Non sapere

Ieri.

Ore 18.07: scrivo un sms alla Zia Vagina.

Zia Vagina è una mia collega. Anzi, Zia Vagina è una mia amica. C’ha un sorriso adorabile che potrebbe infondere serenità pure a un Jack Russell e, pur avendo soltanto pochi mesi più di me, è infinitamente saggia, modello di equilibrio, di autenticità e di umanità che – sotto un’apparenza perfettamente sana – nasconde psichedelici feticismi, come quello per la Fiera dell’Artigianato a Rho, quello per la spesa all’Esselunga, quello per il riso agropiccante di “Hong Kong” e quello per la vitiliggine di Giorgio Prette degli Afterhours, che durante i concerti la porta a urlare (cito testualmente) “GIORGIO SEI BONOOOOO”. Zia Vagina convive con Panaro, che è un giovane molto a modo, dall’evidente savoir faire, dal piglio audace e con una passione per lo sport (in particolar modo per lo sci di fondo) che oserei definire insana. Ma io sono una fonte parziale. Panaro e Zia Vagina insieme sono molto, molto belli. 

Ore 18.07 scrivo un sms alla Zia Vagina.

Testo: “Oddio, mica mi chiama quello stronzo infame...”

***

Ieri

Ore 18.11: scrivo un sms a GuruVagina.

 GuruVagina è la più storica vagina che ho a Milano. Anche se tecnicamente ci vediamo sempre meno, GuruVagina resta sempre GuruVagina, colei il cui infinito genio ha partorito una massima profondamente illuminante come: “Il modo peggiore per avere da un uomo ciò che vuoi è chiederglielo“. Capace di sorprendente razionalità, GuruVagina ha un rapporto intermittente con il proprio vaginismo che le permette di essere, per l’80% del tempo, divertente come e più di un uomo e, per il restante 20%, completamente folle e complicata come la peggiore delle peggiori vagine. Favorevole al consumo delle droghe leggere e Coca Light addicted, GuruVagina è fidanzata con ZenMan, un brillante digital-music-photo-vegetariano, che non guida la macchina e che possiede due gatte di ineguagliabile sgualdrinaggine.

Ore 18.11: scrivo un sms a GuruVagina.

Testo: “Stasera è a Milano e non ci vedremo.”

***

Ieri.

Ore 19.17: lui mi chiama. 

E’ a Milano. Ci vediamo? 

Esco dall’ufficio alle 20 circa e graziaddio mi sono sparata degli stiletti tacco 16,3 con 4 dita di plateau (io non so chi abbia inventato il plateau, ma per me è un DIO), il tutto nascosto da un largo pantalone nero, che in una scala da 0 a 10, dove 0 è un cesso e 10 è Giunoone, mi pone su un livello “Tracagnotta ancora chiavabile” che s’attesta su un 7 politico, contrariamente al Repellenza-Mode-On che di solito si ottiene con le ballerine.

Esco dall’ufficio. Lui m’aspetta fuori. Non ci vediamo da un mese. Forse più.

E’ strano. Parlo poco. Lui pure. Accendiamo, entrambi, una sigaretta.

Sono tesa. C’ho paura. C’ho paura, non so di che cazzo, ma c’ho paura. C’ho paura di non dimostrarmi cresciuta, c’ho paura che mi prenda per il culo anche se lui è infinitamente migliore di chiunque l’abbia preceduto. C’ho paura di illudermi, c’ho paura di non capire e di fare male a me e a lui, di nuovo. C’ho paura di leggergli in faccia che è finita. Che sono solo la sua ex. Quella che vede per caso, di passaggio, a Milano, durante un viaggio di lavoro.

Andiamo a bere al Frizziellazzi, un posto vicino il mio ufficio dove mi piace andare a bere. Io ordino uno spritz, lui un bicchiere di vino e prendiamo dal buffet qualche schifezza utile a “spezzarci l’appetito” (che la Vagina Maestra con me s’incazzava sempre, quando mi “spezzavo l’appetito”, quando non era ancora chiaro che il mio è un appetito di titanio).

Poi andiamo a cena. Io mangio una Entrecote alla Woronoff (che amo molto) e lui degli straccetti in aceto balsamico. Beviamo due calici di negramaro, perché il terrone a Milano lo riconosci dal fatto che al ristorante sceglie sempre il vino di casa sua. Prendiamo anche un caffé. Decaffeinato, però.

E poi mi accompagna a casa, a piedi, in una notte qualsiasi di un novembre milanese meno cattivo del solito.

Non lo so di cosa parliamo davvero. Credo di niente.

Non lo so di cosa, in realtà, rido e di cosa piango.

Non lo so come ci ritroviamo a fare un amore totale, complice e sicuro, con ogni centimetro di pelle e con ogni angolo del cervello.

Non lo so come finiamo avvinghiati, stretti strettissimi, a coccolarci come nei migliori cliché post-coitum.

Non lo so cosa mi causi questo senso di ubriachezza e desiderio e abbandono e calore.

Non lo so se sia l’ultima volta.

Non so davvero un cazzo di niente.

Ma è stato bello.

Bello davvero.

4 pensieri su “Non sapere

  1. Ciao Vagina,
    questo post è del 2011 ma fra mezzora esco dall’ufficio e anche io lo vedrò.
    E mi sento ESATTAMENTE come ti sentivi tu allora, anche se non credo finirà alla stessa maniera…

Parla con Vagina, Vagina risponde

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...