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Missione VagiNight: compiuta!

Questo post è un dovere ma soprattutto un piacere (poi chiuderò le mie masturbazioni sulla VagiNight e tornerò a parlare d’altro).

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Questo post voglio scriverlo per ringraziare una caterva di persone ma voglio scriverlo anche per me. Perché voglio ricordarmi, quando tra 1 settimana mi tagliuzzerò gli avambracci pensando che non sono abbastanza, che ho sbagliato tutto, che avrei dovuto essere soltanto l’incubatrice grassa e felice di un marinaio di leva, ecco tra una settimana lo rileggerò e penserò a quanto è stato bello tutto questo: sentirsi utili divertendosi; incontrare persone squisite che dedicano parte del loro tempo libero alla realizzazione di un progetto comune; capire che se le idee sono buone (modestamente, mi passo le unghie smaltate sulle zinne con aria compiaciuta), possono diventare realtà.

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Della VagiNight ricorderò le luci fucsia, il camerino stretto con La Cesira che si trucca, lo straordinario co-conduttore Jean, il microclima tropicale per via dell’aria condizionata rotta. Ricorderò il rischio di fratturarmi il metatarso per camminare su delle scarpe insensatamente alte (dico, insensatamente per una serata popolata solo di vagine, finocchi e uomini accoppiati). Ricorderò il cocktail letale di vodka lemon e adrenalina che mi ha resa sversa con un solo bicchiere; l’intervista rilasciata a Vanity mentre pezzavo come una carogna e masticavo la cicca e provavo a dire qualcosa di intelligente sbrodolando solo banalità - posseduta com’ero dal mio triplo-mento (che è la naturale evoluzione del doppio-mento) - ma non importa; ricorderò gli abbracci di tutti i miei amici, anche quelli che non vedevo da mesi; ricorderò soprattutto quella sensazione bellissima per cui in effetti non importava un cazzo quanto fossi alta o bassa, o grassa, o riccia, o liscia perché le vagine si avvicinavano a salutarmi con gli occhi che ridevano, come se ci conoscessimo da una vita senza esserci conosciute mai, come se fossimo amiche, unite da un filo invisibile che accomuna le paturnie di tutte, rendendoci vicine, per quanto diverse.

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Ricorderò la gente che a serata finita andava via facendomi i complimenti (che sono notoriamente la mia zona erogena preferita), le risate del pubblico durante l’asta e il Rabbit venduto a 100 €. Ricorderò la voglia di divertirsi e quella sensazione di serenità e libertà che c’era. Ricorderò il pancione (che resta comunque più piccolo della mia panza dopo un pranzo a casa di mia zia) della Vale, che dentro c’è R. ed R. sarà un bambino troppo sveglio.

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Ricorderò le risate e le fotografie, i VagiKit sul bancone dorato, i giri di milioni di mail, e i recap, e le liste per entrare. Ricorderò la paura di non farcela a fare tutto al meglio. Ricorderò chi c’era e ricorderò chi non c’era (sì, è quello che sembra: una minaccia).

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Ricorderò lo sguardo felice di Giorgio quando ha capito che la serata in effetti stava spaccando.

Ricorderò anche Heart of Glass quando sono salita sul palco per i ringraziamenti. E a proposito di ringraziamenti:

- Ringrazio Elena Arzani, quella grandissima gra-Fica che per mesi ha soddisfatto le mie pugnette sulle creatività della VagiNight (banner, flyer, cover per Facebook e Twitter and so on)

- Ringrazio Condomia.it che con straordinarie lungimiranza e puntualità è salito a bordo del nostro progetto, mandandoci tutto il necessario per realizzare questa serata (inclusi i 3 lubrificanti aromatizzati che avete trovato nei VagiKit – a proposito: li avete già usati? Quando riavrò una vita sessuale, li proverò anch’io, promesso).

- Ringrazio La Cesira, senza la quale la VagiNight non sarebbe stata la VagiNight, per essersi prestata a questa impresa a fin di pene.

- Ringrazio Jean, quel fico elegantissimo che ha co-condotto la serata, con il quale ho condiviso la stesura della scaletta fino alla notte prima dell’evento

- Ringrazio Maison Milano, bellissima cornice di una serata pianificata insieme attorno ai tavolini di Cioccolati Italiani al sabato pomeriggio.

- Ringrazio Barbara, che mi ha presentato Giorgio, Antonio e Gianluca, senza la quale la VagiNight non sarebbe successa, non così

- Ringrazio naturalmente la Fondazione LILA Milano Onlus, che ha sposato il progetto e mi ha aiutata a realizzarlo. Straordinari collaboratori ma soprattutto straordinarie persone che lavorano per noi tutti, per informarci e per aiutarci. Grazie a Lella, a Claudia, a Lisa, a Domenico e poi a lui, a Max, al quale proporrò un contratto di adozione come fratello maggiore: tipo che ogni tot ci vediamo e lui mi abbraccia un po’. E poi grazie a lui, naturalmente, a Claudio: bravo e fico, che ha portato un sacco di persone GGGiuste all’evento e che ha risposto al mio stalking via whatsapp a qualsiasi ora del giorno e della notte.

- Ringrazio le amiche favolose che mi hanno supportata ma soprattutto sopportata negli ultimi mesi in cui non facevo che parlare di questa serata, roba che in confronto una 14enne innamorata del fico di quarto superiore è meno molesta e ripetitiva.

- Ringrazio tutti, ma davvero tutti quelli che ci sono stati e che hanno contribuito alla nostra raccolta fondi per la sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro l’aids. Abbiamo raggiunto, tra asta e VagiKit, € 1.300! Mica cazzi!

…Infatti, siamo Vagine.

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Grazie ancora a tutti, di cuore

V.

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Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

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Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

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E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.

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Una minchiata in più: Giuliana

Sono stata a Taranto.

La Vagina Maestra, il grande e indiscusso amore della mia vita, ha subito l’ennesimo intervento chirurgico e io non potevo in alcun modo non esserci. Così, tra vessazioni professionali degne del più squallido cliché milanese, sono tornata a casa. A stringerla. A dirle che tutto sarebbe andato bene. A dire a mio padre di star calmo. Sono tornata a casa ad assisterla, a fare le nottate in clinica, a prendermi cura di lei con tutta la dolcezza di cui sono capace, a spaventarmi del suo star male, a trattenere le lacrime di fronte alla sua vulnerabilità.

E mentre tutto questo succedeva, ho conosciuto Giuliana.

Giuliana è mia amica. Probabilmente non la rivedrò mai più, ma è mia amica.

E’ diventata mia amica subito, da quando l’ho sentita piangere mentre si preparava all’intervento, mentre diceva che non voleva e che aveva paura. E  ho capito e ho pensato che al suo posto avrei pianto anche io, perché non sono coraggiosa, perché la malattia mi spaventa, per me e per quelli che amo.

Giuliana parla benissimo il dialetto. Voglio dire: lo parla come andrebbe parlato, in modo grezzo, per nulla ripulito, straordinariamente autentico. E quando si rivolge a mia madre le da del “voi”.

“Che bella figlia che avete, signora”, le dice, mentre le sto posizionando dei cuscinetti sotto le mani, per evitare che si gonfino troppo, tra immobilità e flebo.

“Purtroppo non sto qua”, le rispondo e tiro fuori tutto quel che resta del mio accento.

“E dove stai?”, mi chiede, a fatica.

“A Milano

“Bella Milano“, commenta sua nipote adolescente, come se Milano fosse Sidney, un mondo lontanissimo pieno di affascinanti possibilità. E forse per lei, per quella ragazzina con i capelli schiariti da prepotenti meches e gli orecchini a cerchio dorati, forse per lei Milano è Sidney.

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Ma è quando la Vagina Maestra, dopo 48 ore di quasi veglia riesce finalmente a dormire un po’, che io e Giuliana diventiamo amiche.  E io scopro un sacco di cose di lei.

