Una minchiata in più: Giuliana

Sono stata a Taranto.

La Vagina Maestra, il grande e indiscusso amore della mia vita, ha subito l’ennesimo intervento chirurgico e io non potevo in alcun modo non esserci. Così, tra vessazioni professionali degne del più squallido cliché milanese, sono tornata a casa. A stringerla. A dirle che tutto sarebbe andato bene. A dire a mio padre di star calmo. Sono tornata a casa ad assisterla, a fare le nottate in clinica, a prendermi cura di lei con tutta la dolcezza di cui sono capace, a spaventarmi del suo star male, a trattenere le lacrime di fronte alla sua vulnerabilità.

E mentre tutto questo succedeva, ho conosciuto Giuliana.

Giuliana è mia amica. Probabilmente non la rivedrò mai più, ma è mia amica.

E’ diventata mia amica subito, da quando l’ho sentita piangere mentre si preparava all’intervento, mentre diceva che non voleva e che aveva paura. E  ho capito e ho pensato che al suo posto avrei pianto anche io, perché non sono coraggiosa, perché la malattia mi spaventa, per me e per quelli che amo.

Giuliana parla benissimo il dialetto. Voglio dire: lo parla come andrebbe parlato, in modo grezzo, per nulla ripulito, straordinariamente autentico. E quando si rivolge a mia madre le da del “voi”.

“Che bella figlia che avete, signora”, le dice, mentre le sto posizionando dei cuscinetti sotto le mani, per evitare che si gonfino troppo, tra immobilità e flebo.

“Purtroppo non sto qua”, le rispondo e tiro fuori tutto quel che resta del mio accento.

“E dove stai?”, mi chiede, a fatica.

“A Milano

“Bella Milano“, commenta sua nipote adolescente, come se Milano fosse Sidney, un mondo lontanissimo pieno di affascinanti possibilità. E forse per lei, per quella ragazzina con i capelli schiariti da prepotenti meches e gli orecchini a cerchio dorati, forse per lei Milano è Sidney.

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Ma è quando la Vagina Maestra, dopo 48 ore di quasi veglia riesce finalmente a dormire un po’, che io e Giuliana diventiamo amiche.  E io scopro un sacco di cose di lei.

Scopro che ha 42 anni e 4 figli. Che la prima l’ha avuta a 15 anni e adesso è già nonna. Scopro che col marito vende la frutta al mercato e che suo fratello ha un ristorante in Emilia Romagna. Mi racconta che ha paura di volare e che le piace tantissimo Eros Ramazzotti, e pure Biagio Antonacci, ma quella che proprio nessuno gliela deve toccare è la Pausini. E questi presupposti mi aiutano a contenere lo stupore quando la tv, accesa su Sanremo, inquadra Maria Nazionale e Giuliana sa benissimo chi sia, Maria Nazionale, che a me pareva al massimo la declinazione partenopea di Lisa Ann, per dire.

“Voi come l’avete scoperto?”, mi chiede a un certo punto, riferendosi a mia madre. Per Giuliana è scontato che si tratti di tumore, perché a Taranto se stai male, nove su dieci, hai un tumore. Anche a suo nipote di 10 anni gliene hanno trovato uno in testa, mi dice. Ma io le rispondo che no, che graziaddio, tra tutti i problemi che mi madre ha e ha avuto, questo non era un tumore.

“Tu invece come l’hai scoperto?”, le chiedo.

“Se n’era andato in dentro il capezzolo”, mi ha detto, riposizionandosi la borsa del ghiaccio sulla ferita.

Ha fatto gli esami a giugno e ha scoperto di cosa si trattava. Ha fatto la chemio, ha perso tutti i capelli e mi dice che solo ora le stanno ricrescendo, ma lei non sopporta di vedersi con i capelli così corti. Mi dice che usa una parrucca e io le rispondo che non dovrebbe, perché è bella anche così e che poi quest’anno i tagli corti vanno un casino. Le dico di star calma, di non muoversi troppo per la ferita, le dico che la prima notte è la peggiore e che deve avere pazienza, che l’indomani la faranno alzare e che le leveranno anche il drenaggio dalla ferita, magari, che il sangue è già più chiaro, che no, non le farà male. Le misuro la temperatura, che è di 37,3, ma è tutto normale. Le sollevo un po’ il letto. Faccio il mio niente per alleviare il dolore della sua notte insonne.

Giuliana ha 42 anni e 4 figli. Ha un tatuaggio enorme sul polso e parla benissimo il dialetto, lo parla proprio come andrebbe parlato, e  durante l’orario delle visite vengono a trovarla parenti e amici organizzati in plotoni da 15 chiassosi soggetti l’uno, con un campionario di facce che varia dalla casa circondariale alla tossicodipendenza aggravata.

