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Quello che le vagine non dicono

D’accordo, mi piace la musica trash.

Ho a lungo cercato di ignorare questa istanza della mia personalità, fermamente legata al mio ruolo di vagina finto-sofisti-rock che ascolta soltanto i Quatermass mentre stira. Ma io direi che nel momento in cui canti a squarciagola Maledetta Primavera di Loretta Goggi il sabato notte con indie-vagina, per poi riascoltarla la mattina dopo e, quel che è peggio, aggiungerla alla tua playlist di YouTube, ecco io direi che non ci sono più dubbi.

Mi piace anche la musica trash.

La suddetta confessione mi apre un ampio orizzonte di riflessione su tutto ciò che noi vagine taciamo di noi stesse, per non ledere la nostra approssimazione al prototipo alieno di femminilità socialmente imposto e, soprattutto, per non sconvolgere il mondo maschile, palesando alcune tremende somiglianze fisiche tra noi e loro.

Perchè, di fatto, esiste un decalogo non detto di cose che una vagina non deve e non può fare e qualora le faccia non deve assolutamente parlarne. Per esempio, ieri parlavo con Zia Vagina del fatto che ogni anno dimentico quanto possano puzzare i piedi dopo aver usato le ballerine (dicesi ballerina quella scarpa bassa con la punta tonda che si usa senza calze, molto amata dalle vagine per la sua comodità, quanto disprezzata dai cazzetti per la sua bruttezza).

Sì perché a Milano, appena si superano i 12°, le vagine iniziano ad andare in giro senza calze e ti fanno capire, mentre sei lì ancora con i tuoi collant 50 den, gli stivali e il piumino, a liquefarti con gran contegno, che forse è il caso che anche tu ti decida a tirar fuori dal cilindro un outfit più primaverile. Tecnicamente le milanesi più evolute non solo metton via le calze, ma ti sfoderano al 10 di marzo, la scarpa open-toe (quella che in tutto il resto d’Italia i comuni mortali chiamano “con la punta aperta” o “con il ditone da fuori”), sfoggiando alluci in forma smagliante, curati, con tanto di smalto abbinato alla nuance della scarpa. Innanzi a cotanto tempismo, di solito, io rispondo passando dallo stivale alla ballerina, con un periodo intermedio in cui mi voto al gambaletto color carne. E io difendo fortemente il ruolo del gambaletto, che è una povera calza orrenda, ingiustamente stigmatizzata dall’egemonia dell’autoreggente. Intendiamoci, non è che se vado a cena con Edward Norton me metto er gambaletto, però non capisco perché accanirsi così tanto su una cosa così comoda. Come quelle che pretendono, e lo pretendono seriamente, di dire che usano solo perizoma perché il perizoma è comodo. Per carità, il mondo ha inventato cose più misogine del perizoma, lo usiamo tutte. Ma ora dire che è comodo averci su un filo per il culo, non lo so, venite a stendervi sul mio divano in tuta, ecco, per capire cosa sia la comodità.

Dicevamo, ho detto a Zia Vagina che m’ero dimenticata quanto possano puzzare i piedi dopo aver usato le ballerine.

Zia Vagina s’è messa a ridere e, in prima istanza, non mi ha detto nulla, perché di fatto le vagine non parlano di nulla di sgradevole, maleodorante e repellente che le riguardi. E’ un tabù, per noi, a differenza dei cazzetti, che possono discutere liberamente di consistenza fecale e condividere pubblicamente appassionati reportage delle loro più leggendarie performance intestinali, talvolta anche fotografate sulla scia di una fiera coprofilia.

E allora, io dico, siccome noi vagine ci vergognamo come carogne di qualunque flatulenza potenziale o di qualunque cattivo odore come se questo attaccasse e annullasse tutta la nostra femminilità, siccome noi siamo lì a fingere di essere entità perfette, prive di intestino o di ghiandole sudorifere o di narici, e il massimo che le più evolute sono riuscite a sdoganare è la pipì, nel senso che possiamo dire “devo fare la pipì” senza imbarazzarci, ecco io dico, per pura provocazione agli schemi culturali nei quali viviamo: per una volta, parliamo anche noi di tutto ciò che di sgradevole abbiamo e facciamo. Diamogli un nome. E, se può aiutarci, pensiamo che lo facciano tutte. Per esempio, diciamolo che anche Carla Bruni quando si sveglia al mattino c’ha una fiatella che induce al suicidio più delle sue canzoni. Diciamolo che magari George ha lasciato Elisabetta Canalis perché non ne poteva più dei suoi peti sotto le lenzuola. Diciamolo che anche Kate Middleton si soffierà il naso e sbircerà il fazzoletto, in privato. Diciamolo che anche Belen si tirerà via le pellicine, oltre a non saper fare una fellatio degna di tal nome. O che Eva Longoria si schiaccia i punticci per far uscire tutto il pus, e li strizza li strizza finché non esce il sangue.

E, sì, diciamolo che anche i piedi di Audrey Hepburn dovevano puzzare, dopo una giornata con le ballerine.

ps: se ho urtato la vostra sensibilità, son contenta. se non l’ho urtata, son contenta uguale.

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E la voglia di tacchi

Mi chiedo: non rimarrà un po’ mascolina questa abitudine di bermi na birra al giorno, dopo il lavoro?

Mi chiedo altresì: non sarà dannoso per la mia ventra, che ribellandosi allo stereotipo dello stomaco piatto e combattendo il regime capitalista dell’addominale scolpito, preferisce abbandonarsi a morbide (per non dire flaccide) rotondità di matriarcale memoria?

Nell’amletico dubbio, io brindo.