Scopro che ha 42 anni e 4 figli. Che la prima l’ha avuta a 15 anni e adesso è già nonna. Scopro che col marito vende la frutta al mercato e che suo fratello ha un ristorante in Emilia Romagna. Mi racconta che ha paura di volare e che le piace tantissimo Eros Ramazzotti, e pure Biagio Antonacci, ma quella che proprio nessuno gliela deve toccare è la Pausini. E questi presupposti mi aiutano a contenere lo stupore quando la tv, accesa su Sanremo, inquadra Maria Nazionale e Giuliana sa benissimo chi sia, Maria Nazionale, che a me pareva al massimo la declinazione partenopea di Lisa Ann, per dire.

“Voi come l’avete scoperto?”, mi chiede a un certo punto, riferendosi a mia madre. Per Giuliana è scontato che si tratti di tumore, perché a Taranto se stai male, nove su dieci, hai un tumore. Anche a suo nipote di 10 anni gliene hanno trovato uno in testa, mi dice. Ma io le rispondo che no, che graziaddio, tra tutti i problemi che mi madre ha e ha avuto, questo non era un tumore.

“Tu invece come l’hai scoperto?”, le chiedo.

“Se n’era andato in dentro il capezzolo”, mi ha detto, riposizionandosi la borsa del ghiaccio sulla ferita.

Ha fatto gli esami a giugno e ha scoperto di cosa si trattava. Ha fatto la chemio, ha perso tutti i capelli e mi dice che solo ora le stanno ricrescendo, ma lei non sopporta di vedersi con i capelli così corti. Mi dice che usa una parrucca e io le rispondo che non dovrebbe, perché è bella anche così e che poi quest’anno i tagli corti vanno un casino. Le dico di star calma, di non muoversi troppo per la ferita, le dico che la prima notte è la peggiore e che deve avere pazienza, che l’indomani la faranno alzare e che le leveranno anche il drenaggio dalla ferita, magari, che il sangue è già più chiaro, che no, non le farà male. Le misuro la temperatura, che è di 37,3, ma è tutto normale. Le sollevo un po’ il letto. Faccio il mio niente per alleviare il dolore della sua notte insonne.

Giuliana ha 42 anni e 4 figli. Ha un tatuaggio enorme sul polso e parla benissimo il dialetto, lo parla proprio come andrebbe parlato, e  durante l’orario delle visite vengono a trovarla parenti e amici organizzati in plotoni da 15 chiassosi soggetti l’uno, con un campionario di facce che varia dalla casa circondariale alla tossicodipendenza aggravata.

E alle 6 del mattino suo marito passa a lasciarci la colazione: caffé fatto con la macchinetta di casa e dei cornetti ancora caldi presi al bar. Giuliana me la offre e io non posso rifiutare, perché è il suo caffé speciale. Perché è il suo modo di dirmi grazie.

Giuliana parla il dialetto così bene che io quasi mi vergogno del mio congiuntivo perfettamente coniugato, mi vergogno delle mie paturnie della minchia, dei miei problemi da primo mondo, mi vergogno di tutte quelle inquietudini gratuite a cui ho subaffittato il cervello. Mi vergogno di perdere così tanto di vista cosa è importante e cosa non lo è affatto e, improvvisamente, incrociando il suo sguardo, in quel sorriso sofferto che mi fa dal bordo del suo letto, lì, con la vita vera che mi guarda in faccia e pondera se sputarmi o meno in un occhio, ecco io sento un’empatia pazzesca con questa donna, che nulla ha in comune con me, che è come se io fossi lei all’incontrario, in tutto e per tutto.

Ma in quel microcosmo, annusando l’odore della vita reale, quella più dolorosa, quella più feroce, quella in cui il problema è vivere o morire, o sopravvivere con un seno di meno e doversi accettare ancora come donna senza sentirsi mutilata, ecco lì, io non ho sentito nessuna distanza, nessuna differenza tra me e Giuliana. Ho sentito che da quella donna sconosciuta che a stento parlava l’italiano, stavo imparando la più preziosa lezione degli ultimi mesi. Che quel che avevano tolto a lei era un pezzo in meno anche per me.

E io non so se rivedrò mai Giuliana. Però so che non la dimenticherò.

Perché a Taranto c’è un’umanità che non so raccontare ma che non posso fare a meno d’amare. 

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Vagina Emigrante

Quando ero giovane, quando studiavo a Bologna, viaggiavo in autobus.

Lo facevo perché, ar finale, per Bologna ci volevano 9 ore. Perché ero giovane. Perché all’alba poi potevo arrivare a casa e collassare.

Quando ero giovane, viaggiavo di notte. E ricordo che il pullman mi sembrava un pachiderma lentissimo che si muoveva goffo sulla A14. E io ascoltavo Heroin dei Velvet Underground, guardando le luci dei paesini arroccati lungo la strada, che si riflettevano nei finestrini, che si riflettevano nei finestrini, che si riflettevano nei finestrini. E scendevo a tutte le fermate, e fumavo una sigaretta guardando i camion addormentati nei parcheggi dell’Autogrill. Ero una giovane vagina riflessiva, allora.

E, allora, mentre ascoltavo la voce di Lou Reed pensavo che sarei cambiata. Che sarebbe arrivato il giorno in cui andarmene non mi avrebbe più fatto male. Il giorno in cui non avrei più sentito di appartenere a quel luogo, a quei colori, a quegli odori e a tutte quelle contraddizioni lì. Pensavo, allora, che di anni ne avevo 19, forse 20, quando andavo via per andare a fare la bella vita a Bologna, quando lasciavo i miei genitori, i miei amici e qualche amore sempre troppo sbagliato, quindi maledettamente passionale, ecco io allora pensavo che dovevo avere pazienza, che prima o poi avrebbe smesso di essere così truce, andarsene. Pensavo che avrei smesso di odiarmi per non essere stata capace di accontentarmi. O per non aver avuto le palle di dire che, dopotutto, volevo restare lì dov’ero.

Di anni, da quei tempi lì, ne sono passati otto. Quasi nove.

E io oggi so che erano tutte cazzate. So che non è cambiato nulla, a parte il fatto che ho imparato a trattenere le lacrime, in aeroporto.

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E allora mi dico le solite minchiate, quelle che servono per contenere la depressione da rientro fulminante, che potrebbe accopparmi in quattroequattrotto. Mi dico che non mi devo lamentare. Che sono tornata, che ho passato 10 giorni a casa, che ho rivisto chi amo, che ho chiacchierato con la Vagina Maestra mentre insieme preparavamo le crespelle per il pranzo di capodanno. Che ho coccolato tanto il mio babbo. Che ho parlato con i miei amici e che nonostante gli anni passino continuiamo a ritrovarci, anche se litighiamo per le partite a zumpacavallo, anche se tutti peggioriamo in qualcosa e miglioriamo in qualcosa d’altro. Allora mi dico che ho vinto a poker e che se a Milano conoscessi meno vagine e meno froci, e più uomini duri e puri, forse potrei giocare a poker anche a Milano. Allora mi dico che ho fatto shopping e che sono molto soddisfatta di ciò che ho comprato. Mi dico che ho riso da morire con Frecciagrossa, che ho avuto il tempo per chiedere a Braciola se fosse felice e per farmi promettere da Tarallino che una volta al mese mi porterà al Bingo, a Milano, perché mi sono ricordata quanto possa rendermi felice, il Bingo. E poi ho promesso alle mie amiche, che vivono con i loro uomini sparse per l’Europa, che andrò a trovarle. E forse sì, forse dovrei farlo.

Così me ne vado. Prima del metal detector butto la bottiglietta d’acqua da mezzo litro. Butto via la dolcezza, la serenità, la pace che provo con me stessa quando sono a casa mia. Butto via tutto. E parto. E me ne vado, una volta ancora, con la Vagina Maestra stretta stretta tra le braccia e le guance di mio padre in cui sprofondare, parto di nuovo, in questo andirivieni esistenziale che ho scelto, senza sapere bene il perché. Vado via con la scamorza affumicata in borsa, che mia zia mi ha appositamente comprato per portare un po’ di Puglia a Milano. Vado via incarnando tutta la retorica del terrone emigrante con la valigia di cartone. Vado via con il desiderio di restare, di continuare a godermi i miei genitori, di continuare a parlare in dialetto con i miei amici e con i miei cugini, di continuare a vivere piena d’amore, e coccole, e attenzioni.

