Terronismo Alimentare

Quando sei meridionale e hai lasciato da qualche anno la tua amata Terronia, può succederti di iniziare a presagire il classico Terronismo Alimentare, al momento di tornare a casa (o meglio “scendere a casa”).

Inevitabilmente, per quanto terrons tu possa essere e per quanto tu possa resistere alle continue e incessanti sollecitazioni che ti indurrebbero ad alimentarti di Kusmi Tea, integratori, bresaolina, semi di zucca e crudité, per quanto tu possa ribadire che sull’Olimpo gli Dei banchettavano a botte di focaccia barese, resta il fatto che il tuo rapporto con il cibo, nella vita ordinaria, un minimo cambia (ma anche molto più di “un minimo”). Banalmente, ti scopri più abituata a digerire una vellutata di zucchine e piselli piuttosto che mezza teglia di riso patate e cozze. E quindi, quando torni in patria, hai un po’ il terrore e un po’ la voglia incontenibile di mangiare, per dirla scientificamente, come una vacca. Da qui il Terronismo Alimentare.

Il Terronismo Alimentare è un fenomeno che, in verità, matura lentamente negli anni, e che si gioca tutto sul filo del rasoio, in bilico tra il piacere enogastronomico e la sofferenza digestiva. Le prime avvisaglie si hanno quando, dopo l’ennesimo simposio di famiglia, inizi ad aprire gli stipiti della cucina nel mortificato tentativo di trovare una pasticca Brioschi (perché sia chiaro, di mortificazione trattasi). Il tutto dopo aver già sbottonato il jeans, emesso sbuffi che dissimulano rutti e dopo aver contratto la faccia in ripetute smorfie di fastidio e incredulità a fronte della propria conclamata e degenerativa suinità.

Questa fase, che è quella in cui la debilitazione fisica ti impone un sindacale rimorso, raggiunge generalmente il suo climax in esternazioni come “Da domani a stecchetto, solo insalata”. Oppure “Stasera non si cena”, che è la mia preferita. Perché tu vuoi mettere, poi, quando si sono fatte le 21.30 e ti sale un languorino, e stanno quei nodini in frigo freschi-freschi e quella rosetta fresca-fresca, ecco non vuoi farti una bella rosetta con i nodini di mozzarella?

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Il Terrorismo Alimentare raggiunge la sua massima espressione di fronte ad affermazioni come: “Eeeehhh che ormai cuciniamo poco!” (anche nella versione “Eeeehhh che niente abbiamo fatto”), ma anche “Vabbè, mangiamo solo gli AVANZI“.

Quando una Mater del sud parla di “avanzi” sappiate che vi sta raggirando. Non è vero. Non è vero niente. Innanzitutto, gli “avanzi” si presentano principalmente in concomitanza con le feste (Pasqua, Natale e tutta quella pletora di festività simil-religiose che io non festeggio più da secoli, tipo Santa Cecilia, l’Immacolata Concezione, la Domenica delle Palme, l’onomastico, ma che al sud sono sempre occasioni propizie per imbastire un banchetto). In secondo luogo, gli “avanzi” sono tipo 1,5 kg di latticini, 500 grammi di affettati, un gateau di patate, una torta salata, un assaggino di parmigiana. Ma soprattutto, quando una mater del sud parla di “avanzi”, non si limiterà mai agli “avanzi” per i suoi ospiti e, silenziosamente, laboriosa, continuerà a produrre cibo di sconvolgente bontà al quale non saprete resistere (perché resisti tu, ai carciofi fritti, bello!). Sono sempre “avanzi e qualcos’altro”, tipo “Avanzi e orecchiette con le cime di rape” oppure “Avanzi e una frittura di alici e calamari“.

Che poi, quando si tratta di un contesto familiare, non ci sono proprio cazzi: rifiutare una portata è tollerato solo dopo la quarta o la quinta portata. Cioè devi aver mangiato il primo, il secondo, il contorno, i fiori di zucchina fritti e la burratina, minimo. Oppure almeno 3 bombette, una fettina di capocollo, una girella di salsiccia e i peperoni alla scacchiata, ma anche un assaggino di cozze al gratin aromatizzate alla diossina.

