Il peggior bar di Milano

Io non vivo in una bella zona di Milano.

Non vivo nemmeno nella zona peggiore. Vivo in una zona a metà, assai lontana dalla Milano bene, assai lontana dalla Milano d’epoca, dalla mitologica Milano da bere, dalla movida dei Navigli e pure dalla nuova rampante Milano dalle suggestioni internazionali di Porta Nuova.

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Io vivo in una Milano che sembra una specie di paese, ma non uno di quei paesi popolari che nella loro vocazione popolare conservano una bellezza autentica. No. Il mio quartiere è abitato da milanesi meticci di mezza età, individui loschi, puttane brutte, umanità di risulta, residui di una società escludente. E io sono lì, tra loro. Ci sono anche persone normali, c’è una parrocchia, un campetto da calcio e alcuni bei palazzi con sontuosi giardini. Milano è così. Un passo prima sei in una zona residenziale. Un passo dopo sei in Bangladesh.

Sui marciapiedi si trovano spesso merde di cane, schiacciate o essiccate, e due vie più in là fanno il mercato, due volte la settimana, che è più che altro un suq, nel quale compri ortaggi da magrebini che proprio faticano a comprendere che tu di kiwi nei vuoi 3, 3 di numero intendo, non 5, non 6. Perché vivi sola e chi cazzo se li magna tutti quei kiwi poi. Però ti dicono che sei bellissima. E che sei bionda. E solo a casa ti accorgerai che di kiwi te ne hanno comunque dati 4.

Il bar dietro casa, quello dove vado a fare colazione al weekend, è un posto favoloso, frequentato da soggetti ambigui, multietnici, pazzi, soli, dimenticati, ai margini del mondo.

Ieri, domenica, c’era una vecchia, proprio vecchia, sola, con le pantofole, i calzettoni, le gambe nude (e siamo a febbraio), la gonna, i capelli radi e bianchi raccolti in una coda bassa. Parlava da sola, seduta fuori, al sole. Ignorava gli altri e gli altri ignoravano lei. Quando l’ho vista ho pensato “Ecco come sarò, a 70 anni, se resto qui”. Due settimane fa, invece, c’era una cicciona impellicciata, all’apparenza abbastanza lercia, sciatta, trasandata, che tossiva come una vecchia bagascia portuale, e continuava a fumare delle sigarette molto sottili, da bagascia per l’appunto. Quando l’ho vista ho pensato “Ecco come sarò, a 60 anni, se resto qui”. Settimana scorsa, invece, al tavolo accanto al mio, un clochard. E poi c’è quel vecchio solo che mi fissa sempre, ininterrottamente, mentre mangio la mia brioche alla crema, bevo il mio cappuccino e fumo la mia Camel Light anche se sto per smettere di fumare. Oppure delle giovani slave. Oppure degli uomini arabi, a volte con dei bambini maschi al seguito. E poi ci sono altri, che si appalesano di rado ma quando lo fanno è impossibile non notarli, perché sono una specie di incrocio antropologico tra zingari e napoletani, urlano come indemoniati in un idioma di difficile comprensione, mi fanno quasi paura, quando li vedo. E la più giovane della gang ha anche un passeggino, e io compatisco sempre quel bambino, che crescerà così, in questo mondo, in questa società di cui non farà mai parte, se non come malavitoso o parassita, e la colpa non è certo sua, perché nessuno di noi sceglie in che famiglia venire al mondo, no?

Uno dei baristi di quel bar mi corteggia. Mi disegna sempre cuori dentro il cappuccino. A volte gli riesce meglio, a volte peggio. A volte sembrano vulve. Il messaggio comunque è chiaro. Io non lo degno di attenzione, naturalmente, perché anche se sono single da 5 anni, anche se finirò come quella vecchia pazza che parla da sola, o come quella cicciona impellicciata che tossisce, non mi sembra comunque il caso di dar corda al barista del peggior bar di Milano.

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Il mio amico imprenditore che ama definirsi tale, continua a dirmi che devo andare via di qui. Che devo spostarmi, frequentare ambienti migliori, trovare un marito col Mercedes e farmi mantenere mentre mi diletto nelle mie attività da scribacchina. Sicuramente ha ragione, se non fosse che ho questo retropensiero degenerato che posso farcela da me, anche così, anche da sola.

