Approcci Analogici

Esiste un luogo comune piuttosto diffuso (assai disdicevole per le single) secondo il quale bisogna “viaggiare comodi”. Non avrei nulla in contrario se per viaggiare comode non finissimo ad andare in stazione con i leggins contenitivi e le ballerine, completamente struccate, con i capelli sozzi e legati, le unghie mangiucchiate e sfaldate, senza smalto, ma con un monociglio da far spavento all’unica pelliccia che Marina Ripa di Meana non si vergogna di indossare.

E’ esistito un periodo della mia vita in cui sono stata anche io di questo avviso, e in cui andavo in aeroporto quasi in vestaglia di flanella e pantofole di spugna. Fino al giorno in cui su un volo MilanoTaranto (o meglio, Bari, perché noi l’aeroporto a Taranto ce l’abbiamo ma le nostre autorità preferiscono non farcelo usare) incontrai uno dei miei ex, compagno di classe per giunta, di Taranto, che tornava a casa pure lui, rampantissimo marketing manager sarcazzo, prodigiosamente soddisfatto per la sua giovane età, sempre stato un inguaribile ottimista-liberista, pure a 15 anni del resto, che, guarda il caso, aveva il posto proprio accanto al mio. Che, guarda il caso, ero un cesso con la catena, quel giorno. E ci sono poche cose che mi disturbano come incontrare un ex ed essere un cesso con la catena. Forse è un po’ la sindrome da splendida-splendente combinata con il tipico coefficiente “renditi-conto-di-cosa-hai-perso-stronzo“, che è un coefficiente di serie, agisce sempre, anche quando in realtà la stronza sono stata io.

Comunque sia, quella carrambata mi ha insegnato una preziosa lezione da single: quando si viaggia bisogna essere guardabili, perché non sai mai chi puoi incontrare. Che non significa partire con il tacco 12 e due colli da 20 kg da trascinare. No, non rischiate la vita per nessuno, nemmeno per Brad Pitt in Vento di Passioni. Però raggiungete la soglia minima di gradevolezza, questo sì amiche, il giusto equilibrio, niente tacco ma un filo di trucco per intenderci, è fondamentale, fidatevi.

E questo per me è stato un mantra. Perché ti acchitti per andare in aeroporto? Perché non sai mai chi ci incontri. Poi mettici che da pischella ho visto Prima dell’alba e quindi è una vita che mi aspetto di trovare Ethan Hawke su un Frecciabianca, e il gioco è fatto.

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Ho creduto in questa idea, instancabilmente, anche quando i vicini di viaggio sono stati ingombranti, maleodoranti, logorroici. Ci ho creduto quando russavano. Ci ho creduto quando i loro figli tiravano calci contro lo schienale del mio sedile. Ci ho creduto quando squillavano le suonerie inaudite dei loro inauditi cellulari nokia del 2001, svegliavandomi dopo appena 10 minuti di agognato abbiocco. Ci ho creduto quando hanno trangugiato 15 panini incartati con la carta stagnola, mentre io avevo fame e nulla da mangiare. Ed era troppo tardi o io ero troppo stanca per accettare un tramezzino di cartone della carrozza ristorante di Trenitalia. Ci ho creduto persino quando hanno applaudito dopo l’atterraggio. Insomma, anche quando avrei potuto perdere la fede, ho continuato a credere nella validità del mio principio. E i fatti mi hanno, infine, dato ragione.

Succede che torno da un weekend fuori, di sera. Atterro, prendo la navetta e mi siedo sul posto esterno, quello che da sul corridoio. Un tipo arriva e mi chiede se è occupato quello accanto, il posto vicino al finestrino, sul quale io avevo naturalmente scaraventato la giacca e la mia borsa-container da 118 kg. Sì, gli dico, e raccolgo i miei pezzi. Quello fa, scambiando la mia borsa per un borsone (giustamente): “Vuoi che te lo metta su?” indicando i portabagagli in alto. Rifiuto. Ringrazio. E il mio cervello elabora l’evento straordinario che si è appena verificato: un uomo attraente e gentile, con barba e camicia, mi si è seduto accanto.

Di lì a poco l’uomo attraente e gentile, con barba e camicia, attacca bottone, chiedendomi qualcosa di insulso sull’itinerario della navetta, a cui non so naturalmente rispondere. E io assisto a quello che sembra essere un vero e proprio, ormai mitologico, approccio analogico.

