The Other Side of Taranto

 

Venerdì 17 agosto è tempo di ferie, di mare, di chiappe al sole, di granite di limone, di scopone scientifico, di friselle pomodoro e tonno in spiaggia. Venerdì 17 agosto è tempo di spalle abbronzate e nasi arrossati, è tempo di capelli schiariti dal sole cocente, di birre consumate, di serate tra la sabbia e la musica.

 

 

Venerdì 17 agosto, invece, io a Taranto ho visto una pediatra piangere raccontando dei bambini che ha visto morire. Ho ascoltato un operaio raccontare la sua vergogna di lavorare all’Ilva. Ho sentito un 20enne del quartiere Tamburi parlare della vita a ridosso della Morte Nera di proprietà dell’illustrissimo Riva. Venerdì 17 agosto, a Taranto, io ho visto la polizia in modalità anti-sommossa, arginare una manifestazione pacifica.

 

Venerdì 17 agosto, ho scoperto che a Taranto le donne non riescono ad avere bambini. Ho scoperto che ci sono tumori che compaiono a 3 mesi di vita. Ho scoperto, una volta ancora, che Taranto è una città in lutto perenne. E che, questo posto, la mia gente, non ha più l’anello al naso e i cori si levavano in favore della Magistratura, della Todisco, di chi ha fatto ciò che nessuno ha mai fatto per questo territorio.

E no, non è stato un giorno di festa, come alcuni ardimentosi giornalisti si sono dilettati a scrivere.

Ci sono stati rabbia, dolore, forza, coraggio e una straordinaria civiltà. Un appello condiviso e patito, che resterà presumibilmente ignorato, ma che era esistenzialmente necessario esprimere.

Della complessità della situazione se ne parlerà. Si parlerà, poi, di ciccia e cazzi. E tette, e culi.

Intanto, pubblico le foto di oggi. Della cui qualità mi scuso.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

28 thoughts on “The Other Side of Taranto

  1. Ciao Ragazza! Sai, anch’io sono per metà pugliese, e ogni volta che torno è un pò come tornare a casa, solo che certe cose non dovrebbero succedere ne a casa ne altrove. Spero che per una volta l’interesse di pochi non prevalga sulla vita di tanti, come invece purtroppo spesso accade.

  2. Queste foto mi fanno piangere. Seguo da un po’ la vicenda perché mi sta a cuore. Abituata alla Puglia adriatica, bella, turistica non industrializzata, ho scoperto troppo tardi che esisteva anche un Puglia deturpata, violentata, distrutta. E’ inammissibile. Dalle mie parti c’è stato il Petrolchimico di Mestre, storia simile all’Ilva. Ancora oggi mappiamo i numerosi cancri devastanti in persone giovani… Il gruppo Riva dovrebbe pagare di tasca sua: bonifica dell’ambiente, messa a norma della fabbrica (ma perché cazzo le leggi dell’economia non permettono di chiuderla?). Il gruppo Riva dovrebbe essere condannato a dare una nuova casa in zona salubre a tutti gli abitanti del quartiere Tamburi. E dipingere Tamburi, completamente evacuato, di nero. Con una targa per ogni morto. Dichiararlo patrimonio dell’Umanità. Un memento per tutti, come i lager. Da visitare con la maschera antigas addosso. Che vergogna!
    Ma Taranto non è solo questo, per fortuna.
    Grazie per le foto.
    C.

      1. Per me non era facile capire e provare a farmi un’idea, essendo – per mia somma fortuna- non toccata personalmente dalla situazione. Sentire una voce che invece ne è in qualche modo coinvolta, mi ha chiarito parecchie cose. Affidarmi ai comuni mezzi di informazione era diventato utopistico, loro hanno una visione, e fanno di tutto per fartela bere. Leggere i tuoi post, di qualsiasi tenore siano, è una figata, sappilo.