Inoltre c’è qualcosa, a parte la pigrizia o la precarietà economica, che mi induce a restare. C’è una specie di bisogno pasoliniano di ricordare quanto è varia l’umanità. Quanti umili, quanti miserabili, quanti poveri, quanti dimenticati, invisibili, abbandonati, derelitti esseri umani ci sono a questo sporco mondo. C’è l’intenzione di non rinchiudersi nella cortina dorata di un quartiere per bene, e lasciar fuori tutto il resto, tutto il mondo che non ci piace, che puzza, che urla, che galleggia tra gli stenti, che paga il caffè con le monetine di rame perché non ce la fa. C’è il fatto che per ora sono qui, un giorno me ne andrò, ma per ora resto. Saluto la signora della lavanderia, il tabaccaio che mi chiama per nome, il cassiere del supermarket che mi chiede da anni se ho la tessera e da anni gli dico che no, che la tessera non ce l’ho, che i bollini non mi interessano, che non cucino e non mi serve una nuova batteria di pentole. Resto e imparo a stare dove sono. Resto e continuo a parlare con tutti, se ne ho voglia. A tollerare. A osservare.

Colleziono figurine, guardo questo acquario umano nel quale nuotano pesci d’ogni specie e d’ogni forma, chiedendomi se sono diventata anche io una razza esotica, che qualcuno guarda e pensa “Ecco come finirò (o come ero) a 30 anni”.

Riempio un bagaglio che non dimenticherò, che mi servirà a ricordare da dove vengo e dove ho vissuto, quando prima o poi abiterò in un superattico con terrazzo.

Quando non noterò più le persone che per strada chiedono l’elemosina.

Quando sarò diventata una cosa altra. Non migliore. Non peggiore. Semplicemente altra.

128 thoughts on “Il peggior bar di Milano

  1. Hai descritto un angolo di mondo con la stessa delicatezza di De André in “la città vecchia”. Brava Vagina, non rendere retorico il “se non sono gigli son pur sempre figli
    vittime di questo mondo”. Ti saluto dal peggior bar di Roma

  2. Bello, molto poetico. Unica nota che trovo stridente, se posso permettermi, per una donna così incuriosita e toccata da questa umanità avariata e variegata, è il mettere un paletto a quel povero barista. Non mi sembra in linea con la tua voglia di scoperte… e poi dai, allieta un pomeriggio o una serata di ‘sto povero cristo che lavora nel peggior bar di milano! Potresti riceverne una bella sorpresa.

  3. vivi in un borgo come tanti presenti in altre città,dove certa umanità diviene pittoresca e personalizza strade e locali pubblici. Gente che vive ai margini,che spesso non riesce a rendersi conto della propria stravaganza ma che comunque rende tutto più umano e meno noioso e monotono ; chi ha avuto modo di frequentare o abitare in luoghi come quelli,anche se a un certo punto della vita si trasferisce, penso che poi senta il bisogno di ritornare ogni tanto tra quelle strade,dense di vita,un po’ rozza un po’ cafona,un po’ oltre le righe ma che conserva quell’ umana semplicità che non si trova nei quartieri bene ,dove tanti soldatini splendidamente agghindati si salutano a malapena e i rapporti sono strettamente legati ai problemi condominiali. Auguri per tutto ciò che desideri.Un sorriso.
    Daniela

  4. Amaro.
    Non vivo in città, ma frequento per lavoro Milano e spesso la raggiungo in orari improbabili.
    Entro in uno dei peggiori bar di Milano, che collauda il primo caffè del mattino su di me.
    Credo di essere la donna bianca non prostituta che entra in quel bar per prima. Ed ho riconosciuto le mille sfumature che hai descritto.
    Anche se il bar non è lo stesso

  5. beh… secondo me, certa umanità raggiunge facilmente ogni quartiere ed ogni paese, non te la puoi dimenticare se continui ad essere una che nota le cose. E’ quella la differenza: c’è chi nota le cose e chi no.

    1. non lo so. ci sono certe sfumature umane che, a mio avviso, emergono con una certa naturalezza specialmente nelle grandi città, ci sono forme di decadenza metropolitana, di marginalità che si crea solo quando la distanza dal centro (geografica o sociale) è davvero consistente.
      poi magari no, ma io ho questa impressione qui

    1. Io la faccio a casa perché mi sveglio tardi, nella fine settimana. Ma se riesco ad arrivare entro le 11 (poi inizia a diventare ora da aperitivo) un kipfel da Bastianello* non me lo toglie nessuno, è impareggiabile.

