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E’ un fatto di Salute Vaginale

La Vagina non sta bene. Che si sappia.

Non so da cosa dipenda.

Non so se dipenda dallo stress, dalle 20 sigarette al giorno, dai 20 kg di troppo, dal vino, dalle 4 ore di sonno a notte da 4 anni, dal sentimentalismo occasionale, dalla stitichezza cronica, dai disordini emotivi, dalla confusione alimentare, dal ritorno di Barbara D’Urso sul piccolo schermo. Non lo so. Fatto sta che fino a ieri non avevo idea di cosa fosse un dolore intercostale. Oggi lo so. Mi sono arricchita.

Sicché tutte le mie amiche, tutte, quelle vicine e quelle lontane, m’hanno detto di andare da un cazzo di medico. Alcune si sono pure offerte d’accompagnarmi, all’ospedale vicino l’ufficio. E io c’ho detto di no.

E’ che io proprio odio andare dal medico, andare in ospedale, farmi degli esami, delle visite, scoprire che ho qualcosa che non va bene, perché naturalmente ho qualcosa che non va bene. E c’è dell’altro. C’è che io odio star male a Milano. Perché stare male a Milano mi ricorda quanto sono sola, quanto non ci sia qualcuno che – se ne avessi bisogno – possa prendersi cura di me. Che poi, magari, non è che la realtà sia esattamente così. Però io ormai mi sono persuasa del fatto che se mi prendesse un accidenti durante la notte o di domenica, potrei serenamente morire e il mio cadavere potrebbe essere ritrovato dalla polizia, nella doccia, sopraggiunta sul posto dopo una segnalazione dei vicini, insospettiti da quel leggero odore di decomposizione che proveniva dal mio appartamento. In tutto questo, ciò che mi inquieta principalmente, è l’idea di aver lasciato in giro il vibratore o di avere la biancheria scoordinata. Del resto, la Vagina Maestra l’ha sempre detto che bisogna stare “in ordine” a prescindere, che “non si sa mai”.

Indi per cui, a Milano, qualunque mio malessere fisico si accompagna sempre ad un profondo patimento psicologico che lievita al punto da trascendere la banale algia corporea, prendendo una forsennata deriva paranoide e fatalista. Per cui le fitte nel torace, che tutti continuano a dirmi “hai preso freddo” e io penso “ma che minchia di freddo che ci sono 30mila gradi?”, diventano nulla a cospetto del nodo che mi si crea in gola al pensiero di andare dal medico da sola. Come fossi una bambina. Che, in fondo, lo sono. Una bambina, intendo.

E intanto continuo a chiedermi come sia possibile che al mio corpo così solido e robusto, ma soprattutto robusto (dio, che parola o-d-i-o-s-a “robusto”, come quando alle elementari dicevano “sei robusta”, voglio dire, mi hai presa per il tronco di una quercia secolare?), ecco come sia possibile che mi sia accaduto ciò. E mi sono data la mia personale spiegazione.

Quel dolore lì, quella fitta improvvisa e feroce che ho sentito altezza sterno, quell’indolenzimento turpe che mi ha infettato tutto il petto, è sostanzialmente imputabile a due fattori:

1. Aver ascoltato per tutta la giornata la discografia di Battisti

2. Aver associato la discografia di Battisti a una serata con 3 mie amiche vagine: una che si sposa tra qualche mese, una che convive da un mese, una che è innamorata di un uomo lontano e ha deciso di raggiungerlo. E io, che dissimulo le mie carenze affettive, confondendole con coiti spassionati.

Aver associato la discografia di Battisti ai discorsi sulle tende e su quanto sia scomodo appenderle, le tende, e farci l’orlo, alle tende, non hai idea, lo sbattimento. Aver associato la discografia di Battisti ai racconti sui weekend passati all’Ikea a comprare le coperte per l’inverno che verrà, da passare in casa con un compagno, mentre fuori c’è il gelo, guardando un documentario di History Channel su Sky con un gatto appollaiato sulle cosce a fare le fusa. Aver messo a fuoco che il mio inverno sarà fatto di tante domeniche silenziose, riempite dalla playlist di YouTube. Aver messo a fuoco che io le tende con un uomo non le sceglierò mai, non per niente, ma perché io le tende già ce le ho. Perché io ho già deciso di che colore è la mia vita e nei pensili ho già le stoviglie. E quella cosa che mi suona così insensatamente romantica, come perdere una domenica a montare un Pax Ikea, io non la vivrò. Perché la mia casa è completa, come la mia anima. Non che abbia tutto. Non che sia compiuta. Ma insomma, è fatta. Esiste già. E c’è poco spazio per un altro. E allora io ho ascoltato tutti quei discorsi e ho ascoltato la discografia di Battisti, e ho finto che non mi mancasse l’idea di imbastire una vita con qualcuno, ho finto di non avere paura, ho finto di non avere fretta, ho finto di bastare a me stessa, ho finto di essere padrona della mia vita, del mio tempo, della mia vulva. Ho finto di non sperare che, un giorno, capiti anche a me, di prendere le misure di uno stanzino con un metro da sarta, per una casa che non sia più solo mia, che diventi “nostra”.

