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PeniPenuria

Io adoro quelli che ti dicono che sei single perché sei tu che pretendi troppo. Ma li adoro proprio da morire.

Li adoro quanto quelli normovedenti che, a un certo punto della conversazione, vengono assaliti dalla smania irrefrenabile di provare gli occhiali di un povero cristo ipovedente. E quello non vuole, giustamente, perché l’occhiale è una cosa personale, non quanto lo spazzolino da denti, per intenderci, ma quasi. Nove volte su dieci, però, il molestatore occulto ha la meglio, ottiene gli occhiali in prova, li indossa, fa una smorfia di sconcerto nemmanco avesse sentito una dichiarazione intelligente di Maurizio Gasparri e poi prorompe, davanti a tutti: “MINCHIA OH, SEI CIECO!”

Li adoro quanto quelli che quando si va a cena tutti insieme e arriva il conto dicono cose come “Eh, ma io non ho bevuto il vino“, oppure “Eh ma io ho preso un antipasto de meno“. Che alla fine invece che fare alla romana, bisogna rincoglionirsi in 12 persone per far risparmiare 1 euro e 70 centesimi a un solo stronzo.

Io adoro quelli che dicono che sono io che pretendo troppo, e che per questo motivo sono single, che mica deve per forza avere tutta la discografia dei Led Zeppelin, che mica deve per forza cogliere una citazione di Taxi Driver e poi, tutto sommato, se anche avesse saponificato degli esseri umani, o sciolto nell’acido carcasse di animali vivisezionati per hobby, o profanato tombe in nome di Pino Scotto, ecco, per quale motivo al mondo non dovresti fornirgli i tuoi orifizi? In effetti, non fa una piega.

Panda

Ciò che, loro malgrado, questi discendenti genetici di Marta Flavi non colgono è quanto sia autentica e dilagante la PeniPenuria nella quale viviamo. Dicesi “PeniPenuria” un disdicevole fenomeno sociale, con ripercussioni inevitabilmente genitali, per il quale il rapporto tra i cazzetti single, eterosessuali, con un’invalidità emotiva non superiore al 30% ed esenti da psicofarmaci, e il numero di vagine è tipo di 1 a 30. E in una situazione del genere, puoi stare pur certa che ci sarà una più topa di te che si prenderà il pene in questione.

Quel che non è chiaro è che non siamo noi vagine a pretendere iddio sa cosa. E’ che semplicemente, qui a Milano più che mai, ci sono rarissimi esemplari di homo sapiens capaci di triangolare nella propria persona la magica formula: single-eterosessuale-decente. Questo mica per farci ingravidare e sfornare figli manco fossimo neocatecumenali. No. Questi esemplari non ci sono nemmeno per l’avventura, per la trombamicizia, per vidimare un abbonamento mensile e fare qualche giro, e chiacchierare poi, stesi nudi, fumando dell’erba di discreta qualità, scegliendo che film guardare insieme, prima di rivestirsi di tutti i propri alibi e tornare alle proprie impegnatissime e separate vite. Il cazzo!

Il massimo che può accaderci, escludendo quelli già impegnati, è di inciampare in qualche scopatore seriale, i cosiddetti “scapoli recidivi”, che di solito sono quelli che, raggiunto l’apice della gaussiana del loro ingrifamento, si abbandonano a frasi come: “Dimmi che sei la mia troia” e tu pensi “Ma chi minchia ti conosce?” e quelli insistono “Dillo” tutti infoiati che si pensano d’essere John Holmes, e tu pensi che no, vaiaccagare no! Io “tua” non lo sono proprio. E quando lo dico (e invero nella mia vita l’ho detto e l’ho detto all’unisono col cuore e la fregna, perché in quel momento mi ci sentivo e di sentirmici ero felice) ha un significato, cristosanto!

Ecco, questo è il massimo che possa capitarci.

Perché la verità è che il Maschio Scopabile (single, eterosessuale e decente) è un esemplare in via d’estinzione, peggio del panda, e il WWF nemmeno se n’è accorto. Tocca proteggerli, tenerli in cattività e obbligarli a riprodursi, quelli che restano. Dobbiamo pensare alle generazioni future di vagine che, altrimenti, si troveranno circondate da soli EgoFroci squilibrati, che per il genere umano rappresenteranno ciò che l’asteroide ha rappresentato per i dinosauri: la fine della specie.