Dopo un po’  viene fuori che lavoriamo in campi affini, lui a un livello estremamente più fico del mio come quasi tutti gli uomini del settore con cui mi capita di interloquire. Parliamo di lavoro. Parliamo di opportunità. Parliamo di scelte generazionali. Parliamo di Dubai. E tutto in modo gradevole, tra il serio e il faceto, come si conviene a una conversazione sull’Orio Shuttle a mezzanotte. Parliamo di ricerche di mercato, e app, e stratup. E io sono stanca ma lui mi sta parlando di una nuova ricerca che hanno fatto, non so chi,  una cosa tipo Google, che in Italia non è ancora arrivata ma che lui ha già visto i risultati, perché sai, lavora a Londra.  Finché non viene fuori che era di ritorno da un weekend giù, che quando sei terrone e qualcuno ti dice che sta tornando da giù, ti si accende proprio una nuova luce dentro, è come se finalmente ti rilassassi e il tuo corpo iniziasse a pensare: tu-terrone-io-terrona-noi-amici. Infatti gli chiedo prontamente: “Giù dove?”. “Puglia”. Uau. Evviva. Epifania.

Morale della favola: pugliese di Ostuni,  di ritorno da una visita alla sua famiglia, di passaggio a Milano, attraente e gentile, con la barba e la camicia, età indefinita tra i 30 e i 40 ma più verso i 40, non tanto alto, moro al limite col Maghreb, mi imbrocca (o si lascia imbroccare). Per un momento vedo tutto il nostro felice e ruggente futuro passarci davanti: io che mi trasferisco a Londra e inizio a scrivere Memories of a Pussy, lui che lavora, io che esploro la città e fiuto le tendenze, e poi le feste un po’ dai suoi, un po’ dai miei, un po’ in vacanza, sì insomma, tutto fila, io ho anche già gli amici a Londra, ottimo.

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La navetta arriva in Stazione Centrale, è tardi e lui mi dice che avremmo potuto continuare a parlare per altre 3 ore, mi chiede se l’indomani sarò a un evento importante del nostro settore di lavoro e gli dico di no (ovviamente). Cerca frettolosamente il bigliettino da visita, non lo trova e decide di lasciami il suo numero,  così, a voce, ex abrupto, alla vecchia maniera, stile primi anni duemila. E io, dopo secoli di militanza tra egofroci milanesi e milanesizzati, che già whatsapp è una comunicazione troppo intima, ecco io resto piacevolmente sbigottita. Gli chiedo quale sia il suo nome, per memorizzarlo, perché ancora non lo so (mentre lui, il mio, almeno me l’ha chiesto).

E ci salutiamo così, poi, senza conoscere i rispettivi cognomi, senza scambiarci il contatto su Facebook, senza frugare online per scoprire chi è quell’uomo attraente e gentile, o quella vagina simpatica coi capelli da pazzah, che ha viaggiato accanto a noi per un’ora.  Alla fine lo memorizzo in rubrica con il suo nome e al posto del cognome scrivo “Ostuni“. Lui mi salva con il mio nome e al posto del cognome scrive “Taranto“. E tutto questo mi fa quasi sentire come Kelly Taylor e Dylan McKay.

Torno a casa pensando che sicuramente è sposato con una che vive a Londra e fidanzato con 2 che vivono a Milano, e che molto probabilmente non ci sentiremo e non ci vedremo mai più. Ma che comunque, di sicuro, ho fatto bene a darmi quella passata di trucco prima di partire.

E anche che, a volte, addirittura, gli approcci analogici possono capitare ancora.

Sono in via d’estinzione, tipo il Toporagno d’acqua di Sumatra, ma esistono.

86 pensieri su “Approcci Analogici

  1. Mi sta già simpa il barba e magari come dici tu avrà almeno due famiglie sparse in EU, ma magari no.
    Questa speranza sa di buono questa mattina, tipo un bel cappuccio con brioche, molto molto analogici.

  2. Vedere gli ex ridotta ammerda irrita anche me, infatti a ogni fine storia compaio truccata – io che è già tanto se ricordo le mutande – in situazioni insospettabili.
    L’approccio analogico è bellissimo comunque, a me ormai spiazza terribilmente (insieme a chi non tira a palparmi alla prima uscita).

