti e di quelli belli, dei panettoni a Natale e dei prosecchi a Capodanno, delle giornate al mare e delle ore in viaggio, delle stelle umide di San Lorenzo e dei caffé sul comodino al risveglio, dei soprannomi e dei modi di dire, delle cannette fumate al sabato pomeriggio, delle lotte sul divano bianco, delle puntate di Romanzo Criminale sotto il plaid Ikea con la pioggia fuori, delle rassicurazioni e delle paure, delle nottate a ridere sugli scogli, della discografia dei Jethro Tull, dei concerti, delle birre sempre fuori dallo stesso pub, delle fotografie, dei video, di quell’essere così intimi da aver paura di distinguersi, ecco a me, dopo 10 anni di onoratissima carriera sentimentale, alla fine, non rimane nemmeno uno stronzo di ex che, faccio per dire, me faccia l’auguri il giorno der mio compleanno.

Per dire, ecco. Che poi tutti quelli che contano, ci sono stati. E questo, come direbbero i saggi, EX Factor a parte, è ciò che, ar finale, importa.

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Elio, ti amo

Sono innamorata.

Ebbene sì, finalmente. Finalmente perché quando si è innamorati la vita pare diversa, meno peggio, più meglio, insomma come ve pare, comunque è una cosa più godibile, la vita, quando si è innamorati, questo voglio dire.

Uno potrebbe obiettare che la stagione in cui ci si innamora è la primavera, mica l’autunno. E invece no, noi bellezze invernali, anche note come quelle-che-so-mejo-vestite, ecco noi ci innamoriamo a ottobre, quando inizia a venir giù la pioggia, quando starnutiamo, quando tutti si lamentano der freddo e l’amore si inzia a fare sotto le coperte.

Era un po’ di tempo, in effetti, che ci pensavo, a lui, ma non ero mai riuscita a mettere a fuoco quanto effettivamente potesse essere il nuovo destinatario di tutto il mio inespresso amore. Finché non ho guardato Faccia d’Angelo. Sì, la miniserie prodotta da Sky Cinema sulle imprese della Mala del Brenta e di Felice Maniero, interpretato proprio da lui, dal mio neo-amore Elio Germano.

Ora, premesso che io sono l’incarnazione di tutto ciò contro cui i puritani insorgono ogni volta che in Italia si produce una serie del genere, cioè, sì, quelli che dicono che non è giusto farle queste serie perché si mitizzano i malavitosi. Ecco, dunque, posto che una cosa è la fiction e altra è la storia, ecco, diciamolo: io li amo. Tutti. Ho amato la Banda, come i più assidui frequentatori vaginali sanno. Ho amato Vallanzasca. E ora, ora amo lui (nonostante l’accento veneto).

Questa volta, però, è diverso. Questa volta sentivo che il mio trasporto emotivo non era per il semplice personaggio, era proprio per il suo interprete. Allora sono andata a guardare Mio Fratello è Figlio Unico che non avevo visto mai. E lì ho preso il caposotto. Non so come dirlo diversamente: io lo amo. Voglio consacrare la nostra unione con Diaz, ma ho già scelto.

E non vorrei che si minimizzasse questo mio trasporto. Non lo amo perché è famoso, lo amo perché è bravo. Lo trovo, anzi, oggettivamente bruttarello, roscio, con la pelle biancabianca e imperfetta, glabro. Ma niente. Lo amo. E questo è un amore straordinariamente puro perché nasce solo dal suo talento, non dal suo aspetto. Lo amo per i ruoli che interpreta, per le dichiarazioni che fa quando ritira i premi, lo amo perché è un artista e non un divo, lo amo perché è una persona e per questo riesce a dar vita a tanti personaggi. Lo amo perché è uno che lavora su di sé e che non ha niente a che spartire con certi suoi coevi decerebrati che se la menano manco fossero Marlon Brando e invece avrebbero da imparare anche, chessò, da Martufello. Lo amo perché è così tanto di sinistra che potremmo litigare. Lo amo perché è uno semplice, perché ha gli occhi profondi e una faccia che parla anche quando sta zitto.

Lo amo che proprio soffro all’idea che non lo avrò mai. Lo amo che se ce l’avessi di fronte potrei non dire nulla, o sicuramente nulla di intelligente. Lo amo perché dice “Tresette” mentre notoriamente si dice “Tressette”. Lo amo perché è così avanti che non c’ha nemmeno una pagina Facebook. Lo amo perché mi piace così tanto che non riuscirei nemmanco ad andarci a letto, per quanto mi piace, che finirei a farci l’amore, che ho di nuovo 14 anni, sono di nuovo vergine e ho di nuovo paura di quanto male mi farà, la prima volta con Elio. Lo amo che quasi penso che se avrò un figlio maschio lo chiamerò Elio, il ché mi rende alla stregua di quelle madri raffinate che chiamano il figlio Ridge, per intenderci.

Insomma, sono profondamente innamorata. E poco conta che io, di fatto, non lo conosca. Io lo so com’è. Lui non sa come sono io, il ché non può che giovare alla nostra relazione.

Senza contare che, periodicamente, innamorarsi è una cosa salutare, ci rimette in pace col nostro io, che ci fa sentire più vivi, più aperti ad accogliere il mondo esterno. E piuttosto che spasimare per un qualsivoglia indegno cazzetto a caso, sticazzi, io spasimo per uno che non incontrerò mai, totalmente fuori dalla mia portata, ma così straordinariamente brillante e insieme normale, da meritare tutte le mie intime premure.

Poi, va da sé, me lo chiedo, se sia intellettualmente accettabile a quasi 27 anni innamorarsi platonicamente di un attore.

E ho il sospetto di no.

Ma intanto lo amo. Con viva partecipazione, aggiungerei.