E invece, per tutti i miscredenti, per tutti quelli che continuano a sostenere che siamo noi ad esagerare, io lancio una sfida: il Censimento del Maschio Scopabile Italiano. Cioè, tutti voi che siete accoppiati, dovete segnalare portatori di pene che rispondano ai 3 requisiti principe: eterosessualità comprovata, singletudine non patologica e decenza, dove con “decenza” si intende

- igiene personale

- un’accennata gradevolezza estetica (che la sua visione non sia più efficace della crusca sul nostro intestino, per intenderci)

- un minimo sindacale di piacevolezza dialettica, di argomenti condivisibili e una modestissima cura della lingua italiana

- una fedina penale pulita

- indipendenza economica e abitativa, costituiscono requisito preferenziale

Trovateli, censiteli, considerate pure aperta la Caccia al Pene.

Sia chiaro: tutto ciò solo per il gusto di dirvi, poi, quando tornerete a mani vuote o quando, a ben guardare, ciascuno dei vostri candidati avrà un macroscopico handicap, ecco, dirvi:

Odio dirlo, ma ve l’avevo detto“.

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La Vagina e la Salsiccia di Bra

Ho avuto una relazione aperta con Milano, questo weekend.

Ho passeggiato per Brera alle 11.30 del mattino (esperienza epifanica e rivoluzionaria) sotto un sole nordico e frigido, ma comunque sole.

Ho guardato le vetrine di piccoli negozietti (che vendono scarpe e orecchini meravigliosi) che non conoscevo e mi sono detta “fico, devo tornarci”, anche se tutti sanno che non ci tornerò mai più.

Ho visto, sotto quel sole nordico e frigido, scorci meneghini che voi umani non potete immaginare, con palazzi bassi e fiori ai balconi, tavolini per strada e biciclette, così belli che per un momento ho avuto il sospetto non si trattasse di Milano, finché, graziaddio, è arrivato il 30×40 di  Armani Jeans su un palazzo e allora sì, allora è Milano.

Ho pensato che questa città non è brutta, dopotutto, bisogna solo saperla prendere. E che, in questo, io e Milano c’assomigliamo.

Ho finalmente visitato il Museo del Novecento dove, inutile a dirsi, non ero entrata mai.

Ho definitivamente compreso che Milano è Milano, a Milano puoi fare tutto quello che vuoi: mostre, concerti, eventi, spettacoli, shopping, corsi di qualunque hobby possibile – fosse pure il kamasutra coi teletubbies  -…a Milano puoi fare tutto quello che vuoi, tranne che magnà bene.

Non ne faccio una questione universale. So che tutti ce se riempino la bocca su come se magna a Milano, sul ristorante stellato, sullo chef me cojoni, sulla cucina macrobiotica, sulle specialità etniche, sulla sticazzeria…ma io odio magnà a Milano. E’ un indiscusso retaggio da terrona, a me piace magnà ignorante, unto e bisunto, saziarmi e spendere poco. Eppoi io me ricordo che pure a Bologna se magnava da dio, se spendeva il giusto, a fine pasto dovevi sbottonarti il pantalone (pensa, la morte) e uscivi dalla Trattoria delle Belle Arti praticamente rantolante e poi rotolavi giù, verso via delle Moline diretta in zona Indipendenza, se era giorno, o Zamboni se era sera…ed eri inesorabilmente satolla e felice.

Milano ciò non accade mai. Ieri sera sono andata in ‘sto ristorante in centro, so entrata, un cameriere zelante m’ha preso la giacca e me l’ha appesa perché, sulla forma, niente da dire e me so seduta. La sedia mi traballava e no, non per il mio peso. Poi ho provato ad accavallà le gambe e il tavolo era troppo basso e nun potevo. Evvabbé. Poi è arrivato il menù che era scritto a mano. Uhm. Sei molto cool, tu, ristoratore milanese che decidi di scrivere a mano il tuo menù, solo che a me me piacerebbe pure de capì che cazzo ce sta scritto. Mi sforzo, e delle robe scritte sur menù non conosco quasi nulla e comunque non mi ispira niente. Anzi, tutto mi ispira così poco che decido che mangerò un risotto alla milanese che, non per dire, ma è triste. Però vorrei un antipasto, da dividere. Allora chiedo a questo cameriere, così alto ed educato, che parla con una dizione così corretta, ecco io gli chiedo come sarebbe la “salsiccia di Bra” e questo cameriere, così alto ed educato, che parla con una dizione così corretta me risponne:

“Allora, Bra è un posto in Piemonte famoso per la sua salsiccia”.

