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Vagine in Fiore

Secondo Zia Vagina, la primavera è quella stagione in cui, a prescindere da come tu sia conciata, tutti gli uomini, ma proprio tutti, ti guardano. Allora io ho iniziato a fare molto più caso ai cazzetti che incrocio. Ho iniziato a notare i 60enni erotomani che la mattina mi guardano mentre vado al lavoro solo perché ho la gonna e gli extracomunitari che mi spogliano con gli occhi quando passo, mentre i 30enni piacenti non mi si filano di pezza e ciò mi ha fatto pensare che, forse, era mejo quando camminavo guardando in basso, assorta nel mio affaccendatissimo meditare.

Secondo me, invece, la primavera è quella stagione in cui regna l’anarchia della calzatura e camminano accanto persone con gli stivali e persone con le infradito.
Non solo, la primavera è anche la stagione in cui sei obbligata a ricominciare a farti sul serio la pedicure, in cui devi depilarti scrupolosamente, in cui l’argomento più importante dell’agenda mediatica diventa la prova bikini, in cui chiunque inizia a mettersi a dieta, in cui chiunque inizia a prenotarsi le vacanze estive tranne te che – single e provvista d’amici accoppiati - non hai idea di che minchia fare ad agosto.
La primavera è quella stagione in cui hai proprio voglia di fare l’aperitivo ogni sera e in cui rientri a casa tardi fingendo d’essere sazia per non sentirti una vacca ma, presumibilmente, cederai intorno alla mezzanotte magnandoti un’insalatissima riomare con vaschetta ed isy-pil.
Senza dimenticare che, in primavera, per pura sopravvivenza, devi iniziare a scoprire le braccia che parono due prosciutti Parmacotto e devi offrire lembi di nudità allo sguardo altrui, mostrando un incarnato da bambola di porcellana dell’ottocento che risulta alquanto demodé nell’imperialismo della pelle color diarrea.

Detto ciò, è anche vero che la primavera è quella stagione in cui mi sorprendo a scrutare uno sconosciuto mal vestito in tram, al mattino, dietro i miei occhiali da sole disperatamente fichi. E’ quella stagione in cui guardo per bene quanto è alto, quanto sono larghe le sue spalle, quanto sembrano forti le sue mani pure se c’hanno la fede nunziale, mentre mi chiedo quanto possa essere noiosa la sua sessualità coniugale e contemporeaneamente lascio che la primavera si accomodi in me, pervadendomi.

E allora inizio a gustare il risveglio dei sensi, quel desiderio di mani arroganti, di respiri affannati sulle spalle, di sozzerie sussurrate nell’orecchio, di corpi ebbri che si strofinano ancora vestiti, di braccia che mi afferrano, di capelli tirati, di labbra socchiuse, di dita morsicate, di sapori violenti. Quel desiderio selvatico e spudorato di libertà, tanto meglio se sbagliata e clandestina. Quella ricerca primitiva di nuovi formicolii, quell’individualità che parte  dal ventre e infetta il resto, assottigliando spaventosamente il confine tra la testa e le cosce. Tra l’istinto incondizionato e la ragione.

E allora ho iniziato a ripensare agli amanti che ho avuto, a ricordare cosa mi piaceva tanto di loro. E a confrontarlo con cosa mi piace tanto adesso. E a capire che non è mai vero quando crediamo di aver perso il massimo e di non poterlo trovare più.

E allora ho pensato che è primavera e io posso sprofondare in letti nuovi, e scivolare su pelli diverse, e dimenticare per qualche ora, tutto il resto.

Se ne ho voglia.

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