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Stagionature Vaginali

Qualche giorno fa, per ragioni sulle quali ritengo opportuno sorvolare, stavo guardando su Google delle fotografie di Alessandro Preziosi che comunque, diobbuono, Elisa di Rivombrosa a parte, resta sempre una cosa che noi vagine siamo legittimate a tirar giù tutti i santi e le madonne del calendario, senza macchiarci di bestemmia, mentre immaginiamo di porgergliela in tutti i luoghi e in tutti i laghi.

Alessandro-Preziosi

Ho guardato quei suoi occhi azzurri incastonati sotto la fronte pronunciata e divisi da quel naso spudorato. Ho osservato dapprima delle fotografie in cui era giovane e bello come un dio greco e poi l’ho guardato in alcuni scatti più recenti, in cui ha i capelli  più radi e il viso più smunto e la barba brizzolata. E se innanzi al tracotante virgulto delle prime immagini me so detta “mappensa quanto è contenta su madre ad aver sfornato questo bendiddio“, guardando le altre mi sono accorta che c’è una cosa che davvero invidio agli uomini: il gusto di poter invecchiare migliorando e di poterlo fare più serenamente di noi.

Poi sì, con me vincono facile, perché tra Ashton Kutcher e Daniel Day Lewis io scelgo Daniel Day Lewis, ora e per sempre, al di là del bene e del male, senza remore e senza ritegno. Ecco. L’ho detto. Non che ciò implichi un culto per la geriatria, né che io vanti un particolare feticcio per le prostate, semplicemente è che a me  l’uomo mi piace adulto, mi piace che c’abbia le mani che con la vita ce se so sporcate, e certe rughe in faccia che mi raccontano storie passate senza bisogno di parlare.

Però è pur vero che, al di là del mio personale e opinabile gusto, invecchiare da cazzetti è na cosa diversa che invecchiare da vagine. Al cazzetto il capello bianco, la ruga, la panza, ci possono stare. Badate: parliamo di POTENZIALITA’, non è detto che ci stiano bene. Il put pourrì di ingredienti può dare esiti molto diversi che oscillano in un range compreso tra George Clooney e Renato Pozzetto, quindi va da sé che ogni caso dev’essere valutato singolarmente. Ma non era qui che volevo arrivare. Volevo arrivare al fatto che, per contro, a noi vagine l’invecchiamento pare non giovi altrettanto e quando iniziamo a ravvisarne traccia sul nostro volto e sul nostro corpo, devo confessarlo, non è un bel momento.

Più che altro è che noi facciamo – come è noto, perché su questo tema mi rendo conto di sfrantecare le palle, ma è importante assai – una grande fatica ad accettarci, così come siamo. A guardarci senza crocifiggerci, a scoprire cosa abbiamo di bello e ad accettare cosa abbiamo di cesso. Per esempio, io, dopo una giovinezza intera spesa ad essere “la ragazza più intelligente che abbia mai avuto” (pensa te il benchmark…) e mai, ma manco pe sbajo, “la più fica“, ecco io per esempio ho capito i limiti del mio aspetto che non hanno, peraltro, nulla da invidiare ai limiti del mio carattere. Per esempio, ho imparato che ho un brutto culo ma che in compenso ho delle belle poppe, delle belle mani e delle belle gambe. Non che questo significhi granché, ar finale, o che mi sollevi dall’onta di questo lato B che nemmanco la Contessa De Blanck ci farebbe a cambio. Però sticazzi, mi limito a pensare che ci sarà sempre una parte del mio spirito pronta a reincarnarsi in una fregna turgida e fan di Alessandra Amoroso ma, fino ad allora, degli espedienti di sopravvivenza ai manifesti 4×4 di Belen Rodriguez dobbiamo pure elaborarli no?

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L’unico punto debole, in tutto questo, per l’appunto, è l’invecchiamento. E’ che dopo aver fatto una fatica epica ad accettare i nostri difetti, facendo emotivamente leva sui nostri pregi, scopriamo che la spietata azione del tempo va a erodere anche i nostri punti di forza. E così, un giorno, t’accorgi che tra le sfumature del tuo crine un po’ castano, un po’ biondo-rame, spuntano fieri, lucidissimi e rigogliosi, un par di capelli bianchi, ma proprio bianchi, ma bianchi da far paura. Oppure t’accorgi che c’hai le rughe in fronte e che la tua pelle non è più liscia come apprima. Oppure ancora eccola lì, davanti a te, che sei in mutande innanzi allo specchio, eccola, la nefandezza, sulle pingui cosce: la cellulite, il demonio fatto imperfezione vaginale. Poi cerchi di calmarti e di riportare il cervello in posizione dominante all’interno del tuo self. Pensi che no. Che Somatoline fanculo. Che la cellulite fa parte della femminilità. Che dovremmo accettarla. Che tutto sommato sto già facendo un po’ di massaggi, perché in questo periodo ho bisogno di coccolarmi, e che comunque anche pace all’anima di codesto cazzo. E proprio mentre sei lì che quasi ti stai bevendo le tue stronzate equosolidali sul femminismo della buccia d’arancia libera, accade l’imponderabile.

L’occhio cade, casualmente, sulla coscia destra. Succede che non abbiamo mai il tempo di guardarci con calma (e inizio a pensare che sia un bene) ma lì, d’improvviso, li vedi: i capillari. Cristo. I capillari sulla coscia. Ora, voi lo capite, questo non è bello. E non conosco una soluzione. E siccome penso che questo mio decadimento fisico devo accettarlo con dignità, ecco, devo confessare che è complicato gestire il culo della Contessa De Blanck e pure le vene varicose sulle cosce. A 27 anni.

Ed ecco perché io invidio gli uomini. Perché loro possono invecchiare come il vino e godersi la loro stagionatura.

Perché a 40 anni sono più affascinanti di quando ne avevano 30. E a 30 sono più belli di quando ne avevano 20.

E se a loro spuntano i capillari sulle cosce, possono nasconderli sotto un allevamento di peli neri, lunghi e ricci.

Io, invece, no.