Senza contare l’impegno e lo zelo con cui il pasto è stato pianificato, condiviso, definito nei minimi dettagli, fin da settimane prima. Non esiste che si possa disonorarlo. Ma per niente. In questi casi bisogna mangiare, quasi tutto (o comunque il più possibile). Finire la porzione leccandosi i baffi, facendo la scarpetta col pane e dichiarando che se ne mangerebbe ancora, e ancora, e ancora. Di qualsiasi cosa. Perché qualsiasi cosa è stata preparata con profondo amore, sconfinata maestria, eccellenti materie prime; e il caseificio che c’è a tavola è stato comprato con infinita cura, in maniera sartoriale, sulla specifiche preferenze di ciascuno. Non esiste che si possa disonorare tutto questo. E’ proprio una questione di affetto e di rispetto.

E poi la verità è che per noi gente del sud, l’appetito è un valore fondamentale, socialmente richiesto. Una persona che non ha fame, suscita per lo più sospetto e diffidenza. E’ diversa. Noi abbiamo sempre voglia di mangiare. Non esiste che se vai a casa di qualcuno, a qualunque ora del giorno e della notte, quello non provi a ingozzarti con qualsiasi prelibatezza possibile, dal dolce fatto in casa della mamma, all’amaro alla liquirizia e cioccolato, sempre fatto in casa, sempre dalla mamma. Dai tarallini, alle olive verdi. Niente. Al sud si mangia. Punto. E c’è sempre una cosa lussuriosa da mangiare, in ogni momento. Anche il panzarotto fritto alle 22. Anche il cornetto caldo (che a Milano si chiama “brioche” e se dici “cornetto” nessuno capisce) al Merendaio alle 5 del mattino, farcito con crema di zabaione, mascarpone e Galak, e sopra la nutella.

bulimia1

Ma forse, quello che succede, è che c’è sempre quella specie di bulimia emotiva di fondo, che ogni volta che torni mangi i sapori, le sensazioni, la convivialità. Mangi quel cibo in quel locale, o in quella cucina, o in quella veranda, su quella tovaglia a quadri con sopra disegnati quei prodotti ortofrutticoli senza senso, tipo peperoni gialli e rossi, oppure mele e banane, bevendo un bicchiere del vino della campagna. Mangi con i tuoi affetti più atavici e viscerali, quelli veri, quelli di sempre. Quelli che hai lasciato.

Mangi l’accento, il dialetto, le battute, i modi di dire.

Mangi gli odori, i colori, i rumori.

Mangi tutto ciò che ti ha nutrita e ti ha fatta crescere.

Mangi il tempo che passa, gli anni che volano, le fronti stempiate.

Mangi tu.

Mangia il tuo corpo.

Mangia la tua anima. Mangia con voracità.

Mangia perché quei sapori li ama e vuole goderne al massimo.

Ogni volta che può. Fin quando potrà.

Complicazioni gastrointestinali incluse.