E poi arrivo a Milano. Dove di gradi ce ne sono 10 di meno, forse 15. Dove piove. Dove sono sola. Dove i tassisti hanno i coglioni girati anche il primo dell’anno. Dove niente e nessuno sta aspettando il mio rientro.

Ma, del resto, anche se non è un granché, questa è la vita che ho scelto.

E visto che siamo in ballo, balliamo.

Buon anno a tutti.

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Terroni a Milano

Il mio amico Tarallino, quello di bassa statura fisica e grande caratura sarcastica, si è appena trasferito a Milano, la grande città, per fare uno stage.

Sicché, timidamente, ingenuamente, romanticamente, mi ha chiesto: “Cosa devo sapere di Milano?”

A quel punto ho pensato di stilargli un piccolo vademecum del terrone emigrante, aspirante cittadino milanese, dicendogli quelle chicche che a me non ha mai detto nessuno e che ho dovuto imparare in 4 lunghi anni di etnometodologia applicata alla società milanese, perché le vere cose da sapere di Milano e della sua folkloristica fauna non sono il costo dell’abbonamento dell’atc, bensì:

1. Usare il taxi non è peccato mortaleil terrone fa una fatica atroce a eliminare il senso di colpa derivato dall’idea di tornare a casa in taxi. La ricca tradizione mitologica terrona, tramandata per lo più in forma orale dai tempi di Omero in poi, narra le epiche vicende di uomini straordinari che hanno percorso l’intera circonvallazione esterna in 91 alle 3 di notte pur di non fruire del comodissimo radio taxi 024040, che sarebbe costato loro l’intero regno.  Ma ciò è una falsità. A Milano ci sono situazioni in cui è più sensato rinunciare a una pizza che a un taxi e questa è una dura verità con la quale il terrone trapiantato prima o poi dovrà fare i conti.

2. Il sushigiovane terrone che arrivi a Milano, ti hanno raccontato che il tuo più grande incubo in questa città sarebbe stato la nebbia. Sbagliato. Scoprirai, piuttosto, che la tua più profonda angoscia diventerà il sushi. Sarai obbligato a sperimentarlo entro i primi 10 giorni dal tuo trasferimento, perché di fatto a Milano andare a cena fuori vuol dire 8 volte su 10 andare a mangiare sushi. Quando lo avrai assaggiato dovrai scegliere se fingere che ti piaccia, abdicando a tutta la tradizione gastronomica che ha formato il tuo gusto e ti ha cresciuto a forza di cozze arracanate, con il nobile intento di integrarti nella società milanese; oppure potrai essere sincero e dire che il sushi ti fa cagare. Sappi, però, che nel secondo caso, sarai condannato all’emarginazione sociale. Il gruppo ti vivrà come un disadattato o, comunque, come un sempliciotto retrogrado incapace di godere della squisitezza di un sofisticatissimo pesce crudo di dubbia provenienza, magnato con riso allesso.  La vicenda del sushi, mio caro terrone, è paradigmatica di tutto il processo di integrazione nel cosmopolitismo milanese: talvolta sarai obbligato a fingere, talvolta sarai obbligato ad adattarti, talvolta sarai obbligato a emerginarti per autoconservarti.

3. Il francesismo: non è fondamentale conoscere la lingua nel dettaglio. Ciò che costituirà una marcia in più, sarà la conoscenza di un medio repertorio di parole ed espressioni idiomatiche francesi. Il francesismo, assolutamente gratuito, è un indiscusso discrimine tra fighi e loser. Il terrone che arriva a Milano magari si sente anche piuttosto evoluto perché conosce vocaboli come “pedissequamente” e ha una discreta dimestichezza con l’inglese, ma ciò non lo aiuterà nel momento di massima difficoltà, quando il  milanese (vero o fasullo che sia) si definirà tranchant in merito al battage che si è creato sull’allure della serata Veuve Cliquot , che risultava un po’ troppo agèe, organizzata nello spazio en plein air alla maison di sticazzì. Il terrone, a quel punto, dovrà soltanto annuire e condividere, senza mostrare di non aver capito checcazzo abbia detto l’interlocutore.

4. L’inglesismo: parimenti importante, anche se di estrazione diversa, è l’inglesismo. Professionalmente non hai possibilità di sopravvivenza e non sono ammesse forme di dissidenza linguistica. Se vuoi essere figo devi imparare tutti i fondamentali dell’aziendalese e aggiornarti costantemente, perché ogni giorno emergono nuovi neologismi. Quando sarai a uno stadio avanzato, poi, ti scoprirai persino a inventarli tu stesso, i neologismi. E li inserirai nelle presentazioni powerpoint, serenamente, tanto nessuno lo saprà che è semplicemente una tua invenzione. Per iniziare, tuttavia, ripeti a casa davanti allo specchio, senza sentirti ridicolo: briefing, meeting, feedback, redemption, report, engagement, benchmarking, highlight, slide, brain storming, naming, management, leader, project, awareness, positioning, eccetera.

5. Piumino vs cappottoil clima milanese fa schifo: caldo boia d’estate e freddo porco d’inverno. Te ne accorgerai, caro amico terrone. Ciò che ti colpirà, tuttavia, sarà notare come i milanesi per via di una straordinaria mutazione genetica siano capaci di sopravvivere ai mesi più rigidi della stagione fredda in cappotto. Per cui tu, terrone, figlio di mamma terrona, che al liceo ti mandava a scuola con addosso un piumone caleffi dotato di maniche, perché c’era un atroce inverno di 14°, capisci che non sei competitivo. Tu, terrone, non puoi farcela proprio fisicamente a sopravvivere all’inverno indossando il cappotto, proprio non puoi, tu devi indossare la fottutissima piuma d’oca e raccontartela che però, sai, ci sono dei piumini che sono anche molto belli, se ci pensi.

6. Il semaforo gialloil semaforo milanese è diverso dal semaforo terrone. Ci tengo a dirtelo perché non voglio che tu ti imbottisca di multe alla prima volta che guiderai qui. Al sud, notoriamente, quando noi vediamo il semaforo giallo, acceleriamo. Trattasi di un riflesso assolutamente incondizionato, il cui messaggio sotteso non è “attenzione, rallenta, sta per scattare il rosso” quanto piuttosto “mena, muoviti, che mò scatta il rosso”. Ecco, no. A Milano quando il semaforo è giallo, si rallenta. Perché qui il giallo dura poco e sopra il semaforo c’è una telecamerina funzionante pronta a coglierti in flagrante. E tutto sommato se pensi che poi i soldi delle tue multe diventano vacanze per Formigoni, anche no.

7. I loghi: caro amico terrone, ti saranno sufficienti pochi giorni a Milano per capire che quelli che hai sempre considerato dei fighetti e delle fighette nella tua città, quelli che andavano in giro ricoperti di loghi D&G, Blauer, Refrigiwear, Fendi, Prada, Richmond, Burberry, Dior, Armani, Armani Jeans, non sono fighetti. Sono tamarri o provinciali. A Milano i fighi indossano la griffe, senza ostentarla e sono intercettati da persone parimenti fighe, che riconoscono la griffe, senza leggerla. E’ una specie di scrematura naturale o di selezione sociale silenziosa, per cui simile va con simile. Noi comuni mortali possiamo limitarci a comprendere queste dinamiche e a schifare i coatti che indossano loghi giganteschi, credendosi molto gagliardi.

8. Essere Bionoterai che qui, nella città più artificiale d’Italia, c’è una grande attenzione alla naturalezza. Qui, più che mai, bio è bello, bio è buono, bio è fico. Non stupirti, dunque, caro amico terrone, quando qualcuno ti proporrà l’acquisto di un cavolfiore a chilometro zero, che ti costerà 40 euro.

