La Vagina e la Salsiccia di Bra

Ho avuto una relazione aperta con Milano, questo weekend.

Ho passeggiato per Brera alle 11.30 del mattino (esperienza epifanica e rivoluzionaria) sotto un sole nordico e frigido, ma comunque sole.

Ho guardato le vetrine di piccoli negozietti (che vendono scarpe e orecchini meravigliosi) che non conoscevo e mi sono detta “fico, devo tornarci”, anche se tutti sanno che non ci tornerò mai più.

Ho visto, sotto quel sole nordico e frigido, scorci meneghini che voi umani non potete immaginare, con palazzi bassi e fiori ai balconi, tavolini per strada e biciclette, così belli che per un momento ho avuto il sospetto non si trattasse di Milano, finché, graziaddio, è arrivato il 30×40 di  Armani Jeans su un palazzo e allora sì, allora è Milano.

Ho pensato che questa città non è brutta, dopotutto, bisogna solo saperla prendere. E che, in questo, io e Milano c’assomigliamo.

Ho finalmente visitato il Museo del Novecento dove, inutile a dirsi, non ero entrata mai.

Ho definitivamente compreso che Milano è Milano, a Milano puoi fare tutto quello che vuoi: mostre, concerti, eventi, spettacoli, shopping, corsi di qualunque hobby possibile – fosse pure il kamasutra coi teletubbies  -…a Milano puoi fare tutto quello che vuoi, tranne che magnà bene.

Non ne faccio una questione universale. So che tutti ce se riempino la bocca su come se magna a Milano, sul ristorante stellato, sullo chef me cojoni, sulla cucina macrobiotica, sulle specialità etniche, sulla sticazzeria…ma io odio magnà a Milano. E’ un indiscusso retaggio da terrona, a me piace magnà ignorante, unto e bisunto, saziarmi e spendere poco. Eppoi io me ricordo che pure a Bologna se magnava da dio, se spendeva il giusto, a fine pasto dovevi sbottonarti il pantalone (pensa, la morte) e uscivi dalla Trattoria delle Belle Arti praticamente rantolante e poi rotolavi giù, verso via delle Moline diretta in zona Indipendenza, se era giorno, o Zamboni se era sera…ed eri inesorabilmente satolla e felice.

Milano ciò non accade mai. Ieri sera sono andata in ‘sto ristorante in centro, so entrata, un cameriere zelante m’ha preso la giacca e me l’ha appesa perché, sulla forma, niente da dire e me so seduta. La sedia mi traballava e no, non per il mio peso. Poi ho provato ad accavallà le gambe e il tavolo era troppo basso e nun potevo. Evvabbé. Poi è arrivato il menù che era scritto a mano. Uhm. Sei molto cool, tu, ristoratore milanese che decidi di scrivere a mano il tuo menù, solo che a me me piacerebbe pure de capì che cazzo ce sta scritto. Mi sforzo, e delle robe scritte sur menù non conosco quasi nulla e comunque non mi ispira niente. Anzi, tutto mi ispira così poco che decido che mangerò un risotto alla milanese che, non per dire, ma è triste. Però vorrei un antipasto, da dividere. Allora chiedo a questo cameriere, così alto ed educato, che parla con una dizione così corretta, ecco io gli chiedo come sarebbe la “salsiccia di Bra” e questo cameriere, così alto ed educato, che parla con una dizione così corretta me risponne:

“Allora, Bra è un posto in Piemonte famoso per la sua salsiccia”.

“Eh…” (MA VA!, per-non-dire-grazie-ar-cazzo!)

A quel punto ho chiaramente letto il panico negli occhi del cameriere, che ha aggiunto: “è molto buona”. (Che se faceva cagare, naturalmente, me lo dicevi).

Profondamente malmostosa, decido che ok, sì, vabbé portami sta salsiccia perché, male che vada, nulla di brutto può venir fuori da na roba che se chiama “salsiccia”. Cioè potrà esse tipo un affettato, un salame…penso io, scioccamente. Ed ecco che, dopo un tempo d’attesa biblico, il cameriere sottopone alla mia sensorialità una cosa che no, non è una salsiccia: una specie di Gourmet Gold per umani, una poltiglia di carne macinata cruda, una Simmenthal senza gelatina, essenzialmente una tartare che, va da sé, io non amo, perché non amo manco la carne al sangue, figurati sta roba, che sarà sicuramente buonissima ma a me tocca lo stomaco e il problema è mio però…TU…tu, cameriere così alto e così demente, vorrai dirmelo che si tratta di una tartare, quando ti chiedo come cazzo è la salsiccia di Bra?

Ho rinunciato mestamente alla mia metà e ho atteso, famelica, il mio triste risotto che è arrivato dopo ulteriore biblica attesa, in porzione ovviamente risibile.

Il cibo è così. Può mettere di ottimo umore. E di pessimo umore.

