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Congedo Post Coitum

Disquisivo con una mia amica, che c’ha una decina d’anni più di me, sul fatto che ogni volta che ho un rapporto occasionale, ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Il fatto è che io odio il dopo. Io i rapporti occasionali li farei finire così, di colpo, sul “vado a pulirmi” e poi puff. Sparito. Svanito. Ngéppiù. E così ci evitiamo tutta la fase post-eiaculatoria tra semi sconosciuti. Ci evitiamo le coccole svogliate, le chiacchiere di circostanza, i silenzi dilatati in cui il vaginometro si sovraccarica di stress per la densità di domande idiote che ci affollano il cervello, del tutto prive di senso e fondamento, del tipo: “Ma perché questo non parla?” oppure “Oddio, cosa sta pensando?”, completamente dimentiche, come delle dilettanti, del fatto che gli uomini NON pensano, specialmente quando hanno appena evacuato il sacro scroto.

Niente. Taglio netto. Un tunnel dimensionale che li proietti direttamente dalla nostra doccia all’esterno dello stabile, edilizia popolare anni settanta, senza passare dal VIA, senza quell’imbarazzo e quella freddezza postumi, scomodi quanto potrebbe esserlo un perizoma in velcro, voglio dire. Cioè, una cosa sopportabile, ma che non vedi l’ora di sfilarti.

Io odio il dopo e, tra tutto il dopo, c’è una parte che odio più di tutto: il Congedo Post Coitum. Sì, perché le frasi di congedo dopo una sessione occasionale sono sofisticatissima ingegneria dialettica: devono mettere la giusta distanza – hai visto mai che ci venga in mente di voler essere inseminate, che si sa come siamo noi vagine, tutte sportive a parole e poi nei fatti ci attacchiamo come cozze pelose del Mar Morto – ma, al tempo stesso, non devono mettere un punto definitivo, devono lasciare anzi lo spazio sufficiente per rifarsi un giro, hai visto mai capitasse, per esempio dopo 1 settimana. O 1 mese. O 3 mesi.  O 1 anno.

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Che, va da sé, il presupposto di un vero rapporto occasionale è che non ci si conosca davvero, è che la persona con cui ti intrattieni non ha storia ai tuoi occhi, e tu non hai storia ai suoi, tutto sommato non sa un cazzo di te (o molto poco) e tu nemmeno di lui. Però ci si ritrova avvinghiati. Stretti. Sudati, perché la primavera è arrivata, a scivolarsi addosso. Che sarebbe bello. Che andrebbe anche bene quel momento di puro istinto, quel momento in cui confondi la tua solitudine con un’altra solitudine, perché questa è la solitudine che abbiamo scelto, che ci siamo procurati, che è una soluzione senza compromesso, quindi va anche bene, mentre le pelli divorano i pensieri, mentre la libertà sublima l’errore, rendendolo indipendenza, rendendolo consapevolezza. Andrebbe tutto bene se non ci fosse l’annoso problema del Congedo Post Coitum, immediatamente successivo.

Roba che c’è quello che non ti sfiora, dopo, manco l’avessero minacciato di cavargli l’anima dall’uretra. Oppure c’è quello che parla a manetta e non ti fa ridere, e poi c’è quello che cade nel mutismo e la massima interazione la consuma con il suo iPhone mentre occupa illecitamente il tuo letto. E già lì, mentre c’hai ancora il beneficio del piacere carnale in circolo, inizia a montarti su il vaginismo, quella sensazione che siano sbagliati, puntoebbasta, fino al culmine, il momento dei saluti. Dell’addio. Del sayonara.

Nella mia modesta esperienza il premio “After-Fornication Worst Sentence EVER” andava a “Ci sentiamo su Skype”. Finalmente posso aggiungerne una nuova che, sconvolgendo le aspettative della giuria, guadagna di prepotenza la pole position degli orrori di Congedo Post Coitum:

“Allora in bocca al lupo…”

“In bocca al lupo per cosa?”

“In bocca al lupo per le tue cose…”, riferito ai progetti di lavoro di cui si era disquisito in precedenza.

Che io non posso fare a meno di sbigottirmi e di chiedermi: ma perché? Dì qualcosa, dì qualcosa di sinistra, D’Alema cazzo piuttosto non dire niente, quanto meno non dire “In bocca al lupo” che suona tipo “Grazie per la fregna, buona vita, a mai più”.

Non mi aspetto tu dica che non vedi l’ora di rivedermi, che sei stato da dio, che vorresti restare e rifarlo, ancora ed ancora, non lo pretendo, non è così ed è sacrosanto. Ma, mi chiedo: cosa vuoi fare adesso? Mi saluti con “Cordiali saluti” invece di “ciao”?

Ecco io tutto questo lo cancellerei. Lo eviterei.

Ecco io ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali. Perché poi mi succede di alzarmi e di preparare il caffé al mattino. Mi succede di ripensare a quando condividere lo spazio con un uomo mi era familiare. Quando il sole entrava dalle finestre e disegnava sul parquet le ombre di un’intimità condivisa. Ricordo quando di là giaceva qualcuno che di me aveva urgenza. E curiosità. E sete. E voglia. Qualcuno che consideravo migliore di me. Qualcuno che è ancora, ad oggi, dopo più di un anno, l’ultimo avamposto di umanità, di dolcezza, di bellezza che ho vissuto qui a Milano. Anche se dolce non ho saputo esserlo. Nemmeno bella. Nemmeno umana.

Ecco sì.

Ogni volta che ho un rapporto occasionale ricordo perché avevo smesso di avere rapporti occasionali.

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Cazzo Importa

Stavo pensando.

Stavo pensando, ascoltando Myth dei Beach House, che è un pezzo che li ascolto, i Beach House. Di cui non so niente. Che mi sono ritrovata così, tra i cd che qualcuno mi ha regalato. Come sempre è stato nella mia vita, che nella musica, e nei film, e nei romanzi, e negli amori, ci sono inciampata. E ci sono rimasta. Per qualche tempo.

Un po’ per caso. Un po’ perché non avevo scelta.

Stavo pensando che, negli ultimi mesi, tutte le persone con cui sono andata a letto (e garantisco che sono molte meno della popolazione del Liechtenstein) erano persone di cui in effetti non mi fregava un cazzo.

Ma veramente un cazzo. Ma talmente un cazzo che potrei non averle incontrate mai e nulla sarebbe cambiato nella mia vita, se non per qualche coito mancato, per qualche tacca in meno sulla testata del letto. Persone di cui lo sai già, che condividerete parole che non diranno niente, e fluidi che non avranno sapore. Risate che non ricorderai nemmeno, per quanto piacevole potrà essere la serata. Saranno entusiasmi facili e gratuiti. Ma ci vai. Perché ne hai voglia. Ci vai anche se lo sai che non ti resterà nulla, sulla strada di casa. Ci vai anche se lo sai che il sesso che ci fai è come un corso di gag, erotico però. Ma ci vai. Ci vai perché ne hai voglia. Ci vai perché sei adulta e consapevole.

Cazzo importa del resto, in questa urgenza di vita, di brividi mancati, di errori, cosa importa di tutto il resto? Di tutto quel resto che ci ha fatte ridere e fremere, prima. Di tutto quel resto che ci ha fatte sentire vive e desiderate. Di tutto quel resto che ci scivolava dentro e sprofondandoci l’anima centrava il segreto che non conoscevamo ancora di noi stesse, e ci sconquassava, e ci disordinava. Mentre sapevamo piangere di felicità. Mentre le gambe ci tremavano di piacere e il cuore balbettava di passione e desiderio. Mentre riuscivamo almeno a chiedercelo, se e quanto innamorate fossimo di quelle mani svelte e di quel sorriso stronzo. Di quelle sconcezze così sincere da sembrare pure. Di quella complicità infetta e imperfetta, che ci distingueva. Che ci illudeva.

