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Io a Sara Tommasi ci voglio bene

Se Madame Bovary fosse cresciuta guardando Non è la Rai, sarebbe diventata Sara Tommasi. 

Non è semplice scrivere questo post. Non è semplice per innumerevoli ragioni. Innanzitutto, la Vagina arriva in ritardo, la “giovane” ternana è stata l’argomento più chiacchierato del web degli ultimi 10 giorni quindi sì, tutto è stato già detto e già scritto (sebbene io abbia cercato di non leggere molto per conservarmi quanto più possibile scevra da “pregiudizi”). In secondo luogo, parlare male di Sara Tommasi è un gesto assai più spregevole che sparare sulla Croce Rossa, che regalare una Sacher Torte a Marisa Laurito, che togliere i bigodini a Valerio Scanu.

Il motivo di tanto chiacchiericcio, è noto, è stato l’uscita del primo hard movie interpretato dalla nostra eroina, abilmente anticipato da un video teaser in cui la Tommasi diceva cose come “Godo, godo come una porca, sono una zoccola” che se l’avesse detto Puffetta sarebbe stata assai più credibile. Ad alimentare il buzz prima della release, alcune micidiali dichiarazioni della neo-pornoattrice, di cui quella più degna di nota è relativa a un fantomatico rapimento alieno, con innesto di microchip per diffondere l’amore nel mondo.

Sara le spara, insomma. Le spara grosse, sempre più grosse, come quel vecchietto che sosteneva che una prostituta marocchina fosse la nipote del presidente egiziano, per intenderci. E tutti ne parlano, tutti, persino l’home page di corriere.it sacrifica la vicenda del drammatico divorzio tra due tartarughe giganti centenarie, per dare spazio a Sara. Mentre sui social impazzano articoli in cui il Rocco Nazionale boccia  apertamente il film, dichiarando che queste produzioni fanno solo male al porno. E noi tutti, del resto, teniamo alla salute del porno.

Sovraesposta a questi numerosissimi stimoli, ho deciso che questo ”La mia prima volta” o “Sara contro tutti” o quelcheminchialè, andava visto. E, per l’appunto, l’ho visto. E, in effetti, è un abominio. Nessun cazzetto, anche marginalmente sano, potrebbe o dovrebbe avere un’erezione guardandolo. Se ce l’ha, l’erezione, si vede che è un potenziale stupratore, una specie di pederasta o un necrofilo latente. Sara è talmente rigida – quando non disgustata o completamente assente – che, ad avercelo, consiglierei di più la visione di un sex-tape di Mara Maionchi. Per non parlare della putrida colonna sonora e delle location, talmente squallide da far pensare che sia naturalmente voluto, per rendere il tutto ancora più grottesco. Senza tralasciare i gemiti montati sopra, ad minchiam, che se ne vanno per cazzi loro rispetto al labiale di Sara che evidentemente non è in sé (da almeno 20 anni).

In sostanza, questo sub-porno è talmente orrendo che persino Telecapri potrebbe rifiutarsi di mandarlo in onda a notte fonda (sebbene io abbia scoperto che – invece – sarà programmato da Sky Hot Club, con mio sommo sbigottimento).

Devo però anche dire che, vedendo questo mostruoso film, ho capito molte cose (fermo restando che sono ancora convinta che sarebbe socialmente auspicabile chiudere le Tube di Falloppio di Sara Tommasi e che vorrei il numero del suo pusher).

Ho capito definitivamente che non si può usare il rasoio sul pube, che la pelle si irrita assai. Ho capito com’è un pompino fatto veramente ma veramente male. Ho capito che tutte le mamme di figlie femmine questo video dovrebbero guardarlo e pensare che se non le crescono bene, questo è ciò che potrebbe succedere. Ho capito che la storia di Sara Tommasi è molto più della storia di una delle tante troie dozzinali che popolano questo paese. Nossignori. Sara Tommasi è sì un caso umano (alla stregua di Gemma del Sud, solo che, a differenza di Gemma, è figa), ma la sua storia, che è una squallida parabola, è anche la sintesi perfetta della cultura dell’ignoranza italiana degli ultimi 20 anni.

Ho capito che questa ragazza è profondamente sola. E non mi stupisce, che lo sia. Sola, intendo. Perché è stupida. Perché è vuota. Perché non sa fare niente. Perché è niente. Come tutti ma molto più di tutti, perché sul suo niente ci sono i riflettori accesi. Riflettori desiderati, voluti, perseguiti al limite della patologia. E, sotto il fascio di luce, noi tutti guardiamo, sapendo in anticipo che il nostro sguardo si poserà su qualcosa di fortemente puerile. Eppure, bisogna dargliene atto, Sara riesce a sorprenderci, a essere peggiore di quanto potessimo immaginare. E ci infastidisce, perché proprio quando eravamo convinti che non esistesse una donna più idiota di Flavia Vento siamo obbligati a riconsiderare le nostre posizioni. Sara ci colpisce perché è sempre più gratuitamente negativa, perché è insignificante, perché forza sempre di più la linea dell’umana decenza. Eppure, nessuno smette di parlarne perché, forse, nella sua miseria, è un caso paradigmatico.

