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L’amore è Imperfetto. Ma dai!

Enne giorni fa ricevo una mail che mi invita a un’anteprima per sole blogger, di un film tutto piccantino, da cui gli uomini sono completamente banditi.

Avoja! Che vuoi mettere? Già che sono single, figurati se non sono ben lieta di scacciare qualunque minaccia fallica dalla mia conturbante esistenza. A tal proposito, l’hanno già inventata quella punturina che te fai 1 volta alla settimana per rimediare alla più totale assenza di testosterone? Tipo insulina. No, perché se ancora non c’è, inventatela. Prima che fisicamente, a noi single metropolitane, ci cresca il pisello tra le cosce.

Bene, momento di sfogo esaurito, torniamo a noi.

Mi invitano a questa anteprima cinematografica, mi dicono che c’è pure il rinfresco e la saletta viPPs. Ma certo che vengo. Per l’occasione precetto pure indievagina, che è quella santa amica vagina single come a me, che è l’unica spalla più o meno sicura su cui contare per le avventure e le disavventure in cui inciampo.

Arriviamo in uno dei mejo cinema di Milano. Saliamo nella saletta viPPs, riscaldamento appalla, una hostess rubata alla cover della sezione Blonde di Pornhub ci accoglie e veniamo portate al cospetto della vagina regista e delle vagine attrici. Naturalmente, dato che sto vivendo un periodo che è praticamente un turbinio ininterrotto di scadenze, riunioni, cene, presentazioni, sigarette, palestra, appuntamenti (non galanti), non ho avuto il tempo di leggermi tutto il papiello di press book che ho ricevuto, quindi non ho alcuna domanda da fare. So giusto il titolo, che sarebbe L’amore è imperfetto (in sala da venerdì 29 novembre). Però va bene così, mi piacciono di più le sorprese.

Tutto ciò che riesco ad apprendere dalla vagina regista, prima della proiezione in esclusivissima-blindatissima anteprima vaginale, è che il film è tratto dal suo stesso libro. Cioè, la mia vagina interlocutrice è poliedrica: prima ha scritto il romanzo e poi s’è fatta il film. Puro autoerotismo artistico. E poi che il film è ambientato a Bari, ma anche no, cioè, niente accento, perché la storia può essere ambientata un po’ ovunque e ognuno dei personaggi parla con una cadenza diversa, sai, una Babele culturale.

Me cojoni, penso io.

Faccio giusto in tempo a conoscere un par di blogger, di cui una ha tutta l’aria d’essere molto gagliarda, che ci portano nella saletta viPPs, dove le poltrone sono praticamente divani in pelle bianca. Molto cool.

E poi parte il film.

Parte con una scena in cui la protagonista corre sul lungomare di Bari sulle note di Tiziano Ferro (n.d.r.) e io ho già il sospetto che l’Apulia Film Commission amministri in maniera impropria i suoi fondi. Ma proseguiamo.

La storia si sviluppa su due livelli temporali, il 2005 e il 2012. Nel 2005, la nostra eroina si innamora di un manzo strappato al trono di Uomini & Donne, che si è formato – dal punto di vista interpretativo – con tutte le stagioni di Cento Vetrine. Lui, naturalmente, oltre ad essere bono (con la “o” chiusa) come il pane di Laterza, è un fotografo, si prende cura di lei, le trova un lavoro e se la accolla in casa, oltre a farle uno streaptease pre-copulatorio che per me è diventato un esempio paradigmatico di comicità involontaria. In compenso, Frecciagrossa avrebbe vissuto un’eiaculazione oculo-indotta. Tutto perfetto, insomma. Noiosissimo e perfetto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, quelle sulle donnedududuincercadiguai, arriva la devianza. Opperbacco. Ebbene sì, il tronista premuroso è in realtà un finocchio e la nostra eroina lo scopre nel più tremendo dei modi: lo becca a cena a lume di candela con un modello milanese di nome ROCCO (tipico nome meneghino, si sa, che io e indievagina nei giorni successivi continuavamo a uozzapparci scrivendoci solo “Rocco???”)

Eviterò di svelare altri succulenti dettagli e farò un mirabolante salto temporale nel 2012 (come mi emozionano i back/forward narrativi!)

Ecco, nell’anno della profezia Maya, la protagonista inizia a chiavare parallelamente un 50enne e una 18enne bisessuale. Non che facciano le cose in 3. Lei fa la spoletta, a 35 anni, tra la giovine zoccoletta e il 50enne che poi è casualmente un produttore discografico francese, che notoriamente Bari pullula di produttori discografici francesi, a cui lei ha arbitrariamente praticato una fellatio su una scogliera dopo averci trascorso insieme tipo 20 minuti. Che cosa te ne devi fare di Eyes Wide Shut!