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Cazzo importa di quello stupore negli occhi, di quello scoprirsi ogni volta più sfacciati e più nudi.

Cazzo importa di quel piacere che ci risaliva per l’0mbelico. Che ci arrivava alle mani, alle palpebre, alle labbra.

Che ci faceva sorridere. E distendere.

Che ci faceva desiderare di rivederlo. Subito.

E di ascoltare altra musica, sporchi del sudore l’uno dell’altra. Fino all’alba.

Cazzo importa di tutto quel che è stato.

Adesso.

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L’amore è Imperfetto. Ma dai!

Enne giorni fa ricevo una mail che mi invita a un’anteprima per sole blogger, di un film tutto piccantino, da cui gli uomini sono completamente banditi.

Avoja! Che vuoi mettere? Già che sono single, figurati se non sono ben lieta di scacciare qualunque minaccia fallica dalla mia conturbante esistenza. A tal proposito, l’hanno già inventata quella punturina che te fai 1 volta alla settimana per rimediare alla più totale assenza di testosterone? Tipo insulina. No, perché se ancora non c’è, inventatela. Prima che fisicamente, a noi single metropolitane, ci cresca il pisello tra le cosce.

Bene, momento di sfogo esaurito, torniamo a noi.

Mi invitano a questa anteprima cinematografica, mi dicono che c’è pure il rinfresco e la saletta viPPs. Ma certo che vengo. Per l’occasione precetto pure indievagina, che è quella santa amica vagina single come a me, che è l’unica spalla più o meno sicura su cui contare per le avventure e le disavventure in cui inciampo.

Arriviamo in uno dei mejo cinema di Milano. Saliamo nella saletta viPPs, riscaldamento appalla, una hostess rubata alla cover della sezione Blonde di Pornhub ci accoglie e veniamo portate al cospetto della vagina regista e delle vagine attrici. Naturalmente, dato che sto vivendo un periodo che è praticamente un turbinio ininterrotto di scadenze, riunioni, cene, presentazioni, sigarette, palestra, appuntamenti (non galanti), non ho avuto il tempo di leggermi tutto il papiello di press book che ho ricevuto, quindi non ho alcuna domanda da fare. So giusto il titolo, che sarebbe L’amore è imperfetto (in sala da venerdì 29 novembre). Però va bene così, mi piacciono di più le sorprese.

Tutto ciò che riesco ad apprendere dalla vagina regista, prima della proiezione in esclusivissima-blindatissima anteprima vaginale, è che il film è tratto dal suo stesso libro. Cioè, la mia vagina interlocutrice è poliedrica: prima ha scritto il romanzo e poi s’è fatta il film. Puro autoerotismo artistico. E poi che il film è ambientato a Bari, ma anche no, cioè, niente accento, perché la storia può essere ambientata un po’ ovunque e ognuno dei personaggi parla con una cadenza diversa, sai, una Babele culturale.

Me cojoni, penso io.

Faccio giusto in tempo a conoscere un par di blogger, di cui una ha tutta l’aria d’essere molto gagliarda, che ci portano nella saletta viPPs, dove le poltrone sono praticamente divani in pelle bianca. Molto cool.

E poi parte il film.

Parte con una scena in cui la protagonista corre sul lungomare di Bari sulle note di Tiziano Ferro (n.d.r.) e io ho già il sospetto che l’Apulia Film Commission amministri in maniera impropria i suoi fondi. Ma proseguiamo.

La storia si sviluppa su due livelli temporali, il 2005 e il 2012. Nel 2005, la nostra eroina si innamora di un manzo strappato al trono di Uomini & Donne, che si è formato – dal punto di vista interpretativo – con tutte le stagioni di Cento Vetrine. Lui, naturalmente, oltre ad essere bono (con la “o” chiusa) come il pane di Laterza, è un fotografo, si prende cura di lei, le trova un lavoro e se la accolla in casa, oltre a farle uno streaptease pre-copulatorio che per me è diventato un esempio paradigmatico di comicità involontaria. In compenso, Frecciagrossa avrebbe vissuto un’eiaculazione oculo-indotta. Tutto perfetto, insomma. Noiosissimo e perfetto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, quelle sulle donnedududuincercadiguai, arriva la devianza. Opperbacco. Ebbene sì, il tronista premuroso è in realtà un finocchio e la nostra eroina lo scopre nel più tremendo dei modi: lo becca a cena a lume di candela con un modello milanese di nome ROCCO (tipico nome meneghino, si sa, che io e indievagina nei giorni successivi continuavamo a uozzapparci scrivendoci solo “Rocco???”)

Eviterò di svelare altri succulenti dettagli e farò un mirabolante salto temporale nel 2012 (come mi emozionano i back/forward narrativi!)

Ecco, nell’anno della profezia Maya, la protagonista inizia a chiavare parallelamente un 50enne e una 18enne bisessuale. Non che facciano le cose in 3. Lei fa la spoletta, a 35 anni, tra la giovine zoccoletta e il 50enne che poi è casualmente un produttore discografico francese, che notoriamente Bari pullula di produttori discografici francesi, a cui lei ha arbitrariamente praticato una fellatio su una scogliera dopo averci trascorso insieme tipo 20 minuti. Che cosa te ne devi fare di Eyes Wide Shut!

Il tutto fino al raggiungimento del climax che, a mio modesto e vaginale avviso, si compie nel momento in cui la protagonista si passa l’iPhone sulla topa, nel bel mezzo di una sessione di telephone sex, che per me va bene tutto, però per dire, passati un Nokia N70, non un iPhone da 700 euri, sulla vulva fracica, insomma, fallo per la memoria di Steve Jobs, se non per rispetto per la tua igiene intima.

Il tutto, naturalmente, impreziosito qui e là da pompini, ditalini, sesso saffico, sesso frocio, ravanate di zinne e slinguazzate promiscue che vorrebbero colpirci, vorrebbero farci sussultare. Vorrebbero, appunto. Perché di fatto restano lì, sullo schermo, lontanissime dalla nostra emotività, in questa storia tirata per i capelli e costruita con scarsa efficacia. Non ci coinvolgono, quei baci, nemmeno ci sfiorano la pelle, che piuttosto rabbrividisce d’imbarazzo, a tratti, per la gratuità narrativa, la pochezza stilistica, la regia amatoriale, la colonna sonora  banale e la diffusa sensazione di disturbante dilettantismo.

A me va bene l’inno alla libertà sessuale, alla sperimentazione, alla consapevolezza, al prendere le cose come vengono, specie l’amore, tutta la retorica sull’accettazione delle imperfezioni, per carità. Non c’è nemmeno la porta da sfondare, su questi temi, con me, al massimo devi scostare una di quelle tendine con i fili di gomma, da villeggiatura estiva.

Però, intendiamoci, per raccontare l’eros ci vuole anima, e ce ne vuole tanta. Ci vogliono profondità, spessore, sensi intrecciati, amore e patimento, per vivere la vita e raccontarla. Non è facile, per carità, ma a volte la buona volontà non basta. A volte, prima di fare bisognerebbe avere l’umiltà di imparare.