      *pieno centro a Milano, ci sarebbe anche Gattullo che per la pasticceria è favoloso ma non fa i kipfel

      1. Grande Bastianello… il kipfel non l’ho ancora provato… però confermo che il posto merita

  6. Ma che bello.
    Io penso che l’ho mollata e vivo appena fuori, però ‘ste cose di quartiere mi mancano un pò.
    Mio fratello è tornato esattamente dove siamo cresciuti e ogni tanto quando lo vado a trovare cerco i graffi sui muri, le impronte delle pallonate infangate che incredibilmente non si sono cancellate.
    Milano a volte fa cagare, vero, è sporca, costosa, cattiva, delusa e puzzolente.
    Però tuttora accoglie gente in gamba e che ha voglia di fare, trovare da tirarsi su le maniche sembra impossibile ma non lo è, probabilmente è anche l’ultimo posto in questo disgraziato paese dove ancora qualcosa è fattibile.
    Compreso fare due belle chiacchiere con te.

    1. le tue parole colgono sempre nel segno lupo.
      e ti ringrazio. e sai che è reciproco. tipo bere una birra schiumata comprata a un baracchino gestito da dio sa chi, di notte, a luglio, zanzare e 300 gradi. son cose che non tutti possono sperimentare, comprendendone la bellezza 🙂

      1. Caos, grigiore, sporcizia, incuria, gente brutta, trasandata, pallida, polizia municipale con i paraocchi che, invece di curarsi del traffico bloccato da un furgone della protezione civile col conducente dentro ad un bar, è venuta a scartavetrare il pisello a me che dormivo in macchina aspettando che il consolato aprisse.
        In compenso il bar aveva un bagno da denuncia per dimensioni, igiene ed accessibilità.
        Di figa nemmeno una traccia.
        Se non fosse stato per la segretaria del console, sarebbe stato come aver fatto una gita in un sanatorio.

    1. non mi sono sentita offesa dalla faccenda del mercedes. che peraltro mi viene ripetuta da quando ho 17 anni ma evidentemente su di me l’argomentazione non attecchisce. ho trovato milano orrenda non per un pomeriggio ma per i miei primi due anni. l’ho odiata e ne ho odiato più o meno qualunque aspetto. poi, a un certo punto, mi sono accorta che cambiare è lecito, nelle forme e nei colori, per fare una citazione colta. sono cambiata io ed è cambiata anche milano. sono sorti nuovi quartieri, nuove aree metropolitane, nuovi spazi, nuove linee di metropolitana. milano è una città che cresce, che sicuramente ha molti difetti, non è facile e non è apparentemente accogliente, come qualunque metropoli in definitiva. però ha molti, ma molti, ma molti plus. però capisco che, a prima vista, si possano non cogliere.

  7. Dalla periferia di una città tanto piccola a un quartiere di una città così grande. A Milano ci sono arrivata praticamente ieri e sto imparando a conoscerla oltre quei quattro luoghi da turista famosi ovunque. I nuovi colleghi mi hanno accolta bene, di lavoro ce n’è un bel po’ da fare e rimboccarmi le maniche non m’ha mai fatto paura. Sto ricostruendo piano piano qui il mio microcosmo, la vita di quartiere è una novità per me. I negozi vicino casa. La libreria. Il bar. Il parco per andare a correre. Le mostre di fotografia. Tutto a piedi, e mezzi pubblici (che funzionano) per andare un po’ più lontano. E poi le persone. Quelle che già conoscevo, quelle che ho incontrato, quelle come te. È stato un salto quasi nel buio, ma mi sta piacendo questa città. Davvero tanto.

