Tra il bianco e il nero, c’è il Greyge

Faccio fatica a credere di essere tornata a Milano da meno di 24 ore. Faccio fatica ad accettare di aver già fatto evaporare buona parte del beneficio tratto dal weekend nella Terra Madre, la feconda Puglia, dove ad ogni incrocio continua a fiorire una rotatoria antiuomo, dove il manto stradale è ingegneristicamente concepito in stile Baghdad, dove si vede un sacco di azzurro, e di giallo, e di verde scuro e carico, di una terra brulla, arsa dal sole, secca ma straordinariamente generosa.

Ecco, io faccio fatica a credere che tutto sia già così lontano, che io sia già tornata a Milano e che Milano sia già tornata in me. E non è che io Milano la odii come la odiavo un par d’anni fa. Ormai abbiamo imparato pure ad accettarci. Ormai abbiamo capito i reciproci limiti e abbiamo cercato un modo polleggiato di combaciare l’una con l’altra, anche se non sarà mai un abbraccio, questo.

E’ solo che ogni volta che torno a casa, mi ricordo che si può vivere in così tante altre maniere. Mi ricordo che si può vivere dove c’è lo spazio, dove le case sono bi-esposte, dove c’è così tanto giardino che non ho mai usato il terrazzino della mia camera da letto e ora pagherei per averlo. Mi ricordo che si può essere facilmente i migliori con poco e che non bisogna lottare ogni cazzo di giorno per stare al passo. Mi ricordo che per quanto miserabile tu possa sentirti, ci sarà sempre un amico che ti conosce da 20 anni, o un parente, a farti credere che non è proprio così. Mi ricordo che esiste la possibilità di vivere nel recinto e che avrei potuto sceglierla, se non avessi preteso di opzionare per me medesima un recinto più grande: un recinto milanese, che rimane una cosa comunque assai diversa dalla libertà.

Ma poi no, forse non penso davvero che vorrei tornare. Penso che, in fondo, mi piace a Milano parlare con le persone e – almeno nel 50% dei casi – inciampare in una parola che non ho idea di che cazzo significhi. Come quando Zia Vagina mi ha illuminata sull’esistenza del “greyge“, che sarebbe quel colore a metà tra il grigio e il beige inventato da Armani. Ora sì, si vive anche senza sapere che esiste il greyge e, forse, un par d’anni fa, avrei impalato chiunque mi avesse parlato di “greyge“. Però ecco, era solo un esempio.

E allora io non lo so cosa sia questa cappa che c’ho oggi nello spirito. Probabilmente è quella consueta sensazione da minotauro sociale, quel sapere di essere a metà, un ibrido culturale, una cosa che non è né carne né pesce, che è un po’ entrambe, ma alla fine nessuna, esattamente come il greyge.

E allora io non lo so cosa sia questo odio di classe che mi rimonta su, ogni volta che torno. Ogni volta che guardo chi non ha dovuto dimostrare un cazzo nella vita, chi la vita ce l’ha avuta tutta in discesa, chi frigna per i non-problemi, chi ignora tutto il mondo che c’è fuori dall’eldorado consumista e anacronistico dei pezzenti arricchiti del nord.

Perché, per quanto io possa accettare Milano e per quanto Milano possa accettare me, ecco io continuo a pensare che la verità stia in tutto il resto. Continuo a pensare che la verità stia in mio zio quasi settantenne che ha lavorato a Milano da giovane e che ogni volta mi dice che, prima o poi, verrà a trovarmi e andremo a ballare insieme. E io ogni volta gli rispondo “E certo!”, solo che mio zio non ci sente più benissimo, quindi io devo urlare, per farmi sentire.

Penso che la verità stia nel primo bagno della stagione con mio padre e nel fatto che lui e la Vagina Maestra sono a dieta ferrea, per salute, come succede dopo i 50 anni. E penso che la verità stia nel fatto che in casa mia non c’era nemmeno un pacco di taralli, e che quella fosse una verità durissima, che mi ha causato sconvolgimento, che mi ha fatto confondere l’alto col basso e il bene col male.

Penso che la verità stia nei negozi che chiudono per la crisi, nelle tasse da pagare di cui si lamentano i miei parenti, nel declino di un’Italia in declino, in un’Europa in declino, in un occidente in declino, nella grande esplosione atomica di una bolla di sapone capitalista. E penso che la verità stia nel desiderio di rivoluzione che è più vivo nei miei parenti sessantenni che in noi ventenni. Penso che il crollo delle certezze turbi più loro, che se le erano costruite, di noi, che non le abbiamo mai avute.

Penso che la verità stia in mia zia che mi strappa dalle mani il pacchetto di sigarette ricordandomi tutti i casi di tumore che ci sono stati nella nostra famiglia e penso che la verità stia nel risponderle che per quelli c’è da ringraziare più l’Ilva che la Philip Morris.

Penso che la verità stia nel mio amico Braciola che ha perso la poesia, che più cresce e più si raggomitola sulle sue posizioni. Ma che, in compenso, ogni sabato mattina corre per 11 km e che mi racconta, con una partecipazione che mi scuote, che mi fa sentire in colpa, che mi riporta con violenza alle mie origini, i problemi della mia città. Che mi racconta la storia di chi, a differenza mia, è rimasto e lotta per cambiare le cose. Mentre io fumo un vurpo di superpuzzone, che sarebbe il celeberrimo hashish tarantino di infima qualità, in un venerdì notte pieno di stelle.

