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La Cellulite è una Malattia. Come l’omosessualità.

Ho scoperto di essere malata. L’ho scoperto grazie allo spot di Somatoline che, nella sua totale inefficacia comunicativa,  vince il premio come metodo di auto-diagnosi più avanguardistico.

Faccio un breve (e sul breve, mento) antefatto:

Io sono grassa e lo sono sempre stata, anche se ante-Milano lo ero molto meno. Gli inquirenti stanno ancora cercando di capire come sia possibile che in questa città in cui regnano la magrezza, il fitness e l’abnegazione alimentare, in cui si vive costantemente affamati, dinamici, stressati, in cui tutti parono corde tese di violoncello, ecco gli inquirenti indagano sulle cause dei miei 8 kg in più presi in soli 3 anni. Brancolano nel buio, perché comunque le forze dell’ordine sopraggiunte nella mia vita non erano preparate, hanno compromesso la scena del delitto e inquinato alcuni importanti indizi. Bruno Vespa, in studio, ha un plastico di Slimer (in foto, il plastico) per discutere con Crepet della sconcertante somiglianza che si è manifestata tra me e il blob verde negli ultimi 3 anni.  Fatto sta che al momento i sospetti ricadono quasi totalmente sulla sedentarietà del mio stile di vita.

Tuttavia, dicevo, io sono grassa e lo sono sempre stata. Prima, quando ero convinta d’esserlo molto, lo ero molto meno. E ogni volta che guardo le foto anche di soli 4 anni fa, una piccola Kate Moss dentro di me muore di dolore.

Ma, in verità, non ho mai voluto essere magra. Il passepartout della mia coscienza è sempre stato ciondolarmi tra la 44 e la 46 (infatti ora patisco perché ciondolo tra 46 e 48, ma questo è un altro discorso).  Non ho mai voluto essere magra perché dopotutto mi sono sempre piuttosto accettata e mi sono sempre trovata piuttosto chiavabile. Oltre al fatto che Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, mi ha sempre detto “tu sei bella obesa così come sei” e io gli ho sempre creduto. Inoltre, dall’età di 13 anni ho iniziato a costuirmi una serie di sovrastrutture intellettuali che legittimassero la mia grassezza e per circa un decennio il mio cavallo di battaglia è stato: “non posso essere magra, se fossi pure magra, sarei perfetta“. Com’era bello quando per sentirsi quasi perfetti era sufficiente prendere 8 a scuola; o fumare una bomba nella Clio annata ’98 del tuo cazzetto preferito – 7 anni più grande di te – sulle note di Frank Zappa mentre la luna scendeva e la notte passava su quella scogliera cosparsa di fazzoletti bianchi e di bambini mai nati; oppure struggersi l’anima guidando sulla litoranea d’inverno – che è assai più bella della litoranea d’estate – nella vecchia Punto XS grigio-topo di tuo padre. Praticamente è l’unica cosa XS che io abbia mai indossato nella vita, la vecchia macchina de mi padre.

Però c’è sempre stata una cosa di cui sono andata fiera nella mia grassezza: la mia assenza di cellulite. Cioè questo esser corpulenta ma liscia, senza buchi e bucce d’ananas su cosce e culo.

Fino all’altro giorno.

Quando ero in ufficio, a Vaginaland, quella terra di nessuno popolata di ormoni e di vagine che si occupano di pubbliche relazioni + una vagina segretaria che ricorda piuttosto fedelmente un pittbull lesbica. Ero in ufficio e in uno di quei momenti di svacco ovarico, è venuta Zia Vagina nella mia stanza a dire che aveva preso una decisione importante: farsi dei fanghi contro la cellulite, nemico che lei già combatte con aquagym e sci di fondo. Ora, Zia Vagina è molto ma molto bella. Poi sì, io l’adoro e quindi me pare ancora più bella. Ma comunque è bella assai. Dentro e fuori. E’ forte e fragile. Cioè è una che Platone potrebbe mettere pure nell’iper-uranio nella sezione “vagine“. Quindi io le ho risposto, semplicemente: “tu sei matta”. La mia stagista, invece, che è tipo magrina magrina, bellina bellina, sofisticatina sofisticatina, le ha risposto che lei, piuttosto, le consiglierebbe di investire 500 euro (!) per 15 massaggi, come ha fatto lei qualche anno fa. Allora ho pensato a queste adolescenti milanesi che vanno a farsi 15 massaggi a 18 anni per levar via la cellulite. Perché aveva iniziato a prendere la pillola, che le aveva fatto venir fuori le tettine, il culetto, ma pure la cellulite. Alché, io le ho detto: “Ecco, perché forse la cellulite fa parte della femminilità, no?”.

Solo che poi so tornata a casa, me so spogliata pe farmi la doccia serale che è uno dei 7 piaceri della vita e, a differenza di tutte l’artre sere, me so guardata allo specchio in HD (cioè con gli occhiali). E, ahinoi, l’ho vista.

Sulle mie pingui cosce. Ovunque disseminata. Come se sulle mie rotondità ci fosse stata un’esplosione atomica di ritenzione idrica.

Cellulite.

Fortemente turbata mi sono data alle mie attività serali, ho cucinato, lavato i piatti del giorno prima e, nel mentre, sono inciampata nell’auto-diagnosi di Somatoline.