    1. In effetti non è poi tanto estesa (tralasciando le periferie estreme, e comunque sarà circa un decimo di Roma) essendo cresciuta per lo più in altezza; con un po’ di buona volontà puoi attraversarla tutta a piedi. Consiglio di guardare verso l’alto, si possono scoprire tante cose che con la fretta e lo sguardo al marciapiede sfuggono ai più

      1. è vero. tutti a testa bassa, o sul cellulare o sui piedi (eppure riescono a pestare le cacche di cane ugualmente).
        gli unici che guardano per aria sono i turisti asiatici. la gente è troppo abituata a guardare solo a 1cm dal proprio naso e da lì farsi un’opinione basata al 90% sui luoghi comuni

    2. a milano ci sono un sacco di cose belle da scoprire e di persone interessanti da incontrare. a volte strane, a volte diverse, a volte alienate. ma molte di esse sono accomunate dalla voglia di non accontentarsi, di crescere, di migliorare. sono sicura che il tuo micromondo sarà bellissimo e saprai arredarlo al meglio, con ciò che ami 🙂

      1. Ecco, in barba a chi dice che a Milano non c’è niente (NB abbiamo un esemplare modello di M.I. tra noi 😉 )

  8. Hai descritto una delle cose che amo di Milano, che non è la città dove sono nata né quella in cui una volta volevo vivere, eppure mi ha legata a sé con la sua capacità di sorprendermi e di offrirmi punti di vista così diversi.
    Vorrei solo aggiungere che non credo che tutte le signore un po’ pazze e barbone che incroci ogni tanto siano poi tanto più infelici delle loro coetanee che hanno sposato “l’uomo col mercedes” e si nascondono dietro labbra gonfiate e fronti botuliniche.

      1. eh sì, ma mi pare volontariamente, lasciando trapelare (a meno che non abbia frainteso) che l’aspetto del barista sia proporzionato al luogo in cui lavora 😉

  9. Vabbè, ho capito: se non ci penso io a scrivere qualcosa contro corrente, non lo fa nessuno.

    Anche a me piacciono gli ambienti semplici, non fighetti, ma comunque frequentati da persone semplici per scelta e non per causa di forza maggiore. Insomma: semplici, non disperati.
    Comunque persone inserite decentemente nella società. Per esempio, andavo spesso a fare colazione in un circolino dove ,mentre io bevevo il cappuccino, il muratore di fianco a me beveva marsala alle 7:30 di mattino… e ,nonostante le brioches non fossero il massimo, preferivo quel posto alle pasticcerie tutte carine.
    Tuttavia anche il muratore nella salopette lurida ha un lavoro, probabilmente una famiglia e nel compresso una vita migliore di quella che si potrebbe avere in carcere.
    Ecco: mi preferisco la compagnìa di chi ,come me, avrebbe qualcosa da perdere.

    In passato ho frequentato i centri sociali, anche il Leoncavallo, e ci stavo bene finchè c’andavo da giovane e cazzone, con un amico che non conosceva l’uso nè del pettine nè del rasoio. In seguito ,da grandicello e sistemato, ci sono andato ancora, ma… mi sono reso conto che… lì dentro… ,pur vestito in jeans e maglietta, puzzavo di “diverso” lontano 1 km: ero continuamente bersagliato da scroccatori (soprattutto di sigarette) sia il sabato sera (da ragazzini con pezzi di fumo così ma senza sigarette) sia in settimana (da extracomunitari, sbandati, ubriaconi, strampalati barcollanti, ecc).
    Quando andavo con una donna immancabilmente qualche strampalato ubriacone la approcciava e ,seppur con modi non violenti, ci provava pure davanti a me… dico… ma ho la faccia così tanto da coglione? Ogni volta c’era da alzarsi, gonfiare il petto e atteggiarsi da duro…uff… Ma che palle, chi me lo fa fare? ‘Fanculo, non son più andato e che marciscano tra di loro nei loro angoli puzzolenti di piscio!

    Esperienza positiva invece quando sono andato ,con un’associazione di volontari, a portare da mangiare e bere (qualcosa di caldo, in inverno) ai barboni in stazione centrale: nessun fastidio, anzi ho chiacchierato piacevolmente con qualcuno di loro e ho visto e sentito cose che mi hanno arricchito dentro.
    Una volta sono andato nel market della stazione e ho preso un paio di bottiglioni di vino e un fila di bicchieri… 😀 dovevi vedere come arrivavano tutti! 😀 ‘Fanculo il the caldo, volevano il vino! 😀 😀 Mi son seduto con loro e quasi quasi me ne sarei stato lì a dormire.
    Poi però quelli dell’associazione m’hanno cazziato 😦 perchè già bevono abbastanza anche senza che mi ci metta io a portare i bottiglioni 🙂

    1. ma l’associazione erano i city angels? sai che anche io ho in testa da una vita questa cosa di fare del volontariato e non lo faccio mai?
      io comunque te l’avrei approvato il vino. quindi, nel caso, ci avrebbero cazziati in due!