A me spiace. Spiace perché ho conosciuto la vagina regista, ci ho parlato, mi hanno offerto la tartina e il prosecchino. Ma non posso in alcun modo consigliare alle mie amiche vagine di andare a guardare questo film considerato che, per capirci,  nella mia personale classifica dei peggiori film mai visti, L’amore è imperfetto se la gioca con Talos – L’ombra del Faraone, una roba tremebonda che io e Frecciagrossa, una notte, 10 anni fa, guardammo insieme per imperscrutabili ragioni ancora al vaglio degli inquirenti.

Ciò che posso fare, piuttosto, è consigliare alle mie amiche vagine di suggerire la visione del film a coloro verso cui non nutrono particolare simpatia. Non so se valga lo stesso, ma almeno il box office è salvo.

E se mi inserirete nella mailing “Troie da non invitare mai più”, lo capirò.  

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Cross Trainer Addiction

Ormai è un’evidenza: se non assumo junk food per 2 giorni mi sento anoressica e se vado in palestra per 2 settimane mi sento una body builder.

Perché sì, i miei amici cambiano casa, cambiano città, cambiano stato, cambiano continente, cambiano lavoro, cambiano orientamento sessuale, vanno a convivere, si sposano, figliano, prenotano vacanze dall’altra parte del mondo in posti che sarei obbligata a cercare su Google, se solo fossi interessata a capire effettivamente dove vanno. Io, invece, mi iscrivo in palestra. E, dettaglio impressionante, ci vado.

E ciò, che a un occhio superficiale potrebbe apparire una risibile novità, per me è una specie di rivoluzione copernicana.

Perché ho scoperto che la palestra ha su di me un effetto inconcepibile, al di là dell’accumulo di acido lattico e dei dolori addominali che mi impediscono l’indomani di ridere o starnutire senza rantolare: mi mette di buon umore.

Intendiamoci, per me essere di buon umore è una roba proprio eccezionale. Voglio dire, sono di buon umore meno di 10 volte all’anno e in circostanze effettivamente straordinarie. C’ho il rodimento di culo standard nella quotidianità. Non è che io non sia solare, è che c’ho l’anima con gli occhiali da sole.

Detto ciò, pur essendo una giovane (perché io sono giovane) vagina incupita da una vita incupente, ecco io dopo la palestra sono serena. Stanca e libera, come se fare sport mi svuotasse di buona parte delle mie pugnette tossiche, di quelle stronzate che si accumulano, che si annodano, che si ingigantiscono, che non significano niente e che ci ingialliscono il sorriso, invano. Più delle sigarette.

Ho anche introdotto la musica, la mia, mentre faccio sport che, grazie a un paio d’auricolari che sarebbero tipo dei tappi per le orecchie, mi isola anche acusticamente dai discorsi immondi e flirteggianti del popolo del fitness che mi circonda. Niente. Io son lì. E je do. Quanto più posso. Sulle note di Paint it black. Rischio ogni volta un attacco cardiaco ma per ora non sono ancora morta.

In più ho instaurato un ottimo rapporto col Cross Trainer che, contrariamente a quanto potrebbero pensare i più ottimisti, non addetti ai lavori, non è un machoman venuto al mondo per motivarmi a migliorare le mie chiappe, quanto un banale attrezzo. Non animato, intendo.

Il Cross Trainer è il mio preferito, per un grande numero di ragioni.

- E’ uno strumento alto che mi consente di diventare una gigantessa e dominare la sala in cui i trogloditi sollevano pesi

- Vedermi così alta mi fa sentire assai meno chiatta

- Mette in circolo tutto il corpo: lavora sulle gambe, sulla vita, sui fianchi, sulla panza. Mi fa sudare, venire l’affanno, diventare paonazza. Mi fa vedere Saddam Hussein vestito da Tony Manero che balla Livin la vida loca di Ricky Martin. Ma non importa. Non importa la fatica, non importa il fatto che io abbia consumato solo 60 kcal, che sarebbero tipo 3GP (Gocciole Pavesi, unità di misura per le ciccione) in 20 minuti, il punto è che mi fa stare  bene perché il mio corpo riceve così tanta endorfina come non succedeva dall’ultimo incontro con un superdotato.

E così, di solito, torno a casa sfranta, ma con le gambe leggere, pensando che ho meno dolori, che sento la mia postura già migliorata, che io il Cross Trainer lo amo assai, che è come il sesso, che sono in piena Cross Trainer Addiction,  che è la mia prima dipendenza non nociva e che, visto che non scopo, farò bene ad allenarmici intensamente, col Cross Trainer.

E una volta a casa, inizio a guardarmi allo specchio, prima della doccia. E mi abbandono completamente all’Autosuggestion Power:  ecco la vita più asciutta, il culo più tondo, i maniglioni antipanico dell’amore ridursi. Va da sé, non è vero nulla. Io sono identica. Però sticazzi, la sensazione è bella. E mi fa stare bene.

Mi fa persino tornare la voglia di avere le mani di un uomo addosso.

Quindi, da questa dipendenza, non voglio guarire.

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Un Cuore per LILA

Se c’è una cosa positiva negli uomini che ho frequentato (biblicamente) in questo ultimo anno (la quota è così fortemente risibile che a breve dovrò candidarmi ai campionati mondiali di frigidità), c’è che buona parte di essi si è rivelata, con mia somma sorpresa, sensibile all’uso del profilattico.

Ciò mi ha ben disposta, perché a onor del vero ero abituata a frequentare cazzetti nati nei late Seventies che erano strenui sostenitori del Salto della Quaglia, come se fosse il più accreditato metodo anticoncezionale approvato dalle Nazioni Unite e dal Concilio Vaticano Secondo e come se l’unica forma di prevenzione di cui preoccuparsi fosse quella dalle gravidanze.

In verità spesso i cazzetti sono portatori ignari di infezioni che, siccome c’hanno culo, su di loro non esercitano alcun effetto, mentre su di noi possono avere esiti imponderabili, dalla candida all’hpv e al conseguente terrore psicologico indotto in merito al tumore alla cervice uterina. Perché Dio è chiaramente misogino, e questa è un’evidenza.

E poi ci sono i casi più gravi, quelli che inguaiano tutti, come l’HIV.

Ora, noi tutte sappiamo benissimo quanto proteggersi sia importante, e lo sappiamo perché siamo cresciute negli anni novanta, quando  a cena passavano la pubblicità dei preservativi Control e candidamente chiedevamo ai commensali cosa fossero i preservativi. Ricordo che avevo 8 anni quando mia cugina, 10 anni più grande di me, mi disse che mi avrebbe dato 50.000 lire se fossi andata a porre la suddetta domanda a suo padre, mio zio.

Noi tutte sappiamo quanto proteggersi sia importante perché abbiamo scoperto dell’esistenza di Bruce Springsteen piangendo davanti a Philadelphia, perché abbiamo letto fin dalla più tenera età approfonditi educational su Top Girl su come bisognava applicare il profilattico all’augello, perché abbiamo memoria definita dei nostri compagni di classe che in gita si portavano scorte antiatomiche di condom, nemmanco stessero per passare 5 giorni con Lisa Ann.

E ciononostante, prima o dopo, può succedere che la diamo via senza profilattico.

Succede per esempio quando siamo piccole, succede quando siamo convinte di conoscere il ragazzo con cui stiamo andando a letto neanche potessimo conoscere le abitudini sessuali di tutte quelle che s’è fatto prima di noi, succede quando pensiamo “figurati se capita a me”, succede quando la persona con cui siamo adduce argomentazioni inoppugnabili come:

- E’ troppo stretto, mi stringe, mi fa male (Cosa sei, un cavallo? Comprati i cappucci per peni conformati, cosa ti devo dire)

- A me piace nature (infatti non è che il mio sia buon senso, sono semplicemente una fan del lattice e l’idea della carne tua dentro la carne mia, così, senza barriere, mi causa conati di vomito, pensa)

- Sento di più senza (sentiresti di più anche se non te la dessi affatto?)

