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Single is Better?

Quando sei single, dopo essere stata accoppiata per molti anni, ti chiedi quale delle due condizioni sia la migliore. Naturalmente, come tutti i saggi nominati da Napolitano sanno, ci sono pro e contro in entrambi gli status di Facebook.

Ne parlavo qualche sera fa con la mia amica IndieVagina,  famosa per il suo sense of humour Made in Bari e per il fatto di essere la mia più cara amica single, che mi diceva di essere giunta al suo quinto singleversario. La frase era velata da un sottile scoramento e ciò che una buona amica single (io) deve fare in questi casi, è lanciarsi senza paracadute in un’inoppugnabile arringa sugli innumerevoli e indiscussi vantaggi della singletudine.

Chiaro sia, essere accoppiati, in linea di massima, torna utile in una moltitudine di situazioni esistenziali e sociali come ad esempio: quando troviamo un insetto in casa, quando bisogna parcheggiare ad agosto di domenica mattina per andare in spiaggia, quando salta il contatore della luce alle 23 di una sera di gennaio e bisogna scendere in cantina per riattivarlo, quando c’è da imbustare la spesa mensile alla cassa dell’Esselunga, quando viaggiamo con una valigia di 27 kg e dobbiamo sollevarla, quando compiamo gli anni e quando c’è da lavare la macchina. Non perché lavare la macchina sia una cosa difficile. Semplicemente il nostro dna non contempla il gene deputato al lavaggio auto. Non ci riesce di comprendere, in parole povere, che l’automobile, parimenti con tutto il resto del creato, è passibile di insozzamento e necessita d’esser pulita almeno una volta a biennio.

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Per contro, essere single ha naturalmente molti ma molti più vantaggi. Ora, senza arrivare a eccessi disdicevoli come farsi tatuare sul pube “Single is better” che, davvero, non ce n’è bisogno, essere single significa un sacco di cose splendide.

Per esempio:

1. Non devi mai per nessun motivo ringraziare un uomo per averti regalato un peluche

2. Non devi mai per nessun motivo ringraziare tua suocera per averti regalato un golf a rombi taglia M

3. Non devi mai svegliarti la domenica mattina con l’idea di andare a pranzo dai suoi.

4. Non devi mai fingere che ti interessi ascoltarlo mentre parla del suo lavoro.

5. Non devi tenere un tutorial quotidiano sull’incapacità dei calzini di riporsi da soli nella cesta della biancheria

6. Non devi mai sentirti dire mai cose come: ”Sei pazza/calmati/cambia il tono/non farti le paranoie/mi hai rotto il cazzo/sei in premestruo quindi vuoi sicuramente litigare per questo io ora farò di tutto per rendermi insopportabile così da farti confermare la mia tesi sulla tua irragionevolezza ovarica”

7. Non devi spendere ore della tua vita a stendere le sue mutande.

8. Non devi mai sopportare che lui sia in viaggio di lavoro all’estero con il suo capo milf

9. Non sei mai obbligata a fingere di desiderarlo e non devi mai nutrire sensi di colpa se desideri un altro

10. Non devi sopportare il fatto che il suo diritto di russare ti privi del tuo diritto di dormire.

11. Non devi schivare un’ischemia al giorno, realizzando che è stato su whatsapp fino alle 4.30 del mattino non sai con chi

12. Non devi mai sentirti mediocre a guardare le fotografie delle sue ex su Facebook, tutte straordinarie testimonial Amerika Star

13. Puoi usare disgustosi pigiami in pile senza praticare un’eutanasia permanente alla sua libido

14. Puoi continuare a ritenere che crackers riso su riso e philadelphia siano una pietanza dignitosa

15. Se hai mangiato legumi, puoi fare le puzzette senza per questo compromettere la tua incommensurabile, inodore e silenziosissima femminilità.

A me, comunque, non sembrano vantaggi da poco.

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Ma soprattutto, più di ogni altra cosa, essere single significa dedicarsi alla propria pelle (sia in senso cosmetico che concupiscente). Significa esplorarsi e scoprirsi. Significa conoscersi e diventare padrone di sé, compiersi il più possibile, indagarsi nei propri limiti, risolversi o accettarsi. Salvo che non ci risolviamo mai fino in fondo, e non ci accettiamo mai fino in fondo, ed è su questa antitesi dinamica che consumiamo il nostro personale odi et amo, la ricerca di un equilibrio con il nostro – più o meno gigantesco – ego.

E poi compiamo la missione più difficile. Più straordinaria. Più miracolosa: impariamo ad amarci, o almeno ci proviamo. Per forza. Perché facciamo di necessità virtù. Perché non possiamo demandare a un cazzetto l’ingrato compito, il vituperato amore per noi stesse. Perché siamo le uniche che di noi si prendono cura. E dobbiamo imparare a farlo per bene.

Bene, come nessun uomo potrà insegnarci mai.

Bene, come non dovremmo smettere di fare mai.

E questo, le vagine single lo sanno bene, è un piccolo miracolo quotidiano.

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PeniPenuria

Io adoro quelli che ti dicono che sei single perché sei tu che pretendi troppo. Ma li adoro proprio da morire.

Li adoro quanto quelli normovedenti che, a un certo punto della conversazione, vengono assaliti dalla smania irrefrenabile di provare gli occhiali di un povero cristo ipovedente. E quello non vuole, giustamente, perché l’occhiale è una cosa personale, non quanto lo spazzolino da denti, per intenderci, ma quasi. Nove volte su dieci, però, il molestatore occulto ha la meglio, ottiene gli occhiali in prova, li indossa, fa una smorfia di sconcerto nemmanco avesse sentito una dichiarazione intelligente di Maurizio Gasparri e poi prorompe, davanti a tutti: “MINCHIA OH, SEI CIECO!”

Li adoro quanto quelli che quando si va a cena tutti insieme e arriva il conto dicono cose come “Eh, ma io non ho bevuto il vino“, oppure “Eh ma io ho preso un antipasto de meno“. Che alla fine invece che fare alla romana, bisogna rincoglionirsi in 12 persone per far risparmiare 1 euro e 70 centesimi a un solo stronzo.

Io adoro quelli che dicono che sono io che pretendo troppo, e che per questo motivo sono single, che mica deve per forza avere tutta la discografia dei Led Zeppelin, che mica deve per forza cogliere una citazione di Taxi Driver e poi, tutto sommato, se anche avesse saponificato degli esseri umani, o sciolto nell’acido carcasse di animali vivisezionati per hobby, o profanato tombe in nome di Pino Scotto, ecco, per quale motivo al mondo non dovresti fornirgli i tuoi orifizi? In effetti, non fa una piega.

Panda

Ciò che, loro malgrado, questi discendenti genetici di Marta Flavi non colgono è quanto sia autentica e dilagante la PeniPenuria nella quale viviamo. Dicesi “PeniPenuria” un disdicevole fenomeno sociale, con ripercussioni inevitabilmente genitali, per il quale il rapporto tra i cazzetti single, eterosessuali, con un’invalidità emotiva non superiore al 30% ed esenti da psicofarmaci, e il numero di vagine è tipo di 1 a 30. E in una situazione del genere, puoi stare pur certa che ci sarà una più topa di te che si prenderà il pene in questione.