75 pensieri su “Terronismo Alimentare

  1. Che dire.
    Ti ho letta immaginando, parallelamente, quel che io mangio “salendo” a casa, in quel di Parigi.
    E, alle mozzarelle, si contrappone una soupe de legumes, magari il cous cous importato (dal profondo sud). Ai peperoni fritti, patate al vapore et tartiflette.
    Al riso patate e cozze… bhe, che cazzo vuoi mettere in opposizione al riso patate e cozze?
    Nulla, dai, su.
    Si, bhe, certo, la Senna a primavera, la “tour” illuminata.
    Per la carità.
    Ma in generale non vi è battaglia.
    Senti l’odore del cibo, quando parti per la Puglia, già quando l’aereo ha superato Firenze.
    Perché è nelle facce della gente, nei discorsi di chi vola.
    “e mo, mo che arriviamo, che mangiamo?”
    E tu rimani basito perché la colazione è appena stata servita con un caffè alla francese (appunto), ma si parla di cibo, quello vero.
    “Embhe, le rape. Magari due alici. Tre allievi”
    “E le fave…”
    “Con le cicorie?”
    “Naaa. Embhe’. E come?”
    “E si, chiedevo.”
    E l’aereo supera Roma. Napoli.
    Le hostess biondiccie barcollano con paninetti all’insalata tra le mani.
    “Un croque monsieur, pour vous? ”
    “Eh? Che? E questa mo che vuole?”
    “Non so. Ti ha chiesto se vuoi un cocche…
    “Eh?”
    “Un crocche mossié. Sarà un panino… ste cose francesi.”
    “Un panino? E quello è un panino? Signorina, ma lei ha mai visto il pane di altamura con i pomodorini, un po’ d’olio e sale?”
    E mostra, sul cellulare in modalità offline, una foto di un banchetto in cui è evidente la schiacciata pugliese con il rosso di Puglia.
    L’hostess pare intontita. Si siede. Mette il toast di lato. Ingoia la saliva ipnotizzata.
    “Vavavava che faccia. E se vedi le orecchiette con le rape? ”
    E mostra un’altra immagine di una serata in cascina con le rape in ogni luogo. La gente satolla.
    L’hostess non ha parole. Lei, povera vichinga che ha vissuto nel mondo di matrix del nord.
    ” e l’olio? Vuoi mettere l’olio di Bitonto, signorina?”
    “Diglielo. Diglielo dell’olio”
    “E si. Gliel’ho detto”
    “Diglielo, sopra alle fave”
    “Maccheccazzo capisce questa. Na quanto è magra”.
    E il velivolo atterra, con la massa che scivola in aeroporto.
    Uomini frettolosi di arrivare.
    Poi, scesi tutti, il brusio dell’equipaggio che, ipnotizzato, segue in una fila composta, la coppia barese.
    “E mo? facciamo la frittura? Che questi poverini vuoi farli mangiare?”
    “E il polipo?”
    “Mo’. E quando vedranno le burratine?”
    “Ne. E i taralli di Alberobello?”
    “Che i panzerotti?”
    “E le braciole?
    “Mamm’ le braciol’…”
    “Mado’ guardaguardaguarda quanto so magri.”
    “Che a parigi tutti così sono. La nouvelle cuisine. Chiss non so normali!”
    “Mappepiacer va. Mappepiacer.'”

    Eh si. La Puglia.
    Sfama e affama. La gente, il cibo, gli odori.
    Riunisce. Aggrega.
    Fa innamorare. Così come ogni tuo post, che sa di spaghetti con le cozze.
    Ed io, domani, con la soupe di ste palle.
    Per carità, avec bouillon de boeuf.
    Per la carità.
    Sure thing – St. Germain

  2. Capisco, più invecchio e più patisco la fame, ho trascorso una giovinezza da anoressico e mò sono un morto de fame che magnerebbe pure le gambe del tavolo.
    Ma sei arrivata a Milano da ragazza cicciottella, ricordo la foto sulla vecchia testata, e adesso sei una strafiga. Ne sarà valsa la pena sfuggire dalle grinfie di tua madre & co………. 🙂

    1. Miiiii il contrario di me. E non intendo il discorso sulla strafiga …..
      …..a 30 anni mangiavo come Obelix ed ero magro come Asterix ….ora mi tocca fare i salti mortali per essere una via di mezzo tra i due

    2. ahahah no vabbè ma che c’entra!
      sono dimagrita solo perché un medico mi ha messa a dieta per questioni di salute. anzi, a milano ho preso tra i 10 e i 15kg i primi anni. era meglio restare nelle grinfie, a quel punto 🙂

  3. Io ti sto adorando. Figlia nordica di terroni, mi hai ricordato le discese estive in quel di Canòs d Pugl’ a trovare nonni & co.
    Girerò questo post al mio fidanzato (ops, marito) simil bergamasco che non capisce come mai in ogni casa in cui entri al sud ti offrono qualcosa e se non mangi nulla si offendono!
    Leggendo le tue righe ho riassaporato tutti quei sapori che si trovano solo lì, quei nodini, quella burratina, quella FOCACCIA! Oddio… muoro.

