Tagli

Taglia fitto, questo freddo. Che poi non ha senso questo freddo, a maggio inoltrato. E no, il freddo qui non è mai come il freddo giù, fidati. Giù è più caldo, sempre. Anche se c’è la tramontana, che soffia, che su Corso Due Mari sembra di volare via.

Taglia fitto, questo desiderio di prendere la macchina di mio padre, come a 18 anni, e andare via, da sola, sulla litoranea deserta, a sporcarmi le scarpe di sabbia e l’anima di ricordi.

mare4

Taglia fitto, il pensiero che ci siano nodi che mi ostino a non sciogliere. Dopo anni. Son lì. Che me li guardo. Come una depravata, a sgrillettarmi i pensieri, come se non avessi cose migliori di cui occuparmi. Come se la vita non fosse andata avanti, cambiando i volti e gli animi. Come se non sapessi tutto, perfettamente. Come se la mia razionalità non avesse già compiuto tutte le rilevazioni del caso, esaurendo le risposte più pertinenti alle domande più retoriche. Già da tempo.

Di me, di lui, del noi che è stato, della vita condivisa, spartita da far male, delle scopate in macchina contro la luna, dei fazzoletti sulla scogliera, dei concerti e dei pezzi di vita sparsi in troppe città, in troppi letti diversi, in troppi angoli di strade e negozi di cd. Dentro al silenzio di una spiaggia di notte, nell’acqua buia del primo amore, tra le sfumature di un cielo allucinato di Tampanensis. E quelle risate che spezzavano il vuoto. Lo frantumavano in mille parti, in mille contraddizioni. Mille anni fa.

Taglia fitto, il ricordo nitido delle bugie e delle conferme, delle lacrime, dei progetti frivoli, dei bocconotti, dei massaggi, delle luci colorate, delle ombre senza soluzione. E la cecità di non essere evidentemente né destinati, né compatibili, ma comunque immaginarsi insieme. E non voler dimenticare tutta quella vita, tutta quella diversità radicale, e irresistibile, e stupida. Quel desiderio così giovane e brutale che legava a doppio spago i corpi, che s’appartenevano perdendo confine e ragione. Per qualche ora. Qualche mese. Qualche anno.

Taglia fitto, chiedersi dove sia l’irrisolto. L’ancora emotiva che non ci lascia andare via per sempre. La nostalgia putrida per tutta quella magia che ancora avevamo da perdere.

Taglia fitto, il pensiero di quel Piccolo Principe che non ho mai letto, di questo tempo che passa seppellendoci sotto le villeggiature, e i matrimoni, e i figli, e i progetti, e l’indipendenza così lontana dal punto di partenza. E un riflesso sbiadito di quando la felicità era una cosa semplice, come un film, come le fusa, come un bicchiere di Belté gusto pesca. Di quando tutto sembrava difficilissimo, e invece era facile. Come amarsi. Come odiarsi.

asiamorgan

Ho visto questa foto, qualche giorno fa.

Ho pensato che sono bellissimi. Invecchiati. Cambiati. Inconfondibili. Di quelli che avranno sempre qualcosa da dirsi, guardandosi in faccia. Ho pensato che Asia sarà per sempre insostituibile per Morgan. E che nella loro strana parabola umana, fatta di dipendenza e disperazione, di droga e sesso, di tenerezza e amore, e musica, e tradimento, e lutto, e passione, saranno sempre uniti.

E che forse questa, per certi di noi, è la soluzione migliore. O la sola accettabile.

Ho pensato che la loro è un’anti-favola. E che le anti-favole non hanno un lieto fine, mai.

E in definitiva tutto quello che resta è il ricordo dell’amore che ci siamo dati. E del male che ci siamo fatti.

La retorica del perdersi per sempre, per non perdersi mai.