Quel che non è chiaro è che non siamo noi vagine a pretendere iddio sa cosa. E’ che semplicemente, qui a Milano più che mai, ci sono rarissimi esemplari di homo sapiens capaci di triangolare nella propria persona la magica formula: single-eterosessuale-decente. Questo mica per farci ingravidare e sfornare figli manco fossimo neocatecumenali. No. Questi esemplari non ci sono nemmeno per l’avventura, per la trombamicizia, per vidimare un abbonamento mensile e fare qualche giro, e chiacchierare poi, stesi nudi, fumando dell’erba di discreta qualità, scegliendo che film guardare insieme, prima di rivestirsi di tutti i propri alibi e tornare alle proprie impegnatissime e separate vite. Il cazzo!

Il massimo che può accaderci, escludendo quelli già impegnati, è di inciampare in qualche scopatore seriale, i cosiddetti “scapoli recidivi”, che di solito sono quelli che, raggiunto l’apice della gaussiana del loro ingrifamento, si abbandonano a frasi come: “Dimmi che sei la mia troia” e tu pensi “Ma chi minchia ti conosce?” e quelli insistono “Dillo” tutti infoiati che si pensano d’essere John Holmes, e tu pensi che no, vaiaccagare no! Io “tua” non lo sono proprio. E quando lo dico (e invero nella mia vita l’ho detto e l’ho detto all’unisono col cuore e la fregna, perché in quel momento mi ci sentivo e di sentirmici ero felice) ha un significato, cristosanto!

Ecco, questo è il massimo che possa capitarci.

Perché la verità è che il Maschio Scopabile (single, eterosessuale e decente) è un esemplare in via d’estinzione, peggio del panda, e il WWF nemmeno se n’è accorto. Tocca proteggerli, tenerli in cattività e obbligarli a riprodursi, quelli che restano. Dobbiamo pensare alle generazioni future di vagine che, altrimenti, si troveranno circondate da soli EgoFroci squilibrati, che per il genere umano rappresenteranno ciò che l’asteroide ha rappresentato per i dinosauri: la fine della specie.

E invece, per tutti i miscredenti, per tutti quelli che continuano a sostenere che siamo noi ad esagerare, io lancio una sfida: il Censimento del Maschio Scopabile Italiano. Cioè, tutti voi che siete accoppiati, dovete segnalare portatori di pene che rispondano ai 3 requisiti principe: eterosessualità comprovata, singletudine non patologica e decenza, dove con “decenza” si intende

- igiene personale

- un’accennata gradevolezza estetica (che la sua visione non sia più efficace della crusca sul nostro intestino, per intenderci)

- un minimo sindacale di piacevolezza dialettica, di argomenti condivisibili e una modestissima cura della lingua italiana

- una fedina penale pulita

- indipendenza economica e abitativa, costituiscono requisito preferenziale

Trovateli, censiteli, considerate pure aperta la Caccia al Pene.

Sia chiaro: tutto ciò solo per il gusto di dirvi, poi, quando tornerete a mani vuote o quando, a ben guardare, ciascuno dei vostri candidati avrà un macroscopico handicap, ecco, dirvi:

Odio dirlo, ma ve l’avevo detto“.

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E sesso orale. E santità.

Quando una è single le succede di alternare momenti di profonda aridità emotiva a periodi di elevata sensibilità sentimentale, durante i quali si innamora a ogni piè sospinto, attingendo a un repertorio umano che varia dall’autista del tram ad Arthur Rimbaud.

In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle. Anzi, sono innamorata dei Baustelle.

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Come di tanto in tanto faccio, ho smosso i miei potentissimi canali vaginali e ho ottenuto due accrediti per me e indievagina che, oltre a essere l’eletta che meglio può apprezzare questo genere di esperienza metafisica di lunedì sera dopo il lavoro, è anche colei che per prima mi passò La Malavita, in un pomeriggio di diversi anni (e diversi kilogrammi) fà.

Così, intorno alle 20 siamo montate a bordo del mio bolide e siamo partite alla volta degli Arcimboldi, per assistere al Fantasma Tour, non prima di aver ingurgitato un hot dog di fetida qualità accompagnato da birra piscio, disquisendo su quanto tra tutte le tipologie di junk food, quello  pre-concerto resti indiscutibilmente il più gustoso.

Ci siamo sedute, pochi minuti d’attesa, si sono spente le luci e lo spettacolo è iniziato.

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E’ iniziato e io non so se sia dipeso dal fatto d’essere in teatro, che io mi suggestiono sempre quando sono in teatro, oppure dalla presenza dell’orchestra diretta da Enrico Gabrielli, che io adoro perché i Calibro 35 sono così bravi che non si ascoltano, ecco io non lo so da cosa sia dipeso, ma ho pensato dal primo istante: “Cazzo, sono diventati grandi“.

I Baustelle son cresciuti. L’evocazione adolescenziale ha lasciato il posto a un’età adulta senza vie d’uscita. Le inquiete istanze puberali, la malinconia dubbiosa da trentenni di provincia, l’inquietudine esistenziale si è evoluta, si è complicata. E questo i Baustelle ce lo mostrano, senza inibizione e senza ostentazione, facendo ricorso a un canto che si fa narrazione e a un impianto strumentale che esprime il putiferio opaco che vi è dietro, che vi è dentro, che vi è sotto.

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La maturità chiude le possibilità. Il Futuro è una malattia “che desertifica, che significa che ciò che siamo stati non saremo più”. E tutto rimane permeato da un’incontenibile, sfrontata e persino precoce nostalgia. Ed è proprio questa specie di ansia naturalizzata, questo logorante sentimento del tempo che scorre inesorabile, cantato con una disarmante spontaneità, che me li ha fatti sentire vicini. Vicinissimi.

I Baustelle sono cresciuti. Hanno metabolizzato e rielaborato i propri tratti distintivi, arricchendoli di rimandi, omaggi, citazioni della migliore tradiziona cantautorale italiana, ma anche di cori e giochi di luce di pinkfloydiana memoria, e sonorità a tratti lisergiche. E anche quando sale il sospetto che forse non ci sia in essi qualcosa di davvero nuovo, di davvero straordinario, di davvero mai sentito (per quanto encomiabile e interessante sia ciò cui si sta assistendo), ecco che arriva un verso, senza preavviso, 4 o 5 parole messe in fila, che ci lasciano nudi. Che ci obbligano alla resa. Come il “Perciò stanotte dormi qui, che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia. E dammi figli e verità. E sesso orale e santità ” di Nessuno.

Cioè, io glielo davo veramente l’utero, a uno che mi cantava ste robe, per dire…

I Baustelle sono cresciuti. E io non so dire se siano migliori o peggiori di quelli iniziali, che pure abbiamo amato. So soltanto che sono cresciuti, come persone e come artisti. E so che io sento ciò che sentono loro. So che tutti cerchiamo la chiave individuale a un disagio generazionale. So che quell’irrisolto oggi è più profondo di ieri, al punto che – d’un tratto – le parole finiscono e tutto viene demandato all’orchestra che interpreta, sublima e ci restituisce i perché e i per come delle nostre angosce condivise. Della nostra paura di fallire.

