Le vagine, nella loro vita, devono sostenere numerosissimi esami.
Consumano un’esistenza intera nel tentativo di approssimarsi a un modello insostenibile di femminilità, parzialmente dettato dalla cultura, parzialmente dettato dalla tradizione, parzialmente dettato dai media. Quasi mai, dalla natura, intesa nel suo senso più primitivo e autentico, salvo che per quelle sbavature di vaginismo cui sono geneticamente e periodicamente soggette.
In questo lungo percorso verso il compiacimento della società, veniamo esposte a giudizi costanti, fin da giovanissime. Se le tette ci crescono troppo presto non va bene, i maschi ci bramano e le femmine ci odiano. Se le tette ci crescono troppo tardi non va bene, i maschi non ci cagano e le femmine ci discriminano. Se la diamo via troppo presto siamo troie, se la diamo via troppo tardi siamo suore. Se a scuola siamo brave siamo delle secchione, se non facciamo un cazzo non abbiamo cervello. Se usiamo scarpe troppo comode siamo sessorepellenti, se usiamo scarpe troppo audaci siamo delle vacche. Se facciamo carriera siamo troppo sicure, se non la facciamo non abbiamo obiettivi. Se siamo intelligenti siamo scassacazzi, se siamo tranquille non intrighiamo. Se abbiamo carattere siamo stronze, se siamo semplici non abbiamo nulla da dire. E via così, per un lungo percorso costellato di semplificazioni schematiche, di opposizioni binarie che poco dicono di noi ma permettono – in linea di massima – di categorizzarci. Lungo questo accidentato percorso, noi dobbiamo destreggiarci per la nostra intera esistenza, costantemente alla ricerca della misura corretta, quel tanto al kg, un po’ di tutto e troppo di niente, insomma l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto.
E lì, mentre cerchiamo di essere le migliori possibili, sempre (le migliori figlie, le migliori amiche, le migliori alunne, le migliori fidanzate, le migliori sorelle, le migliori madri, le migliori professioniste), talvolta sbagliando perché – pensa – siamo umane, e sempre un po’ indignate con noi stesse per non essere ancora riuscite – chessò – a scindere l’atomo con la forza del premestruo, ecco mentre noi ci sbattiamo l’anima a fare tutto questo, sosteniamo anche tutti i nostri piccoli-grandi esami esistenziali. Molti li superiamo, altri no. Alcuni li ripetiamo e certi invece capitano una volta sola, sono one-shot, se li canniamo so cazzi nostri. Ma mentre tutto questo si consuma, c’è una prova, che è la più feroce, che ha cadenza annuale e che ci giudica impietosamente a prescindere da tutto ciò che possiamo aver dimostrato nella vita (incluso, che ne so, aver sfornato quei 2 o 3 pargoli): la Prova Costume.
Ora, evitiamoci l’ipocrisia di dire che la prova costume non ha un genere, che è rivolta anche agli uomini, perché sarebbe come dire che il target delle pubblicità dei trapani Black&Decker sono le vagine. Non diciamo cazzate. La prova costume è smaccatamente femminile, al punto da essere considerata spesso sinonimo di “Prova Bikini“.
Per onestà intellettuale mi sento obbligata a premettere che se io fossi Heidi Klum, non mi porrei questo problema. Ci penso, naturalmente, essendo una vagina qualunque, tracagnotta da quando ha memoria di sé.
Dicevamo, la prova costume incombe sulla nostra serenità da subito dopo Pasqua, che te sei lì con l’agnello al forno con le patate ancora da digerire e partono i primi link: “Pancia piatta in 3 mosse” – “La dieta dell’ornitorinco” – “Addominali scolpiti con la forza degli starnuti” – “Ecco la pillola che, accompagnata da una danza tribale 3 volte al giorno, ti farà bruciare tutti i grassi” – “Rimedi contro la cellulite” – “Pelle a buccia d’arancia? Cosa vuoi essere, una spremuta?“.
La propaganda continua impietosa, seguendo tappe precise, secondo uno schema collaudato e raffinato di anno in anno, che si articola in 4 fasi consecutive:
Fase 1 – Violenza Psicologica
Fase 2 – Topa Atomica
Fase 3 – Decadimento della Topa
Fase 4 – Topa-Rush Finale
Dopo il martellamento della fase 1 di cui sopra, il cui intento precipuo è farti capire che sei un roito, si arriva alla Topa Atomica che, di solito, prevede la foto di una fica qualsiasi e un titolo come “Avere un fisico come il suo“, che tu vorresti dirci “anvedi che io quer fisico là nun ce l’avevo nemmanco a 15 anni, diobbuono!”. Oppure “Avere i glutei di Michelle Hunziker“, che tu vorresti proprio denunciare gli autori, perché è peggio della pubblicità ingannevole del guscio Melliconi (che chi, in età infantile, non ha scaraventato per terra il telecomando convinta che rimbalzasse come si vedeva nello spot, per scoprire – amaramente – che non rimbalzava n cazzo?). Una particolare declinazione della fase Topa Atomica è appannaggio di Calzedonia e Yamamay che prendono le loro testimonial ficherrime, ci mettono addosso dei costumi mediamente di merda, e le fanno correre felici su una spiaggia caraibica al tramonto, perfette e sensuali, con un’aria foriera di libidine e dolcezza che tu dici “elamadonna”, mentre sei ipnotizzata dall’equilibrio eidetico con il quale il loro ombelico si incastona sul loro ventre piatto e abbronzato. Che, voglio dire, quelle lì potresti metterci addosso anche i sacchetti della spesa del Carrefour, sarebbero stragnocche uguale. Non so, smettete di usare delle fantafighe per distogliere dalla qualità dei vostri prodotti. Siam tutti bravi a far sembrar topa Bar Rafaeli: lo è. Sfidatevi con una vagina qualunque, piuttosto.