77 pensieri su “Tagli

  1. ” Son lì. Che me li guardo. Come una depravata, a sgrillettarmi i pensieri, come se non avessi cose migliori di cui occuparmi. Come se la vita non fosse andata avanti, cambiando i volti e gli animi. Come se non sapessi tutto, perfettamente. Come se la mia razionalità non avesse già compiuto tutte le rilevazioni del caso, esaurendo le risposte più pertinenti alle domande più retoriche. Già da tempo.” e capita…. capita che nonostante si sappia già tutto si perseveri nell’arrovellarsi in quei pensieri….. e in quelle realtà,….. forse perché anche se si conoscono tutte le risposte a tutte le domande non ce ne convinciamo perché non ci piacciono….. e ci riproviamo…. e ci riproviamo ancora…. e ancora…..fino all’ossesso…. finché quando decidi di accettarle quelle brutte risposte non è troppo tardi per farlo….

  2. ho appena scritto pure io un post di questo tono 😦 che tristezza rendersi conto di aver amato tanto una persona “non compatibile”, e che la cosa non sia funzionata nonostante tutto il sentimento e le energie spese in essa. fa sempre male 😦

      1. ehehehehehehehheheeh!!! (si ma grrrr che odio! come osi sostituirmi con una cessa?!?! e poi quanto sei sfigato che ti sei trovato una ragazza peggio della tua fantasmagorica ex che sarei io????)

  3. Mamma mia che pezzo triste. Triste ma vero. Mi è venuto lo struggimento della domenica sera, cazzo.
    Senti, io credo però che ancora più triste sia dimenticarsi, quando non resta nulla di anni insieme. Ed è triste il fatto che non te ne fotte poi nulla di quegli anni, né a te, né a lei.
    I tuoi ricordi graffiano, ma non è forse questo essere vivi? Emozioni…
    Belle scarpe.

  4. Anche se i ricordi, troppo spesso ormai, fanno male e ci rendono tristi sono d’accordo con Daniele è ancora più triste dimenticarsi di qualcuno che ha fatto parte della nostra vita, di quel noi che c’è stato e che purtroppo ora non c’è più…

  5. Della vita conosco solo anti-favole (e mi piacciono tutte). Il lieto fine è una finzione, per altro molte volte anche super-ipocrita. E non si rimpianga nessuna morale o quel “vissero felici e contenti”, non perchè non ne esistano – appunto – ma perchè sono castelli di sabbia. Ed è giusto che arrivino le mareggiate a portarsele via, tagliandone l’estasi e sciogliendosi in un disegno più grande, cineticamente eccitante, sostanzialmente viscerale. Perchè si possa costruirne altre. Perchè ci siano altri a costruire, senza perdersi mai d’animo, senza rinunciare alla creatività di credere nella vita. Quella vita dove ci si perde – e anche di brutto – ma alle volte ci si ritrova, senza parole, con gli occhi, l’odore e il respiro. Di vita e di vite. Altra perla MdV. Con grande stima,

  6. Vagi….. io vivo di anti-favole…. infatti nessuna di queste ha un lieto fine… il ricordo dell amore che ci siam o dati….. e soprattutto del male che continuiamo a farci… proprio perchè taglia di più dire addio che continuare ad attaccare e staccare il maledetto cerotto…..

  7. alla fine penso che tutti si viva un’anti-favola, però per fortuna anche in quelle ci sono momenti sublimi (il lieto fine sarebbe pretendere troppo)
    “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”

  8. Molto bello questo bittersweet e per me che sono il profeta in terra delle anti-favole dove nel finale c’è spesso del sangue sparso, è anche più apprezzato. Mi ci vedo, mi ci rotolo dentro, soprattutto sorrido a denti stretti sulla foto. Li adoro tutti e due, li odio tutti e due, così come dev’essere.
    Soprattutto come un vero indossatore di anti-favole, mi giro e vedo i ricordi che avanzano in plotoni compatti.
    Ma basta alzare il medio e tutto torna come prima.
    Forse.
    Ti adoro quando butti giù ‘ste robe.

  9. Sì certo, quando andavi in spiaggia munita di carta e penna per fare la fica a scrivere davanti al mare e poi venivi molestata da un 50enne rumeno che passava di lì! Uahahahahhahah
    (No comment il resto del post 😉 )

  10. Alla fine devo dirtelo. Che poi non te ne fregherà nulla (e un po’ mi dispiace). Però devo. Mi ispiri tanti ma tanti abbracci. Anche se non mi conosci e non ti conosco. Che quando vengo a Milano ogni tanto mi guardo in giro pensando “chissà V. dov’è..”. Che ti ho invitata tante volte in maniera spudorata a prendere un caffè. Perché io sono idiota e mi faccio film. Però sì vorrei guardarti negli occhi e in silenzio abbracciarti.