So che i Baustelle sono cresciuti e che interpretano come pochi altri lo spirito del nostro tempo: la sua controversia, la sua inadeguatezza a tutti i semplicismi, la sua ansia, la sua rassegnazione sofferta. Ma anche la sua cultura, la sua finezza, il suo catartico cinismo, la sua malinconica bellezza.

So che i Baustelle sono cresciuti e saranno tra quelli che un giorno ascolterò in macchina, in viaggio, con il mio compagno accanto e i figli seduti dietro. Come mio padre faceva quando ero bambina. Con De André. E Dalla, e De Gregori, e Bennato, e Battisti.

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In questo momento, per esempio, sono innamorata di Francesco Bianconi dei Baustelle.

Perché magari sembrerà strano, ma è una cosa meravigliosa sapere che qualcuno è ancora capace di toccare le inquietudini che ho dentro. Anche se è un musicista. Anche se lo fa cantando, in punta di dita, sull’orlo di me. Senza conoscermi.

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Suca Valentino

Ci risiamo.

E’ passato un altro anno, l’infame data è giunta e noi ancora non abbiamo un uomo con cui fingere che non ci interessi nulla della sciagurata ricorrenza: San Valentino.

Apogeo della stigmatizzazione sociale verso i single, febbraio è quel mese in cui qualunque cosa tu voglia fare o acquistare, deve essere necessariamente per due. Chennesò, vuoi andare alle Terme a farti fare un massaggio plus da 50 minuti? L’Home Page del sito, quella a cui chiunque di noi a prescindere dal suo status sentimentale dovrebbe avere diritto d’accesso immediato come sancito dal Concilio Vaticano Secondo, è infognata da un pop-up per coppiette toniche e biodegradabili.

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Vuoi prendere un treno acquistando il biglietto online come si usa fare da tipo 15 anni? Questo è ciò che ti trovi davanti.

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Che poi, a parte il fastidio intrinseco di questa offerta che risponde alla celebre strategia del “Cornuti&Mazziati Marketing” per cui: Sei single? Suca e paga il prezzo intero. Hai un’ameba accanto? Spendi la metà! Ecco a parte questo, io proprio mi concentro sulla difficile vita dei creativi di Trenitalia, che davvero poi uno pensa che era meglio quando si stava peggio e quando per creare bisognava farsi di LSD, ma almeno Syd Barrett non avrebbe mai partorito un abominio come “Par-Ti-Amo” che, vi prego, tenetemi la fronte mentre vomito.

Questo per sorvolare completamente sulle testate giornalistiche vaginali che io dico, va bene la festa degli innamorati, va bene vendere la skin dell’home page a un brand che ha per testimonial il pro-cugino da Fregene di Nicolas Vaporidis e che promuove anelli a forma di bulloni con il nome del partnAr inciso sopra, va bene porsi quesiti esistenziali come se a San Valentino sia giusto chiavare oppure no, va bene tutto, ma ricordatevi che ogni volta che dedicate spazio a questa ignobile ricorrenza, da qualche parte, nel mondo, c’è una vagina indipendente, mediamente gagliarda, presuntamente evoluta e fottutamente single che deciderà di non portarvi più traffico per un mese.

Perché sì, sappiamo tutti che San Valentino è una cagata fotonica, però è sempre l’occasione ideale per ricordare quello che manca, a chi un amore non ce l’ha.

E quindi, per tutte voi, amiche vagine, e tutti voi, amici cazzetti, che nessuno dovrà convicervi d’amarvi portandovi un tubo di Baci Perugina (graziaddio); per tutti quelli che non andranno a cena fuori a lume di candela e che non dovranno porsi il problema di quale sia la posizione del kamasutra più idonea alla festività;  a tutti voi io dico: prendiamola per le palle, questa inutile festività meglio nota come Suca Valentino. Voi ci provocate con i vostri stupidi cuori, con i vostri stupidi regali e le vostre stupide vetrine addobbate da Pollyanna che si è fatta una striscia con Pollon su nell’Olimpo? E noi rispondiamo. Rispondiamo concedendoci quel romanticismo a cui cerchiamo di non cedere il passo mai, che scalciamo sotto le coperte della singletudine, quello controverso e irriducibile che si manifesta in una pizza alle verdure magnata sul divano, sorseggiando coca cola light ricca di aspartame, guardando quello.

Quello. Esattamente quello: il nostro film stracciamaroni preferito! Oh sì. Inutile negare. Tutti ne hanno almeno uno. Ecco, la sovversiva proposta per il Suca Valentino 2013 è di affrontare il nostro amore single, così: senza ansie, senza amici, senza esorcismi. Per quello che è.

Chiaro, ognuno ha i propri gusti.  Magari siete 80′s addicted e quindi c’avete da rivedere Dirty Dancing, oppure Flashdance, oppure Pretty Woman, oppure Ufficiale e Gentiluomo. O magari ne volete uno con cui siete cresciute e vi sparate Ghost, oppure Il Tempo delle Mele (che io ho sempre considerato un escremento insensatamente sopravvalutato), oppure Vento di Passioni, oppure se c’avete voja di avere una crisi diabetica potete andare su cose come Il profumo del Mosto Selvatico, I ponti di Madison County e tutto quel filone lì. O magari siete fan di Baz Luhrman e allora vi fate Romeo + Juliet o Moulin Rouge. O magari ancora vi scegliete una commedia senza pretese, che vi faccia stare serene, tipo Il diario di Bridget Jones, o Serendipity, qualcosa che ci rassicuri, dolcemente, nel nostro essere vagine squisitamente medie.

Oppure, se ve l’accollate, ecco una selezione vaginale, la Top 5 stilata appositamente per la ricorrenza.  Che tecnicamente sarebbe una Top 6, ma preferisco lasciare debitamente fuori Lolita, su cui ho già ammorbato a sufficienza. Sicuramente ho dimenticato titoli indimenticabili, ma questi sono quelli che mi sovvengono ora.

1. SE MI LASCI TI CANCELLO

Traduzione ignobile di Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Visionario. Straordinario. Colonna sonora indimenticabile. Ci piango sempre, perché i ricordi non li cancello mai.

2. JANE EYRE

Un capolavoro. Non ci sono cazzi. Zeffirelli e la Gainsbourg (meravigliosa) mi fanno venir voglia di vivere in un altro secolo.

3. CLOSER

In questo film sono tutti bellissimi. Tutti imperfetti. Tutti controversi. L’amore è una cosa feroce. L’amore è una cosa spietata. Qui è chiaro. Per questo lo amo. Anche se sto male, malissimo, quando lo vedo. Perché lo vivo. E lo rivivo. Ogni volta.

4. PRIMA DELL’ALBA

Il genere di cose che nella vita non succederà MAI, parola di emigrante. Ma dice che i film servono a sognare…

5. HARRY TI PRESENTO SALLY

Perché c’è stato un tempo in cui ho creduto che il mio ex amasse il mio essere ad alto mantenimento. E perché ho capito che era una cazzata.