9. No politica: Milano è una città in cui, amico terrone, non devi mai cercare il confronto politico con le persone che conosci. Nel caso tu lo facessi, sappi che ti esporrai al grandissimo rischio di scoprire che tutti hanno, come minimo, dei discutibili trascorsi di destra più o meno estrema, se non direttamente la foto di Maroni in costume adamitico sul comodino. Per contro, non è necessario che ti dichiari di sinistra. Potranno presumere il tuo orientamento dal fatto che sei più povero di loro

10. Informazioneè fondamentale, a Milano, essere informati e ricorda sempre, mio caro, che il primo organo di divulgazione scientifica è Vanity Fair, mentre l’agenda mediatica degli argomenti più discussi della società italiana è dettata da Real Time.

11. Il milanese e Milanodi tanto in tanto ti capiterà di incontrare dei milanesi che parleranno in termini entusiastici di Milano. Il ché non farebbe una piega, se si limitassero a dire cose sull’efficienza della città, sugli eventi, sulle mostre. Il problema è che poi, a un certo punto, iniziano a dire che è bella. Questo per i primi 2 anni ti apparirà del tutto incomprensibile. Successivamente inizierai anche tu a cogliere una specie di bellezza burbera in questa città, che certi palazzi hanno dei bei cortili, per esempio, e che certi scorci, all’equinozio di primavera, sono suggestivi, e poi c’hanno delle vetrine paura, qui, in effetti. Ma quando inizierai a vederla così, sarà perché Milano t’avrà contagiato. Fino ad allora, comunque, sii accondiscendente con il milanese che ti parla dell’inconfutabile bellezza di Milano. Sii umano. Non nominargli altre 50 città italiane estremamente più belle e vivibilie non ricordargli quanto a Milano faccia cagare il clima, il cibo, l’aria che si respira, la società, il costo della vita, che qua ci veniamo tutti solo per lavorare e che la bellezza è una cosa altra di cui probabilmente ignora l’esistenza. Non farlo. Tu sii comprensivo.

12. Le multinazionalinel primo periodo in cui sarai a Milano, individui di varia estrazione umana e sociale ti parleranno di Unilever e Procter & Gamble. Tu non avrai idea di che minchia siano. Tranquillo. Significa che sei una persona normale. Poi vai a casa e cercalo online.

13. California Bakeryl’apice del tuo sforzo di integrazione sarà una domenica mattina, quando ti sveglierai per andare a fare un brunch al California Bakery. No, non pensare al ragù della mamma. Concentrati su quel sapore di internazionalità che vivi mentre ti abbotti di pancakes. Per la cronaca, amico, sappi che io a fare il brunch al California Bakery non ci sono andata mai.

14. Radio Deejaymettiamo le cose in chiaro da principio, sai cosa ci fai con tutta la filmografia di Lars Von Trier? Ti ci strichi. A Milano è molto più importante sapere chi sono La Pina e Diego, se non vuoi essere un parìa.

15. Ipocondria: noterai subito che ogni milanese soffre di qualcosa. Tutti hanno almeno una patologia, un’intolleranza, un’allergia. In realtà, però, non sono una razza diversa, rispetto a noi terroni. La differenza è che noi andiamo dal medico quando stiamo oggettivamente male, cioè, ma male. Loro no. Loro si fanno tipo i controlli e poi grazie ar cazzo che scoprono di avere delle cose che non vanno bene. Tu, anche in questo caso, assecondali e mostrati straordinariamente partecipe della drammaticità del loro reflusso gastrico.

16. La depressione culinaria: ti renderai conto del fatto che a Milano impera la magrezza. Ciò non dipende dal fatto che sono migliori di noi. Semplicemente, non conoscono il gusto per il cibo. Per loro il soffritto è la reincarnazione gastronomica dell’anticristo. Il piatto tipico è il risotto allo zafferano che capisci che noi non possiamo che trovare sconfortante una prospettiva del genere. Se sei fortunato la depressione culinaria ti indurrà a perdere peso. Se sei sfortunato, ti indurrà a ripiegare su cibo di fortuna e lieviterai.

16. Vacanze il mio topic preferito: le vacanze dei milanesi. Su questo argomento conviene sempre giocare d’anticipo. Ovvero, amico terrone, chiedilo tu, per primo, a loro, in quale angolo di mondo voleranno al primo ponte di 3 giorni. Così scoprirai, per esempio, che esistono persone che vanno in vacanza in Mongolia, nel Laos, in Vietnam e in tanti altri posti il cui nome non saprei riproporre e che comunque tu, come me, non saresti in grado di localizzare sul globo terracqueo. A quel punto, tu, userai molto meno entusiasmo nel dire che vai a trovare la tua amica a Londra. Come dire: sticazzi. Ciò che, però, ti consiglio di fare come contromossa è stressare (devi imparare anche “stressare” in effetti), all’occorrenza, la scelta del turismo nazionalista. Tu non vai in Malesia. Tu vai in Sicilia, che non puoi capire quanto è bella la Sicilia. E, di solito, questa cosa qui, come se tu il sud lo capissi davvero e riuscissi ad amarlo in un modo in cui loro non potranno mai, li induce a rispettare di più la tua posizione di povero pezzente del sud con la valigia di cartone.

Per ora mi sembra un buon inizio, amico terrone.

Inizia a lavorare su questi punti. Più avanti, magari, integreremo.

Cordialmente,

Vagina

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L’insostenibile leggerezza dei 27 anni

Sto per compiere 27 anni.

Sto per compiere 27 anni e in questi giorni ho capito che 27 anni sono un’età strana, un’età di mezzo, in cui non sei più giovanissima ma non devi nemmeno farti venire l’ansia da prestazione da 30enne, altrimenti i 30enni ti guardano e ti dicono: “Oooohhh Vagi, sei così giovane, magari avessi io la tua età”. Nemmeno fossi una 14enne con ancora tutte le strade aperte e l’imene integro.

Il ché mi ricorda come quando eri adolescente, perdevi ogni giorno 10 anni di vita a scuola quando il prof di matematica sorteggiava la persona da interrogare, avevi le stesse sopracciglia di Elio ma molto meno definite, non sapevi truccarti, avevi un fidanzato di quinto superiore decisamente over-fico per te, e tu questo lo sapevi e lo subivi, e non avevi mai fatto all’amore, e il mondo ti sembrava pieno di ingiustizie, e il sabato sera dovevi tornare a casa alle 21, però ti dicevano sempre: “Guarda che questa è la fase più bella della tua vita“. Che una pensava: me cojoni!

Che poi la fase più bella, ma proprio più bella della vita, di quella che ho vissuto fino ad ora, per me sono gli anni dell’università. Perché quando hai 19 anni e vivi a Bologna e studi Scienze della Comunicazione, il ché ti consente di dedicare una buona percentuale della tua vita alla nobile arte del fancazzismo, ecco, non puoi non essere in pace con l’universo.

Non puoi non ridere, non ubriacarti con due soldi, non spulciare tutte le bancarelle in Montagnola, non imbucarti ai festini e tornare a casa in bicicletta con il vento freddo che ti taglia la faccia. Non puoi essere incazzata, quando esci con VagiGnocca, che – come si intuisce dal nome – è la mia amica vagina magra e gnocca, e ti fai una serata a bere  Fragolino, perché a 19 anni consideri accettabile bere il Fragolino, in Piazza Santo Stefano, con la gente che suona poco più in là e qualcuno lo imbrocchi sicuro, per parlare, conoscere, ridere e poi dimenticare. E se ti dice bene è anche il sosia italiano di Robbie Williams, cioè, voglio dire, che fa quella cosa terribile come comprarti una rosa dal pakistano e tu poi torni a casa tutta giuliva, con la tua rosa puzzolente e spampanata. E poi ci limoni, con Robbie, fuori dal portone prima di andare a dormire, e non gli dici di salire, no, perché lui ti piace e a 19 anni può succedere anche che se un tipo ti piace tu decida, arbitrariamente, di NON dargliela.