Possibilmente con un terrazzo.

E allora io ho ascoltato tutti quei discorsi e ho ascoltato la discografia di Battisti, e ho finto che tutto andasse bene.

Solo che poi ho rischiato un attacco cardiaco.

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Le 14 fasi della rottura

Stanotte ho dormito 5 ore e, considerato che sono in un periodo di incoerenza completa, non mi vergogno di smentirmi da un post all’altro e scrivere che oggi mi compro la valeriana. Famo che ce provo.

Mi sono svegliata alle 11 e adesso sto ascoltando Stella Stellina di De Gregori che fa parte della NUN-ME-REPIJIO COMPILATION, ovvero sia quella lista di canzoni devastanti che ognuno ha e che ascolta quando vuole tagliuzzarsi l’anima. Io, solitamente, mi punisco con De Gregori, Battisti, Capossela, Tenco, Amandoti dei CCCP, Nuotando nell’aria dei Marlene Kuntz e quando sto proprio frecata ascolto questa:


 

Poi ho anche la ME-REPIJO COMPILATION che di italiani prevede esclusivamente gli Afterhours. Ma quelli sono già una fase successiva, il momento in cui puoi ascoltare versi come “Sai ancora se vuoi? Hai volontà? O stai soltanto crollando con razionalità?”  oppure “Hai voglia di rinascere o è solo che non sai come finire?” oppure “Vedrai, vedrai se il mio amore è una patologia saprò come estirparla via”.

Gli Afterhours si accompagnano coi Nirvana (rigurgito post-adolescenziale, di quando me incazzavo da piccola e me chiudevo a chiave in camera e non andavo a cena – il ché per me era un sacrificio importante – e mettevo a palla Nevermind e In Utero in segno di protesta sociale contro i miei genitori – riflettendoci, perché minchia dico di volere dei figli? Metti che me esce una cosa che me spara Lady Gaga a palla?). Poi ci sono tutti i gruppetti indie del caso e Sex On Fire dei Kings of Leon che, siccome sono una con poche barriere cognitive e nun me servono manco i messaggi subliminali, mi sembra la colonna sonora perfetta di un intercorso sessuale appagante, intenso, completo e appassionato.

Essenzialmente la ME-REPIJO COMPILATION coincide però con una fase successiva a quella in cui mi trovo io al momento, avendo teorizzato la fasi della fine del rapporto come segue:

1. Follia

2. Rifiuto

3. Mestizia

4. Non risponde

5. Ctrl + Alt + Canc

6. Avvia gestione attività

7. Chiudi il programma

8. Riavvio

9. Elaborazione

10. Lieve rinascita

11. Ricaduta

12. Rinascita più convinta

13. Troieggiamento

14. Cinismo 

Et voilà! 14 fasi, n’anno de paturnie tremebonde e passa tutto!

Detto ciò, famo che per pudore non dico la fase in cui sto (e intanto so passata a “love is a losing game” di quella buon’anima tossica dura e impura della Winehouse). Una volta il mio ex mi ha detto, quando il mio ex mi faceva ingarellare dicendomi delle frasi assolutamente ovvie che però a me sembravano illuminanti e geniali, quando mi metteva nell’angolo e mi spogliava di tutti miei alibi e questo mi seduceva da pazzi perché nessuno aveva mai osato e saputo farlo così (prima che questa diventasse una reciproca attività sadomasochistica, che ricambiavo con ferocia e che non contemplava l’eccitazione fisica ma solo il massacro emotivo), ecco una volta mi disse “Tu sei convinta che amare significhi soffrire” che sembrerebbe na frase der cazzo se non fosse che era vera, perché non avevo mai saputo amare un uomo senza soffrire. Io c’ho provato a smentirla, c’ho provato a comportarmi come un ariete, ma sono un fottuto scorpione. E adesso che mi struggo da pazzi all’idea di non vederlo più arenato in tuta sul mio divano, cosa che tecnicamente odiavo, perché pensavo a tutto quello che non facevamo invece che pensare a quello che facevamo, che erano piccole cose ed erano speciali e io ero troppo incattivata per capirlo, qualcuno mi renda la fetta di cervello che m’hanno pignorato ve prego, ecco io adesso mi sento proprio persa, come la più infima delle vagine…