“Eh…” (MA VA!, per-non-dire-grazie-ar-cazzo!)

A quel punto ho chiaramente letto il panico negli occhi del cameriere, che ha aggiunto: “è molto buona”. (Che se faceva cagare, naturalmente, me lo dicevi).

Profondamente malmostosa, decido che ok, sì, vabbé portami sta salsiccia perché, male che vada, nulla di brutto può venir fuori da na roba che se chiama “salsiccia”. Cioè potrà esse tipo un affettato, un salame…penso io, scioccamente. Ed ecco che, dopo un tempo d’attesa biblico, il cameriere sottopone alla mia sensorialità una cosa che no, non è una salsiccia: una specie di Gourmet Gold per umani, una poltiglia di carne macinata cruda, una Simmenthal senza gelatina, essenzialmente una tartare che, va da sé, io non amo, perché non amo manco la carne al sangue, figurati sta roba, che sarà sicuramente buonissima ma a me tocca lo stomaco e il problema è mio però…TU…tu, cameriere così alto e così demente, vorrai dirmelo che si tratta di una tartare, quando ti chiedo come cazzo è la salsiccia di Bra?

Ho rinunciato mestamente alla mia metà e ho atteso, famelica, il mio triste risotto che è arrivato dopo ulteriore biblica attesa, in porzione ovviamente risibile.

Il cibo è così. Può mettere di ottimo umore. E di pessimo umore.

Infine, last but not least, in questo weekend ho fatto un lunghissimo e rilassante bagno caldo, dopo forse 10 anni che non facevo un bagno caldo (nel frattempo, garantisco, ho fatto diverse centinaia di docce). Sono spronfondata nel tepore della schiuma, con la testa poggiata al bordo, gli occhi chiusi, le gambe che dondolavano pianissimo, ascoltando casualmente “All of my love” dei Led Zeppelin e sentendo che non avevo bisogno di niente di più, in quel momento. Forse, forse, a voler essere pignoli, giusto un po’ di Silver Bubble o di Orange Bud. Ma la perfezione non esiste, si sa.

Ho fatto un lungo bagno caldo e ho sentito che tutte le mie inquietudini evaporavano e i miei polpastrelli si incartapecorivano, come al mare, come quando non volevo mai uscire dall’acqua e  mi padre me diceva che quando le dita s’arricciano vuol dire che è ora di uscì, prima che spuntino pure le branchie.

Mio padre era gagliardo assai, al mare. Quando ero un’infante me pijiava in braccio e me portava all’acqua alta. Quando avevo 10 anni, andavamo a fare il bagno al tramonto, che secondo noi era l’orario più bello per farsi il bagno, ed era sempre un’esperienza altamente challenging, con una serie di sfide del tipo “nuotare fino alla boa e, una volta arrivati, andare in immersione giù, prendere un pugnetto di sabbia e riemergere”. Naturalmente, poi, arrivava il momento puramente ludico, con le “cattuse“, ovverosia “fatti prende sulle spalle da papà, provocagli un’ernia, conta fino a 3, tappati il naso e vai giù”. Poi è arrivata la fase adolescenziale del “scusa-papà-ma-al-mare-ci-vado-con-le-mie-amiche-a-sgamare-quei-ricottari-dei-bagnini-perché-sono-cresciuta-negli-anni-novanta-quando-italia1-mandava-sconsideratamente-in-onda-Baywatch“. Ad oggi, mi piace un sacco andare al mare coi miei, spettegolare con la Vagina Maestra sotto l’ombrellone e andare alla boa con mi padre. Perché io e mio padre alla boa c’arriviamo ancora. Famo più fatica, ma c’arrivamo.

Forse è ora di prenotare un volo per tornare a casa, tra qualche settimana.

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