Che questo sia il nostro modo di celebrare l’amore single: ostinato, insensato, unilaterale e incompiuto, eppure straordinariamente perfetto, nelle sue velleitarie speranze.

Buon Suca Valentino a tutti!

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Il culo è il profumo della vita

La verità è che bisogna essere furbe, per essere vagine single. Ci sono certe cose che non vanno fatte.

Per esempio, non bisogna azzimmarsi tutte, mettere i tacchi e un vestitino nero, truccarsi e uscire di casa modello baldracca in acciaio inox di Mondial Cozza, per andare al compleanno di un amico omosessualo che compie 40 anni, che te lo immagini benissimo che la cosa più virile che ci troverai sarà il tuo medesimo clitoride. Ma, più d’ogni altra cosa, non bisogna farlo accompagnandosi a un giovine omosessualo 28enne, alto 1.85, con gli occhi neri neri e le ciglia che ridono.

Non per niente, che poi succede che la vagina single, tutta insensatamente acchittata, varca la soglia del locale e s’accorge di essere, come qualunque organismo cognitivamente superiore all’ameba avrebbe intuito a monte, più invisibile del fantasma formaggino, praticamente mitologica, particella vaginale inghiottita dal magma finocchio.

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Ebbene sì. Sono andata a una festa di compleanno che, casualmente, era di un amico omosessualo e ci ho portato anche Frecciagrossa. E lì, il giovane virgulto, ha iniziato a sgamarsi con il 60% della fauna frocia, finché non si è prescelto con un tipo, uno che c’aveva la camicia di jeans e la barba incolta da ruvido, da gaio amaro insomma. E quelli si so guardati, si so guardati e tempo 20 minuti, stavano a raccontarsi che fanno per campare, se lo prendono, se lo danno e che, guarda caso, capitano spesso nelle stesse città. Pensa te i culi della vita!

E così, mentre il frociamico cucca, tu vagina ordini un altro vodka lemon, riflettendo sul potere stigmatizzante della tua beneamata sorca, e pensando che naturalmente noi vagine restiamo single se questa quantità imponderabile di portatori d’uccello è dedita al fondamentalismo sodomita.

Finché Frecciagrossa non scompare per almeno 40 minuti per dedicarsi a ben più avvincenti attività, e io mi ritrovo a parlare con un tipo e a chiedergli cose come: “Ma perché vi piace la ciola?”, oppure a sentirmi dire: “Ah ma ho sentito parlare di te…cos’è che sei tu? La Vagina Elettronica?”. E senza nemmeno accorgermene, mi scopro a rimpiangere in una volta sola tutti i clacson di apprezzamento, tutti i fischi dei muratori, tutti i commenti insopportabili dei medioman quando vedono un paio di collant abbinati a dei tacchi, tutti i patetici tentativi di abbordaggio da cafoncelli con la faccia color  feci anche a gennaio; rimpiango i rutti e il fantacalcio; rimpiango i peni votati alla fregna, i maschi che appena svegli si grattano il culo, quelli che sanno toccarti con lo sguardo e sbucciarti come una cipolla sorridendoti.

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Finché non ci ritroviamo a casa, a festa finita, a bere una tisana sul divano, io e Frecciagrossa, a raccontarci come ce l’aveva e cosa si son fatti, loro. A raccontarci che l’unico etero della serata mi si è avvicinato e io l’ho ignorato, ed era anche un personal trainer, ed era carino secondo Frecciagrossa, e di donne ce n’eran diverse, ma io mi sto chiudendo e questo non va bene, dice il Freccia. Dice che devo dare chance alle persone, dice che devo divertirmi, dice che non devo essere troppo selettiva, dice che devo chiavare di più, in sostanza. E che se faccio la stronza non devo lamentarmi se poi morirò sola. E ride.

Dice che no, che devo stare serena, quanto più posso, perché ciò che non mi piace nella mia vita saprò metterlo naturalmente al suo posto, quando i tempi saranno maturi, esattamente come sto già facendo in tante altre cose.

Io lo guardo, Freccia, intorno alle 6 del mattino, dopo 3 ore di chiacchiere e distintivo. Lo guardo e lo ascolto.

Penso che si è puppato le mie paturnie del cazzo. E che ha trovato anche lo spirito per darmi dei consigli. Lo guardo, Freccia, e quasi mi commuovo pensando che sono orgogliosa di lui: frocio e saggio!

E l’indomani, non so se sia dipeso dalle chiacchiere notturne con lui o da tutto il pregresso frociame, ma comunque io mi son ritrovata, d’un tratto, a praticare attività erotica di ispirazione hard core con uno sconosciuto.

Molto maschio.

Ma maschio di brutto.

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Bignami del Single

Nella vita di ciascun single esiste un momento preciso, uno spartiacque dialettico che lo obbliga a riflettere sulla sua condizione sentimentale. Si tratta del momento in cui un amico, per telefono o, peggio ancora, guardandolo in faccia, gli dice la seguente frase: “PERCHè NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE?”

Dunque.

Mi è successo due giorni fa. Un amico, uno che mi conosce da due milioni di anni, uno che fino a 4 mesi fa minacciava atti inconsulti di autolesionismo e adesso, che ha trovato il pelo della felicità, si occupa di dispensare pillole di saggezza sull’elisir della serenità, ma insomma, è un amico, anche caro, mi ha detto questa frase:

“PERCHè NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE?”

Allora ho capito. Ho capito che sono a un punto cruciale della mia singletudine, a cui qualunque single prima o poi arriva.

Sono al giro di boa. Ho finito di leccarmi le ferite. Si è rimarginato tutto. Solo qualche cicatrice ma su quella poco si può.

Adesso sono single e basta. Single insaid, come direbbero i vecchi che vogliono suonare giovani. Sono single e mi va bene perché contiuo a pensare  che siamo quello che scegliamo.

Sono single e basta. Così single che amici e parenti iniziano a chiedersi cosa ci sia che non va bene, in me. Che sono troppo complicata. Oppure che non so nemmeno io quello che voglio. O che magari, povera, sono soltanto sfortunata. O forse non vado abbastanza in giro. Ma sì, certo, lo so che conosci solo vagine e froci, lo so, ma scusa PERCHè NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE?

L’affermazione, in certi casi, viene aggravata dall’aggiunta, immediatamente successiva, di:

COSì, PER CONOSCERE GENTE NUOVA.

Di solito, a questo punto, il single può iniziare a sanguinare dal naso. Poche frasi possono, infatti, sintetizzare in maniera così efficace il più aulico senso della sfiga cosmica e ferale in quanto tale.

Reazione incondizionata, a quel punto, nel single, è un impulso indiscriminato a praticare sesso occasionale, promiscuo e hard core con il primo gruppo di persone che gli passa davanti.