    1. Il termine terrone è dispregiativo. Meglio evitarlo no? La generosità meridionale è disprezzata nel Nord Italia e poi i bergamaschi con le loro bestemmie ad alta voce nn mi sembrano così educati.

      1. Io sono terrona e bergamasca. Ieri (Pasquetta) ho fritto 52 panzerotti per i miei amici nordici e garantisco che nessuno ha disprezzato. Se magari i terroni si liberassero di quell’atavico complesso di inferiorità che si traduce nella continua lagna nei confronti dei polentoni ne guadagneremmo tutti.

    2. Cara Marina, ti capisco. Rinneghi le tue origini e cucini come una schiava per farti accettare dal nordico borioso!Siamo senza orgoglio e il nordico ci deride!Quanti nordici che ironizzano su loro stessi conosci? Auguri ciao nè

      1. Ma tu hai dei problemi… Io non rinnego una mazza, cucino felicemente in compagnia e non devo farmi accettare proprio da nessuno. Se tu vieni deriso domandati il perché. Bacioni

      2. Tu sei una collaborazionista. I lombardi ci odiano a priori. Noi accettiamo l’umorismo nordico senza mostrare un po’ di orgoglio. Cara Marina sei una patetica rinnegata . Prova tu a deridere le bestie bergamasche e vedrai..

  4. Quoto ogni parola!
    Ti dico solo che a dicembre, non era ancora Natale, sono “scesa” in Sicilia dove vive mia madre per 24h e lei è stata in grado di organizzare una cena simil vigilia a base di pasta alla norma, caponata, parmigiana, involtini misti di pistacchi, formaggi e noci, plumcake salato, tortino al cuore morbido di cioccolato e, dulcis in fundo…la panna cotta “che ti piace tanto”!!!
    Alle 22:30 ero fuori con i miei amici bevendo Negroni per digerire…

  5. La Puglia è inimitabile… evoglia a dire che devi far dieta…ma come fai se mamma ti imbandisce il tavolo con i ricci (da mangiare rigorosamente col pane) formaggi, torta di patate, una bella parmigiana e se resta spazio sul tavolo anche un bel piatto di pasta…..??? ma come faiiiiii!!!!
    La Puglia non la cambierei mai con niente….NIENTE! E noi che ne godiamo ogni gg non ce ne rendiamo conto di quanto fortunati siamo!

  6. Invidio un po’ questo tuo attaccamento alle tue origini, alla tua terra. E’ come un’ancora, un porto sicuro, un insieme di valori inossidabili. Io dopo qualche anno lontano dall’italia provo invece disagio quando ci torno, e il legame e’ sempre piu’ debole.

    1. perché io guardo al passato più che al futuro per indole. e quindi ho questo legame forte con i ricordi e con pochi saldissimi affetti. il resto, spesso, mette a disagio anche me. o comunque lo sento che ci sono cose che mi sono estranee in quel posto. troppe a volte.

  7. Io sono nata al Nord…eppure ti capisco bene…non resisto al fascino gastronomico di certi cibi, in più mi piace anche prepararmeli da me. Addio alla magrezza, il mio massimo è restar magra per 6 mesi circa, poi arrivano le vacanze e riprendo tutto…

    1. faccio sempre fatica, mentre sto soffrendo l’abbuffata, con la panza che mi esplode, a pensare che bere la coca cola possa migliorare la situazione. lo so, molti lo fanno. ma io non riesco. io voglio il digestivo.

  8. Alla faccia del mangiare! Altro che stasera non ceno! Credo che la discesa a casa non sia frequente, perché ad ogni risalita, devi cambiare taglia.
    Ironico, scanzonato è un vero inno alla gioia del ritorno a casa.