  11. La “morale” delle anti-favole è l’unico modo razionale per uscire bene dalle situazioni dove pensi che alla fine ti perderai.
    Non è cosi bello perdersi se poi non hai almeno la speranza di ritrovare la strada.

  12. ti leggo, brividi lungo la schiena. E in testa una delle mie citazioni preferite.
    Oceano. Mare. Quel mare che tanto mi manca. E che ora per me rappresenta un altro volto, anche se quel volto di un tempo mi perseguita le notti e i sogni.

    “Ognuno a modo suo, ma tutti continuerebbero a raccontare di quei due e di un’intera notte passata a restituirsi la vita, l’un l’altra, con le labbra e con le mani, una ragazzina che non ha visto nulla e un uomo che ha visto troppo, uno dentro l’altra-ogni palmo della pelle é un viaggio, di scoperta, di ritorno nella bocca di Adams a sentire il sapore del mondo, sul seno di Elisewin a dimenticarlo- nel grembo di quella notte stravolta, nera burrasca, lapilli di schiuma nel buio, onde come cataste franate, rumore, sonore folate, furiose di suono e velocità, lanciate sul pelo del mare, nei nervi del mondo, oceano mare, colosso che gronda, stravolto-sospiri, sospiri nella gola di Elisewin-velluto che vola- sospiri ad ogni passo nuovo in quel mondo che valica monti mai visti e laghi di forme impensabili- sul ventre di Adams il peso bianco di quella ragazzina che dondola musiche mute- chi l’avrebbe mai detto che baciando gli occhi di uomo si possa vedere cosi’ lontano- accarezzando le gambe di una ragazzina si possa correre cosi’ veloce e fuggire-fuggire da tutto”

  13. Mi hai fatta piangere. Perchè è anche la storia mia e del mio ex. Ora il ricordo non fa più male, frequento da un po’ un altro ragazzo che mi fa stare bene, ma ogni tanto i ricordi di quella storia piena d’amore che non ha avuto futuro perchè eravamo troppo simili e incompatibili, tornano, e la malinconia ha il sopravvento..

  14. Ciao Vagy! Premesso, se un film non è a lieto fine mi viene una crisi. Capisco quello che vuoi dire, ma secondo me il lieto fine non viene da solo come nelle favole. Se vuoi qualcuno per tutta la vita devi lottare per ottenerlo e non smettere mai di lottare per dimostrargli ogni giorno quanto ne vale la pena. Non c’è nessuna cavalcata insieme verso il tramonto, nessuna scritta elegande ” The end ” nera su fondo bianco a salvarci. C’è la costanza quella si, di aver conquistato il lieto fine e di non mollarlo mai. L’altro giorno ero ai seggi e sono entrati due novantenni tenendosi per mano…..avevano festeggiato i 60 anni di matrimonio, ma si guardavano ancora con amore. Ecco quello è il ” the end ” che vorrei per me e per il mio Francesco.

  15. Ieri pedalavo allegro, tra il parco, pieno di alberi che non ce la fanno più a crescere (perchè degli inutili lavori per una fermata della metro hanno modificato il fragile equilibrio del sottosuolo ed ora le radici di quegli incolpevoli alberi affondano nell’ acqua salata) e il lungomare, spazzato da un vento teso proveniente da sud-ovest. Mentre pedalando cercavo di perdermi nel movimento circolare delle mie gambe mingherline ecco che il mio amico mi fa ‘ma non noti niente??’ ed io ‘no’ ‘ma come? Non vedi che mi sono fatto un nuovo tatuaggio?’….e cosi’ mi ha mostrato il polso destro dove si era fatto marchiare la carne con le parole ‘ciao amore’…vergate con la stessa calligrafia con cui la sua, allora, donna dei desideri, oggi moglie petulante, aveva firmato un bigliettino a lui destinato nel 2005.