      1. I city angels sono (erano?) quelli che fanno vigilanza. Poi magari ora hanno allargato il campo di volontariato.
        Loro invece erano… boh… erano amici di una mia amica che vedevo sì e no una volta al mese…. c’ha detto di questacosa e io e un mio amico abbiamo partecipato un paio di sere, così… tanto per!
        Però io e il mio amico eravamo un po’…come dire… diversi….. insomma, forse più dalla parte dei barboni che degli associati belli organizzati 😀

  10. Ciao, Complimenti!
    sei riuscita a farmi “vivere”il Trash di un quartiere, le tue parole incisive, come sempre impeccabili nella descrizione di eventi, o situazioni, mi hanno portato ad una conclusione : sei stata in questo articolo la nuova Diane Arbus del 2016, tu però a differenza di lei che era fotografa con le parole hai descritto questi “nuovi freaks”.

  11. Milano è quella che hai descritto con tanta vivezza e naturalezza. O vivi nel ghetto di lusso o di disperati oppure sei nel suq di tante personalità distinte e diverse come hai scritto.
    Forse, ma non lo so, dipende dalla personalità di ognuno di noi, ci si arricchisce di più qui che altrove.

  12. questo quadretto è scritto bene. Ma, e scusami per la franchezza, lo spirito pasoliniano che citi mi sembra davvero fuori posto; PPP non avrebbe lanciato giudizi sulle persone descritte. A me pare che tu lo faccia invece.

    1. Questo è l’unico commento che condivido. Sono rimasto colpito positivamente dalla scrittura ma ho trovato il racconto venato di un giudizio pesante. Sebbene ognuno sia libero di avere la sua opinione sulla gente, trovo, in fin dei conti, sterile costruire una riflessione “profonda” basata sul più o meno palese disprezzo per quella varia umanità. Tanto vale non parlarne. E se il disprezzo non ci fosse, allora quello che viene fuori dal racconto non è chiaro.

      1. esiste un elenco di cose di cui vale la pena parlare e di cose di cui non vale la pena parlare? così lo consulto 🙂
        è un acquario umano. e io sono solo uno dei pesci che ci nuotano dentro. la profondità può esserci come no, il compianto Eco diceva che un testo non è mai completo in sé, e ogni lettore ci aggiunge dei significati soggettivi. evidentemente questi sono i tuoi.
        ciao 🙂

    2. le periferie pasoliniane erano probabilmente anche molto diverse dalle periferie dell’oggi, anno del signore duemilasedici, per una serie di innumerevoli ragioni. in questo senso è sicuramente fuori posto, perché è un altro tempo. detto ciò, non so dove siano questi lapidari giudizi, se non nella descrizione non edulcorata di ciò che vedo mangiando una brioche. però raccolgo la critica, e ti ringrazio della franchezza.

  13. Zona Palmanova? Non me ne vengono in mente tantissime altre in cui c’è il mercato due volte a settimana.

    Se vuoi vedere un’umanità varia (o avariata, fai tu!) ti consiglio un giretto in zona Corvetto ^^ Ci son cresciuto e capisco esattamente cosa intendi.

  14. Come sarai a sessant’ anni, @Vagina mia ?!?
    Tu osservavi una cicciona lercia e sgangherata e pensavi fra di te “Ecco come sarò io a sessant’ anni … e forse sarò pure peggio” ?!? 😯
    It’s impossible, my darling Red-Rose, poichè la grazia, tua di te e specificatamente tua, non si perde nè a sessanta, nè a cinquanta …. e nemmeno si perde per i tantissimi cialtroni e/o cialtronesse che pullulano, come avide mignatte, sia nella Milano bene che in quella da favelas turca in cui non disdegni di passeggiare talvolta !
    Di VAGINE DI CLASSE, di VAGINE INTEGRE NEL MALE COME NEL BENE … ci sei soltanto Tu, e perfino l’ omosessuale @Pier Paolo avrebbe amato, non ostante tutto, immergersi fino alle viscere in te !!! 😀

