Vagina (s)ragionante

Ero convinta che lo spartiacque tra la gioventù e la maturità fosse la prima volta in cui vedi piangere i tuoi genitori.

Recentemente ho scoperto che era una cazzata.

Il vero spartiacque è la prima volta in cui tu non puoi piangere davanti a loro.

Allora mi risiedo davanti al mio life-plan. E riesamino tutto. E penso che no, che io non posso essere così lontana. Penso che devo esserci. Che devo stringerle la mano, che devo dimostrarle ogni cazzo di giorno quanto la amo e che posso farlo solo essendoci, perché è un amore così forte che pretende di essere vissuto nello stesso tempo, nello stesso spazio, nello stesso sguardo di chi si capisce senza fiatare. Ogni cazzo di giorno, nella stessa squadra, fianco a fianco. A darle forza. A prenderle forza. A ridonargliela, rinvigorita. A sentire il suo dolore nella carne mia. A regalarle un sorriso, a dirle che è l’amore mio.

Penso che devo vendere la macchina. Penso che da Milano me ne devo andare. Penso che devo inventarmi un lavoro. Penso che devo tornare giù, anche se tornare giù per me è la morte sociale e mentale. Penso che potrei andare a Roma, che sarebbe più vicina. Penso che non me ne frega un cazzo del mio lavoro, che pure amo. Penso che passo la mattinata a fare ricerche su questa sindrome che nessuno può curare. Penso che mollerei tutto domani e che la porterei in cura in capo al mondo, se in capo al mondo ci fosse qualcuno capace di farla stare bene. Penso che non riesco a dirle di essere forte, perché lei è la donna più forte che io abbia mai conosciuto e mai conoscerò, e che è troppo stanca per sentirsi dire d’essere forte. Penso che io ce provo, io scrivo a questo medico, non mi risponderà mai, però è una merda se non mi risponde perché io glielo dico che confido nella sua umanità OLTRE CHE nella sua professionalità.

Penso che devo vendere la macchina. Penso che voglio allacciarle i lacci delle scarpe e che voglio essere lì quando la notte non riesce a dormire per i dolori. Penso che sono incazzata, penso che odio chi vive il problema esistenziale di doversi rifare il letto al mattino e me lo racconta e io devo annuire invece che prendere a randellate in testa. Perché sono una pierre e devo fare buon viso a cattivo gioco.

Penso che devo fare qualcosa. Penso che mi sono guardata allo specchio, in bagno, e che ero veramente ma veramente un cesso. Penso che non è giusto che mio padre affronti tutto da solo. Penso che continuano a dirmi che non serve che io ci sia, che devo pensare a me, che tutti i sacrifici che hanno fatto, che il mio futuro…ma STIGRANCAZZI no?!

Penso che mi devo calmare, che devo essere razionale. Che devo cercare un modo per essere d’aiuto senza incasinare la situazione. No. Non lo penso da sola. Me lo fa pensare Zia Vagina. Me lo fa pensare un mio amico. Penso che da Milano me ne devo comunque andare.

Penso che è una tortura avere gli occhi abbottati di lacrime in ufficio, penso che sono sembrata una pazza alle mie colleghe, che non mi hanno chiesto un cazzo, perché è molto milanese, questo cortese distacco che è strumentale indifferenza. Penso che ho una specie di singhiozzo incontrollabile sul tram, che soffoco in gola. Continuando ancora a trattenere le lacrime mentre sento che, adesso sì, in questo sì, che sono sola. Io, qui. Loro, lì. E penso a chi conosco, che possa aiutarmi. Consigliarmi cosa fare. Scrivo. Chiamo. Chiedo. Poi renderò.

Penso che odio parlarne, perché odio ammorbare il prossimo. E che a volte ne parlo, perché se no impazzisco, perché se no svanisco in quell’ipocrisia sociale dell’essere piacevoli. Penso che vorrei piangere senza posa, senza dovermi nascondere, o trattenere, o strozzare.

Penso che vorrei poter essere, ancora per un’ora, bambina.

E che non lo sarò. Per il semplice fatto che non lo sono più. E che devo farli sorridere. Essere d’aiuto, ma costruttivamente. Penso che non devo aggiungere problemi. Penso che devo aiutare a districare matasse, non a intrecciarle. Penso che devo inventarmi qualche mio problema, per non parlare sempre e solo di come sta lei. Che ne so, qualcosa tipo “oddio non troverò mai un uomo” – “oddio il lavoro” – “oddio quella stronza di…” – “oddio mi manca l’ex”.

Penso che “prendere il piccio” del motorino, sebbene con 10 anni di ritardo, sia perfetto.

Deve farli sentire molto genitori. E me molto figlia.

Domani potrei inventare che voglio andare al pub o in vacanza a Formentera la prossima estate con le mie compagne di classe.

22 pensieri su “Vagina (s)ragionante

  1. penso che tu abbia scritto un post commovente.
    Penso che tu l’abbia scritto il giorno dopo che io ho fatto l’ennesima notte accanto a mia di madre in ospedale.
    Penso che tu abbia messo in ordine le parole che io non so spiegare, e che anche io m’invento dialoghi iimpossibili sul Suv che voglio compare pur di vedere mia madre darmi gli stessi consigli che in adoloscenza ho odiato, pur di vederla pensare ad altro.
    Penso che tu abbia un dono, perchè anche io spesso ho gli occhi di una giornata di pioggia in ufficio mentre leggo la sceneggiatura di una sitcom che dovrà far ridere, ma non riesco a raccoontare il mondo come fai tu.
    Penso che il tram numero 2 sia il palcoscenico che meglio ha illuminato i miei pianti notturi.
    penso e ho pensato che non avevo diritto di commentare il tuo post, perchè è un post di dolore, ma mi ha commosso e alla fine ho digitato prima di pensare….
    Spero tu non ti offenda …. e grazie perchè per una notte non sono stato il sole a capire dove si trova la linea d’ombra tra gioventù e maturità.