Penso che la verità stia nei calamari e nelle alici che mi frigge la mia zia preferita, perché la verità è che fritto è bello e su questo non ci sono cazzi.

Penso che la verità stia nei bellocci di provincia che non riescono a scambiare due parole con una vagina, se diversa, se estranea, se cicciona. Penso che la verità stia in chi confonde mezzo grammo di cocaina col divertimento, in chi non riesce a vedere l’orizzonte, anche se ce l’ha, e in chi non ce l’ha ma finge di vederlo per andare avanti.

Penso che la verità sia che quasi tutto ciò per cui la gente si sbatte a Milano, sia una stronzata e che il mondo è lì, fuori da questo microcosmo gigantesco fatto di pilates e tisanoreica e weekend in Sardegna.

Penso che la verità stia nella stanchezza della Vagina Maestra, che mi spaventa. Nei suoi occhi lucidi di chi non piange mai, di chi si fa forza da una vita e ora non ce la fa più. Penso che la verità stia nel mio leggerle attraverso quasi la metà di quanto lei legga attraverso me, nel mio stringerla, nel mio offrirle la mia forza. Penso che la verità stia nell’aver voglia di tornare, di esserci il più possibile, accettando di essere un ibrido culturale, un minotauro sociale, un innesto umano che non è né carne né pesce, che è un po’ entrambe le cose, ma alla fine nessuna, esattamente come il greyge.

34 pensieri su “Tra il bianco e il nero, c’è il Greyge

  1. Allargando l’orizzonte, questo tipo di considerazioni, sacrosante e profonde, nascono ogni volta che si affronta un viaggio con occhi e cuore aperti.

  2. Io che Milano, invece, la respiro da sempre non avrei saputo dirlo meglio.
    Ti restituisco “abbello” della risposta al post precedente con un: “uè tùsa” hai dello spessore dentro.
    E il fatto che sia sotto un pò di ciccia non fa che farti un pò più bella.

    Inchino.

      1. no tusà, tùsa.
        che sarebbe poi ragazza, in maniera colloquial/affettiva.

        lo stile è stile, non si discute, vista l’ora ‘sto giro tributo un prosecco ghiacciato.

  3. Ciao Vagina, ti seguo dall’Australia, mi piacciono il tuo stile e i tuoi contenuti. Continua cosi’, diffondi verita’. Per tua info, la differenza che trovi tra Milano e il Salento e’ moltiplicata in un’equazione distorta tra l’Italia e l’Australia (dove l’AU sta chiaramente a Milano). Tempi duri, ma tocca resistere. Fortuna che ci sei tu a farmi sorridere 🙂

    1. ma dai!!!
      ma trovo sempre assai pittoresco sapere che c’è gente che mi segue dall’estero…ma dall’australia! mi fai sentire molto vipS
      minchiate a parte, ma non si vive benissimo in australia? raccontano tutti così!
      poi, io spero di continuare a farti sorridere, quindi terrò a bada le mie paturnie,
      un abbraccio
      v

  4. Cazzo Vaggì m’ si fatt chiang!!!
    E mi fanno piangere le tue parole perché sono pura e fottutissima poesia.
    Mi ha fatto piangere il pensiero di una casa che anche a me manca, quella perdita di appartenenza a un luogo in cui sei nato ma che sembra non riconoscerti più. Ed è una sensazione che ti lascia di cazzo. Non siamo nè qui nè lì. Ma è possibile che siamo scappati per essere “tutto” e invece ci sentiamo “niente”?
    Vabbè, forse esagero…ok la smetto!
    Uagne’ dall’addoss semb!!! (anche se non è tarantino lo capisci cmq!!)

    1. ahahahah oddio.
      ma non volevo farti piangere oh.
      detto ciò, non è che siamo andati via per essere tutto e sentirci niente. è che conosciamo le difficoltà di chi fa questa scelta e forse, dico forse, non ricordiamo quelle di chi resta.
      o no?
      dall’addoss! ahahah

      1. Infatti…ai miei migliori amici un giorno ho detto: “Forse tra me e voi, siete voi i più coraggiosi che ogni giorno lottano contro…beh contro il niente. Perché purtroppo c’è poco per cui lottare. Ma è sempre bello quando ti postano foto di bragiole al sugo, orecchiette o impepate di cozze (e non esistono solo quelle vostre tarantine!!) su facebook scrivendoti “Uaglio’ non dimenticare le tue origini!!”. Resta sempre il fatto che giù ti chiamano U’ Milanes dandoti del ricchione (senza offesa per i ricchioni) per il tuo accento un po’ più “neutro” e poi quando torni sù e hai ripreso il tuo accento scoprono la bestia che c’è in te!!
        E poi le mamme…cazzo mia madre sta fondando una loggia massonica per farmi tornare a casa e sistemarmi!!
        Ad ogni modo mi hai fatto piangere e mo devi farmi riprendere!
        Io dò sempre addoss 😉

Parla con Vagina, Vagina risponde

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