Il tutto fino al raggiungimento del climax che, a mio modesto e vaginale avviso, si compie nel momento in cui la protagonista si passa l’iPhone sulla topa, nel bel mezzo di una sessione di telephone sex, che per me va bene tutto, però per dire, passati un Nokia N70, non un iPhone da 700 euri, sulla vulva fracica, insomma, fallo per la memoria di Steve Jobs, se non per rispetto per la tua igiene intima.

Il tutto, naturalmente, impreziosito qui e là da pompini, ditalini, sesso saffico, sesso frocio, ravanate di zinne e slinguazzate promiscue che vorrebbero colpirci, vorrebbero farci sussultare. Vorrebbero, appunto. Perché di fatto restano lì, sullo schermo, lontanissime dalla nostra emotività, in questa storia tirata per i capelli e costruita con scarsa efficacia. Non ci coinvolgono, quei baci, nemmeno ci sfiorano la pelle, che piuttosto rabbrividisce d’imbarazzo, a tratti, per la gratuità narrativa, la pochezza stilistica, la regia amatoriale, la colonna sonora  banale e la diffusa sensazione di disturbante dilettantismo.

A me va bene l’inno alla libertà sessuale, alla sperimentazione, alla consapevolezza, al prendere le cose come vengono, specie l’amore, tutta la retorica sull’accettazione delle imperfezioni, per carità. Non c’è nemmeno la porta da sfondare, su questi temi, con me, al massimo devi scostare una di quelle tendine con i fili di gomma, da villeggiatura estiva.

Però, intendiamoci, per raccontare l’eros ci vuole anima, e ce ne vuole tanta. Ci vogliono profondità, spessore, sensi intrecciati, amore e patimento, per vivere la vita e raccontarla. Non è facile, per carità, ma a volte la buona volontà non basta. A volte, prima di fare bisognerebbe avere l’umiltà di imparare.

A me spiace. Spiace perché ho conosciuto la vagina regista, ci ho parlato, mi hanno offerto la tartina e il prosecchino. Ma non posso in alcun modo consigliare alle mie amiche vagine di andare a guardare questo film considerato che, per capirci,  nella mia personale classifica dei peggiori film mai visti, L’amore è imperfetto se la gioca con Talos – L’ombra del Faraone, una roba tremebonda che io e Frecciagrossa, una notte, 10 anni fa, guardammo insieme per imperscrutabili ragioni ancora al vaglio degli inquirenti.

Ciò che posso fare, piuttosto, è consigliare alle mie amiche vagine di suggerire la visione del film a coloro verso cui non nutrono particolare simpatia. Non so se valga lo stesso, ma almeno il box office è salvo.

E se mi inserirete nella mailing “Troie da non invitare mai più”, lo capirò.  

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Gayezza e dintorni

Ho passato un weekend gaio.

Frecciagrossa è stato da me, a Milano, che è venuto a fare un torneo di pallavolo gaio, perché i gaii sono alquanto iperattivi, e tonici, e ossessivi maniaci dell’ordine, e si autoconservano bene, i gaii. E Frecciagrossa è storicamente un gaio iperattivo, nel senso che è uno stalker di quelli che in vacanza ad Amsterdam a 20 anni, dopo una serata di sconvolgimento e 5 ore di sonno, alle 09.30 è capace di svegliarti, impietoso, dicendoti: “Pssst!!! In piedi!”, perché c’è da andare a vedere un minchia di mulino a 40 km dalla città oppure, chessò, i quadri di Rembrandt.

E’ arrivato venerdì sera e l’ho accompagnato a questo aperitivo gaio in un locale in culo ai lupi, talmente in culo ai lupi che se sbagli strada finisci sulla A1, ti allunghi e arrivi a Bologna in tempo per la Fujiko Night all’Estragon.

Sono arrivata in questo posto a puttana ladra, con lui che mi diceva “ma sì, è sempre pieno di tantissime vagine, tutti portano le loro amiche etero” e io “ok…”.

Inutile dire che ero l’unica vagina e che mi sono sentita come la negra (e io dico “negra” perché “nera” è troppo posticcio) che durante l’Apartheid decise di sedersi sull’autobus nel posto riservato ai bianchi, con l’unica differenza che quella negra lì fece scalpore, mentre io ero più o meno invisibile. No, non del tutto invisibile. Tecnicamente a un gruppetto di gaii sono apparsa un evento talmente paranormale che hanno voluto scattarmi una fotografia. Probabilmente per testimoniare il fatto che noi vagine ancora non ci siamo estinte. Ci sono i panda. Poi i koala. Poi le vagine.