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A onor del vero, però, bisogna riconoscere che la disgrazia insita in una frase del genere è seconda solo a un altro topico momento di Piccoli Singles Crescono, ovvero “TI PRESENTO UN AMICO“. Trattasi in genere di un cazzetto che a seguito di considerazioni assolutamente infondate, dovrebbe piacerti. Indimenticabile la volta in cui mi fu detto “Guarda, ha 34 anni, è un architetto, è alto, moro, atletico e soprattutto single”. Di fatto, poi, il tipo era uno Gnu che ha passato tutto il tempo a parlare della diatriba Android versus Apple. Robe che ti capita un’autoinfibulazione spontanea entro i primi 20 minuti dalle presentazioni. 

Ora, non importa che questi inconvenienti nascano da nobili intenti assistenzial-solidali da parte di persone che ci vogliono presuntamente bene. Il punto è che io non sono sfortunata perché non trovo un uomo. Non sono la metà di me stessa perché non ho accanto uno su cui sfogare i miei scompensi ormonali. Io so che ogni giorno devo essere, da sola, la totalità di me stessa. Io so che noi prendiamo la nostra solitudine per le palle e ci conviviamo. So che avevamo troppo ancora da chiedere a noi stessi, per vivere già di compromessi. E penso che questa sia la nostra croce e la nostra delizia, la nostra salvezza e la nostra condanna. E penso che forse sì, forse schiatteremo da soli, strozzati da un sofficino Findus che ci si bloccherà in gola, con quel suo sorriso der cazzo. Però siamo così.

Pace all’anima.

Nel frattempo, però, mi pare una cosa utile, stilare un brevissimo campionario di frasette che è meglio evitare con i single.

Una specie di Bignami del Single. Perché il single tutto sommato è n’animale semplice, basta pijiarlo bene.

1. ALLORA, COSA MI RACCONTI??? –> Spesso questa frase è pronunciata con un insano eccesso di entusiasmo, come se chi la proferisce non riuscisse a immaginare che magari il single di fronte, non ha effettivamente una minchia umida da raccontare. Anche perché la domanda così posta, non mira a sapere se per caso hai cambiato lavoro o comprato casa, se hai vinto il Pulitzer 0ppure scoperto la cura contro le cisti sebacee. Questa domanda mira solo a scoprire se stai scopando e con chi.

2. TI SEI FIDANZATO/A? –> Certo. In realtà mi sono anche sposata e ho partorito. Tutto nell’ultimo mese. Non lo sapevi?

3. MA NON VUOI FARTI UNA FAMIGLIA? –> No. Come è noto voglio morire da sola e lasciare che il mio cadavere sia ritrovato dalle forze dell’ordine giunte sul posto in seguito a una segnalazione dei vicini, insospettiti dall’olezzo proveniente dal mio bilocale.

4. HAI CONOSCIUTO QUALCUNO? –> Di solito è successiva alla negazione d’un fidanzamento. L’interlocutore soffre così tanto che deve chiederti se tu abbia ALMENO conosciuto un rampollo di bella presenza, sensibile, intelligente, ironico, un po’ complesso e naturalmente innamorato di te, non di Bianca Balti.

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5. CHISSà QUANTI UOMINI/DONNE HAI… –> No, non fate un banale ricorso alla scurrilità. Se ce la fate, confermate. Sì. Dite di avere tantissimi uomini e tantissime donne. Ma anche ermafroditi, gnomi, gatti e cincillà.

6. PER ALLORA SARAI FIDANZATO/A! –> Questa la odio da morire. Questa pone il limite temporale, crea l’aspettativa, rasserena ma in maniera fasulla. “Fino a Capodanno sarai fidanzata”. Poi Capodanno ariva e sei sola. E te senti na stronza. Che poi magari non te ne fregava nemmanco gnente, però quelli te l’avevano detto, che saresti stata fidanzata, no? Quindi, davvero, piuttosto che dire questa, versatevi una colata di cemento a presa rapida in gola.

7. SE LO ASPETTI, NON ARRIVA –> Grande classico. Questa è speciale, perché riesce in una doppia azione disturbatrice. Non solo ti fa sorbire la grande saggezza dell’esemplare accoppiato che c’hai davanti, qualcuno che da single magari non sopravvivrebbe 3/4 d’ora, ma te fa pure sentì na rincojonita, nemmanco tu stessi lì ad aspettarlo giorno e notte. E del resto, sai, è colpa tua che te lo aspetti, se quello non arriva. Mbé certo. Naturale no?

8. I NOSTRI GENITORI, ALLA NOSTRA ETà AVEVANO GIà 3 FIGLI –> E lì vai con la solita pugnetta che quanto è cambiata la società, quanto è cambiato il ruolo femminile, quanto de sopra e quanto de sotto.

9. GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO –> Muori. Ma proprio: muori.

10. PERCHé NON TI ISCRIVI A UN CORSO DI FOTOGRAFIA/DECOUPAGE/CUCINA/MERENGUE? o anche DEVO PRESENTARTI UN AMICO –> questo, per tutte le ragioni sopra enunciate.

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Facoltà d’Illusione Vaginale

Ho scritto un sms alla mia amica VagiGnocca che, come si intuisce dal nome, è la mia amica magra e gnocca.

Io e VagiGnocca abbiamo condiviso tante fondamentali esperienze formative, dalle vacanze a Ibiza ai festini alcolici a Bologna, passando per le prime vomitate sulle scogliere della litoranea, che uno non può capirlo quanto il cielo all’alba diventi violaceo da farti riguargitare la vodka al limone di contrabbando, di una sottomarca che alla LIDL manco l’accettano, comprata al Valentino, il baretto che sta sulla litoranea, lì, a Taranto, dove entrambe siamo cresciute.

Ora è qualche anno che io e VagiGnocca viviamo lontane e, se non fosse per questo blog, lei non saprebbe un cazzo di me. E, se non fosse per i rapidi update che ci facciamo 5 o 6 volte all’anno, io non saprei un cazzo di lei.

Ad ogni modo, dicevo, ho scritto un sms a VagiGnocca e ci ho detto: “Senti, ma secondo te io morirò sola?

vagignocche

Non per dire, ma sono pensieri che una certe volte si fa. Dico, è lecito farseli. Nel senso: la gente crede nelle cose più assurde, dalla fine del mondo, all’esistenza dell’inferno, passando per la reincarnazione, gli ufo, i fantasmi, dico, Voyager e Mistero sono programmi che fanno audience, quindi mi pare più che lecito che io mi ponga interrogativi molto più modesti inerenti il mio culo in senso stretto.

E poi c’ho chiesto, a VagiGnocca: “Ma tu, prima che arrivasse il tuo maschio, come hai fatto a non andartene nel panico?

Lei mi ha risposto che si era serenamente rassegnata, che è vero che l’uomo arriva quando meno te l’aspetti, che gli uomini sono più attratti da quelle che stanno per i fatti loro e che quando arriverà sarà lui a rompermi le palle. Poi ha aggiunto “Anche tu però sei difficile, figghia mea”. Le ho chiesto cosa significhi, essere difficile. E lei mi ha detto che ho gusti difficili. E poi che sono diffidente. E poi che non mi lascio andare. Ha detto che sono così di carattere. Alché ho pensato: ammazza, e io che pensavo d’essere solo cicciona e bacacazzi.