Quello di Sara è un urlo senza voce e senza contenuto. E’ il dramma generazionale di chi non può vivere una vita “normale”, di chi deve arrivare, essere qualcosa, qualunque cosa, di chi non ha mai imparato cosa sia la dignità.

Quello di Sara è un tentativo disperato di esserci e di sconvolgere, del tutto privo del fascino della depravazione, della ribellione, della provocazione. Si tratta di una disperazione in assenza di anima. Sara è l’incarnazione dello spirito del nostro tempo, è il vuoto per il vuoto, portato all’eccesso più estremo. Sara ha qualcosa di rock senza essere rock. E’ un’icona senza saperlo essere. Potrebbe diventare una faccia stampata su una t-shirt. Potrebbe morire tra un mese in una lussuosa camera d’albergo, mentre strafatta si taglia via il clitoride con il venus di gillette rasandosi la patonza e, forse, a quel punto, qualcuno inizierebbe a porsi le domande giuste, su questa ragazza così straordinariamente brutta dentro e graziosa fuori, così magistralmente priva di qualunque afflato positivo possa esistere in una vagina.

Io, per esempio, mi chiedo dove sia la famiglia di Sara. Mi chiedo dove sia quel padre che le ha pagato la retta alla Bocconi e che accetta l’idea che sua figlia si scopi Alfonso Luigi Marra. Mi chiedo dove sia quella madre che guarda la propria figlia raschiare un fondo che non è mai abbastanza fondo. Mi chiedo dove siano l’amica con la quale si confidava nei pomeriggi d’estate, l’amico con cui si fumava le prime canne da ragazzina, l’ex fidanzato che non ha mai smesso di volerle bene. Anche ponendo il caso che Sara sia, come si definisce, una zoccola e che si sia scopata lo zio, il nonno, i fidanzati delle sue amiche, che abbia tradito tutti i suoi ex, ponendo anche tutti questi casi paradossali, perché non esiste nessuno che a questa donna voglia bene abbastanza da aiutarla?

Sì, è vero. Probabilmente è tardi. Probabilmente Sara è destinata a continuare ad essere per sempre una brutta copia, un tentativo fallito, la stupida manipolazione di qualche pappone. Probabilmente Sara resterà lì, nei confini inconsapevoli della sua poetica del niente, troppo sciocca anche per contemplare l’ipotesi di un’uscita di scena in grande stile.

Io non lo so. E non essendo Alessandro Meluzzi – cosa di cui sarò per sempre grata a dio – non voglio sperticarmi in ipotesi e illazioni. Ciò che so è che questa è una donna sola. E brutta.  E più si imbruttisce, più si isola. So che in lei non c’è gioia e non c’è nemmeno la più piccola traccia di quel godimento, di quella libidine che millanta di amare (come, del resto, millanta di saper succhiare) e, in confronto, Paris Hilton sembra una dea. Ed è proprio la tristezza di Sara, la sua mediocrità, la sua debolezza, la sua solitudine sterile a farmi pensare che qualcuno dovrebbe volerle bene e aiutarla. E se ciò mi fa suonare moralista, sticazzi, è quel che penso. E no, non provo pena, non provo compassione per lei, che sono sentimenti da destinare a chi ha problemi molto più seri.

Vanity ha detto che ridere di lei è come ridere di un cieco o di uno storpio. Vice ha detto che dopo Charles Manson, Sara è la migliore approssimazione all’anticristo. Alcuni hanno detto anche che il film rappresenta un esempio di circonvenzione di incapace, che ad essere onesta io nemmeno sapevo cosa significasse “circonvenzione” e – pur intuendolo – ho deciso di andarmelo a cercare sul dizionario.

Va bene tutto ma ciò che mi chiedo, in più, è come tutti possano dimenticare che dietro questa pantomima, dietro questo caso mediatico fine a se stesso, dietro l’inutilità di questa mercificazione, ci sia una persona. Mi chiedo come si possa stare inerti a guardare la deriva umana, squisitamente contemporanea, di questo animale umano cresciuto tra reality show, festini e protesi al seno. Senza muovere un dito. Come fosse una recita. Senza il sospetto che, in fondo, almeno una cosa vera ci sia: il malessere di una donna troppo stupida, troppo emotivamente invalida, per aiutarsi da sola.

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