Ho bevuto il mio vodka lemon, mentre Frecciagrossa non smetteva di smanettare su Grindr, e Bender, e Scruff, e Romeo. Perché, e questo chiunque abbia un amico frocio lo sa, bisogna accettare che l’interloquio con l’amico gaio sia puntualmente inframmezzato – con cadenza di una volta ogni 10 minuti bene che vada – dalla parentesi flirtomane.

“Oh m’hanno scritto in 12!”

“Oh, ma ce ne sono un macello…mmmh, carino lui”

“Oh, guarda questo!”

Il fenomeno si moltiplica in modo esponenziale quando ci sono più froci nello stesso ambiente. Senza accorgersene, si ritrovano tutti a smanettare su Grindr, chiedendosi cose tipo “Ma tu chi sei?”  ”Io sono Shiro” – “Io invece sono Legolas” – “Ma guarda, dice che siamo distanti 430 metri, e invece siamo vicini, ahahah” .

Grindr e simili, sostanzialmente, sono app che sfruttano il gps per localizzare i froci in zona (e mi auguro non ci siano omofobi nazisti alla lettura). La schermata iniziale offre tutte le informazioni di base: età, altezza, peso e una frase di presentazione, in cui dire quanto sei simpatico e solare. Grindr è utilissimo, funziona bene ed è una fucina di sesso facile a continua disposizione, in qualunque punto d’Italia o del globo terracqueo tu possa trovarti. D’accordo, certi gaii dicono: “No ma non è solo per scopare, serve anche a conoscere gente”. Infatti. Anche i club privée servono a conoscere gente.

Grindr è talmente utilizzato che è parte integrante della vita di molti gaii, al punto che quando li inviti a uscire dovresti dire: “Usciamo stasera, io, te e Grindr?”. Grindr è talmente utilizzato che nella prossima vita io voglio essere quella che Grindr lo inventa e ci si fa un sacco di soldi, senza concepire nulla di nuovo, mettendo semplicemente insieme tecnologie già esistenti e frocizzandole.

Incuriosita, bevendo il mio vodka lemon, ho inforcato gli occhiali, pensando: “Ma sì, ma tanto so tutti froci” e ho iniziato a scorrere i profili di Grindr insieme a Frecciagrossa. E mi sono smarrita tra addomi scolpiti, mutande aderenti che lasciavano pochissimo spazio alla fantasia, froce perse e ragazzi “normalissimi”, di quelli che vanno in giro in maglietta, jeans, all star, capello spettinato, un sacco carucci, che sarebbero le froce insospettabili, quel patrimonio di peni ingiustamente sottratto al mercato vaginale, per intenderci. E poi, su Grindr, dopo che hai guardato le info di base, c’è la chat. Il cui scambio medio di solito è:

“Bello”

“Grazie, anche tu”

“A o p?”

Questa domanda sarebbe l’equivalente di quello che negli anni duemila, nelle chat miste, era “m o f?”, solo che invece che chiederti se c’hai la sorca o l’augello, qui ti chiedono se sei A(ttivo) o P(assivo). Che poi quasi tutti sono versatili, il ché significa che un po’ lo prendono, un po’ lo danno. Par condicio. Mi pare pure giusto.

Immediatamente dopo, di solito, arriva la foto del pisello, preso dalle angolazioni più improbabili per sfruttare al meglio l’effetto prospettico. Posto che, come io e Frecciagrossa conveniamo, comprendere da una foto la portata di un membro virile non è cosa semplice, nel senso che spesso paiono meglio di quanto non siano, alcune di queste foto ti fanno proprio rosicare e ti fanno pensare che no, non è giusto, e che tutto sommato certi piselli importanti servirebbero più alle vagine, che il punto G ce l’hanno. Perché sì, il punto G esiste, e il fatto che i cazzetti non siano capaci di trovarlo e stimolarlo non significa che sia una specie di Mostro di Loch Ness a cavallo tra fantasia e realtà. Esso c’è.

I contatti su Grindr spesso finiscono in incontri. Non è stato questo il caso, per Frecciagrossa, perché c’ero io, l’appendice amica con quel brutto handicap della vagina, stigmatizzante agli occhi del crogiuolo di gaii che ci circondava.