Vivadio, questa fase, quella della Topa Atomica è così truce che, l’Estabilishment della Prova Costume, strumento di controllo abile e subdolo del vagina power, capisce che deve allentare un po’ la morsa, giocare con la nostra emotività, farci sentire cesse ma non troppo, darci una briciola di speranza, perché se no poi ci scoraggiamo e la vagina demotivata non è spender.
Arriva, quindi, la fase 3: il Decadimento della Topa. Siti, community, testate eccazzi, iniziano a pubblicare link di una misoginia trascendentale, in cui ci mostrano come, chennesò, Alessia Marcuzzi senza trucco sia un cesso. O che i gomiti di Nicole Kidman non sono poi così belli. O che Britney Spears c’ha n sacco de cellulite. O che Valeria Marini c’ha il culo coi buchi. O che Madonna in effetti sta cedendo agli effetti del tempo. E lì, la vagina qualunque, prova piacere, in prima istanza. Perché sì, perché pensare che Britney non possa più permettersi le gonnelline con le quali sculettava in Hit me baby one more time, è appagante. Lì per lì. Ma, tempo 1 minuto, ti vengono in mente due questiti esistenziali:
1. Grazie ar cazzo che c’hanno i loro difetti, sono vagine ritratte in momenti qualunque della propria vita, non photoshoppate e molte sono signore di una certa che, comunque, tutte noi firmeremmo col sangue per arrivare a 50 anni come Madonna, sia chiaro.
2. Ma perché un sito che parla alle vagine mostra delle foto così? Perché mette a nudo i difetti di queste donne, così inutilmente e irrazionalmente? Criscto, Melanie Griffith c’ha 55 anni, è pure normale che le sue ginocchia siano aggrinzite e sono comunque migliori della sua faccia deturpata dalla chirurgia. E’ per umanizzarle? Per portarle al nostro livello? Ma non risparmieremmo un sacco di energie se non giocassimo sempre su questo antagonismo continuo tra modelli proposti e donne reali? Questioni di lana caprina, lo so.
L’ultima fase della Prova Costume, la quarta, è il Topa-Rush Finale, rivolto alle ritardatarie, quelle che sulle spiagge ci andranno solo ad agosto e che a luglio sono ancora lì a navigare online e a inciampare in link come “Le 10 vagine più fiche del mondo in costume“, “I 10 culi più sodi dello showbiz“, “Avere 40 anni e non una traccia di cellulite“. Perché l’Estabilishment della Prova Costume ci spera che tu, vagina grassa, vagina imperfetta, vagina umana, presa dal panico, vada a sbuttanare i soldi che guadagni per comprarti Somerdatoline.
E invece no! In questo mondo difficile ci sono delle vagine che non supereranno la Prova Costume.
Io per esempio non la supererò. C’è di più: a questo giro il mio Spleen Vaginale era a un livello talmente elevato che non ho nemmeno finto di mettermi a dieta. Non ho bevuto tisane. Non ho fatto le “passeggiate”, che il “vado a piedi” è una delle menzogne più patetiche che di solito si dicono le persone come me in certi periodi dell’anno. No. Io non ho fatto un cazzo. E la Prova Costume non la supererò (il mio ultimo successo in merito è registrato nell’anno 1989).
Io non supererò la Prova Costume. E sapete che c’è? Sticazzi. Io, di prove, ne ho superate altre.
E molte ancora da superare ne ho.
E il mondo è pieno di vagine magre, grasse, alte e basse, giovani e mature, che ogni giorno superano prove assai più cruciali, di quella bikini.
ps: resta il fatto che sulla mia spiaggia quasi tutte le vagine (il 90% circa) arrivano preparatissime alla prova costume: magre, toniche e negre.
pps: comunque sì, d’accordo, a settembre – ottobre al massimo – pondererò l’idea di iscrivermi in palestra perché, in fondo, la propaganda lascia degli effetti anche sul mio precario equilibrio vaginale.

