Ecco, a parte questo, secondo me quella è la fase più bella della vita.

Poi tutto si complica, e poi forse si distende di nuovo, non lo so. Però sta di fatto che i poco meno che 30 sono un’età bizzarra, in cui ti ritrovi a fare cose bizzarre. E’ come quando sei in prima media e la Vagina Maestra t’ha tagliato i capelli corti dopo la Prima Comunione e tu c’hai un taglio che non si può vedere, alla maschietto, diobbuono che incubo, e non c’hai ancora le sise, e non si capisce se sei n maschio o na femmina. Ecco. I 27 anni sono un po’ così. C’hai degli amici che convivono e c’hai degli amici che vivono ancora coi propri genitori. C’hai degli amici che ancora devono laurearsi e c’hai degli amici che lavorano. Certi figliano e certi ricominciano daccapo.

E poi ci sei tu, che sei un po’ un ibrido e che vivi in balìa di istanze sociali anagraficamente antitetiche, e ti ritrovi a unire, in una stessa serata, un piacevolissimo dopocena con 40enni radical chic, in una casa che dire “fica” è dire poco e tu non puoi manco farci troppo le bave, che non sta bene, a fumare e ridere, e parlare di Anna Karenina e dei Promessi Sposi e a renderti conto che sì, in effetti, le generazioni precedenti studiavano molto meglio di noi, che non ci ricordiamo una beata fava di nulla; e poi, chessò, il Rocket, subito dopo, a immergerti in un crogiuolo di tardo-liceali/appena-universitari, dove la gente te passa sopra e la birra la paghi 8 euri e se poi vuoi uscire a fumarti una sigaretta, col tuo bicchierone di plastica, ci sta pure un buttafuori che ti dice che no, non puoi. Perché, nsesà. Dimmi se è normale che io a 27 anni pago una birra 8 euri e se mi ci voglio fumare sopra una sigaretta, non posso.

E intanto, sei lì che dici che no, proprio no, essù, tocca esse più attrezzate, tornarci tipo con un vestito a righe biance e nere, eppoi delle calze giallo canarino, eppoi un rossetto rosso fuoco, eppoi degli occhiali da hipster, eppoi dovremmo tagliarci i capelli e farci un bel taglio lesbo con un ciuffo alla Little Tony, per esempio, e se non ci vogliamo tagliare i capelli tocca almeno farsi una cofana cotonata alla Amy Winehouse, ecco, beh sì, praticamente carnevale, sì, infatti, e dobbiamo gasarci a mille perché mettono, tipo, chessò, i Blink182 (true story).

Ecco mentre sei là che vaneggi di ste cose, arriva uno e ti rovescia addosso un cocktail. Addosso. Sulla maglia pulita e stirata. Un cocktail. Addosso. Sulla maglia che fino a un momento prima profumava di Dixan alla lavanda e ora puzza del peggior Rhum dei bar di Caracas. Addosso. Un cocktail.

Però siccome che sei giovane, fai finta di niente. Mica sei tu madre. Figurati. Non c’è problema.

Ma la verità è dentro di te, dove un’attempata quasi 27enne urla: MA CHI CAZZO ME LO FA FARE, A ME, DI VENIRE A SQUAMARE IN MEZZO AI PISCHELLI, IN QUESTO LOCALE CHE è GRANDE QUANTO UN BOX DOCCIA?

…dev’essere l’insostenibile leggerezza dei quasi 27 anni, a spingermi.

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L’amore arriva quando meno te l’aspetti

“Scusa se t’ho fatta aspettare tesò, ma c’era una fila al cesso, che poi non capisco, c’erano 4 uomini in coda…ma che fine hanno fatto i maschi che pisciavano in mezzo alla strada?”

Su questo quesito esistenziale è iniziata la mia serata con indievagina.

Indievagina è la mia unica amica single e io la ringrazio e la benedico, per esserci, per essere single, per affrontare la vita così come l’affronta, per svegliarsi più tardi di me alla domenica, per cenare più tardi di me alla sera, per bere tanta birra quanta ne bevo io, forse anche di più.

Siamo andate al Mom, che è un posto dove la gente beve e parla, dentro la musica è quasi sempre accettabile e fuori c’è un grande olezzo d’erba, che giova sempre. Ci siamo arrivate bevendo una 3/4 di Menabrea, che camminare con una bottiglia in mano è una roba che mi fa sentire sempre troppo giovane, come quando ero a Bologna, e la serata si faceva così, tra Zamboni e Santo Stefano, tra Piazza Verdi e via delle Moline, dove l’odore di Bombocrepes si mischiava col puzzo di piscio sotto i portici, e la luce giallognola stemperava il rosso dei mattoni medievali.

Siamo arrivate al Mom e abbiamo preso il primo giro di birra.

E ci siamo appostate fuori dove, tracannando e fumando (perché abbiamo decretato che bere birra senza fumarci sopra è come un coito che s’interrompe sul più bello) ecco, tracannando birra e fumando abbiamo parlato della nostra quotidianità. Del fatto che lavoriamo troppo e che parliamo troppo di lavoro, che lavoriamo troppo e guadagniamo troppo poco, che non abbiamo il tempo per fare tutto quello che Milano permetterebbe di fare, che non abbiamo novità sentimentali tranne certi flirt improbabili, che non ci facciamo prendere dall’ansia, che no, alla psicosi del non-mi-innamorerò-mai-più-porco-mondo bisogna resistere, che ci sarà da stilare un piano quinquennale per resistere all’inverno, che si, naturalmente si potrebbe scopare, volendo, ma che ritrovarsi un EgoFrocio che guardandoti la patata dica qualcosa come “La prossima volta però ti depili proprio tutta”, cioè, anche no. Voglio dire, ma vai a cagare: il pube è mio e lo gestisco io, cosa credi, di stare dentro Le Età di Lulù?

Abbiamo parlato del fatto che siamo vagine metropolitane e che forse la poesia tornerà, o forse no. Ma nel mentre noi dobbiamo ascoltare tanta musica, e bere, e ballare, e cantare fino a graffiarci la gola.

E quando necessario, dobbiamo anche alienarci sul divano.

E abbiamo parlato di quanto odiamo quella roba lì, che laggente ti dice, quando sei single, come se non si rendesse conto di risultare insopportabile, un’incitazione alla violenza praticamente. Ecco, quando laggente ti dice: “Tranquilla (che poi, tranquilla cosa? Non mi pare di star avendo convulsioni), l’amore arriva quando meno te l’aspetti“.

Che tu vorresti sempre rispondere: “Egregio interlocutore della minchia, ma secondo te, se vivo in una società il cui intento principale è la parcellizzazione strategica della collettività in gruppi di 2 o di multipli di 2, se mi incammino verso i 30, se sono già in una fase della vita in cui risulta parzialmente stigmatizzante non avere un partner, che al di là delle sciocchezze sentimentali un partner fa sempre comodo, in quelle circostanze come cazzonesò, capodanno o le vacanze estive, ecco ma soprattutto, se non provo un brivido nel ventre da così tanto tempo che non sono nemmeno più sicura di averlo provato mai, ecco, di grazia, secondo te, gentile interlocutore della minchia, può esistere un momento in cui la Cenerentola che mi abita il deretano non si aspetti di trovare il cazzetto of her life tra i piedi?

Ti rispondo io: NO.

Non c’è.

Quella lì, Cenerentola del deretano, ce l’avemo tutte. E quella si fa i suoi film, se l’immagina, pensa a cosa proverà quando potrà di nuovo abbandonarsi all’illusione di essere innamorata e sentirà quella roba che parte dalla pancia e scende per le cosce e poi torna violenta nello stomaco. Quando giusto o sbagliato sticazzi. Sottrarsi è inesorabile. Abbandonarsi è sublime.

