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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

taranto

E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Working Class Vagina

Lavorando a VaginaLand, una terra di nessuno popolata solo da vagine e da una segretaria modello pitbull con tendenze lesbo, devo confessare di aver più e più volte pensato che le vagine non siano fatte per lavorare, pur essendo io stessa una di quelle vagine lavoratrici, presuntamente acculturate e sostanzialmente ignoranti, che vorrebbero camparsi da sole.

Resta il fatto che più spesso che volentieri, il lavoro ci strema, ci stressa, ci consuma, perché tra i nostri opinabili e numerosi pregi di genere, non abbiamo la capacità di vivere il lavoro così come andrebbe vissuto. No. Noi ci mettiamo dentro il pathos, l’ansia, le ovaie, l’invecchiamento, l’insoddisfazione, la dieta, l’antipatia personale, l’acidità, la solitudine, la litigata col fidanzato, l’umidità che ci arriccia il capello, il trombamico che non ci richiama, la manicure da rifare, il ragno sul soffitto della cucina, il pantalone che ci sta stretto e ci fa incazzare, perché sì, ci fa incazzare una taglia 46 che ci stia stretta.

E così ci vengono le rughe da stress, le lacrime da stress, l’acne da stress, i capelli bianchi da stress, la cistite da stress, l’ulcera da stress, l’infarto da stress. E non ci resta che morire, così: stakanoviste, cieche, obese e con la scogliosi.

Senza contare che, come genere, dobbiamo fare troppe cose e finiamo col pretendere di essere brillanti a lavoro, curate, in forma, giovani, piacenti, soddisfatte, accoppiate e felici, casalingue e felini da materasso, tutto da uno stesso corpo e da uno stesso cervello che si da il caso debbano pure gestire tutta quella faccenda delle sindromi pre, intro e post-mestruale. Parliamone.

Rido al pensiero di quando decideremo anche di figliare senza un marito ricco, o dei nonni ricchi, o dei genitori che si facciano pieno carico della crescita della prole mentre noi siamo impegnate a fare le vagine rampanti, che si macerano il fegato il doppio degli uomini, per guadagnare la metà. Resta il fatto che per me, come è noto, questo problema della riproduzione della specie, per il momento, non si pone.

Ma sia chiaro, non è che le vagine siano tutte uguali al lavoro. Abbiamo delle caratteristiche condivise che vengono declinate in base alle soggettive forme di follia. C’è la vagina viziata, che frigna 8 volte al minuto e ogni volta senti chiaramente crescerti il pisello tra le gambe e provi un desiderio sfrontato di usarle violenza. Poi c’è la vagina slave che di solito è una che si è sovraesposta alla visione de Il Diavolo Veste Prada e che ritiene che drogarsi di caffeina e nicotina, saltando arbitrariamente i pasti, la condurrà lontano nella vita. Poi c’è la wooden vagina, che se la sente calda, caldissima, come se dal suo inutile lavoro dipendessero le sorti del mondo e che, di solito, fa dipendere dal suo uso di calmanti le sorti emotive di chiunque le sia prossimo. Superfluo puntualizzare che dal suo lavoro non dipendono nemmeno le sorti del mondo delle zecche degli unicorni alati.

Infine, un altro evergreen, c’è la vagina rettile. E la vagina rettile c’è in qualunque VaginaLand che si rispetti. Di solito è quella vagina che come tutte le serpi cambia pelle, che quando parla sputa veleno dalla biforcazione della sua lingua, ma solo alle spalle. Essa fa confronti tra il suo stipendio e il tuo, tra il suo talento e il tuo, tra le sue ginocchia e le tue, e tutto va bene finché si sente comunque la migliore. Finché le fai sentire che tu sei al suo fianco nella lotta contro tutte le vagine sane del mondo, finché sposi la sua malata visione dell’ufficio come un territorio di antagonismo insalubre. La vagina rettile raggiunge i suoi scopi. Sempre e a qualuque costo. E la peggiore vagina rettile in cui possiate incappare è quella convinta di essere, cazzonesò, un pettirosso.

E poi, a onor del vero, c’è una schiera di vagine normali, straordinariamente normali, capaci di essere professionali, serie, consapevoli, intelligenti, solidali. Sono quelle vagine che mi fanno pensare che, tutto sommato, ci sia speranza anche per il mio genere. Sono quelle vagine che mi fanno pensare che, in fondo, nonostante i nostri limiti, yes we can. E che sì, essere una vagina evoluta oggi è faticoso, ma può essere meravigliosamente appagante.

Perché sì, ho già parlato della Sindrome da Rampantismo Vaginale che di tanto in tanto mi assale, ma in questo momento siamo oltre. Ora che ho concluso un progetto, ora che ne raccoglierò frutti e risultati, adesso che tutto è andato stra-bene e io ho ri-dimostrato a me stessa di essere una fica a lavoro, perché sì, c’ho un brutto culo ma nel mio sono una fica, ecco adesso in effetti non cambia cazzo, ma sono felice. Insensatamente felice. Ma felice.

Sono felice perché ho avuto una caterva di complimenti e io ho un rapporto di sudditanza patologica nei confronti dei complimenti, le lusinghe mi gonfiano, mi fanno diventare praticamente una mongolfiera, il mio ego si espande – ma solo momentaneamente – e il mio narcisismo partecipa alla gara di fuochi d’artificio di Locorotondo.