    1. chi vive o ha vissuto situazioni simili è l’unico che possa comprenderle, secondo me, fino in fondo.
      non mi offendo del tuo commento, ci mancherebbe. leggerlo mi ha fatta sentire meno sola e mi ha commossa: con un suv invece di un motorino, con il tram 2 invece del 16.
      quindi sono io che ringrazio te. e non aggiungo altro.
      un abbraccio
      v

  2. So di cosa parli. Anche a me è successa una cosa del genere. Solo che a stare molto male non era mia madre ma mio fratello.
    E anche io per anni ho recitato la parte dell’adolescente rompiballe, così, per diversivo.
    Ma sai che ti dico? Che tanto, purtroppo, non serve a niente, perché il dolore c’è sempre e non se ne va in questo modo.
    Mi dispiace per tua madre.

    1. Immagino che non se ne vada.
      Ma il di più che posso fare, oltre a supportare materialmente come possibile, è amarli. E distrarli.
      E in questo momento è questa la mia priorità.
      Giusto o sbagliato che sia.
      Grazie delle tue parole, però.
      un abbraccio
      v

  3. Io non ho questi pensieri per mia madre, forse perchè lei sta bene, forse perchè quando sono stata male io è lei che mi ha abbandonata in un letto. E io ho dovuta farcela da sola a km di distanza. Vorrei poter avere questi pensieri su mia madre, avere volgia di occuparmi di lei, ma non ce li ho, non sento nulla. Lei è la cusa di tutti i miei mali.
    Io credo che i genitori che amano davvero si comportino come i tuoi che cercano di non farti pesare le situazioni, perchè vogliono che la tua vita vada avanti, perchè tu sei la loro speranza.
    Spero e ti auguro di fare la scelta giusta senza rimorsi nè tantomeno rimpianti.
    Ti abbraccio.

    1. mi rendo conto che non tutti i genitori sono uguali. con i miei genitori è al contrario: io vorrei tornare e lo vogliono che io sia qui, che io sia indipendente, che io blablabla.
      io non so che scelta farò e non so se avrò il coraggio di farla. tra 2 settimane scendo e valuteremo, in un summit familiare.
      grazie dell’abbraccio. che ricambio.
      v.

  4. Non ci sono parole da aggiungere. Solo abbracci.
    (Non so, magari proviamo per una volta a fare le cose che ci dice il cervello invece che quelle che ci dice la pancia. Magari aiuta)

  5. Meno pensieri, più azione. “Time waits for nobody” diceva Freddie.
    Se vuoi viverlo con una persona speciale, coraggio, vattelo a prendere!
    La vita ha tanti capitoli e stagioni, quindi apri le porte del tuo cervello e vivi in pieno ogni istante filtrando merda e risate.
    Good luck!

  6. Penso a tutte le volte che quelle lacrime le ho tenute dentro io.
    Penso a quando sono entrata in quella stanza d’ospedale con il camice verde enorme e ho dovuto sorridere, fare la scemina, parlare “in dialetto” per farla ridere, quando nella mia testa c’era un dolore immenso, e volevo gridare, piangere.
    Ti mando un abbraccio enorme!
    Non ci conosciamo, ma mi hai toccato il cuore!!
    Sii forte per te e per loro!! Sorridi!!!!!

  7. non vivere di assoluti…ne’ di cretezze….sii “laica” (se puoi passarmi il termine)….
    il dolore ci fortifica sempre e comunque….
    …senza dimenticare quella “legge biologica” ( non scritta ) che prevede sempre la dipartita di chi ti ha partorito prima della propria.
    un abbraccio. Ste.

    1. è l’impotenza la cosa più dolorosa.
      e quanto al fortificarsi: cazzo ce ne faremo de tutta sta forza dopo esse stati così male? se vince n premio alla fine?
      grazie, tuttavia. so che hai ragione e che dici cose condivisibili.
      un abbraccio a te
      v

  8. Ciao. Io ti leggo in silenzio da un po’, e ho notato che, mamma o non mamma, a Milano ci stai male. Ok il lavoro, ok cercare un benessere economico che magari è più raggiungibile lì che non al Sud. Però se in un posto ci devi stare così male, sentirti sola, e in più ora col dolore di non stare vicino a tua mamma… forse non c’è più molto da pensare. In ogni caso, ti auguro di fare la scelta migliore, quella che non ti farà pentire di averla fatta, qualunque essa sia.

    1. Cara Ilaria,
      grazie del tuo commento. Non è che io sia qui alla ricerca del “benessere economico”. Sto qui perché qui ho un lavoro. Giù purtroppo no. E non c’è.
      Su tutto il resto hai ragione. Anche se dissento sul “non c’è molto da pensare”. Purtroppo c’è, perché è sempre più complesso de quanto sembri.
      Un abbraccio comunque, e grazie ancora.
      V.

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