  3. Il mio mantra è: “esci sempre di casa come se stessi andando incontro all’uomo che ti ha fatto più male nella vita”, ergo (tranne casi rari) la decenza va mantenuta!
    Io mi auguro che il barba non abbia moglie/figli sparsi, oppure.. che se anche li avesse.. possa regalarti qualche momento di sano piacere 😉
    Quanno ce vo, ce vo!

      1. ha due anni meno di me …..e comunque non copiare la battuta zio, se non ci metti un po’ di originalità non vengo a bere la berretta domani sera 😉

  4. Bei tempi quando mi bruciavo il fegato di aperitivi (quelli veri, in piedi al banco lungo 6 metri e con gli stuzzichini, non quello odierni con pasta alle vongole) e si poteva “abbordare” in modalità analogica.
    Devo anche avere scritto un post, sui due che a cena pare che comunichino solo via whatsapp

  5. Io assomiglio, come stile, a mio nonno paterno, Armando. Era un uomo di un’eleganza innata anche se era operaio all’arsenale di Bologna. Della serie “Ciabatte? Solo all’ospedale.” Arrivato a casa si lavava e si cambiava e minimo minimo il suo outfit casalingo era pantalone classico, camicia, gilet e cravatta. Se usciva per andare al Bar Centauro a giocare a carte aggiungeva la giacca, più il trench stile Humphrey Bogart o il cappottone spigato. E’ che io non sono capace di vedermi in versione “ammerda”, mi urto da sola insomma. Il minimo sindacale in casa è una tuta da ginnastica e rigorosamente con le scarpe. Insomma per essere versione Zobeide devo essere ammalata. Viaggio ogni giorno in treno e devo farmi chilometri e ponti a Venezia quindi logicamente niente tacchi, ma scarpe comode e nello zainetto c’ho pure le galoscie pieghevoli tipo sacco della spazzatura, e outfit d’ordinanza, sportivo ma chic, perché è vero che non si può sempre essere al top e non bisogna essere schiave della propria immagine, ma forse a causa dell’età che incombe, ci tengo ad apparire sempre, diciamo, al 70% della mia modestissima figaggine. Sarà che gli uomini della mia vita li ho incrociati in questa mia condizione standard… Sinceramente non so, se avessi 20 anni di meno, come me ne andrei in giro. Se guardo le mie foto di 20 anni fa vedo una giovane mamma poco truccata e discretamente carina e serena, non mi serviva altro.
    Tu, tesoro, sei bella e intensa comunque. Hai due oggi e una bocca che parla per te anche solo a guardarla. Il pugliese per me è SI, detto alla Mara Maionchi.

  6. Su un volo mi é capitata la stessa cosa con uno, ben piú anziano, che é risultato essere il General Manager di un’azienda = potenziale datore di lavoro. Le due chiacchiere si sono trasformate in un colloquio informale. Ci siamo scambiati biglietto da visita e contatto LinkedIN, nel caso si aprisse una posizione…

  7. Qualche relitto fossile del passato affiora ancora. Ne puoi stare certa. L’importante è cogliere l’occasione, anche se poi pensi che abbia un harem di donne in ogni città Sia tipo quello dei marinai.
    Mi ha fatto sorridere l’attacco iniziale. Quello del viaggiare comodi. Il mondo è piccolo e quando meno te lo aspetti, incontri qualcuno che vive altrove e non incontri da anni. Ricordo che ho incontrato un vecchio amico che erano decine d’anni che non lo vedevo a Roma. Io scendevo dal treno e lui lo stava prendendo. Lui viveva a Milano e io a Modena.

  8. Invece puoi viaggiare comodamente, secondo me. Anche senza grosse pretese. E l’approccio analogico, ti dico, non è scomparso del tutto. Comunque, non pensarci, vieni a mare e rilassati. Sento l’eco, nelle conchiglie e la pasta sarà pronta nel tempo di cottura 🙂

      1. Occhei, Perfetto. Il vino a settembre è bello fresco. Poi tra spiaggia ( non ho detto “mare” sennò soffri 😛 ), vendemmia e damingiane oltre alle botti da usare per arrivare sul fondo in allegria, ci sono un sacco de cose da fa’

  9. Arrivato a “Memories of a pussy” sono cappottato dalle risate. 😀
    però stavo anche pensando alla figura di m… del volo precedente che è stato il tuo giro di boa a livello di presa di coscienza. Ma poi Geena, ecchecavolo! Lo sai che a Taranto si conoscono tutti, e prima o poi le cose si sanno dai Tamburi a Viale Magna Grecia. 😛 🙂 .
    P.S. Ah! L’aeroporto di Taranto-Grottaglie… sigh!