- Mi piace sentirmi libero (disse il pene incatenato dalla gomma)

- Non mi piace venire nel preservativo (così parlo lo sperma con mire espansionistiche)

Ora, senza raccontarci le favole: il preservativo non deve essere una variabile. Non è argomento di trattativa. Non è necessario scopare, se non si è d’accordo sul suo utilizzo. E volendo si può giocare lo stesso, basta avere fantasia, voglia di divertirsi e buona parte del campionario di accessori e giocattoli durex, nel caso (durex, ti decidi a mandarmi tutti i tuoi prodotti a casa, o cosa?).

Il sesso, per voi che lo praticate assiduamente intendo, è e deve essere un atto meraviglioso, sano, liberatorio, declinato secondo le soggettive preferenze e inclinazioni. E va benissimo così. Ma non esiste un solo cazzetto per cui valga la pena ammalarsi, né nello spirito, né nel corpo. Questo dovete, dobbiamo, ricordarlo. Sempre.

Proteggersi è un atto di intelligenza fondamentale. Per noi e per la persona con cui stiamo.

Per noi e per la persona con cui staremo.

Perché a volte succede di ammalarsi quando si è già parte di una coppia, laddove uno dei due non è stato attento prima o magari ha rapporti non protetti con terzi che, io dico, vuoi farti inchiappettare da un viados in tangenziale prima di tornare a cena da moglie e figli, fai quello che ti pare, l’ano è il tuo, però, buttanaeva, vuoi proteggerti? Vuoi farlo per rispetto di te stesso e della persona con cui spartisci la vita?

Perché Chiara, per esempio, ha 20 anni ed è sieropositiva. E’ stata infettata dal suo ragazzo che non sapeva di avere l’HIV. E la sua vita non sarà più la stessa. E io scopro di lei, scopro che questo argomento che consideravo superato è invece attualissimo perché un mio contatto mi segnala la campagna “Un Cuore per LILA“, la Lega Italiana Lotta contro l’Aids che fino al 3 novembre raccoglie fondi per il Progetto “DONNA – Prevenzione al femminile”. Anche se io l’avrei chiamato “VAGINA – prevenzione al femminile”, ma questo è un di cui.

A quanto pare, infatti, siamo proprio noi le più soggette al contagio dell’HIV, che continua ad aumentare e proprio a causa del sesso non protetto. E, dunque, per chi volesse, sarà possibile inviare un sms solidale al numero 45508 per donare 2 euro che confluiranno nei fondi destinati alla realizzazione di campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte alle donne.

Ma, in ogni caso, donazione o non donazionoe, parliamone ogni tanto.

Parliamone con la gente. Parliamone, di prevenzione, perché gli anni novanta sono finiti, ma c’è ancora un grande lavoro da fare.

E noi, vagine, stiamo attente.

Stiamo attente a distinguere cervello, cuore e vulva. Ricordiamoci, vagine, che un uomo che nel 2012 si rifiuta di usare il profilattico è con buona approssimazione un idiota e chiediamoci se valga la pena metterci a repentaglio la salute per un coito che con buona probabilità sarà anche inappagante.

Stiamo attente a scegliere un partner abbastanza sveglio da sapere che il preservativo non è un optional, mai.

Stiamo attente ad amarci con quella fermezza e quella totalità con cui, forse, solo noi possiamo amarci.

Proteggiamoci, vagine.

Sempre.

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Dello scopare, piangere e litigare

Mi sono accorta che ci sono 3 cose nella mia vita che non faccio più: non scopo più, non piango più, non litigo più.

Approfondiamo:

1. Non scopo più

Il primo campanello d’allarme è stato qualche giorno fa, quando – complice il premestruo – ho dato una rispostina al vetriolo a una collega, che poi si da il caso sia il mio capo, e ho pensato che mi sarei detta da sola “E fattela ‘na scopata!!!“. La conferma l’ho avuta lo scorso weekend quando me so comprata na torta Cameo allo yogurt solo per me e me ne sono svangata mezza in una giornata. E io non sono quel genere di vagina che ama i dolci. Era un segnale chiarissimo.

Evitando i sofismi vaginali, ho deciso di andare a ritroso con la mente alla ricerca dell’ultimo coito che mi ha vista partecipe. Questa è un’operazione sempre rischiosa, da farsi, quando non si ha una vita sessuale tecnicamente scintillante e/o ricca, perché vuol dire esporre se stessi alla quantificazione, vuol dire identificare un numero, un numero preciso che segna un tempo, quasi sempre lungo. E così, scavando tra viaggi di lavoro, cene con amiche e papabili collaboratori per eventuali progetti, sono risalita al mio ultimo contatto con un pene, inteso come organo genitale. Due mesi. Beh, 2 mesi non è tantissimo, dai. E non è nemmeno poco.

Tuttavia, ho cercato di contenere l’allarmismo e di non urlare alla frigidità. Ho cercato di prenderla con filosofia. Va bene, non mi capitava dal 2006 di stare immacolata per due mesi, è vero, se continuo così mi ricresce l’imene e dovrò ricominciare a leggere Cioè per capire che per farlo la prima volta devo essere pronta, aspettare quello giusto, non sentirmi condizionata, che insomma bisogna proprio farlo perché si è innamorati o per sincera e consapevole voglia di uccello. Occhei. Ricomincerò a guardare Dawson’s Creek, a odiare Joey Potter, a chiedermi perché il padre di Dawson sia il nipote di Sylvester Stallone e perché sua madre sia conciata come una rubata a una sit-com anni ’80 pur essendo una serie del 2000.

Per intenderci, l’altro giorno ero in motorino con Zia Vagina e le ho chiesto: ”Secondo te, la fellatio è come andare in bicicletta o sciare? Cioè, una volta che hai imparato mica la dimentichi, no?”. Zia Vagina ha riso e ha confermato che non si dimentica, al massimo ci si arruginisce un po’. Alché l’ho resa partecipe della mia recente castità e lei mi ha chiesto, così, semplicemente: “Ma perché?”

Good question. Perché?

Ora, posto che una vagina, anche una vagina-bidone, che di solito è quella vagina sessualmente inappetibile, emotivamente profonda, colta, piena di interessi, make-up-repellente, armata di birckenstock ai piedi, ecco anche la vagina-bidone, volendo, può chiavare, in quanto portatrice di vagina. E’ come una legge universale. La vagina, se vuole, chiava. Di conseguenza, se io proprio volessi chiavare, chiaverei.

Ma ho il preoccupante sospetto che il mio vaginismo abbia raggiunto vette raramente sfiorate in precedenza, come se – mio dio, come dirlo – ecco come se io avessi voglia di fare l’amore, non di scopare. Come se quella stronza Cenerentola che mi abita il deretano si fosse messa in testa che posso farmi crescere le ragnatele mentre aspetto un pene azzurro che a cavallo di un vibratore bianco venga a salvarmi dall’inattività emotiva e sessuale, corrompendomi senza mezzi termini nello spirito e nella carne.

Il ché, naturalmente, ha poco senso da innumerevoli punti di vista. Quindi, esattamente come succede quando prenoti la visita da un dottore o dall’estetista, io ho opzionato un weekend prima delle ferie per ricordarmi cosa voglia dire averci una topa. La vagina è così, ci vuole un po’ di disciplina. Bisogna dedicarcisi e non è sufficiente assecondarla perché, certe volte, prende derive incondivisibili.