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Apnea Emotiva

Quando hai 27 anni e una discreta esperienza di vurpi fritti, come si dice a Taranto, non ti aspetti di sentire da un momento all’altro, così, d’emblée, una frase che ti vada in direttissima sulle palle (che in senso strettamente anatomico nemmeno hai), facendoti sentire parallelamente una deficiente di ultima generazione.

Non per niente, ma perché non sei più abituata a sentirti una deficiente, non per i cazzetti, per lo meno. Sai, si capisce, dopo un’importante gavetta tardo-adolescenziale di:

“forse mi hai dato troppa importanza” (by trombamico), ”ci stiamo solo frequentando” (by the same trombamico), ”non lo so se ti amo” (by trombamico diventato ex ex), ”tra noi non è cambiato nulla” (by sverginator), ”non ti tradirei mai per una qualsiasi” (by ex ex una settimana prima de mette le corna in vacanza), ”ormai è finita” (by ex), ”non ti devo niente” (by ex), ”lei è almeno 10 volte più bella di te, ciononostante ho scelto te” (by ex ex ex), “ah, non te l’avevo detto che lei è una modella?” (by ex ex), “come sai, io ho due relazioni” (by ex ex ex), ”sentiamoci su skype” (by egofrocio)...

…ecco una non se l’aspetta di avere ancora un margine di vulnerabilità dialettica ed emotiva, lì, così, alla mercé di un qualsivoglia cazzetto.

[Per carità poi, non oso immaginare le abominevoli nefandezze che posso aver detto io, ai cazzetti, in my life. Naturalmente ricordo le cose che mi sono state dette, quelle che hanno toccato il mio culo per dirlo con classe, ma so di essere stata all'occorrenza - a mia volta - quanto di più contundente potesse esserci nell'universo vaginale]

Invece io, ieri, mi sono sentita cretina. Di nuovo. E mi sono detestata, e mi sono cazziata, e mi sono ripetuta che no, che non devo sentirmici, tanto meno per un Cazzetto Immaginario. Il tutto è durato 20 minuti, sia chiaro, poi sono andata a magnare e bere con l’amici mia super-terrons, quindi sticazzi, però di fatto io quei 20 minuti lì, li ho spesi a frignare come una rincoglionita per un Cazzetto Immaginario.

Dicesi Cazzetto Immaginario il frutto di una patologia assai diffusa tra le vagine single e metropolitane: l’Apnea Emotiva. Il più riconoscibile sintomo della suddetta malattia è la creazione di microcosmi paralleli dentro i quali le vagine (presuntamente cazzutissime e indipendenti), stipano le proprie fantasie a sfondo domestico, fermentate nell’intestino tenue di una giovinezza spesa nella convinzione che tutti avremmo trovato la nostra metà perfetta.

io4

Nella sostanza capita che scegliamo un cazzetto X. Lo scegliamo secondo una logica apparentemente random ma che risponde, in verità, a un sofisticatissimo algoritmo vaginale, per il quale decidiamo che il soggetto individuato ha delle caratteristiche straordinariamente fuori dalla norma. E’ un’entità virtuale, spesso, una persona che non fa parte materialmente delle nostre vite, i cui limiti umani non siamo obbligate a indagare. Il soggetto è posto a una strategica distanza, anche geografica, da noi tale per cui possiamo deliberatamente idealizzarlo senza limite alcuno alla fantasia uterina. E così, per esempio, decidiamo che quella persona ci capisce meglio di tutti gli altri, oppure che ci affascina come nessuno ci affascinava da tempo. Decidiamo che è uno con cui potremmo pensarci, a concederci un lembo di pelle, cristosanto, perché per emozionarci per qualcosa di animato – al di là delle promo sui pacchetti-massaggi fatte dalla nostra estetista, intendo – saremmo disposte a vendere un rene.

Decidiamo che esso, il  Cazzetto Immaginario, è intelligente, colto, ironico, sagace, brillante, impavido, un po’ bastardello, il ché non ci spiace affatto, perché tutto sommato anche Mina cantava “Sei l’uomo più egoista e prepotente che abbia conosciuto mai” e ci sbavava dietro, quindi è lecito, voglio dire: si può fare!

E così siamo andate, perse, partite. Rincorriamo per i tornanti della nostra femminilità più impervia, in uno stato di alterazione allucinata, il nostro oggetto del desiderio, sognando piccolezze putridamente sentimentali che ci vengono sistematicamente negate per la presupposta lontananza dell’individuo. E poco ci manca all’amplesso mentre ci struggiamo al pensiero che adoreremmo guardarlo mentre si fa la barba, lui, con i suoi tratti secchi e decisi da vero maschio alfa!

Il meccanismo è, di per sé, potenzialmente perfetto, pura ingegneria vaginale, predisposta per autoalimentarsi da sola, senza dispendio di energie da entrambi i fronti. La negazione la tiene in vita e, nel mentre, una rinfrescatina ogni tanto, una telefonata, una fotografia, una email, un regalo, evvai che la torbida immaginazione riprende a macinare illusorie conferme.

Tutto procede liscio, finché il giocattolo non s’inceppa. Finché non t’accorgi che di reale in effetti non c’è davvero ncazzo. Finché non  capisci che è soltanto un’illusione che il tuo cervello tende alla tua vagina, per chetarla un po’, per farla sentire meno diversa da quel crogiuolo di homo sapiens che quotidianamente si innamorano e si disinnamorano, che soffrono e si struggono, si prendono e si lasciano.

Ecco. Il mio giocattolo si è inceppato ieri.

Ieri che ho capito che il mio Cazzetto Immaginario, quello che vive all’altra parte del mondo con la sua faccia storta e spigolosa, i suoi tratti scuri, le sue palle quadrate, la sua intelligenza, il suo cinismo, la sua ferocia, la sua indipendenza, il suo pragmatismo, il suo essere migliore di me, il suo esserci stato tante volte senza esserci stato mai, ecco io ieri ho capito che questa cosa, tutta, questa mia convinzione che lui sia fico a mio insindacabile giudizio, che io con lui riuscirei a farci all’amore come con nessuno in questo momento, guardandolo fitto fitto nell’occhi mentre mi deflora, con le sue mani nelle mie, nella vecchia e vituperata missionaria, intrecciandoci di baci prima di fare milleeuno sconcezze, ecco tutto questo non significa una minchia umida. Cioè, ho capito che questa proiezione delle mie ovaie non esiste e mi sono odiata, cazzo se mi sono odiata, mentre frignavo come una demente per uno che nella mia vita non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Mi sono odiata perché ero patetica e stronza. Perché me so inventata un sacco di cose che non ci sono e mi sono scoperta alla stregua delle pischelle dilettanti, che si costruiscono in testa quello in cui c’hanno voglia di credere.