E alle 6 del mattino suo marito passa a lasciarci la colazione: caffé fatto con la macchinetta di casa e dei cornetti ancora caldi presi al bar. Giuliana me la offre e io non posso rifiutare, perché è il suo caffé speciale. Perché è il suo modo di dirmi grazie.

Giuliana parla il dialetto così bene che io quasi mi vergogno del mio congiuntivo perfettamente coniugato, mi vergogno delle mie paturnie della minchia, dei miei problemi da primo mondo, mi vergogno di tutte quelle inquietudini gratuite a cui ho subaffittato il cervello. Mi vergogno di perdere così tanto di vista cosa è importante e cosa non lo è affatto e, improvvisamente, incrociando il suo sguardo, in quel sorriso sofferto che mi fa dal bordo del suo letto, lì, con la vita vera che mi guarda in faccia e pondera se sputarmi o meno in un occhio, ecco io sento un’empatia pazzesca con questa donna, che nulla ha in comune con me, che è come se io fossi lei all’incontrario, in tutto e per tutto.

Ma in quel microcosmo, annusando l’odore della vita reale, quella più dolorosa, quella più feroce, quella in cui il problema è vivere o morire, o sopravvivere con un seno di meno e doversi accettare ancora come donna senza sentirsi mutilata, ecco lì, io non ho sentito nessuna distanza, nessuna differenza tra me e Giuliana. Ho sentito che da quella donna sconosciuta che a stento parlava l’italiano, stavo imparando la più preziosa lezione degli ultimi mesi. Che quel che avevano tolto a lei era un pezzo in meno anche per me.

E io non so se rivedrò mai Giuliana. Però so che non la dimenticherò.

Perché a Taranto c’è un’umanità che non so raccontare ma che non posso fare a meno d’amare. 

83 pensieri su “Una minchiata in più: Giuliana

  1. ci rendiamo conto di quanto vuoti sappiamo essere solo quando la nostra vita, che a noi sembra piena di casini,di cose impossibili da aggiustare, che sembra vada a lavoratrici della notte sempre e comunque,che ci fa schifo e a volteci fa venire i conati quando al mattino la guardiamo allo specchio mentre accendiamo la sigaretta della colazione, inciampa quasi per caso con altri esseri umani che con un semplice gesto, una semplice frase allo stesso tempo riescono a creare un empatia fortissima e un altrettanto forte lezione, che ci sbatte culo a terra come un destro di mike tyson. inevitabilmente attraverso i loro occhi, attraverso i calli delle loro mani,attraverso i segni indelebili che solo il tempo e la vita purtroppo le malatti quelle brutte,esanno lasciare su un viso,su un corpo e su un animo,e ci sentiamo infinitamente piccoli, infinitamente miseri e ci aggrappiamo ad ogni respiro come fosse l’ultimo quasi rimpiangendo le nottate passate a autostruprarci il cervello, le giornate passate a rigurgitare bile,riescono a farci sentire delle merdacce ingrate…a me capitò con un senza tetto, perchè dire clochard mi sembra una presa per il culo, conosciuto in quegli anni inquieti della mia pubertà, dove odiavo tutto e tutti indistintamente e campavo al motto di “no future”…una notte di mezza estate, imparai una delle lezioni più importanti della mia esistenza….e già,la vita sa essere veramente difficile da mandare giù a volte, come il cibo delle mense aziendali…

      1. verissimo, le trattorie sono dei posti che secondo me custodiscono la vera essenza delle persone, della GENTE, gli unici luoghi dove puoi trovare ancora la vera umanità fatta di mille contraddizioni, mille storie diverse…

  2. A tutti fa paura la malattia solo che c’è chi scappa e chi in un modo o nell’altro la affronta tentando di stare vicino alla persona malata cui si vuol bene, sostenendola e facendola sentire ancora una persona e non un caso umano da compatire. E’ stata una settimana pesante immagino ma ti ha fatto conoscere questa donna e vedere un’altra realtà. I nostri problemi saranno sempre “importantissimi” in quanto nostri e credo che tutto sommato sia anche normale così ma penso che l’importante sia non dimenticare che non siamo il centro dell’universo e che ci sono tantissimi che farebbero volentieri a cambio con noi. Spero la mamma si rimetta presto 😉

  3. rimani sempre vagina…ma vagina forse meno cinica, che è quello che ti induce milano, essendoci nata e avendoci vissuto 30 anni so che il cinismo fa parte presto o tardi dei milanesi…

  4. Questo post mi ha toccato particolarmente per un sacco di ragioni e ti dico grazie di aver condiviso con noi la lezione di vita che hai ricevuto a Taranto.