Sono felice perché sono cresciuta, perché sono autonoma, perché questo progetto era una mia creatura e l’ho visto diventare realtà. Sono felice perché faccio cose che a VaginaLand ne capiscono la metà e nessuno saprebbe farle al 50% di come le faccio io. E questa non è presunzione. Questo è un fatto.

E forse è ora che la Vagina aumenti le sue quotazioni sul mercato.

Insomma, cazzo, sono felice. Fanculo alla modestia, io me la godo!

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Sindrome da Rientro Vaginale

A 3 giorni dal mio rientro a Milano ho le risorse emotive sufficienti per scrivere questo post: le mie ferie sono finite.

Sono in piena, devastante, trucida Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato. In buona sostanza, non ho voglia di fare un cazzo: non ho voglia di lavorare, non ho voglia di fare la spesa, non ho voglia di cucinare, né di disfare la valigia, né di fare le lavatrici.

Tuttavia, devo dirlo, sono state ferie grossomodo serene, in cui ho fatto quasi tutto quello che avevo voglia di fare: stare con le persone che amo o, come direbbe il mio amico Tarallino, “con le persone che ano”. Tarallino è un mio amico di piccola statura fisica ma grande caratura sarcastica, capace di produrre a braccio battute sovente legate alla parte anatomica in questione. Robe del tipo: “Non è anoressica, è anolessica, parla col culo”. Io per queste battute rido sempre un sacco e non so mai se sia merito del super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino fragrante come la corteccia d’abete, o se invece dipenda dal fatto che questi guizzi corrosivi sfiorano involontariamente la genialità.

Dicevamo, sono stata con i miei amici e con la mia famiglia. Felice di rivedere chi non rivedevo da troppo, felice di spendere il mio tempo nell’affetto ovattato di quel piccolo mondo antico in cui sono e resto – ancora per un po’ – la più piccola, coccolata, stronza, bambina viziata.

Ci sono stati solo 2 momenti tecnicamente critici:

1. Quando, ancor prima che il mio tallone posasse sul suolo della mia terra, mi è stato comunicato da Frecciagrossa che la mia città era inquinata da agenti patogeni quali il mio Ex e Queen of Deretan Town, la sua nuova scintillante vagina fluo.

2. Quando ho capito che uno degli argomenti più gettonati tra certi amici e certe frange estremiste della mia famiglia erano i kg che ho preso. Non è dato sapere in quale lasso di tempo: se negli ultimi 6 mesi, o negli ultimi 4 anni, o dai tempi della Prima Comunione.

E’ stato un piacere, tuttavia, osservare come il mio processo di vaginal-self-improvement abbia sortito i suoi effetti, consentendomi di fronteggiare con mediocre applombe entrambe le situazioni.

Per la prima, ho chetato il mio fastidio in volo e, una volta atterrata, ero già pronta a indossare tacchi con plateau, sorridere, salutare chiunque e, volendo, persino chiacchierare con Queen of Deretan Town, sì, insomma, quelle domande di circostanza del tipo: “Prima volta in Puglia?”, “Quanto vi trattenete?”, “Ma te la sa leccare?” e cose così. Settarmi su questo mood è stato semplice. Mi è bastato immaginarli in viaggio per la mia città, nella piccola auto, con tutta la discografia di Ligabue a palla e loro due che cantavano insieme, con viva partecipazione, “Urlando contro il cielo”. Per non spararmi le pose da figa, puntualizzo che ringrazio comunque il signore iddio di non averli incontrati. Perché il vaginismo impera, a essere “splendida” lì per lì forse sarei pure stata capace, ma mi sarei esposta a un consistente rischio-down-emotivo immediatamente successivo. Che, fortunatamente, mi sono risparmiata.

La seconda criticità, l’ho gestita peggio e quando dico “gestita peggio” intendo dire che ho sbroccato, vomitando sentenze su chi, dopo avermi rivista, ha pensato di dirmi per prima cosa che mi trovava ingrassata. Peché, in fondo, se io ingrasso o dimagrisco sono anche cazzi miei. Perché io non guardo il prossimo dicendo: “Oh minchia, ma stai rimanendo proprio senza capelli”, oppure “Daje stai diventando proprio un cesso”, oppure “Oh la cellulite ti devasta”, “Ma pensa, sei ancora disoccupata, scusa non ti senti un po’ fallita?”. Io questo non lo faccio. Non perché io le cose non le pensi, né perché io sia falsa, né perché io sia buona. Semplicemente perché la sincerità bisogna saperla usare e, in quanto tale, è una postura presuntuosa e decisamente sopravvalutata.

Quanto al resto, non mi lamento: ho visto l’alba nel mio giardino, ridendo fino alle lacrime con i miei 2 amici più cari, Frecciagrossa e Braciola. Ho scoperto che il primo, finocchio, chiava come chiaverebbe una spugnetta Spontex in un allevamento di ricci, oppure un riccio in un mondo di Spontex, e che il secondo, etero e terrone inside, influenzato da cattive frequentazioni, sta assumendo una discutibile deriva intellettuale da machoman di paese, che io ho cercato di arginare chiamando a raccolta tutte le mie presunte doti dialettiche e persuasive, in nome dell’amore che per lui nutro.