Mi sono odiata perché una prolungata Apnea Emotiva mi ha indotta a questo: piangere per un Cazzetto Immaginario, cristo, robe che nemmeno a 13 anni per Leonardo Di Caprio, voglio dire!

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PeniPenuria

Io adoro quelli che ti dicono che sei single perché sei tu che pretendi troppo. Ma li adoro proprio da morire.

Li adoro quanto quelli normovedenti che, a un certo punto della conversazione, vengono assaliti dalla smania irrefrenabile di provare gli occhiali di un povero cristo ipovedente. E quello non vuole, giustamente, perché l’occhiale è una cosa personale, non quanto lo spazzolino da denti, per intenderci, ma quasi. Nove volte su dieci, però, il molestatore occulto ha la meglio, ottiene gli occhiali in prova, li indossa, fa una smorfia di sconcerto nemmanco avesse sentito una dichiarazione intelligente di Maurizio Gasparri e poi prorompe, davanti a tutti: “MINCHIA OH, SEI CIECO!”

Li adoro quanto quelli che quando si va a cena tutti insieme e arriva il conto dicono cose come “Eh, ma io non ho bevuto il vino“, oppure “Eh ma io ho preso un antipasto de meno“. Che alla fine invece che fare alla romana, bisogna rincoglionirsi in 12 persone per far risparmiare 1 euro e 70 centesimi a un solo stronzo.

Io adoro quelli che dicono che sono io che pretendo troppo, e che per questo motivo sono single, che mica deve per forza avere tutta la discografia dei Led Zeppelin, che mica deve per forza cogliere una citazione di Taxi Driver e poi, tutto sommato, se anche avesse saponificato degli esseri umani, o sciolto nell’acido carcasse di animali vivisezionati per hobby, o profanato tombe in nome di Pino Scotto, ecco, per quale motivo al mondo non dovresti fornirgli i tuoi orifizi? In effetti, non fa una piega.

Panda

Ciò che, loro malgrado, questi discendenti genetici di Marta Flavi non colgono è quanto sia autentica e dilagante la PeniPenuria nella quale viviamo. Dicesi “PeniPenuria” un disdicevole fenomeno sociale, con ripercussioni inevitabilmente genitali, per il quale il rapporto tra i cazzetti single, eterosessuali, con un’invalidità emotiva non superiore al 30% ed esenti da psicofarmaci, e il numero di vagine è tipo di 1 a 30. E in una situazione del genere, puoi stare pur certa che ci sarà una più topa di te che si prenderà il pene in questione.

Quel che non è chiaro è che non siamo noi vagine a pretendere iddio sa cosa. E’ che semplicemente, qui a Milano più che mai, ci sono rarissimi esemplari di homo sapiens capaci di triangolare nella propria persona la magica formula: single-eterosessuale-decente. Questo mica per farci ingravidare e sfornare figli manco fossimo neocatecumenali. No. Questi esemplari non ci sono nemmeno per l’avventura, per la trombamicizia, per vidimare un abbonamento mensile e fare qualche giro, e chiacchierare poi, stesi nudi, fumando dell’erba di discreta qualità, scegliendo che film guardare insieme, prima di rivestirsi di tutti i propri alibi e tornare alle proprie impegnatissime e separate vite. Il cazzo!

Il massimo che può accaderci, escludendo quelli già impegnati, è di inciampare in qualche scopatore seriale, i cosiddetti “scapoli recidivi”, che di solito sono quelli che, raggiunto l’apice della gaussiana del loro ingrifamento, si abbandonano a frasi come: “Dimmi che sei la mia troia” e tu pensi “Ma chi minchia ti conosce?” e quelli insistono “Dillo” tutti infoiati che si pensano d’essere John Holmes, e tu pensi che no, vaiaccagare no! Io “tua” non lo sono proprio. E quando lo dico (e invero nella mia vita l’ho detto e l’ho detto all’unisono col cuore e la fregna, perché in quel momento mi ci sentivo e di sentirmici ero felice) ha un significato, cristosanto!

Ecco, questo è il massimo che possa capitarci.

Perché la verità è che il Maschio Scopabile (single, eterosessuale e decente) è un esemplare in via d’estinzione, peggio del panda, e il WWF nemmeno se n’è accorto. Tocca proteggerli, tenerli in cattività e obbligarli a riprodursi, quelli che restano. Dobbiamo pensare alle generazioni future di vagine che, altrimenti, si troveranno circondate da soli EgoFroci squilibrati, che per il genere umano rappresenteranno ciò che l’asteroide ha rappresentato per i dinosauri: la fine della specie.

E invece, per tutti i miscredenti, per tutti quelli che continuano a sostenere che siamo noi ad esagerare, io lancio una sfida: il Censimento del Maschio Scopabile Italiano. Cioè, tutti voi che siete accoppiati, dovete segnalare portatori di pene che rispondano ai 3 requisiti principe: eterosessualità comprovata, singletudine non patologica e decenza, dove con “decenza” si intende

- igiene personale

- un’accennata gradevolezza estetica (che la sua visione non sia più efficace della crusca sul nostro intestino, per intenderci)

- un minimo sindacale di piacevolezza dialettica, di argomenti condivisibili e una modestissima cura della lingua italiana

- una fedina penale pulita

- indipendenza economica e abitativa, costituiscono requisito preferenziale

Trovateli, censiteli, considerate pure aperta la Caccia al Pene.

Sia chiaro: tutto ciò solo per il gusto di dirvi, poi, quando tornerete a mani vuote o quando, a ben guardare, ciascuno dei vostri candidati avrà un macroscopico handicap, ecco, dirvi:

Odio dirlo, ma ve l’avevo detto“.