    Spero che Vagina Maestra e di Giuliana, adesso, stiano meglio.

    Mi si bloccano le parole ed è meglio che taccia, ma ti mando un forte abbraccio.

  5. Personalmente non ho bisogno di buttare lì un sacco di minchiate per questo commento.
    Giuliana col tatuaggio, il coraggio supremo dei 4 figli e il tumore.
    Giuliana col dialetto dentro, che lo sai per me i dialetti sono sacri.
    Gli amici ceffi e il marito con la colazione calda.
    L’Italia è tutta qui.
    Nevica, esco sul piazzale bianco, ma stamattina Giuliana scalda.

  6. Vagina perché non ti salvi e te ne vai da Milano ?A meno che tu non pigli 40.000 euro netti all’ anno … vattene .Certe anime devono vivere in luoghi più veri, più naturali, più sensati .Milano non è per tutti .

      1. Anche. Soprattutto, sono letteralmente rimasto a bocca chiusa, mentre mi parlavano gli occhi. E’ la memoria di ambienti, parole, odori, sensazioni: snapshot personali di momenti andati. Ti ho già scritto la mia stima e te la ripropongo tutta! Un caro saluto MdV

  7. Empatia è anche quella che provo leggendo questo post che mi fa piangere,
    perchè mi immedesimo ed è come un deja vu.
    Perché in quei non luoghi l’umanità si incontra, le storie si scontrano e la coscenza ribolle, i pensieri si accatastano, le lacrime si soffocano.
    Auguri di pronta guarigione, per la Maestra, per Giuliana e…per Te.
    P.S.
    Forse te l’ho già scritto, ma lo ripeto: post come questo dovrebbero essere dotati di un bollino specifico, tipo: “Attenzione! Il contenuto di questo post non è adatto a soggetti affetti da ipersensibilità”. 😉
    Un saluto.
    Kali

  8. Nella mia famiglia nonni, zii, suoceri, nessuno se n’è andato per vecchiaia, è sempre stato qualche brutto male a portarseli via. Viviamo in un mondo malato, e solo in ospedale ti rendi conto del dolore che ci circonda. La differenza è che noi lavoreremo fino a 70 anni, e non potremo goderci la pensione, non ci arriveremo. Una domanda. Chi calcola l’aspettativa media di vita? Hanno impostato il nostro futuro in base a questi calcoli. Io vorrei andarci dopo 35 anni di lavoro, vorrei godermi i nipoti come non ho fatto con i miei figli. E spegnermi senza rimpianti. Invece dovrò trascinare la mia vecchia carcassa in ufficio (sempre se me lo permetteranno) fino alla fine dei miei giorni, per mantenere quei porci che ci governano. Ma poi ti guardi intorno, e ti accorgi di quanto sei fortunato.

      1. Ahahah….Delon…nn sono così vecchio….. Dave è il mio mito, il gatto del rock…. rimanendo nell’odierno ambito musicale.

  9. Brava.Mi piacerebbe mettere tutto quello che scrivi sulla mia pagina FB…dimmi se si può fare.O eventualmente,un richiamo al tuo blog.Con tantissima simpatia e stima.Roberto Sandini*****
    Un abbraccio,da normal man…

  10. Grazie per aver condiviso con tutti noi che ti leggiamo, un ‘esperienza così intensa come quella che hai vissuto con la Vagina Maestra e Giuliana.
    Momenti come questi sembrano messi lì per farti vedere la vita, i problemi in modo completamente diverso…
    oggi c’è il funerale del migliore amico del mio fidanzato…vederlo in quel letto d’ospedale impossibilitato a parlare mi ha fatto rimpiangere tutte le pippe mentali e le incomprensioni che ci sono state tra di noi..
    Non posso rimediare al passato..ma sarà una lezione che mi porterò dietro sempre…

  11. Commozione, di quella vera, mi hai passato emozioni fortissime. E scatenato lacrimoni. Ogni tanto nella vita ci sono incontri o situazioni che ridimensionano tutto, che ci riportano ai colori di base della realtà, ed è un bene. grazie per questo post

  12. Gli auguri piu’ sinceri per la tua vagina Maestra, Vagy…e mille auguri anche a questa bella persona che hai descritto, e tanti accidenti, ma tanti davvero, (e con gli interessi), a chi ha rovinato la meraviglia della tua citta’. E’ vero, a volte ci masturbiamo il cervello con cose poco importanti che ci sembrano fondamentali, poi, di fronte al dolore, al sofferenza…tutto si ridimensiona e capisci cosa conta veramente. Un forte abbraccio

  13. ti posso dì na cosa Vaggì? (e te la dico perché ormai ti voglio bbé) a me quello che scrivi piace e ti leggo sempre. però certe volte butti in mezzo ai post delle foto che proprio mi dico “e questa che c’entra?”. tipo in questo post. quella foto ci sdice (come si dice dalle mie parti).
    il resto, come sempre, m’è piaciuto.
    statti bbé amica!

