Ho ceduto alle lusinghe dello shopping da pezzente, che è quello che si può concedere una vagina che guadagna troppo poco per vivere in una città troppo costosa.
Io lo shopping non lo faccio mai, perché vivo nell’abnegazione, perché per spendere voglio più soldi, perché è la mia personale protesta contro l’occidente, perché potrei sempre dovermi pagare una risonanza magnetica. E perché, in fondo, sono convinta che una buona dialettica possa sopperire qualche carenza nel vestiario. Mando il mio vaginismo consumistico in apnea, lo ignoro, fino al punto in cui quello torna a galla e io sono travolta da un bisogno fisiologico di spendere soldi.
Allora sono andata, spedita, da H&M. Ho passeggiato tra scaffali di indumenti usa&getta, caricandomene sul braccio una quantità sconsiderata, evitando accuratamente tutti quei capi che includevano nella propria geometria sartoriale una cerniera. Perché la cerniera è buttana, e rischia sempre di esporti al conflitto mondiale tra le tue carni e i suoi dentelli, mentre fai un hammam nel camerino, nel disperato tentativo di tirarla su.
No, io volevo che fosse uno shopping moderato e sereno. Quindi ho optato per cose comode e morbide che sposassero le mie importanti curve senza farmi assomigliare a un manichino sessantenne di Elena Mirò. Perché c’è da dire questo, c’è da dire che se sei magra, la tua è una vita in discesa. Essere figa e trendy spendendo un cazzo, è facile. Ma se sei cicciona, e giovane, e non vuoi vestirti come la madre di 4 figli, ecco, le cose si complicano pericolosamente. Fortunatamente H&M, soprattutto in estate, è molto compiacente da questo punto di vista e incontra le esigenze delle meno fortunate, che c’hanno il culo, le zinne, qualche rotolo qua e qualche rotolo là, da occultare al meglio per preservare e perpetrare il proprio soggettivo livello di chiavabilità.
Ho raccattato una serie sconfinata di capi, tra cui alla fine ne ho scelti 5, spendendo 60 euri, ripromettendomi di svaligiare il resto tra un mese, coi saldi. Ero una vagina felice che aveva scelto 2 minigonne (elasticizzate, of course) nere. Una minigonna blu elettrico (perché ogni vagina cicciona è diversa dalle altre, perché c’è chi è cicciona a pera, c’è chi è cicciona a mela, e io che c’ho la panza e una schiena di merda, mi illudo di avere delle belle gambe e di poterle mostrare). 1 maglietta beigiolina. 1 vestito lungo da desperate housewife che però anche sticazzi, perché io quei vestiti lunghi fino ai piedi che con 2 tacchi alti ti fanno sembrare una stanga, che puoi metterli pure se non c’hai i peli fatti alla perfezione, che non ti opprimono con bottoni e cuciture e che, per di più, ti mettono in bella mostra le sise, ecco io li amo. Poi, sentendomi in colpa per la banalità dei miei colori, ho comprato un fiore per i capelli giallo fluo (per il mio rapporto con i fiori tra i capelli o sul petto, indirizzate le vostre lamentele a Carrie Bradshaw), un bracciale giallo fluo e un bracciale fucsia.
Ero una vagina in pace con se stessa e sono andata da Tezenis, a fare incetta di canotte e magliette bianche e nere, da abbinare agli indumenti usa &getta appena comprati. Ero una vagina felice…
…finché non ho avuto la malaugurata idea di varcare la soglia di Zara.
Zara, per me, è come un trombamico di grandi potenzialità e pochi fatti, uno che promette ampi orizzonti di piacere e si rivela estremamente deludente. Zara è quello che ti intriga e a cui dai una possibilità all’anno, e non la sa sfruttare. Ecco cos’è Zara, per me.
Ogni volta che entro percepisco decisamente un altro livello rispetto a H&M, un usa e getta assai meglio cammuffato ed evidentemente più costoso, scaffali di roba che ben abbinata può regalare molte gioie, e mensole di scarpe esagerate e scomodissime, spesso talmente brutte e zarre da apparire irresistibili.
Ho selezionato 4 capi. Mi sono diretta al camerino e ho avuto conferma di quanto già sospettato da H&M: la crisi ha mietuto molte vittime, tra di esse le donnine che ai camerini dicevano che si poteva portar dentro massimo 5 pezzi. Evidentemente la aziende hanno scoperto che sul bilancio incide meno qualche capo trafugato che una risorsa umana. Ora che ci penso, anche sulla soglia di Benetton non ci sono più i negroni (nel senso vezzeggiativo, non razzista) che mi sorridevano quando passavo. La crisi ci sta togliendo anche le fantasie erotiche, in pratica.
Dicevo, sono entrata nel camerino, mi sono spogliata, ho provato il primo capo, che era una maglietta bianca con uno scollo a V avanti e dietro. Tecnicamente mi è entrata, ma era talmente deformata che lo scollo a V si era trasformato in un quasi-dolcevita. Sugli altri 3 capi, è stata una tragedia: non ci sono entrata dentro. Cioè, non è che io ci sia entrata e non si siano chiusi, che ancora ancora avrei potuto accettarlo. No, no. Non hanno proprio sorpassato la mia circonferenza fianchi. Il ché è stato fortemente umiliante. E man mano che la tragedia si consumava, tutto è apparso diverso, io son passata dal vedermi cheap&glam dei camerini di H&M, a vedermi come una specie di Galletto Vallespluga cotto al vapore dai faretti alogeni e tutti i miei sogni fescion low cost si sono infranti contro la dura realtà: ZARA non è per me.
La beffa peggiore, è stato l’ultimo pantalone. Che era largo-largo e fresco-fresco, con una fantasia che pareva recuperata dai grand foulard che si mettevano sui divani a fine anni ottanta. Quel pantalone lì, c’aveva pure la molla sui fianchi. Non avrei potuto immaginare MAI che non mi sarebbe entrato. E invece si è fermato, lo stronzo.
Allora, a me va bene tutto, va bene. Però ci sono un po’ di cose che vorrei dire a Zara. Vorrei dirle che so che tutte le mie amiche – non necessariamente filiformi – riescono a vestirsi da lei e io le ammiro, perché evidentemente hanno un talento di cui io sono sprovvista. Resta il fatto che se io sono una taglia 46 nel resto del mondo, in quella tua cazzo di L ci devo entrare. E se sono una 48, ci devo entrare lo stesso, stretta ma ci devo entrare. E se non ci entro, sei tu un’infame, che segni come L capi che sono M.
Vorrei dire a Zara che io la boccio. Boccio i suoi capi apparentemente fescion, i suoi elastici farlocchi, i suoi vestiti Made in Thailand troppo costosi per quel che valgono, boccio le sue scarpe che sono tra le più scomode che ci siano sul mercato, boccio le sue 4 macrotaglie, boccio la sua discriminazione adiposa, boccio il suo andare incontro a chi ha la conformazione fisica di Gollum ma non a chi ha il “corpo a clessidra”.
Che mi va bene tutto, ma non chiamarle L. Chiamale, chessò, XM.
E comunque, morale della favola: Zara, SUKA.