    Ma quelle parole, ‘ciao amore’, quelle due paroline, quella combinazione di poche consonanti e qualche vocale, mi hanno fatto venire in mente una canzone di Luigi Tenco (ciao amore, ciao) e mi sono ricordato che la prima volta che ho sentito quella voce è stato mentre mi trovavo nella macchina del padre di un mio amico, un padre, un uomo elegantissimo, nei suoi completi Pierre Cardin, che lasciava sempre dietro di se una nuvola ammaliante di profumo Eau Savage…ma quel signore, elegante e profumato, era un uomo triste, un uomo malato, un uomo che dopo aver perso la moglie (la madre del mio amico dai capelli rossi) era pure stato lasciato dalla compagna che si era rivelata essere una miserabile ‘gold digger’….quell’ uomo, quel professore, quel cardiologo (che ironia? Un tizio che dovrebbe essere in grado di riparare i cuori degli altri e si ritrova con il proprio perennemente sfasciato) affetto dal morbo di Parkinson, un giorno di tanti anni fa si sparò

    Era estate ..io ero alle prese con la matematica e con i turbamenti dell’adolescenza, ero, sono timido, di quella timidezza che ti fa imperlare di sudore la fronte, che ti secca la bocca, che accelera i battiti del cuore fino a farti credere che il cuore ti sta per esplodere dal petto, di quella timidezza che ti fa vergognare della tua vergogna, come se l’imbarazzo che provi fosse il sintomo di qualcosa di profondamente sbagliato dentro di te, in fondo alla tua anima, come se fossi merce avariata. E’ vero, quelli per me erano i giorni in cui cercavo sempre di sembrare il più bello, sveglio, intelligente, affascinante, spiritoso, un vero marpione sfessato….tutti…volevo piacere a tutti.. genitori, amici, insegnanti, parenti, era una malattia, un delirio che mi dava la febbre, ma poi, ma poi bastava che Cecilia, con i suoi capelli biondi e le efelidi sul volto preraffaellita mi rivolgesse la parola… ed io, io restavo muto come un pesce, con le tempie che pulsavano come un tamburo, perché mi sconvolgeva l’idea che si accorgesse che in fondo non ero che un pagliaccio, e nemmeno dei più talentuosi.
    Eppure nulla giustifica il fatto che non feci mai le condoglianze a quel mio amico dai capelli rossi, nulla giustifica il fatto che non riuscii a trovare parole per dirgli quanto mi dispiacesse, quanto tragicamente ingiusta la vita rivelava essersi, ad un età in cui d’inverno fumi di nascosto nei bagni della scuola e d’estate rimani sulla spiaggia finchè il bagnino non ha chiuso anche l’ultimo ombrellone, quanto mi sentissi in colpa per avere la fortuna di avere entrambi i genitori, mentre lui si ritrovava solo e quando c’era bisogno di sottoporsi ad una visita medica, per uno di quei certificati che servono a fare sport, era con me e mia madre che veniva (e poi tremava).
    Un tatuaggio, due parole, ciao amore, Luigi Tenco, una telefonata che avrei dovuto fare, la mia inettitudine, l’incapacità di capire che forse, allora come oggi, come quasi sempre in un rapporto di coppia, sarebbe bastato un abbraccio, solo un abbraccio, forte sincero affettuoso…in silenzio.
    Il passato, i sensi di colpa, gli errori, l’orgoglio, la presunzione, l’inesperienza, i macroscopici abbagli, il dolore, le partenze, la solitudine…nulla passa davvero….non è come l acqua di un fiume, ma come quella di una palude putrida, purulenta, malsana…immobile…immutabile…chiude gli occhi la sera e li riapre con te al mattino…ancora e ancora.