  15. A parte che è uno dei più bei pezzi che tu abbia scritto, no che non lo dimenticherai quel quartiere, ma la cosa che colpisce di più è che oramai le città si assomigliano tutte. Tutte sono enormemente cambiate a parte nei centri storici o nelle zone residenziali chic. Si è formata nel corso degli ultimi 10, 15 anni questa umanità dolente che si mescola quasi mai felicemente a ciò che di storico nei quartieri popolari esisteva. E così il mercato rionale non è più lo stesso, e non lo sono i bar, e non lo sono i supermercati né i tabaccai, e se sei più grande vai in cerca come Luperrimo delle tracce delle pallonate.
    La mia città è Bologna e lasciamo perdere come e quanto è cambiata se non giri per il centro o non ti inerpichi su per le salite collinari dei condomini della borghesia anni ’70.
    Ma anche qui, dove vivo adesso, niente è più come era e anche nel bar dove vado a fare colazione io abbondano i derelitti: il puttanone cinquantenne sempre agghindata con quelli che negli anni ’70/80 erano begli abiti, strafatta di ansiolitici. Il vecchio finocchio sempre in cerca di qualcuno che se lo fili, la matta che ogni volta chiede a me e alla mia amica se siamo sorelle e noi “Sì certo, si vede vero?”, e siamo come il giorno e la notte ma lei è contenta, “Se vede sì, sé uguali.”
    E poi profughi neri con l’iPhone, cinesi che vivono attaccati al videopoker e si danno il cambio, commercianti dei negozi vicini. I baristi sono quattro, due strepitose ragazze, un ragazzino ventunenne patito di Uomini e Donne trono Over che mi aggiorna sugli sviluppi tra Giorgio e Gemma, e il proprietario, che è un delizioso ragazzo gay che invece che i cuori sul cappuccino ci disegna culi.

    Ciao tesoro. Sei proprio brava e piantala di imparanoiarti su come sarai a 40, 50 o 60 anni, che non ne vale la pena. Anzi una previsione la posso fare: intelligente e ironica come e più di adesso, solo più vecchia.

    Ti abbraccio.

    Zia

    1. vedo, cara zia, che hai perfettamente in mente ciò di cui parlo. ma il mio quesito è: trono over? veramente siamo un’altra generazione, io che appartengo ai tempi di costantino e alessandra!
      per tutto il resto, grazie di cuore! se a 60-70 ci arrivo, la cosa positiva è che non avrò più la minima traccia di pelo sulla lingua, sarò finalmente vecchia e potrò dire tutto il cazzo che mi va! 🙂
      t’abbraccio
      v

      1. Costantino e Alessandra me li ricordo anch’io. Bella coppia. I giovani di adesso sono interessanti come una televendita di ferri da stiro. I vecchi invece sono estremamente divertenti nella loro quasi totale mancanza di freni inibitori, soprattutto i maschi. Della serie “I porcelli non diventano vecchi ma i vecchi diventano porcelli.”

      2. Ehmmmm…. ho una carissima amica che ha lavorato per anni come cameriera in un ristorante dove Costantino si esibiva come spogliarellista…… ed aveva un compagno convivente all’epoca….. bella coppia un par de……….

      3. Alby, tesoro, ho detto che erano una gran bella coppia, non che a lui piacesse la patata.
        Erano belli insieme. Poi chi se lo dimentica a tagliare le unghie al mollaccione Lele Mora?

  16. Te lo auguro, se il tuo sogno e’ l’attico a Brera.. Ma non ci farei troppo affidamento… La vita spesso non va come vogliamo. Un post un po’ snob, non sembra nemmeno tuo…

    1. beh sì, chiaramente il mio sogno nella vita è l’attico, a brera poi, mi pare evidente da tutto ciò che scrivo e da tutto ciò che faccio.
      il post è mio. che te devo dì. si vede che sono un po’ snob. ciononostante ci vivo, in questo posto, e ci vedo pure le proiezioni di me stessa nel futuro. però in effetti anche il mio ex capo lo diceva, che ero snob…