Ho scoperto che le mie amiche convivono o sono prossime alla convivenza, che sono cresciute e guardandole ho pensato che sì, cazzo, siamo diventati grandi. E mi sono accorta che per star bene non ho bisogno di scimmiottare ciò che mi faceva star bene a 22 anni. Ho scoperto che mi piace passare la nottata nei giardini delle ville, dove la gente mi parla e io riesco a capire cosa mi dice. Ho scoperto che di veder strimpellare le band locali, per sentirmi cool, in effetti non me ne frega un cazzo, perché io vivo a Milano e, se voglio, vedo Bruce Springsteen a San Siro gratis. Anche se le band locali sono andata a sentirle, che il rapporto con le origini è importante mantenerlo. Ho scoperto che a 26 anni una vagina inizia a mettersi la protezione in faccia i primi giorni di mare, che inizia a pensarci che le ustioni la pelle la invecchiano. Ho scoperto che la Vagina Maestra in autunno deve operarsi. Ho chiacchierato con mio padre, stesa sul materassino e ho parlato per una serata intera sulla spiaggia con una coppia di australiani amici dei miei amici che vivono a Londra e, questo sì, mi ha fatto sentire fica, anzi, faica. Ma non parlavo solo io, sia chiaro. Non sono così logorroica.

Ho bevuto birra sulla spiaggina e ho parzialmente convertito Frecciagrossa allo spiagginismo.

Ho negato quando la gente mi ha detto che avevo preso l’accento milanese. Ho camminato per i vicoli di Taranto Vecchia, tra l’odore del pesce fritto, trascinandomi un vodka lemon da Piazza Castello al Cantiere Maggese.

Ho ripetuto decine di volte ai miei genitori: “Ma vi rendete conto che potrei non riprodurmi?”. Loro hanno sorriso e mi hanno detto che è presto. E io ho apprezzato il loro tentativo di dissimulare quell’accenno di preoccupazione all’idea che io invecchi zitella.

E ho fatto le pizze con i miei cugini, in campagna.

E ho sorriso fino a notte fonda.

Per nessun motivo, a parte essere a casa.

Casa mia.

La casa vera.

…salvo che ora sono di nuovo a Milano, in piena Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato.

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Luglio col male che ti voglio

A luglio divento simpatica come un incrocio tra Vittorio Sgarbi e Giuliano Ferrara. Non che negli altri 11 mesi dell’anno io sia un gioiellino. Ormai lo so. Non mi spaventa più questa feroce metamorfosi estiva, che da vagina mi trasforma in mostro a tre teste.

Luglio è il mese più difficile di tutto l’anno. Il lavoro si moltiplica, la verve si dimezza e, tecnicamente, l’unica parte di me che arriva preparata alla prova costume, è la pazienza, sapientemente prosciugata da una dieta tisanoreica nello spirito.

luglio, le mie miserrime energie si concentrano così tanto per sopravvivere all’apnea pre-vacanziera, che non ne ho a sufficienza per dissimulare la mia vera natura.

La mia personalità emerge e io mi manifesto agli esseri viventi a me più prossimi in tutta la mia deplorevole essenza: impaziente, intollerante, irrascibile, intransigente, annoiata, acida che in confronto mr muscolo idraulico gel sarebbe acqua rocchetta.

Divento insofferente , non riesco nemmeno a fare quel tentativo ipocrita, che di solito faccio, di sembrare tutto sommato carina, o cordiale. A luglio se mi stai sul cazzo non c’è uno solo dei miei 312 muscoli facciali che riesca a dissimulare il mio sentire. A luglio io sudo già perché non ho l’aria condizionata, non posso sudare anche per non dire quello che penso. A luglio io sono incazzata, sono stanca, sono in premestruo per un mese intero e se tu sei un/a inetto/a, per quanto mi riguarda puoi essere anche il prodotto geneticamente claudicante della fornicazione tra Umberto Eco e Rita Levi Montalcini,  ma se idiota sei, da idiota ti tratto. Non è cattiveria, è che non ho le energie socialmente auspicabili per evitare di essere me stessa.

Vorrei pure essere diversa. Mi piacerebbe sopportare meglio chi frigna, chi mastica con la bocca aperta, chi non sa usare la punteggiatura e dissemina il testo di doppi spazi, chi si lamenta del lavoro dopo un weekend lungo in Sardegna, chi dalla vita ha avuto tutto pronto, chi è viziato, chi non ce la può fare perché non ha mai dovuto farcela con le sue forze. Mi piacerebbe non provare disprezzo e non assumere un atteggiamento di sufficienza infastidita e fastidiosa. Ma non ci riesco. E non ho le energie per provarci sul serio. E se avessi energie, le spenderei per fare gli addominali.

A luglio mi svuoto così tanto che sopporto a mala pena me, figurarsi gli altri.

A luglio potrei sbadigliare in faccia a un discorso che non mi interessa. Potrei non ridere a una battuta che non mi fa ridere. Potrei dire che un regalo mi fa cagare, se mi fa cagare. Potrei dire che un piatto fa schifo, se fa schifo. E via discorrendo.