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Stop all’evoluzione Vaginale?

Ieri ho avuto uno scambio di battute con una mia collega vagina, una che è gagliardissima e che ha più di 30 anni, un sacco di energia, due braccia molto muscolose e un umorismo che mi fa tagliare.

Eravamo in cortile a fumare una sigaretta: io, lei e la mia collega milanese purosangue, che è fidanzata. Mentre ci lamentavamo, non so di cosa, ma sicuramente non c’era alcun serio motivo per farlo, è passato un tipo, un fichetto, uno carino, tipicamente milanese: alto, magro, ben vestito, giovane, con tanti capelli sottili.

La mia collega vagina milanese purosangue ha detto qualcosa come: “Che bel figlieul” o una roba del genere (tra le mie numerose velleità non rientra il writing del vernacolo milanese).

La vagina over30 ha chiesto alla milanese purosangue: “Ma non sei fidanzata te?”, la risposta è stata “sì” e il commento, immediatamente successivo, della over30 è stato: “Del resto anche se hai già ordinato, non vuol dire mica che non puoi più guardare il menù”.

Poi la over30 si è rivolta a me, assorta com’ero in altro genere di pensieri che verosimilmente spaziavano dai diritti delle donne musulmane all’invecchiamento di Benicio Del Toro, e mi fa: “O no?”

“Beh sì, certo”, le ho risposto. Che è quel genere di cosa che amiamo dire per sentire di avere anche noi il pisello, che pure che stiamo con uno ci guardiamo attorno. Oppure è quel genere di cosa che ci piace dire per non ammettere che non amiamo più la persona con cui stiamo. Forse. Ma comunque, nonostante il mio ciclo, non avrei mai alterato quel momento di cameratismo vaginale con una sterile polemica socio-sessuale. E quindi sono stata d’accordo.

Poi, a metà delle nostre Camel Silver, Winston Blue e Marlboro Light, la vagina over30 mi chiede: “Anche tu hai ordinato, no?”, riferendosi sempre a questo enorme menù immaginario dei cazzetti di tutto il mondo.

“No, vagina over30, io e te abbiamo smesso di ordinare più o meno nello stesso periodo l’anno scorso. E abbiamo fatto reciproco outing in una delle tante sere in cui eravamo in ufficio fino alle 21, ricordi?”

“Ah già, è vero…eppure ero convinta avessi ordinato di nuovo”

“No no”, ho risposto io, chiedendomi se la sua convinzione significasse che ho l’aria di una che scopa tanto o di una che si accasa in fretta. O nessuna delle due. O entrambe.

“Quindi non ti sei rimessa sul mercato…”

“No, dopo settordicimila anni in coppia (che poi sono stati 5 anni, con 2 cazzetti diversi) io preferisco decisamente così adesso…”

“Fai bene…”

“Sì, ci sta”

E, nel dirlo, mi sono chiesta perché quasi sempre, quando si fanno questi discorsi, ci sia così tanta incredulità nell’aria. Una specie di non crederci a priori, che anche nel caso in cui tu dica effettivamente ciò che pensi, finisci col sentirti ipocrita, o persino un po’ in colpa nel non dipingerti come triste, o come sfortunata, o come diseredata, 0 come frustrata, o come disgregata, così, nella solitudine di una vita priva del collante virile. Come se fosse indispensabile patire l’assenza di un cazzetto e mostrarlo, per essere rassicuranti, per perpetrare l’idea che in coppia è bello e auspicabile.

E, in effetti, no. Non sono in coppia per scelta e non è una scelta necessariamente bella, o facile, o a costo zero. Come tutte le scelte, del resto.

“Tu, invece, hai ri-ordinato?”, le ho chiesto io.

“No, decisamente…” mi ha detto. “Io resterò…” rullo di tamburi e un filo di terrore ”ZITELLA”

Occazzo. Occazzo, l’ha detto. L’ha detto sorridendo, ma l’ha detto.

“Diversamente”, ha continuato, “dovrei accontentarmi, e non mi pare proprio il caso”, ha concluso, guardando il blackberry.

Io ho annuito e abbiamo spento le nostre sigarette ormai consumate.

E io non ho più smesso di pensare alla sua ultima frase, a questa storia del non accontentarsi, a questo nostro continuo giocare a scacchi con le nostre aspettative. Ho continuato a pensare alla sua ultima frase e mi sono chiesta se non sia forse vero che più cresciamo, meno ci accontentiamo. E che forse, in una visione pragmatica del mondo, dovremmo fare esattamente il contrario.

E’ forse vero che è sempre più difficile trovare qualcuno che ci piaccia, che sappia strimpellare un po’ le corde della nostra femminilità, facendoci sentire migliori, sublimandoci e non banalizzandoci? E’ forse vero che più ci completiamo, più bastiamo a noi stesse, più diventiamo consapevoli, mature, forti, meno possibilità abbiamo di trovarne uno che sia alla nostra altezza, e che siamo altresì meno disposte a modellarci sui limiti di un qualsivoglia cazzetto storto, o troppo piccolo, o troppo grande (ne esistono?), o troppo moscio, o troppo in tiro?

E’ forse vero ciò che dice GuruVagina? “Stop all’evoluzione“, perché più ci evolviamo, più andiamo avanti, meno i cazzetti si accolleranno l’onere di sostenere il confronto con noi? Più fatica faranno a dimostrare d’avere il pisello, meno ci vorranno? E’ forse vero che dobbiamo conservare parte della nostra inettitudine vaginale, come l’unico elisir che possa salvarci da una vecchiaia solitaria trascorsa a guardare Antonella Clerici su RaiUno, che ci insegna ricette da non cucinare a nessuno?