Ecco, perché quell’infame pensa sempre a ste cose, e le pensa in autonomia. Noi vagine, razionalmente, possiamo ignorarla, possiamo drogarla di xanax, possiamo pensare-a-noi-stesse-concentrarci-sulla-nostra-autonomia, possiamo spacciarle la nostra indipendenza come fosse oppio, possiamo ricordarle quanti limiti impone una relazione, quanto non saremmo felici nemmeno in coppia perché quando avevamo un compagno passavamo tutto il tempo a criticarlo. Insomma, noi possiamo fare delle azioni cerebrali contro quella Cenerentola lì. E possiamo anche vedere più mazze di una sacca da golf, ma non c’entra, perché quella prima o poi si sveglia e inizia a molestarci.

E inizia a farci sentire che, dopotutto, qualcosa ci manca.

E che la pretesa di bastare a se stesse è un tantino ipocrita. Un tantino presuntuosa. Un tantino bucolica.

Io e indievagina abbiamo bevuto e parlato del fatto che siamo vagine metropolitane e che forse la poesia tornerà, o forse no. Ma nel mentre noi dobbiamo ascoltare tanta musica, e bere, e ballare, e cantare fino a graffiarci la gola. Abbiamo riso delle nostre incertezze e abbiamo camminato in un sabato notte autunnale, di un autunno non ancora inverno, non ancora freddo.

E abbiamo deciso che dobbiamo essere leggere, perché in realtà un giorno questa libertà ci mancherà.

Forse anche questa città.

Forse anche le birre al Mom alle 2 di notte, parlando di tutto quello che ancora non abbiamo, invece che di tutto quello che abbiamo già.

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Un vibratore è per sempre

Esiste un solo svantaggio nel possedere un vibratore: avere l’assoluta, indubitabile, certezza che i tuoi genitori l’abbiano visto.

Ebbene sì, i Vagina‘s Parents, all’anagrafe Vagina Maestra e Mio Padre, sono stati qui, da me, nella ridente metropoli meneghina. Sono venuti qui al nord a fare un altrettanto ridente tour di visite mediche che graziaddio non guastano mai. Abbiamo passato due giorni insieme ed è stato bello e un po’ struggente come tutte le volte, tutte quelle volte che ci ritroviamo a parlare di come sono andate le cose, della nostra vita lontani, di quel futuro di cui sappiamo poco, di cosa dovevi fare a Taranto? e blablabla. Abbiamo parlato della loro salute fisica e della mia salute mentale. Abbiamo fatto shopping in centro, in quei negozi mass consumer che sono gli unici che io possa permettermi, e siamo andati a cena fuori.

A dirla tutta siamo anche andati a fare la spesa biblica che c’avevo da approfittare delle uniche braccia virili della mia vita: quelle di mio padre. In sostanza c’ho una scorta di Dixan alla lavanda e Svelto all’aceto che se domani finisce il mondo io muoio sicuro con i vestiti puliti e le stoviglie lavate. E poi ci ho fatto tante coccole, ai parents. E li ho ascoltati. E ho capito che se è vero quel che si dice, che gli anziani diventano come i bambini, è vero pure che i non ancora anziani, quelli di cinquantaequalcosa, diventano come gli adolescenti.

In sostanza, però, era andato tutto stra-bene. Finché l’imponderabile evento non si è compiuto.

Domenica loro partono per fuori Milano e io, per superare la saudade immediata, decido di coccolarmi con il mio partner, il rabbit per l’appunto. Completamente dimentica del fatto che loro, il lunedì, prima di ripartire per la Puglia, sarebbero tornati a casa mentre io ero in ufficio, ecco sì, insomma, ho abbandonato l’eroico vibratore sul comodino.  Perfettamente visibile. Fieramente ostentato, oserei dire, nella sua foggia inequivocabilmente fallica, dove una gommosa riproduzione del prepuzio lascia poco spazio ad alibi quali: “no, sai, è un minipimer”, “no, sai, è un oggetto di design metropolitano”, “no, sai, è un massaggiatore per la cervicale”.

Quello è chiaramente un pene di gomma, trasparente per di più, con un marchingegno medievale di sfere che roteano e un becco esterno deputato alla stimolazione del clitoride e, per quanto i parents siano open minded, per quanto i segreti tra noi siano stati sempre pochi, un po’ per scelta, un po’ per loro intuito, un po’ per mia incapacità di mentire, ecco checcazzo, magari il vibratore anche no.

Per capirci, la Vagina Maestra mi ha rifatto il letto con il vibratore accanto, sul comodino. E io, onestamente, non mi sono mai sentita così tanto in imbarazzo nella mia vita. Nel senso che per fare le presentazioni avrei immaginato una situazione diversa, una cosa tipo profumo di caffé, pasticcini a centro tavola, un po’ di adrenalina, dire a papà “spero ti piaccia, sai, insieme siamo così felici” e poi l’avrei piantato sul tavolo, nella sua maestosa compiutezza, il rabbit, nel caso. Invece mollarglielo lì, così, a tradimento, sotto gli occhi, senza preavviso, ecco è proprio un pensiero che mi fa venire voglia di implodere dalla vergogna.

Poi certo, per carità, sempre meglio che bucarsi, che prostituirsi, che frequentare il Just Cavalli o diventare una di quelle che si fotografano le unghie appena smaltate mettendo in didascalia la nuance Chanel da 35erotti-euri-per-uno-smalto-voi-state-male.

Però ecco, sì, insomma, ci vuole demenza. C’è da essere oggettivamente cretine. E io evidentemente lo sono. Certe volte i bagni d’umiltà servono. Anzi, in realtà la prossima volta potrei chiamare a raccolta tutta la famiglia, zii, cugini, foto dei cari defunti, pure le maestre delle elementari e la catechista che mi preparò a banchettare col corpo di Cristo, ecco una specie di presentazione della Folletto, durante la quale illustrare il mio intero equipaggiamento al completo, partendo dal VibraLoffio, passando per il Rabbit, poi il bullet, poi “O” di durex, poi l’olio lubrificante.  Così, tanto per rendere chiaro a tutti che il mercato dell’accessoristica sessuale può far conto sul mio contributo. Oppure ancora, la prossima volta che i miei vengono a trovarmi, posso farci trovare chiuso nell’armadio uno slave appeso con le catene e ricoperto di latex e borchie. Vediamo se poi mi amano ancora…

Faccio una precisazione laterale: non è che io compri più sex toys che scarpe, sia chiaro. E’ che storicamente i miei ex mi hanno regalato questi giocattoli. Ebbene sì: gioielli manco per il cazzo, vibratori sì. Per la serie: un vibratore è per sempre. E a questo punto Marzullo avrebbe pieno diritto di dirmi: “Vagina, si faccia una domanda, si dia una risposta”. La cosa ironica è che poi i cazzetti passano, i vibratori restano.

Il mio primo è stato il VibraLoffio, che è un banalissimo fallo di gomma, costato 15 euro al mio ex ex in un sexy shop di Amsterdam. Lo scelse con la premura di prenderne uno più piccolo del suo pene, che non voleva mi abituassi “troppo bene”, mentalità illuminata, si capisce subito. L’acquisto non mi soddisfò, naturalmente, perché io, succube di troppe puntate di Sex and the City (serie che ha oggettivamente deviato generazioni di vagine, quasi quanto i cartoni animati della Disney), volevo già il Rabbit. Tuttavia, a vibratore donato non si guarda in bocca, e accettai il VibraLoffio. L’uso più interessante che si possa fare del VibraLoffio è in coppia. Certi cazzetti possono manifestare una specie di ritrosia iniziale all’idea, perché entrano in antagonismo con il giocattolo, vacci a spiegare che non possono tirarsi a chi piscia più lontano con un pezzo di gomma. In più non capiscono come sia possibile che tu non sia appagata da ben 2 minuti di penetrazione standard del loro, bene che vada, normo-membro. Superato l’impatto iniziale, tuttavia, accettano il dildo nel gioco di coppia e ciò tende a raddoppiare la loro libido nemmanco avessero due uccelli.