      2. Grazie mille.
        Ho scritto questi post perché volevo fare esattamente questo: documentare da un altro punto di vista. Senza nessuna particolare velleità giornalistica che non potrei permettermi. Però questa è una faccia della stessa storia, e i mezzi di comunicazione tendono a raccontarla molto meno dell’altra.
        Nulla di nuovo sotto il sole, in effetti. Però io m’accontento, anche se solo 10 persone hanno letto questi post e si sono fatte un’idea più tridimensionale sulla criticità della situazione.
        Grazie ancora,
        V.

  3. ricordo, da ex studente di architettura a napoli, la ITALSIDER più o meno prossima alla ILVA di taranto, uno spettacolo da tragedia greca! poi a taranto qualche anno fa e mi chiedevo come potessero sopravvivere tante persone tra esalazioni e polveri e un mare (apparentemente) stupendo eppure praticamente morto! oggi ulteriore atto da tragedia post greca: ricatto tra lavoro e salute, salute e lavoro, immaginerei sofocle alle prese con tale scenario da incubo.. cn stima
    r.m.

    1. la situazione non è semplice, per l’appunto.
      ma c’è chi continua a non fare, a negare, a tacere.
      per fortuna pare che almeno una parte della cittadinanza abbia preso coscienza di sé.
      e che la magistratura stia arrivando dove persone preposte alla tutela di cittadini e territorio non sono volute arrivare mai.

  4. come sempre in ritardo, ma vorrei testimoniare anch’io quanto sono rimasta basita, qualche giorno fa, a sapere di una mia amica, originaria di Taranto che vive da circa 20 anni a Lecce, che ha scoperto da poco di non poter avere figli.
    Il ciclo le viene normalmente, ma ha scoperto che non vengono prodotti gli ovociti.
    E’ assurdo venire a sapere di non poter avere figli perchè sei nata e cresciuta in una città con tante problematiche.
    Io sono passata da Taranto proprio a Ferragosto, e mi chiedo: ma se ci sono le strade e gli albero coperti di rosso, possibile che nessuno sinora si era mai posto il problema dell’inquinamento?
    O solo nel momento in cui non c’è più la partecipazione statale nella proprietà dell’Ilva, lo Stato si è ricordato di quanto sia importante tutelare la salute ambientale? O magari il proprietario dell’Ilva, per non scatenare reazioni, ha preferito farsi commissariare, e dar la colpa ai magistrati piuttosto che dire di voler mandare a casa tanti dei suoi operai?
    Mi scuso se sto mettendo bocca in qualcosa di cui non conosco bene tutto, ma non si può restare indifferenti.

    1. Le tue domande sono legittime.
      Per quanto ne so, la denuncia e le perizie sono partite dal basso. Ecco perché c’è voluto tanto a farle venire a galla. Credo. Ma, personalmente, sono comunque contenta che, finalmente, l’argomento sia finito – sebbene per un periodo di tempo limitato – in cima all’agenda mediatica italiana. Per quanto la storia raccontata sia parziale.
      Insomma, mi sono capita?

  5. Parlo da cittadina di Massa Carrara, una delle città più inquinate d’Italia: falda acquifera, mare, terreno, le industrie qui non hanno risparmiato niente e nessuno .. gli scarichi della Bario-Solvay e nel 1988 lo scoppio della Farmoplant ci hanno lasciato e continuano a lasciare una bella eredità: la più alta percentuale di patologie e tumori alla tiroide della Toscana.. io e tantissimi altri ragazzi della mia età (30 anni) viviamo e vivremo con questa spada di Damocle. Taranto, non sei sola purtroppo, l’ombra di quest’epoca di industrializzazione selvaggia e disumana si allunga su tutta l’Italia .. e scusa la mia rabbia!

    1. la tua rabbia la comprendo e la condivido. non scusartene.
      so benissimo che l’italia è ricca di queste situazioni e che noi oggi paghiamo le conseguenze di scelte scellerate fatte in passato. e in questo siamo tutti assimilabili. purtroppo, in questo macabro gioco, credo taranto abbia una criticità senza precedenti. credo.
      ciao
      v.

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