Ogni volta che chiamo l’estetista per prenotare un appuntamento e ci dico che voglio fare baffetti, sopracciglia e inguine, quella mi pone questa domanda esistenziale: normale, brasiliana o totale?
Ambarabà Ciccì Coccò, 3 cerette sul comò…
Che io sono tipicamente in giro, magari in coda alle Poste a pagare una multa, e provo sempre un leggerissimo imbarazzo a mettere a conoscenza i presenti della foggia che assumerà l’area più sacra del mio corpo.
Perché a Milano è così. Sono professionali e sono precisi. Per ogni pelo estirpato il prezzo aumenta. Loro hanno da saperlo in anticipo, perché gli appuntamenti si prendono fitti fitti, e noi vagine impegnate nella lotta contro la natura pilifera, veniamo stipate una dietro l’altra, nel corso delle ore, come in un’alienante catena di smontaggio ordita per abbattere la tirannia del pelo superfluo.
Premetto che io mi sono a lungo concettualmente opposta alla moda della patata glabra, per una serie di ragioni tra cui la principale è che scosciarsi ignude di fronte a una sconosciuta per farsi spalmare cera bollente e farsi strappare via i peli dalla parte più delicata del nostro corpo, mentre magari quella cerca di distrarci raccontandoci dell’ultimo disco di Biagio Antonacci, è un’esperienza davvero brutta e dolorosa. Che poi c’è quelle che ti dicono “Non ti irrigidire” e tu vorresti rispondere “Sì, hai ragione, in effetti sentire che armeggi a cavallo tra piccole e grandi labbra armata di colla e strisce di carta è rilassante quasi quanto fumarsi un personal di White Widow ascoltando i Porcupine Tree, c’hai ragione, scusa”.
Non che le altre tecniche depilatorie siano molto migliori: io con le creme non je la faccio, non c’ho pazienza, puzzano e non mi tirano via tutto. E il rasoio è un martirio.
Poi, per carità, depilarsi l’inguine è importante, non è che stiamo dicendo di fare i dread alla passera, sia chiaro. Ma la prima volta che ti metti a 4 zampe sul lettino dell’estetista per farti depilare tutto-tutto, e quella non può dirti “mettiti a pecora” quindi ti dice “mettiti a cagnolino”, tu senti chiaramente di stare sacrificando tutta la tua evoluzione femminile in una maniera profondamente turpe, sull’altare dell’estetica pornografica, e non sai nemmeno tu bene il motivo per cui lo stai facendo, e invochi lo spirito di Patti Smith che non si fa nemmeno i baffi e le chiedi di perdonare la tua momentanea prostituzione all’epilazione massificata e capitalista.
Personalmente, dopo essermi depilata, sento un forte moto di zoccolaggine inside. E ho capito che dipende semplicemente dall’esigenza morale di legittimare la sofferenza subita con almeno 30 minuti di sapiente cunnilingus. Perché fare tanta fatica per mettere in ordine una cosa che nemmeno si vede è scelta razionalmente incondivisibile. Poi, per carità, quella fatica la facciamo, perché hai visto mai che inciampi in Javier Bardem e c’hai le balle di fieno sull’inguine? No, non va bene. Resta il fatto che noi vagine, a tirarci via i peli in quel modo, viviamo in una condizione di perpetuo credito sessuale nei confronti della società. Che si sappia.
Tecnicamente esiste 1 solo mese dell’anno durante il quale ha senso procedere con una depilazione drastica: agosto. Ad agosto si va al mare, e al mare c’è da star serene, non possiamo preoccuparci che qualcosa sbuchi dai succinti costumi da bagno. E sapere di non avere il becco d’un pelo lì dove dio voleva li avessimo, è un grande vantaggio. Per tutto il resto dell’anno trovo che rispondere “normale” all’estetista sia una scelta più che accettabile e poi, diciamocelo su, non è che la “totale” se la possano permettere proprio tutte e in molti casi lasciare un po’ di spazio all’immaginazione non guasta.
Capisco che molte propugnano l’evirazione pilifera pensando che così, avendo tutto sott’occhio, i maschi possano scoprire i misteri dell’Area 51 e poi trovare il clitoride più facilmente, ma in quel caso suggerirei di cambiare maschio. O di aiutare l’Indiana Jones della vulva in modi assai meno dolorosi e innaturali.
Senza contare che, a mio avviso, all’uomo vero il pelo piace. Perché il sesso più sano è scomposto, spregiudicato, brutale e primitivo. Il sesso migliore ci riduce a pelle e respiro, istinto e sudore, ci avvicina tantissimo agli animali, annienta la consapevolezza e la razionalità. E’ empatico più che estetico. E un vero maschio, di fronte al più succulento dei nostri solchi, non può che pensare al nostro piacere, attraverso il quale sublimare la sua eccitazione. E dovrebbe badare poco, assai poco, a quanto irsuto è il nostro pube, curandosi assai più della partecipazione che il nostro corpo manifesta di fronte alle sollecitazioni che ci propina.
E se un cazzetto fa troppo lo schizzinoso, si vede che non è molto virile. Del resto, Moana Pozzi ce l’aveva pelosa.