    1. ahahah amica, credo sia per questa atavica idea di metterci la faccia. credo. anche se alterata. di metterci un’espressione con uno stato d’animo affine.
      ma potrebbe trattarsi di malcelata vanità, pure noi grasse ce l’avemo.
      ce penso. tu voglimi bene lo stesso eh.
      (tra l’altro, stai in italia in questi giorni, no?)
      bacio
      v

  14. Ci sono poche parole per un post come questo.
    Solamente silenzio e tante riflessioni, che a volte, imperdonabilmente, dimentico di fare su un argomento così imprescindibile.
    E per questo ti ringrazio di aver condiviso anche quest’esperienza.
    e ti faccio tanti auguri e un grande in bocca al lupo per la tua mamma, dal cuore. E un pensiero inevitabile per Giuliana, e per tutte quelle persone che, in questo caso, rappresenta, e che ci ricordano quanto la vita sia dannatamente bella. E spesso, purtroppo, crudele e ingiusta.
    Ciao vagi, un bacio grande.
    Silvia

  15. Parole che fanno riflettere.
    A volte ci sfuggono quali siano i veri problemi della vita.
    Grazie per averla condivisa.
    Mi auguro che tua mamma possa rimettersi al più presto.

    M.

  16. Io lo conosco quell’odore di ospedale. Quell’odore di disinfettanti e lenzuola bianche e azzure con la scritta lavin. E’ un odore che non se ne va. Un odore che a distanza di anni sono capace ancora di sentire. Mi hai fatto piangere. Un bacio grande a te e a tutte le Giuliana che esistono.

  17. Ciao Vagy, posso capire, nel giro di un’anno ho perso due persone che amavo moltissimo a distanza di un’anno, una per un’infarto e una per un tumore. Benchè siano state due morti completamente diverse, mi hanno insegnato tanto sulla vita. Così quando penso a loro smetto di farmi paranoie su un domani che forse non c’è e cerco di lasciare quanto più posso di me alle persone che amo. Un bacio per te e un grazie a Giuliana.

  18. È così. Io negli ospedali ci sono entrata troppo presto e poi ancora e ancora, ad assistere persone che amo moltissimo. Ed è incredibile come ogni volta solo lì sembro riuscire a riordinare le cose secondo la loro importanza, accorgermi di quante paranoie inutili sia abitualmente affollata la mia vita e del poco che basta per sentirsi fortunati. Ogni volta mi dico: ricorda. Poi le persone guariscono, si torna alla normalità e dimentico.

  19. Non puoi immaginare quanto ho sentito il tuo post, quanto l’ho vissuto. Mi ha portata indietro di 6 anni. Nell’anno 2006-2007 Collezionista è entrata in contatto con la più atroce delle esperienze. Ho capito molte cose in quel periodo e credo che non capirò più così tante cose in così poco tempo.

    Ti abbraccio forte.

  20. Vagy, purtroppo il dolore insegna più di qualsiasi altra esperienza. Insegna lezioni che nessuno di noi vorrebbe imparare, ma che nostro malgrado lambiscono le spiagge della nostra anima, e le inondano.
    Abbraccia la tua mamma anche per me, che non ce l’ho più una mamma… Abbracciala, strapazzala, coccolala, riempila di baci, e dille che le vuoi bene, perché è l’amore più grande della tua vita. E perché se tu sei Tu, è soprattutto grazie a Lei.
    Ti stringo forte. ❤

  21. Ecco cosa volevo dire un po’ di tempo fa….quando mi sono “incazzato” leggendo alcune cose che avevi scritto a riguardo dei regali….brava ora sei più umana, ora sei più umana di quanto io lo sia mai stato in vita mia….un po’ ti invidio.

  22. Idem anche più giù. io ci sono anche tornata giù dopo aver conosciuto la mia Giuliana ma poi quando l’ho cercata non c’era più e non ho potuto fare altro che tornare su.
    Mia

  23. Fa riflettere. Ogni tanto ci sono cose che vanno oltre quella corazza di cui ci vestiamo per affrontare la vita quotidiana. E che vanno oltre ciò che ogni giorno ci fa disperare per cose molto meno importanti.
    Grazie per questa testimonianza!

  24. Sei veramente uno spettacolo da leggere!!E ti parla una che passa la vita a leggere libri…se mai dovessi scrivere un libro lo comprerei sicuramente.

Parla con Vagina, Vagina risponde

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