Forse, e dico forse, il problema non sta tanto nella nostra evoluzione vaginale quanto nel costo emotivo che per noi ha quell’evoluzione. Perché noi sì, riusciamo a lavorare, pulire casa, cucinare, stendere il bucato, stirare, portare le buste della spesa da sole, viaggiare, parcheggiare a cassonetto, appendere quadri, uccidere insetti, andare in palestra, dialogare, dispensare consigli, coltivare interessi, farci la manicure, smanettare al computer, guardare una serie in inglese per tenerci allenate, camminare su 10 centimetri di tacco per tutto il giorno, dormire 4 ore a notte e fare brainstorming l’indomani e dopo il lavoro andare a fare un aperitivo di pubbliche relazioni e una cena di piacere, curarci da sole e salvarci da sole. Siamo gagliarde, noi, vagine contemporanee. Il punto, però, è cosa ci aspettiamo, poi, da un cazzetto. E quanto possiamo essere truci, se non tiene il nostro ritmo.

E a volte capita di pensare che in effetti non troveremo più qualcuno che ci piaccia, qualcuno che sappia sfogliarci, e leggerci e impararci, e sottolineare i passaggi più belli. Qualcuno che sappia affascinarci e incuriosirci, che sappia farci ridere, e sostenerci, e cazziarci. E a volte capita di pensare che non ci emozioneranno più le dita che si intrecciano, gli abbracci a letto, i respiri che si confondono. A volte pensiamo che nessuno più riuscirà a spogliarci della nostra pelle, a guardarci dentro mentre dentro ci scivola, a farci piangere di felicità, a farci tremare le cosce, a farci evaporare in un abbandono momentaneo, ma totale. E questo pensiero non se ne va mai, si attenua e ricompare, mese dopo mese, sempre più forte. Mentre tutte le nostre sottaciute aspettative vaginali si accumulano, in quella vescichetta sentimentale e putrida che abbiamo dentro, in qualche punto indefinito del nostro ventre, nella quale comprimiamo tutto il vaginismo emotivo, per continuare, giorno dopo giorno, ad essere vagine consapevoli e forti. Nell’attesa, perché in verità con quell’attesa viviamo anche quando fingiamo che non sia così, che prima o poi, nei secoli dei secoli, potremo pisciare via dall’anima il timore di passare la vecchiaia da sole a guardare Antonella Clerici su RaiUno, che ci insegna ricette da non cucinare a nessuno.

Quanto al resto, farei l’amore ora, lo farei con quest’afa del cazzo, lo farei fino a farmi male, lo farei con la felicità di chi non ha paura di fare la cosa sbagliata. Lo farei con gli occhi, e tutta la pelle, e le mani, e il respiro. Lo farei completamente spoglia di tutte le mie difese. Lucidissima. E nuda.

Se ne fossi capace.

Se amassi.

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Di cazzetti e Frocismi

Io e Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, non abbiamo mai avuto gli stessi gusti in fatto di cazzetti.

Ad eccezione di un paio di miei ex, che lui avrebbe molestato piuttosto volentieri, non siamo mai stati allineati su questo, al punto che se c’è qualcuno che mi garba, ci tengo a mostrarglielo – anche solo in foto – per avere conferma che a lui non piaccia e che la terra giri intorno al sole.

E’ che diamo proprio importanza a cose diverse. Io bado alla dialettica, lui ai muscoli. Io voglio che mi facciano ridere, lui vuole che siano tonici. Io mi chiedo se abbiano visto l’ultimo film di Lars Von Trier, lui se abbiano sentito l’ultimo singolo di Lady Gaga. Non che con questo io voglia dipingere Frecciagrossa come una frocia qualsiasi, sia chiaro. Sebbene egli dichiari di essere cresciuto con i Power Rangers, resta una delle persone più brillanti che io abbia mai conosciuto. Il ché potrebbe sembrare bizzarro, ma è vero.

Questa nostra discrepanza nei gusti ha raggiunto manifestazioni eclatanti quando gli ho passato le due serie di Romanzo Criminale che, per me, è una specie di vangelo, che conosco a memoria, che cito, che mi intrippa morbosamente e storiograficamente da un par d’anni.

Prima che qualche educatore dell’ACR insorga per dirmi che quelli lì erano dei banditi e che hanno fatto un sacco di male azioni, vorrei puntualizzare che sono una spettatrice adulta e che, nella profonda consapevolezza della differenza che intercorre tra fiction e realtà, mi sento libera di lanciarmi nell’apologia della più bella serie tv italiana mai realizzata, seconda solo a Elisa di Rivombrosa di Cinzia TH Torrini, che mi sono sempre chiesta come si dirà, in realtà, quel TH che noi diciamo “tiacca” ma che, secondo me, è più il “th” con la lingua in mezzo ai denti che ha ossessionato generazioni di docenti di lingue e di studenti. Ma questa è un’altra storia.

Ora, al di là della qualità indiscussa di Romanzo Criminale in sé, su cui persone ben più illustri di me si sono già ampiamente espresse (come la mia anima gemella Aldo Grasso), ecco al di là di questo quella è una serie piena di masculi cattivi, tossici, rozzi e scapestrati. Praticamente il sogno vaginale per eccellenza. E io, quel sogno, l’ho sposato appieno, cimentandomi in ardimentose fantasie erotiche con la banda, specificatamente con i 3 boss perché, naturalmente, anche se regnava la stecca para pe tutti, come il Libanese, il Freddo e il Dandi, nessuno mai. Ecco. E mentre io ero lì a sfregarmi le mani nell’attesa di poter condividere con Frecciagrossa le mie fantasie, di gruppo e one-to-one (al Libanese ci sto davanti, al Dandi ci sto sopra e al Freddo ci sto sotto – per non dire “pecora”, “stutacandela” e “missionaria”), l’amico mio si guardava la serie e coltivava una passione insensata per Scialoja. Quando me l’ha detto ci sono rimasta male, ma male, ma male. Poi mi sono anche un po’ indignata, perché no, capisco che sia l’attore più fico del cast, ma no, no, no, lo sbirro no! A dirla tutta, il mio preferito è il Dandi, perché è il più controverso, il più contemporaneo, il più lucido, il più stronzo. E Frecciagrossa mi ha risposto che no, “non dirmi il Dandi, il Dandi non si può vedere proprio”.