2. Non piango più

Altra attività che non compio da mesi e che dovrei ripraticare. Solo la salute delle persone che amo riesce a toccare quella parte di me. Per il resto, provo delle cose, provo stanchezza, nostalgia, inquietudine, ma mai così forti da piangerne. Alcune cose mi intristiscono, le trovo patetiche. Ma non piango.

Eppure dovrei. No, non perché noi vagine siamo matte e se piangiamo ci lamentiamo di piangere, e se non piangiamo ci lamentiamo di non piangere. E’ che, semplicemente, la nostra anima è come i vostri coglioni. Voi avete bisogno di svuotarli ogni tot? Noi pure. Se non lo facciamo per troppo tempo, diventiamo pentole a pressione che potrebbero, non so, scoppiare a piangere durante le ferie perché si siedono sul dondolo in giardino e si ricordano che un anno prima su quel dondolo ci stavano con lui, abbracciati, a fumare e chiacchierare a notte fonda, per esempio. Il vaginismo non va accumulato, è come la stasi fecale. Ha batteri nocivi che contaminano il resto. Entro le prossime 2 settimane devo anche piangere. A costo di spararmi tutta, dico tutta, la discografia di Battisti.

3. Non litigo più

Tecnicamente sono mesi che convivo con un coefficiente minimo standard di acidità, ma non litigo da tantissimo. Non che mi manchi litigare in senso stretto, ho litigato talmente tanto e talmente ferocemente negli ultimi anni, che mi sono consumata e ho consumato, ho urlato e fatto urlare, pianto e fatto piangere (se sono single ci sarà un perché) e non ho alcun desiderio di rivivere quelle situazioni.

Eppure, è da qualche tempo che penso che il vero indice di solitudine di una persona sia da quanto tempo non litiga davvero con qualcuno. Quelle litigate a nudo. Quelle litigate pelle tua contro pelle mia, sferrate solo nell’intimità più pronfoda, a graffiarsi nei punti deboli che solo noi conosciamo, l’antagonismo dialettico, il collante dell’affetto sopra cui districare matasse di incomprensioni. Quelle  stronzate lì, insomma.

 

E’ per questo motivo che, di solito, una si dovrebbe riservare la possibilità di scoparsi gli ex.

Perché ti toccano l’anima, perché poi ci litighi, perché piangi che ti senti patetica, sbagliata e decadente e, in pratica, prendi 3 piccioni con un cazzetto.

E’ fatta. E tutto trova una magistrale quadratura vaginale.

Solo che io ho smesso, con gli ex. 

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Flirtare riduce il colesterolo

Qualche giorno fa riflettevo sul flirt.

Ci riflettevo procedendo tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che non mi piace nessuno, mai (il ché, per fare una puntualizzazione squisitamente intellettuale, potrebbe anche coincidere con il mio non piacere a nessuno mai, per dire). Riflettevo sul fatto che non flirto abbastanza (sì, sì, vagine femministe post-sessantottine che strillate al mondo che voi sole con la vostra vulva ci state bene e che nulla vi affascina quanto il vostro utero, sì, ok, datevi pace). Riflettevo sul fatto che flirtare di più gioverebbe al mio vaginismo e che mi piacerebbe un sacco inciampare in un cazzetto che abbia almeno conseguito la triennale in flirt. Di fatto gli unici uomini con cui flirto sono quelli con cui mi relaziono per lavoro, che fa parte dei giochi, ma non bisogna eccedere, di solito, in quei casi lì, che rimarrebbe, a rigor di logica, poco professionale.

Dicevo, riflettevo sulla natura indiscutibilmente salutare del flirt. Il flirt è una cosa meravigliosa. Il flirt è bene ed è sempre auspicabile. Il flirt è emotivamente sostenibile, fisicamente stimolante, socialmente accettato, politicamente emancipato. Flirtare è bello. Il flirt gratifica lo spirito, risveglia i sensi e riduce il colesterolo. Il flirt, qualora accoppiati, non è mancanza di rispetto nei confronti del partner, se moderato, s’intende. Il flirt, nella giusta misura, aiuta anzi ad essere partner migliori, ci fa sentire ancora competitivi e desiderabili. Naturalmente bisogna cercare di non prenderci troppo gusto, col flirt extra-coniugale, se no si casca in quella ragnatela di valori indotti dalla quale è difficile poi divincolarsi.

In  generale, il flirt è il migliore afrodisiaco del mondo. Il flirt è il preliminare intellettuale e fisico. Ci fa venire il friccicorìo, ci fa bramare l’altro, ci fa pregustarne la pelle e l’aroma, la voce e il respiro, che, per capirci, è un po’ quello che succede quando sentiamo il rumore e l’odore della cipolla che soffrigge in padella: ci viene fame di qualcosa di unto e bisunto.

Ma c’è di più. L’insostenibile importanza del flirt è la più grande differenza che intercorre tra la sessualità maschile e quella femminile. Il resto sono quasi sempre stronzate. NON è vero che abbiamo bisogno di 90 minuti di preliminari e di 45 minuti di coccole dopo. Tutto è relativo.  Per esempio: se siete una capra con i preliminari ma siete, in compenso, dotati del nostro pene gemello (perché più che le anime gemelle, secondo me, esistono i genitali gemelli), al diavolo il vostro grossolano tentativo di solleticarci punti che sono a centimetri luce da dove vi affaticate: ottimizzate, fate altro, santo durex! Noi capiremo.

Se avete un cetriolino sottaceto ma siete straordinariamente bravi con altre parti, più o meno ovvie, del vostro corpo, procedete. Se siete dei velociraptor dell’orgasmo e i vostri spermatozoi usano casco e cintura di sicurezza perché in 20 secondi vengono sparati in orbita, esplorate soluzioni alternative, abbiate fantasia, ricorrete ai sex toys che no, non sono la manifestazione in jelly di Satana (magari anche qualcosa di farmacologico, nei casi più cronici, non guasterebbe).

Perché tutto questo, in fin dei conti, è accessorio (naturalmente se ce l’avete grosso, turgido e fiero, durate 2 ore, suonate la vagina a ritmo di punto G e sapete – dico sapete – praticare un cunnilingus, è meglio).

Ciò che è tuttavia fondamentale per noi vagine e che ancora oggi, nel 2012, sfugge a molti cazzetti, è che tutto si disputa molto prima, proprio sul terreno del Flirt. Perché se i portatori di fava possono attivare l’augello più o meno per qualunque vagina, nel senso che fatto “x” l’asse della fighezza e “y” l’asse dell’intelligenza, il cazzetto può chiavare tutti i 4 quadranti (come da grafico), ecco per le vagine è diverso.

Per le vagine il Flirt è la “n” potenza che moltiplica l’attrazione, che ci fa stringere le cosce, mentre chiacchieriamo davanti a una birra doppio malto. E’ il coefficiente di zoccolaggine che si attiva e ci fa prudere le labbra mentre ci fate fare un’altra risata e riuscite a piazzare un complimento straordinariamente cucito sul nostro vaginismo che in pratica, prima ancora che la birra sia diventata calda noi abbiamo già deciso che ve la daremo. O che, per contro, non vi daremo mai nemmeno la mano.

Dopo di ché, dopo il Flirt, nel caso in cui ci sia un seguito, tutte quelle macroscopiche differenze di genere nella sessualità si assottigliano, fino a svanire, nel compimento di un desiderio nato ore, giorni, settimane prima, tra le pieghe di una conversazione brillante, tra un vivace scambio di battute tra serio e faceto, che scadeva in doppi sensi, in risolini prurigginosi, per tornare, poi, a galla, negli occhi lucidi e vivi.