Naturalmente, alla successiva occasione, feci il mio investimento e acquistai il Rabbit-della-vergogna. I 70 euri più ammortizzati della mia vita. Il Rabbit è uno strumento individuale e la femminilità non è completa finché non lo si prova. Il Rabbit arriva dove nessun uomo può. E’ precisione chirurgica combinata con ritmo meccanico, il paradiso clitorideo per eccellenza, una roba che finché non provi non lo sai, per capirci.

E poi, poi c’è il bullet, l’ovulo, quel coso che mi ha regalato il mio ex a Parigi (sì, sono colpevole di traffico internazionale di vibratori), in un sexy shop di Pigalle. Il bullet è eccitante più in teoria che in pratica, in quanto prevede che tu inserisca nella tua vagina questo ovulo e che dia a lui il telecomando per azionarlo e selezionare la velocità. Mmmh, affascinante, intrigante, trasgressivo. L’unica controindicazione è che hai la sensazione di avere un tampax per gorilla dentro e non puoi, faccio per dire, andare al battesimo del figlio di suo cugino con quel coso messo su per la tua cavità vaginale, a meno che tu non decida di camminare come Cassano, sui tacchi.

ça va sans dire, il mio preferito è il Rabbit.

Adesso lo sapete voi e, quel che è peggio, lo sanno pure i miei.

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Sindrome da Rientro Vaginale

A 3 giorni dal mio rientro a Milano ho le risorse emotive sufficienti per scrivere questo post: le mie ferie sono finite.

Sono in piena, devastante, trucida Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato. In buona sostanza, non ho voglia di fare un cazzo: non ho voglia di lavorare, non ho voglia di fare la spesa, non ho voglia di cucinare, né di disfare la valigia, né di fare le lavatrici.

Tuttavia, devo dirlo, sono state ferie grossomodo serene, in cui ho fatto quasi tutto quello che avevo voglia di fare: stare con le persone che amo o, come direbbe il mio amico Tarallino, “con le persone che ano”. Tarallino è un mio amico di piccola statura fisica ma grande caratura sarcastica, capace di produrre a braccio battute sovente legate alla parte anatomica in questione. Robe del tipo: “Non è anoressica, è anolessica, parla col culo”. Io per queste battute rido sempre un sacco e non so mai se sia merito del super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino fragrante come la corteccia d’abete, o se invece dipenda dal fatto che questi guizzi corrosivi sfiorano involontariamente la genialità.

Dicevamo, sono stata con i miei amici e con la mia famiglia. Felice di rivedere chi non rivedevo da troppo, felice di spendere il mio tempo nell’affetto ovattato di quel piccolo mondo antico in cui sono e resto – ancora per un po’ – la più piccola, coccolata, stronza, bambina viziata.

Ci sono stati solo 2 momenti tecnicamente critici:

1. Quando, ancor prima che il mio tallone posasse sul suolo della mia terra, mi è stato comunicato da Frecciagrossa che la mia città era inquinata da agenti patogeni quali il mio Ex e Queen of Deretan Town, la sua nuova scintillante vagina fluo.

2. Quando ho capito che uno degli argomenti più gettonati tra certi amici e certe frange estremiste della mia famiglia erano i kg che ho preso. Non è dato sapere in quale lasso di tempo: se negli ultimi 6 mesi, o negli ultimi 4 anni, o dai tempi della Prima Comunione.

E’ stato un piacere, tuttavia, osservare come il mio processo di vaginal-self-improvement abbia sortito i suoi effetti, consentendomi di fronteggiare con mediocre applombe entrambe le situazioni.

Per la prima, ho chetato il mio fastidio in volo e, una volta atterrata, ero già pronta a indossare tacchi con plateau, sorridere, salutare chiunque e, volendo, persino chiacchierare con Queen of Deretan Town, sì, insomma, quelle domande di circostanza del tipo: “Prima volta in Puglia?”, “Quanto vi trattenete?”, “Ma te la sa leccare?” e cose così. Settarmi su questo mood è stato semplice. Mi è bastato immaginarli in viaggio per la mia città, nella piccola auto, con tutta la discografia di Ligabue a palla e loro due che cantavano insieme, con viva partecipazione, “Urlando contro il cielo”. Per non spararmi le pose da figa, puntualizzo che ringrazio comunque il signore iddio di non averli incontrati. Perché il vaginismo impera, a essere “splendida” lì per lì forse sarei pure stata capace, ma mi sarei esposta a un consistente rischio-down-emotivo immediatamente successivo. Che, fortunatamente, mi sono risparmiata.

La seconda criticità, l’ho gestita peggio e quando dico “gestita peggio” intendo dire che ho sbroccato, vomitando sentenze su chi, dopo avermi rivista, ha pensato di dirmi per prima cosa che mi trovava ingrassata. Peché, in fondo, se io ingrasso o dimagrisco sono anche cazzi miei. Perché io non guardo il prossimo dicendo: “Oh minchia, ma stai rimanendo proprio senza capelli”, oppure “Daje stai diventando proprio un cesso”, oppure “Oh la cellulite ti devasta”, “Ma pensa, sei ancora disoccupata, scusa non ti senti un po’ fallita?”. Io questo non lo faccio. Non perché io le cose non le pensi, né perché io sia falsa, né perché io sia buona. Semplicemente perché la sincerità bisogna saperla usare e, in quanto tale, è una postura presuntuosa e decisamente sopravvalutata.

Quanto al resto, non mi lamento: ho visto l’alba nel mio giardino, ridendo fino alle lacrime con i miei 2 amici più cari, Frecciagrossa e Braciola. Ho scoperto che il primo, finocchio, chiava come chiaverebbe una spugnetta Spontex in un allevamento di ricci, oppure un riccio in un mondo di Spontex, e che il secondo, etero e terrone inside, influenzato da cattive frequentazioni, sta assumendo una discutibile deriva intellettuale da machoman di paese, che io ho cercato di arginare chiamando a raccolta tutte le mie presunte doti dialettiche e persuasive, in nome dell’amore che per lui nutro.

Ho scoperto che le mie amiche convivono o sono prossime alla convivenza, che sono cresciute e guardandole ho pensato che sì, cazzo, siamo diventati grandi. E mi sono accorta che per star bene non ho bisogno di scimmiottare ciò che mi faceva star bene a 22 anni. Ho scoperto che mi piace passare la nottata nei giardini delle ville, dove la gente mi parla e io riesco a capire cosa mi dice. Ho scoperto che di veder strimpellare le band locali, per sentirmi cool, in effetti non me ne frega un cazzo, perché io vivo a Milano e, se voglio, vedo Bruce Springsteen a San Siro gratis. Anche se le band locali sono andata a sentirle, che il rapporto con le origini è importante mantenerlo. Ho scoperto che a 26 anni una vagina inizia a mettersi la protezione in faccia i primi giorni di mare, che inizia a pensarci che le ustioni la pelle la invecchiano. Ho scoperto che la Vagina Maestra in autunno deve operarsi. Ho chiacchierato con mio padre, stesa sul materassino e ho parlato per una serata intera sulla spiaggia con una coppia di australiani amici dei miei amici che vivono a Londra e, questo sì, mi ha fatto sentire fica, anzi, faica. Ma non parlavo solo io, sia chiaro. Non sono così logorroica.

Ho bevuto birra sulla spiaggina e ho parzialmente convertito Frecciagrossa allo spiagginismo.

Ho negato quando la gente mi ha detto che avevo preso l’accento milanese. Ho camminato per i vicoli di Taranto Vecchia, tra l’odore del pesce fritto, trascinandomi un vodka lemon da Piazza Castello al Cantiere Maggese.

Ho ripetuto decine di volte ai miei genitori: “Ma vi rendete conto che potrei non riprodurmi?”. Loro hanno sorriso e mi hanno detto che è presto. E io ho apprezzato il loro tentativo di dissimulare quell’accenno di preoccupazione all’idea che io invecchi zitella.