Oggi me so messa i tacchi pe annà al lavoro. Tacchi veri, intendo, perché come qualunque vagina sa, affrontare la vita con i tacchi è un’altra cosa. Un po’ come affrontarla con i capelli messi in ordine dal parrucchiere. Parono banalità, ma non lo sono. Il mondo è più sotto controllo e tu te senti molto più gagliarda nel tuo incedere. E poi io ero una grande fan dei tacchi, quando ero giovane. Per carità, lo sono ancora, solo che da quando me so trasferita nella grande padania che esiste perché esiste il grana padano - dove non puoi usare la macchina anche per spostarti dalla cucina al soggiorno - ho dovuto prostituire il mio integralismo feti-fashion alla necessità del mostruoso “MEZZO TACCO“. 

Comprare il primo mezzo tacco è una di quelle cose che te fa capì che sei cresciuta, che non puoi più sognare di limonare col cantante dei Verdena, che non puoi più dormire sulla spiaggia, che non puoi più usare scollature generose d’inverno senza fatte venì na tracheite. Come quando l’anno scorso sono andata con le mie amiche al Vinodromo, che ce stava Robi Dell’Era degli Afterhours e io volevo fà la figa e me so messa il reggiseno che me faceva le tette da manuale e una maglietta scollata. Io lo giuro: m’è venuta la febbre. Tutto pe chiacchierà co Roberto Dell’Era che c’aveva pure na fiatella paura. 

Il primo mezzo tacco è come il primo capello bianco, come il primo pelo che te spunta dove non dovrebbe, come le prime 3 rughe che vedi in fronte,  come la prima volta che te pare di intuire la presenza di cellulite sulle tue cosce. 

Però è inevitabile. Arriva il giorno che del mezzo tacco hai bisogno e lo compri. Finché improvvisamente un t’accorgi che la tua scarpiera -che per definizione è troppo piccola per contenere tutte le tue scarpe- straborda di merdose ballerine multicolor (che, non siamo ipocrite, va bene le usiamo perché sono comode e quindi ce piacciono ma la ballerina è consigliabile se pesi 40 kg, accettabile se vai sui 50, discutibile se raggiungi i 60, oblio della femminilità oltre) e di tacchetti modello cammina-anche-tu-comoda-in-una-valleverde (salvo che però, ovviamente, so scarpe de plastica).

Ecco. Allora a quel punto scatta la molla. La follia incosulta e indomabile che ha ispirato alcuni tra i più grandi geni del nostro tempo, tra cui ci piace rimembrare Elio. Lì senti un improvviso bisogno di acquistare la folle scarpa tacco a spillo 12, nera, scomoda come per un uomo potrebbe esserlo averci i maroni chiusi dentro un’arachide. Di solito questa scarpa ti colpisce all’istante, in realtà è questo l’unico vero colpo di fulmine esperibile: quello per le scarpe. Tu la vedi esposta e senti subito che è lei. Ti avvicini, la prendi in mano, la scruti. E in quel mentre c’è una piccolissima parte di te che ti sussurra “ma ndò cazzo ce vai co ste scarpe?” però tu non la senti, tu fai di tutto per zittirla, chiamando a raccolta un esercito di alibi che si schierano come tanti soldatini, in fila, pronti a legittimare la tua irrazionalità, e procedono impavidi sul tuo scosceso buonsenso.

Alla fine le comprerai, le scarpe tacco a spillo 12. Arriverai a casa, le libererai dal loro involucro, te le ammirerai, te le proverai. Se c’hai n’omo in casa vai da lui e je fai vedé quanto sei gnocca con quelle scarpe su. Lui fingerà di apprezzarne l’innovativa bellezza e nasconderà la totale incomprensione della differenza tra queste scarpe e le altre 5 paia assolutamente identiche che già possedevi. 

Quindi te ne torni in camera da letto, te siedi, te guardi. Anvedi che gambe, anvedi come so’ lunghe si l’accavallo. E mentre stai là a suonartela e a cantartela, in un pieno amplesso consumistico, inizia a farsi risentire, piano piano, la feroce domanda: “ma mò, ndò cazzo ce vado co ste scarpe?”

E poi arriva la risposta: “Uff devo comprare delle scarpe basse per tutti i giorni”.

Stamattina, però, io me so messa i tacchi veri. Me so messa i tacchi veri e procedevo spedita, tra addobbi natalizi spenti e scintillanti vetrine di negozi vuoti, pensando che tra pochi giorni è Natale e io non ho comprato manco un regalo, perché io quest’anno voja de fà regali un ce l’ho mica tanta. Procedevo sui miei tacchi veri e pensavo che faceva un freddo fottuto, che dovevamo esse sotto lo zero, che però ce stava er sole e che quanno ce sta er sole le cose non vanno mai malissimo. Devo aver anche incautamente pensato “ma guarda che bella giornata“.

 

E lì una grande verità mi s’è resa manifesta: ormai, una parte di me, si è milanesizzata. Doveva succedere prima o poi. Doveva succedere che io, come qualunque terrone trapiantato, un giorno avrei vissuto lo spartiacque, un giorno me sarei dimenticata com’è il sole vero, com’è il vero azzurro. Doveva succedere prima o poi de pensà “Che bel sole”, a Milano. Perché il posto dove viviamo diventa parte di noi e noi diventiamo parte di lui, e l’amore vince ogni cosa, e stavamo mejo quanno stavamo peggio.  

E a volte, sturmentalmente, per puro spirito di sopravvivenza, per banale amore di semplicità, ce portà a vedè bellezza, laddove bellezza un ce stà. O almeno, ce ne sta assai meno che altrove.

Così, io, camminando sui miei tacchi veri, spedita, nel gelo del sole milanese, stamattina so entrata in ufficio.

E ho iniziato una settimana nuova.

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