Lo diceva anche Frecciagrossa85, quando eravamo giovani, che quando ero stanca diventavo acida e lo trattavo male. E siccome me lo diceva mentre ero stanca, io gli rispondevo che non sopportavo il suo essere polemico. Poi litigavamo furiosamente, quasi sempre di notte, e poi facevamo pace dividendoci un twix. Perché è finocchio. Fosse stato etero, probabilmente avremmo fatto pace chiavando come solo i ricci sanno fare.

Ma, in sostanza, io a luglio divento una persona insopportabile, perché smetto di sopportare.

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Sindrome da Rampantismo Vaginale

Sto lavorando un sacco in questi giorni, che sarebbe la traduzione forbita di ciò che di solito intendo quando uso espressioni come “mi stanno aprendo il culo” o “mi sto facendo il culo a paiolo“, posto che esiste anche la versione “culo a tarallo“, che è molto in voga dalle mie parti ma che qui, implicando l’idea dei carboidrati, non credo possa essere compresa.

Sto lavorando un sacco e, tra isterismi vaginali, illogicità e battibecchi, di fatto sto partorendo, allevando e vedendo prender forma a una caterva di attività molto fiche (quale sia il mio lavoro non è dato saperlo, se anche lo dicessi, non si capirebbe). Ma io, che sono terrona inside, ho sempre paura di dire che sono contenta, o che sto bene, o che – effettivamente – sto seguendo dei progetti che dopano il mio ego al limite della molestia. Ho sempre paura di dirlo perché una delle poche cose in cui credo è che la gufata sia sempre in agguato, nascosta dietro un volto apparentemente cordiale. Quindi, come dire, ostento le mie piccole e insignificanti soddisfazioni solo con quelle persone che sono sicura, ma proprio sicura, mi vogliano bene. Del resto, sono cresciuta con la Vagina Maestra che m’ha insegnato che se c’è una cosa di cui aver paura è l’invidia (salvo che non ho mai capito cosa minchia potesse esserci da invidiare in me), per essere brutalmente scalzata un decennio dopo da Manuel Agnelli che m’ha insegnato che “se c’è una cosa che è immorale è la banalità”. E anche con la Vagina Maestra della Vagina Maestra, la meta-vagina, se vogliamo, che quando ero un’infante mi toccava la fronte bisbigliando delle cose che non capivo. Pare mi facesse il malocchio. Non che mia nonna fosse una fattucchiera del ’400, ci tengo a precisarlo. Tuttavia io, che sono sua nipote, resto piuttosto scaramantica, come dire.

Per esempio, sentimentalmente: anni addietro, se vivevo un periodo LEGGERMENTE più sereno, in coppia, e mi concedevo il lusso di dirlo, di farne menzione, solo sotto specifica domanda del tipo: “Ma come va  con cazzetto3?”, ecco, se osavo rispondere qualcosa come “Ma bene, è un periodo sereno, stiamo molto peace & love” era sostanzialmente dimostrato che di lì a 5 ore avrei scoperto un paio di corna fotoniche con una tardona di Novara o con una psico-modella di paese con due nespole al posto degli zigomi. Solo ora, tuttavia, a distanza di anni, mi rendo conto che probabilmente era solo dio che mi puniva per aver usato l’espressione “peace & love“.

Ad ogni modo, dicevo, ho imparato a non espormi mai più di tanto, a non credere alle cose belle finché non c’ho fatto all’amore e anche un po’ di coccole brutali dopo. Ho imparato a condividere il buono solo con chi sa ascoltarmi quando parlo e guardarmi mentre parlo. Ma ho impato talmente bene che quando la gente mi chiede, così, per cortesia: “Come va?”, io non riesco a rispondere “Bene“.

Anche perché, tecnicamente, mi capita 1 volta a semestre di pensare che le cose vadano bene. Per iscritto riesco ancora a mentire, a scrivere “A me tutto bene, a te?”, ma a voce non ce la faccio proprio. Cioè, potrei più agevolmente sopravvivere a 5 minuti di cross trainer in palestra, piuttosto che rispondere “bene” quando la gente mi chiede come sto. Non è che io stia male. Ma non sto nemmeno bene. Allora, per onestà intellettuale estrema, che però non sfoci nell’antisocialità, ho elaborato una serie di risposte creative, tendenzialmente false ma che donino una venatura cupa all’ottimismo ipocrita della risposta. Per esempio: ”Mah…abbastanza bene”, ”Mah…piuttosto bene, grazie”, ”Mah…discretamente, dai”, “Normale”.

Mi capita di rispondere “Benissimo”, solo se sto davvero di merda.

In sostanza, come tutti, non dico mai la verità. Nessuno dice mai la verità. Solo una volta mi è successo di chiamare una persona, un cazzetto, per lavoro, e di chiedergli a inizio telefonata “Come va?”, per sentirmi rispondere “Abbastanza demmerda, grazie!“, con un sorriso. Naturalmente, me ne innamorai. Di quel cazzetto. Forse per 1 ora, ma me ne innamorai perdutamente.

Ne parlavo proprio ieri con chic-vagina: la società non è pronta a una risposta minimamente deviante rispetto al “Bene”, punto. “Bene”, liscio. Socialmente si richiede che tu risponda a una domanda che non è una domanda, facendo ricorso a una compiacente e rassicurante bugia. Ed ecco che, immancabile, arriva un turbato: “Perché? Cosa è successo?”. Nulla, non è successo nulla. Cosa vuoi che sia successo? Non ti ho mica detto che ho voglia di recidermi la giugulare. Anzi, ti ho detto che sto “piuttosto bene”.