  9. quante Cose mi hai fatto tornare alla mente Geena! Sono convinto che l’interprete di Man vs Food perderebbe la sfida quotidiana a tavola in Puglia , ma anche in buona parte dell’Italica penisola. Nemmeno la suina per eccellenza, Peppa la Porca alias Peppa Pig potrebbe farcela ad affrontare un banchetto da festa comandata, verrebbe stroncata fra terza e la quarta portata.
    Ma come giustamente hai detto tempo fa, mangiare al sud non come fare carburante al self e ripartire. E’ uno stato d’animo, è passione carnale, è fare veramente all’amore col cibo, ma non solo… è qualcosa di profondamente rituale, è….. casa, …è famiglia…. è un viaggio alla Kurz in Cuore di Tenebra. dove puoi perderti alla follia, ma anche ritrovare te stesso.
    Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che tornare alle origini è un salto dimensionale, non un semplice viaggio dove “semel in anno licet insanire”. Cioè vado giù, faccio la mangiata, saluto i parenti e poi torno su alla vita standard.
    Dobbiamo anche pensare al percorso contrario, quello che ci ha fatto decidere di lasciare il Cuore di Tenebra selvaggio e profondo dove stavamo fino poco tempo prima e ci fatto arrivare nella “asettica civiltà politically correct” fatta di insalatine probiotiche, di palestre Virgin, egofroci e/o zoccole incallite, di vita frenetica ma che ci ha dato da lavorare per tutto l’anno e ci da la possibilità di ritornare indietro al cuore delle nostre origini. Mozzarelle di Gioia del Colle, burrate e panzerotti compresi.
    P.s. Bevi una Raffo gelata alla mia salute Geena, (Rutto fantoziano incluso) 😀 😀 😀

  10. Vagy adottami, adottatemi, qualcuno mi vuole adottare?
    Anche se sono reduce dalla mononucleosi e non ho molto appetito. Anche se l’età mi sta portando inevitabilmente nel tunnel della vellutata di verdure Verduri’.
    C’ho nostalgia e fame di cibi che come dici tu sono casa, cibo per l’anima, memoria. Per me erano le lasagne di mia nonna, i tortellini fatti in casa, le patate ripiene e le crescentine di zia Adriana, la zuppa inglese con le fragole e via andare, solo che oltre a riuscire a tornare a Bologna pochissime volte, non ci sono più le persone che me le preparavano.
    C’est la vie, come no, ma in certi momenti fa male.
    Buon ritorno teso’.

    1. Ahimè le sfogline bolognesi sono una specie protetta dal WWF per quante sono rimaste in poche, e come immagini i tortellini fatti a mano li devi ordinare un anno per l’altro con delle quotazioni da borsa di New York. Io riesco a mala pena ad averli da Modena 😦

    2. è esattamente quello che intendo. mangi tutto quello. nutri l’anima. sarà che io ho questa fortissima consapevolezza che nulla è eterno. o mi pare d’averla. sarà per questo che io amo. che mi vengono i brividi perché immagino ciò di cui mi parli.
      ma come dici tu, c’est la vie. in compenso preparerai cosa deliziose che saranno casa, armonia e memoria per i tuoi figli. e non è poco, lo sai. Anzi, è un botto. E non è scontato affatto.
      E comunque io esco pazza per le vellutate.

  11. Che post meraviglioso!! Da terrona, capisco perfettamente… però, essendo recentemente diventata vegana, non mangio più nessuna delle meravigliose leccornie… tipo, non so, le cotolette di melanzane fritte con la besciamella e il prosciutto cotto oppure la parmigiana di melanzane annegata nella ricotta salata o la fascella di ricotta fresca mangiata a cucchiaiate…

  12. Ragazzi che fame che m’hai fatto venire…sono nata e cresciuta a Genova ma mia madre è calabrese e conosco bene il terronismo alimentare 🙂 ti ho appena scoperta ed è stata una più che piacevole scoperta! Complimenti, sei molto brava!

  13. Hai fatto molte volte questo discorso e più o meno ho scritto sempre le stesse cose.
    L’atmosfera familiare, il cibo, le mamme/zie/nonne che cucinano, tutto questo rende impagabile lo STARE tra parenti terrons.
    Personalmente ne ho sparsi un pò ovunque tra Lazio e Puglia (da vero bauscia milanese) e il non vederli mai è un grosso rammarico.

  14. Ok. Donna meridionale e bestemmiatrice, alcolizzata (bergamasca)Se per te il termine terrone nn è razzista io posso definire in maniera dispregiativa l’identità bergamasca no? Ciao

Parla con Vagina, Vagina risponde

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