Ma in realtà, io non volevo una risposta razionale. Io volevo solo farle sapere che, in quel momento, mi stavo cagando sotto all’idea di restare da sola per sempre. Che era una cosa evidentemente idiota, una paura palesemente stupida, ma la stavo provando. E mi serviva solo qualcuno che mi dicesse che trovare la propria serenità non è una cosa semplice, che è normale che non capiti subito, che ognuno ha i suoi tempi, che io sto facendo molte altre cose nel mentre e che sì, che devo aver fede, che arriverà. Naturalmente arriverà. Arriverà un coglione che s’accorgerà che ho qualcosa di speciale e che non vorrà perderlo, che sentirà che sono la roccia accanto alla quale costruire il suo percorso. E io me ne innamorerò, in qualche maniera, fosse anche per il solo fatto che mi avrà riconosciuta come nessuno e che mi avrà voluta con una consapevolezza inedita e straordinaria.

Dico, mi bastava sentirmi dire questo. Che poi sta diventando il mio discutibile mantra per gli attacchi d’ansia vaginale.

E VagiGnocca me l’ha detto, a suo modo. Mi ha detto che ho imparato tanto dalle storie che ho avuto e io ci volevo dire che imparare tanto e non mettere in pratica è come avere un Master post-laurea e non trovare nemmeno uno stage. Perché non è che qui una voglia ardentamente il posto fisso. Ci accontentiamo del tirocinio. Poi del contratto a progetto, che se m’assento non devo giustificarmi, che non ho la malattia perché non ho l’obbligo di presenza. Poi c’è l’apprendistato, che sarebbe la convivenza. Poi il determinato, che sarebbe il fidanzamento con l’anello ar dito e solo dopo le nozze, l’indeterminato. Che poi le modifiche all’articolo 18 e ti mandano a casa così come viene, praticamente il divorzio, ma si sa che quando uno firma l’indeterminato non pensa che dovrà finire.

Fatto sta che ho riflettuto sul mio vissuto e su quello dell’amica mia. Mi sono ricordata com’era lei, come stava lei, in quel tempo, in cui io ero sempre fidanzata e lei era sempre single. In quel tempo in cui mi raccontava le sue vicende e io non lo comprendevo, quel suo bisogno di emozionarsi e di crederci, di avere sempre un cazzetto di cui parlarmi, quel suo sperarci ostinato ogni volta, ma ogni volta un po’ di meno. Io non lo comprendevo e un po’ mi faceva anche incazzare, allora, e provavo a dirglielo, come potevo. Provavo a dirle che dava troppa importanza a persone palesemente sbagliate. Provavo a dirle che mi urtava il fatto che lei, ogni volta, perdesse un po’ di magia. Ogni volta. Un pezzetto di più. E io non capivo. Non capivo perché ero piccola e arrogante, più di adesso. Non capivo perché le volevo bene e, vederla triste per vederla triste, avrei preferito che almeno incontrasse qualcuno che sapesse farla sbroccare di brutto, che sapesse ribaltarla, farla sentire la donna più fica dell’universo, più bella e più sicura di sé, prima di farla sentire l’ultima. Ner caso. Mi incazzavo e non capivo e mi chiedevo come potessero capitare tutte a lei.

E allora ho pensato. Ho pensato che adesso i ruoli si sono invertiti. Ho pensato che lei, un giorno, ha incontrato una persona che pare essere quella giusta e che insieme sono bellissimi. E che quelle inquietudini che aveva condiviso con me, si sono chetate. E che lei oggi è più bella di ieri. E che sta costruendo qualcosa. E che io le voglio più bene di prima, anche se delle nostre rispettive vite non sapremmo più un cazzo, se non fosse per questo blog e per quei 5-6 update che ci facciamo una volta all’anno.

Ho pensato che io oggi, esattamente come lei ieri, a volte mi illudo. Perché noi vagine, noi tutte, ci illudiamo, a volte. Ci illudiamo perché abbiamo bisogno di credere in qualcosa, di sentirci desiderabili, perché abbiamo l’anima deturpata da una sovraesposizione tossica alla filmografia Disney in età infantile. A volte esercitiamo arbitrariamente la nostra Facoltà d’Illusione Vaginale. Così. Senza se. Senza ma. E non importa quanto indipendenti, emancipate, gagliarde possiamo essere.

Certe volte c’illudiamo. Ce la raccontiamo. Anche per poco.

alone

Anche senza un vero motivo. Anche senza che un solo indizio, nella realtà fenomenica che viviamo, ci induca a credere che ciò che vogliamo possa giungere. Non importa. Noi esercitiamo la nostra Facoltà d’Illusione e quando l’illusione svanisce, porta via qualcosa. Una piccola porzione della nostra voglia di crederci, una piccola fetta di quella celeberrima magia der cazzo.

Nel mio caso, poi, c’è di buono che le mie illusioni eiaculano in fretta. Non si fa mai in tempo a crederci un po’ di più, che son già finite. E va bene così.

Dice che devo stare serena. E io serena cerco di stare.

E intanto ripenso a quella volta in cui VagiGnocca mi ha detto: “Tu quando vuoi sai essere molto stronza…”.

E io ho aspettato che la frase continuasse, che concludesse con un: “ma in realtà sei un amore”.

Invece la frase era finita lì. Non c’era un “ma”.

Ci ripenso.

E sorrido.

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Romanticismo di Riserva

Capita quando c’è un weekend lungo.

Capita quando torni da una cena a casa dei tuoi amici che stanno per sposarsi.

Capita quando viene giù la prima neve, che ti vien voglia di accoccolarti nel cardigan e affacciarti alla finestra, con il riflesso delle luci dell’albero di Natale sui vetri, ad aspettare che lui – che c’ha delle spalle che uau – si avvicini a te da dietro e ti abbracci forte. Peccato che non ci sia l’albero. E nemmanco lui. Solo la neve. Che in città è popo na merda.

Capita quando cammini per le strade illuminate, tra le vetrine scintillanti, e i signori col cappello, e le coppie che comprano i regali, e i passeggini.

Capita tutte le volte che t’accorgi che a fare una busta di puré ne butti metà.

Capita tutte le volte che le tue amiche ti chiedono: “E tu, raccontaci qualcosa” e rispondi parlando della palestra, del lavoro, del nuovo vibratore che hai recensito sul blog.

vagina

Capita tutte le volte che agli inviti non sfrutti il tuo +1

Capita tutte le volte che non distingui il confine tra la tua indipendenza e la tua solitudine.

Capita tutte le volte che sei in premestruo.

Capita tutte le volte che sei in premestruo e non c’hai un povero stronzo su cui sfogare i tuoi scompensi.

Capita quando compri un paio di scarpe nuove e non c’è un feticista che t’aspetti a casa.

Capita quando ti manca casa da troppo tempo e quando t’accorgi che i tuoi genitori stanno invecchiando.

Capita tutte le volte che guidi di notte, ascoltando There’s a light that never goes out, che ritorna, periodicamente, pericolosamente. E ti struggi ogni volta, da morire, su quel ritornello lì.