E la cosa migliore che possa succedere, è che due flirtatori autentici si incontrino. Attenzione, non si parla di flirtatori professionisti. I flirtatori professionisti sono come i pornodivi con le palle depilate. Sono patinati. Sono posticci. Qui si parla di amateur, di passione verace, sana, autentica, per il flirt, anche fine a se stesso. Perché il flirt è bello e non fa male a nessuno. E posto che flirtare bisogna saperlo fare, che è questione di predisposizione, che flirtare è una dote e che il flirt è come la luccicanza, o ce l’hai o non ce l’hai, ci sono margini di miglioramento anche per i casi più disperati.

Ma il punto (interrogativo), su cui riflettevo pochi giorni fa, tutta corrucciata nella mia vita quotidiana, assorta nell’evidenza che a me non piace nessuno mai, è: sarà mica che il momento più piacevole per flirtare è quando si è impegnati?

No perché, nell’ultima era zoologica in cui sono stata accoppiata  mi pareva che il mondo fosse il mio personale flirt mancato.

E ora, che sono single, non trovo una testa che incontri la mia pelle e una pelle che incontri la mia testa.

Quando invece, del sano flirt non protetto, gioverebbe molto al mio vaginismo.

Quindi cazzetti, per piacere, imparate a flirtare.

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Stop all’evoluzione Vaginale?

Ieri ho avuto uno scambio di battute con una mia collega vagina, una che è gagliardissima e che ha più di 30 anni, un sacco di energia, due braccia molto muscolose e un umorismo che mi fa tagliare.

Eravamo in cortile a fumare una sigaretta: io, lei e la mia collega milanese purosangue, che è fidanzata. Mentre ci lamentavamo, non so di cosa, ma sicuramente non c’era alcun serio motivo per farlo, è passato un tipo, un fichetto, uno carino, tipicamente milanese: alto, magro, ben vestito, giovane, con tanti capelli sottili.

La mia collega vagina milanese purosangue ha detto qualcosa come: “Che bel figlieul” o una roba del genere (tra le mie numerose velleità non rientra il writing del vernacolo milanese).

La vagina over30 ha chiesto alla milanese purosangue: “Ma non sei fidanzata te?”, la risposta è stata “sì” e il commento, immediatamente successivo, della over30 è stato: “Del resto anche se hai già ordinato, non vuol dire mica che non puoi più guardare il menù”.

Poi la over30 si è rivolta a me, assorta com’ero in altro genere di pensieri che verosimilmente spaziavano dai diritti delle donne musulmane all’invecchiamento di Benicio Del Toro, e mi fa: “O no?”

“Beh sì, certo”, le ho risposto. Che è quel genere di cosa che amiamo dire per sentire di avere anche noi il pisello, che pure che stiamo con uno ci guardiamo attorno. Oppure è quel genere di cosa che ci piace dire per non ammettere che non amiamo più la persona con cui stiamo. Forse. Ma comunque, nonostante il mio ciclo, non avrei mai alterato quel momento di cameratismo vaginale con una sterile polemica socio-sessuale. E quindi sono stata d’accordo.

Poi, a metà delle nostre Camel Silver, Winston Blue e Marlboro Light, la vagina over30 mi chiede: “Anche tu hai ordinato, no?”, riferendosi sempre a questo enorme menù immaginario dei cazzetti di tutto il mondo.

“No, vagina over30, io e te abbiamo smesso di ordinare più o meno nello stesso periodo l’anno scorso. E abbiamo fatto reciproco outing in una delle tante sere in cui eravamo in ufficio fino alle 21, ricordi?”

“Ah già, è vero…eppure ero convinta avessi ordinato di nuovo”

“No no”, ho risposto io, chiedendomi se la sua convinzione significasse che ho l’aria di una che scopa tanto o di una che si accasa in fretta. O nessuna delle due. O entrambe.

“Quindi non ti sei rimessa sul mercato…”

“No, dopo settordicimila anni in coppia (che poi sono stati 5 anni, con 2 cazzetti diversi) io preferisco decisamente così adesso…”

“Fai bene…”

“Sì, ci sta”

E, nel dirlo, mi sono chiesta perché quasi sempre, quando si fanno questi discorsi, ci sia così tanta incredulità nell’aria. Una specie di non crederci a priori, che anche nel caso in cui tu dica effettivamente ciò che pensi, finisci col sentirti ipocrita, o persino un po’ in colpa nel non dipingerti come triste, o come sfortunata, o come diseredata, 0 come frustrata, o come disgregata, così, nella solitudine di una vita priva del collante virile. Come se fosse indispensabile patire l’assenza di un cazzetto e mostrarlo, per essere rassicuranti, per perpetrare l’idea che in coppia è bello e auspicabile.

E, in effetti, no. Non sono in coppia per scelta e non è una scelta necessariamente bella, o facile, o a costo zero. Come tutte le scelte, del resto.

“Tu, invece, hai ri-ordinato?”, le ho chiesto io.

“No, decisamente…” mi ha detto. “Io resterò…” rullo di tamburi e un filo di terrore ”ZITELLA”

Occazzo. Occazzo, l’ha detto. L’ha detto sorridendo, ma l’ha detto.

“Diversamente”, ha continuato, “dovrei accontentarmi, e non mi pare proprio il caso”, ha concluso, guardando il blackberry.

Io ho annuito e abbiamo spento le nostre sigarette ormai consumate.

E io non ho più smesso di pensare alla sua ultima frase, a questa storia del non accontentarsi, a questo nostro continuo giocare a scacchi con le nostre aspettative. Ho continuato a pensare alla sua ultima frase e mi sono chiesta se non sia forse vero che più cresciamo, meno ci accontentiamo. E che forse, in una visione pragmatica del mondo, dovremmo fare esattamente il contrario.

E’ forse vero che è sempre più difficile trovare qualcuno che ci piaccia, che sappia strimpellare un po’ le corde della nostra femminilità, facendoci sentire migliori, sublimandoci e non banalizzandoci? E’ forse vero che più ci completiamo, più bastiamo a noi stesse, più diventiamo consapevoli, mature, forti, meno possibilità abbiamo di trovarne uno che sia alla nostra altezza, e che siamo altresì meno disposte a modellarci sui limiti di un qualsivoglia cazzetto storto, o troppo piccolo, o troppo grande (ne esistono?), o troppo moscio, o troppo in tiro?

E’ forse vero ciò che dice GuruVagina? “Stop all’evoluzione“, perché più ci evolviamo, più andiamo avanti, meno i cazzetti si accolleranno l’onere di sostenere il confronto con noi? Più fatica faranno a dimostrare d’avere il pisello, meno ci vorranno? E’ forse vero che dobbiamo conservare parte della nostra inettitudine vaginale, come l’unico elisir che possa salvarci da una vecchiaia solitaria trascorsa a guardare Antonella Clerici su RaiUno, che ci insegna ricette da non cucinare a nessuno?

Forse, e dico forse, il problema non sta tanto nella nostra evoluzione vaginale quanto nel costo emotivo che per noi ha quell’evoluzione. Perché noi sì, riusciamo a lavorare, pulire casa, cucinare, stendere il bucato, stirare, portare le buste della spesa da sole, viaggiare, parcheggiare a cassonetto, appendere quadri, uccidere insetti, andare in palestra, dialogare, dispensare consigli, coltivare interessi, farci la manicure, smanettare al computer, guardare una serie in inglese per tenerci allenate, camminare su 10 centimetri di tacco per tutto il giorno, dormire 4 ore a notte e fare brainstorming l’indomani e dopo il lavoro andare a fare un aperitivo di pubbliche relazioni e una cena di piacere, curarci da sole e salvarci da sole. Siamo gagliarde, noi, vagine contemporanee. Il punto, però, è cosa ci aspettiamo, poi, da un cazzetto. E quanto possiamo essere truci, se non tiene il nostro ritmo.