Perché il pensiero che nel mondo esista qualcuno che possa farmi perdere la testa, così affascinante da pietrificarmi, da rendermi una piccola caricatura di me stessa, ravviva il mio impolverato vaginismo.

E questo è un bene.

Ps: caro Elio, io sono sicura che tu sia una persona così sana da non googlarsi. Tuttavia se tu, o il tuo migliore amico, o Valerio Mastandrea, doveste scovare questo post, sappi che, in primo luogo, per l’appunto, ti amo e ti ringrazio di ricordarmi che anche io posso andarmene sotto di brutta maniera per qualcuno. In secondo luogo vorrei dirti che sono meno idiota di quanto ti appaia in questo momento. Ma lo so, non abbiamo futuro. Io vivo a Milano e ho un brutto culo.

Momentaneamente tua,

Vagina

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Lolita

Ho rivisto Lolita, ieri sera.

Ho rivisto Lolita e non avrei dovuto farlo.

E’ successo per caso, stavo facendo zapping, completamente divelta dopo 3 giorni di riunioni. E sono inciampata in una discutibile Melanie Griffith che mostrava la casa al Professor Humbert. E no, lui ancora non l’aveva vista, la sua ninfetta, il fuoco dei suoi lombi, il suo peccato, la sua anima, il suo paradiso illuminato dalle fiamme dell’inferno. La sua Lo.

Era proprio l’inizio e tutto doveva succedere.

Perché sì, naturalmente io parlo del Lolita  del 1997, quello di Adrien Lyne, con Jeremy Irons che sto male e la colonna sonora di Ennio Morricone. Quello che Kubrick mi ha fatto le pippe, in confronto.

Mi sono fermata su Lolita. E non avrei dovuto farlo.

Lolita è un film che ho consumato, con la pelle e con la pancia, quando ero appena adolescente e attraverso lo sguardo immenso di Jeremy Irons ho forgiato la mia conclamata gerontofilia.

L’ho guardato. E riguardato. E riguardato. L’avevo registrato su una vecchia VHS, sopra un altro film, che era stato registrato sopra un altro film, che era stato registrato sopra un altro film.

Ho rivisto Lolita e ho avuto di nuovo 15 anni.

Ho amato di nuovo Humbert, ho desiderato di nuovo qualcosa di mostruoso e meraviglioso da vivere, ho pianto di nuovo per la sua mediocrità, per la sua debolezza, per il suo egoismo feroce, per tutto il male che le ha fatto. Ho pianto di nuovo per quegli amori che nascono storti, come le erbacce cattive, dove non dovrebbero crescere. Ho pianto di nuovo per quelli a cui capita di desiderare ciò che non dovrebbero, di sentirsi vivi nel peccato, fuori dalla misericordia di tutto ciò che è normale, o accettabile. Sono stata di nuovo lei, smorfiosa e inconsapevole. Sono stata lui, patetico e miserabile. Sono stata le loro urla strazianti, le loro risate contaminate di amarezza, sono stata di nuovo quel peccato inesorabile, quell’incontro di disperazioni, quella follia cieca, quel desiderio iperbolico di amare qualcuno danneggiandolo.

Ho ricordato com’ero, 12 anni fa, quando guardavo questo film. Ho ricordato quanta ansia di vita e di errori avessi. Ho ricordato quanto amore mi impegnassi a dare, e quanto dolore fossi capace di provare, e quanto riuscissi a sublimare il mio struggimento, come se proprio quello mi rendesse più viva che mai. Che non mi poteva bastare, limonare alla Villa Comunale, a me, per sentirmi viva.

Ho ricordato quanto, stando insieme al mio cazzetto 18enne,  invocassi il mio amore, devastante e morboso, consapevole del fatto che il mondo l’avesse per certo in serbo per me. Ho ricordato che Jeremy Irons mi sembrava bellobellissimo. Ho ricordato com’ero e ho sentito ancora esistere, schiacciata sotto il peso di una vita oppiacea e impegnatissima che non lascia spazio ai sentimentalismi, piccolissima, quella 15enne, in me, nascosta, tra il fegato e qualcosa di anatomicamente attiguo.

Ho ricordato com’era drammatico e rassicurante, pensare di poter amare qualcuno nella negazione, nel non poterlo avere, nel desiderarlo più di qualunque altra cosa al mondo e sentire le fitte nel ventre all’idea di non poter essere al suo fianco, per sempre. Perché allora ci si credeva al per sempre, cazzo se ci si credeva. E si credeva pure, allora, che Lui sarebbe rimasto per sempre Lui.

Ho rivisto Lolita. E non avrei dovuto.

Perché attraverso la loro storia, la loro pazzia, la loro colpa, ho rivisto me stessa. Ho pianto per quella prontezza d’amore che non ho più, per il coraggio di perdere l’equilibrio che ho smarrito. Ho pianto per gli errori meravigliosi e tremendi che ho fatto. Ho pianto per paura di non farli mai più.

Ho pianto. Poco. Perché non so più piangere tanto. Con grande compostazza. Senza smorfie.

Ho pianto con le lacrime che venivano giù, da sole. Taciturne. E adulte.

Ho deciso che devo averlo il dvd di Lolita, nella mia colonna dei dvd.

Devo averlo perché si può dire che quel film abbia parzialmente deviato la mia percezione delle relazioni, del giusto, dello sbagliato. Devo averlo perché mi sono accorta che dentro c’è la memoria di troppe cose.

Devo averlo per quando ho bisogno di piangere e non ci riesco.

Devo averlo per ricordarmi quanto ero appassionata, dieci anni fa.

Anche se, tutto sommato, c’è da dire che ieri era il mio PorcoCanePrimoGiornoDiCiclo

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