Tutto questo per dire che sì, che non sto bene eh, che sono stanca, accaldata, mentalmente prosciugata, sottopagata e sfruttata, ma che sì, sto lavorando un sacco e sono in piena Sindrome da Rampantismo Vaginale, alla quale ero convinta che sarei scampata a questo giro. Essendo un anno più vecchia, un anno più saggia, un anno più grassa, avendo ormai imparato che lo stakanovismo non paga, che i complimenti alimentano la vanità ma non comprano una borsa miu miu (e nemmeno una carpisa), che il miglior capo è quello che fa fare il capo a te, mollandoti due milioni di responsabilità per mille euro al mese, mentre si imbarca su un volo per Singapore (viaggio di piacere, of course), ecco ero convinta che ne sarei uscita indenne, a questo giro.

E, invece, manco per il cazzo. Ho resistito finché ho potuto e poi ci sono cascata, mi sono prostituita alle pretese anali della bancarella del lavoro italiana (parlare di “mercato del lavoro italiano”, a mio avviso, sarebbe eccessivo). Ma ci sono cascata, nella Sindrome da Rampantismo Vaginale anche per una forma di masturbatorio narcisismo, ci sono cascata perché mi innamoro delle mie idee e poi mi sposso per vederle realizzate al meglio, ci sono cascata perché questo è il mio pass-partout per continuare ad essere terrona, cicciona e arrogante: essere brava in quello che faccio, che non si capisce bene cosa sia, però so farlo.

E quindi sono partiti i soliti gesti inconsulti, come indossare tacchi alti per una giornata intera a sbattersi per Milano, tra 3 riunioni con tutti i santi e le madonne; come rimandare un negroni in nome di un meeting report dettagliato, come quando l’adrenalina ti sale e tu continui a produrre e sotto stress lavori meglio e dal blackberry non ti stacchi e pensi che stai crescendo e pensi che gestisci delle persone e pensi per un secondo che forse sì, forse il gioco può valere la candela e che tutto quello che hai fatto e quella saudade che ti porti appresso per essertene andata, tra pancreas e intestino, ti stiano del resto rendendo una professionista (della fuffa) per davvero. E poco importa che inizi a parlare metà in italiano e metà in inglese, che è una frontiera ben oltre l’abuso dell’inglesismo. E poi sì, ormai lo so, che il lavoro è solo lavoro, che tutto questo in realtà conta un cazzo, che per il lavoro non bisognerebbe mai esaltarsi e mai deprimersi troppo, che siamo e restiamo la canticchiante e danzante merda del mondo, che ci vuole pazienza, come dice la Vagina Maestra, ecco, io tutto questo ormai lo so. Però, quando porto a casa 2 o 3 fanta-risultati, quando ho i miei inutili suzzessi che non cambieranno le sorti del mondo, anche se ho paura che mi accada qualcosa di tremendo di lì a un’ora, non riesco a non sentirmi veramente fica.

E mentre sono lì che penso tutte queste minchiate, i piedi mi fanno un male furioso, e anche se sono la più alta, alla fine della riunione, che è andata bene, c’è una parte di me che non smette di chiedersi perché io non sia a cucinare torte in una masseria nella gravina, sposata a un uomo forte e semplice, che ogni notte metta le sue mani ruvide sul mio corpo liscio di scrub.

Ma è una domanda retorica, lo so.

E lo so che la verità, accettabile e infima, è che questa vita qui, sui tacchi, nell’afa, a uscire dall’ufficio tardi, a salire in taxi facendo chiacchiere grossolane con il tassista prima di interromperlo per chiamare i miei genitori, per farmi lasciare al Frida, che arrivare al Frida in taxi ha un ché di blasfemo, bere due negroni, rientrare a casa alle 23.30, farmi una doccia con la schiuma ammorbidente che mi lascia profumatissima, accendere il pc, ascoltare Morrisey mentre fumo l’ultima sigaretta e andarmene a letto, ecco forse era – a grandissime linee – ciò che per me stessa avevo scelto.

Dovrei solo guadagnare il doppio e pesare la metà.

Forse lì, alla domanda “Come va?”, potrei rispondere “Quasi bene“.

p.s: per tutto quanto appena detto, apparirà chiaro che pubblicare questo post per me è un tentativo estremo di esorcizzare le mie superstizioni. Pregherei pertanto i miei più accaniti detrattori di non maledirmi. Ho già i miei problemi. Per esempio, un’esplosine atomica di cellulite su cosce e culo, che non avevo mai avuto e che non so come gestire. Cordialmente, Vagina.

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L’estate fa cagare

L’estate fa cagare.

Uno deve accettarlo. Se l’accetta vive meglio.

L’estate fa cagare.