Ero ormai definitivamente arresa all’evidenza che io e Frecciagrossa non avremmo condiviso mai la medesima passione per un homo sapiens, fino a quando, una settimanella fa, mentre eravamo al telefono a parlare mas o menos di cazzetti nel tentativo di scacciar via la mia paranoia domenicale, siamo riusciti a trovare il nostro punto d’incontro, il compromesso tra le mie istanze e le sue, fattosi materia nelle carni di una specie di Lorenzo Lamas de noartri, che chiameremo Renegade per comodità.

Renegade è  un musicista, amico di un nostro amico musicista. Numerose estati orsono io ho vissuto un’interessante e dichiarata (nel senso che lo sa mezza Taranto, tranne probabilmente lui) fascinazione per il soggetto in questione, nata così, per caso, in un’estate in cui non volevo niente. In una di quelle notti che passavamo seduti sulla sabbia umida bevendo birra raffo, con i capelli che s’increspavano di umidità e la pelle tesa dal sole della giornata. In una di quelle notti in cui ci sentivamo le persone giuste, al posto giusto, alla Baia del Pescatore che, illuminata solo dalla luna di agosto e dalle luci lontane della litoranea, era bellissima. Mentre di giorno era straordinariamente trash.

Io provai questa fascinazione per Renegade. Secondo molti ricambiata, secondo me manco per il cazzo. E la fascinazione fu così inaspettata e fresca che fui colta dal quel fenomeno sconsiderato che certe vagine affrontano in talune fasi della vita, anche noto come “siccome mi piaci, non te la do“.

Mia spalla, in una serie di situazioni alla Il tempo delle Mele, Frecciagrossa, privilegiato auscultatore di avvincenti conversazioni tra Lorenzo Lamas e me, del tipo:

“Ma a te, come piace fare l’amore?”

“Dipende”

“Con me come ti piacerebbe?” (ho sempre avuto un gusto tremendo, in effetti)

Fino al giorno in cui non lo incontrai più e la mia passione si perse nel nulla. Miseramente, tra i sali di fine estate, nell’inizio di un nuovo autunno, in una nuova ripartenza per l’università. Negli anni successivi ci siamo di rado incrociati, di rado salutati, di rado abbiamo fatto finta di non vederci perché poi…non lo so perché. Per capirci, l’ultima volta che l’ho visto ero con il mio ex, che s’incazzò sostenendo che la presenza di Renegade mi avesse fatta arrossire.

Infine, negli anni successivi ho saputo che ha mandato i saluti alla mia amica gnocca e magra. E a me no. E ciò non si fa, alla Vagina.

Resta il fatto, però, che a me piace avercelo lì, catalogato nella mia memoria vaginale, a ricordarmi che sono stata pudica anche io.

Tanto più da quando è diventato la prova epistemologica del fatto che, almeno una volta nella vita, io e Frecciagrossa abbiamo desiderato ardentemente lo stesso cazzetto.

Tanto più da quando vedere vecchie fotografie in cui Frecciagrossa gli stava più alle calcagna di me, e sentirlo argomentare su dove gli avrebbe messo le mani, mi fa morire dal ridere.

Persino di domenica.

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School of Advanced Vaginism

Certe volte sento la lucidità salirmi, di colpo.

Essa si manifesta subitanea, funziona come una sniffata di popper, che mi dilata i vasi, mi pervade, mi fa sospirare forte, al limite del gemito, e poi se ne va. E io ricomincio a giudicarmi, a giustificarmi, a portarmi sul cazzo, a inferocirmi, a chetarmi, a lasciarmi e a riprendermi, attorcigliandomi sulla mia vagina con una flessibilità surreale, per una che a 8 anni non riusciva a toccarsi le punte dei piedi facendo stretching durante l’ora di ginnastica.

Tuttavia, in quei pochi secondi di lucidità, a me vengono in mente idee proficue che spaziano dal new business alla commedia romantica hollywoodiana. Idee che meritano comunque, secondo me, d’essere tenute in stand-by fino alla successiva sniffata di lucidità.

Oggi m’è venuto in mente di tirar su questa attività, la prima Scuola di Vaginismo Avanzato, da chiamare però School of Advanced Vaginism, che è moooolto più cool.

I cazzetti possono iscriversi di loro sponte, oppure possono essere iscritti dalle spasimanti che li desiderano da anni e non sono mai riuscite a farli loro, oppure ancora dalle mammà che vorrebbero vederli sistemati e invece trovano ancora lontanissima la prospettiva del nipotame.

Naturalmente ci sarà una selezione iniziale, a insindacabile giudizio della Vagina (e)Rettrice, che  deciderà chi ammettere al corso sentimentale biennale, e chi escludere dall’eldorado della formazione vaginale, negandogli l’accesso alla stanza dei bottoni (dove con “bottoni” si allude solo parzialmente alle principali zone erogene femminili).

I moduli dell’insegnamento prevedono tutti i fondamentali del vaginismo, accuratamente selezionati al fine di proporre allo studente un percorso taylor-made che conduca al successo e al conseguimento dell’attestato di Proficiency Vaginism nelle sedi istituzionali.

Dopo la prima fase teorica di manipolazione cerebrale, anche detta CI.SE (dagli strumenti con cui è messa in atto: “cibo” e “sesso”, deliberatamente usati a fine di plagio caratteriale), il cazzetto si troverà nel bel mezzo del regime totalitario vaginale e, per due anni, sarò esposto a un livello di vaginismo talmente radiattivo che, una volta rilasciato sul mercato, il soggetto troverà più appealing qualunque forma vaginale meno accentuata, anche uno sharpei femmina al guinzaglio.

Perfettamente maturato, il cazzetto neo-vaginizzato sceglierà la prima cosa dotata di un paio di orifizi, che parli poco e rompa i coglioni solo moderatamente, che gli passi davanti. Nella fattispecie, non avrà alcuna importanza che la nuova vagina sia una fica atomica o il cesso dell’autogrill di Poggio Imperiale. Non farà alcuna differenza, che essa sia una tipa brillante o un’ameba, una giovane rampante o una vecchiarda alla deriva. Il risultato è assolutamente garantito: convivenza entro 1 anno, matrimonio entro 3, paternità entro 5.