Resta il fatto che non smettevo di pensare che loro, i gaii, hanno una straordinaria libertà che noi etero chiamiamo “promiscuità“. Perché fatichiamo a comprenderla, fatichiamo a padroneggiarla, fatichiamo ad ammettere che siamo noi che non riusciamo ad essere ugualmente spregiudicati e onesti, noi che viviamo nella nostra gabbia dorata presuntamente monogama, tenutari autoproclamati dell’unica formula di amore e relazione e sesso sano.

E che forse, in fondo, quel Grindr un po’ lo invidiamo, a livello teorico. Non potremmo usarlo in quanto tale, non noi vagine, per esempio, perché noi vagine in realtà poi vogliamo che il cazzetto ci porti a cena, che ci offra da bere, che ci faccia ridere, che sia colto, insomma, non è che ci basti una fotografia delle sue parti genitali, salvo casi proprio clamorosi. Però, a livello teorico, la serenità con cui i gaii possono incrociarsi, sperimentarsi, proteggersi perché non sono mica cretini – e sono anzi più furbi di una marea di etero in questo – è una roba che mette a nudo i convenevoli degli etero. I limiti culturali. La barriera cognitiva per cui il sesso fine a se stesso resta sempre un po’ un’attività squalificante, un gradino sotto al “fare all’amore” modellando un vaso di ceramica sulle note di Whitney Houston, per dire.

Io non lo so dove stia la verità, ma quello che vedo è che questi gaii sono organizzati, iperattivi, tonici, dinamici, consapevoli. Vedo che si divertono, che vivono incontri occasionali e che creano rapporti più solidi. Vedo che sono capaci di vivere relazioni esattamente come noi, ma che lo fanno con più sincerità. Vedo che hanno una coscienza sociale, dei problemi e dei vantaggi del proprio gruppo, più forte di quella degli etero, parcellizzati nell’individualismo antagonistico del mors tua-vita mea.

Poi, certo, ci sono le sfrante che sfarfallano con le mani e urlano “adooooooroooooo” ovunque, ci sono quelli che si sentono inspiegabilmente stocazzo solo perché lo pijiano ar culo, ci sono quelli che in quanto froci hanno la presunzione di poter dire qualunque cosa e che in camera c’hanno il poster di Aldo Busi.

Ma cosa c’entra.

Esistono anche le vagine stupide che inducono alla misoginia, ma ciò non significa che il genere vaginale globalmente inteso non sia un genere meraviglioso.

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Di cazzetti e Frocismi

Io e Frecciagrossa, il mio migliore amico finocchio, non abbiamo mai avuto gli stessi gusti in fatto di cazzetti.

Ad eccezione di un paio di miei ex, che lui avrebbe molestato piuttosto volentieri, non siamo mai stati allineati su questo, al punto che se c’è qualcuno che mi garba, ci tengo a mostrarglielo – anche solo in foto – per avere conferma che a lui non piaccia e che la terra giri intorno al sole.

E’ che diamo proprio importanza a cose diverse. Io bado alla dialettica, lui ai muscoli. Io voglio che mi facciano ridere, lui vuole che siano tonici. Io mi chiedo se abbiano visto l’ultimo film di Lars Von Trier, lui se abbiano sentito l’ultimo singolo di Lady Gaga. Non che con questo io voglia dipingere Frecciagrossa come una frocia qualsiasi, sia chiaro. Sebbene egli dichiari di essere cresciuto con i Power Rangers, resta una delle persone più brillanti che io abbia mai conosciuto. Il ché potrebbe sembrare bizzarro, ma è vero.

Questa nostra discrepanza nei gusti ha raggiunto manifestazioni eclatanti quando gli ho passato le due serie di Romanzo Criminale che, per me, è una specie di vangelo, che conosco a memoria, che cito, che mi intrippa morbosamente e storiograficamente da un par d’anni.

Prima che qualche educatore dell’ACR insorga per dirmi che quelli lì erano dei banditi e che hanno fatto un sacco di male azioni, vorrei puntualizzare che sono una spettatrice adulta e che, nella profonda consapevolezza della differenza che intercorre tra fiction e realtà, mi sento libera di lanciarmi nell’apologia della più bella serie tv italiana mai realizzata, seconda solo a Elisa di Rivombrosa di Cinzia TH Torrini, che mi sono sempre chiesta come si dirà, in realtà, quel TH che noi diciamo “tiacca” ma che, secondo me, è più il “th” con la lingua in mezzo ai denti che ha ossessionato generazioni di docenti di lingue e di studenti. Ma questa è un’altra storia.