Capita tutte le volte che gli altri imbastiscono progetti di vita e tu non sai neanche cosa farai a Capodanno.

Capita tutte le volte che ti stringi a un uomo che non è il tuo.

Capita quando torni da un appuntamento che non è andato bene abbastanza.

Capita in ogni coito senza emozione. Capita in ogni bacio senza passione.

Capita tutte le volte che sei tra le braccia di uno sconosciuto e non vedi l’ora di tornare a casa tua.

Che a volte ci finisci, tra braccia estranee. Perché succede e basta.

Ecco, tutte quelle volte capita che te lo dici, che te lo ripeti, e per un po’ ci credi, ci credi da pazzi, cazzo se ci credi perché vuoi crederci, che crederci ti serve, che quello arriverà. Quell’infame che latita, che ti fa dubitare della sua esistenza. Quello che ti rivolterà come un pedalino. Quello che ti farà sentire più forte, più bella e più viva. Quello che non ne dubiterai. Quello che ti scancellerà la paura, la ritrosia, l’avversione al concetto stesso di relazione, con un solo sorriso strappa-mutande. Quello che altri non ce n’è, almeno per qualche mese.

Sì, arriverà. E tu ci credi. Ci credi perché fai appello alle scorte antiatomiche di putrido sentimentalismo, che conservi come extrema ratio per quando vai in overdose di disincanto.

Ecco, allora sfrutti il tuo Romanticismo di Riserva.

Che anche quando credi sia finito, scopri che ancora un po’ ce n’è.

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L’amore è Imperfetto. Ma dai!

Enne giorni fa ricevo una mail che mi invita a un’anteprima per sole blogger, di un film tutto piccantino, da cui gli uomini sono completamente banditi.

Avoja! Che vuoi mettere? Già che sono single, figurati se non sono ben lieta di scacciare qualunque minaccia fallica dalla mia conturbante esistenza. A tal proposito, l’hanno già inventata quella punturina che te fai 1 volta alla settimana per rimediare alla più totale assenza di testosterone? Tipo insulina. No, perché se ancora non c’è, inventatela. Prima che fisicamente, a noi single metropolitane, ci cresca il pisello tra le cosce.

Bene, momento di sfogo esaurito, torniamo a noi.

Mi invitano a questa anteprima cinematografica, mi dicono che c’è pure il rinfresco e la saletta viPPs. Ma certo che vengo. Per l’occasione precetto pure indievagina, che è quella santa amica vagina single come a me, che è l’unica spalla più o meno sicura su cui contare per le avventure e le disavventure in cui inciampo.

Arriviamo in uno dei mejo cinema di Milano. Saliamo nella saletta viPPs, riscaldamento appalla, una hostess rubata alla cover della sezione Blonde di Pornhub ci accoglie e veniamo portate al cospetto della vagina regista e delle vagine attrici. Naturalmente, dato che sto vivendo un periodo che è praticamente un turbinio ininterrotto di scadenze, riunioni, cene, presentazioni, sigarette, palestra, appuntamenti (non galanti), non ho avuto il tempo di leggermi tutto il papiello di press book che ho ricevuto, quindi non ho alcuna domanda da fare. So giusto il titolo, che sarebbe L’amore è imperfetto (in sala da venerdì 29 novembre). Però va bene così, mi piacciono di più le sorprese.

Tutto ciò che riesco ad apprendere dalla vagina regista, prima della proiezione in esclusivissima-blindatissima anteprima vaginale, è che il film è tratto dal suo stesso libro. Cioè, la mia vagina interlocutrice è poliedrica: prima ha scritto il romanzo e poi s’è fatta il film. Puro autoerotismo artistico. E poi che il film è ambientato a Bari, ma anche no, cioè, niente accento, perché la storia può essere ambientata un po’ ovunque e ognuno dei personaggi parla con una cadenza diversa, sai, una Babele culturale.

Me cojoni, penso io.

Faccio giusto in tempo a conoscere un par di blogger, di cui una ha tutta l’aria d’essere molto gagliarda, che ci portano nella saletta viPPs, dove le poltrone sono praticamente divani in pelle bianca. Molto cool.

E poi parte il film.

Parte con una scena in cui la protagonista corre sul lungomare di Bari sulle note di Tiziano Ferro (n.d.r.) e io ho già il sospetto che l’Apulia Film Commission amministri in maniera impropria i suoi fondi. Ma proseguiamo.

La storia si sviluppa su due livelli temporali, il 2005 e il 2012. Nel 2005, la nostra eroina si innamora di un manzo strappato al trono di Uomini & Donne, che si è formato – dal punto di vista interpretativo – con tutte le stagioni di Cento Vetrine. Lui, naturalmente, oltre ad essere bono (con la “o” chiusa) come il pane di Laterza, è un fotografo, si prende cura di lei, le trova un lavoro e se la accolla in casa, oltre a farle uno streaptease pre-copulatorio che per me è diventato un esempio paradigmatico di comicità involontaria. In compenso, Frecciagrossa avrebbe vissuto un’eiaculazione oculo-indotta. Tutto perfetto, insomma. Noiosissimo e perfetto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, quelle sulle donnedududuincercadiguai, arriva la devianza. Opperbacco. Ebbene sì, il tronista premuroso è in realtà un finocchio e la nostra eroina lo scopre nel più tremendo dei modi: lo becca a cena a lume di candela con un modello milanese di nome ROCCO (tipico nome meneghino, si sa, che io e indievagina nei giorni successivi continuavamo a uozzapparci scrivendoci solo “Rocco???”)

Eviterò di svelare altri succulenti dettagli e farò un mirabolante salto temporale nel 2012 (come mi emozionano i back/forward narrativi!)

Ecco, nell’anno della profezia Maya, la protagonista inizia a chiavare parallelamente un 50enne e una 18enne bisessuale. Non che facciano le cose in 3. Lei fa la spoletta, a 35 anni, tra la giovine zoccoletta e il 50enne che poi è casualmente un produttore discografico francese, che notoriamente Bari pullula di produttori discografici francesi, a cui lei ha arbitrariamente praticato una fellatio su una scogliera dopo averci trascorso insieme tipo 20 minuti. Che cosa te ne devi fare di Eyes Wide Shut!

Il tutto fino al raggiungimento del climax che, a mio modesto e vaginale avviso, si compie nel momento in cui la protagonista si passa l’iPhone sulla topa, nel bel mezzo di una sessione di telephone sex, che per me va bene tutto, però per dire, passati un Nokia N70, non un iPhone da 700 euri, sulla vulva fracica, insomma, fallo per la memoria di Steve Jobs, se non per rispetto per la tua igiene intima.

Il tutto, naturalmente, impreziosito qui e là da pompini, ditalini, sesso saffico, sesso frocio, ravanate di zinne e slinguazzate promiscue che vorrebbero colpirci, vorrebbero farci sussultare. Vorrebbero, appunto. Perché di fatto restano lì, sullo schermo, lontanissime dalla nostra emotività, in questa storia tirata per i capelli e costruita con scarsa efficacia. Non ci coinvolgono, quei baci, nemmeno ci sfiorano la pelle, che piuttosto rabbrividisce d’imbarazzo, a tratti, per la gratuità narrativa, la pochezza stilistica, la regia amatoriale, la colonna sonora  banale e la diffusa sensazione di disturbante dilettantismo.