La retta, per il biennio accademico alla SAV (School of Advanced Vaginism), è onerosa, ma segue le logiche del “soddisfatti o rimborsati” ed è pagabile anche a rate trimestrali. Nel caso fosse necessario, è prevista la possibilità di finanziamento con tassi d’interesse variabili a seconda dell’umore della Vagina (e)Rettrice. Gli allievi più promettenti, invece, possono ambire alla Borsa di Studio messa in palio dal Ministero per le Impari Opportunità.

Per il prossimo anno accademico è in programma un open-day, durante il quale saranno invitati a raccontare la propria case history i numerosi ex che in tempi direttamente proporzionali (scala 1:1) alla durata delle loro performance sessuali, hanno trovato l’ammmore con vagine terze, immediatamente dopo la cerimonia di consegna dei diplomi.

Il corpo docenti, nella persona unica della Vagina (e)Rettrice, ha bisogno di qualche mese di pausa tra un’edizione e l’altra del Corso di Alta Formazione Vaginale. Per gli studenti più impegnativi, si richiede anche più di un anno.

Ciò è indice del livello di professionalità con il quale la Vagina vive il suo ruolo. Perché essere Vagina (e)Rettrice è una missione quasi evangelica, è una vocazione a costruire, non per sé, per gli altri. A preparare letti in cui si adageranno altri corpi, a segnare fasi di passaggio che altre vagine non avrebbero saputo segnare con la medesima efficacia, che è diversa dall’efficienza, che appena arrivi a Milano la prima cosa che impari è cosa siano “efficacia”, “efficienza”, “proattività”, “assertività”, “unilever” e “procter&gamble”.

Già che ci siete, donate anche l’8×1000 alla Vagina (e)Rettrice, che ne ha bisogno, per la sua sezione Research&Development.

E a volte sì, ad essere Vagina (e)Rettrice capitano momenti di affaticamento. Ma, in fondo, bisogna essere quel che si è. E accettare quel che si è.

Fosse pure essere la vagina transitoria, lo spartiacque tra la gioventù e la maturità dei cazzetti.

Fosse pure un bicchiere di vino bevuto su un piatto di gamberi.

Fosse pure due polsi legati, e due tacchi alti, e prendersi, e perdersi, e stringersi senza abbracciarsi, e dormire, e svegliarsi, e dirsi “sentiamoci su skype” (che è una frase in bilico tra l’abominio e la poesia post-moderna), mettere in moto e andare via, come chi non vuole niente di più, come chi non ha niente di più da offrire.

Fosse pure essere una vagina che sa essere appassionata solo nell’impossibilità.

Che confonde l’amore col dolore. Che scambia il desiderio con l’errore.

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Vagine in Fiore

Secondo Zia Vagina, la primavera è quella stagione in cui, a prescindere da come tu sia conciata, tutti gli uomini, ma proprio tutti, ti guardano. Allora io ho iniziato a fare molto più caso ai cazzetti che incrocio. Ho iniziato a notare i 60enni erotomani che la mattina mi guardano mentre vado al lavoro solo perché ho la gonna e gli extracomunitari che mi spogliano con gli occhi quando passo, mentre i 30enni piacenti non mi si filano di pezza e ciò mi ha fatto pensare che, forse, era mejo quando camminavo guardando in basso, assorta nel mio affaccendatissimo meditare.

Secondo me, invece, la primavera è quella stagione in cui regna l’anarchia della calzatura e camminano accanto persone con gli stivali e persone con le infradito.
Non solo, la primavera è anche la stagione in cui sei obbligata a ricominciare a farti sul serio la pedicure, in cui devi depilarti scrupolosamente, in cui l’argomento più importante dell’agenda mediatica diventa la prova bikini, in cui chiunque inizia a mettersi a dieta, in cui chiunque inizia a prenotarsi le vacanze estive tranne te che – single e provvista d’amici accoppiati - non hai idea di che minchia fare ad agosto.
La primavera è quella stagione in cui hai proprio voglia di fare l’aperitivo ogni sera e in cui rientri a casa tardi fingendo d’essere sazia per non sentirti una vacca ma, presumibilmente, cederai intorno alla mezzanotte magnandoti un’insalatissima riomare con vaschetta ed isy-pil.
Senza dimenticare che, in primavera, per pura sopravvivenza, devi iniziare a scoprire le braccia che parono due prosciutti Parmacotto e devi offrire lembi di nudità allo sguardo altrui, mostrando un incarnato da bambola di porcellana dell’ottocento che risulta alquanto demodé nell’imperialismo della pelle color diarrea.

Detto ciò, è anche vero che la primavera è quella stagione in cui mi sorprendo a scrutare uno sconosciuto mal vestito in tram, al mattino, dietro i miei occhiali da sole disperatamente fichi. E’ quella stagione in cui guardo per bene quanto è alto, quanto sono larghe le sue spalle, quanto sembrano forti le sue mani pure se c’hanno la fede nunziale, mentre mi chiedo quanto possa essere noiosa la sua sessualità coniugale e contemporeaneamente lascio che la primavera si accomodi in me, pervadendomi.

E allora inizio a gustare il risveglio dei sensi, quel desiderio di mani arroganti, di respiri affannati sulle spalle, di sozzerie sussurrate nell’orecchio, di corpi ebbri che si strofinano ancora vestiti, di braccia che mi afferrano, di capelli tirati, di labbra socchiuse, di dita morsicate, di sapori violenti. Quel desiderio selvatico e spudorato di libertà, tanto meglio se sbagliata e clandestina. Quella ricerca primitiva di nuovi formicolii, quell’individualità che parte  dal ventre e infetta il resto, assottigliando spaventosamente il confine tra la testa e le cosce. Tra l’istinto incondizionato e la ragione.

E allora ho iniziato a ripensare agli amanti che ho avuto, a ricordare cosa mi piaceva tanto di loro. E a confrontarlo con cosa mi piace tanto adesso. E a capire che non è mai vero quando crediamo di aver perso il massimo e di non poterlo trovare più.

E allora ho pensato che è primavera e io posso sprofondare in letti nuovi, e scivolare su pelli diverse, e dimenticare per qualche ora, tutto il resto.

Se ne ho voglia.

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Operazione 1: Killing Cinderella

MEMORIE DI UNA VAGINA viene inaugurato e io lo faccio ascoltando Nada.