  16. Il ‘passato’ sentimentale.
    Siamo sicuri che esista??
    Nella mia vita, ci sono delle ore che mi si sono stampate nella memoria, come lettere di fuoco impresse con un ferro rovente sulla carne di un bovino…bruciano e non se ne vanno.
    Un esempio? eccolo: un pomeriggio di tanti anni fa, mentre il sole tramontava, lei mi parlava dei suoi progetti futuri, ed io invece di passarle un braccio intorno alla vita e stringerla a me, per timidezza, restai ad ascoltarla immobile.
    Ho pensato di aver perso quella donna per sempre, proprio in quel momento, nel momento in cui avrei dovuto fare qualcosa e non la feci.
    Poi l’altro giorno ho fatto una scoperta, che mi ha obbligato a pormi delle domande: e se quella donna, in quel momento, in quel pomeriggio, non l’avessi perduta ma ritrovata? se quello non fosse stato un inizio (di una perdita), ma la fine di una storia?
    Lasci che provi a spiegarmi.
    Cosa ho scoperto? Che la donna in questione, quella donna speciale, oggi è sposata.
    Fin qui tutto normale, tante donne si sposano senza prima averlo chiesto a noi, succede continuamente.
    No, il punto è un altro, il punto è che il marito è un dottore, ma anche un enologo che possiede un castello sui colli Euganei e decine di ettari dove fa crescere i suoi vitigni.
    Ma non è finita, perchè accanto alla magione incantata in cui quell’uomo, quel dottore, quell’enologo, vive con una persona speciale, sa cosa c’è?
    Un maledetto campo da golf a 18 buche.
    Ed io invece dove vivo? cosa sono? Io non sono un dottore, non ho un lavoro o un castello, e vivo vicino ad un comune di 5000 abitanti in cui si trovano ben due discariche illegali.
    Sente come stridono le due cose, campi da golf – discariche illegali, non è normale, ci deve esser sotto qualcosa.
    I casi sono due. O io, in quel giorno di tanti anni fa, come un veggente, vidi che ero destinato al fallimento e sapendo che non avrei mai avuto niente da offrire a quella donna, per pudore, per vergogna di questa mia mancanza, non mi sentii degno di toccarla, di provare a farla mia e la lasciai libera di non dover compiere una scelta, prima ancora che esistesse la possibilità che ci fosse una scelta da compiere.

    Oppure, seconda ipotesi, è come se, immaginando di invertire il corso della freccia del tempo, io allora, a 13 anni, conservassi una memoria flebile, sbiadita, come una tenue impressione, di quello che sarei stato e che in realtà ero già stato e mi fossi comportato di conseguenza: da perdente.
    Lo so quello che sta pensando, pensa che sono matto, ma io credo che il tempo, ha finito per togliersi la maschera, si è tradito, il tempo che scandisce la mia vita, non è una freccia che avanza in linea retta, ma è un vettore che si piega a formare un cerchio, tanto che domani potrò essere soltanto ciò che sono già stato, e ieri ero quello che sarei potuto essere, e oggi sono soltanto uno che non ha scelta, perché tutto è già avvenuto.
    Capisce cosa significa? Lo capisce? significa che, quando mi sentivo infelice per una ragione che non riuscivo a identificare, in realtà si trattava del dolore che prova chi si accorge di non avere scampo, di non avere speranza, di non avere un futuro (come gli androidi con la data di scadenza di Blade Runner), capisce?
    Quando, qualche decina di righe fa, ho usato l’espressione ‘la ragazza che ho perduto per sempre’, in realtà avrei dovuto scrivere ‘la ragazza che ritrovavo per un momento’, quel pomeriggio, non era l’inizio (di una perdita), era una fine.
    Con il passare dei giorni, io non faccio altro che andare incontro al mio passato, il futuro ce l’ho tutto dietro le spalle. E non è una sensazione gradevole.

    Cara Vagina mi perdoni per tutte le parole che le ho rovesciato addosso ma, prima di salutarLa, mi permetta di dirle che io credo Lei abbia un dono, una luccicanza….la sua scrittura, il suo stile (l’eleganza e l’arguzia combinate insieme con il senso dell’ironia) mi fanno venire in mente Nora Ephron, Elaine May, Diablo Cody e Lena Dunham (artiste che non si accontentano, che continuano a spostare l’asticella sempre più in alto, e che, a differenza di Pulsatilla, non si compiacerebbero all’idea di collaborare con Fausto Brizzi).
    Saluti