E a volte capita di pensare che in effetti non troveremo più qualcuno che ci piaccia, qualcuno che sappia sfogliarci, e leggerci e impararci, e sottolineare i passaggi più belli. Qualcuno che sappia affascinarci e incuriosirci, che sappia farci ridere, e sostenerci, e cazziarci. E a volte capita di pensare che non ci emozioneranno più le dita che si intrecciano, gli abbracci a letto, i respiri che si confondono. A volte pensiamo che nessuno più riuscirà a spogliarci della nostra pelle, a guardarci dentro mentre dentro ci scivola, a farci piangere di felicità, a farci tremare le cosce, a farci evaporare in un abbandono momentaneo, ma totale. E questo pensiero non se ne va mai, si attenua e ricompare, mese dopo mese, sempre più forte. Mentre tutte le nostre sottaciute aspettative vaginali si accumulano, in quella vescichetta sentimentale e putrida che abbiamo dentro, in qualche punto indefinito del nostro ventre, nella quale comprimiamo tutto il vaginismo emotivo, per continuare, giorno dopo giorno, ad essere vagine consapevoli e forti. Nell’attesa, perché in verità con quell’attesa viviamo anche quando fingiamo che non sia così, che prima o poi, nei secoli dei secoli, potremo pisciare via dall’anima il timore di passare la vecchiaia da sole a guardare Antonella Clerici su RaiUno, che ci insegna ricette da non cucinare a nessuno.

Quanto al resto, farei l’amore ora, lo farei con quest’afa del cazzo, lo farei fino a farmi male, lo farei con la felicità di chi non ha paura di fare la cosa sbagliata. Lo farei con gli occhi, e tutta la pelle, e le mani, e il respiro. Lo farei completamente spoglia di tutte le mie difese. Lucidissima. E nuda.

Se ne fossi capace.

Se amassi.

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Vaginali Epifanie

Negli ultimi giorni ho capito un sacco di cose.
Cose che avevo già capito e dimenticato. E quindi m’è toccato ricapirle.

Ho capito che il mio rapporto con lo shopping è simile al mio rapporto con il  cibo, che è simile al mio rapporto con il sesso: digiuno a lungo e poi mi ingozzo.

Ho capito che sarebbe importante fare degli spuntini: un frutto a metà mattina, una sveltina a metà pomeriggio. Cose così.

Ho capito che la musica elettronica non mi piace, anche quando fica. Non mi mette a mio agio, mi fa sempre sentire troppo lucida.

Ho capito che gli uomini devono piacermi almeno quanto mi piaccio io.

Ho capito che nell’idromassaggio le mie inquietudini si distendono.

Ho capito che non possono pretendere di farci credere che esistano ancora le Brigate Rosse dopo tutte le puntate di Blunotte di Lucarelli.

Ho capito che mi piacciono gli status symbol anche se disprezzo chi li ostenta.

Ho capito che il mondo tornerà capovolto e il mio capo d’estate andrà in vacanza a Torvaianica. E io in Malesia.

Ho capito che mi piace essere terronacicciona e arrogante.

Ho capito che alcuni che sarebbero stati volentieri nazisti, s’accontentano di fare la sicurezza nei locali.

Ho capito che al nero non rinuncerò mai, perché snellisce, ma che posso osare con gli accessori.

Ho capito che posso sbagliare e che il risultato non dipende necessariamente dal mio valore.

Ho capito che il cambio di stagione posso anche farlo con i miei tempi. E se lo finirò a settembre, sticazzi.

Ho capito che il silenzio del mio divano è bello.

Ho capito che, sola o accoppiata, troverò sempre un valido pretesto per struggermi. Perché sono così.

Ho capito che si può andare a letto con qualcuno senza spogliarsi.

Ho capito che si può piangere tra le braccia di chi non ci apparterrà mai.

Ho capito che se le persone le fai divertire, ti vogliono più bene.

Ho capito che tra un po’ tornerò a casa e non vedo l’ora.

Ho capito che a volte la semplicità non è una scelta e che ci sono vagine per cui le linee rette non sono un’opzione possibile.

Ho capito che le mie aspettative sono delle grandi sgualdrine. Ma, volendo, posso essere peggiore di loro.

Ho capito che vorrei dell’erba e un iPhone bianco, perché mi piace bianco, perché sono un po’ tamarra, si vede.

Ho capita che mi piace tantissimo chiacchierare con i tassisti  mentre mi traghettano da una parte all’altra delle mie giornate e delle mie nottate, attraverso una città che inizia ad essere mia anche se non è di nessuno mai.

Ho capito che faccio una gran fatica a parlare con le estetiste mentre mi strappano via i più sacri dei miei peli.

Ho capito che ho voglia di fare pace con tutti i miei spiegoli.

E con tutte le ombre. E con tutte le luci.

Ho capito che non perdonerò mai al mio ex ex la presunzione di avermi insegnato tutta la musica più fica possibile, senza avermi mai fatto sentire

And if a double-decker bus
Crashes into us
To die by your side
Is such a heavenly way to die
And if a ten-ton truck
Kills the both of us
To die by your side
Well, the pleasure – the privilege is mine 

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Single vs Accoppiati – Arriva il Singles’ Revenge Day

Avere degli affairs sentimental-sessuali è fondamentale da un punto di vista sociale, prima ancora che emotivo.

Se sei single, la gente ti incontra e vuole, sostanzialmente, sapere se stai chiavando e con chi.

Questo tipo di indagine può essere condotta in diversi modi e diversi toni che variano a seconda del grado di confidenza che si ha con l’interlocutore.

Se il rapporto è, ad esempio, professionale ma confidenziale, la domanda viene posta come: “Beh? Ci sono novità?” accompagnata da tono languido e occhio vispo.

Se rispondi “No”, l’interlocutore si abbandona a esternazioni imponderabili, che oscillano tra la manifesta delusione e l’incredulità di circostanza. A quel punto, di solito, conviene aggiungere: “No, niente di particolare”, così che l’interlocutore possa sprofondare compiaciuto nell’idea di te impegnata in frenetiche sessioni hardcore fetish con Rocco Siffredi.

Quando il rapporto è intimo, invece, la domanda diventa più diretta: “Stai scopando come un riccio?”.

Il problema si pone soprattutto con quelle persone che hai sempre viziato con succulenti particolari sulla tua attività e che adesso, a prescindere, non accettano una risposta negativa. E’ più forte di loro.

Come nel caso del mio  amico Braciola che, come da manuale, in una piazza gremita di un centinaio di persone mi ha chiesto:

“Stai trombando?”

“No…”

“Dai, non dire cazzate”

“No, davvero, non sto trombando…”

“Dai, tanto non ti credo, dimmi con chi…” (è discreto, il mio amico Braciola)

E a quel punto poco conta che io gli dica: no ma sai, m’ha intervistata Vanity Fair, no ma sai sono in contatto con un editor, no ma sai sono presa bene, no ma sai sto crescendo e facendo il punto di me stessa, no ma sai voglio stare sola.

