Il design può far apparire tutto più bello di quanto non sia.
Ad esempio, una poltrona fatta di lattine. Ad esempio, essere single.
Nella ridente Milano si è appena conclusa la settimana del Salone del Mobile e del vituperato Fuorisalone, una cinque giorni debitamente annaffiata da pioggia quasi ininterrotta (a differenza dei coiti praticati dai nati negli anni settanta). Perché, del resto, si sa che se decidi di dar credito a Rousseau e di fare l’animale sociale, ci sarà un tempo di merda.
In foto un grafico di Vice che riassume la frequentazione del FuoriSalone milanese divisa per categorie socio-ornitologiche.
La verità è che durante questa settimana, ci sono qualcosa come 845 fanta-eventi concomitanti, di cui non te ne frega mezza tuba di falloppio, ma il fermento è contagioso, si crea una psicosi collettiva e centinaia di vittime cadono sotto velleità organizzative che trascendono il semplice planning e diventano vere e proprie manipolazioni di massa, rendez vois di pubbliche relazioni in cui ti vengono presentate 120 persone di cui non ricorderai mai il nome, infiltrazioni a party mediamente ambiti, spionaggio industriale condito di vodka-red bull, davanti a una parete fatta con capsule Nespresso, che tutti fotografano. E tu pensi: “poi si dice ai giapponesi coi piccioni…”.
Resta il fatto che, se non altro in nome dell’alcol gratuito, ho fatto una tale scorpacciata di socialità che potrei benissimo alienarmi per il prossimo bimestre e non accusare alcun senso di colpa.
Di fatto, ho deciso di abbandonarmi agli aperitivi, alle cene, alle bollicine di infimo prosecco tracannato da flut di finto cristallo, alla folla tra cui non si da un passo, alle chiacchiere con gli sconosciuti, alle risate con le amiche, alle birre calde prese alle 2 di notte alla Latteria di Tortona, a tutti quei ventenni pieni di capelli, ai tassisti omofobi con cui chiacchierare tornando a casa, a tutti quelli con la barbetta che mi parono sempre bellocci, a tutti gli stranieri molesti, alle pozzanghere lerce da evitare con gli stivali nuovi, a tutta l’umidità di una primavera negata eppure ostinatamente presente.
Ho deciso di comportarmi come una 26enne single, che non ha nessuno che l’aspetti a casa, che non ha nessuno da chiamare entro mezzanotte, che non ha nessuno a cui render conto, all’infuori di sé e che, improvvisamente, per qualche minuto, sente tutta la bellezza di quell’indipendenza e di quell’autonomia, sente il suo tempo e sente che è suo.
Ho deciso di legittimare i miei vestitini dell’oviesse, di ascoltare le confidenze della mia collega milanese purosangue, ho deciso di raccontarle di quel tipo fico, ma proprio fichissimo e di sentirmi chiedere: “Ma figo davvero o figo come il cantante degli Afterhours?”. E ridere. Ho deciso di non giudicare, di ascoltare, di camminare, di sedermi, di assecondarmi. Di pensare che questo tempo non è poi così brutto e che, anche se non ho un cazzetto, anche se potrei non averlo (o non volerlo) più, anche se potrei non andare mai a convivere e non avere mai quelle cose che ho sempre pensato che avrei avuto, ne avrò altre che forse mi piaceranno di più, che saranno più adatte a me (faccio evidenti progressi nel mio percorso verso il pensiero-positivo-perché-son-vivo-perché-son-vivo). Del resto, ho pensato, gli eventi faranno il loro corso e io devo godere di ciò che ho, senza pensare a ciò che mi manca, che è quello stronzo errore che ho sempre fatto, sempre, con tutti.
Ho pensato che ciò che sono l’ho scelto io e che, se avessi voluto, sarei potuta restare dov’ero, sposare un marinaio e aver già sfornato 2 o 3 pargoli, e a quest’ora potrei essere grassa con una buona ragione.
Ma non l’ho fatto. Tanto vale accettarlo, e buttar giù un altro free-drink, in una delle tante feste a cui sono entrata in lista durante il Fuorisalone milanese.
Perché ho deciso di stare bene. Almeno per qualche giorno, almeno per qualche ora.
**Photo by Piolzam