  17. Posso dire soltanto una cosa: era parecchio tempo che non mi capitava di leggere qualcosa di così bello e profondo.
    Forse sarà perché ciò che sto vivendo in questo preciso momento della mia vita, si avvicina così tanto a tutte queste parole che non potevo non sentire la sensazione di aver preso uno schiaffo in faccia, appena finito di leggere il post.
    A volte mi chiedo se bisogna necessariamente avere un’anima tormentata – come la mia – per scrivere certe cose, o se in fondo, inevitabilmente, prima o poi le vivono tutti.
    Io non credo, no, non credo le vivano tutti, non come le hai scritte tu intendo, c’è qualcosa che graffia e scava più affondo del livello comune, del limite standard. E non è una questione di volersi presuntuosamente sentire diversi dalle altre persone, perché credo sia anche una questione di vita vissuta, anzi no, scusa, di ”ciò che hai vissuto nella vita”. E questo, ovviamente, è diverso per tutti. Anche se a volte molto simile.
    Comunque grazie Vagina, grazie per questo post che credo rileggerò ancora, insieme a molte altre cose che hai scritto e che scriverai. Ciao.

  18. Potrei dirti un milione di cose qui, ma certe volte il silenzio è l’abbraccio più sincero. Io ti dò un silenzio, un forte silenzio. Tutto per te. Solo per te.
    E credo d’aver pianto. Perdio.

  19. Quando lo vidi la prima volta il tempo si fermò. Come in quella scena di Big Fish. Si fermò, e per un tempo interminabile non ci fu niente altro che lui, il suo volto sopra i volti degli altri, e la consapevolezza di averlo finalmente trovato. Poi anche lui mi guardò, e fui certa che il suo sguardo era come il mio, perché anche lui aveva capito. Ci siamo amati per sette anni, sette anni dell’amore più grande che potesse esistere in questo o in qualunque altro universo. Una cosa sola volevo: invecchiare con lui, morire con lui. Ma un giorno lui ha smesso di amarmi, così, semplicemente. Ha smesso di amarmi, ha impacchettato le sue cose e se ne è andato, lasciandomi nella nostra casa, con le tapparelle abbassate e la musica a tutto volume per non sentire il rombo del defender che si metteva in moto. Sono passati quattro anni da allora. In qualche modo sono andata avanti, prima negando che lui fosse mai esistito, poi provando a fare i conti con la sua perdita, poi cercando di accettare che sì, le cose finiscono. Anche quelle che sembravano talmente grandi da essere eterne.
    Lui deve averlo accettato molto prima di me, perché meno di due anni dopo la fine della nostra storia era già sposato (ma non l’aveva chiesto a me, una sera calda davanti al mare di Lampedusa?). Sposato e pure felice. Io dopo quattro anni arranco ancora nel mondo, e piango mentre scrivo queste righe. Non so altro di lui, io che avrei dato tutto ciò che avevo per lui (io che ho dato tutto ciò che avevo per lui) non so dove vive, cosa fa, cosa accade nella sua vita. Mi chiedo spesso che senso abbia amare tanto per poi finire col non sapere neanche se quella persona è viva o morta. È per questo che non credo più alle favole, e neanche alle anti-favole, che poi è solo un modo per dare un senso a qualcosa che un senso non ce l’ha. Perché sai, io lo so che per lui resto una persona speciale, indimenticata e indimenticabile. Solo che questo non mi consola. Perché non riuscirà mai a dimenticarmi, bene, ma è riuscito certamente a lasciarmi. E questa è l’unica cosa che conta.
    Ogni giorno mi dico che l’ho superata, ma la cosa che non ammetterei neanche sotto tortura (e che invece stamattina, qui, a te, confesso) è che la banale verità è che se lui oggi tornasse io mi butterei tra le sue braccia e non mi muoverei più.
    Ma ai lieto fine non credo più, io che credevo di vivere in un mondo governato da un senso, un significato ultimo. Oggi credo solo nei miei piedi, e nella strada che percorro ogni giorno.
    Ti abbraccio.

    1. trovo pezzi di me. in quello che dici.
      non lo so se il senso ultimo, proprio perché ultimo, alla fine ci si appaleserà.
      intanto credi in quelle gambe e in quei passi. che sono gli stessi in cui credo anche io.
      che ti ricabmio l’abbraccio. e che ti dico di confessare il cazzo che ti pare, e di piangerne. e poi di uscire a berci sopra.
      e sticazzi, pensa sempre “sticazzi” a un certo punto, perché fa bene.
      fidati.

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