  17. Sempre un piacere leggerti e riflettere sulle tue considerazioni/riflessioni. Sarei curiosa di chiederti dove vivi a Milano (cosa che ovviamente non faccio), ma non è questo il punto: la cosa che mi ha colpito leggendoti è che mi hai fatto pensare al quartiere di Porta Venezia ad esempio ma allo stesso modo mi sono venuti in menti altri quartieri, vie, scorci.. altri centri città di altre città europee che ho visitato. Perché le città nella loro unicità e diversità riportano tratti comuni e quell’errante, disperata, bizzarra umanità che trovi a Milano la ritrovi a Lisbona o a Madrid, allo stesso modo. Se hai occhi e cuore per guardare.
    Perché siamo così semplicemente uguali,tutti, con i nostri limiti e difficoltà… e l’espressione “tutto il mondo è paese” ha il suo “porco perché”. Perché certe tristezze da “vecchia bagascia portuale” magari le ritrovi nella “Ricca Signora Alto Borghese” bon-ton che veste bene, è pulita e ha anche le unghie laccate nuove di pacca, perché lei le mani non le usa mai, spesso manco per fare le carezze al figlio; certi vuoti, dentro, certe pochezze .. Un contenitore vuoto, anche laddove immagini magari che la classe, l’istruzione, la ricchezza e le chances che la Vita ha offerto avrebbero dovuto esser ben impiegate.
    Scusa magari sto divagando.. ma si lega a una visione, mia modesta e personale, da ex abitante del centro meneghino trasferitasi in provincia sempre milanese: che i confini si siano fatti più labili, che l’umanità sia sempre di più dolente e indifferente, una moltitudine sempre più in affanno.. e che anche dove pensi si possa trovare calore e vicinanza umana.. resti abbastanza deluso.
    A me Milano, il mio quartiere manca. Sicuramente c’è l’elemento affettivo che ha un forte peso, Ma solo allontanandomi ho capito quanto non sia poi così snob, anzi per certi versi politically correct e democratica.
    Su come sarò fra.. etc etc,.. ebbene ho smesso di fare progetti a lungo termine, ma vivo alla giornata. Che è meglio! 🙂 (ti mando un occhiolino virtuale)
    ciao! alla prossima!

  18. “E poi ci sono altri, che si appalesano di rado ma quando lo fanno è impossibile non notarli, perché sono una specie di incrocio antropologico tra zingari e napoletani, urlano come indemoniati in un idioma di difficile comprensione, mi fanno quasi paura, quando li vedo.”
    Ti seguo sempre e spesso mi ritrovo in quello che dici e nel tuo sarcasmo,mi duole dirti che i Napoletani parlano il tuo stesso idioma,l’italiano. Se ti riferisci al dialetto,dono preziosissimo della cultura in generale, sono certa che risultino incomprensibili tutti i dialetti che non siano il proprio.
    Circa la loro apparenza che ti fa paura,non li ho visti,ma sono cresciuta a Napoli e ti assicuro, senza aver paura dei miei amici e dei miei parenti.
    Non vivo più a Napoli e mi manca come una madre.
    Ti dò un consiglio,non parlarne male,vacci e goditela. É uno spettacolo raro.

    1. mi sfugge un punto: quando ho parlato male di napoli?
      se l’accento è quello è quello. fossero stati pugliesi, calabresi, siciliani l’avrei detto in ugual misura. “pugliesi”, “calabresi”, “siciliani”.
      altoatesini no, ma perché gli accenti del nord faccio più fatica a riconoscerli.
      come detto in altro commento: ognuno nel testo legge ciò che vuole leggerci e se tu ci leggi questo, ne prendo atto.
      a napoli ci andrei volentieri, ci sono stata da ragazzina e ricordo poco. e quando ne avrò occasione ci tornerò di sicuro. grazie del consiglio.