Sì, sì, è stata la stagione più bella della nostra vita per i primi 20 e rotti anni. Sì, sì, quanti ricordi, giri in motorino sull’asfalto rovente, capelli pieni di salsedine stuprati dal vento caldissimo, il mare che luccicava a sinistra e la macchia mediterranea che sfrecciava ai 34 km/h del vespino guidato da Vaginaffa. Sì, sì, le prime mbriacate leggendarie con gli amici sulla spiaggia di notte, le stelle cadenti che non abbiamo guardato mai, le pipì nel buio e nello sconvolgimento etilico, accovacciate e in bilico, perse tra uno scoglio e un sogno, “avvisami se passa qualcuno“, che mi sono sempre chiesta: ma fosse passato qualcuno, proprio lì, nel mentre della  pipì, che minchia si faceva? Ci si interrompeva a metà dell’opera?

Sì, sì, le minigonne che scoprivano giovani cosce tornite prive della più accennata ombra di cellulite, le prime fughe da scuola sulla litoranea, e poi tutti quei coiti sudati sulla scogliera in macchina sotto la luna bianchissima che si rifletteva sul mare nerissimo, e le chiacchiere ascoltando In the Court of the Crimson King che veniva fuori dall’autoradio come poesia, e il fumo che dalle nostre bocche saliva su, a nuvolette tossiche, verso il tettuccio di una macchina che ne aveva davvero viste troppe (di fregne).

Sì, sì. Molto romantico.

Ma la verità è che, ad oggi, l’estate fa cagare.

Se poi vogliamo continuare a dire che l’estate è bella perché su 4 mesi, passiamo 2 settimane in ferie, va bene, diciamolo.

Ma metti, per esempio, quelli che vivono a 1000 km dalla loro città di mare, in un posto dove le uniche pozze d’acqua disponibili sono i Navigli, l’Idroscalo e il Lido di Piazzale Lotto. Metti che devono lavorare fino ad agosto inoltrato. Metti che vivono in una casa mono-esposta senza aria condizionata. Metti che nella città in cui vivono e in cui ogni giorno vanno a lavorare l’asfalto si sciolga sotto il peso dei loro tacchi, disseminando una serie di bucherelli lungo il loro tragitto, roba che a voler seminare le proprie tracce, non avrebbero chance. Metti che l’aria si riempia di moscerini e zanzare che una si ritrova addosso semplicemente attraversando l’atmosfera e che ovunque ci sia una calura così asfissiante che persino l’ossigeno fa fatica a starci dentro. Metti che sui mezzi pubblici ci sia un odore pestilenziale di umanità tale da pensare che forse sì, forse meriteremmo l’estinzione, come genere, se ancora non abbiamo imparato a lavarci le ascelle e a usare un degno deodorante dopo. Metti che ogni weekend si abbia la sensazione di vivere in un film apocalittico, in cui gli esseri umani sono scomparsi, tranne rare forme etniche diversamente europoidi, che oscillano tra Marocco, Cina e Sri Lanka. Aggiungici poi che in estate devi essere sempre in ordine, avere tutti i peli al posto loro e lo smalto sull’alluce, e devi scoprire le tue carni senza esitazioni e vergogna, devi accorgerti di essere talmente chiara da sfiorare la fluorescenza, circondata da persone color feci, che hanno iniziano a doparsi di melanina e a farsi lampade a metà febbraio.

Il tutto in un crescendo di disperazione, in cui le settimane scorrono lentissime e i weekend si svuotano.

Ma tutto questo, tutto ciò che abbiamo appena ritratto, è assolutamente nulla in confronto a 4 fenomeni che andrebbero segnalati all’Onu in quanto lesivi dei Diritti Umani di base:

1. Gli out-of-office ricevuti in risposta alle mail: una pratica truce, specie quando manca più di un mese alle tue ferie e tu sei lì a chiederti in quale località tremendamente esotica si trovi quello stronzo che non ti risponderà mai e capisci che non è giusto, che negli out-of-office bisognerebbe mentire, bisognerebbe scrivere cose come “Mi spiace, sono stato colto da un rarissimo virus ancora oggetto di studio che incrocia gli effetti di Ebola, Colera e Tifo. Vi risponderò il 18 luglio, nel caso in cui io sopravviva alle peggiori ferie della mia vita. In caso di emergenza, contattate il mio stagista che guadagna un terzo di me ma che, in compenso, sopravvivrà. Addio“.

2. La domanda “dove vai in vacanza?” spesso posta da chi non vede l’ora di vantarsi di dove andrà in vacanza lui, per ostentare qualche paese di cui tu ignori la dislocazione sul globo terrestre, in confronto al quale il tuo rientro in Puglia ha tutta l’aria di una scelta cheap&chic, considerato che la Puglia è di gran moda.

3. La frutta dell’esselunga che ogni volta ti fa venire in mente il gusto e la consistenza delle pesche percoche che magni a casa tua e ti fa sprofondare in uno sconforto catatonico

4. Le fotografie dei piedi immersi in un mare cristallino.

Ogni volta che ne vedo una, e ne vengono pubblicate tipo 35 al giorno, una parte di me inizia a rantolare e a sanguinare e realizza che nulla si può, contro il potere oscuro dell’ostentazione del bagnante. L’epidemia è scoppiata ed è incontrollabile: spiagge caraibiche, infradito, montature di wayfarer sfoggiate nelle più improbabili tonalità, cosce, panze, lembi di nudità abbronzate, giri in barca, beatitudini adagiate sui materassini, lettini a bordo piscina, ombrelloni, impepate di cozze sulla spiaggia al tramonto, specchi d’acqua di un azzurro che chiunque viva a Milano tende a rimuovere completamente dal proprio esperito.