Niente. Tutto ciò non ha alcuna importanza. Lui vuole sapere soltanto se sto trombando. Ha proprio voglia di avere la sua razione di porcaggine amichevole, che ha sempre avuto e della quale non intende fare a meno. Se poi ci metto qualche dettaglio sconcio, lo rendo proprio un uomo felice. Lo rassicuro. Gli faccio capire che, nonostante l’incedere del tempo e le delusioni sentimentali, insomma, la ciola mi piace ancora. E lui è più contento.

Al di là di del caso specifico, è innegabile che la vita sessuale dei single sia un argomento assai ghiotto per amici  e conoscenti. Perché sì, ok, la vita da single c’ha tanti contro, ma c’ha anche diversi pro e uno di questi è la libertà di scoprire e di vivere ciò che si vuole (nella mente degli accoppiati; ”perdersi in turbinii libidinosi senza precedenti”). Per contro sì, certo, la coppia offre sicurezza, ma segna comunque un lento declino verso la monotonia, lontano da quell’intrigo e quella trasgressione che, sempre nella fantasia degli accoppiati, sono lì, alla mercé nostra. A un tiro di schioppo. A uno schioppo di cosce.

E così, per caso, ho una folgorazione: capisco che dobbiamo divertirci con quest’arma, dobbiamo usarla a nostro vantaggio, con particolare accanimento su quel genere di coppia che si struscia e si limona in faccia a noi anche se ci siamo mollati da 24 minuti con il più grande amore della nostra vita.

Per nessun motivo particolare, se non il puro gusto di far ricordare che anche la loro scelta ha un costo.

E così, per caso, decido che venerdì 20 aprile 2012 sarà il mio personale Single Revenge Day, giorno in cui, io, single farò rosicare tutti gli accoppiati che incontrerò sul mio cammino.

Tecnicamente, direi che i single di tutto il mondo dovrebbero partecipare al Singles’ Revenge Day, per prendersi ciò che spetta loro di diritto: la loro sacrosanta rivincita emotiva. Indipendentemente dal fatto che siano single felici o disperati, indipendentemente dal fatto che abbiano 5 partner diversi a settimana o che non battano chiodo dai tempi in cui Sara Tommasi era ancora vergine.

Dovrebbero, in tale data, far sì che nella mente dei loro interlocutori accoppiati campeggi una sola domanda:

(La partecipazione al Singles’ Revenge Day è gratuita, non richiede iscrizione, né patti di sangue, né donazioni seminali. Si apprezzeranno, al massimo, coloro i quali, partecipando, avranno successivamente il buon gusto di condividere con noialtri gli esiti del loro esperimento sociale)

Come fare?

E’ sufficiente lasciar intendere (con gli strumenti più idonei all’interlocutore) che noi, single, siamo reduci da uno di quegli eccitanti incontri clandestini su cui loro amano stuzzicarsi la memoria. Ma non dev’essere un gioco accomodante per risvegliare in loro appetiti naturalmente sopiti dal regime del coito matrimoniale standard. Non dobbiamo essere i cari, vecchi amici single che mettono un po’ di pepe nelle piccole fantasie di coppia stanca e consolidata. Nossignore. Dobbiamo proprio essere impietosi (lo so, ma sono le regole del gioco), dobbiamo prendere la mira ed essere implacabili.

Qualcosa come (parlerò al vaginale, per semplicità):

“no niente, insomma, ho conosciuto ieri sera questo tipo a cena, amico di amici, avrà avuto sulla 40ina, moro, alto, secco ma ben messo. abbiamo iniziato a parlare e non puoi capire quanto mi piaceva…”

“ah, bene…è single?”

“no, in realtà no” (questo urta sempre molto gli amici accoppiati, c’è una comprensibile solidarietà tra classi emotive)

“ah…e la fidanzata non c’era?”

“no…”

“e dov’era?”

“ma non lo so…comunque, alla fine della cena si è proposto di accompagnarmi a casa e io ho accettato, ma lungo la strada abbiamo deciso di andare a bere qualcosa…siamo andati al Frizziellazzi…è stato fantastico e io più lo guardavo più avevo una voglia feroce di farmelo” (sensazione che, 9 su 10, l’interlocutore non prova più per il proprio partner dai tempi in cui ci si diplomava in sessantesimi)

“mh…” (sarà il massimo dell’empatia che vi regalerà l’interlocutore accoppiato)

“eh niente….”

“ci sei andata?”

“siiiiii” (direte voi, con aria giuliva e insopportabile. un po’ trasognata, anche)

“ma dai!!! e com’è stato?” (l’interlocutore accoppiato lì capirà che dovrà censurare il suo rodimento di culo inconscio ed essere felice per voi che siete, dopotutto, single e che provate la triste ebbrezza di svegliarvi soli e sregolati la domenica mattina)

“e niente…è stato leggendario, io ti giuro, a un certo punto non capivo nemmeno più cosa mi stesse facendo”

“ahahahah” riderà amaramente l’interlocutore accoppiato. E poi, infingardo, cercherà di minare la vostra pace dei sensi con la sibillina domanda: “E vi rivedrete?”

Voi lì sarete bravi, non mostrerete la benché minima traccia di mestizia sul volto, neanche un accenno di pentimento o senso di colpa (che vale di più per le vagine), e direte: “Ma non lo so. Non credo. Non mi importa. E’ stato così incredibile che, credimi, anche se non dovessi vederlo mai più, so felice d’averlo visto almeno una volta! Cioè, non desideravo così tanto qualcuno da un sacco di tempo!”

“Beh, bello!” dirà l’interlocutore accoppiato fortemente tentato di chiedervi qualcosa di più specifico. Ma non lo farà. Per auto-conservazione. Quindi dovrete intercettare questa sua debolezza e attaccare con:

“E poi ce l’aveva…enorme

“ahahah ma dai! Ma tipo?”, vi chiederà.

Voi lì mimerete una dimensione, ma restate nel regno della dignitosa credibilità, niente eccessi da freak di motumbiana memoria (i cazzetti, su questo punto possono mimare la dimensione delle bocce).

“OOhhhh” farà l’interlocutore accoppiato, con forzato stupore.

“Lo so, ti giuro, non posso ripensarci che se no me tocca strigne le cosce (‘che me diventa de marmo’ per i cazzetti)”

“Beh mi fa piacere, ti ci voleva proprio” e con questa bassa osservazione (“ti ci voleva proprio”), l’interlocutore  accoppiato ancora non sa d’essersi condannato al rush finale di rodimento di culo:

“In compenso oggi sono a pezzi”, direte voi “non ho dormito un cazzo”, continuerete

“Siamo stati a fa robba fino alle 6 del mattino, ho dormito 1 ora e mezza e poi me so svejata per annà a lavoro!”

Detto ciò, dovrete passargli la palla e chiedergli: “A te, invece, come va con Medioman/Mediowoman?”

Nella pochezza della sua risposta, nella noia che a rivoli verrà fuori dalle sue parole stentate, voi potrete considerare conclusa la vostra missione.

L’interlocutore accoppiato non potrà far altro, a fine serata, che tornare a casa e litigare col proprio partner.

Per nessun motivo, naturalmente. Tranne quello di essere sempre lo stesso da anni.

Consiglio conclusivo: per salvare l’amicizia con l’interlocutore accoppiato, il giorno dopo chiamatelo e confessate di aver inventato tutto perché stavate partecipando a un esperimento sociale, a un gioco. Rassicuratelo. Fategli sentire che lui, con la sua convivenza e la sua forzata monogamia, è migliore di voi, che siete single, soli e tristi e che partecipate a giochi per single, soli e tristi.

 

Fotografia 1 by Piolzam

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