Infine, last but not least, in questo weekend ho fatto un lunghissimo e rilassante bagno caldo, dopo forse 10 anni che non facevo un bagno caldo (nel frattempo, garantisco, ho fatto diverse centinaia di docce). Sono spronfondata nel tepore della schiuma, con la testa poggiata al bordo, gli occhi chiusi, le gambe che dondolavano pianissimo, ascoltando casualmente “All of my love” dei Led Zeppelin e sentendo che non avevo bisogno di niente di più, in quel momento. Forse, forse, a voler essere pignoli, giusto un po’ di Silver Bubble o di Orange Bud. Ma la perfezione non esiste, si sa.

Ho fatto un lungo bagno caldo e ho sentito che tutte le mie inquietudini evaporavano e i miei polpastrelli si incartapecorivano, come al mare, come quando non volevo mai uscire dall’acqua e  mi padre me diceva che quando le dita s’arricciano vuol dire che è ora di uscì, prima che spuntino pure le branchie.

Mio padre era gagliardo assai, al mare. Quando ero un’infante me pijiava in braccio e me portava all’acqua alta. Quando avevo 10 anni, andavamo a fare il bagno al tramonto, che secondo noi era l’orario più bello per farsi il bagno, ed era sempre un’esperienza altamente challenging, con una serie di sfide del tipo “nuotare fino alla boa e, una volta arrivati, andare in immersione giù, prendere un pugnetto di sabbia e riemergere”. Naturalmente, poi, arrivava il momento puramente ludico, con le “cattuse“, ovverosia “fatti prende sulle spalle da papà, provocagli un’ernia, conta fino a 3, tappati il naso e vai giù”. Poi è arrivata la fase adolescenziale del “scusa-papà-ma-al-mare-ci-vado-con-le-mie-amiche-a-sgamare-quei-ricottari-dei-bagnini-perché-sono-cresciuta-negli-anni-novanta-quando-italia1-mandava-sconsideratamente-in-onda-Baywatch“. Ad oggi, mi piace un sacco andare al mare coi miei, spettegolare con la Vagina Maestra sotto l’ombrellone e andare alla boa con mi padre. Perché io e mio padre alla boa c’arriviamo ancora. Famo più fatica, ma c’arrivamo.

Forse è ora di prenotare un volo per tornare a casa, tra qualche settimana.

16 pensieri su “La Vagina e la Salsiccia di Bra

  1. ho provato anche io un’esperienza simile a Piacenza. Il ristorante secondo la tipa dell’ufficio turistico doveva servire cose tipicamente piacentine, nel menù però c’era il pesce, la carne cruda piemontese, lo spezzatino di chianina di Arezzo. In compenso sedevi su poltrone rosse in pieno stile 800 e i prezzi erano allucinanti e me ne sono andato con la fame. Si vede che è troppo vicina alla Lombardia

  2. Scusate se vi interrompo, ma con un’oretta scarsa di treno venite a magnà le specialità bresciane… e non dico solo “polenta e osei” ; )

  3. Hei wait a second, le cattuse non sono quelle, sono quando prendi uno dalla capoccia e gliela immergi forzatamente sotto l’acqua facendolo affogare! 😉

  4. > così belli che per un momento ho avuto il sospetto non si trattasse di Milano
    Ecco, sì!
    Deliziosa la descrizione dell’antisensualità ambrosiana.
    Fammi vedere come mangi, ti dirò come trombi.
    Fammi vedere come mangi, ti dirò come vivi.
    In effetti non c’è luogo più alienato, sradicato dalla natura, più antinaturale, più orrendo della conurbazione milanese.
    Se pensi che intorno a milano, dove ora ci sono migliaia di ettari di squsllidi capannoni, di orrende lottizzazioni, di monnezza, svincoli e grattacieli vetrocemento pagopretendo c’erano tra le più fertili cascine lombarde, i fontanili, gli orti, ecco, ti rendi conto dell’assoluto antiestetico, antiedonistico della tabula rasa cementificata milanese.
    ‘sta pagina me mi piace assai! 🙂

    1. Ah ma quanto a bellezza natural-paesaggistica io sono una suddista convinta.
      Al di là di Milano, anche la cosiddetta campagna lombarda, che ho visto, il cui puzzo di fattoria ho avuto la sorte d’annusare, non è veramente nulla a confronto con la valle d’itria.
      Ma sono di parte 🙂
      E lo sono spudoratamente.

      Almeno in questo. Ecco.

  5. Ebbene, è un giorno intero che ti leggo e non riesco a smettere! Grazie di un giorno di studio perso! L’obiettivo di domani è resistere…o al massimo, un post per pausa… Ciao!

  6. Io sono di Bra e vi assicuro che la salsiccia di Bra è davvero buona, altro che poltiglia di carne, quel cameriere sicuramente ti ha paccata xD

  7. Leggo indietro nel tempo, tu non stanchi mai.
    Da tre settimane vivo a Bra per studio, grande la gioia di leggere il titolo di questo articolo e pensare: “Bella scusa ! Finalmente potrò invitare Vagina ad un incontro (da tanto sognato) con una causa più che giusta, la prenderò per la gola e non potrà rifiutare di mangiare Salciccia di Bra”
    E invece no.
    Sarebbe comunque bello un giorno conoscerti (non ce sto a prová, sono una vagina etero, di te platonicamente innamorata)
    Grazie per le tante risate, riflessioni e pensieri che mi regali.
    Buona giornata !
    Elvira

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