E ogni volta che io ne vedo una, di quelle foto, vorrei suggerire cautela, vorrei suggerire di stare attenti, perché il mare nasconde un sacco di insidie: tracine, ricci, granchi, meduse, per iniziare.

E intanto procedo, ostinata e spossata.

E non me lo chiedo nemmeno, quanto manichi alle mie ferie. A quel momento in cui arriverò anche io in spiaggia, pianterò la mia seggiola in riva, mezza immersa nell’acqua, mi farò comprare una birra da chicchessia, mi sentirò una vagina felice e pubblicherò la foto dei miei stronzi piedi in mare.

Ma per ora è presto. Porco il mondo!

E finché non giungeranno le mie, di ferie, mi arrogherò il diritto di dire che l’estate fa cagare.

 

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Il segreto della Felicità

Qualche sera fa la Vagina Maestra, in una seduta di psicoterapia a distanza, una di quelle nelle quali sono solita porre in discussione la mia intera esistenza partendo più o meno dalla quinta elementare, una di quelle in cui  metto a fuoco che di ciò che faccio dopotutto non me ne frega un cazzo, una di quelle che la mia vita sarà così e mi fa cagare, una di quelle che è stato tutto sbagliato e che se avessi sposato un operaio dell’Ilva e adesso avessi già sfornato un paio di pargoli, ecco forse ora sarei più felice, oppure no, perché io non sono fatta per la felicità. Ecco, proprio in una di quelle telefonate in cui non vedo via d’uscita, la Vagina Maestra a un certo punto mi ha chiesto:
“Scusa, tanto per sapere, cosa ti renderebbe felice?”
Good question, madre. Good question.
Allora sono partita con i miei cavalli di battaglia e lei mi ha lasciato sfogare verbalmente il mio purulento malessere. Mi ha anche detto che sono una stronza, a un certo punto. Non ricordo perché. Devo aver detto qualcosa di particolarmente truce, tipo sulla mia inestirpabile solitudine esistenziale, che in pochi mesi si sarebbe radicata nella mia anima come le radici del Baobab sul pianeta del Piccolo Principe, o almeno credo, perché io quella roba buona e buonista non l’ho letta e più tutti la vendono come poesia formativa, più io non la leggerò mai.
Poi mi ha parlato, la Vagina Maestra, in quel modo in cui mi parla lei. Mi ha parlato con quel fare semplice, dialetticamente essenziale. Senza giri di parole. Ruvidissimo e vero. Quel fare che io accetto solo da lei. La Vagina Maestra fa sempre così, mi parla come chi sa parlarti anche solo con gli occhi, anche senza vederti.
Mi ha parlato come chi sente sulla sua pelle l’inquietudine tua e la spartisce, perché vuole spartirla. Perché la Vagina Maestra sostiene che io debba parlarle. Perché il mio silenzio la preoccupa di più. Che era una cosa che diceva anche il mio ex, che i miei silenzi lo terrorizzavano, in quanto sistematicamente ambasciatori di bibliche piaghe emotive.
La Vagina Maestra mi dice che devo accettare una serie di cose, ci butta dentro qualche proverbio e, soprattutto, mi dice “Sei abbastanza grande da cambiare la tua vita se non ti piace”.
Aiaiaiai, come diceva la pubblicità Alpitour che, insieme al “mi ami ma quanto mi ami” , ha compromesso un’intera generazione di bambini nati negli anni ottanta. Una frase tremenda e cruda, cruda e tremenda, che se si considera che non mangio nemmanco il sushi perché non ho un buon rapporto con la crudità, si capisce quanto me può pesà ingoiarla, l’idea.
E poi già lo so che c’ha ragione lei. E’ vero che c’ha ragione lei , che so grande abbastanza da cambiare quello che non mi va. E’ vero che ci penserò, ci penserò e non cambierò una fava. Io lo so che c’ha ragione lei. Anche perché è scientificamente provato che la Vagina Maestra ha sempre ragione. Dopo anni me so arresa: è l’unica vagina che riesce ad avé più ragione de me. Ncestà n cazzo da fà.
A quel punto me rilasso e riesco anche a dirle cosa mi renderebbe felice.
Le dico che per esempio mi rende felice sentirmi brava in quello che faccio e avere la sensazione di avvicinarmi a ciò che voglio. Le dico che mi renderebbe più felice non essere legata a un ufficio. Le dico che mi renderebbe felice non sprecare il mio tempo nell’attesa di qualcosa che potrebbe non arrivare. Le dico che mi renderebbe felice avere il coraggio di essere quella che mi piace immaginare. Le dico che vorrei fare una vacanza. Le dico che vorrei perdermi tra gli aromi un po’ lerci di Camden Town e che vorrei guardare tutti, ma proprio tutti, i vestitini del mercato di Portobello pensando che tanto non mi entrano. Le dico che vorrei bere birra e parlare inglese ubriaca. Le dico che vorrei sorseggiare un frappuccino mentre scrivo sul mio MacBook Air Pro in un caffé di New York. Le dico che mi renderebbe felice scrivere sul mio MacBook Air Pro nel giardino di una villa nella Valle d’Itria.
In sostanza, le dico, sarei felice di un MacBook Air Pro.
Mi dice che sono “stod’c”.
E sorride. E sorrido.
E sorridiamo.
Insieme.

