Il limone ha un ruolo importante nella vita di ciascun individuo.
C’è chi c’arriva prima, chi c’arriva dopo. Io, per esempio, ci sono arrivata in ritardo e ciò mi ha causato considerevoli problemi di integrazione sociale per buona parte della mia pre-adolescenza. In sostanza, non mi si limonava nessuno. Essenzialmente perché ero un cesso.
Parte della mia cessaggine originale era da imputare alla Vagina Maestra che, in maniera assolutamente illegittima, riuscì dopo la prima comunione – a 10 anni – a manipolarmi e a convincermi che sarebbe stato fantastico avere i capelli corti. Ma corti-corti. Proprio corti “alla maschietto”. Così io, ignara, lasciai che recidessero la mia chioma, condannandomi al peggior triennio che una giovine vagina in fase pre-puberale abbia potuto vivere nella storia dell’umanità. I miei capelli, infatti, oltre ad avere un non so ché di pagliereccio, tipo che le Rondini della San Benedetto potrebbero nidificarmi in testa con sommo appagamento, hanno l’altra caratteristica di crescere in maniera lenta. Anzi, no:
L e n t a . . .
Bene. Quindi, essendo che ero un cesso con i capelli corti, gli occhiali con la montatura tonda e dorata, le sopracciglia che parevo l’orso yoghi in eccesso di testosterone, ecco, era pure normale che nessuno mi si limonasse, contrariamente alle mie amiche che avevano già una mezza dozzina di limoni alle spalle e due bocce paura a 11 anni.
Detto ciò, al limone ci sono arrivata anche io. A 15 anni. E ci sono arrivata dignitosamente, con un tipo che a me pareva fichissimo (che Frecciagrossa85 ricorda ancora come il mio fidanzato più gnocco…ma io non sono d’accordo), che faceva il quinto superiore, mentre io facevo il secondo e che, per la celeberrima regola del “ogni buco è pirtuso” aveva deciso che poteva anche essere il mio ragazzo. A patto che io iniziassi a farmi le sopracciglia, of course…
E lì, all’adolescente, indifferentemente che sia cazzetto o vagina, si apre proprio un mondo. Il mondo del Limone Spinto. Quella fase succulenta della vita in cui si può trascorrere un numero sconsiderato di ore a limonare come se non ci fosse un domani. In cui si investono pomeriggi interi nella sublime arte del limonare sulle panchine del lungomare o della villa comunale, strusciandosi l’uno contro l’altro, che il mondo ci pare n’altro e che ci fa sentire così fichi, aver bigiato la scuola per andare a fare cose sozze-ma-non-troppo.
Ecco, poi si cresce. E il povero limone, che tante gioie c’ha donato, viene brutalmente soppiantato dalla nuova frontiera della trasgressione: il ditalino (neologismo la cui liceità è circoscritta tra i 14 e i 16 anni di vita, per quanto mi riguarda). Dopo il ditalino, tornare indietro è difficile. Si innesca nell’adolescente l’escalation sessuale che, passando per cunnilingus, fellatio e penetrazione, accontona ufficialmente il fascino del limone originario.
Non solo, arriva addirittura un momento della vita, solitamente dopo i 20 anni, in cui l’ex limonator, guarda con incredulità a quel tempo lontanissimo in cui si slogava la mascella e si consumava la lingua in appassionatissime sessioni orali. Ci ripensa con tenerezza, dicendo qualcosa come: “ma quanto eravamo ingenui”.
Poi si cresce ancora. Le storie finiscono. Finisce la prima. La seconda. La terza. Ci si sente vecchi, persino, a volte.
E poi accade che, improvvisamente, come notoriamente succede nella storia che è ciclica, il Limone riappare, prepotente, in tutto il suo dirompente e pervasivo desiderio. A quel punto si entra, dopo i 25 anni, ufficialmente nella Fase del Secondo Limone, che è quella fase splendida, in cui già sai tutto quello che c’è dopo (o quasi tutto, sì) e non hai fretta. In cui a limonare non ti senti più grande, ma più piccolo. In cui puoi gustare tutto il desiderio che ti arriva fino alla punta delle unghie, passandoti per gli avanbracci, e il collo, e le spalle.
In cui puoi tornare a casa, leggerissima. Come se fossi una teen-ager.
In cui puoi tornare a casa, leggerissiima.
Come non succedeva da un macello di tempo.