      1. A volte non arrivo nemmeno al ciao iniziale, se è per questo! -.-‘ Riesco ma ho una sorta di data di scadenza: se organizziamo di uscire in tre giorni bene, sennò ciao, ricomincio a scorrere!

  10. Io ho anche il terrore di addormentarmi, su treni e aerei, a bocca aperta e sbavare. Secoli fa, in piena singletudine, c’era un tipino che mi piaceva parecchio, oltretutto collega di lavoro. Bene, mentre approffittavo di un viaggio in frecciarossa per dormire a un certo punto sento che qualcuno mi scrolla: era lui che mi svegliava per salutarmi. Ora, io mi immagino la scena, me sbavante e russante…insomma da quel giorno lì non ho più dormito. Giusto sugli intercontinentali.

  11. Ma poi Vagi, hai presente nella fase d’intorpidimento prima di addormentarsi durante la rielaborazione files? Giunto alla tua cartella qualcosa non andava. Ci parli di indipendenza femminile, denigri la Pheega vera milanese e tutto il marcio di una Milano d’apparenza, egocentrismo, presunzione, egoismo. E poi sbavi per il primo super top manager che incroci in aereo che t’intorta, come una qualsiasi pheega milanese, con il suo lavoro super figo e la sua vita super figa. Mi dispiace tanto, rassegnati, mi sa che ti stai milanesizzando anche tu, cedendo al potere maschile del successo….. 😦

      1. E’ stato solo un fugace pensiero prima di addormentarmi. Lo sai che sei la mia nipotina preferita e ti voglio un sacco di bene. Conosco ormai le abitudini dei manager che si credono di successo, sia quelli settentrionali che quelli meridionali, tutti con il loro egocentrismo e dove tutto gli sia dovuto. Ma non credo di vivere in un mondo completamente marcio, probabilmente lui aveva quel non so che…. se ti ha colpita così tanto. Vorrei solo proteggerti ma sei abbastanza forte per farlo da sola oramai. Non ci dici come sta andando?

      2. Quando vuoi, sei tu che ci tiri i bidoni. Io e il lupo ti aspettavamo alla fiera della birra artigianale. Anzi, dobbiamo portarlo fuori. Mandagli un vuozzapp e ci troviamo al nostro solito posto venerdì sera, il Lupo sa dove.

  12. Mi ha proprio appassionato la tua avventura analogica. Me la sono letta tutta d’un fiato. 🙂 Beh, spero che se ci sarà un aggiornamento, aggiornerai anche noi. Adesso mi sono veramente incuriosito. Invece io con la mia attuale fidanzata, ho avuto un approccio completamente digitale. La parte analogica è arrivata dopo 😀

  13. Avevo proprio bisogno di un’iniezione di fiducia nell’umanità oggi. Grazie!
    Facci sapere (se va) come va. In bocca al lupo! 🙂

  14. tutto sto casino di articolo e poi non gli dici che hai un blog simpatico? magari il tuo numero lo perde per strada, ma il nome del blog rimane in mente…
    In ogni caso se io fossi quell’uomo non mi sarebbe piaciuto leggere su Internet del nostro incontro. La privacy e’ molto importante. Ma siccome non sono quell’uomo forse hai bene a scriverne.

  15. Allora esiste. L’approccio analogico. Ancora?? Qua non sanno farlo, mi hanno costretta a Tinder; in cui sono una frana. Io mi innamoro sulle metro e sui bus. Mi sono innamorata sulla metro di Londra ogni volta che l’ho visitata; mi ricordo ancora i tratti del viso di quello sulla metro a Vienna quando avevo 17 anni. Sono una che viaggia e che si infatua ogni volta per cui cerco di essere sempre presentabile, nonostante le notti insonni, le valigie che neanche emigrassi ogni volta (ops quello è vero) e la testa che cade dalla mano quando dormo appoggiata al finestrino.
    Poi il mio motto in tutto è “Estote parati” a tutto e tutti. 😉
    Lui comunque ha vinto, se non altro per il differenziarsi dalla massa, qualsiasi cosa venga dopo.

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