Ora, al di là della qualità indiscussa di Romanzo Criminale in sé, su cui persone ben più illustri di me si sono già ampiamente espresse (come la mia anima gemella Aldo Grasso), ecco al di là di questo quella è una serie piena di masculi cattivi, tossici, rozzi e scapestrati. Praticamente il sogno vaginale per eccellenza. E io, quel sogno, l’ho sposato appieno, cimentandomi in ardimentose fantasie erotiche con la banda, specificatamente con i 3 boss perché, naturalmente, anche se regnava la stecca para pe tutti, come il Libanese, il Freddo e il Dandi, nessuno mai. Ecco. E mentre io ero lì a sfregarmi le mani nell’attesa di poter condividere con Frecciagrossa le mie fantasie, di gruppo e one-to-one (al Libanese ci sto davanti, al Dandi ci sto sopra e al Freddo ci sto sotto – per non dire “pecora”, “stutacandela” e “missionaria”), l’amico mio si guardava la serie e coltivava una passione insensata per Scialoja. Quando me l’ha detto ci sono rimasta male, ma male, ma male. Poi mi sono anche un po’ indignata, perché no, capisco che sia l’attore più fico del cast, ma no, no, no, lo sbirro no! A dirla tutta, il mio preferito è il Dandi, perché è il più controverso, il più contemporaneo, il più lucido, il più stronzo. E Frecciagrossa mi ha risposto che no, “non dirmi il Dandi, il Dandi non si può vedere proprio”.

Ero ormai definitivamente arresa all’evidenza che io e Frecciagrossa non avremmo condiviso mai la medesima passione per un homo sapiens, fino a quando, una settimanella fa, mentre eravamo al telefono a parlare mas o menos di cazzetti nel tentativo di scacciar via la mia paranoia domenicale, siamo riusciti a trovare il nostro punto d’incontro, il compromesso tra le mie istanze e le sue, fattosi materia nelle carni di una specie di Lorenzo Lamas de noartri, che chiameremo Renegade per comodità.

Renegade è  un musicista, amico di un nostro amico musicista. Numerose estati orsono io ho vissuto un’interessante e dichiarata (nel senso che lo sa mezza Taranto, tranne probabilmente lui) fascinazione per il soggetto in questione, nata così, per caso, in un’estate in cui non volevo niente. In una di quelle notti che passavamo seduti sulla sabbia umida bevendo birra raffo, con i capelli che s’increspavano di umidità e la pelle tesa dal sole della giornata. In una di quelle notti in cui ci sentivamo le persone giuste, al posto giusto, alla Baia del Pescatore che, illuminata solo dalla luna di agosto e dalle luci lontane della litoranea, era bellissima. Mentre di giorno era straordinariamente trash.

Io provai questa fascinazione per Renegade. Secondo molti ricambiata, secondo me manco per il cazzo. E la fascinazione fu così inaspettata e fresca che fui colta dal quel fenomeno sconsiderato che certe vagine affrontano in talune fasi della vita, anche noto come “siccome mi piaci, non te la do“.

Mia spalla, in una serie di situazioni alla Il tempo delle Mele, Frecciagrossa, privilegiato auscultatore di avvincenti conversazioni tra Lorenzo Lamas e me, del tipo:

“Ma a te, come piace fare l’amore?”

“Dipende”

“Con me come ti piacerebbe?” (ho sempre avuto un gusto tremendo, in effetti)

Fino al giorno in cui non lo incontrai più e la mia passione si perse nel nulla. Miseramente, tra i sali di fine estate, nell’inizio di un nuovo autunno, in una nuova ripartenza per l’università. Negli anni successivi ci siamo di rado incrociati, di rado salutati, di rado abbiamo fatto finta di non vederci perché poi…non lo so perché. Per capirci, l’ultima volta che l’ho visto ero con il mio ex, che s’incazzò sostenendo che la presenza di Renegade mi avesse fatta arrossire.

Infine, negli anni successivi ho saputo che ha mandato i saluti alla mia amica gnocca e magra. E a me no. E ciò non si fa, alla Vagina.

Resta il fatto, però, che a me piace avercelo lì, catalogato nella mia memoria vaginale, a ricordarmi che sono stata pudica anche io.

Tanto più da quando è diventato la prova epistemologica del fatto che, almeno una volta nella vita, io e Frecciagrossa abbiamo desiderato ardentemente lo stesso cazzetto.

Tanto più da quando vedere vecchie fotografie in cui Frecciagrossa gli stava più alle calcagna di me, e sentirlo argomentare su dove gli avrebbe messo le mani, mi fa morire dal ridere.

Persino di domenica.

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