“LA CELLULITE è UNA MALATTIA”

E in quel momento ho sentito chiaramente, in me, delinearsi che tipo di vagina sto diventando. Una vagina che non è contenta d’avè la cellulite, come nessuna. Una vagina che si sente in colpa quando vede vagine molto più belle e toniche di lei preoccuparsi delle proprie minime imperfezioni. Ma, fondamentalmente, una vagina che pensa, e lo pensa davvero, che se le persone- sì, con un occhio all’alimentazione e a un minimo de sport da fare innanzitutto per salute – accettassero meglio il naturale decorso del tempo, accettassero come naturale il manifestarsi della cellulite, la perdita dei capelli, la comparsa delle rughe o della panza, capendo che essere attraenti non sta in niente di tutto questo, ecco e se riservassero altrove le proprie energie, forse saremmo tutti un po’ più cessi, ma vivremmo tutti in un posto migliore.

ps: Somatoline, vaffanculo, comunque. Tu e i tuoi creativi.

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Vagina 1 – Gocciole 0

Due pacchi di Più Gusto – Gusto Pomodoro in una settimana non sono un buon risultato.

E’ successo di peggio stasera, dopo il lavoro, al Dì per dì vicino casa mia che, dopo il Punto SMA, credo sia il super-market buco-di-culo più costoso di Milano. Almeno di Milano ovest.

E’ successo che dopo aver comprato lo shampoo – unica reale esigenza che mi aveva sospinta in quel luogo – ho indugiato davanti allo scaffale dei biscotti. L’ho fatto con disinvoltura, ho lanciato uno sguardo fugace, come se non sapessi che loro erano lì a guardarmi, a chiamarmi, piano piano, come un sibilo bulimico che, impercettibile, faceva per attrarmi a sé. Lì, nel loro pacco 500 gr, con lo sfondo bianco e le scritte rosse. E loro, disegnate sul packaging. Vitali. Sinuose. Cosparse di macchie marroni. E poi si sa cosa pensa uno, in questi casi: “adesso le compro, ormai ne sono uscita, ne mangio tre, quattro al massimo, poi chiudo il pacco, lo ripongo nel mobile e bon”. Uno poi pensa: “no, io non mi rimpinzerò di gocciole pavesi come se non ci fosse un domani, come se dovessero sgozzarmi, arrostirmi e servirmi sul banchetto di un grosso, grasso matrimonio greco. No io ormai so gestirmi, io ho vinto su di loro, ehehe sì Vagina 1  - Gocciole 0. Io farò la mia piccola porzione e quella mi basterà”.

Stronzate!!!

Non è vero che sappiamo gestire i nostri impulsi, tendiamo naturalmente a ripetere gli stessi errori, a perpetrare gli stessi schemi, perché confermarci le nostre debolezze è l’unico elemento rassicurante delle nostre vite. A volte proviamo ad alterare l’indisturbato flusso della nostra mediocrità: facciamo una fatica boia, senza auto-migliorarci perché, dopotutto, according to Chuck Palahniuk, l’auto-miglioramento non è la via.

E siccome io questo, dopo numerose relazioni terminate e numerose chilate di Gocciole Pavesi mangiate, ormai ce lo so, decido di resistere, decido di comportarmi come una vagina coscienziosa (nel senso, cosciente della sua zelante obesità, che non necessita di ausilii o spintarelle).

Perché io ce lo so cosa succede, poi. Succede che io ne mangio davvero 3-4. Ma ogni mezz’ora. Succede che so che ci sono, e quindi le voglio. Succede che dopo un po’ la frolla industriale mi intasa la gola e a quel punto devo decidere: mangio l’ultima e rischio di morire (e non resisto alla tentazione di immaginare il plastico della mia trachea nello studio di Porta a Porta), oppure bevo un bicchiere d’acqua e continuo a ingozzarmi fino al suicidio?

E siccome io questo ce lo so, decido di resistere.

Compro un Tronky, però. Non è colpa mia, ormai mi era presa la scimmia che volevo qualcosa di dolce.

Perché voglio la ciccia. Voglio i brufoli. Voglio smetterla di vivere chiedendomi ad ogni passo che faccio – e fortunatamente conduco una vita sedentaria – chi sono e chi sto diventando.

Voglio smetterla di pensare che sono stronza, egoista, feroce e viziata e che per questo morirò sola, grassa, con 2 gatti e 5 pacchi di Gocciole Pavesi sul divano.

Voglio smetterla di pensare che la mia dimensione sia solitaria, perché non sono bella abbastanza.

Voglio smetterla di guardare le mie amiche con i loro uomini e pensare che sono fantastiche e che io non ho saputo essere altrettanto matura, altrettanto dolce, altrettanto sapiente.

Voglio smetterla di sentirmi in colpa perché sono troppo presa da me per occuparmi di un cazzetto, che non sarà comunque mai all’altezza delle mie insopportabili aspettative.

Voglio smetterla di pensare che, in fondo, io di quello che viene comunemente definito “‘amore” non so un cazzo.

Voglio smetterla di pensare che posso essere solo una scopata. Sopra la media. Ma solo una scopata.

Voglio smetterla di pensare tutte queste stronzate, prima di convincermene davvero.

E, soprattutto, voglio smettere di essere così perdutamente vaginale.

 

E allora il mio pensiero va a quella tipa, quella inglese, che ha dichiarato di avere 2 vagine, come ho appreso ieri da un articolo che mi ha segnalato il mio amico blogger.

Ecco, io non oso immaginare l’inferno che attraversa quotidianamente costei. Io non posso che mandarle, così, platonicamente, la mia più grande solidarietà. Perché avrà anche un buco in più, ma quanta fatica può fare, combinare 2 vagine e 1 cervello?

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Protetto: Rabbit and the city

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