E ho fatto le pizze con i miei cugini, in campagna.

E ho sorriso fino a notte fonda.

Per nessun motivo, a parte essere a casa.

Casa mia.

La casa vera.

…salvo che ora sono di nuovo a Milano, in piena Sindrome da Rientro Vaginale, che sarebbe la classica sindrome da rientro, con l’aggravante della vagina, delle ovaie e di tutto l’apparato dolcemente complicato, sempre più emozionato.

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Amarsi un po’

Ho conosciuto GuruVagina nei miei primissimi giorni a Milano, più di 3 anni fa. Siamo state vicine di banco al Master di Alta formazione in Sticazzi che abbiamo frequentato insieme, affrontandolo con lo stesso disinteresse nei confronti di un mestiere della cui inutilità ci saremmo lamentate assai negli anni a venire, senza smettere di farlo, perché in fondo farlo ci piace.

GuruVagina è tre anni più grande di me, è brillante che nemmanco con pril due in uno e ha una specie di saggezza laterale da cui c’è sempre da imparare. Straordinariamente in grado di rapportarsi con i problemi vaginali usando un approccio virile, GuruVagina è quel genere di amica che  riesce spesso a offrirti un punto di vista a cui non avevi pensato, una prospettiva altra, politicamente scorretta, in grado di invertire i poli della questione e di farti apparire tutto in qualche misura più gestibile.

Quando ci siamo conosciute lei aveva la mia età oggi, ed io ero una minuscola appena-23enne catapultata nel mondo dei grandi, che abdicava alla rosea vita universitaria, al tempo libero, alla libertà e al cazzeggio, in nome di un ingresso precoce nel mondo del lavoro. Eravamo entrambe fidanzate con cazzetti meridionali, del tipo nasco-cresco-vivo-muoio al sud. Io conobbi il suo, lei conobbe il mio. Ci lasciammo entrambe. Entrambe iniziammo un nuovo amore (il mio, tragicamente finito mesi orsono, è quello imputato della paternità di questo blog), mentre affrontavamo i primi mesi di lavoro, lo sfruttamento, lo stagismo, quella precarietà e quella nausea che spesso caratterizzano i primi 2 anni di vita a Milano.

Tecnicamente con GuruVagina abbiamo condiviso un sacco di vizi e di risate, di birre e coca cole light, di paturnie, di lacrime, di insalate, di OKM (operazioni kate moss) mai andate a buon fine e di aperitivi. Abbiamo affrontato nuove relazioni, nuovi lavori, nuovi clienti, nuove preoccupazioni, nuovi fallimenti  e nuove soddisfazioni, suggerendoci espedienti di serenità a vicenda, arginando il vaginismo dell’altra, anche in apposite terapie di gruppo con chic-vagina e surf-vagina. Insomma, in tre anni sono successe svariate cose e io da GuruVagina ho ricevuto tanti spunti di saggezza vaginale, di cui quello principe è, e resta: ”Il modo peggiore per avere da un uomo ciò che vuoi, è chiederglielo“.

Ho conosciuto GuruVagina nei miei primissimi giorni a Milano, più di 3 anni fa.

E la settimana scorsa ho scoperto da GuruVagina che GuruVagina stessa si sposerà.

Per affrontare l’argomento ho bisogno di qualcosa come i Sigur Ros, che non ascoltavo da tipo 5 anni, perché sono troppo liquidi e mi scendono troppo dentro. E io non ho mai voglia di farmi frugare l’anima. Ma oggi li metto, ché merita, il tema. E il minimo che posso fare è immolarmi sull’altare dell’autolesionismo musicale.

GuruVagina me l’ha detto prima di andare insieme a un concerto a InCuloAiLupi. E’ venuta da me, è entrata nei 290 gradi centigradi del mio ampio living room/cucina/salotto/studio/purgatorio, si è seduta sul divano – che a luglio segna la vittoria indiscussa dell’ecopelle sulla pelle umana – ha iniziato a rullare e mi ha detto: “Dunque, sai che abbiamo fatto l’anniversario, no?”

Alché ho capito e ho iniziato ad emettere versi inconsulti, gesticolando in maniera improbabile. Ci siamo guardate, ping pong di occhiatine e ridolini vaginali, punteggiati di stupore devastante e poi ha sollevato la mano sinistra e io l’ho visto, finalmente, l’anello.

Lì credo mi sia partito un nitrito asmatico, o qualcosa di molto simile ad esso. Le sono andata incontro, le ho preso la mano, l’ho sbaciucchiata a mitraglietta sulla guancia, così emozionata che quasi piagnevo, se non fosse che ero già pronta per il concerto e se avessi pianto mi si sarebbe sciolto tutto il trucco da battona che avevo accuratamente dipinto sui miei occhi. Avrei anche voluto abbracciarla dippiù, ma saremmo scivolate sguiscide l’una contro l’altra, in quella patina di sudore condensato che si crea sull’epidermide degli esseri umani che abitano a Milano a luglio, e noi avremmo fatto la fine di quelle otarie nei delfinari, che si rotolano addosso facendo peripezie insensate per un biscottino al gusto di baccalà.

Lentamente mi sono ripresa e mi sono fatta raccontare tutti i dettagli, interrompendola ogni 8 secondi circa per dare un essenziale contributo alla narrazione, del tipo: “Non ci credo!”, “Che storia!”, “Dio che bello!”, “Ma è dolzissimo”. E intanto la guardavo e vedevo in lei una felicità meravigliosa: incredula, composta, vera. Non ridondava. Se ne stava lì, piantata negli occhi suoi, come una luce che non aveva bisogno di abbagliare.

Fino a quando ci siamo incamminate per InCuloAiLupi, dove ci aspettavano gli altri, e, lungo il tragitto, per non sentirci quel genere di vagina terrona legata all’idea del matrimonio, abbiamo parlato malissimo della cerimonia, del ricevimento, del velo, del bianco, del bouquet, dei parenti di settordicesima generazione, dei pranzi infiniti, delle fotografie in pose plastiche, dei ristoranti che hanno le riproduzioni delle statue greche e le fontane zampillanti. Abbiamo paragonato il matrimonio a una recita, a un presepe vivente, a un retaggio arcaico di una società ormai evolutasi in altra direzione.

Eppure io non smettevo di pensare e di dire quanto, in quel caso, fosse tutto magico, ma non quel magico der cazzo, non quel magico vaginale che si dice sempre. Magico per davvero. Magico perché non richiesto, non preteso, non voluto. Magico perché non era nei piani ed è successo.

E allora, ho pensato, che forse amarsi (un po’)  si può. Lavorare su di sé, incontrarsi, incastrarsi, costruire un equilibrio condiviso, che rispetti entrambi, che permetta di volersi, di afferrarsi, di non perdersi, ecco forse tutto questo può essere. Ed è impegnativo, è voluto, è conquistato. E’ raro. E io non so spiegarlo bene, non ne ho gli strumenti né le capacità,  però questa storia qui io l’ho vista nascere. L’ho vista crescere. Ogni tanto tremare. E non finire.

Quando siamo arrivate al locale, ho tracannato 2 vodka-lemon a stomaco vuoto ma, contrariamente a quanto avevo sempre pensato sarebbe successo in un momento del genere, ero talmente felice per lei che in me non c’era spazio per le paturnie vaginali, per pensare che a me non succederà mai, per pensare che io resterò sola, che non saprò mai costruire un legame così solido da fuorviare un uomo al punto da volermi al suo fianco per la vita. In me questo spazio non c’era. Non c’era per il cinismo. Non c’era per tutto ciò che posso lucidamente pensare delle unioni che pretendono di durare per sempre.

C’era solo l’idea che forse, a volte, amarsi un po’ si può.

C’era solo felicità. E quella sorpresa indescrivibile e rassicurante che si prova, a inciampare in qualcosa che – con le dovute trasposizioni -, ha il sapore dolce di quelle favole der cazzo con cui siamo, nostro malgrado, cresciute.

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