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Rent-a-man Service

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Dunque, no, non è vero che mi manca.

No, non mi è mancato a San Valentino quando sono stata adottata da 2 coppie di amici prossime alla convivenza.

No, non mi è mancato quando ho ritrovato i suoi biglietti nel quadernetto dove io e ColfVagina ci scriviamo messaggi come “Ciao bela, io cuesto mese è fatto 10 ore”.

No, non mi è mancato da quando mi hanno chiamata per il primo colloquio. Da quando mi hanno fissato il secondo. Da quando, carica di adrenalina e ansia e punti interrogativi, sono andata via dal terzo.

No, non è vero che mi è mancato guardare con lui il sito dell’azienda, valutare tutti i pro, valutare tutti i contro, sentirmi dire e ripetere fino alla nausea che ero gagliarda, che dovevo annà e spaccare, però che dovevo stà tranquilla, fino all’ultimo istante prima di varcare la soglia e fa il colloquio (perché, si sa, io non ho bisogno di un uomo ma di un assistente sociale).

No, non mi è mancato per un cazzo chiamarlo dopo e raccontargli tutto d’un fiato, spiegandogli con quale applombe avevo risposto alle domande stronze di quel ciccione impotente. Non mi è mancato.

Non mi è mancato. Non mi manca mai. Non mi manca mentre cambio e mentre sono perfettamente a mio agio nella mia sincera solitudine. Non mi manca. Non mi manca avere un motivo per preparare il pranzo alle 18.00 di sabato pomeriggio.

Anzi, me manca così poco che, per compensare la sua assenza, ho ammorbato tutte le persone dotate di pene con cui io fossi in qualche misura in contatto e che ritenessi all’altezza del mio “vagina’s improvement plan“. E ho capito che non serve avere un fidanzato, se ti puoi preparare a una trattativa ingaggiando i fidanzati di tutte l’amiche tue. Uomini, insomma, che te dicano parole che a te in mente non verrebbero mai, perché nun te verrebbe mai in mente de pensà a un aumento di retribuzione in termini PERCENTUALI. La vagina fa già una fatica sconsiderata a rapportarsi con la RAL, perché fosse pe lei parlerebbe direttamente di netto in busta paga, se non di paghetta mensile. Perché l’omo apporta una luce razionalizzante, una serenità pacifica e binaria, fatta di sì e di no, di 0 a di 1, in un diagramma di flusso coerente, di cui la vagina prima di un terzo colloquio ha necessariamente bisogno, per contrastare l’insensato andirivieni dei suoi umori e delle sue opinioni. Ecco.

Ho capito che non serve un fidanzato se puoi whatsappare Zia Vagina al limite dello stalking mentre attendi che il colloquio inizi. Ho capito che non serve un fidanzato se hai due genitori con cui parlare per 1 ora appena uscita, mentre ti incammini verso casa, senza riflettere sulla distanza, fumando una sigaretta nel freddo e camminando con uno stivale a cui è saltato il soprattacco (porcoddio).

Ho anche pensato che però sarebbe più semplice se ci fosse una specie di rent-a-man-service, cui rivolgersi per risolvere inutili problemi vaginali. Sarebbe sufficiente compilare un form e dare qualche info di base sulla nostra personalità e sul problema che ci attanaglia. Di lì a 3 giorni ci si reca nel centro e ce se pijia st’omo che s’è studiato in 4 minuti e mezzo il nostro grande dilemma e che per un’oretta ci ascolterà e ci darà consigli, intelligenti però, facendoci sorridere e mettendo tra le righe qualche complimento, elegante ma assai intrigante.

L’aspetto più interessante è che l’uomo sarà drammaticamente affascinante, piacente, self confident, ironico, brillante, rassicurante, con un sorriso strappa-mutande, la camicia tinta unita coi primi 2 bottoni aperti e un collo all’apparenza liscissimo alla base e più ruvido verso le guance, dove s’è rasato al mattino, nel suo grande bagno minimal con doccia con cromoterapia, in boxer neri, impavido contro il freddo, turgido e fiero. Avrà na voce calda, due mani forti e grosse che ce starebbero troppo precise sulle nostre zinne e un orologio col cinturino in pelle che gli calzerà il polso perfettamente, poco prima di quell’osso lì, quello che sporge su certi polsi. E te, vagina, sarai lì, che mentre questo te rassicurerà e te fornirà quel minimo di virilità di cui hai bisogno per riequilibrare il vaginismo del tuo spirito, continuerai a pensà a quanto sono belle quelle spalle e quanto te ce aggrapperesti forte nel bel mezzo di un amplesso, straordinariamente appassionato, straordinariamente materiale, straordinariamente profondo.

E mentre te parlerà di come affrontà la trattativa, te sarai già completamente succube dell’ IF (Innamoramento Futile), ma proprio persa, e alla fine andrai via non solo rasserenata sulla trattativa al colloquio ma pure bella ringalluzzita nell’illusione che il mondo sia pieno di uomini che te potrebbero piacere, alle cui spalle potresti aggrapparti nel bel mezzo d’un amplesso. E perderti.

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