A me va bene l’inno alla libertà sessuale, alla sperimentazione, alla consapevolezza, al prendere le cose come vengono, specie l’amore, tutta la retorica sull’accettazione delle imperfezioni, per carità. Non c’è nemmeno la porta da sfondare, su questi temi, con me, al massimo devi scostare una di quelle tendine con i fili di gomma, da villeggiatura estiva.

Però, intendiamoci, per raccontare l’eros ci vuole anima, e ce ne vuole tanta. Ci vogliono profondità, spessore, sensi intrecciati, amore e patimento, per vivere la vita e raccontarla. Non è facile, per carità, ma a volte la buona volontà non basta. A volte, prima di fare bisognerebbe avere l’umiltà di imparare.

A me spiace. Spiace perché ho conosciuto la vagina regista, ci ho parlato, mi hanno offerto la tartina e il prosecchino. Ma non posso in alcun modo consigliare alle mie amiche vagine di andare a guardare questo film considerato che, per capirci,  nella mia personale classifica dei peggiori film mai visti, L’amore è imperfetto se la gioca con Talos – L’ombra del Faraone, una roba tremebonda che io e Frecciagrossa, una notte, 10 anni fa, guardammo insieme per imperscrutabili ragioni ancora al vaglio degli inquirenti.

Ciò che posso fare, piuttosto, è consigliare alle mie amiche vagine di suggerire la visione del film a coloro verso cui non nutrono particolare simpatia. Non so se valga lo stesso, ma almeno il box office è salvo.

E se mi inserirete nella mailing “Troie da non invitare mai più”, lo capirò.  

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Singleversario

Se gli accoppiati possono festeggiare l’anniversario, non vedo perché noi single non possiamo festeggiare il singleversario e farci un regalo da soli, tipo, cazzonesò, una macchina fotografica, una borsa, un massaggio. Io, per il mio anno da single, mi sono regalata un nuovo colore di capelli e una crema notte da 36 euri. Che, del resto, mentre ti godi gli ultimi scampoli di naturale gioventù, t’arriva la psicosi per cui inizi a spalmare qualunque centimetro del tuo corpo di unguenti di vario genere e provenienza.

Insomma, è passato un anno. Un anno dalla fine della mia ultima velleitaria relazione e un anno dalla nascita di questo blog.

E’ passato un anno da quando non riuscivo a sollevarmi dal divano, da quando i weekend mi terrorizzavano, da quando tutte le energie dovevo impegnarle per non chiamarlo, per resistere, per non importunarlo, mentre si costruiva la sua modesta vita, fatta dei valori sani e autentici della provincia denuclearizzata, a 400 km dalla vita.

E’ passato un anno da quando ho preso in considerazione l’idea che la mia dimensione naturale sia la solitudine, non perché non mi piaccia la compagnia, non perché non mi piaccia a livello teorico l’idea di svegliarmi con qualcuno accanto, ma perché oggi i miei bisogni contano più di quelli di un ipotetico partner, e finché sarà così non potrò essere l’addendo di una coppia.

E’ passato un anno e io vivo sempre nella stessa casa, nella stessa città, lavoro nello stesso ufficio, ho anche gli stessi vestiti e no, io non ho accanto un’altra persona. Io, in questo anno, non ho demandato per l’ennesima volta a un cazzetto l’onere di rimpire i miei spazi bianchi. Me li sono riempiti da sola, quelli che si possono riempire. E ho capito che ce ne sono altri, che restano vuoti, che nessuno potrà colmare mai, perché quelle lacune fanno parte di me e se un giorno, uno scellerato, faccio per dire, si mettesse in testa d’amarmi, d’amarmi così come non credo (ma spero, ché sono una putrida sentimentale, ar finale, questo se sa) si possa amare, ecco dovrebbe imparare ad amarli, quei vuoti, quelle assenze, quelle sospensioni del senso comune, quei lapsus in cui la razionalità si fa rarefatta e, meravigliosamente, non c’è niente da aggiungere, da spiegare, da giustificare.

In questo anno mi sono spogliata di tutti i miei alibi e mi sono guardata. Mi sono vivisezionata e ricomposta e non credo di aver finito il mio lavoro. Sono diventata ancora più dura, perché per tenere botta ci vuole la scorza. Per contro, però, riposto dove solo pochi stronzi sanno, ho ricoltivato un certo per-così-dire senso della dolcezza e dell’umanità. La rabbia si è stemperata, a volte si è trasformata in malinconia, a volte in consapevolezza, a volte è tornata a essere furia.

Ho imparato a essere ordinata in casa, a fare le lavatrici regolarmente, a prendermi cura del mio derma, a fare sport 2/3 volte alla settimana, a prendere il buono che potevo prendere da certi coiti e da certe persone. Ho imparato a mangiare le zuppe, ho visto dei bei concerti, ho levigato certi miei spigoli e accettato certi miei coni d’ombra. Ho imparato a distribuire il mio tempo tra più amici, ho imparato a portare avanti i miei progetti, parallelamente al mio lavoro. Ho imparato a gestire il team in ufficio e ho imparato a non arrendermi alla paura di restare sola. Ho imparato a non pensare che crescere significhi solo diventare la vagina di qualcuno e che tornare a casa a piedi il venerdì dopo il lavoro guardando le boutique milanesi, le pasticcerie, la gente con i cappelli, non è così male.

Ho imparato a sforzarmi di pensare  che le cose non andranno necessariamente come abbiamo sempre pensato sarebbero andate. E che alla fine ”sticazzi” mette sempre tutto a posto. Ho imparato a gustare le bottiglie di vino con le amiche, le cene ai ristoranti fusion, gli aperitivi, i tette a tette, la patata in ordine anche se non scopi, le telefonate veloci con gli amici di sempre perché tempo non ce n’è mai, la pienezza e il fermento, che sono il contraltare di certe mancanze.

Ho imparato a truccarmi e ho capito che da sola mi piaccio di più, perché cresco più in fretta di quanto crescerei con un compagno sbagliato accanto e che, certo, fosse un partner  giusto sarebbe un’altra faccenda, ma qui entriamo nel periodo ipotetico di settordicesimo tipo.

E io non lo so se tutto questo sia un bene o un male. Ma sono sicura che non avrei imparato la metà di queste cose, con un cazzetto tra le palle in questo ultimo anno.

Ed è per questo motivo, perché essere single è una scelta anche quando crediamo che non lo sia, è una scelta e non è semplice, è una scelta che non ripiega, che non si accontenta, che non prende scorciatoie, ecco è per questo motivo che, nella mia vita monoporzione, nella mia metà di letto sempre fatta, nella mia moka 2 tazze che resta sempre piena a metà, nei miei rientri di notte in auto da sola ascoltando Something in the way dei Nirvana per caso e nei miei risvegli che non contemplano un Buongiorno virile, ecco, è per questo motivo che io festeggio il mio singleversario.

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