…e questa sensazione me la devo ricordare un sacco quando poi nella quotidianità finisco a sentirmi “stocazzo”, una gagliarda con tanto di palle, un spanna sopra l’artri, perché in realtà, so peggio de quelle che vanno ai concerti della Pausini (Zia Vagina, che ci andrà, è un’eccezione. Io la lovvo, come dicono i gggiovani, comunque e nonostante tutto). 

Ad ogni modo, questo ci tengo a dirlo, io mi sto sforzando di essere la migliore possibile. Certo, il risultato non è un granché, però io ce sto a provà. E’ che le altre volte era più facile. Le altre volte il lui di turno era comunque uno stronzo, comunque uno sbagliato, comunque uno che era mejo perderlo che trovarlo. Lui no. Lui è speciale. C’ha solo sto piccolo difetto di vivere lontano, in quella terra innominabile che d’ora in avanti chiameremo “il deretano di Gollum“, unito al piccolo particolare che giustamente non vuole più sbattere con me e che se vuole piazzà – è solo questione di tempo - con un’abitante del deretano di Gollum: semplice, caruccia, magra, poco complessa, docile, magari fan di Fabio Volo e di Ligabue.

E, magra consolazione, io che l’ho portato di forza al concerto di Roger Waters comprandogli il biglietto senza manco chiedergli se fosse disposto a spende 150 euro per il concerto più bello della vita sua, ecco io almeno posso ghignare a immaginarlo in mezzo a 100.000 stronzi a cantare “Ti bruceeeraaaaaaaiiiiii piccola stella senza cieeeeeeloooooooo“. Io non ci sarò fisicamente accanto a lui, in quel momento, mentre abbraccerà La Qualsiasi facendo volteggiare in aria il suo accendino acceso (vado a vomitare e torno) però, cazzo, mi penserà. (Sono tornata) Naturalmente non lavoro di fantasia, questa persona esiste, io lo sapevo già e lui me l’ha confermato. E’ un’ “amica”, m’ha detto (che, altrettanto naturalmente, non ha i porri in faccia, i baffi e non pesa 180 kg, ma ha come l’aria de esse l’unica deretanese 30enne chiavabile su piazza). Spererei di non parlarne mai più, ma temo che ne parleremo più avanti.

Ad ogni modo, nel mio tentativo di essere la migliore possibile, ho deciso che comunque non vojo più alienarmi. Esco tutte le sere, rientro tardi, piango n’oretta (non sempre, ma spesso) e poi dormo 3 ore. Ma a me, me pare già un piccolo progresso.

Ieri sera so andata a cena col mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale. Gli ho scritto per dirgli che ero in anticipo, il ché voleva dire che sarei arrivata puntuale. Me so seduta al tavolo e m’ha detto che mi vedeva più vecchia, sciupata e gonfia, che è un mix comunque accattivante…poi mi ha fatto un’analisi psicologica approssimativa ma verosimile, mi ha detto che la devo piantare di ragionare come una terrona ponendomi il problema di figliare nei prossimi anni, che devo fare esperienze e che devo completarmi da sola. Poi avemo parlato anche di molti altri argomenti, disparati, avemo magnato una bistecca con polenta, verdure grigliate e chips (che a Milano so convinti che le chips siano più fighe delle patatine fritte normali, non capirò mai perchè) e un dolce con le mele delizioso. Ci siamo tracannati pure una bottiglia di rosso del 2004, spesso e intenso di cui non ricorderò mai il nome. E poi siamo andati sui navigli e io me sentivo una nana balneare affianco a lui che è alto du metri.

Stasera c’ho la cena di Natale con il gruppo di amici siciliani (perché terrone socializza con terrone) e me tocca de preparà un tiramisù. Quindi me sa che vado. Mentre continuo ad aspettare Natale e il ritorno a casa, di entrambi.

Perché le fasi so 14. Quindi o riesco a recedere e a riprendermi l’anima mia, oppure dovrò annà dritta, a gennaio, verso il no-way-back.

Oltre a smettere di fumare, fare la dieta, andare in palestra, risparmiare e fare tante azioni buone.

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