  19. mi perdonerai se timidamente inserisco un paio di note ironico-grottesche a questo tuo stralcio delicato: in sintesi mi par di capire che tra i 60 ed i 70 anni prevedi un notevole dimagrimento e un certo declino, eccezion fatta per lo status di baldracca.
    Sinceramente io fossi in te propenderei più per una birra col barista (che se ci pensi bene per campare lavora nel peggior bar di Milano e magari aspetta tutta la settimana che arrivi il weekend per disegnarti cuori sul cappuccino -o vulve, messaggi subliminali voluti probabilmente, o indizio che frequenta il tuo blog-), piuttosto che maritarti uno col mercedes, che al 99% fin dalla prima trasferta per il suo remuneratissimo lavoro si organizza un’orgia con un paio di escort ed un trans

      1. beh lei non ha detto che non lo caga di pezza perché è un water con le gambe, ma perché il messaggio chiaro è che, seppur single da 5 anni, non ha intenzione di dar corda al barista del peggior bar di Milano. Facendone difatti una questione di principio sul suo status, non sul suo aspetto 😉
        Dal canto mio io ho solo espresso la mia opinabilissima preferenza verso il barista ma solo in rapporto al rampollo in Mercedes 😉

    1. comunque fedi più giù tocca un punto cruciale, sull’attrazione fisica, che non ho esplicitato perché in fondo sono una signora.
      non è una questione di status, anche se tutti noi ne abbiamo uno e siamo sufficientemente adulti per esserne consapevoli, nel bene e nel male.
      ho avuto esperienze con uomini di “estrazione” molto diversa tra loro e circoscrivere il barista al suo luogo di lavoro è, semplicemente, perché il post parla esattamente di quello, del peggior bar di milano, uno dei, come ce ne sono infiniti, così 🙂
      ciao

  20. p.s. io a Milano non ci abito, ma ci “vivo” per lavoro 5gg su 7, e nonostante gli anni che passano, non l’ho ancora esplorata tutta, e mi piace un sacco ogni volta che scopro uno scorcio nuovo… ma ripeto, io non ci abito

  21. Questa descrizione di Milano potrebbe adattarsi al 100% delle città d’italia.
    In tutte c’è almeno un bar dove si raduna il tipo di umanità raccontato in questo brano.
    Leggendolo ho rivisto il bar del dopolavoro ferroviario di Albenga, quando alle 6 del mattino facevo colazione assieme alle puttane che avevano finito il turno e aspettavano di prendere il treno che le riportava a Genova… le stesse che avrei incontrato la sera stessa sul treno che prendevo per tornare a casa. Senza essere loro cliente ormai conoscevo i loro nomi, le abitudini dei loro clienti (su quello erano spesso incentrate le loro conversazioni).
    Cambia la città, ma la descrizione poteva essere la stessa… compreso il barista, che tutte le mattine faceva gli stessi complimenti e le stesse proposte alla stessa commessa che prendeva il mio stesso treno e che come me faceva colazione in attesa che passassero i soliti 30 minuti di ritardo. Lui riceveva le stesse risatine compiaciute e la loro vita proseguiva uguale, nei loro mondi paralleli… con i relativi compagni …eh si, nonostante le risatine, le proposte, i complimenti reciproci entrambi avevano un compagno, ignaro di questo gioco (innocente?) che si ripeteva tutte le mattine… praticamente un rito. Io assistevo dal mio solito posto privilegiato, al lato del bancone, con il mio caffè (ai tempi moooolto zuccherato) e la mia brioche alla crema.
    Ti ringrazio per avermi riportato alla mente questo ricordo di quando ancora pensavo che un giorno anche io sarei cambiato

  22. brava, sei sempre brava, era un bel po’ che non ti leggevo, solo perchè il nuovo Virgilio ti mette nella posta SOCIAL che non guardo tanto perchè è un doppione di FB, ma non ti cancello perchè ogni tanto….quando voglio leggere qcsa velocemente e che ti fa spesso sorridere….allora ti leggo. E sono veramente contento di farlo. Tutte le sante volte sono soddisfatto BRAVAAAAA. Corrado.

  23. Quello che hai descritto lo vivo a Roma nel mio quartiere da più di 10 anni. A Roma si vivono i quartieri, essendo una città molto grande e dispersiva. Io amo la vita di quartiere, sembra quasi di vivere in un paesotto dove tutti ti conoscono, ti salutano e dove al bar neanche devi dire cosa prendi, ti vedono e già sanno cosa ordinerai. Roma per certi versi è molto decadente e questo mi affascina molto. Milano la sto conoscendo in questo ultimo anno, ha posti affascinanti, da che mi faceva schifo la sto rivalutando. Di certo però, nonostante sia caotica, sporca, decadente, i trasporti facciano davvero pena io Roma non la lascerei mai se non per amore….anche se spero ancora che l’amore si trasferisca a Roma.

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