Ho bisogno di riscriverlo: sto ascoltando NADA. Devo proprio imprimerlo nero su bianco, devo ricordarmelo questo momento di degrado psichico in cui abdico a tutta la cultura musicale coltivata nell’ultimo decennio in favore di indescrivibili canzonette casualmente attinte al repertorio italiano  anni ’50-’60-’70 e ’80.

Perché, di fatto, il tipico masochismo femminile, scaturito dalla fine dell’ennesima relazione sentimentale e drammaticamente acuito dal recente compimento dei 26 anni di età, si manifesta nelle forme più disparate. C’è chi si ritrova a ingozzarsi di nutella, chi esce e si chiava il primo sotto-esemplare maschile che si trova innanzi, c’è chi piange per giorni e notti e chi, come me, decide di farsi del male con YouTube…perché sì, nel 2011 si può fare anche questo.

Si può andare su YouTube e si può digitare, chessò: Caterina Caselli, Patty Pravo, Loredana BertéMina. Attenzione, coloro le quali arrivassero ad ascoltare Minuetto di Mia Martini, riconoscessero che è giunto il momento di prendere provvedimenti di natura farmacologica. 

Io non sono ancora a quel punto. Sono in una semplice condizione di moderata atarassia, nella quale concentro le mie forze su un unico grande obiettivo: non chiamarlo e non impazzire domandandomi ossessivamente “come cazzo è possibile che non stia lottando contro un tirannosaurus rex per riconquistarmi? come cazzo è possibile che non sia pazzo di me? come cazzo è possibile che non sia terrorizzato all’idea di perdermi?”

La risposta, se proprio volessi darmela, pare sia che sono, nell’ordine (non alfabetico):

stronza – egoista – egocentrica – arrogante – spietata – litigiosa – polemica – voltafrittata – viziata – infantile

Può essere. Può essere che io sia tutto questo. Può essere che io sia anche questo.

E allora, basta. Ma il momento che ha proprio sancito il crollo nel rigor mortis di questa storia è stato quando l’audace ex wonderman ha avuto l’ardire di pronunciare la seguente frase:

CREDO DI ESSERE STATO ABBASTANZA CHIARO, MI SPIACE, CI SIAMO LASCIATI, A QUANTO PARE

Frase che mi starebbe anche bene se tu mi avessi detto “Pussa via dalla vita mia”. E invece me la dici dopo 24 ore che m’hai mandato i fiori in ufficio per il mio compleanno, dopo 2 ore al telefono a chiacchierare e scherzare la sera prima, non avendo mai smesso di sentirci. E allora poi sai che succede? Succede che hai purtroppamente pronunciato una di quelle frasi che a noi ci fanno proprio venire il sangue agli occhi, una di quelle frasi che certe volte i super-cazzoli dicono, che ci fanno sentire idiote senza che idiote lo siamo. E quindi, poi, succede che siamo improvvisamente colte da un primordiale impulso ad afferrarvi la capoccia e a sbattervela contro una superficie cosparsa di chiodi arruginiti…

Dovrebbero distribuire un bignami a tutti i super-cazzoli e dovrebbero intitolarlo “Da NON dire MAI”, con il NON e il MAI scritti in maiuscolo, così che capiscano, per bene, senza equivoci. E dovrebbero metterci dentro tutta una serie di frasi che loro, manco lo sanno, talvolta nella vita pronunciano mettendo a repentaglio la propria incolumità, such as: “mi dai troppa importanza”, “non stiamo insieme, ci stiamo frequentando”, “ti voglio bene (dopo 2 anni che ce stai insieme)” e via discorrendo.

Ma al di là di queste stronzate, la verità è che m’aspetta un altro weekend.

Un altro weekend da sola. Un altro weekend in cui notare la sua assenza in ogni cosa. In cui sprofondare nell’evidenza che è finita. Per sempre. Una volta ancora. E che, come sempre succede, le mani si riaprono, la sabbia è scivolata tutta vita dai pugni, anche se li hai serrati, anche se hai stretto forte, forte, lasciando che le unghie imprimessero il proprio segno feroce nel palmo della mano. Niente. Tu le apri. E non c’è più. Qualche granello qui e là. E la forza, da trovare, il coraggio, l’accettazione, di dover sbattere le mani, una contro l’altra e far cadere via anche quei granelli.

Perché lui, d’altra parte, mentre io annego in un divano, mentre mi sento smarrita, mentre sono lontanissima da casa, mentre ho amici e amiche ma ognuno con la vita propria, i cazzi sua, i fidanzati e i parenti, mentre io accendo una sigaretta ogni 10 minuti, è altrove. Lontano. Probabilmente in un locale. Probabilmente a flirtare, a guardarsi intorno, a consolarsi con quella raccapricciante solerzia con la quale solo i wondermen sanno consolarsi.

Lui è lontano. Come sempre e più di sempre.

E io ricomincerò. Scriverò su questo blog per non impiccarmi nella doccia…convinta del fatto che la doccia non reggerebbe il peso, più che altro.

Ricomincerò da me, che è una cosa che a noi vagine socialmente/professionalmente mediamente evolute piace dire, ogni volta che siamo faccia a faccia con un fallimento personale. Ci piace dirlo per esorcizzare la sconfitta, per alimentare il nostro spirito con l’idea, sempre più remota, che un giorno arriverà una persona con cui sapremo stare bene. Un super-cazzolo inesistente, che ci dia sicurezza e fiducia, che ci renda migliori, che ci ami per come siamo, che ci faccia ridere, che ci porti in vacanza, che ci faccia dei regali di gusto, pensati per noi e non casuali e che, possibilmente, ci trombi pure bene, ma naturalmente essendoci fedele (e su questa rivoltante immagine iper-glicemica dichiaro ufficialmente aperta l’operazione KC – Killing Cinderella).

Qualcuno che ci prenda per mano e cammini al nostro fianco, certo del fatto che la mano da stringere e le dita con le quali intrecciare le sue siano le nostre e le nostre soltanto. 

Io l’avevo trovato. Per un po’. 

Però l’ho perso.

Sticazzi.

Buonanotte.

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